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- Recinos - Note Prima Parte

Note di Adrián Recinos
tratte da "Popol Vuh - Le antiche storie del Quiché"
Edizioni G. EINAUDI - TORINO - 1960

PRIMA PARTE

1  E Alom, letteralmente «quelle che concepiscono e danno alla luce», e Qaholom, «quelli che generano i figli». Per imitare la concisione del testo traduciamo tutt'e due i termini «i Progenitori».
2  Erano nell'acqua perché i Quiché associavano il nome di Gucumatz al liquido elemento. Il Vescovo Nuñez de la Vega dice che Gucumatz è una serpe piumata che si muove nell'acqua. Il manoscritto cakchiquel narra che uno dei popoli primitivi che migrarono nel Guatemala venne chiamato Gucumatz perché la sua salvezza era nell'acqua.
3  E qo vi e mucutal pa guc pa raxón. Guc, o q'uc, kuk in maya, è l'uccello che oggi viene chiamato quetzal (Pharomacrus mocinno); lo stesso nome è dato alle belle piume verdi della coda di quest'uccello, che in náhuatl sono chiamate quetzalli. Raxón, o raxom, è un altro uccello dalle penne celesti, secondo il Basseta, un uccello che ha «il petto bruno scuro e le ali azzurre», secondo il Vocabulario de los Padres Franciscanos. Nella lingua corrente del Guatemala, ranchón è la Cotinga amabilis, di colore turchino e col petto e la gola violetti, che i Messicani chiamavano xiuhtótotl. Le piume di questi due uccelli tropicali, che abbondano specialmente nella regione della Verapaz, venivano usate negli abbigliamenti di cerimonia dai re e dagli ottimati sin dai più antichi tempi maya.
4 E nimac etamanel, e nimac ahnaob, nell'originale.
5  X chau ruq ri Tepeu, Gucumatz. La parola ruq indica qui la forma reciproca del verbo.
6  Ta x-calah puch vinac. Con la caratteristica concisione della lingua quiché, l'autore narra come l'idea nacque chiaramente nella mente dei Formatori, come si rivelò la necessitá di creare l'uomo, oggetto ultimo e supremo della Creazione, secondo i concetti finalistici dei Quiché. Il Brasseur interpreta così questa frase: «et au moment de l'aurore, l'homme se manifesta». Quest'interpretazione è errata; l'idea di creare l'uomo venne concepita allora, ma, come si vedrá nel corso  della narrazione,  non venne  messa in pratica fino a molto tempo dopo.
7  Huracán, «una gamba»; Caculha Huracán, «baleno di una gamba», cioè il lampo; Chipi Caculbá, «piccolo baleno». Tale è l'interpretazione di Ximénez. Il terzo, Raxa-Caculhá, è «il baleno verde», secondo lo stesso scrittore, e il lampo od il tuono, secondo il Brasseur. L'aggettivo rax tra altri significati ha quello di «repentino» o «subitaneo». In cakchiquel raxhaná-hih è il lampo. Nonostante tutto ciò, in quiché ed in cakchiquel racán ha il significato di «grande» o «lungo». Secondo il Padre Coto significa «cosa lunga», «cordicella», ecc. Ed anche «gigante» (hu racán), «nome con cui si indica qualsiasi animale che nella sua specie è più alto di altri», continua il Padre Coto. Questi concetti corrispondono alla forma del lampo e del fulmine come si disegna nel cielo. I Caribi delle Antille adottarono la parola huracán per indicare un altro fenomeno naturale, altrettanto rovinoso, e la parola è poi passata nelle lingue moderne. Cfr. Brinton, 1890.
8  Hupachá ta ch'auax-oc, to zaquiró puch. In questo passo ed in altri dell'opera, Ximénez e Brasseur confusero la forma verbale quiché auax, auaxic, che corrisponde al verbo ed al sostantivo «albeggiare», «alba», con auán, «seminare», e auix, «la semina» o «il campo di mais». In maya esistono le forme ahalcab, che significa «albeggiare», «spuntar del giorno», e ahan cab, «è giá spuntato il giorno», da ahal, «svegliarsi». In tempi più antichi i due verbi, «seminare» ed «albeggiare», erano molto simili anche in maya. Secondo il Diccionario de la lengua maya di José Pio Pérez, oc qab significa « seminare chicchi o semi», e ah çah cab, «albeggiare», «far sì che albeggi». È curioso osservare come la paronimia maya si sia mantenuta nell'antico quiché. Pare probabile che queste forme analoghe del maya e del quiché abbiano avuto origine da una radice comune.
9  Qu'yx nohin-tah.
10  X-ta pe pa ha ri huyub, «vennero, od uscirono, dall'acqua, le montagne». La somiglianza delle parole x-ta pe con tap, «gambero», suggerì a Ximénez il paragone delle montagne col gambero. Venne in ciò imitato dal Brasseur. La frase, però, non potrebbe essere più chiara.
11 Xaqui nagual, xaqui puz x-banatah vi. L'espressione puz nagual era usata per indicare il potere magico di creare o trasformare una cosa in un'altra. Puz nagual haleb, dice il Padre Barela, era l'incantesimo usato dagli Indiani per trasformarsi in palle di fuoco, in aquile ed altri animali.
12  U vinaquil huyub, letteralmente, «l'omuncolo del bosco». Gli antichi Indiani credevano che le foreste fossero abitate da questi esseri custodi, spiriti delle selve, specie di folletti simili agli alux dei Maya. Il Memorial de Solalá li chiama ru vinakil chee, da che, «albero», che il Padre Colo traduce «il folletto che vaga nelle foreste», altrimenti denominato il Zakikoxol. Secondo il Memorial, gli antichi Cakchiquel sparlavano con questi omuncoli che erano gli spiriti del vulcano Fuej;o, ru cux huyú chi Gag, chiamati Zakikoxol, Çakikoxol rubí.
13  Ta x-r'ah cu qui tih chic qui quih, nell'originale.
14  Mi x-yopih r'auaxic u zaquiric. «Ormai si avvicina il tempo delle seminagioni» è il senso che, erroneamente, da a questa frase il Bras-seur, precorrendo gli eventi poiché ancora non era stato creato l'uomo né inventata l'agricoltura.
15  Mavi mi x-utzinic ca quihiloxic, ca calaixic puh cumal, nel testo originale.
16  Xa cui u vach.
17 Ahtzac, Ahbit, varianti di Tzacol e Bitol.
18  R'atif quih, r'atit zac. La parola atit deve intendersi qui in senso collettivo, comprendente i due nonni Ixpiyacoc ed Ixmucané, che il testo chiama poi coi loro nomi. La stessa espressione si legge più avanti.
19  Vinac poy, vinac anom. Poy anom, in cakchiquel, ha l'accezione «il mortale».
20  Camul Alom, camul Qaholom. L'autore chiama «due volte madre» Hunahpú-Vuch e « due volte padre » Hunahpú-Utiú, definendo a questo modo il sesso di ciascuno dei membri della coppia creatrice.
21  Gran cinghiale, o porco selvatico. Nim-Ac è il padre, Nimá-Tziís la madre.
22  Gran pisote o coatí (Nasua nasica). Si potrebbe interpretare anche Gran tapiro o anta [tapiro americano] (Tix in poconchí, tzimín in jacalteco). L'anta era l'animale sacro degli Indiani Tzendal di Chia-pas, ed il Vescovo Núñez de la Vega narra che, secondo la tradizione, Votán portò a Huehuetlán il tapiro (o anta), il quale si moltiplicò nelle acque del fiume che bagna il territorio di Soconusco, nell'attuale Stato messicano di Chiapas.
23  In questo passo il testo pare enumerare i mestieri comuni dell'uomo di quei tempi. L'autore invoca l’ahqual, che è evidentemente colui che tagliava gli smeraldi o pietre verdi; l’ahyamanic, ossia l'orefice od argentiere; l’ahchut, cesellatore o scultore; l'ahtzalam, incisore od ebanista; l’ahraxalac, ossia colui che fabbricava i piatti verdi o belli; l'ahraxazel, colui che faceva le coppe, o ciotole di zucca [chiamate in náhuatl xicalli; nota di Goetz e Morley] verdi e belle - poiché la
parola raxá ha ambedue i significati; - l'ahgol, che era colui che lavorava la resina o la copale, ed infine l’ahtoltecat, che era senza dubbio l'argentiere, tolteco. I Toltechi, infatti, furono grandi maestri nell'arte della lavorazione dell'argento, che, secondo la leggenda, era stata loro insegnata dallo stesso Quetzalcoatl.
24  Tzité, Erytbrina corallodendron, «árbol de pito» [nel Guatemala], Tzompanquahuitl nella lingua messicana [albero di, o del, corallo, nel Penzig]. Si usa in campagna per costruire steccati. Il suo frutto è un baccello che racchiude dei semi simili ai fagioli, i quali erano, e sono ancora, usati dagli Indiani insieme coi chicchi di mais, nei loro sortilegi e stregonerie. Il Sánchez de Aguilar nel suo Informe cantra Idolorum Cultores dice che gli Indiani Maya «interrogavano la sorte con un gran pugno di mais». Come si vede, la pratica, che viene ancora osservata dai Maya-Quiché, è di rispettabile antichitá.
25  Chi banatahic xa pu ch'el apon-oc, letteralmente, « si faccia e riuscirá».
26  Quih!, Bit! La prima parola è «sole» e così la traduce il Brasseur, ma è anche « sorte » ed è questo evidentemente il senso dell'invocazione.
27  Ah tzité, colui che indovina la sorte per mezzo dei semi del tzité; il Basseta interpreta la parola come «stregone», e lo è in questo caso Ixpiyacoc.
28  Are curi atit ahquih, ahbit, Cbiracán Ixmucané u bi. L'ahquih era il sacerdote ed indovino; così ancor oggi vengono chiamati questi individui, molto rispettati nel Quiché. Ahbit è il creatore e formatore. Chiracán Ixmucané è lo stesso della Grande Ixmucané.
29  C'at quix la uloc, at u Qux cah, m'a cahizah u chi, u vach Tepeu, Gucumatz. Il verbo quix in questo passo è stato interpretato dai traduttori come «svergognare». Il Brasseur osserva che può significare pure «pungere» o «cavarsi sangue pungendosi con le spine». Era questa una forma di sacrificio comune tra gli Indiani e pare indicare il vero senso della frase usata dall'autore. Qahizan vach è «punire», secondo il Vocabulario de los Padres Franciscanos. Tutto il passo è un invito al Cuore del Ciclo perché venga a prender parte alle pratiche di divinazione e non faccia fallire gli indovini.
30  Comahil, «sangue, sostanza della persona». Padre Colo, Vocabulario Cakchiqtiel.
31  Alay quech, quxlaay quech.
32  II nome quiché zibaque si usa comunemente nel Guatemala per indicare questa pianta della famiglia delle tifacee, che è molto usata per la fabbricazione delle stuoie, chiamate nel paese petate tule, «Midollo di un giunco con il quale fanno i petate», dice il Basseta.
33  È difficile interpretare i nomi di questi nemici dell'uomo. Ximénez dice che Xecotcovach era un uccello, probabilmente un'aquila (cot) o uno sparviero. Il Camalotz che tagliava la testa agli uomini era evidentemente il grande vampiro (nimá chicop) Camazotz, pipistrello di morte, che decapita il giovane eroe Hunahpú nella Seconda parte dell'opera. Cotzbalam si può interpretare come la tigre che sta acquattata in attesa della preda. Tucumbalam è un altro nome del tapiro o anta. Il Seler (1902-1923, vol. II, Der Fledermausgolt der Maya-Stämme), ritiene che queste «belve-demoni del Popol Vuh» siano equivalenti alle quattro figure di mostri che si vedono nel f. 44 del Codice Borgia. Secondo il Seler, in questo Codice il Tucumbalam è rappresentato da una specie di pescecane o coccodrillo. Il pipistrello dell'Est ha strappato la testa a quello che gli sta di fronte ed il pescecane o coccodrillo dell'Ovest gli ha strappato il piede.
34  X-cahixic, x-muchulixic qui baquil, nell'originale.
35  Quebal, che il Ximénez traduce «pietre da macina», in questo passo significa «giara» od «orcio». Il Brasseur traduce, erroneamente, tout ce qui leur avait servi.
36  Comalli in lingua messicana, xot in quiché, piatto grande simile ad un disco di argilla, che si usa per cuocere le focacce di mais.
37  Qui caa, nell'originale, «macina», metate in Messico. Il Brasseur lesse erroneamente qui aq e tradusse «le loro galline».
38  I cani le cui carni erano mangiate dagli uomini di legno non erano quelli che esistono oggi in America bensì una varietá che i cronisti spagnoli chiamano «cani muti», perché non abbaiavano. I loro animali da cortile erano il tacchino, il fagiano e la gallina di monte.
39 Queste parole non sono che la riproduzione del rumore che fa la pietra durante la macinazione del mais.
40  Yacal u bi, « appoggiato alla parete » o « collocato per terra », secondo il Diccionario Cakchiquel.
41  Per capire bene questo periodo si deve ristabilire la punteggiatura dell'originale, alterata nella trascrizione del Brasseur, e leggerlo a questo modo: Xere c'oh yv'u chaah vi; mavi e'oh chauic. Ma ta cu mi-x-oh camic chyve. ¿Hupacha mavi mi-x-yx nauic, x-yx nau ta cut chyvith? Ta cut x-oh zach vi, vacamic cut x-ch'y tih ca bac qo pa ca chi; x-qu'yx ca tio, x-e cha ri tzi chique, ta x-cut qui vach.
42  «I tenamaste», traduce Ximénez, usando questa parola del linguaggio volgare del Guatemala, presa dal náhuatl tenamaxtle. Sono le tre pietre del focolare degli Indiani sulle quali poggiano il comal o le pentole.
43  L'idea di un antico diluvio e la credenza in un altro che avrebbe prodotto la fine del mondo ed avrebbe avuto caratteri simili a quello che è descritto in questo passo del Popol Vuh, esisteva ancora tra gli Indiani del Guatemala negli anni successivi alla conquista spagnola, come si legge nella Apologètica Historia (cap. CCXXXV, p. 620): «V'era tra essi notizia, - dice il Padre Las Casas in quest'opera, -del diluvio e della fine del mondo, e lo chiamano Butic, che è un nome che significa diluvio di molte acque e vuol dire giudizio, e così credono che dovrá venire un altro Butic, che è un altro diluvio e giudizio, non giá di acqua ma di fuoco, che essi dicono che sará la fine del mondo, in cui altercheranno tutte le creature, specialmente quelle che servono l'uomo, come le pietre su cui macinano il loro mais o grano, le pentole, gli orci, facendo intendere che si scaglie-ranno contro l'uomo ».
44  Xa chi yach hul chi qui vach. [Letteralmente: «le caverne si coprivano la faccia», «li disdegnavano»; nota di Goetz e Morley].
45  Secondo gli Anales de Cuauhtitlán, nella quarta etá della terra «molte persone allogarono ed altre si gettarono nei boschi e si convertirono in scimmie». (Traduzione di Galicia Chimalpopoca).
46  Vucub-Caquix, cioè « Sette Are ». Ximénez credeva di vedere in questo personaggio una specie di Lucifero. Per il Brasseur era un principe, probabilmente il capo di un vasto territorio dell'America centrale. Non occorre osservare come questo episodio sia completamente favoloso e privo di rapporti con qualsiasi fatto storico. I Quiché usavano frequentemente il numero sette (vucub) nei nomi propri, come si vedrá nel corso del libro.
47  Pare trattarsi di un'allusione all'inondazione che distrusse gli uomini di legno. Più avanti il narratore osserva che Vucub-Caquix esisteva al tempo dell'inondazione. L'idea comune tra gli Indiani era che non tutti gli uomini primitivi fossero periti durante il diluvio. Nel passo citato qui sopra il Padre Las Casas dice: «Credono che da certe persone che sfuggirono al diluvio vennero popolate quelle loro terre e che una di esse era chiamata gran padre e gran madre».
48  Quehecut in quih vi, in pu ic rumal zaquil al zaquil qahol. Questo passo presenta grandi difficoltá al traduttore. Il Vocabulario de las lenguas Qiché y Kakchiquel spiega le parole zaquil al, zaquil qahol, dicendo «sará la stirpe umana». Il senso generalmente accettato è quello di vassalli e discendenti.
49  Hunahpú, «un cacciatore»; Ixbalanqué, «tigre piccola» o «volpe grigia» [sp.: tigrillo; probabilmente è l’urocione]; il prefisso ix- è segno del femminile e del diminutivo. Può essere anche «piccolo stregone », poiché balam ha tutti e due i significati, « tigre » e «stregone». Xavi e qabauil, «questi erano anch'essi dèi», traduce Ximénez. I missionari spagnoli trovarono tra i Quiché la parola qabauil, o cabeuil, con cui essi indicavano i loro dèi; la tradussero generalmente « idolo » o « demonio », e cercarono di indurre gli Indiani a dimenticarla insieme con tutta la loro antica religione e a non usare che la nuova parola spagnola, Dio, ad indicare la divinitá cristiana. Lo stesso procedimento venne seguito dai frati francescani nel Yucatán per la parola ku, «dio», e kauil, qualificativo maya che significa «venerabile» e che accompagna quasi sempre il nome di Itzamná, il sole, dio principale degli antichi Maya. Nei testi antichi il suo nome è Itzamná Kauil (Libro de Chumayel, Relación di Landa, ecc.). Nella Relación dei suoi due viaggi nel Petén nel 1695 e nel 1696, il P. Avendaño dice di sapere che tra gli idoli che avevano gli Itzá vi era «quello di Itzamná Kauil che vuoi dire cavallo del demonio». La somiglianzá tra il vocabolo maya Kauil e quello quiché qabauil suggerisce un rapporto di stretta parentela tra di essi.
50  Chi ca coh vi u yab, ta quiz-oc quinomal, u xit, u puvac, u cual, u yamanic ri cu gagabeh, nel testo originale.
51  Zipacná, gigante che si caricava sulle spalle le montagne. Si nutriva di pesce e di granchi, ed il Raynaud lo paragona con il Cipactli del Messico, che era un coccodrillo o un pescespada. Cabracán, «gigante doppio», «terremoto» in quiché. Si è fatta notare la somiglianzá del nome della moglie di Vucub-Caquix, Chimalmat, con quello della madre di Quetzalcoatl, Chimalmán. Può trattarsi di una semplice coincidenza, ma può essere anche un i riflesso della leggenda messicana.
52  «Bocca di fuoco», Chi Gag nel manoscritto cakchiquel, il vulcano Fuego.
53  Vulcano Agua. Il Vocabulario Cakchiquel (n. 41 del Fondo Americano della Biblioteca Nazionale di Parigi) traduce Hunahpú «fiore olezzante», fleur odoriférante secondo il Raynaud. Per il P. Vázquez, il cronista francescano, significa «mazzolino o fascio di fiori». Questa interpretazione è interessante perché Hunahpú è il ventesimo giorno del calendario quiché e cakchiquel e corrisponde al ventesimo giorno del calendario messicano, Xóchitl, che pure significa «fiore».
54  Vulcano di Acatenango. I tre vulcani noti col nome di Fuego, Agua ed Acatenango dominano il paesaggio del centro del Guatemala e la valle dove esistette per molti anni la capitale durante l'epoca della colonia spagnola.
53  Vulcano di Santa Maria nella parte occidentale del paese. Gagxanul in cakchiquel.
56  Vulcano Cerro Quemado a Quezaltenango, secondo Herman Prowe; Vulcano di Zunil nella stessa zona, secondo Villacorta e Rodas.
57  Tapal in quiché, nantze in lingua messicana, Byrsonima cotinifolia, B. crassifolia, bell'albero del Tropico che produce un frutto molto aromatico e simile alla ciliegia bianca.
58  Appare qui Hun-Hunabpú invece di Hun-Ahpú, errore evidente che viene corretto nel corso del racconto.
59  Zaqui-Nim-Ac, il Gran Cinghiale Bianco, Zaqui-Nimd-Tziís, il Gran Pisote Bianco. Il vecchio e la vecchia rappresentano la coppia creatrice che, sotto nomi diversi, appare in tutta la prima parte di queste storie.
60  [Presso gli Indiani del Guatemala è diffusa la credenza che il mal di denti sia causato da un verme che penetra tra i denti provocando fastidio e dolore. Nota di Goetz e Morley].
61   Omuch qaholab, «quattrocento ragazzi». Il nome collettivo è usato per indicare un gran numero, un mucchio.
62  La bevanda degli Indiani del Guatemala, fatta di mais fermentato.
63  II mucchio, le Sette Gallinelle, le Pleiadi. Il Brasseur osserva che Omuch qaholab, i quattrocento ragazzi periti durante un'orgia, sono gli stessi che erano adorati nel Messico sotto il nome di Centzon-Tolochtin, i quattrocento conigli invocati come dèi protettori del pulque e degli ubriachi.
64  Ec, pie de gallo, bromeliacea dalle foglie grandi e lucenti che cresce sugli alberi. «Erba con la quale nelle feste ricoprono le travi, dalle foglie grosse», dice il Basseta. [Cfr. Terza parte, nota 64].
65  Altre foglie più piccole chiamate pahac, dice Ximénez.
66  La montagna di Meaguán sorge ad occidente del villaggio di Rabinal, nella regione del fiume Chixoy.
67  Qui cumatzih, «il loro incantesimo», secondo il Brasseur; «il loro segreto», secondo Ximénez. Mactzil in maya significa «miracolo», «meraviglia».
68  Letteralmente, «le ginocchia».
69  Chi be quib, chi be zac, letteralmente «finché vi sará sole e luce».
70  Xa qo qu'il caquiyc. Brasseur e Raynaud traducono «lá dove essa è si vedono grandi precipizi». Il verbo neutro cacquer, caquic significa « imporporarsi » detto del cielo, accendersi il cielo della luce rossa dell'aurora.
71  [Recinos: tizate]. Dal náhuatl tizatl, «gesso». L'autore usa la parola maya e quiché zahcab [Goetz e Morley: tahcab], che indica una specie di cemento bianco naturale usato dagli antichi Indiani.
72  Ve nima etamanel hun tzac, hun bit ta ch'auax oc, ta zaquir oc, x-e cha ri qaholab. Questa frase, dice il Brasseur, è oscurissima, e non pare avere molta relazione con la storia. La frase, certo, non ha attinenza col contesto, ma non è neppur stata ben tradotta dal Brasseur.


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