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- Recinos - Note Quarta Parte

QUARTA PARTE

1  X-qui hic u coc pu chi abah. U coc è la zucca o ciotola, la xicalli in cui i Messicani raccoglievano il sangue delle vittime. Pu chi abah, «accanto alla pietra» o «nella bocca della pietra», cioè delle statue di pietra degli dèi.
2  Malgrado le sue incoerenze ed il suo senso assai oscuro, questo capitolo pare costituire il prologo della distruzione delle tribù di Vuc Amag, nemiche dei Quiché, che i sacerdoti intendevano sacrificare nel modo che avevano appreso nel Nord, come si vedrà nei capitoli che seguono.
3  Chi r'Atinibal Tohil. Il Bràsseur colloca il fiume così denominato in una località a cinque o sei leghe a sud-ovest di Cubulco, sulla strada di Joyabaj, sulla cima della montagna che separa i due villaggi.
4  La famiglia di Cavec era la più importante e numerosa del regno quiché.
5  I capi delle tribù di Vucamag - nemiche dei Quiché - e genitori delle fanciulle, si chiamavano Rotzhaib, Uxab, Qibahá e Queba-tzunuhsecondo il Título de los Señores de Totonicapán.
6  Are qui hi xa [Goetz e Morley: va] Xtah u bi hun gapoh, Xpuch chicut u bi hunchic, nell'originale. Ixtán in cakchiquel significa «ragazza». Ichpoch in náhuatl significa pure «ragazza», secondo il Bràsseur. Il Título de los Señores de Totonicapán aggiunge una terza giovane che esso chiama Quibatzunah («la ben acconciata o azzimata»). È più logico pensare che la missione inviata dalle tribù fosse composta di tre adescatrici, poiché gli dèi che si tentava di sedurre erano anch'essi tre. Un'altra variante della leggenda nel Título de Totonicapán consiste nel supporre che fossero Balam-Quitzé, Balam-Acab e Mahucutah, e non già gli dèi dei Cavec, i personaggi che si cercava di sedurre.
7  Tohil qui diventa di nuovo nome collettivo.
8  Secondo le credenze dei Quiché, i giovani apparsi nel Bagno di Tohil erano l'incarnazione degli dèi sotto spoglie umane e la loro rappresentazione corporea, il loro alter ego. Il nagual era la persona o l'animale in cui gli Indiani potevano a piacere trasformarsi.
9  Il nome di Iqui-Balam appare qui insieme a quello degli altri capi quiché, ma più avanti si dice che furono soltanto gli altri tre a dipingere le cappe.
10  Ta x-e be cut x-cu caah u bi ri tziban cul, nell'originale.
11  [letteralmente: li avrebbero tentati].
12  Ta x-e naohin cut Balam-Quitzé, Balam-Acab, Mahucatah, Iqui-Balam, nell'originale.
13  Mavi xa ca chuy, ox chuy ri amac. Chuy, chuguy, letteralmente, la borsa, od il sacco, in cui si serbava il cacao e che conteneva ottomila semi. Equivale al xiquipil del Messico. La stessa parola era usata anche per contare le truppe. Il testo fa capire che l'esercito delle tribù comprendeva più di 24 000 uomini. Nel Memorial de Sololá si ritrova la stessa forma di enumerazione: Maqui xa hu chuvy, ca chuvy x-pe, x-ul ca chi amag: «non arrivarono 8000 né 16000, arrivò tutto il popolo».
14  Tacatoh chu bac qui vach, nell'originale.
15  L'espressione quiché è assai pittoresca: chi be quih, chi be zac, «finché camminerà il sole, finché vi sarà luce».
16  II testo chiama questi due rami della famiglia quiché Caviquib e Nihaibab, che sono i plurali di Cavec e Nihaib, La terza famiglia, quella degli Ahau Quiché, discendeva da Mahucutah.
17  C'Ahaual Queh. Tra i Maya, come tra i Quiché, il Signore o padrone dei Cervi è simbolo di sparizione e di commiato. Nel Yucatán è chiamato Yumilceh, «Signore cervo». Era il genio tutelare dei Maya, quando essi giunsero a Xocné-Ceh, secondo il Libro de Chilam Balam de Chumayel.
18  L'Involto, simbolo del potere e della maestà, il pacco misterioso che era custodito dai servitori del tempio come simbolo dell'autorità e della sovranità. Intorno a questa Maestà Avvolta fornisce qualche dato il Título de los Señores de Totonicapán. In tale documento si legge che quando i Quiché partirono da Tulán-Civán, sotto la guida di Balam-Quitzé, «il Gran Padre Nacxit offrì loro un dono chiamato Giron-Gagal». Girón, o quirón, deriva da quira, «sciogliere», «svolgere», «serbare» una cosa. Lo stesso documento dice più avanti che a Hacavitz-Chipal « per la prima volta aprirono il dono offerto loro dall'anziano Nacxit quando erano partiti dall'Oriente », e che « questo dono li rendeva temuti e rispettati ». Il dono era una pietra, «la pietra di Nacxit, di cui si servivano nei loro incantesimi». Forse era la stessa pietra di ardesia o di ossidiana che essi chiamavano Chay-Abah, la quale è pure nominata nel Memorial de Sololá, come simbolo della divinità che sin dai tempi antichi i Cakchiquel adoravano. Da parte sua il Torquemada (II parte, lib. VI, cap. XLII) narra che gli Indiani messicani usavano un involto, chiamato Haquimilolli, fatto coi drappi degli dèi morti, nei quali avviluppavano alcuni bastoni insieme con pietre verdi e pelli di serpente e di tigre, e che quest'involto era da loro venerato come idolo sommo. Il Título de los Señores de Totonicapán narra che, nell'accomiatarsi dai figli, Balam-Quitzé pronunciò queste parola: «Conservate il dono prezioso che ci diede nostro padre Nacxit, servirà ancora, perché non abbiamo ancora trovato il luogo ove stabilirci. Generate figli degni del grado di Ahpop, Ahpop-Cambá, Galel, Ahtzivinak; create figli pieni del fuoco e della maestà [gagal, tepeual?] di cui ci ha dotati nostro padre Nacxit ».
19  X qui hiah, letteralmente, «ebbero suoceri, cognati».
20  Fu il secondo viaggio nell'Oriente, descritto da Diego Reynoso, autore del capitolo IV del Título de los Señores de Totonicapán. Secondo lo scrittore indigeno furono quattro i principi che presero parte alla spedizione: i due fratelli Qocaib e Qocavib, Qoacul ed Qoacutec, cui si aggiunse poi un quinto che aveva il titolo di Nim Chocoh Cavec e che più tardi ottenne quello di Chocohil-Tem.
21  Nacxit è il nome abbreviato che i Quiché ed i Cakchiquel davano, nelle loro storie, al Re dell'Oriente; egli non era altri che Topiltzin Acxitl Quetzalcoatl, il celebre re tolteco il quale, costretto ad abbandonare le sue terre del Nord, emigrò, sul finire del secolo X, nelle regioni del Yucatán (l'Oriente delle antiche cronache), fondò la città di Màyapán e ripopolò quella di Chichén Itzá, incivilì la penisola e, compiuta la propria missione, ritornò là donde era venuto. La favolosa Tlapallán, dove si racconta che il grande monarca fosse emigrato, era il paese che si stende da Xicalanco verso l'Oriente, ossia la regione costiera degli odierni Stati messicani di Tabasco, Campeche e Yucatán.
Nelle Cronache o Libri di Chilam Balam, del Yucatán, si parla della profezia del ritorno di Kukulcán-Quetzalcoatl, il quale in tali documenti viene chiamato Nacxit-Xuchit.
22 Ahpop è una parola maya passata senza modificazioni nelle lingue dell'interno del Guatemala; letteralmente significa «quello della stuoia». La stuoia, pop, era il simbolo della regalità ed il capo o il signore è rappresentato seduto su di essa sin dai pili antichi documenti del Vecchio Impero Maya, che ebbe origine nel Petén, Guatemala. L'Abpop era il re quiché e capo della casa di Cavec; l'Ahpop Cambá, pure della casa di Cavec, era il secondo principe regnante; l'Ahau Galel era il capo o re della casa di Nihaib, e lo Ahtzic Vinac Ahau il capo della casa di Ahau Quiché. Un altro gruppo di nobili quiché era pure insignito degli stessi titoli dei due primi ed il testo in questo passo fa cenno ad essi chiamandoli gli ahpopol, ahpop-camhail, che sono forme del plurale.
23  È diflìcilissimo interpretare i nomi dei doni di Nacxit poiché appartengono al linguaggio arcaico quiché e maya. Crediamo, tuttavia, di aver fatto qualche progresso nell'identificazione di questi oggetti antichi, riducendo nella misura del possibile il numero delle incognite lasciate sussistere dal venerabile primo traduttore del Popol Vuh.
«Baldacchino», corrisponde al quiché muh, che è anche «ombra del padiglione reale».
«Trono», galibal, seggio alto dove sedeva il re o signore supremo.
«Flauti d'osso» traduce letteralmente zubac.
Cham-cham, «un altro flauto», dice Ximénez; «tamburi» secondo Brasseur, Seler e Raynaud, ed ih tal caso ricorderebbe il tam-tam africano. «Perline gialle», titil canabah. Il Diccionario Cakchiquel interpreta canabah: «pittura gialla con cui gli Indiani si tingono il corpo». Secondo Ximénez, l'espressione del testo equivale a chalchihuites, ossia perline di pietra, generalmente di serpentino, verdi o gialle. In maya si chiamano tetil kan le perline scelte, gemme o pietre, usate nella divinazione e come ornamento; «noccioli o pietre che servivano alle Indiane come moneta e come ornamento al collo», dice il Diccionario de Motul.
«Artigli di leone, artigli di tigre», tzicvuil coh, tzicvuil balam, per analogia col testo del Título de los Señores de Totonicapán che, tra i doni di Nacxit, nomina «unghie di tigre e di aquila, pelli di altri animali, ed anche pietre, bastoni, ecc. ». Il Seler dà la stessa interpretazione.
«Teste e zampe di cervo», holom, pich queh, traduzione letterale.
«Padiglioni», macutax. In cakchiquel macamic è «tenda» o «padiglione»; macom, «stuoia usata come baldacchino»; macubal, «baldacchino» (Dicc. Cakchiquel). Il Título de los Señores de Tototicapán enumera i baldacchini o padiglioni concessi ai Signori. L’Ahpop doveva usare quattro padiglioni ed un arco; l'Ahpop Cambá, tre, e così via. I nuovi titoli creati, secondo lo stesso documento, erano quelli di Galel-Tem, Atzivinaquil-Tem, Nim-Chocobil-Tem, Gale-Yamhail-Tem, Nima-Yamolah-Tem, quattro Ah-Tohil, tre Chocohib, tre Utzam-Pop, tre Yacolhá e Pop-Cambá.
«Gusci di chiocciola», tot, conchiglie marine.
«Tabacco», quz; «piccole zucche», buz, per analogia con le parole maya del Yucatán, paese in cui dimorava Nacxit. In maya «tabacco» è cuz e kutz. Buz può essere il bux maya, «piccole zucche dove si serbava tabacco triturato», secondo il Dicc. de Motul. I Maya usavano il tabacco nei loro incantesimi e nelle loro stregonerie. Kutz in maya è anche il magnifico tacchino pavonino Meleagris ocellata, che potrebbe benissimo essere un altro regalo principesco.
È interessante ricordare qui che, secondo la Crónica Mexicana di Fernando Alvarado Tezozómoc, quando gli Aztechi diedero l'investitura imperiale a Montezuma, gli posero al collo un tecomatillo [piccola zucca] in cui serbare il piciete [tabacco], «che è stimolo per la via».
«Piume di pappagallo», chiyom. Questa parola si trova nel Vocabulario Kakchiquel di Fr. Francisco Barela. Le piume verdi del pappagallo comune della Penisola del Yucatán servivano ad ornare gli abbigliamenti dei principi e dei guerrieri; ma qui si tratta senza dubbio delle sgargianti piume rosse ed azzurre dell'ara, pure usate allo stesso scopo.
«Airone maggiore», aztapulul. Si tratta evidentemente del termine azteco aztapololli, derivato di aztatl, «garze bianche, bianchissime come la neve », dice il Sahagún, il quale aggiunge che i piumai fabbricavano «stendardi fatti di piume di airone».
Non è stato possibile interpretare le parole tatam e caxcón.
24  U tzibal Tulán. Le pitture che i Toltechi avevano portato dalla lontana Tula e nelle quali conservavano le storie del tempo antico. Pur non essendosi conservate le pitture dei Quiché, vi è una notevole testimonianza sulla loro esistenza, quella dell'Uditore Zorita, più volte citato, il quale dice di aver appurato ad Utatlán « dalle pitture che essi avevano delle loro antichità di più di ottocento anni» e presso gente vecchissima, che, all'epoca del loro paganesimo, esistevano solitamente tra di loro tre Signori, e che quello più importante aveva tre baldacchini o drappi di piume molto ricche sul suo seggio, il secondo due ed il terzo uno. Quelle pitture «di più di ottocento anni» nel 1550, avrebbero benissimo potuto essere le pitture di Tulán.
25  Il Título de los Señores de Totonicapán parla di due viaggi che i principi quiché fecero nell'Oriente. Nel capitolo in di tale documento si legge che lo stesso Balam-Quitzé disse ai suoi compagni: « È ormai tempo di mandare ambasciatori al nostro padre e signore Nacxit: affinchè sappia la nostra situazione, affinchè ci fornisca mezzi per evitare che d'ora in poi ci vincano mai i nostri nemici, né conculchino mai la nobiltà della nostra nascita: affinchè designi onori per noi e per tutti i nostri discendenti ed infine stabilisca cariche per coloro che le meritino». A questo scopo, i capi elessero Qocaib e Qocavib, entrambi figli di Balam-Quitzé, i quali ricevettero le loro istruzioni e si misero in cammino. «Qocaib prese la via dell'Oriente e Qocavib quella dell'Occidente», dice il documento; ciò si deve interpretare nel senso che il primo si avviò lungo la costa orientale del Guatemala e del Yucatán, per dirigersi a Chichén Itzá, la metropoli del nord-est della penisola, che era la corte di Quetzalcoatl, Acxitl o Kukulcán; mentre il secondo probabilmente seguì il corso del fiume Chixoy, che scorreva presso Hacavitz, e quello del fiume Usumacinta, che lo portò sulla costa occidentale del Yucatán. Dopo un lungo viaggio durato non meno di un anno, Qocaib giunse alla presenza dell'imperatore e compì la sua missione; ma Qocavib, «trovando alcuni ostacoli sulle rive della laguna di Messico [senza dubbio la laguna di Términos], ritornò senza aver fatto alcunché». Ma, ritornato tra i suoi e « trovando un'anima debole, conobbe illecitamente la propria cognata, moglie di Qocaib». Dopo un certo tempo Qocaib ritornò e riferì l'esito della propria missione. «Portava i titoli di Ahpop, Ahtzalam, Tzanchinamital e molti altri; mostrò le insegne distintive degli onori, ed erano unghie di tigri e di aquile, pelli di altri animali ed anche pietre, bastoni, ecc. ». Nel vedere la moglie con un bambino appena nato tra le braccia, domandò donde fosse venuto. « È del tuo sangue, - rispose la donna, -della tua carne e delle tue stesse ossa. Qocaib accettò la spiegazione e, presa la culla del bambino, disse: - D'ora in poi e per sempre questo bambino si chiamerà Balam Conaché -. E costui iniziò il ceppo della casa di Conaché ed Iztayul». Riguardo al secondo viaggio dei principi quiché, il Título dice che essi ritornarono soddisfatti a Hacavitz Chipal e mostrarono le insegne ed i simboli che portavano.
26  Naht chicut x-qui ban; «là vissero molti anni» dice, usando a quanto pare le stesse parole, il Título de los Señores de Totonicapán, il cui originale è sconosciuto.
27  «Nelle spine». Il Título di Totonicapán, che serve così efficacemente d'aiuto per completare i dati del Popol Vuh, nomina la località di Chi-Quiché, dove le tribù sostarono prima di stabilirsi a Hacavitz, ma non parla di Chi-Quix, benché enumeri una ventina di località in cui i Quiché si fermarono dopo esser partiti da Hacavitz. Pare, tuttavia, dal testo che traduciamo, che Chi-Quix fosse soltanto un quartiere o un monte che faceva parte del gruppo comune di Chi-Quix, Chicac, Humetahá, Culbá e Cavinal; questi ultimi tre nomi si trovano effettivamente nel Título di Totonicapán come Chi-Humet e Culba-Cavinal, «dove innalzarono case e fabbricarono capanne», prima di proseguire per Izmachi.
28  I Quiché accasavano le loro figlie - dice il Título di Totonicapán - con speciali cerimonie in cui si presentavano orci di batido bianco (bevanda fatta di mais al quale talvolta si aggiungeva cacao), una cesta di piccoli aguacate, una zampa di porco selvatico e piccoli tamal avviluppati e legati con sarmenti. Questi erano i doni ed a questa maniera restava stipulato il matrimonio.
29  «Nella barba». Questa città sorgeva a Sud di Utatlán, l'ultima capitale dei Quiché.
30  X-cah qui chun qui zahcab, letteralmente, «macinarono la loro calce ed il loro gesso, o tizate». Ximénez e Brasseur interpretano la frase nel senso che essi costruirono le loro case di pietra e di calce, o in muratura.
31  Balam-Conaché fu il terzo re del Quiché, a quanto si legge nell'ultimo capitolo dell'opera e, secondo il testo, governò insieme con Beleheb-Queh, re della quarta generazione della Casa di Nihaib ed Ahau-Galel, cioè il primo dei Signori della Casa di Nihaib. Balam-Conaché era figlio di Qocavib, nato dalla moglie di suo fratello Qocaib quando questi era assente durante il suo primo viaggio nell'Oriente [a Chichén Itzá, nota di Goetz e Morley], come è narrato nel Título de los Señores de Totonicapán [e nel documento di Zapotitlán sull'origine dei re quiché, di cui si acclude una traduzione in appendice; nota di Goetz e Morley]. Qocaib riconobbe il figlio di suo fratello e di sua moglie come figlio del proprio sangue, e fu questo il principio, secondo tale documento, della casa di quelli di Conaché ed Iztayul, e là ebbe origine il grado e la carica di Ahpop-Camhail, secondo titolo della Casa di Iztayul.
32  Iztayul era figlio di Balam-Conaché.
33  Xaqui caib chi ritm ha ri ca chob chi chinamit. Nel trascrivere questa frase il Brasseur sostituì le parole nim ha con cumatzil, che egli traduce «serpenti». In margine al ms. del Popol Vuh si legge cumatzil pro nim ha, ma Ximénez traduce «casa grande».
34  Chirih ahau, chirih civan-tinamit. «Contro i Signori, contro la città dei burroni». Era antica usanza chiamare così le città indiane poiché venivano edificate in luoghi circondati da burroni, come protezione contro attacchi nemici.
35  Ta x-qui ziih uloc, letteralmente, « quando portavano la loro legna ». È un evidente accenno all'uso indigeno che costringe il pretendente a portare un carico di legna alla casa della promessa sposa quando va a chiederne la mano.
36  X-e ocha, bevevano nelle zucche dipinte, come quelle che si fabbricano odiernamente a Rabinal, chiamate och.
37  Chila x-cob vi uloc, « là si dichiararono » o « si riconobbero », o « si distinsero», cioè s'identificarono.
38  Qui chinamit quib, vuc amag quib, qui ticpan quib. Sono i nomi dei gruppi in cui era divisa la popolazione quiché. Chinamit è la famiglia o fratria. Vuc-Amag, letteralmente, le sette tribù principali di cui parla a ogni pie sospinto il Título de los Señores de Totonicapán. La parola tecpán proviene dal náhuatl tecpán e significa quartiere o distretto di una gran città.
39  La parola Gumarcaah significa «capanne imputridite», secondo Ximénez; nel tradurla nella loro lingua, i Messicani chiamarono la città Utatlán, «luogo di canneti». All'arrivo degli Spagnoli, era la città più importante dell'America centrale. Nella sua prima lettera a Cortés, il conquistatore Pedro de Alvarado la descrive in poche parole, dicendo: «Questa città è ben costruita e forte a meraviglia». Il P. Las Casas, recatosi nel Guatemala pochi anni dopo la Conquista, nella Apologética Historia dice di aver visto «città circondate da fossati molto profondi, come quella che si chiamava Guatimala [Iximché, capitale del regno cakchiquel] ed un'altra che era in realtà la capitale del regno, chiamata Utatlán, con mirabili edifici in muratura, che io vidi in gran numero». Un altro testimonio di quell'epoca, il Dr. Alonso de Zorita, contemporaneo di Las Casas, nella sua Historia de la Nueva España scrive: «Utatlán, che è nella provincia di Guatimala, era pure considerata dai nativi di quella terra un grande santuario, e vi erano in essa ed intorno ad essa molti e grandissimi templi che chiamavano cu, di mirabile costruzione, ed io ne vidi alcuni quando visitai quella terra, nella mia qualità di Uditore nella Audiencia reale che ha sede nel Guatemala, benché fossero in assai cattivo stato». Una breve ma efficace descrizione ne ha lasciato l'architetto francese César Daly, che visitò Utatlán nel 1857, e ne dice che «è una delle curiosità architettoniche del mondo: tre prominenze che escono da una specie di abisso o di burrone e che sono coronate da altipiani sostenenti città». Il Daly visse circa sei [sette; Goetz e Morley] settimane nella città centrale e tracciò piante e disegni di questa metropoli e di Iximché, la capitale dei Cakchiquel. Cfr. Notes pouvant servir a l'exploration des anciens monuments du Mexique, in «Archives de la Commission Scientifiquc du Mexique», Paris 1865, vol. I, pp. 146-61.
[D. Miglici Rivera Maestre esplorò il luogo dove sorgeva Utatlán e pubblicò una carta ed alcuni disegni delle rovine della capitale quiché nell’Atlante dello Stato del Guatemala (1832). Nel racconto del proprio viaggio nell'America Centrale, John L. Stephens dice di aver utilizzato la relazione di Rivera Maestre nella propria descrizione della città antica, quando la visitò nel 1840. Dalla traduz. di Goetz e Morley]. L'archeologo inglese Alfred Percival Maudslay visitò Utatlán ed Iximché nel gennaio 1887 e tracciò piante di entrambe le città. [Descrive il paese quiché e cakchiquel e le capitali indiane nel voi. II dell'Archaeology, della Biologia Centrali-Americana, nonché nell'eccellente libro suo e della moglie: A Glimpse at Guatemala (1899). Dalla traduz. di Goetz e Morley].
Gli storiografi dell'epoca della colonia hanno pure lasciato descrizioni più o meno esatte della capitale dei Quiché e del tempio di Tohil. La più chiara è quella di Ximénez (1857, pp. 165-67), che è in sintesi la seguente: Il tempio o santuario e gli altri edifici di Gumarcaah vennero costruiti su una collinetta circondata da grandi scoscendimenti. Sull'altopiano in cima alla collina sorgevano le ventiquattro case grandi dei Signori, fabbricate tutt'intomo e costituenti specie eli piazzuole, ciascuna simile ad una stanza grande elevata dal suolo circa tre braccia, con un corridoio e col tetto di paglia. In queste piazzuole si svolgevano i grandi balli durante le loro feste. Nel mezzo di una di queste piazzette sorgeva un torrione massiccio che si elevava quasi in forma di piramide, di base quadrata, ed aveva scale in ciascuna delle sue facciate e, agli angoli, un bastione che pure si assottigliava verso l'alto. I gradini sono molto stretti ed angusti, di modo che fa terrore salirli; quelli di ogni scala saranno stati circa trenta o quaranta e tutto è costruito in pietra.
Accanto al tempio o torrione vi era, da una parte, un muraglione di un metro e mezzo d'altezza per due di larghezza, sormontato da un altro di circa tre metri di altezza e pure due di larghezza, pieno di fori attraverso i quali passavano le funi con cui legavano le vittime da sacrificare, in modo che fossero poste dirimpetto al dio. Questo torrione dominava tutte le piazze in cui si riuniva il popolo e tutti potevano vedere il simulacro di Tohil.
Dall'altra parte del tempio vi era il campo del gioco della palla, che Ximénez descrive come una grande cisterna con grandissimi bordi di pietra, con coronamenti o piramidi tutto intorno; erano di notevole larghezza e vi poteva trovar posto molta gente per assistere ai giochi della palla, che costituivano il passatempo dei re e degli altri Signori. Tutto questo edifìcio, dalla parte opposta alle case, era rinchiuso da una muraglia di pietra polita, che si chiama tzalam-coxtum, ossia «fortezza di lastre», nome dato a tutti questi edifici perché, oltre a servire per le cerimonie, erano castelli e fortezze di difesa contro i nemici, e per questa ragione si costruivano sulla sommità dei monti.
Fuentes y Guzman (lib. VII, cap. X) descrive i palazzi di Utatlán con dovizia di particolari ed eccesso d'immaginazione, ma non da ragguagli più chiari sul tempio o santuario, ad eccezione della notizia dell'esistenza, verso «il quarto gradino», di una pietra liscia di circa quattro braccia (metri 2,50) e cinque piedi di larghezza (circa metri 1,50), sulla cui superficie lugubre ed infausta venivano sacrificati gli uomini e «con una larga mannaia di pietra di chay [ossidiana] si apriva il petto [alla vittima] e se ne estraeva il cuore palpitante per offrirlo all'idolo».
40  E qui chic e pu tzatz.
41  Rumal xa mavi chi tzacon c'uquiya chi qui vach, nell'originale. Non si radunavano più per mangiare e bere come facevano ad Izmachí, quando combinavano le nozze delle loro figlie e dei loro figli.
42  Il primo Vescovo del Guatemala, D. Francisco Marroquín, che giunse nel paese nel 1530 e resse la diocesi sino alla propria morte, avvenuta nel 1563. Lo storiografo Ximénez (1929, vol. I, p. 115) determina l'epoca della benedizione della nuova città spagnola che sostituì l'antica capitale, affermando che il Vescovo le diede il nome di Santa Cruz del Quiché «quando intorno all'anno 1539 si trovò in quella capitale e, benedicendo la località, collocò ed innalzò lo stendardo della fede». La sede di Utatlán venne abbandonata quando la città fu trasportata nelle pianure finitime dove sussiste oggi e serve da capitale alla circoscrizione del Quiché.
43  Tzatz, tzatz.
44  Il re.
45  Il coadiutore del monarca, destinato a succedergli.
46  Il sacerdote di Tohil.
47  Il sacerdote di Gucumatz.
48  Il Grande eletto di Cavec. « Erano tre i Grandi eletti, - dice Ximénez (1857, fine), - come i padri di tutti i Signori del Quiché». Vi era un Grande eletto per ciascuna delle principali fratrie.
49  Il Consigliere Chituy, Ministro del tesoro.
50  L'amministratore o Contabile ed esattore dei tributi.
51  Il Consigliere del campo lungo del gioco della palla.
52  Il Maggiordomo, secondo il Brasseur.
53  In questa enumerazione, che concorda col manoscritto originale, appaiono dieci nomi di Signori della Casa dei Nihaib. Il Brasseur riduce il numero a nove, unendo in un nome solo quelli di Yacola-tam-Utzam-pop-Zaclatol.
54  Erano questi i due grandi rami di Zaquic-Cotuhá, secondo il Título de los Señores de Totonicapán. Gli onori e le funzioni della Corte erano divise tra i Signori di ogni famiglia secondo il rango di ciascuno. Primo era l'Ahpop, o re, cui seguiva, nell'ordine legale di successione, l'Ahpop-Cambá. Intorno alla metà del secolo XVI Las Casas (1909, cap. CCXXXIV, p. 616) scriveva: «Quel re supremo aveva alcuni consiglieri principali, cui era affidata la giustizia e che giudicavano ciò che si doveva fare in tutte le questioni di affari. Gli Indiani che hanno visto ciò dicono oggi che erano analoghi agli Uditori che vi sono nel Guatimala nella Audiencia reale. Costoro esaminavano i tributi che si raccoglievano dal regno e distribuivano o mandavano al re ciò che gli era assegnato e gli spettava per il mantenimento della sua persona e del suo rango».
55  Zivan-tinamit. Anche Gumarcaah era circondata da burroni.
56  Tzatz naipuch c'atz qui chac x-uxic, letteralmente, «ed erano molti i loro fratelli maggiori e minori».
57  Nimatalic xouatal puch u quih r'alaxic ahauab. In questo passo tutti i traduttori si persero, perché non lesserò né compresero nel loro senso diretto le parole u quih r'alaxic, il giorno della nascita di una persona.
58  Ah zivan, ah tinamit.
59  Xa u qutbal rìb rumal xere hu qui zie u holom amac, nell'originale.
60  R'oo le ahau x-uxic, nell'originale.
61  « Nelle ortiche », nome che i Messicani tradussero Chichicastenango, con identico significato; è quest'ultimo il nome che sussiste oggi.
62  Il villaggio di Rabinal.
63  Oggi Zacualpa, presso le montagne di Joyabaj.
64  La nazione Caoqué, probabilmente rappresentata dagli odierni villaggi di Santa Maria e Santiago Cauqué.
65  Oggi San Andrés Saccabaja.
66  «Terra bianca», fortezza dei Mam presso l'antico villaggio di Chinabjul, oggi Huehuetenango.
67  «Sopra l'acqua calda», oggi Totonicapán, nome messicano di uguale significato, come Atotonilco nello stato di Jalisco (Messico).
68  Xelahuh-Quieh, «sotto i dieci cervi o capi», l'antica Culahá dei Mam, oggi Quezaltenango.
69  «Di fronte alla fortezza», oggi Momostenango.
70  «Il sambuco» [Recinos: sauco; lo interpreto come errore di stampa per saúco, « sambuco ». Goetz e Morley interpretano invece sauce, willow, «salice»], oggi Santa Maria Chiquimula, a poca distanza da Santa Cruz Quiché.
71  Chi hixtahic u chi uleu, letteralmente, «schiantate e rase al suolo».
72  La costa di Petatayub è evidentemente il litorale del Pacifico, dove oggi sorge il villaggio guatemalteco di Ayutla, sulla frontiera messicana. I Títulos de la Casa de Ixcuin-Nihaib, tra le conquiste dei Quiché in questa regione, nominano i territori bagnati dai fiumi Samalá, Uquz (Ocós), Nil e Xab, noti ancor oggi con questi nomi. Ayutl in náhuatl è la tartaruga. Il nome precolombiano di questa costa era Ayotlán, e così figura negli Anales di Cuauhtitlán. Anáhuac Ayotlán era il nome di tutta la regione di Tehuantepec, bagnata dall'Oceano Pacifico, che il Sahagún chiama Costa delle Tartarughe e che più tardi venne chiamata Soconusco. È curioso osservare che la parola azteca ayotl ha il doppio significato di « tartaruga » e « zucca», come la parola coc delle lingue del Guatemala.
73  L'Ahau-Galel era il capo della Casa di Nihaib e l’Ahtzic-Vinac il capo della Casa di Ahau-Quiché.
74  Chuvilá, o Chichicastenango. Tanto nel manoscritto di queste Historias del origen de los Indios quanto nei Títulos de la Casa Ixcuín-Nihaib, gli abitanti di questo villaggio sono chiamati Ah-Uvilá.
75  Oggigiorno Cabricán, villaggio della circoscrizione di Quezaltenango.
76  Pamacá, oggi Zacualpa, villaggio della circoscrizione del Quiché.
77  Odiernamente Joyabaj.
78  Oggi San Andrés Saccabajá.
79  Ziyahá, o Zihà, antico nome del villaggio noto oggi col nome di Santa Catarina Ixtlahuacán.
80  Totonicapán.
81  Quezaltenango.
82  X-be na cu nabe, nell'originale.
83  Il Brasseur confessa che la traduzione di questo passo è assai difficile ed osserva che esso venne completamente omesso da Ximénez. Il passo riesce più comprensibile quando si ristabilisca la punteggiatura dell'originale, che il Brasseur alterò nella sua trascrizione. L'originale si deve leggere così: In Ahpop, in Abpop-Cambá, [Goetz e Morley;] Ahpop chire caleh vech [Goetz e Morley: vech, oc] oc; chicu ave, at Ahau-Galel, Galel ri calem x-ch'uxic x-e cha cut ronohel ahauab, ecc.
84  Le case o templi degli dèi del Quiché vennero distrutti dopo l'abbandono della città. Le pietre e gli altri materiali estratti dalle rovine di Utatlán servirono a costruire gli edifici di Santa Cruz, la vicina città fondata dagli Spagnoli. Restano appena, tra le rovine dell'antica capitale quiché, i ruderi del luogo destinato ai sacrifici, o tempio di Tohil.
85  Tzutuhá, «Acqua o Fonte fiorita». Cahbahá, «casa di sacrifici» o «luogo destinato ai sacrifici». Il nome di questa località è assai simile a quello del villaggio noto oggi come San Andrés Saccabajá, situato poco lungi da Santa Cruz Quiché. Il Título de los Señores de Totonicapán narra che le tribù quiché rimasero per qualche tempo a Tzutuhá e dice che «colà trovarono anche una pietra simile a quella che aveva loro dato Nacxit».
86  Xac qu'etaam vi qo cut ilbal re, qo vuh Popol Vub u bi cumal. Il Brasseur scrisse per errore qo qutibal re. La nostra traduzione concorda con quella di Ximénez, il quale dice: «e vi era una cosa in cui vedevano tutto ed un libro di tutto che essi chiamavano Libro della Comunità».
87  Are locbal tzac, locbal ahauarem cumal. Il digiuno dei Quiché era assoluto, secondo il testo. Tra i Messicani era pratica generale, ma meno rigorosa, poiché essi consumavano un pasto leggero durante la giornata ed un altro durante la notte.
88  Ganal raxal, « abbondanza di ricchezze ». Dìccionario Cakchiquel.
89  Xa ta zac, xa ta amac. «Vi sia soltanto pace alla tua presenza», Ximénez.
90  Il P. Las Casas ha pure raccolto nella sua Apologética Historia (cap. CLXXVIII, p. 468), una preghiera - che, a quanto egli dice, veniva recitata dagli Indiani del Guatemala durante i sacrifici umani, - la cui essenza è identica a quella della preghiera che appare in questo passo. È così: «Signor Iddio, ricordati di noi che siamo tuoi; dacci salute, dacci figli e prosperità affinchè il tuo popolo si accresca ed essi ti servano; dacci acqua e tempo buono affinchè ci manteniamo, affinchè viviamo; ascolta le nostre suppliche, ricevi le nostre preghiere; aiutaci contro i nostri nemici; dacci agiatezza e riposo».
91  X-ul puch raxón cubul chactic. Il raxón (Cotinga) condivideva col quetzal, guc, l'onore di ornare con le proprie piume gli dèi ed i re; le belle piume di color celeste del raxón venivano unite e si chiamavano allora pixoh raxón, «piume cucite», espressione che Zúñiga (Dicc. Pokonchí-Castellano) spiega dicendo che «le piume sono intrecciate e [congiunte] con nodi di un filo molto sottile, con grande finezza, e nei loro balli essi portano ghirlande di queste piume azzurre e se ne cingono le tempie e la fronte». Cubul chactic sono le ghirlande di piume lavorate, sia cucite come dice Zúñiga, sia attaccate ad armature di legno leggero.
92  Nei Títulos de la Casa de Ixcuín-Nihaib si legge un interessante racconto delle conquiste dei re quiché e del tributo che veniva loro pagato dalle nazioni conquistate.
93  Letteralmente, «il volto», u vach.
94  Il testo in questo passo non nomina come successore immediato di Balam-Quitzé il figlio suo Qocaib. Tuttavia, nel capitolo sesto di questa parte si accenna al ritorno dall'Oriente di Qocaib, Qoacutec e Qoahau ed al loro arrivo a Hacavitz, e si dice letteralmente che i tre principi, i quali appartenevano ciascuno ad una delle tre grandi divisioni della nazione quiché, « riassunsero colà il governo delle tribù». È possibile che vi sia qui un errore di trascrizione e che il nome che si leggeva nel primitivo manoscritto quiché fosse stato quello di Qocaib anziché quello di Qocavib.
95  Balam Conaché, figlio di Qocavib e della moglie del fratello suo Qocaib, legittimato da quest'ultimo, regnò insieme con Beleheb-Queh, « 9, Cervo », come si legge nel capitolo VII, Quarta parte.
Cotuhá, uomo che, secondo il Título di Totonicapán, venne trovato dai Quiché mentre in campagna andava a caccia di quaglie e che, invitato ad unirsi loro, occupò il posto lasciato dal defunto Iqui-Balam. Cotuhá governò insieme con Iztayul, nome náhuatl che significa «cuore di selce». Costui era figlio di Balam Conaché.
U xe naual ahau. «La radice o principio dei re stregoni, meravigliosi» ossia «portentosi», come li chiama Ximénez. Questo Cotuhá fu il secondo re di tal nome e fu padre di Quicab, secondo il Título di Totonicapán. All'epoca di questi re la capitale venne trasportata a Gumarcaah e si organizzarono le ventiquattro famiglie, o case grandi, della nobiltà. Il Título dichiara esplicitamente che i nove grandi rami della casa di Cavec «uscirono dalla casa del principe Qocaib». Gucumatz e Cotuhá partirono alla conquista dei paesi della costa del Pacifico e, secondo il Título de Ixcuín-Nihaib, «il predetto condottiero [Gucumatz], in segno di gioia e per far cosa grata ai suoi soldati, si trasformò in aquila e si gettò in mare, a dimostrazione della sua conquista». Delle metamorfosi di questo re parla anche il capitolo nono di questa parte.
Tepetl pul, parole della lingua messicana che significano «monte di pietre».
99  Gag-Quicab, «dalle molte braccia», interpreta Ximénez. Può essere «quello dalle mani di fuoco». Cavizimah, «che si orna di punte simili a lance o saette» (itz in náhuatl), secondo Ximénez. Quicab e Caviximah furono i grandi conquistatori che soggiogarono tutti i popoli dell'interno del Guatemala, come si narra diffusamente nel capitolo decimo di questa parte.
100 Ximénez dice che all'epoca di questi re insorsero i Cakchiquel (assoggettati in precedenza da Quicab). Secondo il Memorial dei Cakchiquel, i Quiché vennero da essi sconfitti ad Iximché ed i loro re furono presi prigionieri e costretti a consegnare i loro dèi.
101  «Otto tralci». Come osserva il Brasseur, è la traduzione del nome messicano Chicuey Malinalli, dodicesimo [Goetz e Morley: decimo] giorno del calendario azteco. Durante il regno di questi principi, secondo Ximénez, avvenne l'episodio dell'indiano cakchiquel che i Quiché ricordavano nella danza chiamata Quiché Vinac. Quest'indiano, che probabilmente era figlio del re cakchiquel, veniva di notte a gridare insulti al re quiché; e quando finalmente venne catturato e stava per venir sacrificato, annunciò l'arrivo degli Spagnoli con queste parole: «Sappiate che verrà un tempo in cui sarete disperati per le calamità che vi colpiranno, e questo mama caixon ["vecchio amaro", nomignolo diretto al re] deve anch'egli morire; e sappiate che degli uomini vestiti, e non nudi come noi, dalla testa ai piedi, ed armati, distruggeranno questi edifici ed essi si ridurranno a tane di civette e di gatti selvatici e cesserà tutta questa grandezza di questa corte»,
102  Vucub Noh, «7 noh», giorno del calendario. Cauutepech, «ornato di grossi anelli», dice Ximénez, poiché questo re era solito usare tali ornamenti.
103  Oxib-Queh, «3, Cervo»; Beleheb-Tzi, «9, Cane»; sono giorni del calendario. Il re Beleheb-Tzi venne chamato dai Messicani Chiconavi-Ocelotl, ossia «9, Tigre», e di qui derivò il nome di Chigna-vizelut [Goetz e Morley: Chignauicelut], con cui lo indicarono gli Spagnoli. Donadiú, o Tonatiuh, il sole in náhuatl, era il nome che i Messicani davano al conquistatore spagnolo Pedro de Alvarado, il quale distrusse il regno quiché e ne gettò sul rogo i sovrani.
104  Tecum, «ammucchiato». Non si deve confondere questo re col generale in capo dell'esercito quiché, perito combattendo alla testa delle sue truppe contro gli Spagnoli. Non si sa che sorte fosse toccata al re Tecum, ma Tepepul è il re Sequechul di cui parlano il Libro de Cabildo ed i cronisti della Conquista, il quale regnò dal 1524 al 1526. Dopo l'insurrezione degli Indiani nel 1526, rimase in carcere fino al 1540, allorché venne impiccato dall'Alvarado insieme col re cakchiquel Belehé-Qat, che dagli Spagnoli era chiamato Sinacán.
105  Are u binaam vi beleheb cbinamit chi Caviquib beleheb. Le ultime quattro parole mancano nella trascrizione del Brasseur.
106  Belebhb Quih, nell'originale, per evidente errore. Nel capitolo settimo di questa parte appare il nome corretto, Beleheb Queh, ossia «9, Queh», giorno del calendario.
107  Nell'originale figura due volte il nome di Nimál-Cambá, e non si citano quelli di Utzampop-Zaclatol e Nimál Lolmet-Ycoltux, che figurano nel capitolo ottavo di questa quarta parte.
108  Queheri e cahauixel rumal ronohel ahauab Quiché. I Nim-Chocoh («Grandi eletti» o «Grandi consiglieri») erano i dignitari incaricati di promulgare e di fare eseguire le deliberazioni del governo. E alanel, «coloro che danno alla luce», li chiama il testo in seguito.
109  E alanel, e u chuch tzih e u cahau tzih, letteralmente, «coloro che portavano alla luce la parola delle madri, la parola dei padri».
110  Nella sua traduzione Ximénez integra il testo con questa riga dell'originale, che venne omessa, certo per errore, nella trascrizione del testo quiché.
111  La frase dell'originale in questo passo è: rumal ma-habi chi ilbal re qo nabe oher cumal ahauab, ed è evidentemente mutilata. E tuttavia fucile completarla, raffrontandola con altre due frasi del testo, quella del preambolo: rumai ma-habi rhic ilbal re Popo Vuh, e quella del capitolo undicesimo della quarta parte: Xax qu'etaam vi qo cut ilbal re, qo vuh, Popol Vuh u bi cumal. L'autore pone fine alla sua opera spiegando di nuovo che ha dovuto scriverla perché non esisteva più il libro antico in cui i re leggevano il passato e l'avvenire del loro popolo.
112  Come si è detto altrove, fu il Vescovo Marroquìn a battezzare col nome di Santa Cruz la città spagnola che sostituì l'antica capitale quiché.


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