- 1974 - Il cuore giallo - Pablo Neruda - Popol Vuh - Insetti

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- 1974 - Il cuore giallo

IL CUORE GIALLO                            (1974)


UNO

Poiché incompleto e fusiforme
io me l'intesi con gli aghi,
poi mi andarono filando
senza aver mai terminato.

Per questo l'amore che ti do
donna mia, mia donna ago,
s'avvolge al tuo orecchio bagnato
dal forte vento di Chillán
e si svolge nei tuoi occhi
disciogliendo malinconie.

Spiegazione allettante non trovo
al mio destino intermittente,
la vanità mi conduceva
verso inauditi eroismi:
a pescar sotto la sabbia,
a fare buchi nell'aria,
a mangiarmi tutte le campane.
E tuttavia ho fatto poco
o nulla ho fatto tuttavia,
che entrare in una chitarra
e uscir cantando con essa.


ALTRO

A forza di percorrere una terra
che non figurava sui libri
m'abituai alle terre dure
in cui nessuno mi chiedeva
se mi piaceva l'insalata
o se preferivo la menta
che divorano gli elefanti.
E a forza di non rispondere
il mio cuore è diventato giallo.


ALTRO ANCORA

Son tornato dal fondo del mare
odiando le cose bagnate:
mi sono scrollato come i cani
delle onde che mi amavano
e d'improvviso mi son sentito
contento del mio sbarco
e unicamente terrestre.

I giornalisti diressero il loro
stravagante macchinario
contro i miei occhi e il mio ombelico
perché gli contassi cose
come se io fossi morto,
come se fossi un volgare
cadavere specializzato,
senza far conto del mio essere
che m'esigeva di camminare
prima che tornassi alle mie
abitudini spaventose:
fui sul punto di tornare
a immergermi nella marea.

Perché la mia storia si raddoppia
quando nell'infanzia scoprii
il mio cuore depravato
che mi fece cader nel mare
e abituarmi sottomarino.

Lì io studiai da pittore,
lì ebbi casa e pesce,
sotto l'onde mi sposai,
non mi ricordo quali furono
le fidanzate del profondo
ed è certo che tutto ciò
era un'incolume routine:
io m'annoiavo con i pesci
senza incidenza né battaglie,
essi pensarono che forse
ero un monotono cetaceo.

Quando per caso calpestai
l'arena di Isla Negra
e vissi come ognuno,
mi suonan tanto la campana
e domandano cose idiote
sopra gli aspetti remoti
d'una vita così ordinaria;
non so come mettere in fuga
questi strani interrogatori.

Chiedo a un saggio che mi dica
dove posso vivere tranquillo.


L'eroe

In una strada di Santiago
è vissuto un uomo nudo
per tanti anni, sì, senza
calzarsi, no, senza vestirsi
e col cappello, tuttavia.

Senz'altre vesti che i suoi peli
quest'uomo filosofante
talvolta si mostrò al balcone
e la cittadinanza lo vide
come un nudista solitario
nemico delle camicie,
dei pantaloni e della giacca.

Così passavano le mode,
appassivano i gilè
e tornavano certi baveri,
certi bastoni caduti:
tutto era resurrezione
e sepolture nel vestiario,
tutto, meno quel mortale,
nudo come venne al mondo,
sdegnoso come gli dèi
dediti alla ginnastica.

(I testimoni, uomini e donne,
dell'abitante singolare
danno dettagli che mi sconvolgono
mostrando la trasformazione
dell'uomo, la sua fisiologia).

Dopo quella nudità
con quarant'anni da nudo
partendo dai piedi alla testa
si coprì di squame nere
e i capelli gli coprirono
in tal maniera gli occhi
che non potè leggere più
neppure i giornali del giorno.

Così rimase il suo pensiero
fisso in un punto del passato
come l'antico editoriale
di un giornale scomparso.

(Curioso caso quell'uomo
che morì quando inseguiva
il canarino sul terrazzo).

Resta provato in questa storia
che la buonafede non resiste
agli assalti dell'inverno.


Una situazione insostenibile

Tanto si parlò dei defunti
nella famiglia di Ostrogodo
che accadde una cosa curiosa,
degna d'essere fissata.

Parlavan tanto dei morti
vicino al fuoco ogni giorno,
del cugino Carlo, di Filippo,
di Carlotta, monaca defunta,
di Candelario ormai sepolto,
insomma, mai non finivano
di ricordar ciò ch'era morto.

Allora in quella casa
d'oscuri cortili e aranci,
nella sala dal piano nero,
nei corridoi sepolcrali,
s'installarono molti defunti
che si sentirono in casa loro.

Lentamente, come affogati
nei cinerei giardini
pullulavan come pipistrelli,
si piegavano come ombrelli
per dormire o per meditare
e lasciavano sulle sedie
un odore acre di tomba,
un'aria che invase la casa,
un ventaglio insopportabile
di seta color naufragio.

La famiglia Ostrogodo appena
si azzardava a respirare:
era sì puro il loro rispetto
per gli aspetti della morte.
E se menomati soffrivano
nessuno gli udì un sussurro.

(Perché parlando di economia
quell'invasione silenziosa
non gli sciupava le tasche:
i morti non mangian né fumano,
certo ciò è soddisfacente:
ma in realtà essi occupavano
sempre più posti nella casa).

Pendevano dalle cortine,
SÌ sedevan sui vasi da fiori,
si disputavano lo scranno
di don Filiberto Ostrogodo,
e occupavano lungo tempo
il bagno, pulendo forse
i denti dei loro teschi:
certo è che quella famiglia
s'andò ritirando dal fuoco,
dalla camera, dalla sala da pranzo.

E conservando il loro decoro
tutti andarono in giardino
senza protesta contro i defunti,
mostrando una triste allegria.

Sotto l'ombra di un arancio
mangiavano come rifugiati
dalla frontiera pericolosa
di una battaglia perduta.
Ma anche lì giunsero quelli
a spenzolarsi dai rami,
defunti seri, circospetti,
che si credevano superiori
e non si degnavan di parlare
con i benigni Ostrogodos.

Finché per tanto morire
essi si unirono agli altri
ammutolendo e defungendo
in quella casa mortale
che restò deserta un giorno,
senza porte, né casa, né luce,
senza aranci e senza defunti,


Filosofia

È comprovata la certezza
dell'albero verde in primavera
e della corteccia terrestre:
ci alimentano i pianeti
nonostante le eruzioni
e il mare ci offre pesci
malgrado i suoi maremoti:
siamo schiavi della terra
che pure è padrona dell'aria,

Passeggiando per un'arancia
passai più di una vita
ripetendo il globo terrestre:
la geografia e l'ambrosia:
i succhi color giacinto
e un odor bianco di donna
come i fiori della farina.

Non si ottiene nulla volando
per sfuggire da questo globo
che t'afferrò dalla nascita.
E bisogna confessar sperando
che l'amore e l'intendimento
vengon dal basso, s'innalzano
e crescono dentro di noi
come cipolle, come querce,
come testuggini o come fiori,
come paesi, come razze,
come strade, come destini.


Tuttavia mi muovo

Di tanto in tanto son felice!,
m'espressi davanti a un saggio
che m'esaminò senza passione
e mi dimostrò i miei errori.

Forse non c'era salvezza
per i miei denti avariati,
uno a uno si smarrirono
i peli della mia chioma:
era meglio non discutere
sulla mia trachea cavernosa:
quanto al canale coronario
era pieno d'avvertimenti
come il fegato tenebroso
che non mi serviva da scudo
o questo rene cospiratore.
Con la prostata malinconica
e i capricci della mia uretra
mi conducevano senza fretta
a un analitico finale.

Guardando fisso in faccia il saggio
senza decidermi a soccombere
gli mostrai che potevo vedere,
palpare, udire, potevo soffrire
in altra occasione favorevole.

Che mi lasciasse il piacere
d'essere amato e di amare;
mi sarei cercato qualche amore
per un mese o una settimana,
o per un penultimo giorno.

Quell'uomo saggio e sdegnoso
mi guardò con l'indifferenza
dei cammelli per la luna
e decise orgogliosamente
di dimenticare il mio organismo.

Da allora non sono sicuro
se io devo davvero ubbidire
al suo decreto di morire
o se devo sentirmi bene
come il corpo mi consiglia.

In questo dubbio io non so
se dedicarmi a meditare
o alimentarmi di garofani.


Pietrafina

Devi controllarti, signore,
compagno devi controllarti,
mi consigliarono uno a uno,
mi consigliarono poco a poco,
mi consigliarono molto a molto,
finché andai esagerando
e ogni volta esagerai,
esagerai ogni giorno
fino a essere indubbiamente
orripilante e smodato,
smodato malgrado tutto,
inaccettabile e smodato,
smodatamente felice
nella mia insorgente dismisura.

Quando il fiume navigabile
navigava come i cigni
misi in pericolo la barcaccia
e produssi onde sì grandi
con le mie strofe ventose
che cademmo tutti nell'acqua.
Lì i pesci mi guardarono
con occhi freddi, rimproverandomi,
mentre sardonici granchi
minacciavano i nostri culi.

Altra volta assistendo a un lungo,
a un funerale interminabile,
in mezzo ai discorsi funesti
restai addormentato nella tomba
e lì con grave negligenza
mi gettaron terra, mi seppellirono:
durante quei giorni oscuri
mi alimentai di corone,
di crisantemi putrefatti.
E quando risuscitai
nessuno se n'era accolto.

Con una bellezza m'accadde
un'avventura esagerata.
Pietrafina, si chiamava,
e sembrava una ciliegia,
sembrava un cuore disegnato,
una scatoletta di vetro.
Quando mi vide naturalmente
s'innamorò del mio naso,
gli prodigò tenere cure
e piccoli baci celesti.

Allora io scatenai
i miei istinti inaccettabili
e l'insaziabile vanità
che conduce a tanti errori:
con sforzo io sviluppai
il mio naso fino a trasformarlo
in proboscide d'elefante.
E con mortali giochi di prestigio
portai a tal grado l'abilità
che Piettafina sollevai
fino ai rami d'un ciliegio.

Quella donna rifiutò
i miei omaggi smisurati
e mai discese dai rami:
m'abbandonò. Seppi più tardi
che poco a poco, col tempo,
si convertì in ciliegia.

Non v'è rimedio a questi mali
che fan felice tristemente
e amaramente soddisfatto:
l'orgoglio non porta a nulla,
ma sia detta la verità:
non si può vivere senza.


Canzone dell'amore

Ti amo, ti amo, è la mia canzone.
e qui comincia la stoltezza.

Ti amo, ti amo mio polmone,
ti amo, ti amo mia pergola,
e se l'amore è come il vino:
sei tu la mia predilezione
dalle mani sino ai piedi:
tu sei la coppa del poi
e la bottiglia del destino.

Ti amo a diritto e a rovescio
e non ho suono né senno
per cantarti la mia canzone,
la mia canzone senza fine.

Sul mio violino che stona
tè lo dichiara il mio violino
che t'amo, che t'amo mia viola,
mia donnina oscura e chiara,
mio cuore, mia dentatura,
mia chiarità e mio cucchiaio,
mio sapore di settimana oscura,
mia luna di finestra chiara.


Una statua nel silenzio

Tanto avviene nel gridío,
tante campane s'udirono
quando amavano o scoprivano
o quando si decoravano
che diffidai della gazzarra
e venni a vivere a piedi
in questa zona di silenzio.

Quando cade una susina,
quando un'onda vien meno,
quando pupille d'oro rotolano
nel soffice della sabbia,
o quando una successione
d'uccelli immensi mi precede,
nell'esplorazione silenziosa
non suona né ulula né tuona,
non si sussurra né si mormora:
per questo son rimasto a vivere
nella musica del silenzio.

L'aria è muta ancora,
le automobili scivolano
sopra cotoni invisibili
e le moltitudini politiche
coi loro gesti inguantati
sfilano in un emisfero
dove non vola una mosca.

Le donne più chiacchierone
affogano negli stagni
o navigano come cigni,
come le nubi nel cielo,
e vanno i treni dell'estate
colmi di frutta e di bocche
senza un fischio né una ruota
che cigoli, come cicloni
incatenati al silenzio.

I mesi son come cortine,
come tappeti taciturni:
danzano qui le stagioni
finché dorme nella sala
la statua immobile dell'inverno.


Integrazioni

Dopo di tutto t'amerò
come se fosse sempre prima,
come se per tanto attendere
senza vederti né che giunga
tu stessi eternamente
respirando vicino a me.

Vicino a me coi tuoi costumi
col tuo colore e la tua chitarra
come stanno insieme i paesi
nelle lezioni della scuola
e due regioni si confondono
e c'è un fiume vicino a un fiume
e due vulcani crescono insieme.

Vicino a te è vicino a me
e lungi da tutti è la tua assenza
ed è color d'argilla la luna
nella notte del terremoto
quando nel terror della terra
s'uniscono tutte le radici
e s'ode suonare il silenzio
con la musica del terrore.
La paura è anche una strada.
Tra le sue pietre paurose
può camminare con quattro piedi
quattro labbra, la tenerezza.

Perché senza uscir dal presente
che è un anello delicato
tocchiamo la sabbia di ieri
e nel mare mostra l'amore
un trasporto che si ripete.


Gatti notturni

Quante stelle ha un gatto
mi domandarono a Parigi
e cominciai tigre per tigre
a spiare le costellazioni:
perché due occhi che spiano
sono palpiti di Dio
negli occhi freddi del gatto
e due scintille nella tigre.

Ma è una stella la coda
d'un gatto irto nel cielo
ed una tigre di pietra azzurra
la notte azzurra d'Antofagasta.

La notte grigia d'Antofagasta
si leva sulle cantonate
come una sconfitta innalzata
sulla fatica terrestre
e si sa che è il deserto
l'altro volto della notte,
così infinita, inesplorata,
come il non esser delle stelle.

Tra le due coppe dell'anima
i minerali scintillano.
Vai vidi un gatto nel deserto:
è vero che mai ho avuto
per dormire altra compagnia
che le sabbie della notte,
le circostanze del deserto
o le stelle dello spazio.

Perché così non sono e sono
le mie povere investigazioni.


Rifiuta i lampi

Scintilla, tu m'hai dedicato
la lentezza delle mie fatiche:
con l'avvertenza equinoziale
della tua fosforea minaccia
io raccolsi le mie preferenze,
rinunciai a ciò che non avevo
e trovai ai miei piedi e agli occhi
le abbondanze dell'autunno.

M'insegnò il fulmine a esser tranquillo,
a non perdere luce nel cielo,
a cercare dentro di me
le gallerie della terra,
a scavare nel suolo duro
fino a trovar nella durezza
lo stesso luogo che cercava,
agonizzando, la meteora.

Imparai la velocità
per lasciarla nello spazio
e del mio lento movimento
feci una scuola innecessaria
come una riunione di pesci
il cui passeggio quotidiano
si svolge in mezzo a minacce.
E’ questo lo stile di giù,
del manifesto sottomarmo.

Io non penso di disprezzarlo
per una legge della scintilla:
ognuno stia col suo segnale,
con quel che ebbe in questo mondo,
e mi rimetto alla mia verità
perché mi manca una menzogna.


Disastri

Quando giunsi a Caracautín
stava piovendo la cenere
per volontà dei vulcani.

Mi trasferii allora a Talca
dov'erano cresciuti tanto
i fiumi tranquilli del Maule
che m'addormentai su una barca
e me n'andai a Valparaíso.

A Valparaíso cadevano
intorno a me le case
e mangiai sulle rovine
della mia perduta biblioteca
tra un Baudelaire superstite
e un Cervantes squinternato.

A Santiago le elezioni
mi espulsero dalla città:
tutti si sputavano in faccia
e a giudicare dai giornalisti
nel cielo stavano i giusti
e nella strada gli assassini.

Feci il mio letto presso un fiume
che recava più pietre che acqua,
vicino a delle querce serene,
lontano da tutte le città,
vicino alle pietre che cantavano
e alfine dormii in pace
con qualche timore d'una stella
che mi guardava e ammiccava
con certa insistenza maligna.

Ma poi la mattina gentile
fece azzurra la notte nera
e le stelle mie nemiche
furon inghiottite dalla luce,
mentr'io cantavo tranquillo
senza catastrofi, senza chitarra.


Ricordi dell'amicizia

Era una tale ostinazione
quella del mio amico Rupettino
che impegnò il suo disinteresse
in sempre inutili imprese:
esplorò regni già esplorati,
fabbricò milioni di occhielli,
aprì un club di vedove eroiche
e vendeva fumo in bottiglie.

Da bambino io feci da Sancio
contro il mio socio Don Chisciotte:
intervenni con forza e saggezza
come una zia protettrice
quando volle piantare aranci
sopra i tetti di Nôtre-Dame.
Poi, stanco di sopportarlo,
lo lasciai in una nuova industria:
«Barca Bara», «Lancia Sarcofago»
per dei supposti suicidi:
non ne potè più la mia pazienza
e tagliai netto con la sua compagnia,

Quando il mio amico fu eletto
Presidente di Costaragua
mi designò Generalissimo,
a carico del suo territorio:
era il suo ordine d'invadere
le monarchie caffettiere
rette da rabbiosi regnanti
che minacciavan la sua esistenza.

Per debolezza di carattere
e amicizia antica e puerile
accettai quelle spalline
e con quaranta involontari
avanzai sulle frontiere.
Nessuno sa cosa sia mordere
la polvere della sconfitta:
tra Marfil e Costaragua
si disciolsero di calore
i miei agguerriti combattenti
e solo restai, circondato
da cinquanta re rabbiosi.

Tornai contrito dalle guerre:
senza titolo di Generale.
Cercai il mio amico Don Chisciotte:
nessuno sapeva dove fosse.
Lo trovai poi in Canada
a vender penne di pinguino
(uccello implume per eccellenza)
(ma ciò non aveva importanza
per il mio compare ostinato).

Il giorno che meno si pensa
può comparire nella vostra casa:
credete tutto ciò che racconta
perché dopo tutto è lui
che sempre ha avuto ragione.


Enigma per intranquilli

Per i giorni dell'anno che verrà
troverò un'ora diversa:
un'ora di clima cateratta,
un'ora non mai più trascorsa:
come se il tempo si rompesse lì
e aprisse una finestra: un buco
per dove scivolare fino al fondo.

Bene, quel giorno con quell'ora
giungerà e lascerà tutto cambiato;
più non si saprà se ieri se n'è andato
o se ciò che torna è ciò che non accadde.

Quando da quell'orologio cadrà a terra
un'ora, senza che alcuno la raccolga,
e avremo alfine legato il tempo,
ahi!, sapremo infine dove iniziano
o dove terminano i destini,
perché nel pezzo morto o spento
vedremo la materia delle ore
come si vede la zampa d'un insetto.

E disporremo d'un potere satanico:
di arretrare o accelerare l'ore:
di arrivare alla nascita o alla morte
come un motore rubato all'infinito.


Il pollo geroglifico

Era sì difettoso il mio amico
che il crepuscolo non lo sopportava.
Era un'ingiuria personale
ravvicinarsi dell'ombra,
il dubbio critico del giorno.

Benché erede, il poveretto,
di possedimenti terreni
poteva cambiar di stagione
cercando il paese della neve
oppur le palme di Sumatra:
ma come evitare al giorno
il crepuscolo inevitabile?

Tentò sonniferi verdi
e alcoois stravaganti,
nuotò in schiume di birra,
ricorse a medici, lesse
farmacopee e almanacchi:
scelse l'amore a quell'ora,
ma tutto risultò inutile:
quasi cessava di palpitare
oppure palpitava troppo
il suo cuore che rifiutava
quell'avvento così fatale
del crepuscolo d'ogni giorno.
Che vita penosa condusse
il mio amico disinteressato.

Con C. B. andavamo con lui
a un ristorante di Parigi
a quell'ora perché si vedesse
l’avvicinarsi della notte.
Il nostro amico credette trovare
un geroglifico inquietante
in un cibo che gli offrivano.
E immediatamente, iracondo,
gettò il pollo geroglifico
sulla testa del benigno
maître d'hôtel del ristorante.
Mentre si chiudeva il crepuscolo
come un ventaglio celeste
sopra le torri di Parigi,
la salsa scendeva sugli occhi
del servo disorientato.

Giunse la notte e un altro giorno
e sul nostro tormentato,
che fare? Cadde l'oblio oscuro
come un crepuscolo di piombo.

C. B. mi ricorda la storia
in una lettera che conservo.


Mattina con aria

Dell'aria libera prigioniero
va un uomo a mezza mattina
come un pallone di vetro.
Che può conoscere o sapere
se è chiuso come un pesce
tra lo spazio e il silenzio,
se i fogliami innocenti
gli nascendon le mosche del male?

E mio dovere di sacerdote,
di geografo pentito,
di naturalista ingannato,
aprire gli occhi al viandante.
Mi fermo in mezzo alla strada
e arresto la sua bicicletta:

Dimentichi, gli dico, villano,
ignorante pieno di ossigeno,
il tugurio delle sventure
e gli angoli umiliati?

Ignori che lì con pugnale,
qui con bastone e pietre,
più in là con revolver nero
e a Chicago con forchetta,
si assassinano gli animali
si fanno a pezzi le colombe
e si sgozzano le angurie?

Pentiti dell'ossigeno,
dissi al viandante sorpreso,
non si può affidar la vita
all'esclusiva trasparenza.

Bisogna entrare nella casa oscura,
nella viuzza della morte,
toccare il sangue e il terrore,
condividere il male orrendo.

Il passante mi fissò
con due occhi incomprensivi
e se n'andò nella luce del sole
senza rispondere né intendere.

E così mi lasciò - me triste -
a parlar solo nella strada.


Il tempo che non si perse

Non si contano le illusioni
ne le comprensioni amare,
non v'è misura per contare
ciò che non potrebbe accaderci,
ciò che ronzò come calabrone
senza che noi ci accorgessimo
di ciò che stavamo perdendo.

Perdere fino a perder la vita
è vivere la vita e la morte
e non son cose passeggere
bensì costanti evidenti
la continuità del vuoto,
il silenzio in cui tutto cade
e alla fine anche noi cadiamo.

Ahi! ciò che fu così vicino
senza che potessimo saperlo.
Ahi! ciò che non poteva essere
quando forse poteva essere.

Tante ali volarono intorno
alle montagne della tristezza
e tante ruote scossero
la strada del destino
che più nulla c'è da perdere.

Sono finiti i lamenti.


Altra cosa

M'accadono sì poche cose
che devo contare e contarle.
Nessuno mi regala asfodeli
e nessuno mi fa sospirare.
Perché son giunto al crocicchio
di un contorto destino
quando si spengon gli orologi
e cade il cielo sopra il cielo
finché il giorno moribondo
porta la luna a passeggio.

Fino a quando si districa
questa bellezza equinoziale
che da verde diviene tonda,
d'onda marina a cateratta,
da sol superbo a luna bianca,
da solitudine a campidoglio,
senza che s'alteri l'equazione
del mondo in cui nulla succede?

Nulla accade se non un giorno
che come studente esemplare
si siede coi suoi guiderdoni
dietro un altro giorno premiato,
finché il coro settimanale
s'è cambiato in un anello
che neppur la notte trasfigura
perché giunge così inanellata,
portentosa come sempre.

Vediam se pescate pesci pazzi
che s'arrampichino come ornitorinchi
sulle pareti della mia casa
e rompano il nuovo equilibrio
che m'insegue e mi tormenta.


Sobborghi

Celebro le virtù, celebro i vizi
di piccoli borghesi suburbani
che superato il refrigeratore
mettono ombrelloni colorati
presso il giardino che piscina anela;
è l'ideale del lusso sovrano
per mio fratello piccolo borghese
che sei tu e sono io, diciamo
la pura verità in questo mondo.

La verità del sogno a breve termine
senza ufficio il sabato, finalmente,
né gli spietati capi che produce
l'uomo negli insolubili granai
dove da sempre nascono i carnefici
che crescono sempre e si moltiplicano,

Noialtri, eroi e poveri diavoli,
deboli, fanfaroni, incompiuti,
e capaci di tutto il possibile
purché non lo si veda ne si oda,
dongiovanni, dongiovanni di passaggio
nella fugacità di un corridoio,
o d’un timido hotel per passeggeri.
Noi, pieni di piccole vanità,
di mal represse voglie di salire,
d’arrivare dove tutti sono giunti
perché così ci sembra sia il mondo:
una pista infinita di campioni
e in un angolo noi, dimenticati
forse per colpa di tutti gli altri
perché erano così simili a noi
fin quando si rubarono gli allori,
le medaglie e i titoli, i lor nomi.


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