Pablo Neruda e Insetti


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Navigazioni e ritorni (1959) - 1^ parte

1959 - NAVIGAZIONI E RITORNI

1959 - NAVIGAZIONI E RITORNI

Prologo

Ai miei obblighi

Compiendo il mio mestiere
pietra con pietra, penna a penna,
passa l’inverno e lascia
luoghi abbandonati,
abitazioni morte:
io lavoro e lavoro,
devo sostituire
tante dimenticanze,
riempire di pane le tenebre,
fondare di nuovo la speranza.

Non è per me altro che la polvere,
la pioggia crudele della stagione,
non mi riservo niente
ma tutto lo spazio
e lì lavorare, lavorare,
manifestare la primavera.

A tutti devo dar qualcosa
ogni settimana e ogni giorno,
un regalo di colore azzurro,
un petalo freddo del bosco,
e già di mattina sono vivo
mentre gli altri si immergono
nella pigrizia, nell’amore,
e sto pulendo la mia campana,
il mio cuore, i miei utensili.

Ho rugiada per tutti.

ODE ALL’ANCORA

Stava lì, un pesante
frammento fuggitivo,
quando morì la nave
la gettarono
lì, sopra la sabbia,
essa non ha morte:
polvere di sale sul suo scheletro,
tempo nella croce della sua speranza,
si stava ossidando come il ferro di cavallo
lontano del suo cavallo,
cadde l’oblio sulla sua sovranità.

La bontà di un amico
la alzò dalla perduta sabbia
e credette all’improvviso
che il tremore di una nave
la aspettasse,
che catene sonore
la aspettassero
e un’onda infinta,
al tuono dei mari ritornasse.

Un tempo si fermò alla luce di Antofagasta,
essa andava per i mari ma ferita,
non era legata alla prua,
non scivolava per l’acqua amara.
Andava, ferita e addormentata
passeggera,
andava verso il Sud, errante
ma morta,
non usciva il suo sangue,
il suo flusso,
non palpitava al bacio dell’abisso.

E infine a San Antonio
cadde, salì colline,
viaggiò un camion con lei,
era nel mese di ottobre, e orgogliosa
passò senza immergersi
il fiume,
il regno della primavera,
il portentoso aroma
che si adatta alla costa,
come la rete sottile della fragranza,
come il vestito chiaro della vita.
Nel mio giardino riposa
dalle navigazioni
davanti allo sterminato oceano
che tagliò come spada,
e a poco a poco i rampicanti
porteranno la loro freschezza
per le braccia di ferro,
e qualche volta fioriranno garofani
sul suo sonno terrestre,
perché arrivò per dormire
e ora non posso restituirla al mare.

Ora non navigherà nessuna nave.

Ma ancorerà nei miei duri sogni.

A LUOIS ARAGON

1

Aragon, permettimi di darti alcuni fiori del Cile,
alcune foglie coperte di rugiada selvaggia,
alcune radici inaspettatamente cieche.
Andando nella luminosa cordigliere dell’Ovest
e allo scatenato materiale dell’oceano
c’è, là lontano, una terra terribile,
calda come la pelle palpitante del puma.
Lì ogni mattina saluto la solitudine.
Le pietre aspettarono migliaia di secoli sole
e non una sola mano le toccò per ferirle,
allora esse sole alzarono la loro struttura,
esse edificarono i loro castelli amari.
Ma la luce marina aprì gli occhi
lì, e nelle nude
solitudini
un fiore e un altro fiore in questo mese di ottobre:
l’azzurro oceanico arde sopra le pietre.

2

Da quella solitaria primavera,
poeta, fratello dalla testa pallida,
con rispetto e amore, ti porto una corona.
Guarda il fiore del cactus elettrico e la spina
dell’agave, chiesa della sabbia,
guarda i quattro petali del trifoglio procellario,
il sole abbandonato del garofano,
la goccia di acqua e sangue del
copihue,
l’acacia errante vicina alla schiuma.
Tutto sotto la cappa
del cielo lento e lungo come un fiume.
Non c’è nessuno lì: i passi che ascoltaste
sono i passi del mare, dei suoi cavalli.

3

Tutto questo per la tua nobile fronte generosa.
Questi fiori lontani per te, distante.
Queste spine per la tua battaglia.
Queste gocce di oceano per l’acqua
del tuo sguardo, chiaro come nessuno.
Questa amicizia per il tuo cuore di cristallo
Queste mani per le tue mani, oh solitario unico,
accompagnato da tutte le mani del passato
e tutto il pane che l’uomo impasterà stamani.
Queste parole per te, proprietario,
castellano, signore
di tutte le parole, dei colori d’argento,
quelli che si rovesciarono come asfalto bruciante
sopra i nemici della bontà, le parole
fatte di frumento, spade, quarzo di Francia, vino,
ragione, valore, querce,
parole che cantarono come soltanto tu canti,
parole con ombra e miele, parole pure
che all’improvviso minacciano, si sbagliano, si perdono,
dirette si dirigono come frecce
al tempo invisibile, alla primavera nascosta,
portando le semenza attraverso la nebbia.

4

Capitano dell’amore, dove andavi,
rovo errante, il fuoco
di alcuni occhi
della moglie amata,
beneamata,
cadde sopra il tuo viso
e ti concesse i suoi doni,
e in te fiorisce e si apre questo sguardo,
in piena moltitudine, in pace e in guerra.
Sei vestito
di mare, di fiore selvaggio,
di onda profonda
o di celeste aurora,
sei il fidanzato con
una lettera sopra il cuore,
con una iniziale sempre pulsante
nella tua nave.
Fedeltà si chiama
la tua nave,
fedeltà feconda,
amore come un granaio,
dolcezza lacerante
e insegnamento,
perché sei l’antico, antico, antico
innamorato dei guanti puri,
la fiamma
del cavaliere
errante
che attraverso la guerra,
le onde,
l’aspro rancore,
le vittorie,
il vento crudele, il giorno
amaro,
conduce nella sua mano di acciaio
contro la tempesta soltanto una rosa.

5

Fratello separato da tante terre e acque,
dalla confusione e dall’intelligenza,
incontriamoci adesso, già distante,
dalla Spagna, nel suo bicchiere di alloro e ceneri,
e sebbene passino gli anni come api
con dolori e lotte che si estinguono e si chiariscono,
anno dopo anno, qui stiamo, nella prua
del tempo,
del tempo che tu canti, che tu vaticinasti.
Non soltanto la ragione, non soltanto l’amore esteso
fino ai popoli vivi, i popoli gialli,
bianchi, neri, del Sud, dell’Est, dell’Ovest,
ci chiedono ogni giorni i doveri del canto.
E tu, esile come le spade,
conosci il tuo dovere del mezzogiorno,
e la minaccia nulla può con te:
l’incertezza non divora la tua chiarezza sacra
perché sei parte pura dell’aurora.

6

Questo occhi della lontana Araucania,
questi fiori nati in un silenzio appena
interrotto dal mare traboccante,
sono per te. Aragon, per te, fratello.
Lì li raccolsi, nella mia patria,
e da tanta solitudine li porto
per te e per tutto quello che canti.

ODE ALLE ALI DI SETTEMBRE

Ho visto entrare in tutti i tetti
le code a forbice del cielo:
vanno e vengono e portano trasparenza:
nessuno rimarrà senza rondini.

Qui era tutto
vestito, l’aria spessa
come coperta e un vapore di sale
ci inzuppò l’autunno
e ci rannicchiò contro la legna.

È sulla costa di Valparaíso,
verso il sud della Planta Ballenera:
lì tutto l’inverno si manteneva
stabile con il suo cielo amaro.

Finché oggi nell’uscire
volava il volo,
non fermai menti all’inizio, camminai
ancora intorpidito, con dolore di freddo,
è lì stava volando,
lì ritornava
la primavera a dividere il cielo.

Rondini di agosto e della costa,
taglianti, scattate
nel primo azzurro,
saette dell’aroma:
improvvisamente respirai le acrobazie
e compresi che quella
era la luce che tornava alla terra,
la prodezza del polline nel volo,
e la velocità tornò al mio sangue.
Tornai ad essere pietra della primavera.

Buon giorno, signore rondini
o signorine o ali o code a forbice,
buon giorno al volo del cielo
che ritornò al mio tetto:
ho compreso alla fine
che i primi fiori
sono piume di settembre.

ODE ALLE ACQUE DEL PORTO

Niente del mare galleggia nei porti
bensì casse rotte,
derelitti cappelli
e frutta marcia.
Dall’alto
i grandi uccelli neri
immobili, aspettano.
Il mare si è rassegnato
all’immondizia,
le impronte digitali dell’olio
rimasero impresse nell’acqua
come
se qualcuno avesse camminato
sopra le onde
con piedi oleaginosi,
la schiuma
si dimenticò della sua origine:
e non è zuppa di dea
né sapone di Afrodite,
è la riva in lutto
di una cucina
con galleggianti, oscuri,
sconfitti cavolfiori.

Gli alti uccelli neri
dalle sottili
ali come pugnali
aspettano
nell’altezza,
lenti, e senza volo,
fissati
a una nube,
indipendenti
e segreti
come
liturgiche forbici,
e il mare che si dimenticò della sua marina,
lo spazio dell’acqua
che disertò
e si fece
porto,
continua solennemente esaminato
da un comitato freddo
di ali nere
che vola senza volare,
fissato al cielo
blindato, indifferente,
mentre l’acqua sporca oscilla
l’eredità vile caduta dalle navi.

L’IMBARCAZIONE

Ma se paghiamo i nostri passaggi in questo mondo
perché, perché non ci fanno sedere e mangiare?
Vogliamo guardare le nubi,
vogliamo prendere il sole e odorare il sale,
francamente non si tratta di molestare nessuno,
è tanto semplice: siamo passeggeri.

Tutti stiamo passando e il tempo con noi:
passa il mare, si congeda la rosa,
passa la terra per l’ombra e per la luce,
e voi e noi passiamo, passeggeri.

Allora, che succede?
Perché sono tanto furiosi?
Chi stanno cercando con il revolver?

Noi non sappiamo
che tutto lo tiene occupato,
i bicchieri, i posti a sedere,
i letti, gli specchi,
il mare, il vino, il cielo.

Adesso risulta
che non abbiamo tavolo.
Non può essere, pensiamo.
Non possono convincerci.
Era scuro quando arrivammo all’imbarcazione.
Eravamo nudi.
Tutti arrivavamo dal medesimo posto.
Tutti veniamo da donne e da uomini.
Tutti avevamo fame e pronti denti.
A tutti noi crebbero le mani e gli occhi
per lavorare e desiderare quello che esiste.

E adesso ci escono che non possiamo,
che non c’è posto sull’imbarcazione,
non vogliono salutarci,
non vogliono prendersi gioco con noi.

Perché tanti vantaggi per loro?
Chi gli dette il cucchiaio quando non erano nati?

Qui non sono contenti,
così non vanno le cose.

Non mi piace nel viaggio
trovare, negli angoli, la tristezza,
gli occhi senza amore o la bocca affamata.

Non ho vestiti per questo crescente autunno
e meno, meno, meno per il prossimo inverno.
E senza scarpe come andiamo a fare il giro
del mondo, a tanta pietra nelle strade?
Senza tavolo dove andiamo a mangiare,
dove ci faranno sedere se non abbiamo sedia?
Se è uno scherzo triste, si decidano, signori,
a terminarlo presto,
a parlare sul serio adesso.

Poi il mare è duro.

E piove sangue.

ODE ALL’ULTIMO VIAGGIO DI “LA BRETONA”

La barca si spaccò contro la costa,
una piccola barca
di formazione errante,
la curva di una chiglia che fu nuvola,
un pezzo di colomba marinara.

Il mare innalzò la sua forza
e triturò la forma,
fu soltanto un fascio di schiuma,
un raggio di magnolia che colpiva
e lì rimasero le spoglie
della spezzata vincitrice:
quattro tavole ferite
piccole come piume
e vicino agli immobili legni
l’eternità del mare in movimento.

Il mio amico la portò
alla sua elevata casa sul monte
e un alto fuoco coronò la morte
della piccola imbarcazione amata.
Una per una le tavole riunite,
quelle che assorbirono
la libertà marina,
arsero nella notte,
e lì improvvisamente
si fecero miracolo:
con uno strano azzurro si dispersero,
con un arancione indescrivibile,
con lingue di acqua verde che uscivano
a restituire il sale che consumarono.

E noi rimaniamo muti:
era l’ultima festa,
la luce mortale della piccola nave
che lì partiva spiegando la sua anima.

E così fu la sua ultima navigazione:
così morì allontanando e incendiando
con fosforici fuochi smarriti
nel viaggio finale la sua alberatura.

ODE AL CAVALLO

Quel cavallo solo e legato
in un povero pascolo
della mia patria,
quel povero cavallo
è un ricordo,
e adesso
quando tutti i cavalli
accorrono al lampo,
alla luce improvvisa della mia ode,
quello dimenticato viene,
quello bastonato,
quello che trasportò la legna dai monti,
le pietre
crudeli
da cava a costa,
lui,
non viene galoppando
con incendiari crini
ondeggiando nel vento,
non arriva
integra groppa come
mela della neve,
no,
così non arriva.
Arriva arrancando, a fatica
le sue quattro zampe camminano
e la sua testa immobile
è torre
di tristezza,
e così
arriva alla mia ode,
cos’ il cavallo arriva affinché lo canti.

Trottò per tutti le strade dure,
mangiò male con i suoi molari gialli,
bevve poco – il suo padrone
usava più bastone che pozzo -,
è secco il mio amico
dai lombi
appuntiti,
ed ha un’anima magra di violino,
un cuore stanco,
il pelo di un tappeto suburbano.

Così vedendolo, toccandolo,
si vedono le sue molte ossa,
l’arco che protegge le costole,
gli oppressi femori caduti
nei lavoratori metatarsi
e il cranio, cattedrale di osso puro,
nei cui due altari
vivono due santi occhi di cavallo.

Quindi mi guardarono con la prova
di un esteso, di una antica sofferenza,
di una sofferenza profonda come l’Asia,
camminando con sete e con sabbia,
e era quel povero e nomade cavallo
con la sua bontà qualcosa che io cercavo,
forse
la sua religione senza illusioni.
Da allora mi cercò il suo sguardo
dentro di me, contro tanti dolori
patiti da uomini e cavalli,
e non mi piace, no, la soave lepre,
né il leone, né il falco,
né i pugnali degli squali,
ma quello sguardo,
quegli occhi fissi
nella tranquillità della tristezza.

Forse qualcuno chiede
del modo
dell’alato ed elastico
cavallo, del puro
destriero di cavalcata,
orgoglio della sfilata,
proiettile della corsa:
ebbene, celebro
la sua grazia di vespa,
la freccia che con linee lo disegna
dal labbro alla coda
e scende per le metalliche caviglie
fino ai nervosi zoccoli frettolosi.

Si, forse è la vela del veliero,
la carezza di un fianco amato,
la curva della grotta nell’onda,
quello che può avvicinarsi alla bellezza,
al veloce arabesco di un cavallo,
alla sua immagine coniata sopra un volo,
disegnata sul francobollo dalla rugiada.

Ma non va la mia ode
a volare con il vento,
a diffondersi con la guerra
né con le allegrie:
la mia poesia si fece passo a passo,
trottando per il mondo,
divorando strade pietrose,
mangiando con
i miserabili
nell’osteria glaciale della povertà,
e è dovuto
a queste pietre
della strada,
alla sete, alla punizione dell’errante,
e se un’aureola saccheggiata da quell’aurora,
riscattò il dolore per cantar vittoria,
adesso la corona
di alloro impassibile per la sofferenza,
la luce che conquistai
per le vite
la do per questa gloria di un cavallo,
di uno che sopportò peso, pioggia e colpi,
fame e remota solitudine e freddo
e che non sa, no, perché vive,
ma va e va e porta carichi e sopporta,
come noi, bastonati uomini,
che non abbiamo dei ma terra,
terra da arare, da percorrere, e quando
è sufficientemente arata e percorsa
si apre per le ossa del cavallo
e per le nostre ossa.
Ah cavallo
del povero, viandante,
camminiamo
insieme in questo spazio duro
e anche se non sai né saprai che serva
la mia ragione di amarti, povero fratello,
il mio cuore per questa ode,
le mie mani per passarle sopra il tuo soave muso!

SCRITTO SUL TRENO VICINO CAUTÍN, NEL 1958

Un’altra volta, mille altre volte ritorno
al Sud e sto viaggiando
per la lunga linea dura,
l’interminabile patria custodita
dalla statua infinita della neve,
verso lo scontroso Sud da dove anni fa
mi aspettavano le mani e il miele.

E, adesso,
nessuno nei paesi di legno. Sotto
la pioggia tanto tenace come l’edera,
non ci sono occhi per me, né quella bocca,
quella bocca in cui nacque il mio sangue.
E non c’è più tetto, tavolo, bicchiere, muri
per me in quella che fu la mia geografia,
e ciò si chiama andarsene, non è un viaggio.

Andarsene è tornare quando soltanto la pioggia,

soltanto la pioggia aspetta.

E non c’è porta, non c’è pane. Non c’è niente.

ODE AL LETTO

Di letto in letto in letto
è questo viaggio,
il viaggio della vita.
Quello che nasce, il ferito
e quello che muore,
quello che ama e quello che sogna
vennero e se ne vanno di letto in letto,
veniamo e ce ne andiamo
con questo treno, con questa nave, con questo
fiume comune
a tutta
la vita,
comune
a tutta la morte.
La terra è un letto
fiorito d’amore, sporco di sangue,
le lenzuola del cielo
si asciugano
dispiegando
il corpo di settembre e la sua bianchezza,
il mare
scricchiola
colpito
dalla
cupola
verde
dell’
abisso
e muove vestiti bianchi e vestiti neri.

Oh, mare, letto terribile
agitazione perpetua
della morte e della vita,
dell’aria crudele e della schiuma,
dormono in te i pesci,
la notte,
le balene,
giace in te la cenere
centrifuga e celeste
delle agonizzanti meteore:
palpiti, mare, con tutti
i tuoi addormentati,
costruisci e distruggi
il talamo incessante dei sonni,
All’improvviso esce un raggio
con due occhi di puro nontiscordardimé,
con narice di avorio o di mela,
e ti mostra il sentiero
di soavi savane
come stendardi chiari di giglio
da dove scivoliamo
all’unione.
Poi
viene al letto
la morte con le sue mani ossidate
e la sua lingua di iodio
e alza il suo dito
lungo come una strada
mostrandoci la sabbia,
la porta degli ultimi dolori.

ODE ALLA CAMPANA CADUTA

Cadde il campanile.
Cadde la campana
un giorno senza orgoglio,
un giorno
che arrivò come altri giovedì
e andò via,
andò via, andò via con lei,
con la campana che cadde bocconi,
col suono seppellito.

Perché cadde quel giorno?

Perché non fu l’altro ieri né ieri né mai,
perché non fu domani,
ma adesso?
Perché doveva cadere improvvisamente
una campana intera,
fissa, fedele e matura?
Che successe al metallo, al legno,
al suolo, al cielo?
Che successe all’ombra,
al giorno,
all’acqua?
Chi arrivò a respirare e non lo vedemmo?
Quali ire del mare alzarono il loro attributo
finché demolirono
il profondo
eco
che contenne nel suo corpo la campana?
Perché si piegò la stella?
Chi sgretolò la sua sovranità?

Il danno giace adesso.
Morse lo spazio
la campana
con il suo bordo rotondo,
e nessuno può toccare il suo abisso,
tutte le mani sono impure:
essa era dell’aria,
e ciascuna mano nostra
ha unghie,
e le unghie dell’uomo
hanno polvere,
polvere di ieri, cenere,
e dorme
perché
nessuno può ottenere la sua voce perduta,
la sua anima
che essa manifestò nella trasparenza,
il suono
contenuto
in ciascun rintocco e nell’aria.

E così fu la campana:
cantò quando viveva
e adesso sta nella polvere
il suo suono.
L’uomo e la campana
cantarono vittoriosi nell’aria,
pio ammutolirono nella terra.

AL CILE, DI RITORNO

Patria, un’altra volta ritorno al mio destino.
Vengo dalle città e dai boschi,
vengo dal mare, da tutti gli idiomi.
Ciò che vidi lo conservai sotto i miei occhi.
Ciò che toccai lo racchiusero le mie mani.
Ciò che ascoltai lo porto
scritto nelle rughe della mia fronte.

Più giovane e più vecchio
questa volta come sempre sono ritornato:
più giovane per amore, amore, amore,
più vecchio perché sì, perché mi mordono
gli orologi, i mesi, gli acuti
denti del calendario.

Quello che fui là lontano, quello che seppi,
qui lo porto, qui
lo lascerò ai tuoi piedi, lo consegnerò ai tuoi capelli,
aspra e dolce amata, piccola patria mia.
Nulla feci più che darti,
darti quello che io ebbi e quello che non era mio,
consumarmi per te come gli attrezzi
che restituiscono alla fine il metallo alla terra.

Camminai tra gli uomini,
i mercati,
nell’elettricità delle fabbriche,
raccolsi pensieri, pietre, fiori,
e quanto più, e quanto
amai, piccola patria, quanto guadagnai o mi dettero
fu soltanto per te, per adornarti,
per cantare la tua terra di magra vita.

Dove fui mi stavano aspettando
l’amicizia, l’amore e la dolcezza.
Dove fui mi onorarono,
mi alzarono nella piazza,
mi riempirono di farfalle,
mi costellarono con canzoni,
mi decorarono con baci.

E io gli dissi: non sono io, non esisto,
se mi toccano vedranno, sono soltanto terra,
pietra povera del Cile, dei suoi fiumi,
canto vagante, cuore rotolato.
Attraverso del mio canto
gli occhi stranieri
videro la lunga cintura, il territorio,
le sabbia di Arica,
la notte di navi che costella
il sonno grigio di Antofagasta,
più lontano,
la popolazione violacea delle uve,
il carbone sottomarino e sotterraneo,
poi, aggrovigliata alle regioni verdi,
pura di sole, la moltitudine del frumento.

Del tuo tempo e della tua vita,
della tua aurora,
degli uomini e delle donne
raccontai e cantai, di tutti.
Gli eroi procellosi
li collocai con vento e con spada
nei loro raffinati
capitelli
di sangue e di rugiada,
ma,
camminando con essi
e lottando,
io preferii al mio popolo, a quelli che rompono
con le loro mani la terra,
e rame, sale, cipolle,
pesci del mare, solfati,
scarpe, vino, treni,
estraggono e spostano, sollevano
e scendono
interminabilmente.

Qui niente rimane immobile.

II mio popolo è movimento.

La mia patria è una strada.

Così, dunque, alla mia terra
ritorno con il mio canto
e so quello che mi aspetta.
Antipatriota, mi dirà il ministro,
ripeteranno in tanti la sua impostura,
e il Pachacho topo che, penna di bile,
dissemina su
M e su El Mercurio
spruzzerà il mio nome con il suo stile.
Il giovane che voleva
crescere, al quale detti pane e parola,
si darà da fare dicendo:
“Devi unire i morti
contro il suo canto vivo”,
e così vicino alla mia ombra un’onda impura
nutre l’albero amaro dell’invidia.

Patria, questa volta, perdonami
l’alloro che ti porto da lontano:
interralo nel tuo chiaro territorio,
guardalo nella radice delle tue bandiere.
Pensa che non uscii, che non sono arrivato,
dissimula la mia voce, copri la mia bocca,
perché non mi tocchino e non mi vedano.

Scelsi un’altra battaglia:

soltanto per il mio popolo

tengo intatto il mio amore invulnerabile.

ODE AL BUON CIECO

La luce del cieco era la sua compagna.
Talvolta le sue mani di artigiano cieco
elaborarono con pietra perduta
quel volto di torre,
quegli occhi che per lui vedevano.

Venni a vedere e in lui
la luce del mare cadeva
coprendolo di miele, dando al suo corpo
la purezza come di una veste sacra,
e il suo sguardo non aveva fondo,
né pesci crudeli nel suo abisso.

Forse quella volta perse la luce
come un figlio sua madre, ma continuò a vivere.
Il figlio cieco della luce mantenne
l’integrità dell’uomo con l’ombra
e non fu solitudine l’oscurità,
ma radice dell’essere e frutta chiara.

Essa con lui veniva,
beneamata,
sposa, amante
del ragazzo cieco,
e quando vacillava la sua tenerezza,
ella prese le sue mani
e le pose sul suo viso
e fu come violette il minuto,
tutta la terra lì si fece fragrante.
Oh bellezza
di vedere alto e fiorito l’infortunio,
di vedere completo l’uomo
con fiore e con dolore, e vedere improvvisamente
l’eroe cieco
sollevare il mondo,
farlo di nuovo,
annunciare,
nato un’altra volta nei suoi dolori
intero e stellato
con infinita luce di celo oscuro.

Quando andò via, al suo fianco
ella era ombra pura
che accompagna gli alberi di gennaio,
la rumorosa ombra,
la freschezza,
il volo del miele e delle sue api,
e andarono via
tutte le sue fatiche,
capaci della vita,
professori
di sole, di luna, di legno, di acqua,
da quanto egli comprendeva senza i suoi occhi,
dandoti, cieco, irremovibile luce
affinchè tu cammini.

ODE AL CIECO MALVAGIO

Oh cieco senza chitarra
e con invidia,
bollito
nel
tuo
veleno,
disprezzato
come
queste
scarpe
socchiuse e consumate
che a volte
aprono la bocca come se volessero
abbaiare, abbaiare dal fossato sporco.
Oh legato
a quello che mai fu, non poté esserlo,
a quello che non sarà, non avrà bocca,
né voce, né voto,
né ricordo,
perché così somma e sottrae
la vita sulla sua lavagna:
all’innocente il dono,
al legame cieco
la sua corda e il suo castigo.

Io passai e non sapevo
che lì stava aspettando
con le sua braci,
e poiché non poteva
bruciarmi
e mi cercava
dentro la sua ombra,
andai via
con le mie canzoni
alla luce
della vita.

Povero!
Lì trascorre,
lì ha trascorso,
preparando
la sua zuppa di aceto,
il suo formaggio di scorbuto,
cuocendosi
nella sua panna corrosiva,
in questa oscura pentola
in cui cadde
e fu condannato
a consumare il suo proprio
vitalizio beveraggio.

ODE ALLE COSE

Amo le cose pazze,
pazzamente.
Mi piacciono le pinze,
le forbici,
adoro
le tazze,
gli anelli di ferro,
le zuppiere,
senza parlare, ovviamente,
del sombrero.

Amo
tutte le cose,
non soltanto
le supreme,
ma
le
infinita-
mente
piccole,
il ditale,
gli speroni,
i piatti,
i vasi da fiori.

Ahi, anima mia,
bello
è il pianeta,
pieno
di pipe
per la mano
condotta
nel fumo,
di chiavi,
di saliere,
infine,
tutto
quelle che fu fatto
dalla mano dell’uomo, ogni cosa:
le curve della scarpa,
il tessuto,
la nuova nascita
dell’oro
senza il sangue,
gli occhiali,
i chiodi,
le scope,
gli orologi, le bussole,
le monete, la soave
soavità delle sedie.

Ahi, quante
cose
pure
ha costruito
l’uomo:
di lana,
di legno,
di vetro,
di corde,
tavole
meravigliose,
navi, scale.

Amo
tutte
le cose,
non perché siano
ardenti
o fragranti,
ma perché
non so,
perché
questo oceano è il tuo,
è il mio:
i bottoni,
le ruote,
i piccoli
tesori
dimenticati,
i ventagli nei
cui piumaggi
svanì l’amore
e le sue zagare,
i bicchieri, i coltelli,
le forbici,
tutto ha
nel manico, nel contorno,
l’impronta
delle dita,
di una remota mano
perduta
nel più dimenticato dell’oblio.

Io vado per case,
strade,
ascensori,
toccando cose,
distinguendo oggetti
che in segreto ambisco:
uno perché si vanta,
un altro perché
è tanto soave
come la soavità di un’anca,
un altro per il suo colore di acqua profonda,
un altro per il suo spessore di velluto.

Oh fiume
irrevocabile
delle cose,
non si dirà
che solo
amai
i pesci,
o le piante di selva e di prateria,
che non solo
amai
ciò che salta, sale, sopravvive, sospira.
Non è vero:
molte cose
me lo dissero tutto.
Non solo mi toccarono
o le toccò la mia mano,
ma accompagnarono
in tal modo
la mia esistenza
che con me esistettero
e furono per me tanto esistenti
che vissero con me mezza vita
e moriranno con me mezza morte.

L’INDIO

L’indio tramortendosi nelle strade
del Perù, della Bolivia,
per i monti dell’America,
con tanti fili di oro nel museo,
con tanti vestiti nella storia,
e qui va il povero e viene
già senza voce e senza frumento e senza scarpe.

Alzatevi, ragazzoni, andiamo.
Vai una volta al tuo buco
nella terra, e sappi
che non hai cielo.
Andiamo. Vivi!

Io esigo che tu smetta di essere pietra,
che smetta di essere fiume,
piuma di uccello che ora non esiste,
che volò con gli anni.
Adesso,
andiamo, togliti la polverosa
maschera che confonde
il tuo vecchio cuore con le strade,
con i muri che già caddero.
Metti i pantaloni e, andiamo!
Io so di cosa si tratta, e non hai destino.

Non hai più destino di quello che ci faremo
di puro sangue, a mano,
e non è verso il basso né all’indietro la vita,
non c’è strada nel silenzio.
non hai, non abbiamo niente da ricordare.

Perché non ti perda
non ti guardare, né guarda tanto la polvere:
il mondo crebbe da allora,
da quando ti uccisero, ed adesso non c’è spazio
perché ti ritragga risorto.

Ah se solamente
non fossi mai stato
che onesti continuassimo a vederti
perdere, perderlo tutto ogni giorno,
perdere il regno, perdere i piedi, perdere in ogni momento,
e trovarti solo con il tuo sudario, camminando,
con gli occhi più tristi della terra.

All’improvviso sappiamo
che sei lì, alla porta,
aspettando, o dentro di noi,
anche, in ogni parte, aspettando,
sotto la pioggia e senza mangiare.

Adesso
tutti colpiranno, tutti, meno tu.
Tutti chiedono, fanno conti nei loro libretti,
si arrabbiano molto, gridano o non sopportano,
non sopportano più, questo si sa,
e tu, senza patria, con la tua gallinella
aspettando che alla fine te la comprino
per ritornare dove ormai non vivi,
per sognare già neppure sogni.

Andiamo scemo, non credere
che tutti siano tanto scaltri,
che solo tigri ci siano nella casa del giusto.
È difficile raccontarti,
ma è cambiato tutto:
adesso hanno paura
questi signori con baffi e pallottole,
tutti questi signori con catene,
questi signori con poltrona elettrica,
questa gente tanto ricca,
ha paura.
All’improvviso si risvegliamo,
corrono alla finestra,
è solo notte fuori,
non succede niente
ma hanno paura,
hanno paura di tutto e, sembra una bugia,
anche di te hanno paura,
dimenticato
delle Ande, anche
temono i tuo stracci,
e adesso ricordano che essi te li dettero
e hanno paura e non mangiano tranquilli.

Essi sanno
che le cose cambiarono,
e si sa
che adesso da qualche parte
si sente l’indio
come tutto il mondo,
e entra e esce e sorride,
ha scuola e sorriso,
ha pane e immagine,
e questo, amico, non accade nel cielo,
perché in cielo non succede niente.

E si sa,
si sa,
che questo accade sulla terra.

ODE ALLE COSE ROTTE

Si stanno rompendo cose
nella casa
come spinte da un invisibile
incidente volontario:
non sono le mie mani,
né le tue,
non furono le ragazze
dall’unghia dura
e passo di pianeta:
non fu niente né nessuno,
non fu il vento,
non fu l’arancione mezzogiorno
né la notte terrestre,
non fu né la narice né il gomito,
il crescente fianco,
la caviglia
né l’aria:
si sgretolò il piatto, cadde la lampada,
si buttarono giù tutte le fioriere
una ad una, quello
in pieno ottobre
riempito di scarlatto,
affaticato da tutte le violette,
e un altro vuoto
girò, girò, girò
per l’inverno,
fino ad essere soltanto farina
di fioriera,
ricordo rotto, polvere luminosa.
A quell’orologio
il cui suono
era
la voce delle nostre vite,
il segreto
filo
delle settimane,
che una ad una
legava tante ore
al miele, al silenzio,
a tante nascite e lavori,
anche quell’orologio
cadde e vibrarono
tra i vetri rotti
le sue delicate viscere azzurre,
il suo lungo cuore
srotolato.

La vita sta macinando
vetri, rompendo vestiti,
facendo pezzi,
triturando
forme,
e quello che dura nel tempo è come
isola o nave nel mare,
effimero,
circondato dai fragili pericoli,
da implacabili acque e minacce.

Poniamo tutto in una volta, orologi,
piatti, bicchieri intagliate dal freddo,
in un sacco e portiamo
al mare i nostri tesori:
che si facciano cadere tutte le nostre proprietà
in un solo allarmante trituratore,
che suoni come un fiume
quello che si sgretola
e che il mare ricostruisca
con il suo lungo lavoro di maree
tante cose inutili
che nessuno rompe
ma che si ruppero.
INCONTRO NEL MARE CON LE ACQUE DEL CILE

In mezzo al mare ti ritorno a vedere, mare mio,
in mezzo all’acqua altre acque,
altro azzurro tra azzurri, altre spume.
Sento improvvisamente come se toccassero
il mio cuore con una luce profonda,
sento l’aria nella mia bocca e sono i tuoi baci,
qualcosa nel mio sangue ed è il tuo sale nutrimento.

Oceano perduto
dalla mia ragione errante,
ritorno ad incontrare senza tregua
girandomi intorno,
abbracciando nel tuo cerchio la mia vita
e di ritorno alla mia patria abbandonata
già ti ignoravo tra i mari
quando senza vedere mi tocchi
ed è la mia fronte un colpo
di uccello, di vento, di ala fredda.

Oh nudo elemento
senza impronta di parola né di navi,
essenza sola, schiuma,
movimento, distanza,
a nessun mare, a nessuna misura,
a nessun pianeta tu assomigli.

Qui crescesti grave
rosaio dell’infinito,
qui vicino alle terre minerali
si riempirono i tuoi bicchieri cristallini
e smisurato si estese nel tempo
il tuo sviluppo azzurro, la tua idolatria.

Le Ande elevarono
i loro edifici, i loro occhi di neve,
la solitudine, l’ombra dei suoi puma,
il disordine scontroso della roccia.
Qui ai piedi della terra stellata
la pelle del mare crebbe come nessuna
e tra l’aria più alta e l’abisso
più esteso la tua prateria,
la tua pace azzurra, il tuo movimento bianco,
interminabile sposo della terra.

Ritorno da lunghi viaggi,
amai durante la lunga vita
tutte le strade e tutto il silenzio,
la costa e lo zaffiro
delle isole distanti,
odore di miele e di cuore di api
possedette la lontananza
e crepitanti avvenimenti
mi fecero cittadino di dove stavo.
Non fui straniero dagli occhi morti:
condivisi il pane e tutte le loro bandiere.

Ma è il mare del Cile
che tra altre onde sale
penetrando l’oceano del Nord:
in queste acque giunge
la mia disperazione e la mia speranza.
Queste acque del freddo
elaborate sotto le stelle
più gelate del cielo,
questo mare che nei piedi del mondo
fondò il suo stato tempestoso
e salì con il vento,
fugace, freddo e frenetico,
correndo come puledro della neve
sopra le onde e tra le balene:
questo mare, nella sua assenza,
mi chiama con i suoi tuoni
e prima di toccare la patria
mi colpisce
con la sua respirazione e le sue spume.

In mezzo al mare, all’improvviso, nel viaggio,
tra le altra acque estese,
ampie come le mani della luna,
il mare, il mio mare, mi dedicò un bacio.
Lo ricevetti nella fronte e sulla bocca
ed esplose la salamoia e la freschezza
in tutte le strade del mio sangue,
risvegliò la notte e l’assenza,
crebbe il mio cuore come un’onda,
e in pieno sole sentii che mi spingeva
ad adempiere i miei obblighi con la mia terra e con i miei.

Per questo sono qui e questa è la mia casa.
Per questo vado per tutti i cammini.
Adempio a quello che mi disse il mare del Cile
in mezzo al mare, quando venivo da lontano.

ODE ALL’ELEFANTE

Spessa bestia pura,
San Elefante,
animale santo
del bosco sempiterno,
tutto materia forte,
raffinata
e equilibrata,
cuoio
di
selleria planetaria,
avorio
compatto, satinato,
sereno
come
la carne della luna,
occhi minimi
per guardare, non per essere guardati,
e proboscide
toccatrice,
cornetta
del contatto,
manichetta
dell’
animale
giocoso
nella
sua
freschezza,
macchina mobile,
telefono del bosco,
e così
passa tranquillo
e dondolante
con il suo vecchio involucro,
con il suo vestiario
di albero grinzoso,
il suo pantalone
caduto
e la sua codina.

No non sbagliamo.
La dolce e grande bestia della selva
non è un
clown,
ma il padre,
il padre nella sua luce verde,
è l’antico
e puro
progenitore terrestre.

Totale fecondazione,
tantalica
ingordigia,
fornicazione
e pelle
maggioritaria,
abitudini
nella pioggia
circondarono
il regno
degli elefanti,
e fu
con sale
e sangue
la generica guerra
nel silenzio.

Le squamose forme,
il torchiato leone,
il pece montagna,
il milodonto ciclope,
caddero,
decaddero,
furono fermento verde nel pantano,
tesoro
delle torride mosche,
di scarabei crudeli.
Emerse l’elefante
stupendo detronizzato.
Fu quasi vegetale, oscura torre
del firmamento verde,
e di foglie dolci, miele
e acqua di roccia
si alimentò la sua stirpe.

Andava dunque per la selva
l’elefante con la sua pace profonda.
Andava decorato
dalle
medaglie più luminose
della rugiada,
sensibile
alla
umidità
del suo universo,
enorme, triste e tenero
finché lo trovarono
e lo fecero
bestia da circo avvolta
dall’odore umano,
senza aria per la sua inquieta proboscide,
senza terra per le sue terrestri zampe.
Lo vidi entrare quel giorno,
e lo ricordo come un moribondo,
lo vidi entrare a Kraal, il perseguitato.
Fu a Ceylon, nella selva.
I tamburi,
il fuoco,
avevano deviato
il suo percorso di rugiada,
e lì fu circondato.
Tra l’ululato e il silenzio entrò
come un immenso re. Non capiva.
Il suo regno era un carcere, tuttavia
era al sole come sempre, palpitava
la luce libera, proseguiva verde il mondo,
con lentezza toccò la palizzata,
non le lance, e a me,
a me tra tutti,
non so, forse non può essere, non è stato,
ma mi guardò
con i suoi occhi segreti
e ancora mi dolgono
gli occhi
di quell’imprigionato,
di quell’immenso re carcerato nella sua selva.

Per questo oggi ricordo il tuo sguardo,
elefante perduto
tra le dure lance
e le foglie
e in tuo onore, bestia pura,
alzo le collane
della mia ode
affinché passeggi
per il mondo
con la mia infedele poesia
che allora non poteva difenderti,
ma che adesso
unisce
nel ricordo
la palizzata dove imprigionarono
l’onore animale della tua statura
e quei dolci occhi di elefante
che lì persero tutto quelle che avevano amato.

ODE AL GATTO

Gli animali furono
imperfetti,
lunghi di coda, insufficienti
di testa.
Poco a poco si andarono
aggiustando.
facendosi paesaggio,
acquisendo lunari, grazia, volo.
Il gatto,
soltanto il gatto
apparve completo
ed orgoglioso:
nacque completamente finito,
cammina solo e sa quello che vuole.

L’uomo vuole essere pesce e uccello,
il serpente vuole avere le ali,
il cane essere un leone disorientato,
l’ingegnere vuole essere poeta,
la mosca studia per rondine,
il poeta cerca di imitare la mosca,
ma il gatto
vuole essere soltanto gatto
e ogni gatto è gatto
dal baffo alla coda,
da presentimento a ratto vivo,
dalla notte fino ai suoi occhi d’oro.

Non c’è unità
come lui,
non l’hanno
la luna né i fiori
tale struttura:
è una sola cosa
come il sole o il topazio,
e l’elastica linea del suo contorno
fermo e sottile è come
la linea di prua di una nave.
I suoi occhi gialli
lasciano una sola
fessura
per gettare le monete della notte.

È piccolo
imperatore senza universo,
conquistatore senza patria,
piccola tigre da sala, nuziale
sultano del cielo
delle tegole erotiche,
il vento dell’amore
nelle intemperie
reclami
quando passi
e posi
quattro piedi delicati
sul suolo,
odorando,
diffidando
di tutto il terrestre,
perché tutto
è immondo
per l’immacolato piede del gatto.

Oh fiera indipendente
della casa, arrogante
traccia della notte,
pigre, atletico
e estraneo,
profondissimo gatto,
polizia segreta
delle abitazioni,
insegna
di uno
scomparso velluto,
certamente non hai
enigma
simile a te,
forse non sei mistero,
tutto il mondo ti conosce ed appartieni
all’abitante meno misterioso,
forse tutti lo credono,
tutti si credono padroni,
proprietari, zii
di gatti, compagni,
colleghi,
discepoli o amici
di un gatto.

Io no.
Io non sottoscrivo.
Io non conosco il gatto.
Tutto conosco, la vita e il suo arcipelago,
il mare e la città incalcolabile,
la botanica,
il gineceo con i suoi smarrimenti,
e più e meno la matematica,
gli imbuti vulcanici del mondo,
il guscio irreale del coccodrillo,
la bontà ignorata del pompiere,
l’atavismo azzurro del sacerdote,
ma non posso decifrare un gatto.
La mia ragione scivolò sulla sua indifferenza,
i suoi occhi hanno numeri d’oro
I GABBIANI DI ANTOFAGASTA

Tu non conosci terra sterile,
tu non conosci cordigliere secche,
tetti di infinite cicatrici,
e l’ocra morta nella metà del giorno
vicino al colore mortuario del tungsteno,
vicino all’intrasferibile
mucchio di un mondo morto,
alture e catastrofi spoglie,
la luce più crudele del deserto sabbioso.

Così di brutto mi accolse
il Nord riarso della mia patria.

E allora nella linea
di cielo azzurro metallico
e del mare ribelle,
contro crudeli montagne minerali
dietro la mia nave,
vidi sollevarsi l’uomo e l’amore
in un addio di gabbiani.

Triangolari e grigi
apparirono sopra
le sparizione di Antofagasta
e nel volo tagliavano
rettangoli fugaci,
intrecciavano luce e geometria,
si cercavano immobili,
si sollevavano sulla propria schiuma,
e erano improvvisamente linee del sale,
occhi del cielo o ciglia della neve.
Per il mare, il più lungo,
lasciando indietro il guscio calcareo
delle cime di Antofagasta,
venne il grappolo di uccelli
raggruppati,
il purissimo ciclo del loro volo,
la musica senza voce dei gabbiani,
e sopra il mondo orrendo,
sopra la morte secca del deserto lunare,
con il mare
sollevarono
un volo interrotto di zagare,
un accompagnamento
di equilibrio e bianchezza,
ed era nella fine del giorno desolato
la danza sospesa,
il repertorio più puro dell’aria,
il capitolo della dolcezza.

Addio, addio gabbiani,
all’indietro, verso
i crudeli, infernali poteri
della natura riarsa,
verso la notte oscura,
verso quello che andò via quando si chiudeva
il cerchio del mare sopra la nave
mentre io nel mio viaggio
senza meta, senza ragione, senza infortunio,
per tutta la notte ed il giorno navigando
mi fermo e chiedo
per la eccellente luce di quelle rocce,
per le ali erranti che seguirono
in pieno mare il mio petto peregrino.

Addio, addio,
uniche anime della luna morta,
alte domande della luce marina,
addio, fino a perdere
nello spazio
quello che mi accompagnò nella traversata,
la luce dei gabbiani che si alzarono
dietro di me in volo
e nelle loro ali
- onore del mare – la popolazione più pura.

ODE AI RINGRAZIAMENTI

Grazie alla parola
che ringrazia.
Grazie a
grazie
per
quanto questa parola
scioglie neve o ferro.

Il mondo sembra minacciante
finché soave
come piuma
chiara,
o dolce come petalo di zucchero,
di labbro in labbro
passa,
grazie,
grandi a piena bocca
o sussurranti,
appena mormorate,
e l’essere tornò ad essere uomo
e non finestra,
qualche chiarezza
entrò nel bosco:
fu possibile cantare sotto le foglie.
Grazie, sei la pillola
contro
gli ossidi taglianti del disprezzo,
la luce contro l’altare della durezza.

Forse
anche tappeto
tra i più distanti uomini
fosti.
I passeggeri
si disseminarono
nella natura
e allora
nella selva
degli sconosciuti.
merci,
mentre il treno frenetico
cambia la patria,
cancella le frontiere.
spasivo,
vicino agli appuntiti
vulcani, freddo e fuoco,
thanks, si, gracias, e allora
si trasforma la terra in un tavolo:
una parola la pulì,
brillano piatti e bicchieri,
suonano le forchette
e sembrano tovaglie le pianure.

Grazie,
gracias,
che viaggi e che ritorni,
che salga
e che scenda.
Ho capito, non
lo soddisfi tutto,
parola
gracias,
ma
dove appare
il tuo piccolo petalo
si nascondono i pugnali dell’orgoglio,
e appare un centesimo di sorriso.

ODE ALLA GRANDE MURAGLIA, NELLA NEBBIA

È certo che queste pietre
durarono e durarono,
i minuti morirono come insetti,
il sole crebbe, fu rosso,
verde,
azzurro,
nero,
amaranto,
la neve unì gli occhi degli uomini
e questo serpente inutile
mangiò anche il tempo.

Oggi la nebbia
la copre:
questa mattina il mondo,
le montagne, gli asini
che trasportano le stesse pietre dure,
tutto
è vapore,
tremore,
foschia,
e soltanto il prodigioso
suono di flauto
di un pastore nascosto
sale come una spada
per le gole:
è l’uomo che vive e mangia e canta
vicino al morto serpente.

Ma essa
adempì al suo incarico.
Immobile, con l’età,
si dimenticò degli uomini che la fecero:
Nacque dall’artificio,
poi fu naturale come la luna,
rimase dissotterrata
come un cadavere troppo grande.
Vado sulla struttura, la costola
del regno antico, della luce segreta,
la coda del leone dagli artigli morti.

Silenzio, tempo e nebbia,
monti verdi, bagnati,
e verso l’altezza scontroso
la Muraglia,
la Muraglia vuota.

Cosa sei muro?
cosa fosti?
Oh grande separatrice
di paesi,
fosti sempre
immutabile
segno
che scorsero i pianeti?
Volesti essere strada?
Il sangue rovesciato,
il silenzio, la pioggia,
ti trasformarono in rettile di pietra?

Oscure farfalle volano,
si inseguono nella umida mattina,
la solitudine è grande e sale sopra
la tua cinta interminabile,
Grande Muraglia.
Mi sembra che lì dove crescesti
come un fiume disumano,
si intimorirono i nomadi,
prese dimora il silenzio,
e un lungo brivido
cadde sopra i monti
durando, duraturo.

ODE ALLA CHITARRA

Sottile
linea pura
di cuore sonoro,
sei la chiarezza tagliata al volo:
cantando sopravvivi:
tutto se ne andrà tranne la tua forma.

Non so se il pianto rauco
che da te si precipita,
i tuoi tocchi di tamburo, la tua
moltitudine di ali,
sarà di te il mio,
o se sei
in silenzio
più decisamente estasiatore,
sistema di colomba
o di anca,
stampo che dalla sua schiuma
risuscita
e ti presenti, turgida, reclinata
e risorta rosa.

Sotto un fico,
vicino al rauco e impetuoso Bío-Bío,
chitarra,
uscisti dal tuo nido come un uccello
e a delle mani
brune
consegnasti
gli appuntamenti sepolti,
i singhiozzi oscuri,
la catena senza fine degli addii.
Da te usciva il canto,
il matrimonio
che l’uomo
consumò con la sua chitarra,
i dimenticati baci,
l’indimenticabile ingrata,
e così si trasformò
la notte intera
in stellata cassa
di chitarra,
tremò il firmamento
con il suo bicchiere sonoro
e il fiume
le sue infinite corde
accordava
trascinando verso il mare
una marea pura
di aromi e lamenti.

Oh solitudine deliziosa
con notte futura,
solitudine come il pane terrestre,
solitudine come un fiume di chitarre!
Il mondo si racchiude
in una sola goccia
di miele, in una stella,
tutto è azzurro tra le foglie,
tutta l’altezza tremolante
canta.

E la donna che tocca
la terra e la chitarra
alza nella sua voce
il duello
e l’allegria
della profonda ora.
Il tempo e la distanza
cadono alla chitarra:
siamo un sogno,
un canto
interrotto:
il cuore campestre
se ne va per i cammini a cavallo:
suona e suona la notte e il suo silenzio,
canta e canta la terra e la sua chitarra.





Sito Internet di Antonio Giannotti - agg. nr. 61 del 24 agosto 2009 | postmaster@antoniogiannotti.it

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