Pablo Neruda e Insetti


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Riflessioni da Isla Negra (1968-1970) - 2^ parte

NERUDIANA DISPERSA - vol. II (1922-1973)

Presento Carlos Höllander

Non sono disposto a rivelare il segreto navigatorio, segreto bramato come nessuno ed unico della sua specie, perché, conoscendosi la verità, il segreto continua: vive nella sua propria trasparenza.
Si tratta di come misero le minuscole barche nelle sue tenere bottiglie. Io, imbroglione professionale, con lo scopo di mistificare, descrissi minuziosamente in una ode il dilatato e minimo lavoro dei misteriosi costruttori e della sua entrata ed uscita delle bottiglie marine:

Io so che
nella tua gola
delicata
entrarono
piccoli
falegnami
che volavano
su un'ape, mosche che portavano
sul loro dorso
attrezzi,
chiodi, tavole,
spaghi
minuti,
e così in una bottiglia
il perfetto vascello
andò crescendo:
il vuoto fu la noce della sua bellezza,
come spilli elevò i suoi pali.

Frammento della "Ode alla nave nella bottiglia

in OCGC, vol. II, p.477.


Ma la verità è che il gran costruttore delle misteriose imbarcazioni è il mio amico Don Carlos Höllander, nato nel 1905, in Baviera, e residente in Cile e nei suoi mari dal 1908.
Don Carlos navigò da allora i solitari oceani e pestò coperte di velieri e vapori per quarantacinque anni.
Il suo primo viaggio andò da Taltal in Mozambico, per seguire a Newcastle, in Australia. Non bisogna dimenticare la barca finlandese, immatricolata a Mariehanz, in cui, viaggiando da Plymouth fino ad Iquique, passando per il Capo Horn, il mio amico resistette centotrentasette giorni di sole e tempeste. Perchè parlare di quando, dopo cinquantotto giorni tra Cardiff e Mejillones, si propago il fuoco a bordo ed esplosero le cantine ed immense fiammate. Höllander si salvò nella nave da crociera argentina
Sacramento.
Per arrivare al giorno di oggi, tranquillo e piovoso, in cui si occupa soltanto di mettere in bottiglie i suoi ricordi, bisogna raccontare le sue traversie nei vapori
Antofagasta, Chohalíin, Boca Maule, Puchoco, Quiñenco, Rancagua, Federico Vejo, Federico Nuevo, senza parlare dei velieri Klaus, fregata Laura, cinque alberi Flora, quattro alberi María.
Quando discendo il lungo cammino del Cile, per trovare in Coronel il vecchio marinaio, tra l'odore di carbone e pioggia della città meridionale, entro in realtà nel più piccolo cantiere navale del mondo. Nella sala, nella sala da pranzo, nella cucina, nel giardino, si accumulano e si ordinano gli elementi che entreranno nelle chiare bottiglie delle quali la grappa di Pisco se ne è andata via. Don Carlos tocca col suo fischietto magiche prue e vele, trinchetti e gabbie, e perfino al fumo più piccolino del porto passa per le sue mani, trasformandosi in una creazione, in una nuova barca imbottigliata, fresca e raggiante, disposta per il mare chimerico.
Nella mia collezione emergono, tra le altre comprate ad Anversa o Marsiglia, quelle che uscirono dalle modeste mani del navigatore di Coronel. Perché non solo dette loro solo la vita, ma le illustrò con la sua saggezza, attaccando loro una leggenda che racconta il nome ed il numero delle gesta del modello, i viaggi che sostenne contro vento e marea, le mercanzie che distribuì lampeggiando per il Pacifico con le velature che oramai non vedremo più.
Io ho imbottigliate barche tanto famose come la poderoso
Potosí e la grande Prusia, di Amburgo, che naufragò nel canale del Manica nel 1910.
Il maestro Höllander mi dilettò facendo per me due versioni dalla María Celeste, che dal 1882si trasformò in stella, in mistero dei misteri.
Questo uomo che tanti pericoli superò nel mare ha l'eminenza della sua semplicità. Semplicità di navigatore o ferroviere, che io vorrei per i poeti e per i pittori.
È certo che nelle sue mani si unirono la dignità dell'artigianato ed il movimento di una vita alle intemperie. È la perpetua scoperta del mondo quello che torna a ricreare con abbagliante umiltà. Le sue imbarcazioni imbottigliate continuano a cambiare rotta, schiuma marina, porti recalcitranti.
Non durerà molto tempo più questa arte magica di Don Carlos Höllander. Sono pochi gli uomini che realizzano ancora questi miracoli infinitamente ammirabili e piccoli.
Io lo presento qui, affinché tutti sappiano che nel sud del Cile, grazie alle sue mani marine, qualcuno può vedere qualunque giorno l'insolita entrata di una barca ad una bottiglia.
Malgrado che lo vedano e lo sappiano, il segreto rimarrà conservato, perché queste opere, come molte eccellenti opere umane, sono inspiegabili.

Ercilla, num. 1768, 7.5.1969.

Libri e conchiglie

Un bibliofilo povero ha infinite occasioni di soffrire. I libri non gli scappano dalle mani, ma gli sono passati dall'aria, a volo di uccello, a volo di prezzi.
Tuttavia, tra molte esplorazioni, scatta la perla.
Ricordo la sorpresa del libraio García Ricco, a Madrid, nel 1934, quando gli proposi di comprare un'antica edizione di Góngora che costava solo 100 pesetas, in mensilità di 20. Era molto poco denaro, ma io non lo avevo. La pagai puntualmente durante quell'anno. È l'edizione di Foppens. Questo editore fiammingo del secolo XVII impresse in incomparabili e magnifici caratteri le opere dei maestri spagnoli del Secolo Dorato.
Ancora adesso non mi piace leggere Quevedo se non in quelle edizioni dove i sonetti si spiegano in linea di combattimento, come ferrei vascelli. Poi mi addentrai nella selva delle librerie, per le impervie periferie di quelle di seconda mano o nelle imbarcazioni di cattedrale delle grandiose librerie della Francia e dell’Inghilterra. Le mani mi uscivano polverose, ma di quando in quando ottenni qualche tesoro o, per lo meno, l'allegria di presumerlo.
Alcuni premi letterari costanti e sonanti mi aiutarono ad acquistare certi esemplari di prezzo stravagante.
Cisì, la mia biblioteca divenne considerevole. Gli antichi libri di poesia lampeggiavano in essa e la mia inclinazione alla storia naturale la riempirono di grandiosi libri di botanica illuminati di ogni colore, di uccelli, di insetti, di pesci. Trovai per il mondo miracolosi libri di viaggi, Don Chisciotte incredibili stampati da Ibarra, grandi libri di Dante con la meravigliosa tipografia bodoniana, e perfino a qualche Moliere fatto in pochissimi esemplare
ad usum delphini, per il figlio del re di Francia.

Ma, in realtà, la cosa migliore che collezionai nella mia vita furono le mie conchiglie. Queste mi diedero il piacere della loro prodigiosa struttura: la purezza lunare di una porcellana misteriosa, aggregata alla molteplicità delle forme, tattile, gotico funzionale.
Migliaia di piccole porte sottomarine si aprirono alla mia conoscenza da quel giorno in cui Don Carlos de la Torre, illustre malacologo di Cuba, mi regalò i migliori esemplari della sua collezione. Da allora ed a seguito dei miei viaggi percorsi i sette mari spiandole e cercandole. Ma devo riconoscere che fu il mare di Parigi quello che, tra onda ed onda, mi scoprì più conchiglie. Tutta la madreperla degli oceani era trasmigrata nei suoi negozi naturalisti, nei suoi mercati delle pulci.
E più facile che mettere le mani nelle rocce di Veracruz o il Baja California fu trovare sotto il sargasso dell'urbe, tra lampade rotte e scarpe vecchie, la squisita sagoma della
Oliva textil. O sorprendere la lancia di quarzo che si allunga, come un verso del mare, nella Rosellaria fusus. Nessuno mi toglierà lo stupore di avere estratto del mare l'Espondylus roseo, ostrica guarnita di borchie di spine di corallo. E più in là, socchiudere l'Espondylus blanco, dalle punte innevate come stalagmiti di una grotta gongoriana.
Alcuni di questi trofei poterono essere storici. Ricordo che nel Museo di Pechino aprirono la scatola più sacra dei molluschi del mare della Cina per regalarmi il secondo i due unici esemplari della
Thatcheria mirabilis. E così potei osservare quell'incredibile opera in cui l'oceano regalò alla Cina lo stile di templi e pagode che persistette in quelle latitudini.

È infinito camminare e raccogliere, osservando e preservando. E soprattutto dedicare quei doni, insignire la tua patria col regalo del mondo. Col mio illusorio stipendio di console di nomina, non mi fu possibile nelle mie gioventù riunire molto e regalare di più. Sentii invidia dei grandi ricchi del mio paese, letterati o no, che erano potuti arrivare fino al mare australiano di corallo, o fino a Maiggs, di Londra, per portare libri o fiammeggianti conchiglie. Non fu così, ma io me le regalai come potevo per placare le mie tentazioni.
Mi commosse una lettera di Don Juan Egaña, ai suoi tempi di ambasciatore in Inghilterra. Sono quaranta pagine in cui descrive oggetti di arte, di scienza, di giardinaggio, per la sua casa di Peñalolén. Meridiane, cannocchiali, uccelli imbalsamati, libri. Li descrive con minuziosità, con esigenza, con conoscenza ed amore. Si vede che ogni oggetto fu guardato dai suoi occhi ed ammirato dalle sue mani. Dove staranno?

Per preservare dell'incerto destino le collezioni di cui parlo, presi una decisione. La regalai ad una delle nostre poderose università. Furono ricevute come donazione abbagliante dalle belle parole di un rettore. Io compivo il dovere di farle integrare al nostro comune patrimonio.
Quindici anni fa è quella data. Nessuno le ha viste più. Né libri né conchiglie sembrano esistere, come se fossero ritornate alle librerie o all'oceano. Anni fa, quando chiesi della mia donazione, mi dissero: "Di là sta in alcuni cassetti."
A volte penso: non mi sbaglierò di università? non mi sbaglierò di paese?

Ercilla, num. 1770, 21.5.1969.

Un romanzo

Ho un libro incartapecorito e giallo che mi attrasse sempre per la sua pazzia e la sua verità. È la storia degli amori di Don Henrique de Castro e le scrisse Don Francisco de La marca, che in realtà si chiamava Loubayssin de La Marque, cavaliere francese di cui molto poco sappiamo, ma che, come sembra, fu un guascone che scrisse la narrazione direttamente in lingua spagnola.
Si tratta di amori tanto andati e venuti e consumati dal fuoco cavalleresco dell'Amadís de Gaula, che il filo del romanzo si disperde tra i continenti. E passa dal ducato di Milano al regno di Napoli e fino alle isole Molucche, tra infanti, feste, balli e banchetti, tra arabi, pastori, ciambellani, principi e guerrieri.
Ma il grande di questo libro è che la sua azione comincia in piena guerra di Arauco, nella nostra terra. E tra la sua profusa galanteria retorica la terra del Cile gli dà la solennità che non avrebbe avuto se fosse stato solo il racconto degli amori di Don Henrique, di Sicandro, di Leonora, di Don Esteban, di Don Diego e della signora Elvira.
Così comincia la
Historia tragicómica [di Don Henrique de Castro]:

Nell'Antartica regione c'è una provincia chiamata Cile i cui limiti confinano nella parte dell'ovest col mare Oceano, e nella parte dell'est con una grande ed alta catena montuosa.

Più avanti traccia il ritratto di Lautaro: "Aveva per paggio Valdivia un figlio di un notabile che trattava ed amava come uno dei suoi figli." Quando il giovane guerriero abbandona Valdivia per comandare l'esercito araucano, cambiando il corso la guerra, La Marque lo caratterizza e lo esalta:

Di quale uomo può leggere prova di valore tanto grande? Ed in quale libro antico o moderno si è trovato che stando uno dalla parte vittoriosa, passi a quella contraria del vinto? È che solo il valore di un barbaro ragazzo avrebbe potuto strappare, per forza, ad una nazione tanto bellicosa come quella spagnola una tanto grande ed insigne vittoria, dalle mani.

Non meno grandiosa è la descrizione della morte di Pedro de Valdivia, sconfitto da Lautaro nel momento culminante della sua impresa:

Finendo questi ultimi accenti cadde Valdivia morto tra i piedi dai cavalli, senza che nessuno dei suoi si trovasse presente per poterlo aiutare in quel frangenete.

E per ammazzare il conquistatore, rimprovera la morte con queste gravi parole:

Perché sei di condizione tanto strana che non dai mai bensì per togliere? Testimone è questo povero capitano Valdivia che mille volte si sono chiamate quando sudando per il peso delle armi e tormentato per la fame continuava a camminare come un povero soldato (senza denaro, senza vestiti e qualche volta ferito), sotto una bandiera. Ed ora che il potere, la ricchezza e la contentezza l'avevano posto sulla cima, gli pronunci la tua rigorosa sentenza.

Abbastanza mi ha commosso trovare attraverso le 880 pagine del dimenticato romazone il paesaggio ed i nomi fragranti del sud del Cile: Penso, Concepción, Imperial, la valle di Tucapel, i fiumi araucani, "la terra del Cile, con più fiamme che l'Etna."
Finisce il libro raccontando le avventure di Don Lorenzo de Castro che, tra Pizarros e Almagros e Atabalibas o Atahualpas, da forma nelle legioni di invasori, senza che manchi, per certo, l'eremita delle favole, né lo
zahumerio che incatenerà gli amorosi.
Così, dunque, devono sapere quelli che lo ignorano e comprovarlo gli eruditi, se è questo il primo romanzo cileno scritto da qualcuno che non conobbe mai questa terra e vide solo il suo splendore attraverso i diamantini versi di
La Araucana. Benché la cosa certa ed importantissima è che i suoi moltissimi idilli ed episodi si intessono e stessono tra l'esplosione delle guerre del Cile e l'odore di sangue e pioggia del territorio australe.
Affinché lo sappiate: si impresse questo libro a Parigi, nella stamperia di Adián Tisseno, il 19 gennaio del 1617.

Ercilla, num. 1772, 4.6.1969.

Con Cortázar e con Arguedas
CON CORTÁZAR Y CON ARGUEDAS. (Pagine 228-230.) /.../ Una tónica temal enraizada en nuestras verdades /.../ (Una tonico tema attecchito nelle nostre verita) TemaI: un’altra variante lessicale innovatrice.
- /.../
mi inclinación a lo universal en contraposición a un poeta folklórico cubano (la mia inclinazione alla cosa universale in contrapposizione ad un poeta folcloristico cubano): la frecciata è per Nicolás Guillen, ovviamente.

Non è bello che l'irritazione arrivi a prendere il posto della meditazione in quella mischiatura suscitata tra Cortázar ed Arguedas. Si tratta di un dibattito tanto profondo come interminabile, e è difficile dare la ragione o toglierla a nostri due egregio opinanionisti.
Io ho sostenuto sempre che lo scrittore nei nostri paesi abbandonati deve rimanere in essi, per difenderli. I formidabili libri della costa del Pacifico che denunciano il martirio degli indios forse sarebbero stati impossibili da concepire dall'esilio, senza quell'attaccarsi nella testa coi dolori di ogni giorno di questi paesi. Perciò forse la mia vita è stata un uscire e ritornare, un partire per ritornare. Potei fermarmi in molti posti. Ma rimango qui.
Nei libri di Cortázar, di Vargas Llosa, di Fuentes e di García Márquez c'è una costantissima preoccupazione americana, una tonica tematica radicata nelle nostre verità, un ambito che ci appartiene e che essi ci hanno restituito in forma sovente grandiosa. È questo quello che bisogna prendere in considerazione. Sono da lontano, esiliati o no, più americani di molti dei suoi compatrioti che vivono di questo lato del mare.
Io diffidai di una generazione precedente ed aristocratizante che dimenticava facilmente in Europa la nostra culla di fango. Quegli scrittori facevano le loro valigie, partivano a conquistare Parigi e, subito, con o senza difficoltà, si dedicavano a scrivere in francese. Io combattei aspramente e settariamente questo sdoppiamento culturale. Tuttavia, mi commuovono fino ad ora molti versi di Huidobro scritto in francese, e perchè parlare del meraviglioso e dimenticato poeta ecuadoriano Gangotena, scomparso in piena gioventù e che non scrisse in un'altra lingua.
D'altra parte, vale la pena convalidare l'esistenza di quelli dei nostri scrittori che sopportarono tanta durezza, penurie, invidie ed offese che formano il pane di ogni giorno in ognuno dei nostri provinciali paesi. A me molte volte è entrata una inquietudine nell'anima ed un desiderio di andarmene lontano. La guerriglia letteraria in America Latina fa parte dell'atmosfera ed in lei si esercitano i professionisti dell'insulto. Io ebbi da molto giovani famiglie letterarie intere, che da genitori a nipoti si dedicarono ad attaccarmi.
D'altra parte, l'invidia è riproduttiva, endemica ed immortale in terre letterarie semicoloniali. Possiede tale potere di resurrezione che germoglia in configurazioni differenti senza non prendere mai, ovviamente, forma di spiga o condizione di pane. È eminentemente distruttiva ed amara: non alimenta.

Se sono stati grandi i romanzieri che come Arguedas, Ciro Alegría, Icaza ed altri sono rimasti trattenendosi in questo aspro territorio, riscuote un nuovo senso territoriale il fatto che una nuova formazione di scrittori ci rappresenti da lontano con la verità luminosa o la fantasia terrestre di García Márquez. Lo stesso posso dire di quelli che conosco, come il magico Cortázar o le straordinarie Vargas Llosa.
Perché l’importante sono le essenze. E questi scrittori ci hanno concesso un contributo
essenziale: questo è quello che conta. Perciò il dibattito può e deve estendersi riducendo, naturalmente, i personalismi produttivi o per prodursi. La dignità di quelli che scossero queste tesi è troppo seria affinché potesse avere origine nella camorra letteraria che tanti cultori ha avuto nel continente.
Il tema nella sua profondità ha più complicata implicazione.
"La tentazione del mondo", chiamò Ehrenburg la mia inclinazione all’universale in contrapposizione ad un poeta folcloristico cubano.
Quella tentazione del mondo verso l'integrazione partecipante del classicismo antico e del nuovo esperimento può portarci anche al cosmopolitismo ambientale. Può deviarci alla superficialità passeggera. È un pericolo.
Ma, come slegarci dell'imperiosa e tentatrice Europa? Perché tagliare i nodi dell'eleganza che ci legano a lei?
Inoltre, è facile per lo scrittore creolo, e anche per lo scrittore dal midollo americano, immergersi non nell'oceano, bensì nello stagno, e limitarsi nella forma fino a ripetere senza rimorso la direzione del passato. È un altro pericolo.
Quel pericolo non taglierà le nostre radici. Succede che quanto più andremo a fondo più ci rinnoveremo, e quanto più locali siamo possiamo arrivare ad essere i più universali. Un piccolo grande libro non si preoccupò solo di una minima regione della Spagna, chiamata La Mancha. Ed arrivò ad essere il romanzo più spazioso che è stato iscritto nel nostro pianeta.
Tutti hanno ragione. E da queste ragioni nasceranno altre notizie. L'umanesimo antico o nuovo si fortificò e proliferò nella contesa, quando le battaglie mantennero la dignità e frugarono nella profondità.
Sono sicuro che lo scontro tra Cortázar ed Arguedaa non solo ci darà nuovi grandi libri, ma anche nuovi grandi cammini.

Ercilla, num. 1774, 18.6.1969.

Noi, gli indios

L'inventore del Cile, Don Alonso de Ercilla, illuminò con magnifici diamanti non solo un territorio sconosciuto. Diede anche la luce ai fatti e gli uomini del nostro Araucania. I cileni, in cambio, ci siamo incaricati di diminuire fino a spegnere il fulgore diamantino dell'Epopea. L'epica grandezza che, come una cappa reale, lasciò cadere Ercilla sulle spalle del Cile andò nascondendosi e diminuendosi. Ai nostri fantastici eroi rubammo il mitologico paramento fino a lasciargli un poncho indiano logoro, rammendato, spruzzato dal fango delle brutte strade, inzuppato dall'antartico acquazzone.
I nostri appena nominati governanti si proposero di decretare che
non siamo un paese di indios. Questo decreto profumato non ha avuto espressione parlamentare, ma la verità è che circola tacitamente in certi posti di rappresentanza nazionale. La Araucana va bene, ha un buon odore. Gli araucani vanno male, hanno un cattivo odore. Odorano di razza vinta. E gli usurpatori sono ansiosi di dimenticare o di dimenticarsi. Nel fatto, la maggioranza dei cileni adempiamo alle disposizioni e decreti signorili: come frenetici arrivisti, ci vergogniamo degli araucani. Contribuiamo, alcuni, ad estirparli e, gli altri, a seppellirli nell'abbandono e nella dimenticanza. Tra tutti abbiamo continuato a cancellare La Araucana, spegnendo i diamanti dello spagnolo Ercilla.
La superiorità razziale potè essere un elemento bellico ed unitario tra i conquistatori, ma la maggiore superiorità fu, probabilmente, quella del cavallo. Siqueiros rappresentò la Conquista nella figura di un grande centauro. Ercilla mostrò il centauro crivellato dalle frecce della nostra araucania natale. Il rinascimentismo invasore propose un nuovo modello: quello degli eroi. E tale categoria la concedè agli spagnoli e gli indos, ai loro ed i nostri. Ma il suo cuore fu con l'indomabile.

Gabriela Mistral fu indianista, come il nostro dottore Alejandro Lipschütz. Da parte mia, io non sono solo indianista bensì indio. Ed a noi tre sono accaduti comici episodi per conto della nostra passione.
Si sa che Gabriella chiese a Roma ad un papa (il cui numero non ricordo) che intercedesse in un'enciclica per un migliore trattamento per gli indos dell'America, specialmente per quelli del Perù. La vilipesa condizione dei poveri inca faceva ribollire il sangue della nostra compatriota.
Il Sacro Padre la guardò sorpreso. Era sicura? Era possibile che in America rimanessero ancora indios?
Quando arrivai in Messico come fiammante console generale, fondai una rivista per far conoscere la patria. Il primo numero si stampò' in impeccabile rotocalco. Collaboravano ad essa dal presidente dell'Accademia fino a Don Alfonso Reyes, maestro essenziale della lingua. Siccome la rivista non costava niente al mio governo, quello che neanche mi pagava le spese dell’ufficio, mi sentii molto orgoglioso di quel primo numero miracoloso, fatto col sudore delle nostre piume (la mia e quella di Luis Enrique Délano). Ma col titolo commettemmo un piccolo errore. Piccolo errore madornale, per la testa dei nostri governanti.
Devo spiegare che la parola il
Chile ha in Messico due o tre accezioni, non tutte sono molto rispettabili. Chiamare la rivista República de Chile sarebbe stato come dichiararla inesistente. La battezziamo Araucanía. E riempiva la copertina il sorriso più bello del mondo: una araucana che mostrava tutti i suoi denti. Spendendo più di quello che potevo, mandai in Cile per posta aerea (allora, più caro che ora) esemplari separati e certificati al presidente, al ministro, al direttore consolare, a quelli che mi dovevano, per lo meno, una felicitazione protocollare. Passarono le settimane e non c'era risposta.
Ma questa arrivò. Fu la funzione funebre della rivista. Diceva solamente: "Gli cambi titolo o la sospenda. Non siamo un paese di indios!".
- No signore, non abbiamo niente di indio - mi disse il nostro ambasciatore in Messico (che sembrava un Caupolicán redivivo), quando mi trasmise il messaggio supremo -. Sono ordini della presidenza della Repubblica.
Il nostro presidente di allora, forse il meglio che abbiamo mai avuto, Don Pedro Aguirre Cerda, era il vivo ritratto di Michimalonco.

L'esposizione fotografica
Rostro de Chile, opera del grande e modesto Antonio Quintana, portò a spasso per l'Europa mostrando le grandezze naturali della patria: la famiglia dell'uomo cileno, e le sue montagne, e le sue città, e le sue isole, ed i suoi raccolti ed i suoi mari. Ma a Parigi, per opera e grazia diplomatica, soppressero i ritratti araucani: "Attenzione! Non siamo indios!".
Si impegnano ad imbiancarci ad ogni costa, a cancellare le scritture che ci diedero nascita: le pagine di Ercilla: le chiare strofe che diedero alla Spagna epica ed umanesimo.
Finiamo con tanta pacchianeria!
Il dottor Rodolfo Oroz che ha in suo possesso l'esemplare del
Diccionario Araucano corretto dalla mano maestra del suo autore, Don Rodolfo Lenz, mi dice che non trova editore per questa opera che è esaurita da moltissimi anni.
Sigona Università del Cile: pubblichi questa opera classica.
Signor Ministero: imprima di nuovo
La Araucana. La regali a tutti i bambini del Cile in questo Natale (ed anche a me).
Signor Governo: Fondi per la prima volta l'Università Araucana.
Compagno Alonso de Ercilla:
La Araucana non è solo un poema: è una strada.

Ercilla, num. 1.776, 2.7.1969.

65

Di Parral non ho ricordi di infanzia. È chiaro che mi portarono quasi appena nato verso la Frontera.
Un giornalista nordamericano racconta che cercò molto il posto dove nacqui, senza trovarlo. Non la casa, sia chiaro, dato che la portò via un terremoto. Domandò dappertutto, ma nessuno sapeva. Neanch’io lo so.
Il buon sindaco di Parral, Enrique Astorga, mi ha richiesto di nazionalizzare, di ritornare a Parral. La città mi ricevè affettuosamente, ma senza conoscermi abbastanza, poiché la mia vita passò in altri climi. Ma lì sta la tomba di mia madre, e la mia famiglia prolifica, i Reyes, continuano a spuntare dappertutto. Fino ad ora non è uscito un altro Reye poeta.
I miei principali ricordi sono di Temuco al sud. Di quel paesaggio rimase impregnata la mia poesia. Il mare, le montagne ed i fiumi di quella regione mi rimasero aggrovigliati nell'anima. Continua a piovere dentro me come sessanta anni fa a Temuco.
La casa dei conduttore Reyes, mio padre, era scalcinata e poveraccia. Per questo mese di luglio ammazzavano maiali là in fondo al patio. Io fuggivo allora udendo le strilla spaventose. A nessuno produceva qualche effetto, ma io le subivo come una in più delle tante atrocità dell'esistenza. Il liceo andò cambiando a poco a poco la mia solitaria condizione. Se mi immaginavo come una città quella moltitudine di ragazzi di tutti colori e strani nomi, quei professori dai grande baffi che mi infondevano un terrore che conservo fino ad ora vagamente nascosto.
Il professore di matematica mi distinse sempre con la sua simpatia ed il suo sdegno. Di quando in quando mi regalava con un cioccolatino durante la lezione. Non mi diresse mai la parola per domandarmi qualcosa. Dava per scontato che io non potevo sapere mai niente. Arrivato il mese di dicembre mi impose le tre regole regolamentari. Questo sembrava un rito che si realizzò per i sei dicembre successivi.
Il curioso è che io per il signor Peña, perchè così si chiamava il mio professore, conservai sempre stima. Non mi accadde mai di odiarlo. Ma era naturale che ci sentissimo inconciliabili.
Ho raccontato qualche volta che il liceo aveva alcune catacombe o cantine nelle quali scendevamo in combriccola. La mia immaginazione riempiva quelle stanze sotterranee di fantasmi, di tesori, di possibili sorprese infernali. Tutto era oscuro. A volte, nei nostri giochi, dimenticavamo qualcuno dei ragazzi che avevamo lasciato laggiù, in punizione, legato ad una colonna. Dovevamo ritornare spaventati, a liberarlo.
Ma il posto dei sogni era per me Puerto Saavedra, con l'immenso sbocco del fiume Cautín, l'oceano terroristico dalle onde come montagne, le piante
doca insabbiate che io non conoscevo e che mangiavamo con entusiasmo. Lì ebbi nei miei occhi i primi pinguini ed i primi cigni selvaggi del bel lago Budi. Nei bordi del lago pescavano o cacciavano lisca con arpioni o tridenti. Era ossessivo guardare quei predatori immobili con le lance in alto e vedere come le lasciavano cadere alzando dopo un pesce palpitante. Anche lì stesso vidi molte volte il rosato volo di stormi di fenicotteri che andavano e venivano per il territorio verginale.
Puerto Saavedra aveva anche uno stregone dalla barba bianca e piccola statura. Era il poeta Don Augusto Winter. Egli veniva dal nord. Le sue sorelle fabbricavano quelle conserve domestiche che abbondavano del sud. Don Augusto era il bibliotecario della migliore biblioteca che ho conosciuto. Era piccolina, ma riempita di Jules Verne e di Salgari. Aveva una stufa a segatura al centro, ed io mi stabilivo lì come se mi avessero condannato a leggere in tre mesi d’estate tutti i libri che si scrissero nei lunghi inverni del mondo.
Puerto Saavedra aveva odore di onda marina e madreselva. Dietro ogni casa c'erano giardini con pergolati ed i rampicanti profumavano la solitudine di quei giorni trasparenti.
Lì anche mi sorpresero gli occhi neri e repentini di María Parodi. Scambiavamo bigliettini molto piegati affinché sparissero nella mano. Più tardi scrissi per lei il numero diciannove dei miei
Veinte poemas. Puerto Saavedra sta anche in tutto il resto di quel libro, con le sue banchine, i suoi pini ed il suo inesauribile battito di ala di gabbiani.
Ora mi rendo conto che sto raccontando cose senza importanza. Quelle cantine e quelli libri e quegli occhi neri se li portò via forse il vento.

E perché ho raccontato tutte queste sciocchezze? Sarà forse perché in questo mese di luglio sto compiendo i miei sessantacinque anni di vita in questo unico e fuggitivo mondo.
Nello spazio di questi ricordi, tra Parral e la Frontera, tra le madreselve e la foce del fiume, io fui un testimone remoto, timido e solitario, incollato alla parete come i licheni. Mi è successo che nessuno mi sentì e che molto pochi mi videro. Non furono molti quelli che mi conobbero allora.
Ora, dove vado, la gente che non conosco mi dice: "Si, Don Pablo."
Ho guadagnato qualcosa in questa vita. In sessantacinque anni sono arrivato a Don.

Ercilla, num, 1778, 16.7.1969.


Errori ed erroroni

Il mio prossimo libro entra ed esce dalle stampe senza decidersi a mostrarmi il volto. Si è visto avvolto nell'antica guerra degli errori. Questo è il sanguinante campo di battaglia in cui i libri di poesia cominciano a affliggere il poeta. Gli errori sono carie delle righe, e affliggono in profondità quando i versi prendono l'aria fredda della pubblicazione.
Ci sono errori ed erroroni. Gli errori si acquattano nella boscaglia di consonanti e vocali, si vestono di verde o di grigio, sono difficili da scoprire come insetti o rettili armati di piccole lance coperti sotto il prato della tipografia. Gli erroroni, al contrario, non dissimulano i loro denti di roditori furiosi.
Nel mio menzionato libro mi attaccò un errorone abbastanza sanguinario. Dove dico "l'acqua verde dell’idioma" la macchina si scompose ed apparve "l'acqua verde dell’idiota". Sentii il morso nell'anima. Perché per me, la lingua, la lingua spagnola, è un alveo infinitamente popolato di gocce e sillabe, è una corrente irrefrenabile che scende dalle cordigliere di Góngora fino al linguaggio popolare dei ciechi che cantano negli angoli. Ma quel "idiota" che sostituisce "idioma" è come una scarpa disarmata in mezzo alle acque del fiume.
Il romanzo può passare al di sopra dei biricchini errori di composizione e linotipia. Ma la poesia è sensibile ed inciampa nei lancinanti ostacoli. La poesia si deteriora spesso del rumore dei cucchiaini di caffè, dei passi della gente che entra ed esce, della sghignazzata inopportunamente. Il romanzo ha una geografia più montagnosa e sotterranei dove si guardano abiti preistorici ed equivoci artificiali.

Il mio amichissimo Manuel Altolaguirre, poeta gentile della Spagna, che impresse la mia rivista poetica a Madrid, fu uno stampatore glorioso, che con le sue proprie mani formava le scatole con stupendi caratteri bodonici. Manolito faceva onore alla poesia con la sua e con le sue mani di arcangelo lavoratore. Egli tradusse ed impresse con bellezza singolare l'
Adonais, di Shelley, elegia alla morte del giovane Keats. Quanto fulgore emanavano le strofe auree ed smaltate del poema nella maestosa tipografia che sottolineava ogni parola come se stesse facendosi di nuovo nel crogiolo.
Tuttavia, Altolaguirre procreava errori ed erroroni, e perfino ad arrivò a collocarli nel frontespizio, dove si notarono dopo che i libri essere stato consegnati alle librerie. A lui, al mio carissimo Manuel Altolaguirre, appartiene quella prodezza nel campo degli errori che racconterò. Perché si trattava di un rimbombante e mellifluo rimatore cubano, spiritoso come egli solo, per colui a cui ed in molto pochi esemplari impresse il mio amico una piccola opera maestra tipografica.
- Errori? - domandò il poeta.
- Nessuno, per certo - rispose Altolaguirre.
Ma aprendo l'elegantissima stampa si scoprì che lì dove il verseggiatore aveva scritto: "Io sento un fuoco atroce che mi divora", lo stampatore aveva collocato il suo errorone: "Io sento un fuoco dietro che mi divora."
Lo spiritoso autore ed il colpevole stampatore presero insieme una barca e seppellirono gli esemplari alle acque in mezzo alla baia di L'Avana.

Non potei fare la stessa cosa quando una stampa, nel mio
Crepusculario, invece di "baci, letto e pane", collocò "baci, latte e pane". Molte volte vidi tradotta ad altre lingue l'erratissima e quel milk mi costava lacrime. Ma l'edizione in spagnolo, dove apparve originalmente, era piratesca e non potei andare con l'editore per imbarcarci in una barca e gettare nella baia l'errorone.
Certi errori del passato mi portano la nostalgia di strade e strade che oramai non esistono. Si tratta di quelle che si conservano anche nelle ristampe del mio libro
Tentativa del hombre infinito.
In quel tempo abolivamo, come ora si torna a fare, segni e punteggiatura. Volevamo, nella nostra poesia, una purezza irriducibile, il più approssimato alla nudità del pensiero, all'intimo lavoro dell'anima.
Così, quando ebbi nelle mie mani le prime prove di quel piccolo libro che pubblicava Don Carlos Nascimento, scorsi con piacere una gran quantità di errori che palpitavano tra i miei versi. Invece di correggerli restituii intatte le prove a Don Carlos che, attonito, mi disse:
- Nessun errore?
- Ci sono e li lascio - risposi con superbia.

Il mio primo editore era abituato alle mie insolenze, che non gli producevano grande effetto. E così col suo scettico sorriso si guardò nelle tasche i versi e gli errori. La mia gioventù trovava nei funesti equivoci una fonte spontanea che aiutava la mia creazione enigmatizando i miei versi. Fino a che pensai di pubblicare un libro in cui ogni parola fosse piena di errori o erroroni.
Già, molto lontano da quello romanticismo, li perseguo ora con roncola, insetticida e fucile.
Ma sempre, imboscato in una strofa come dietro un cespuglio, l'errore o l’errorone mi mostrerà le sue orecchie.
Riconosciamo anche noi scrittori che la brusca interruzione dell'errore estraneo in una riga ci porta anche ad una verità sconosciuta: all'intestino della stampa, alle sue viscere di ferro, alle sue membrane, alla sua gastrica sfortuna. Gli errori ci portano diritto al lavoro umano. Dobbiamo discendere dal nostro castello verbale e comprendere l'infinito lavoro che si nascose dietro ogni riga: movimento di occhi e mani: i soci anonimi del pensiero; i lavoratori che da Gutenberg continuano ad appartenere all'esercito che combatte con noi.

Ercilla, num. 1782,13.8.1969.


Fazzoletti neri per Don Jaime

Molto costò a Don Jaime Ferrer
entrare in questa Isla Negra. Gli isolani non erano tanti in quegli anni. Erano arrivati da lontanissimi punti, dai confini della medicina, dalle latitudini della musica, dai monti della poesia. Eravamo terribili. Usavamo lampade di paraffina e tiravamo fuori acqua dalle norie con sudore proprio ed altrui. Una LOCANDA in questo ristagno color rossiccio? Che sproposito!
Avevamo paura della coda di automobili, del tetro rumore delle schede di Viña del Mar. Arriverebbero qui, probabilmente, motociclette e bikini, compagnie di comici e da ballo. Tutta la notte forse sentiremmo bramire gli altoparlanti con l'opprimente ripetizione delle canzoni a buon mercato.
Fu un'opposizione chiusa che Don Jaime andò a socchiudere fino a stabilire la sua bontà, la sua serietà e la sua maestria.
È stato la mia vita una continua lode per quelli fanno le cose che io non seppi fare e che mi sembrarono sempre superiori a quelle che io faccio. Ed ora che Don Jaime è morto, è il mio dovere celebrare il suo lungo lavoro.

Agli abitanti estivi di Santiago che aspettano i piatti pronti ed il vino freddo o attenuato, le tovaglie dalla bianchezza brillante ed i ragazzi che corrono tra i tavoli del ristorante, non passa loro per la testa il duro che è alzare, stabilire ed edificare i posti spaziali dell'estate nella costa.
Quello che è nella mia casa, dobbiamo attraversare quaranta chilometri per comprare un merluzzo, percorrere cento quaranta a per acquisire una buona serratura, ottantacinque per incorniciare un quadro. Ed a volte i problemi causati per una vite che è necessaria o per un vetro che si ruppe, senza parlare del disco della frizione, diventano insolubili nonostante cinquanta viaggi di seguito alle città confinanti. Un'infiltrazione è una tragedia in vari atti. Un cerchio che il mare getta sotto merita, per tornare ad alzare, un poema epico. E durante più della metà dell'anno non entra un'anima per le porte delle locande.
Gli stabilimenti del litorale soffrono di solitudine, sperano nel deserto. L’unica cosa che entra in inverno, in autunno ed anche in primavera sono le gabelle, gli ispettori, le avvertenze tributarie, i fendenti dell'imposta.

Don Jaime conosceva il suo mestiere alla rovescia ed al diritto, ed il suo buon umore era tanto persistente quanto la sua pazienza. La sua locanda sorse dal niente ed arrivò ad essere la più importante angolo della costa. A qualunque ora dell'inverno il viaggiatore trovò il camino ardente con giganteschi tronchi che sembravano aspettarlo. Il fuoco, la fragranza delle casseruole, il garzoni come sentinelle guardinghe: quello fu il sistema impeccabile che egli irnpose. Nessuno dimenticherà neanche quei panetti caldi dentro il tovagliolo bianco, che uscivano come di un nido.

Don Jaime, bonaccione e saggio, si fece parre istituzionale di Isla Negra, trionfò sui pregiudizi locali e lasciò impiantata, in una zona vergine, la scienza della buona accoglienza,
Io domandavo a Camilo, il suo migliore discepolo, albergatore anche lui, qual’era il segreto di Don Jaime Ferrer, oltre, naturalmente, la sua saggezza ed energia.
Curiosamente Camilo cominciò da tacere, meditando. Quindi mi raccontò alcuni cose.
- Sembra che comprasse sempre troppo, troppo di tutto. Troppe lenzuola, troppe cipolle, troppo sapone, troppi filetti e pesci. Glielo rimproveravano in principio come un sperpero, ma si provò ogni volta che si consumava tutto.
Così, dunque, uno dei segreti del gran albergatore fu l'abbondanza. Quello che sembrava eccesso risultò sempre strettamente necessario.
Mi raccontò anche che una volta nel suo entusiasmo acquisì un'incredibile quantità di fazzoletti. L’incredibile è che metà era bianca e l'altra metà nera.
- Fino in quello ebbe ragione - mi dice Camilo -. Perché ora che tanta gente l'ha pianto, sono serviti anche questi fazzoletti neri.
Così, dunque, Don Jaime Ferrer è morto dopo avere creato un'onorevole e difficile impresa. Come patriota di Isla Negra, chiese di essere seppellito nel piccolissimo cimitero più prossimo, nelle colline di Totoral. Io non potei arrivare in tempo a congedarlo, e questo silenzio mi è risultato doloroso. Quella locanda coi grandi tronchi odorosi che briciavano nel camino mi ricordò sempre le taverne inglesi di coste e campi che amava Robert Louis Stevenson. Lì rimangono ora la famiglia e lo spirito familiare, l'accoglienza, il fuoco ed il vino. Ma Don Jaime, il fondatore, continuerà ad essere necessario agli isolani di Isla Negra.

Ercilla, num. 1784, 27.8.1969.


Il vino e la guerra
EL VINO Y LA GUERRA. (Pagine 241-243.) /... / vivíamos en tormentosa bohemiana (vivevamo in tormentosa bohemienne). Un'altra variante lessicale, come marmolería a proposito di Darío in un'altra cronaca più avanti.

Il buon amico mi mostrò una bottiglia di acquavite norvegese,
acquavite. Era un'acquavite navigata. Esternamente un gran veliero dipinto la distingueva. All'interno la data di partenza e di ritorno della barca che portò fino all'Australia questa bottiglia e la riportò alla sua Scandinavia originale.
Ricordai quell'epoca della mia gioventù in che i nostri vini patrimoniali si facevano viaggiare per esigenza ed eccellenza. Furono sempre troppo cari per quelli che usavamo arbitrari abbigliamenti ferroviari e vivevamo in tormentoso modo bohemienne. Mi preoccuparono sempre le rotte del vino, da quando nasceva da "i piedi del popolo" fino a che si inbottigliava in vetro verde o cristallo sfaccettato.
Baltazar Castro, vignaiolo, mi raccontò la storia irregolare del vino in primavera. Succede che quando dalla terra rimonta la linfa e la natura intera fiorisce e muggisce, il vino delle cantine si inquieta e si intorbidisce. Notte e giorno, mi raccontavo Baltazar, devono pacificarlo lasciando lo cadere altre cose calde dall’alto delle immense botti dove trema.
Mi piacque prendere in Galizia il vino di Ribeiro, che si beve in tazza e lascia nella maiolica uno spesso segno di sangue. Ricordo in Ungheria un vino grosso chiamato Sangue di Toro, le cui cariche fanno trepidare i violini dei gitani.
I miei trisnonni ebbero vigne, e Parral è un'altra culla di aspri mosti. Di mio padre e dei miei zii, Don José Ángel, Don Joel, Don Ossee e Don Amós, imparai a differenziare il vino
pipeño dal filtrato. Mi costò accettare le loro inclinazioni per il vino non raffinato che esce dal seme, dal cuore originale ed irriducibile. Come in tutte le cose, mi costò ritornare dal superamento del gusto, del bouquet formalista verso il primitivo, verso il vigore. Accade così con l'arte; si albeggia con l'Afrodite di Praxíteles e uno rimane a vivere con le statue selvagge dell'Oceania.

Fu a Parigi dove provai un vino eccelso in una casa eccelsa: quella di Aragon e di Elsa Triolet. Era un Mouton-Rothschild di corpo perfetto, di aroma inesprimibile, di perfetto contatto.
- Ho appena ricevuto queste bottiglie e le apro per te - mi dice il padrone di casa.
E mi raccontò la storia.
Avanzavano nell'ultima grande guerra gli eserciti tedeschi dentro la terra francese. Il soldato più sonoro della Francia, poeta ed ufficiale, Louis Aragon, arrivò fino ad un avamposto. Comandava un distaccamento di infermieri. Il suo ordine era proseguire oltre questo posto fino ad un edificio a trecento metri da lì. Il capitano della posizione francese lo fermò. Era il conte Alfonso di Rothschild, più giovane di Aragon e di sangue tanto caldo come il suo.
- Non può passare di qui - gli disse -. È imminente il fuoco tedesco.
- Le mie istruzioni sono arrivare a quell'edificio - replicò vivamente Aragon.
- I miei ordini sono che non prosegua e rimanga qui - ripose il capitano.
Conoscendo Aragon come io lo conosco, sono sicuro che in questa discussione uscirono scintille come granate, risposte come stocchi. Ma quella non durò più di dieci minuti. All'improvviso, davanti agli occhi aperti di Rothschild ed Aragon, una granata di un mortaio tedesco cadde su quell'edificio vicino trasformandolo, in pochi secondi, in fumo, rottami e faville.
Così si salvò il primo poeta dalla Francia, grazie all'ostinazione di un Rothschild. Da allora, nella stessa data annuale dell'evento, Aragon riceve alcune
bonnes bouteilles di Mouton-Rothschild delle vigne del conte capitano.

Non so se si sa che il gran guerrigliero della letteratura, tanto importante di fronte ai nazisti come una divisione di quaranta mille uomini, l'insigne Ilyá Ehrenburg, il mio amico, era un'epicureista considerevole. Non so se sapeva più di Stendhal o di
foie gras. Perché assaporava Jorge Manrique come degustava un Pommery-Greno: il suo amore era la Francia intera, l'anima ed il corpo della Francia saporita e fragrante.
E bene, dopo quella guerra si sussurrò all'improvviso a Mosca che si mettevano in vendita certe misteriose bottiglie di vino francese.
L'Esercito Rosso nella sua avanzata aveva conquistato una fortezza sotterranea, strapiena dell'insana propaganda di Goebbels e dei vini che questo aveva saccheggiato dalle
caves della dolce Francia. Carte e bottiglie furono inviate dalla Germania sconfitta per l'Unione Sovietica fino ai quartieri generali dell'Esercito Rosso.
Le carte furono possibilmente investigate. Le bottiglie rimasero senza collocazione negli archivi. Erano gloriosi vini che avevano sulle etichette speciali le loro date di nascita. Tutti erano di origine illustre e di celeberrima vendemmia. Tutta la collezione ostentava le cifre dei più supremi raccolti.
La mentalità ugualitaria del socialismo ripartì nelle bottiglierie allo stesso prezzo dei vini russi questi trofei sublimi dell'eccellenza francese. Si dispose, tuttavia, che ogni compratore poteva acquisire solo per il suo consumo un limitato numero di bottiglie.

Grandi sono i propositi del socialismo, ma i poeti sono uguali da tutte le parti. E, passando il soffio, ognuno dei miei compagni mandò parenti, vicini, conoscenti, a comprare le inaspettate bottiglie di tanto alto lignaggio. Si esaurirono in un giorno. Una quantità che non dirò arrivò alla casa di Ehrenburg. Così fu come nella casa di questo irriducibile nemico dei nazisti, io mi permisi il lusso di bere il vino di Goebbels in onore della poesia e della vittoria.

Ercilla, num. 1786, 10.9.1969.


Il "Winnipeg" ed altri poemi

Mi piacque dal principio la parola
Winnipeg. Le parole hanno ali o non le hanno. Le aspre rimangono incollate alla carta, al tavolo, alla terra. La parola Winnipeg è alata. La vidi volare per la prima volta in un molo marittimo, vicino a Bordeaux. Era una bella barca vecchia, con quella dignità che danno i sette mari durante il tempo. È certo che non portò mai a bordo quella barca più di settanta od ottanta persone. Il resto fu cacao, midollo di cocco, sacchi di caffè e di riso, minerali. Ora gli era destinato un carico più importante: la speranza.
Davanti alla mia vista, sotto la mia direzione, il vascello doveva riempirsi con duemila fra uomini e donne. Venivano dai campi di concentramento, da inospitali regioni, dal deserto, dall'Africa. Venivano dall'angoscia, dalla sconfitta, e questa barca doveva riempirsi con loro per portarli alle coste del Cile, al mio proprio mondo che li accoglieva. Erano i combattenti spagnoli che attraversarono la frontiera della Francia verso un esilio che dura da più di 30 anni.
La guerra civile - ed incivile - della Spagna agonizzava in questa forma: con genti semiprigioniere, accumulate qui e là, messe in fortezze, ammucchiate che dormivano sul suolo sulla sabbia. L'esodo ruppe il cuore del massimo poeta Don Antonio Machado. Appena attraversò la frontiera terminò la sua vita. Ancora con i resti delle loro uniformi, soldati della Repubblica portarono la sua bara al cimitero di Colliure. Lì rimane seppellito quell'andaluso che cantò come nessuno i campi della Castiglia.

Io non pensai, quando viaggiai dal Cile alla Francia, ai casi, difficoltà e contrarietà che avrei trovato nella mia missione. Il mio paese aveva bisogno di capacità qualificate, uomini dalla volontà creativa. Avevamo bisogno di specialisti. Il mare cileno mi aveva richiesto pescatori. Le miniere mi chiedevano ingegneri. I campi, trattoristi. I primi motori diesel mi avevano ordinato meccanici di precisione.
Raccogliere questi esseri sparsi, sceglierli nei più remoti accampamenti e condurli fino a quel giorno azzurro, di fronte al mare della Francia, dove soavemente si cullava la nave
Winnipeg, fu cosa grave, fu tema ingarbugliato, fu lavoro di devozione e disperazione.
Si organizzò il S.E.R.E, organismo di aiuto solidale. L'aiuto veniva, da un lato, degli ultimi denari del governo repubblicano e, dall'altro, da quella che continua ad essere un'istituzione misteriosa per me: quella dei quaccheri.
Mi dichiaro abominevolmente ignorante in quello che si riferisce a religioni. Quella lotta contro il peccato in cui queste si specializzano mi allontanò nella mia gioventù da tutti i credi e questo atteggiamento superficiale, di indifferenza, ha persistito per tutta la mia vita. La verità è che nel porto di imbarco apparvero questi magnifici settari che pagavano la metà di ogni passaggio spagnolo verso la libertà senza discriminare tra atei o credenti, tra
peccatori o pescatori. Da allora quando da qualche parte leggo la parola quacchero le faccio una riverenza mentale.

I treni arrivavano di continuo fino all'imbarcadero. Le donne riconoscevano i loro mariti dagli sportelli dei vagoni. Erano stati separati dalla fine della guerra. E lì si vedevano per la prima volta di fronte alla nave che li aspettava. Non mi toccò mai presenziare ad abbracci, singhiozzi, baci, strette, risate carichi di drammaticità tanto delirante.
Quindi venivano i locali per la documentazione, identificazione, sanità. I miei collaboratori, segretari, consoli, amici, lungo i tavoli, erano una specie di tribunale del purgatorio. Ed io, per prima ed ultima volta, sono dovuto sembrare Giove agli emigrati. Io decretavo l'ultimo SI o l'ultimo NO. Ma io sono più SI che NO, in modo che dissi sempre SI.
Ma, vedasi bene, stetti per stampare un parere negativo. Per fortuna compresi in tempo e mi liberai di quel NO.
Succede che si presentò davanti a me un castigliano, ignorante dalla blusa nera, abbottonata nelle maniche. Quel camicione era uniforme nei campagnoli della Mancha. Lì stava quell'uomo maturo, dalle rughe profonde nel viso bruciato, con sua moglie ed i suoi sette figli.
Esaminando il biglietto coi suoi dati, gli domandai sorpreso:
- Lei è lavoratore del sughero?
- Sì, signore - mi rispose severamente.
- Qui c’è un equivoco - gli replicai -. In Cile non ci sono sugheri. Che cosa farebbe lei là?
- Forse, ci saranno - mi rispose il contadino.
- Salga sulla barca - gli dissi -. Lei è fra uomini di cui necessitiamo.
Ed egli, con lo stesso orgoglio della sua risposta e seguito dei suoi sette figli, cominciò a salire sulle scale della nave
Winnipeg. Molto dopo rimase provata la ragione di quello spagnolo irremovibile: ci furono sugheri e, pertanto, c'è ora sughero in Cile.

Stavano già a bordo quasi i tutti i miei buoni nipoti, pellegrini verso terre sconosciute, ed io mi preparavo a riposarmi dal duro compito, ma le mie emozioni sembravano non finire mai. Il governo del Cile, pressato e combattuto, mi dirigevo un messaggio: "INFORMAZIONI DI STAMPA SOSTENGONO CHE LEI EFFETTUA IMMIGRAZIONE MASSICCIA SPAGNOLI. LA PREGHIAMO SMENTIRE NOTIZIA O CANCELLARE VIAGGIO EMIGRATI."
Che cosa fare?
Una soluzione: chiamare la stampa, mostrargli la barca strapiena con duemila spagnoli, leggere il telegramma con voce solenne ed atto seguente spararmi un colpo nella testa.
Un'altra soluzione: partire io stesso sulla barca coi miei emigrati e sbarcare in Cile per la ragione o la poesia.
Prima di adottare alcuna decisione andai al telefono e parlai col Ministero delle Relazioni Esterne del mio paese. Era difficile parlare a lunga distanza nel 1939. Ma la mia indignazione e la mia angoscia si sentirono attraverso oceani e cordigliere ed il ministro solidarizzò con me. Dopo un'incruenta crisi di gabinetto, il
Winnipeg, carico con duemila repubblicani che cantavano e piangevano, salpò le ancore e indirizzò la rotta a Valparaíso.
Che la critica cancelli tutta la mia poesia, se vuole. Ma questo poerna che oggi ricordo, non potrà cancellarlo nessuno.

Ercilla, num. 1788, 24.9.1969.


Si è perso un "Cavallo Verde>
SE HA PERDIDO UN "CABALLO VERDE." (Pagine 247-249.) /.../ en Buenos Aires /.../ escribí mi poema «El hombre enterrado en la Pampa». (a Buenos Aires ... scrissi il mio poema "L'uomo sepolto nella Pampa"). Secondo questo ricordo di Neruda il cui memoria non erA sempre affidabile, il poema sarebbe stato scritto durante i primi mesi del 1934 e sarebbe, pertanto, non solo il più antico testo di Canto general bensì - compreso - anteriore ed estraneo alla concezione stessa del libro che, si sa, nacque in 1938 come proietto di un Canto general de Chile). Si tratterebbe, molto probabilmente, di un poema sciolto, residuale, che circostanze posteriori (la residenza in Messico tra il 1940 ed il 1943) avrebbero permesso al poeta di inserirlo nel gruppo di testi la "America, non invoco il tuo nome invano", capitolo VI di CGN, in OCCC, vol. I, p. 633.

La casa Aguilar, di Madrid, prepara un'antologia di Julio Herrera y Reissig, il poeta della decadenza e della grandezza poetica uruguaiana. Per questo ha bisogno di un numero della mia rivista
Caballo Verde para la Poesía. Questo numero era integralmente affezionato all'uruguaiano. Ma la rivista non appare da nessuna parte. Racconterò quello che accadde e quello che non accadde.
Io portai la passione per Herrera y Reissig a Madrid, alla mia generazione. È vero che qualche brillante erudito si preoccupò qualche volta di lui: esisteva l'erudizione, ma non la passione. Niente di più appassionante che la poesia di questo uruguaiano fondamentale, di questo classico di tutta la poesia. Così fu che lessi a Vicente Aleixandre, e dopo a Federico, ad Alberti, ad Altolaguirre, a Cernuda, a Miguel Hernández ed ad alcuni altri ancora, le decime gotiche di Herrera y Reissig. Io contrapposi l’assurdo creolo, col suo scintillio di immagini perturbatrici, all'uruguaiano Lautréamont il cui delirio continua ad incendiare la poesia del mondo.
Herrera y Reissig sublima la pacchianeria di un'epoca, facendola scoppiare a forza di figurazioni vulcaniche. Potrebbe solo paragonarsi all'architetto Gaudí, che fa esplodere l'arte del 900 col suo sistematico parossismo, necessario come una grotta marina per il ripopolamento della bellezza. Lautréamont spezza in freddi rospi, sauri e risentimenti, con crudele premeditazione.
Los cantos de Maldoror sono il crimine più perfetto della poesia universale.

Volli onorare preferenzialmente Herrera y Reissig, perché tra i modernisti ha fosforescenza propria, di lucciola. Se Rubén Darío è il re indubbio della scultura modernista, Julio dell'Uruguay arde in un fuoco sotterraneo e sottomarino e la sua pazzia verbale non ha paragone nella nostra lingua. A Rubén Darío fu pagata in Spagna la moneta del riconoscimento, ma l'immortale uruguaiano passò inosservato: non ebbe cori, né fu imitato con l'intensità creativa dei seguaci di Rubén.
Herrera y Reissig è vertebrato e fatidico e la sua arte è un'orologeria di conseguenze esatte, un mulinello coi lampi dell'esattezza. Assume in tale maniera la grande emormità poetica che niente la spaventa ed è difficile andare più in là nell'assurdo:

... Si fece un arco la sfrenatezza
di quel quadrupede erroneo...

Leggendo ai miei compagni spagnoli
La tertulia lunática uscivano scintille verdi, solforici diamanti, e quanto più aumentavano le sorprendenti equazioni dei decimi giuliani, più fortemente si comunicava il potere poetico dell'uruguaiano.
Decisi allora di pubblicare un doppio numero - 5 e 6 - della mia rivista
Caballo Verde e dedicarlo integralmente a Herrera y Reissig. Ricordo che Ramón Gómez de la Serna scrisse, col suo stile egregio, una pagina e mezzo in cui emergeva la sagoma del grandioso poeta. Vicente Aleixandre mi consegnò il suo omaggio: un poema dalla lunga chioma. Miguel Hernández ed altri scrissero i loro ditirambi magnifici. Federico lo fece con più conoscenza di tutti, dato che, già a Buenos Aires, avevamo confrontato le nostre predilezioni ed avevamo deciso di andare insieme alla tomba uruguaiana del poeta portando una corona. Io scrissi il mio poema «El hombre enterrado en la Pampa».

Manuel Altolaguirre stampò il numero doppio della rivista in quelli grandi caratteri bodonici in cui la poesia sembra risplendere. Tutto andava bene e si sarebbero cuciti i fascicoli il giorno dopo quando esplose la guerra civile. Questa veniva dall'Africa, e la Spagna si riempì di fucili. Non ci fu già tempo per libri. Cominciarono i primi bombardamenti. Quindi il disastro.

E, dappertutto, la morte dei poeti, Federico a Granada, Machado alla frontiera francese, Miguel Hernández in un carcere.
Così, dunque, la guerra si porta uomini e finestre, muri e donne, e lascia tombe e lascia ferite. Ma si porta anche nel suo sanguinario ventaccio, libri, fogli di carta che non vogliono ritornare.
Così può essere accaduto, così accadde col mio
Caballo Verde.
I collezionisti mi scrivono da Chicago, dalle Filippine. Vogliono leggere questo ultimo numero, questi onori a Herrera y Reissig.
La stampa funzionava nella casa stessa di Altolaguirre. Tutti ci mettevamo nel laboratorio, nella cucina, nei versi, nell'intimità del mio compagno ammevole. Tutti usciamo di lì ribaltati dalla guerra, esiliati, maltrattati.
Altolaguirre si dedicò alla cinematografia. Girò la Spagna a mostrare il suo primo film ed uscendo da Burgos l'automobile che maneggiava si ruppe con lui in mortale incidente.
Il mistero di
Caballo Verde, della sua ultima consegna, continua forse a fare la ronda per la strada Viriato, a Madrid, città che, da allora, da quella guerra, non sono tornato a vedere né a vivere.
Esisterà in qualche cantina, inanimata e giallognola, la mia migliore rivista di poesia? Fino ad ora nessuno ha potuto saperlo. Non solo i collezionisti che mi scrivono la sanno introvabile, ma io la presento incorporea, vestita con le sue pagine spettrali che attraversa la notte della guerra e la notte della pace.

Ercilla, num. 1790, 8.10.1969.


Il colonello Pueyrredón e l'ombra che passa
EL CORONEL PUEYRREDÓN Y LA SOMHRA QUE PASA. (Pagine 250-253.) Testo che alcuni anni più tardi servirà come prologo all'edizione argentina dal volume J.M.C. / El húsar desdichado / libro que contiene la memoria de Manuel A. Pueyrredón / poesía y canciones que tratan de / la vida y la muerte de don / José Miguel Carrera.(L'ussaro sfortunato / libro che contiene la memoria da Manuel A. Pueyrredón / poesia e canzoni che trattano di / la vita e la morte di Don / José Miguel Carrera, Buenos Aires, Edizioni de la Flor Alta, 1972. L'edizione cilena era stata pubblicata da Ediciones Isla Negra nel 1962. Vedere inoltre in queste OCGC: "José Miguel Carrera", vol. I, pp. 514-520, e "Romande de los Carreras", vol. IV, pp. 1007-1008.

Conobbi la signora Victoria Pueyrredón, scrittrice argentina, in uno di quei luogi di riposo marittimi dell'Uruguay, dove uno non vuole conoscere nessuno, che non sia gli aghi dei pini, il saluto dei
benteveo, le sabbie dell'oceano fluviale. Ma all'improvviso scoprii affinità profonde tra questa Victoria e la storia.
Che lusso di antenati! Perché oltre ad essere discendente di José Hernández, padre del Don Chisciotte abitante della pampa, lo è anche del guerriero dell'indipendenza argentina, Don Manuel Alejandro Pueyrredón.
Questo Pueyrredón si che era il mio vecchio amico. Non lo conobbi, è chiaro, ma è come se avessi camminato con lui per quelle strade, pampas di trifoglio selvaggio, sparando e sellando all'alba.
In modo strano incontrai per la prima volta il colonello Pueyrredón, e mi abituai alla sua compagnia. Certo che era morto da cento anni, come testimonia la partecipazione mortuaria che firma anche, tra i Pueyrredón, suo nipote José Hernández. Ma questo non ha importanza.

In quegli anni prima del 1950 io ero perseguitato, transmigrante di casa in casa, di mistero in mistero. Si sa che moltissimi patrioti mi protessero. In ogni luogo io frugavo le carte, i libri, inesistenti in alcuni parti ed abbondanti in altre. In casa del mio benefattore di turno, il mio amico Don Julio Vega, mi trovai con un vecchio
Boletín de Historia y Geografía, danneggiato e giallognolo per l'età. Aprii le sue pagine per non leggerli, tanto tedio sembravano esalare. Improvvisamente saltò dal tempo giallo un racconto che mi attraversò il cuore come una lancia. Erano le pagine in cui il colonello Pueyrredón, già anziano, ricordava la sua vita militare ed il suo incontro col generale cileno Don José Miguel Carrera, di cui fu prigioniero.
Per i cileni, Carrera è l'illustre, la liberatore audace, raggio della rivoluzione, luminoso e sventurato come nessuno. Per gli argentini, questo cileno errante, alla testa di una truppa stracciona e saccheggiatrice, era un insorto in più tra le linee incrociate della storia, mercenario delle praterie che attraversa nel mezzo l'insigne rotta di San Martín. Per noi, cileni, è l'incomparabile compagno della sfortuna. Per gli argentini di allora, un seminatore di disgrazie.
Per quel motivo quel pomeriggio, quando Carrera chiamò il suo prigioniero, il giovane capitano Pueyrredón pensò di vedere l'immagine dell'iniquità. E pensò, forse, che era arrivata la sua ultima ora. Che accadde? Lo manifesta nel suo racconto:

- È lei l'ufficiale prigioniero? - mi disse.
- Sì, signore.
- Era lei ufficiale di Morón?
- Sì, signore, il suo primo aiutante di campo.
- Non gli chiedo del suo grado, perché vedo che lei è capitano. Il suo nome sua grazia?
- Manuel Pueyrredón.
- Come? È lei il capitano Pueyrredón che stava nell'esercito di Morón?
- Sì, signore, lo stesso.
- C'era lì un altro dal suo cognome?
- No, signore, nessun altro.
- Allora lei sta tra amici.
E dicendo questo si alzò e venne a darmi la mano.


Il miracoloso magnetismo di Carrera si fece valere con pausa e velocità.

Molte furono le conversazioni che ebbi con quell'uomo straordinario e che mi compiacevo molto ascoltare perché trovavo sempre novità nella sua conversazione ed un incantesimo irresistibile.

In una delle prossime battaglie accadde l'inaspettato. Pueyrredón, senza poter dominarsi, saltò su un cavallo e combattè al fianco alla generale Carrera.
Declinava la luna del mio compatriota sfortunato. Giorni più tardi, tradito dalla sua truppa incoerente, fu trasformato in prigioniero e condotto con lentezza e crudeltà verso il patibolo.
Durante il tragitto verso Mendoza, dove il suo due fratelli, Don Luis e Don Juan José, erano stati già sterminati, un solo uomo l'accompagnò: il suo amico prigioniero, il capitano Pueyrredón.
Così racconta i suoi ultimi istanti:

Era sublime in quei momenti. Io non facevo nient'altro che ammirarlo in silenzio ed ammirare anche la tranquillità del suo comportamento. Né un solo tratto di debolezza notai in tutta la strada.
Andava tanto sereno come lo faceva alla testa della sua colonna. Sembrava ancora il generale in capo.
Io speravo di sentirlo parlare di quelli che lo avevano carcerato, ma né un lamento, né una parola pronunciò contro i traditori.
Osservavo il suo viso e la sua voce non si smentì un istante. Era fermo e tranquillo come prima. Perfino alle parole di gratitudine me le diresse col suo sorriso abituale. Solamenlte quando disse: "La morte è un'ombra oscura che passa", alzò il braccio in alto e fece un movimento con la mano, da sinistra a destra, e si rivestì di un'aria di malinconia e superiorità tanto grande che mi sembrò vedere in lui al re della Creazione o il Cristo con la coscienza del giusto che camminava verso il martirio.

La tragedia impressionante del patibolo sopravvenne all'improvviso. La rivoluzione divorò suo figlio insigne. E benché l'
ombra oscura che passa cancelli molti momenti, visi, maschere, errori e dolori, quel dramma fu preservato da Manuel Alejandro Pueyrredón. La sua attestazione è quella di un’anima pura.
Molti onori e molte ferite raccolse nella sua vita. Io rendo omaggio alla sua incredibile trasparenza. Condivise la grandezza di un uomo assillato, e non si sbagliò.
Poche volte nella storia si trova un testimone trasparente. Onore a lui ed il nostro Ussaro Sfortunato.

Ercilla, num. 1792, 22.10.1969.


Il barone di Melipilla (I)
EL BARÓN DE MELIPILLA, I-II. (Pagine 253-258.) Secondo quanto già segnalai nel prologo al volume, la storia di Roger Charles Tichborne aveva interessato anche Borges più di trenta anni prima ("L'impostore inverosimile Tom Castro", Historia universal de la infamia, 1935). Lina lettura comparata di entrambi i testi ci dice che procedono da fonti diverse o non coincidenti nella loro totalità. E ci dice anche che Neruda non conosceva la versione di Borges (se l'avesse conosciuta, certamente non avrebbe omesso di menzionarla, in chiave di affinità o di divergenza). - Melipilla è una piccola città situata a circa 60 km ad ovest di Santiago, per la strada verso la costa del Pacifico.

Nel
Times, di Londra, nei mesi di luglio ed agosto del 1865 si pubblicò il seguente avviso:

Si darà buona gratificazione a chi possa dare qualche notizia che serva per scoprire il destino di Roger Charles Tichborne. Uscì dal porto di Rio de Janeiro il 20 di aprile del 1854, sulla nave Bella e non si è saputo nulla di lui da allora. Ma si è venuti conoscenza in Inghilterra che parte dell'equipaggio e dei passeggeri di quella barca fu raccolta da un vascello che si dirigeva in Australia. Non sappiamo se Roger Charles Tichborne era tra gli affogati o tra i salvati. Ora avrebbe circa trentadue anni di età. È piuttosto alto, di capelli castani ed occhi azzurri. Il signore Tichborne è il figlio di sir James Tichborne, già morto e è il suo erede...

In questa maniera si cercava un giovane barone per consegnargli sterline e tenute.
Si sapeva della sua permanenza a Valparaíso ed a Santiago, dove fu fotografato per Helsby, elegante fotografo dell'epoca. Ma il posto di Cile dove stette più tempo fu Melipilla. Lì visse per un anno e mezzo e fu conosciuto da mezzo mondo.
In quei tempi non era ancora l'erede che si cercava, bensì un secondogenito dell'antica famiglia dei Tichborne. Suo padre era il
decimo barone di questo nome ed il reddito delle sue Proprietà sorpassava le quarantamila lire sterline all'anno.
È curioso vedere il dagherrotipo che lo ritrae in quei giorni. Ci presenta un ragazzo dal vago sguardo romantico e dal cappello di Cordova. Piuttosto un viso debole, nel quale i suoi grandi occhi chiari sembrano perdersi nel tempo o nel mare.
Il caso è che la sua sparizione causò un processo tanto lungo e rumoroso che commosse la gran società vittoriana, lasciando aperto un enigma che per decifrarsi arrivò a turbare giustamente la tranquillità di Londra e di Melipilla.
Non solo ai poeti interessano gli enigmi. Veniamo ed andiamo via dentro il mistero fondamentale. La scienza e le religioni si frequentano nell'ombra tenendosi negli occhi la bellezza, le probabilità, i miti lontani e la verità approssimativa.

Io, cacciatore di enigmi, non pretendo di risolverne uno in più. Solo mi lega a questo la mia condizione di passante da Melipilla. Mi fa piacere pensare che in questo paese dalla terra seca, tra coltivatori di ortaggi e vigne di contenuto ardente, si annidasse la prima pagina di una storia inaudita.
Per quale ragione arrivò a Melipilla, alla casa di Don Tomás Castro, Roger Charles Tichborne che non giunse ad essere l'
undicesimo dei baroni Tichborne?
Quando dopo una permanenza di anno e mezzo uscì da quel paese polveroso ed attraversò, a dors di mulo, le nostre cordigliere, non sapeva Roger di essere un erede e, quando scomparì nel naufragio della
Bella, nell'Atlantico, ignorava anche che lo avrebbero cercato per cielo e terra per redimerlo delle sue avventure.
Ho visto il ritratto di lady Tichborne. È il ritratto di una speranza. Sotto il suo cappello a lutto e sopra le sue mani incrociate, il viso indebolito, di tristissimo sorriso, si è trasformato con l'attesa in solo due occhi vaghi che cercano un figlio perso nel mare per dargli resurrezione.
Niente seppero in Melipilla, né il dottore inglese Juan Halley, né Clara, né Jesusa, né Don Raimundo Alcalde, né Don José Toro né la signora Hurlano, né signora Natalia Salmento, quando al giovane inglese se lo divorò il
mare o la terra.
Tuttavia, l'eredità, coi suoi numeri colossali, arrivò dopo a turbare le vite di quegli abitanti di Melipilla che più tardi dovettero viaggiare fino all'Inghilterra per prendere parte alla più burrascosa contesa di interessi e passioni.

Là nell’ottobre del 1865 fu scoperto in Waga Waga (Australia), un uomo di mestiere macellaio, conosciuto per Tom o Thomas Castro, di supposta nazionalità cilena. In conversazioni locali disse molte volte che né il suo nome né la sua nazionalità erano tali. Disse essere inglese e naufrago raccolto nell'Atlantico da una nave che lo portò in Australia.
Qualcuno che sentì queste confidenze le comunicò alla madre del barone perso. E Tom Castro fu chiamato da lei.
Immediatamente molti dubbi si presentarono a tutti. Per prima cosa l'uomo sembrava analfabeta e soffriva di una malattia nervosa, analoga al ballo di San Vito, che Roger non ebbe mai. Si vedeva, inoltre, straordinariamente obeso, ma erano passati più di dieci anni ed il suo fisico aveva potuto cambiare. Non era ben sicuro di alcuni dati della famiglia. Ma tutto questo può accadere ad un naufrago che è trasportato da un mondo ad un altro e dopo abbandonato alla sua sorte in terre aspre e sconosciute.
Perché si faceva chiamare Tom Castro?
Lo spiegò: non voleva che l'umile mestiere che svolgeva danneggiasse gli illustri titoli della famiglia Tichborne.
Bisogna immaginare il momento in cui questo uomo singolare, arrivato da Waga Waga, da Melipilla e da un naufragio, attraversò i cancelli della casa signorile. Gli abitanti di Tichborne e di Alresford si erano riuniti per aspettarlo.
La storia solo cominciava. Vedremo che cosa riservava il destino all'uomo che appariva risorto.

Ercilla, num. 1794, 5.11.1969.


Il barone di Melipilla (II)

Era realmente Roger Charles Tichborne che entrava quello giorno al castello dei Tichborne o si trattava semplicemente di un impostore che pretendeva di soppiantarlo?
Lady Tichborne scese le scale per vederlo. Gli aprì le braccia: era suo figlio. Anche il maggiordomo nero che l'aveva allevato, lo riconobbe.
Ma la famiglia Arundell, sulla quale ricadrebbe la fortuna dei Tichborne se si provava che questo uomo mentiva, si rifiutò di riconoscerlo e prontamente gli fece causa.
Quando cominciò questa lite nessuno poteva supporre come sarebbe finita. Il reverberante scandalo trascinò con sé perfino esploratori come Richard Burton, il traduttore di
Le mille ed un notte, e molti sacerdoti jesuiti che parteciparono apertamente contro le pretese quell'uomo dallo strano aspetto.
Uno dei Tichborne, Everardo, era entrato nel noviziato della Compagnia di Gesù e la Chiesa condivideva l'eredità. Di lì che la polemica si trasformò anche in guerra religiosa nella quale intervenivano vescovi cattolici e dignitari protestanti, scagliandosi da entrambi i lati sassate per niente celestiali.

Per complicare più le cose il presunto erede dette risposte erronee o confuse alle domande degli investigatori. Da parte loro, i giudici, in quel lungo processo inquisitorio, non dimostravano maggiore interesse nel dargli ragione. Ma il barone di Melipilla non si abbattè mai e lo sconcerto della società inglese fu in aumento. La gente si precipitava alle udienze, nelle quali circolavano le bottiglie di sherry ed i biscotti sociali come se si trattasse di un grande picnic. L'ingrossata figura del pretendente, la sua aria esotica, il mistero che sembrava avvolgerlo e trascinarlo da lontane terre fino all'Australia e da lì a questa contesa campale, provocarono una curiosità disperata.
All'improvviso le lunghe mani dei contendenti arrivarono fino a Melipilla e fecero viaggiare molti testimoni che dalla distante città cilena arrivarono fino a Londra, convenientemente soddisfatti e custoditi, a testimoniare contro il pretendente.
Così viaggiarono dal Cile Don Pedro Pablo Toro, di Cuncumén, signora Mercedes Azocar, signora Lorenza Hurtado, titolare dell’emporio di Melipilla, Eudocia e Juana, le sue figlie. Viaggiò anche signora Francisca Ahumada che aveva tagliato un ricciolo del nostro barone; signora Teresa Hurtado Toro e Don José María Serrano. Nella stesso modo arrivarono a Londra, da Melipilla, la signora Manuela González, Don Pedro Castro, il giudice Don Vicente Vial e Don José Agustín Guzmán.

Tutti questi abitanti di Melipilla, con l'eccezione di Don Pedro Castro, testimoniarono contro l'uomo misterioso. Quanto denaro costò alla famiglia litigante portare questi cileni per i mari, in barche a vela, omaggiarli a Londra e restituirli alla loro Melipilla natale?
Un fatto grave accadde durante il processo. Un uomo di coscienza, il padre Meyrick, sacerdote che era stato professore di Roger Tichborne, sostenne con energia che quell'immenso uomo obeso era lo stesso che fu il suo discepolo nella scuola di Stonyhurst. Le sue parole che provocarono commozione, si sentirono con voce chiara nella sala della Corte: "Sento molto dirlo, ma niente potrà tirare fuori della mia coscienza che l'accusato è il vero sir Roger."
Pochi giorni dopo ed alla vigilie di essere chiamato nuovamente a testimoniare, padre Meyrick fu sequestrato e rinchiuso per sempre in un lontano e sconosciuto immobile della Compagnia di Gesù.
La società protestante esclamò furiosamente: "In che paese stiamo? Stiamo nell'Inquisizione ed in Spagna? Dove sta il reverendo padre Meyrick?."
La Corte respinse queste proteste e decise di non intervenire. La sorte dell'aspirante ad erede era già decisa. Fu condannato come impostore a quattordici anni di prigione ed i discendenti di lord Arundell, ridotti all'ultimo Tichborne, gesuita professo, vinsero la battaglia legale e ricevettero l'immensa fortuna. Il valoroso sacerdote Meyrick morì in seguito nella sua prigione.

Il processato, quattordici anni dopo, percorreva l'Inghilterra dando conferenze sui suoi diritti vulnerati e sull'ingiustizia della sua lunga condanna. La morte lo sorprese tentando di attrarre l'attenzione di un pubblico che a poco a poco andò disintegrandosi fino a disinteressarsi della sua causa.
Ma il misterioso caso del barone di Melipilla, polverosa città del Cile, continua a vivere. Morì nel naufragio della
Bella o fu salvato? Ed era questo e non un altro quell'uomo sfortunato che sulle pedane londinesi chiese inutilmente i suoi titoli ed eredità come undicesimo barone Tichborne?
Io sono un umile collezionista di enigmi. Questo tocca a voi risolverlo.

Ercilla, num. 1796, 19.11.1969.


Un inventore di stelle

Un uomo dormiva nella sua stanza di un hotel di Parigi alcuni anni fa. Come era un deciso nottambulo, non vi sorprenderete se vi racconto che erano le dodici del mattino e l'uomo continuava a dormire.
Ma dovette svegliarsi. La parete della sinistra cadde all'improvviso demolita. Quindi precipitò quella di fronte. Non si trattava di un bombardamento. Per i cedimenti appena aperti penetrarono operai con baffi e piccone in mano, quelli che dirigendosi al dormiente lo sgridarono:
-
Eh, léve-toi, bourgeois! Un bicchiere con noi!
Si stappava lo champagne. Entrò un sindaco, con banda tricolore al petto. Suonò una fanfara con gli accordi de
La Marsigliese.
Accadeva che nel luogo della camera da letto del dormiente si era prodotto il punto di unione di due tratti della ferrovia sotterranea di Parigi, in costruzione.
Dal momento in cui quell'uomo mi raccontò questa storia, decisi di essere il suo amico, o piuttosto, il suo adepto o il suo discepolo. La verità è che non volli perdermi niente di quello che gli accadeva nella sua vita. E siccome gli succedevano tante cose straordinarie, lo seguii attraverso vari paesi. Compresi in tempo che io dovevo stare vicino a quell'essere favoloso. Non solo dovevo conoscere gli strani avvenimenti che questo uomo incitava, ma incorporarli nella mia espressione, avviarli alla mia fantasia. Non potei farcela mai, come neanche lo ottenne Federico García Lorca che adottò la mia posizione davanti al fenomeno.

Precisamente eravamo seduti con Federico nella Cervecerí de Correos, vicino alla Cibeles, a Madrid, quando il dormiente di Parigi irruppe nella riunione. Benché simile a mappamondo di apparenza, arrivò disfatto.
- Che cosa accade all'amico? Che confusione lo mortifica? - Federico ed io prorompiamo che già lo amavamo teneramente, allarmati per la sua allarmante fisionomia.
Come sempre, gli era accaduto la cosa favolosa.
Sembra che si disporsi a riposare nel suo modesto, modestissimo nascondiglio di Madrid. A quell'ora, dopo avere percorso i caffè dell'urbe, volle riordinare le sue carte musicali. Perché dimenticai di dire che il nostro protagonista era un musicista magico. E che cosa accadde?
Ci raccontò, prima con reticenza e dopo con ampiezza, gli eventi di quella notte spettrale.
Un'automobile si era fermata alla porta. Sentì come salivano le scale e battevano alla porta. Sentì i passi che risuonavano nella stanza vicina. Ascoltò scricchiolare un letto sotto il peso di un nuovo abitante dell’hotel.
Lo spaventoso fu che ad una certa ora il viandante cominciò a russare. Al principio era un sussurro il suo russamento. Più tardi cominciò a scuotere l'ambiente. Dopo, gli armadi, le pareti si muovevano con l'impulso ritmico del gran russatore.
Il mio amico si disperò. Il suo vicino non era un uomo, bensì un animale. Era forse un cinghiale. E quando i suoi immensi russamenti si scatenarono come una cascata, non ebbe oramai nessun dubbio: si trattava del cinghiale cornuto.

Tardi più tardi continuò rischiando l'avventura. Non era un essere umano. Il suo strepito scuoteva le basiliche, ostruiva le strade, arrivava fino al mare. Che cosa poteva succedere con questo pericolo planetario, con questo cinghiale che minacciava la pace dell'Europa?
Ascoltavamo il mio amico ogni pomeriggio. Federico, Rafael Alberti, il poeta Altolaguirre, lo scultore Alberto, Fulgencio Díaz Pastor proveniente dall’Estremadura, Miguel Hernández di Orihuela. Tutti noi lo ricevevamo anelanti, lo congedavamo con ansietà. Che catastrofe si avvicinava?
Una volta arrivò col viso pieno della sua risata antica e globulare. Lo spaventoso problema era stato risoluto.
Era il tempo del
Graf Zeppelin. L'a nave tedesca trasvolava i continenti. Insieme vedemmo il gran salamone aereo attraversare sulle nostre teste il cielo di Madrid. Era imponderabile, maestoso e delicato.
Perché, secondo il nostro amico, in uno dei voli dell'aeronave si era potuto trasportare al cinghiale cornuto. L'unico spazio per lasciarlo cadere, nel globo terracqueo, scartato il deserto di Gobi, fu l'immensità della selva brasiliana. I grandi alberi lo avrebbero nutrito. Si berrebbe di una seduta l'Orinoco.
I preparativi furono meticolosi. Ingegneri ed esperti della Germania, gli stessi che avrebbero preparato più tardi la bomba V, si preoccuparono di calibrare, centralizzare e realizzare con esattezza la discesa dell'enorme bestia. L'operazione fu coronata con successo e lì rimase, nell'immensità della selva, rintronando la terra coi suoi terribili russamenti.

Delle molte favole con cui il mio amico ci affascinò durante la sua esistenza, questa era quella che più piaceva a Federico. Lo sentivo esplodere di risate, o con gli occhi chiusi per l'emozione.
Dopo la morte di Federico, l'affabulatore non tornò mai a raccontare la storia del cinghiale cornuto. Già neanche potrebbe raccontarla. È appena morto.
Il cileno geniale, il musicista gigantesco, il dilapidatore di ineguagliate storie, si chiamò nella vita Acario Cotapos. Per decisione del destino mi toccò parlare nel funerale di questo uomo non sotterrabile. Dissi di lui, solamente: "Oggi consegniamo alle ombre un essere risplendente che ci regalava una stella ogni giorno."

Ercilla, num. 1798, 3.12.1969.


Robert Frost e la prosa dei poeti

Qualcuno mi ha mandato un libro ben tradotto con la prosa di Robert Frost, ammirevole poeta.
Percorrendolo si rinnovò in una certa maniera un dialogo o discussione invisibile che ho sostenuto con me stesso per molto tempo.
Quella che sempre mi attrasse nella poesia di Frost fu la sua verità privata, la sua organizzazione naturale. Fu il poeta della conversazione. Raccontava e cantava ballate su esseri mai interamente reali, mai interamente immaginari.
Ricordo quel poema, circa un uomo di moltissimi anni, di un vecchio vicino al fuoco del suo camino e vicino alla sua morte già molto vicina:

Era una luce solo per sé stesso.
Seduto lì sa di che cosa si tratta;
una luce quieta, e dopo neppure questa luce.

Mi rimasero nella memoria i versi di "El que pisa las hojas" ed anche quelli di "La vaca en tiempo de manzanas". Insomma, un poeta campestre, di più al nord di Boston, del Vermont, di strade piene di fango e foglie cadute, un poeta con scarpe di viandante ed un dono trasparente di cantare, un poeta di quelli che mi piacciono.

Il libro di prosa di Robert Frost mi ha sorpreso. È un razionalista da biblioteca quadrata, un umanista. Ma anche col virtuosismo delle idee, di quelle idee sulla poesia e della metafora che non portano a niente. Pensai sempre che questo esame della poesia fatto per i poeti è cenere pura. Ebbene può essere bella schiuma cenerina, ma il vento la porterà via.
Forse mi piace, forse, che il critico si immischi e si dia da fare in quello che gli interessa, ed in quello che non lo riguarda. Per me lo spirito critico, quando si aguzza troppo arriva all'oscenità intellettuale, alla sfacciataggine sanguinante. Non sono le viscere del poeta quelle che rivela il pugnale analitico, bensì le proprie intimità viscerali di colui che impugnò l'arma.
La prosa di Robert Frost si mette per le strade della metafora e benché sia Frost per me un'eminenza, continuerò a credere impudica la rivelazione che ammazza quanto rivelato, per luminose che siano le parole ed insospettabile la condotta.
Comunque voglio che sia esplicita la mia adesione al poeta Frost nella sua poesia naturale e nella sua prosa mentale.
In quello che mi riguarda sono acerrimo nemico della mia propria prosa. Ma che cosa posso farci. Se parliamo in prosa dovremo anche scriverla. Juan Ramón Jiménez, quel povero gran poeta abbastanza consumato dall'invidia, sembra che dicesse qualche volta che io non saprei scrivere una lettera. In questo credo che non si sbagliasse.

Anche Robert Frost mi ha stupito per il suo vago liberalismo borghese. LO conobbi a New York, in congressi di lotta sociale, sua figlia, ragazza pacifista ed antimperialista. Pensai che tali cose venivano dal suo eccelso padre. Ma qui mi trovo che quando parla
della protesta nella poesia lo fa dal punto di vista della stabilizzazione.

Non mi piacciono le proteste. Ogni volta che si pubblicano scopro che le lascio di lato. Quello che mi piacciono sono i dolori, e mi piacciono con un profondo senso robinsoniano. Suppongo che non ha scopo domandare, ma si dovrebbe pensare che potrebbero gratificarci al punto di restringere le proteste alla prosa, se la prosa accetta l'imposizione, e lasciare la poesia in libertà di proseguire il suo cammino di lacrime.

Queste parole di Frost sono belle, ma piuttosto degne di un gran romantico vittoriano. Non starebbero male in lord Tennyson, il bardo di
In Memoriam, pura poesia e lacrima pura.
Io domando al gran poeta:
- Ma, Frost, chi accompagniamo col pianto? Quelli che muoiono o quelli che nascono? Non è avvolgere nello stesso sudario la vita e la morte?
Io sono l'uomo delle lacrime e delle proteste. Non posso destinare la prosa alla lotta e la poesia alla sofferenza. Mi sembra che possano avere lo stesso destino e lo stesso sussulto. A volte penso che
La Marsigliese è un'opera corale di poesia, ineguagliata nella sua bellezza. E penso anche a volte che la "Ode ad un usignolo", di Keats, o il canto a "un'urna greca" rimasero dall’impaglatore o nel British Museum.
Per fortuna Frost è più grande della sua prosa, più abbondante della sua analisi. E nonostante lui, o forse grazie a lui, circola per la sua poesia quell'antica nazione, spaziosa e libera, gli Stati Uniti di una volta, con le sue montagne benemerite, i suoi fiumi inesauribili e, quello che sembra essere scomparso, la sua capacità di bastare a sé sola senza insanguinare il mondo.

Ercilla, num. 1800, 17.12.1969.


Un anno all'interno

L'anno solennizza la sua morte, celebra il suo anniversario ed annuncia la sua nascita in un solo minuto. Ed è arrivato il 1970.
Un anno andò via con parenti ed amici che scomparvero, con pacchetti di fatti ed avvenimenti minimi, dimenticati molto presto, come quelli che si dimenticano nei treni o nei sogni.
Passai quasi tutto l'anno in Isla Negra. Dalla mattina il mare prende la sua fantastica forma di crescita. Sembra stare impastando un pane infinito. È bianca come farina la schiuma versata, spinta dal freddo lievito della profondità.
L'inverno è statico e nebbioso. Al suo incantesimo territoriale gli aggreghiamo ogni giorno il fuoco del camino. La solitudine delle sabbie nella spiaggia ci mostra sempre un mondo disabitato, come prima che esistessero abitanti o villeggianti nel mondo. Ma non si creda che io detesti le moltitudini estive. Appena si avvicina l'estate le ragazze si avvicinano al mare, uomini e bambini entrano in esso con precauzione ed escono saltando dal pericolo. Così consumano la danza millenaria dell'uomo di fronte al mare, forse il primo ballo degli esseri umani.
Nell'inverno le case di Isla Negra vivono avvolte dall'oscurità della notte. Solo la mia si accende. A volte credo che ci sia qualcuno nella casa di di fronte. Vedo una finestra illuminata. È solo un miraggio. Non c'è nessuno nella casa del capitano. È la luce della mia finestra che si riflette nella sua.

Tutti i giorni andai a scrivere all'angolo dei miei lavori. Non è facile arrivare lì, né rimanere in esso. Immediatamente c'è qualcosa che attrae ai miei due cani,
Panda e Chou-Tu. È una pelle di tigre di Bengala che serve da tappeto nella piccola stanza. Io la portai dalla Cina moltissimi anni fa. Gli sono caduti artigli e peli, segno di una certa minaccia di tarma che Matilde ed io temiamo.
Ai miei cani piace stendersi sul vecchio nemico e, come se fossero divenuti conquistatori da una contesa, si addormentano istantaneamente, estenuati dal combattimento. Difficilmente si può uscire di lì. Si stendono di traverso di fronte alla porta come per obbligarmi a proseguire il mio compito.
Continuamente accade qualcosa nella casa. Del telefono distante mandano un messaggio. Che cosa devono rispondere? Non ci sono. Quindi mandano un altro messaggio. Che cosa devono rispondere? Ci sono.
Non si sono. Ci sono. Ci sono. Non si sono. Questa è la vita di un poeta per i, qualer l'angolo remoto di Isla Negra cessò di essere remoto.
Mi domandano sempre, specialmente i giornalisti, che cosa opera sto scrivendo, che cosa sto facendo. Mi ha sorpreso sempre questa domanda per la superficialità. O forse non ho dato mai una buona risposta.
Perché la verità è che sto facendo sempre la stessa cosa. Non ho smesso mai di fare la stessa cosa. Poesia?
Nel fatto seppi molto dopo che stavo facendolo che quello che io scrivevo si chiamava poesia. Non ho avuto mai interesse nelle definizioni, nelle etichette. Mi annoiano a morte le discussioni estetiche. Non sminuisco coloro che le sostengono, ma mi sento lontano tanto all'avviso di nascita come al
post mortem della creazione letteraria. "Che niente dall’esterno arrivi a comandare in me", disse Walt Whitman. E l’uso libero della letteratura, con tutti i suoi meriti, non deve sostituirsi alla nuda creazione.
Cambiai quaderno varie volte nell'anno. Per di là vanno quei quaderni legati col filo verde della mia calligrafia. Riempii molti quaderni che si andarono facendo libri come se passassero da una metamorfosi ad un'altra, dall'immobilità al movimento, da larve a lucciole.
E così come questi libri si moltiplicarono, per eccessi soffrirono le scomuniche dell'Opus Dei e quelle del sinistrismo ultrasonico.
A me non preoccupano queste scomuniche anelanti. La mia poesia non vuole essere sensazionale, bensì sensibile. Ha struttura per rivelare e per riposare.

La candidatura venne come un tuono a tirarmi fuori dai miei lavori. Ritornai un'altra volta alla moltitudine.
La moltitudine umana è stata per me la lezione della mia vita. Posso arrivar ad essa con l'inerente timidezza del poeta, con la paura del timido, ma, una volta nel suo seno, mi sento trasfigurato. Sono parte dell'essenziale maggioranza, sono una foglia in più del gran albero umano.
Solitudine e moltitudine continueranno ad essere doveri elementari del poeta del nostro tempo. Nella solitudine la mia vita si arricchì con la battaglia dell'ondosità nel litorale cileno. Mi intrigarono e mi appassionarono gli acque combattenti ed i macigni combattuti, la moltiplicazione della vita oceanica, l'impeccabile formazione di "gli uccelli erranti", lo splendore della schiuma marina.
Ma imparai molto più dalla gran marea delle vite, della tenerezza che vidi in migliaia di occhi che mi guardarono contemporaneamente. Può questo messaggio non essere possibile per tutti i poeti, ma chi l'abbia sentito lo conserverà nel suo cuore, lo svilupperà nella sua opera. È indimenticabile questo contatto.
Ed è memorabile e straziante per il poeta avere incarnato per molti uomini, durante un minuto, la speranza.

Ercilla, num. 1802, 31.12.1969.


Nella notte di tutto il mondo
EN LA NOCHE DE TODO EL MUNDO. (Pagine 266-268.) /... / en un pobre autobús tambaleante /.../ a través de la península indochina (in un povero autobus barcollante /... / attraverso la penisola indocinese). Questo aneddoto è la continuazione dell'episodio che comincia "L'autobus usciva da Penang... ", narrato in "Las vidas del poeta", capitolo 5 (1962), e dopo raccolto in Confieso che he vivido, sezione 4, "La solitudine luminosa", capitolo "Immagini" della selva, in questo volume, pp. 480-484.

Più di trenta anni fa mi toccò arrivare da Saigón in un'automobile -
limousine nera - di suprema eleganza, simile ad una bara. Mi conduceva un impeccabile autista francese adornato da un’importante uniforme. Già nel centro della città, gli domandai:
- Quale è il migliore hotel della città?
- Il Grand Hotel - mi rispose.
- E quale è il peggiore? - continuai interrogandolo. Mi guardò sorpreso.
- Uno che conosco nel quartiere cinese. - mi disse - Con tutte le scomodità.
- Mi porti a quello - gli risposi.
Di cattivo aspetto cambiò rotta verso la città cinese e lì, di fronte ad una porta, lasciò cadere la mia polverosa valigia. La guardò dall'alto in basso, dimostrandomi il suo sdegno. Mi aveva preso, erroneamente, per un cavaliere.
Ciò nonostante, la stanza, benché scalcinata, era spaziosa e gradevole. C'era un letto coperto con una zanzariera, un tavolino. All'altro estremo si trovava una pedana di legno con un cuscino di porcellana.
- Per cosa è quello? - domandai al cameriere cinese.
- Per fumare oppio. - mi rispose - Ti porto una pipa?
- Per adesso no - gli risposi, per dargli qualche speranza di aumentare la sua clientela.
Stavo, dunque, nel cuore del quartiere cinese. Le città di Oriente, da Calcutta a Singapore, da Penang a Batavia, erano vaghi ed ufficiali quartieri europei dei colonizzatori, circondati da immensi quartieri cinesi, bancari, artigianali, da ogni moltitudine.

È un principio sacro per me, in ogni nuova città checal pesto, consegnarmi alle strade, ai mercati, ai luoghi impervi soleggiati od ombrosi, allo splendore della vita. Ma quella volta, troppo stanco, mi stesi sotto il velo della zanzariera protettiva e caddi addormentato.
Il viaggio era stato duro in un povero autobus barcollante che aveva scosso le mie ossa attraverso la penisola indocinese. Finalmente il carrozzone non volle continuare, si paralizzò in mezzo alla selva e lì, senza dormire, nell'oscurità straniera, mi raccolse un'automobile che passava. Accadde che si trattava della stessa automobile del governatore francese. Così si spiega il mio arrivo a Saigón in gloria e maestà.
In quello letto cinese io dormii infinitamente, perso nei sonni, affacciandomi alle sue finestre ai fiumi del sud, alla pioggia di Boroa, alle mie scarse ossessioni. All'improvviso mi svegliò una cannonata. Un odore di polvere da sparo filtrò dalla zanzariera. Suonò un'altra cannonata, ed un’altra ancora, diecimila detonazioni. Cornette, campanule, clacson, rintocchi, fanfare, ululati. Una rivoluzione? Il fine del mondo?
Era qualcosa di molto più semplice: era l'Anno Nuovo cinese.
Tonnellate di polvere da sparo assordavano ed accecavano. Uscii nella strada. I fuochi di artificio, i razzi ed i bengali rovesciavano stelle azzurre, gialle, amaranto. Quello che mi stupì fu una torre dalla quale cadevano cascate di fuoco multicolore, fino a che, schiarendosi, si scorse nell'altezza un acrobata che ballava circondato dal fuoco sferico di una gabbia accesa. L'acrobata si contorceva danzando nello scoppiettio a trentacinque metri di altezza.
Anni più tardi mi toccò camminare pericolosamente nella notte dell’Anno Nuovo per le strade di Napoli. Da ogni finestra, da ognuna delle finestre di ogni casa napoletana, germogliavano i fuochi d'artificio, i bengali ed i razzi. Che competenza senza pari nella pazzia fosforica! La cosa grave per me, passante perduto in quelle strade, fu che dopo ricostituito il silenzio e spente le esplosioni della luce, cominciarono a cadere intorno a me ogni tipo di oggetti indescrivibili. Tavoli zoppi, grandi libri e bottiglie, sgangherati sofà, cornici senza doratura con fotografie baffute, casseruole bucate. I napoletani gettano dal balcone le loro povertà dell'anno. Si staccano con allegria dalle cianfrusaglie inutili ed assumono in ogni resurrezione del tempo il dovere della pulizia senza concessioni.

Ma per vivere la Notte dell'Anno, il meglio è Valparaíso. Lo spettacolo è luminoso e navale. Tra i vascelli impavesati e illuminati, la piccola
Esmeralda è il veliero gioiello: i suoi alberi sono incroci di diamante e fanno bella figura nel collo celeste della notte festosa. Tutte le barche ci danno non solo quella notte l'esaltazione del fuoco, bensì alcune voci recondite: tutti le buccine di Nettuno, riservate per i pericoli dell'oceano, in quella notte si dispongono a russare con allegria.
Tuttavia, la meraviglia sono le colline che spengono ed infiammano il circostante illuminato, dando una replica di luce ed ombra all'entusiasmo dell'illuminazione marina. Commuove vedere questa pulsazione delle colline che rispondono con tutti i loro occhi al saluto dei vascelli.
L'abbraccio dell'Anno Nuovo a Valparaíso rimarrà indimenticabile. Anche lì, in qualche modo, bruciamo le nostre povertà ed a colpi di luce e fuoco aspettiamo pulitamente i giorni che verrenno.

Ercilla, num. 1804, 14.1.1970.


Ricordi del futuro

Bene, ci metteremo nella piena strada, alla contesa municipale. Ma che non mi si equivochi. Comincio col dire che i sindaci - tutti i sindaci - mi meritano il più sollecito rispetto. Benché non mi emozionino le gerarchie, quelle che mi lasciano freddo, io assumo coi sindaci e sindachesse la solidarietà delle loro preoccupazioni. Bisogna sistemare le cose e le case, cioè, le città. In modo che non voglio ferire, né col petalo di un copihue, al signore sindaco di Santiago.
Si tratta, naturalmente, della Casa Colorada.
La distruzione è una specialità delle tre Americhe. I nordamericani l'esercitano con singolare efficacia fuori del loro paese: il napalm dovrebbe essere incorporato alle strisce e stelle della bandiera del Nord.
Noi, americani del Sud, ci accaniamo distruggendo noi stessi, senza lesinare sforzi per estirpare la natura materna, né le reliquie dell'eredità culturale.
In questo noi cileni potremmo sedere in cattedra. Dobbiamo essere orgogliosi di moltissime cose e tra esse del titolo di distruttivi sistematici. I generali che continuarono ad ammazzare indios dopo conclamata la Repubblica, non si sono chiamati assassini, bensì pacificatori. I piromani delle più belle selve fredde dell'emisfero si chiamano, in Cile, agricoltori.

Questa città di Santiago aveva nomi tanto begli e saporiti che tintinnavano all'udito e potevano essere masticati. Ma intervenne la pedanteria ed il nome fragrante del viale Las Lilas fu sostituito da quello di Don Eliodoro Yáñez. Il nome meraviglioso della strada Maestranza fu cambiato in quello di Portogallo.
E così, strada per strada, i nomi di alberi, di fiori, di nobili mestieri, sono stati trasmigrati alla politica momentanea. Il nostro romantico glorioso Vicuña Mackenna difese i vecchi nomi delle nostre strade come se fossero gioielli nazionali. Da allora qui un vento municipale continua a cancellare con efficacia i diritti verbali della città.
Portare la Casa Colorada in un altro posto, che sproposito!
Gli yankee, nuovo ricchi, si portarono castelli dell'Europa, disarmati, mentre inondavano il mondo di Coca Cola.
Ed i fantasmi?
La Casa Colorada non ha solo una facciata splendente. Ha memoria, rumore di conversazioni che impregnarono le stanze e l'aria che lì si trattenne.
Quando bevevamo vino con fragole nel Black and White - ristorante intarsiato nella reliquia -, io ascoltavo le voci, le parole interrotte dei progenitori della patria, cospiratori di un'epoca patrizia.
Come li sistemerà il signore sindaco per dare un numero ai fantasmi e portarli da un'altra parte?
Perché non si tratta solo di piccozza e cemento. Si tratta del posto storico, di una delle nostre scarse culle patrie, delle stanze della storia.
Non possiamo concepire che per allargare le strade, per tanta che sia l'attuale maestà delle Chevrolet e della Mercedes Benz, debbano i veicoli passare domani sui nostri ricordi inerenti, che è come se dicessimo sul corpo della patria, già abbastanza mutilato.

Non sono arcaizzante, né voglio fare alcuna lite per il passato. Ma un paese, una nazione, un popolo, si determinano non solo dal movimento ascensionale, dalla velocità contemporanea. Una nazione è piena di occhi estinti, di parole che non si sentono, di sentimenti che arsero e si spensero. Tutto questo è una continuità. Quello che non la sente è come quello che sull'orlo di un fiume vede solo i suoi margini, senza raggiungere la remota origine della sua nascita.
Qualche volta si renderanno i loro nomi alle antiche strade e parchi.
Qualche volta si ostacolerà la distruzione continua del fogliame e della fragranza delle nostre città.
Ed io proclamo non questa preservazione a nome del passato, bensì del futuro.

Ercilla, num. 1806, 28.1.1970.


Libri e monumenti

Con la mia candidatura uscì un gorgoglio di informazioni superpolitiche e considerevoli. Come già smisi di essere candidato alla presidenza si sente il desiderio di dare alcune notizie della mia vita superletteraria, con gli avvenimenti editoriali e quello che mi accade qui e là nel terreno pubblico delle case editrici.
Questo lo faccio non per vanità pura, bensì per forza. Sono cosciente che se io non pubblico queste notizie, nessuno le pubblicherà. Io do ragione a quel nessuno, ma anch’io mi do ragione.

Gallimard ha pubblicato in Francia
Residencia en la tierra ed anche il mio Joaquín Murieta nella sua collezione teatrale.
Residencia en la tierra ha una lunga storia di viavai. Fu tradotta al francese da Alice Ahrweiler già più di quindici anni fa. Alice fu la gran traduttrice dei miei libri dai Veinte poemas fino al Canto general. Suo fratello Roland, morto nella guerra, fu il primo che tradusse la mia poesia nella lingua francese. Ma queste Residencias non arrivavano a pubblicarsi. Raggiungevano le case editrici, si firmavano contratti, e dopo diventavano invisibili. Roger Caillois le andava ad includere nella sua collezione La Croix du Sud. Ordinò di rivedere le intricate pagine e la revisionista non diede segni di vita durante vari anni. Già pareva essere corretto, manipolato da una lingua all’altra quel libro recalcitrante ed amaro, sarebbe già consegnata la nuova versione il prossimo mese. Fino a che si perse, si perse il manoscritto, cioè, il lavoro e passione di moltissimo tempo di Alice, ora Alice Gascar.
Perciò celebro che Guy Suarés sia entrato nella scena della mia poesia con un gran cuore impetuoso. Suo sono le versioni delle tre
Residencias che finalmente apparvero ora in Gallimard, di Parigi. Guy Suarés è l’animatore e direttore espansivo della Comedie de La Loire, centro di incontri culturali che da Tours illumina l'interno della Francia.
D'altra parte, annuncerò che il 2 aprile si inaugura a Milano, per il Piccolo Teatro, diretto per Paolo Grassi,
Splen-dore e morte de Joaquín Murieta. Edizioni e rappresentazioni del nostro bandito californiano si preparano in Germania (Luchterhand).
Mi invitano a Milano e benché la traduzione di Bodini all'italiano mi sembri delicata, vacillo nel fare la mia apparizione in quel teatro: ho paura: è deciso: non andrò in nessun modo.
Io scrissi quella cantata teatrale per i cileni, dedicato ai miei doveri nazionali, e la credo troppo locale ed interna affinché vada per il mondo. Perché portare la mia testa affinché me la rompano? Basta la testa di Murieta.

In Venezuela si pubblicò
La rosa del herbolario con un fiore, una foglia, un ramo per ogni poema, incise e dipinte dalle mani celestiali di Nena Zuloaga. Molto pochi vedranno questo libro in Cile, perché solamente si fecero cento esemplari.
E meno ancora vedranno i miei versi nella monumentale edizione di Londra, illustrata in
silk screen, dalle sorprendenti immagini di Katia Kohn. Dico che pochi la vedranno, perché l'edizione fu solo di quindici esemplari.
A New York uscì un libro grandissimo, il
Canto general con la traduzione da Ben Belitt, con illustrazioni di Siqueiros. Il libro è - mi dicono - vicino ad un metro quadrato. E come è? Non l'ho visto. Non sta nelle poste. Lo respingono le dogane. Supera le valigie.
Appare anche un disco coi
Veinte poemas in Madrid e questi stessi in una nuova traduzione di Marcenac, a Parigi.
Ed, inoltre, ha pubblicato a Torino, in spagnolo, il mio libro in prosa
La copa de sangre, stampato eccelsamente da Bianca Tallone. E lì un'altra volta Murieta, pubblicato da Einaudi. Ed a Madrid 350 esemplari di Sumario, dalla casa editrice AHR, libro in regalo che il magnifico signore Félix Brunatto ha stampato per il suo piacere personale.
Ed anche in questa soddisfacente dimensione menzionerò
Lord Cochrane de Chile, tradotto in inglese da Douglas Cochrane chi arrivò poco fa da Londra con questo mio poema nelle tasche. Appare in un'edizione con copertina bianca che volerà come colomba vicino al monumento dell'ammiraglio che porta da Londra anche Douglas Cochrane per lasciarlo nel cuore della città di Valdivia.

Ercilla, num. 1810, 25.2.1970.


Distruzioni in Cantalao
DESTRUCCIONES IN CANTALAO. (Pagine 273-275.) Así se llamaba un pueblo imaginario en uno de mis primeros libros (Così si chiamava un paese immaginario in uno dei miei primi libri). Neruda si riferisce a El habitante y su esperanza, edito nel 1916 e raccolto nel volume I di queste OCGC, pp. 215-235. - Escribí anteriormente allí casi todo mi nuevo libro de poesía /.../ (Scrissi anteriormente lì quasi tutto il mio nuovo libro di poesia). Questa volta si riferisce a La espada encendida che Losada pubblicherà alcuni mesi più tardi.

Durante lunghi anni condivisi la mia vita col mare. Non fui navigatore, bensì osservatore intransigente delle alternative dell'oceano. Mi appassionarono le onde in sé stesse, mi atterrirono e mi entusiasmarono i volenterosi maremoti e mareggiate dell'oceano cileno. Diventai esperto in cetacei, in conchiglie, in maree, in zoofiti, in meduse, in pesci di tutta la specie marine. Ammirai la tridacna gigas, ostrica divoraratrice, e raccolsi in California gli
spondylus, gotici ed innevati, o l'orecchio di mare che ha tutto l'arcobaleno nella sua conchiglia di madreperla. Per lungo tempo vissi vicino al mare in Ceylon, e tirai fuori coi pescatori gli elementi marini più strani e fosforescenti. Infine, venni a vivere nella costa della mia patria, di fronte alle grandi schiume di Isla Negra. Qui gli inverni trascorrono con un spazio popolato fino all'infinito dal ferreo mare e dalle nuvole che lo coprono.
Il mare mi sembrò più pulito della terra. Non vediamo in lui i crimini diabolici delle grandi città, né la preparazione del genocidio. Sul bordo del mare non arriva lo
smog pustoloso, né si accumula la cenere delle sigarette defunte. Il mondo si ossigena vicino all'igiene azzurra delle onde.
Di avere goduto tanto del riposo e del lavoro nella solitudine marina, mi entrò un vago rimorso. Ed i miei compagni? I miei amici o nemici scrittori? Avranno essi questo lusso creativo di lavorare e riposare di fronte all'oceano?

Perciò, quando vicino ad Isla Negra si misero in vendita alcuni terreni costieri, io prenotai forse il più bello per fondare su di esso una colonia di scrittori. Lo feci pagando per anni col mio lavoro di fronte al mare, pensando di restituire così con questa opera qualcosa di quello che devo all'intemperia marina.
Battezzai questo territorio letterario col nome di Cantalao. Così si chiamava un paese immaginario in uno dei miei primi libri. E questo stesso anno, nel 1970, ho finito di pagare le quote dell'esigenza, non senza prima di aver perduto del terreno per delimitazioni difettose. In questioni di limiti perde sempre la poesia.
Prima di consegnare la fondazione agli scrittori, costruii una capanna col doppio oggetto di conservare i materiali, chiodi, tavole, cemento, e rifugiarmi lì di quando in quando. La feci di tronchi solidi e di finestre fragili, finestre di vecchie chiese. Alcune di esse avevano vetri verdi, rossi ed azzurri, con stelle e croci. Di una sola stanza, sprovvista ancora di acqua ed illuminazione, questa capanna risalta sulla scogliera. Verso il nord la sua vicina è l'imponente massa rocciosa di Punta de Tralca che significa Punta del Tuono nella lingua araucana. Le onde si alzano lì fino a cento metri di altezza quando battono e cantano prodotte dalla tempesta.

Questa mattina andai a lasciare un’ancora appena comprata nel porto di San Antonio. Con serie difficoltà e con l'aiuto di un trattore potei depositarla in un'altura del terreno. Nessuna fondazione che un’ancora. Ogni fondazione deve essere preceduta così. Per lo meno, nella costa, una costruzione non dovrebbe cominciare con la prima pietra, bensì con la prima ancora.
Sparì il trattore, andarono via i trattoristi. Rimasi solo ed aprii le porte della capanna. Era da due mesi che non entravo in essa.
Scrissi lì davati quasi tutto il mio nuovo libro di poesia, un poema lungo e tempestuoso che non consegno ancora alle stampe. L'ultima volta annotai con un sorriso, certamente amaro, che la capanna era stata invasa. Siccome ci non fu mai quasi niente in essa, molto poco poterono portarsi via i ladri. Ebbi in meno una vecchia amaca rotta, due bicchieri e tre libri, gli unici che lì possedevo. Uno di essi erano i racconti e poemi di Melville. Altro un libro di poesia inglese nella cui prima pagina scrissi un poema che ora leggeranno solo i ladri. Il terzo era uno dei miei tesori: il piccolissimo libro, l'edizione aldina di Shakespeare, edita nel 1897, a Londra, che comprai a Colombo nel 1930. Addio libri compagni di tanti anni.

Ma la mia visita di oggi fu più tribulatoria. Nuovi vandali avevano approfittato dei battenti chiusi male per rompere i vetri. Con grande sforzo introdussero cunei o punzoni per rompere i vecchi e nobili finestroni. Frammenti azzurri, verdi, rossi, tappezzavano il suolo. Sparsi sul piano sembravano essere il ritratto parlante dei predatori. Vetri tagliati, crudeli e sanguinanti, occhi dall'aggressività inutile, dita mozzate, visi rotti dalla malvagità.
E sappiate che si tratta di una capanna anonima, fino ad ora senza padrone, senza abitanti, in attesa di coloro che la popoleranno domani coi loro lavori ed i loro sonni.
Forse non arriverò a conoscere i creatori che vivano lì domani.
E forse alcuni dei sofisticati distruttori disse, ricordando: "Cantalao... Cantalao... Mi suona questo nome. Non è quel posto dove io feci le mie prime prove rubando libri e rompendo finestre destinate all'allegria della luce?."

Ercilla, num. 1812, 11.3.1970.


Un libro di sette colori

Due libri ho ricevuto da Elsa Triolet, quasi contemporaneamente. Un romanzo:
El ruiseñor se calla al amanecer. El otro es La mise en mots.
Non so come tradurre questo titolo. L'accomodamento, la presentazione delle parole? È qualcosa di più di quello questo libro. È il processo intimo, l'ordinamento del pensiero scritto. È il dramma dello scrittore, la fortuna dello scrittore. È il dramma e la fortuna di Elsa Triolet, scrittrice bilingue, russa e francese, scrittrice in carne ed ossa, con l'anima divisa in due lingue, in due patrie. "Essere bilingue è essere bigama", confessa Elsa Triolet. La portentosa Elsa: chiaroveggente, dagli occhi incomparabili, che le vengono dell'est e più tardi educati nella luce della Francia.
Ma il libro delle parole, stampato da Skira, non è solo testualmente sorprendente, ma editorialmente magico: è bianco, come una colomba bianca; è liscio, come un corpo di marmo, e vola, come una farfalla di sette colori. Vola con le parole di Elsa Triolet, vola contro il tempo, con ali dure, impeccabili e durevoli.
«Si capisce, mi sono sbagliato spesso nella vita. O piuttosto, non mi sbagliai, ma mi ingannarono. Accecata dal sole della fiducia, non vedevo più che il fuoco, il sole. Ma quello non fece mai parte dei miei scritti. Mi attenni a quello che potevo palpare. Sono andata con le mani tese come una cieca tentando di riconoscere la mia strada», dice l'autrice.
In questo libro si incrociano le insistenze vitali di Elsa, il suo esame portato con la maggiore rettitudine verso la sua propria condizione, fino alle pitture di Francis Bacon, di Paul Klee. All'improvviso un cielo di Nicolás di Staël, con tutti gli azzurri dell'azzurro, porta un Brasile luminoso alle sue pagine, come un frammento di Piero diedi Cosimo o di El Greco apportano il sussurro magico delle età.

Invidio i begli libri e questo è uno di essi che mi piacerebbe per me, affinché le mie dita possano toccare la mia propria poesia.
Per i nostri luoghi perduti, per il nostro gran sobborgo americano, non circolano come dovessero i libri che fanno l'opera lunga e bella da Elsa Triolet. Questo non riguarda solo gli editori: il rimprovero va verso il silenzio delle nostre riviste, con solo spazio per passeggere mode. Da
Bonsoir, Térèse, proseguendo col Caballo blanco y royo, passando per le Rosas a crédito, il Luna Park, la Cita con los exstranjeros, Elsa Triolet è una stele energica di riflessione ed emozione: nel cielo della Francia, una Via Lattea di scintillanti stelle. Tanto peggio per noi se non la conosciamo.
Patrocinatrice della vita di Mayakovski, è anche patrocinatrice della sua eredità, non solo della sua poesia, bensì dei suoi amori, della sua verità. Nessuno come lei ci ha rivelato la turbolenta intimità del gran poeta della Rivoluzione, e nessuno ha avuto parole più giuste e taglienti di lei quando gli impostori, anche ora, hanno preteso di ferire chi più amò il poeta. Sembrerebbe che la proiezione mayakovskiana, la sua scossa poetica integrale, sarebbe bastata per far tacere per sempre agli invidiosi. Ma l'invidia acquisisce forze inumane. Dobbiamo ringraziare Elsa per la sua valorosa posizione giustiziera.
Elsa Triolet è ancora un po' di più. Aragon sostiene che Elsa, sua moglie, rese possibile per lui allontanarsi dalle sue chimere, degli impedimenti che sopportava, delle ragioni negative che lo perseguivano. Ella, dice Aragon, mi restituì il valore di essere e, ancora più, la forza di arrivare ad essere.
Molte volte mi accadde di veder vivere o di vivenre con Aragon. È naturale che l'intelligenza creativa, la sottigliezza e l'allegria, la passione e la verità, ci lascino sempre una lezione. A me, per lo meno, fanno riconoscere le mie proprie ed esasperanti limitazioni.

Ma quello che più ammirai in questa coppia di lavoratori fu il lavoro. Il lavoro costante, appassionato, ininterrotto, fecondo, illimitato, inesauribile, come se tirassero fuori forze dalla loro propria funzione. Il lavoro come il più grande dovere dell'amore e della coscienza.
Il grande poeta Reverdy, poco prima di morire, parlandomi dei principi di un'altra coppia illustre di scrittori, Sartre e Simone de Beauvoir, mi raccontava come li vedeva entrare, ignorati allora, al caffè dei Deux Magots. Ognuno portava un rotolo di carta bianca sotto il braccio, mi dicevo. Ognuno usciva con un rotolo di carta nera di inchiostro sotto il braccio, dopo alcune ore.
Tantp Aragon come Elsa Triolet ci hanno dato in carta nera di inchiostro abbagliante poesia, speranza nei giorni più ostili, fiducia nel destino dell'uomo.
Si dispiace in questo libro Elsa Triolet di non potere dire più di quello che è possibile dire con le parole. Tuttavia, ella ha caricato le parole con un'avventura infinitamente espressiva. Questa donna bilingue ha parlato per tutte le latitudini, per tutti gli esseri.

Ercilla, num. 1814, 25.3.1970.


Le case perdute
LAS CASAS PERDIDAS. (Pagine 278-280.) Anduvimos con Matilde la callejuela /…/ (Camminammo con Matilde per la stradina). Quello accadde nel 1957.

Mi spaventano le case che io abitai: hanno aperti i loro tempi di scadenza: amano inghiottire uno e sommergerlo nelle loro stanze, nei suoi ricordi. Io abitai tante case nella mia vita e tutte le ricordo teneramente. Non potrei enumerarle e non potrebbe tornare ad abitarle perché non mi piacciono le resurrezioni. Lo spazio, il tempo, la vita e l’oblio, non invadono solo con ragnatele le case e gli angoli, ma lavorano accumulando quello che si sostenne in certe stanze: amori, malattie, miserie e discorsi che non si convincono del loro stato: vogliono ancora esistere.
Non ci sono fantasmi più terribili di quelli degli antichi giardini. Verlaine ha un poema saturniano che incomincia "Dans le vieux partc solitaire et glacé...." Lì due fantasmi sono stati condannati a visitare i suoi propri giardini ed il passato risorto li cerca per ammazzarli di nuovo.
Non voglio vedere gli alberi che mi conobbero. Non crebbero solo alcuni anni con la mia crescita, ma crebbero da soli dopo, perché nessun albero ha bisogno indispensabilmente di un uomo. Bastano loro la terra, l'acqua, le nuvole e la luna. Uno è di più, è estraneo alla sua atmosfera, agli anelli della sua morfologia, al suo spazio vitale di foglie e radici.
Tuttavia, quelle radici e quei rami vogliono continuare a crescere nell'anima di uno. Perciò è perduto quello che ritorna ai vecchi giardini abbandonati.

Solo una volta volli ritornare in una casa in cui vissi. Fu dopo lunghi anni, nell'isola di Ceylon.
È che la casa in cui mi ero perduto. Sapevo il nome del quartiere: Wellawatta, un sobborgo tra la città di Colombo e Mount Lavinia. Lì, in piena costa reverberante, aveva affittato un povero
bungalow. Di fronte a me gli scogli di corallo, nei quali si schiantava la fosforescenza marina. Le barche conoscevano le strade e canali che dovevano attraversare per sorpassare i fioriti scogli bianchi. La schiuma esplodeva nel vicino orizzonte azzurro.
Forse in quella casa, solitaria come nessun’altra, ebbi più tempo io di conoscermi. Mi salutava appena alzato e durante il giorno mi faceva numerose interrogazioni. Ebbi con sicurezza un'intimità con me stesso che poche volte ho raggiunto. Mi aiutarono in quella comprensione i grandi movimenti dell'oceano torrido, le scosse del tifone che faceva staccare i cocchi dalle palme con un strepito di bombardamento verde. E questo conoscermi e riconoscermi, questo lungo raccoglimento, con vento, frutti e mare, è contenuto nel mio piccolo libro
Residencia en la tierra, dizionario tormentato delle mie indagini personali.
La verità è che lì vissi nella più esagerata povertà: quella di console di elezione con US$ 166,66 che non mi arrivavano mai.
Un console con fame non è di moda. Tra gente vestita di etichetta non si può dire: "un sandwich, per favore, che svengo." Perciò sorrido quando mi chiamano diplomatico nelle cronologie. In alcune, per esempio, nella rivista Esquire, mi suppongono antico ambasciatore. Gli ambasciatori, come ho capito, hanno l'alimentazione assicurata e qualcosa più. Io fui solo un console perduto nelle sue povertà.

Trovai la strada. Non avevo un nome, bensì un numero antiromantico: 42th Lane. Forse per quel motivo l'avevo dimenticato. Camminammo con Matilde per la stradina, la stessa che quaranta anni prima mi portava ogni giorno verso la città di Colombo.
Strano: tutte le case erano simili, piccole costruzioni di uno o due stanze e quel giardino locale dei tropici che si vergogna per la sua piccolezza di fronte al giardino generale, di colore e splendore.
E più strano ancora: al giorno dopo avrebbero demolito la casa, la mia casa.
Così, dunque, quelle stanze mi avevano seguito governando senza che io lo sapessi. Mi avevano dato appuntamento e senza saperlo io accorrevo puntualmente all'ultimo giorno della loro vita.
Entrai: la piccola sala e dopo quella stretta camera da letto in che ebbi solo una branda di campagna per tanti anni della mia residenza nella terra. Dopo, forse, in fondo, l'ombra di Brampy, il mio servitore, e quella di
Kiria, la mia mangusta.
Uscii con impeto dai ricordi verso il sole, verso la vita.
La mia esperienza era stata mortale. Era caduto nella trappola che mi tese la casa in cui vissi, la casa che voleva morire. Perché mi aveva chiamato?
Questi temi rimarranno nel mistero finché esistono le case e gli uomini.

Ercilla, num. 1816, 8.4.1970.


Manuale dell'autunno
MANUAL DEL OTOÑO. (Pagine 280-282.) Otoñal, otoñista, otoñez, otoñasilabos: varianti dell'otonabundo già inventato in Estravagario (1958) che col sillonario del quarto paragrafo chiudono più o meno la serie di neologismi ludici o disinvolti che attraversano queste "Riflessioni da Isla Negra".

Mi classificarono sempre come poeta politico, con buone e cattive intenzioni, ma la verità è quella con cui io stesso mi definii: poeta
otoñabundo. Questa parola ha causato difficoltà ai miei traduttori. Vogliono sapere di che cosa si tratta. E con ragione.
Chiaro è che si tratta dell'autunno. Ma non mi vengono con storie: non sono
otoñal, bensì otoñista. Nella sfera dell'autunno può mietersi a piene mani aroma e colore: aromi gialli, colori che cadono nella buona terra.
L'autunno ha quello spazio prediletto e dorato in che si accomodarono sempre i miei sogni, ed al quale si abituarono i miei viaggi.
L'
otoñal è statico, improduttivo e sillonario, con un milione di pomeriggi seduti. L' otoñal ha finestre fino alle quali arriva pestando un tappeto spesso, tessuto con la grossa lana dei suoi ricordi.

Io sono differente:
otoñabundo di vocazione. E questo vuole dire viaggiare e trasmigrare, paragonare e stabilire le distinte qualità, il fulgore e l'estensione degli autunni. Questa stagione è una stoviglia, a volte ferrea e metallica, altre volte ha una creta delicata, trasparenza fuggitiva, guancia d’oro.
Per quel motivo l'
otoñabundo non rimane nella sua finestra, non ha permanenza nella sua poltrona, ma si esalta alla migliore otoñez, e dedica all'autunno il suo migliore otoñasílabos.
Non è solo un collezionista appassionato e transumante, ma raccoglierà ogni medaglia caduta nel suolo, ogni piuma dell'uccello dell'autunno e tremerà col suo colore ed il suo odore, col suo regalo fragile.
Forse i peggiori anni della mia vita furono quelli in cui mi vidi obbligato a convivere con un'estate perenne che mi fucilava con fuoco di sole ogni giorno. Furono i miei anni indiani, cingalesi, indonesiani.
Lì conobbi l'intrepidezza della stagione che perdura come inchiodata strepitosamente al cielo, senza che si raffreddino i legni, senza che si colorino i metalli celesti. Anche la pioggia che inzuppò la mia infanzia era lì calda ed il ventaccio dei monsoni ululava e strideva sul soffitto della mia casa come liberandosi da un braciere ad un altro, con una freschezza solamente passeggera che piangeva strisciando sulle palme della spiaggia.
Per fortuna passai senza lasciare la pelle in quelli climi in cui il calendario si attacca alle sue proprie foglie, come se non ci fosse spazio per altre stazioni e riposasse la mia anima.
Sentii nostalgia dei grandi autunni che dopo perseguii con impegno. L'autunno siberiano, monumentale, con le sue betulle incendiate: il giallo folgorante di distribuiva attorno ai tronchi d’argento, ed un'aria spaziosa che va e viene sulle planetarie praterie. L'autunno del lago Petrohué, lago dagli occhi celesti, circondato dall'arrossato tesoro dei boschi australi della mia patria, da foglie crespe che da un verde bronzo si trasformarono passando per l'ocra, per la porpora, fino ad arrivare ad una palpitazione corallo di selvaggio carminio.

Ma negli ultimi anni sono rimasto con l'autunno del mare, autunno con odore di ostriche, in cui il cielo prende il colore di una nuova unità costruita d’accordo con l'oceano inquieto.
Gli uccelli dell'autunno marino volano in altro modo, come grandi e pesanti foglie che vanno sempre in un altro posto, ad installare l'autunno in un'altra parte.
L'autunno del mare non ha fogliame. La sua unica macchia gialla è la luminosa luna d’oltremare, luna lavorata come una palla di rame, bagnata dal movimento marino.
L'
otoñabundo che io sono è più attivo nella sua stazione preferita, il suo cuore si sente più a suo agio, ha più estensione per i suoi battiti. C'è qualcosa di desertico di cui ha bisogno la poesia, una solitudine critica perché un'epoca si chiude ed una stagione si apre, con frutti differenti, colora appena arrivati, colombe e poemi che cadono dall'altezza.
I doveri del poeta
otoñabundo sono infinitamente obbligatori ed appassionati: deve cambiare foglia e decidere di continuare a dare nuovi grappoli.

Ercilla, num. 1818, 22.4.1970.




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