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Note di Adrián Recinos
tratte da "Popol Vuh - Le antiche storie del Quiché"
Edizioni G. EINAUDI - TORINO - 1960


PREAMBOLO

1 Are u xe oher tzih varal Quiché u bi. In questo inizio delle antiche storie della razza e nelle righe seguenti, l'ignoto autore da il nome di Quiché al paese, varal Quiché u bi; alla cittá, Quiché tinamit; ed alle tribù della nazione, r'amag Quiché vinac. La parola quiché, queché o quechelah significa «bosco» in molte lingue del Guatemala, e deriva da qui, quiy, «molti» e che, «albero», parola originale maya. Quiché, «terra dai molti alberi», «popolata di boschi», era il nome della più potente nazione dell'interno del Guatemala nel secolo XVI. Lo stesso significato ha la parola náhuatl Quauhtlemallan, che è probabilmente una traduzione del nome Quiché e che, come questo, descrive in maniera appropriata il paese selvoso e fertile che si stende al sud del Messico. Non v'è dubbio che il nome azteco Quauhtlemallan, dal quale derivò quello moderno di Guatemala, venisse dato a tutto il paese e non soltanto alla capitale dei Cakchiquel, Iximché (l'albero che ora è chiamato [nell'America centrale] ramón), che dai Tlaxcaltechi giunti con l'Alvarado venne denominata Tecpán-Quauhtlemallan. Tutto questo territorio situato al sud del Yucatán e del Petén-Itzá era noto giá prima della conquista spagnola coi nomi di Quauhtlemallan e Tecolotlán (oggi Verapaz). Il Sahagún è assai esplicito quando dice (lib. X, cap. XXIX) che i primi abitanti della Nuova Spagna sbarcarono a Panutla (Pánuco) e percorsero il litorale guardando verso le catene nevose ed i vulcani finché giunsero nella provincia del Guatemala.
2 Varal x-chi ca tzibah vi, x-chi ca tiquibá vi oher tzih, nell'originale. Per scrivere le antiche storie sull'origine e sullo sviluppo della nazione quiché l'autore probabilmente si valse, non soltanto della tradizione orale, ma anche delle antiche pitture. Il Sahagún narra che i sacerdoti toltechi quando si spostavano verso oriente (Yucatan) portavano con sé « tutte le loro pitture, dove conservavano tutto quanto si riferiva agli antichi costumi ed alle arti manuali». Nel capitolo sesto della Parte quarta di questo libro si legge che il Signore Nacxit (Quetzalcoatl) diede ai principi quiché, tra altre cose, «le pitture di Tulán (u tzibal Tulán), le pitture, come chiamavano quelle in cui ponevano le loro storie».
3 Sono i nomi della divinitá, ordinati in coppie creatrici secondo la concezione dualistica dei Quiché - nel modo seguente:
Tzacol e Bitol, il Creatore ed il Formatore;
Alom,la dea madre, colei che concepisce i figli, da al, "figlio", alán, «dare alla luce». Qaholom, il dio padre che genera i figli, da qahol, «figlio del padre», qaholab, «generare». Ximénez li chiama «madre» e «padre»; sono gli dèi che gli Indiani chiamavano il Gran Padre e la Gran Madre, come narra il Las Casas, e dimoravano nel cielo;
Hunahpù-Vuch, cacciatore in forma di volpe o sáriga (Opossum) [tacuazín], dio dell'alba; vuch è il momento che precede l'alba. Hunahpú-Vuch, è la divinitá come potenza femminile, secondo il Seler. Hunahpú-Utiú, cacciatore in forma di coyote, varietá di lupo (Canis latrans), dio della notte, come potenza maschile;
Zagui-Nima-Tziís, Gran pisote bianco (Nasua nasica) o coatí, incanutito per l'etá, dea madre; ed il suo consorte, Nim-Ac, Gran porco selvatico, o cinghiale, che in questo passo manca per involontaria omissione, ma è invocato nel capitolo seguente;
Tepeu, il re o sovrano, dal náhuatl Tepeuh, tepeuani, che il Molina traduce «conquistatore» o «vincitore in battaglia»; ah tepehual presso i Maya, i quali lo presero anch'essi dai Messicani. Gucumatz, serpente coperto di piume verdi, da guc, in maya kuk, «piume verdi», quetzal per antonomasia, e cumatz, «serpente»; è la versione quiché di Kukulcán, il nome maya di Quetzalcoatl, il re tolteco, con quistatore, civilizzatore e dio del Yucatan durante il periodo del Nuovo Impero Maya. La forte tinta messicana della religione dei Quiché si riflette in questa coppia creatrice che continua a venir in vocata attraverso il libro, finché la divinitá non assume una forma corporea in Tohil, il quale nella Terza parte viene esplicitamente identificato con Quetzalcoatl;
U Qux Cho, il cuore o lo spirito della laguna. U Qux Paló, il cuore o spirito del mare. Si vedrá in seguito che la divinitá veniva chiamata anche il Cuore del Cielo, u Qux Cah;
Ah Raxá Lac, il Signore del verde piatto, cioè della terra; Ah Raxá Tzel, il Signore della [ciotola] zucca verde o della pentola azzurra, come dice Ximénez, cioè del cielo;
il nome Hunahpú è stato oggetto di molte interpretazioni. Letteralmente, significa «cacciatore con cerbottana», «tiratore»; etimologicamente il significato è il medesimo. È un vocabolo della lingua maya: ahpú in lingua maja significa «cacciatore» e ah ppuh ob, forma il plurale, sono "i battitori che vanno a caccia», secondo il Diccionario de Motul. È evidente, tuttavia, che i Quiché dovevano avere qualche ragione più plausibile di quanto non sia tale etimologia per dare questo nome alla divinitá. Il cacciatore, ai tempi primitivi, era un personaggio importantissimo; il popolo viveva della caccia e dei frutti spontanei della terra, prima dell'invenzione dell'agricoltura. Hunahpú sarebbe, per conseguenza, il cacciatore universale, colui che procurava all'uomo il sostentamento;  in maya hum ha anche l'accezione di «generale» ed «universale». Ma può darsi che i Quiché, i quali discendevano direttamentedai Maya, avessero voluto "riprodurre nel nóme Hunahpú il  suono delle parole maya Hunab Ku, «l'unico dio», che servivano ad indicare il dio principale del pantheon maya, il quale non poteva venir rappresentato materialmente, essendo incorporeo. La figura di un cacciatore potrebbe esser servita nei tempi antichi a rappresentare il fonema Hunab Ku che racchiudeva un'idea astratta, quella di un essere spirituale e divino. Il procedimento è comune nella scrittura pittografica precolombiana. Hunahpú è anche il nome del ventesimo giorno del calendario quiché, il giorno più venerato dagli antichi, equivalente al maya Ahau, «signore» o «capo», ed al náhuatl Xóchitl, «fiore» e «sole», simbolo del dio sole o Tonatiuh.
4 Ixpiyacoc ed Ixmucané, il vecchio e la vecchia (in maya ixnuc significa «vecchia»), equivalenti agli dèi messicani Cipactonal e Oxomoco, i saggi che, secondo la leggenda tolteca, inventarono l'astrologia giudiziaria ed escogitarono il modo di computare il tempo, cioè il calendario. Benché nella leggenda quiché esistessero le altre coppie astratte di cui abbiamo parlato sopra, Ixpiyacoc, e soprattutto Ixmucané, avevano un più diretto contatto con le cose di questo mondo; insieme erano ciò che l'archeologo messicano Enrique Juan Palacios chiama «la coppia creatrice attiva che si occupa direttamente della formazione materiale delle cose».
5 Ta x-qui tzihoh ronohel ruq x-qui ban chic chi zaquil qolem, zaquil tzib.
6 Popo Vuh, o Popol Vuh, letteralmente «il libro della comunitá». La parola popol è maya e significa « consiglio », « riunione », o « casa comune». Popol na è la «casa della comunitá dove ci si raduna a trattare affari pubblici », dice il Diccionario de Motul. Pop è un verbo quiché che significa «riunire», «radunare» e «affollarsi», detto della gente, secondo Ximénez; e popol, «cosa appartenente al municipio», «comunale», «nazionale». Per questa ragione Ximénez interpreta Popol Vuh come Libro della Comunitá, o del Consiglio. Vuh o uúh significa « libro », « carta » o « straccio » e deriva dal maya húun o úun che significa tanto «carta» e «libro» quanto l'albero con la cui corteccia si fabbricava anticamente la carta e che dai Nahua è chiamato amatl, nel Guatemala popolarmente amatle (Ficus cotinifolia). Si noti come in molte parole la n del maya si trasformi in quiché in j o h aspirata. Na, « casa » in maya, si trasforma in ha o ja; húun, o úun, «libro» in maya, diventa in quiché vuh o uúh.
7 Il Brasseur racchiude tra virgolette questa frase del testo: u tzihoxic ca muhibal, ilbal zac qazlem, ma nell'originale le virgolette non esistono.
8 Cah tzuc, cah xucut, nell'originale. I quattro punti cardinali, secondo il Brasseur. È lo stesso concetto, esistente tra i Maya, dei quattro Bacab che sostengono il cielo.
9 Si osserverá che, quando enumera persone dei due sessi, il Popol Vuh nomina galantemente per prima la donna.


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