- 1974 - Elegia dell'assenza - Pablo Neruda - Popol Vuh - Insetti

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- 1974 - Elegia dell'assenza

ELEGIA DELL’ASSENZA                       (1974)

I

Cosa si portò via La Casa?
Benefica ironia, rettitudine
di nascita e di conoscenza:
la sua precedente compagnia di Madrid,
il segreto eroismo
del suo cuore stanco!
Ahi! compagno morto!

Camminando di nuovo
spuntano l'inverno e l'asprezza
del campo, spine, sterpi, cordigliere,
nella mia patria spinosa,
ricordo Alberto e il suo volto di condor
lo scultore dalle mani di metallo
che fece delle sostanze disprezzate,
sparto, ferri rotti, legni morti,
un possente Regno.

Lì a Mosca, sotto la neve,
giace il duro scheletro toledano
del mio buon compagno. Compagno!

II

Che persi, che perdemmo
quando Nazim cadde come una torre,
come una torre azzurra che si abbatte?

E talvolta mi sembra
che il sole sia andato con lui perché era il giorno,
Nazim era un gran giorno dorato,
e fece il suo dovere di albeggiare
malgrado le catene e i castighi:
Addio, splendente compagno!

Savic dolcissimo fra San Basilio
e le dimore dell'Aeroport,
o nel quartiere di Arbat, ancora misterioso,
travasando il mio vino cileno
nella pelle di tamburo del suo linguaggio.
Savic, si è perduta con te l'ape
d'oro,
che fondò lì il miele del mio alveare!
Mio dolce amico, compagno puro!

III

Ora, mentre vado
Calpestando una volta ancora la mia stessa sabbia
Ilya Grigoriovich, il rugoso,
l'irsuto Ehrenburg, è tornato a trovarmi
per burlarsi un po' della mia vita
dandomi la luce alla sua maniera,
tra delusione, severità,
fermezza, scoraggimento, coraggio,
e inoltre, ancor più, la sua generosa
dacia, il suo cuore inesorabile
come una vecchia spada
nella cui impugnatura cesellò
una rosa di Francia
come un amore sacrilego e segreto.
Ahi, incomodo amico,
ahi, fratello maggiore, vado camminando
senza la tua aspra tenerezza,
senza più la lezione della tua sapienza!

IV

Una lacrima ora
per un altro ancora, per un altro, compagno
questo, di sonagli e campanile,
pazzo di risata,
inventore sovrano,
di circo magico, e di poesia,
Kirsanov, Sioma, fratello
la cui morte recente, dieci ore fa
l’ho saputo, dieci ore senza credere,
senza accettare, così lontano, qui, ora,
questa notizia fredda,
questa morte d’unghie gelide
che strinse fino a far tacere il suo chiaro canto.

Era la mia gioia,
il mio pane gioioso, la felicità
del vino condiviso
e della scoperta
che andava segnando con la sua lancetta:
la grazia favolosa
del mio buon compagno sonaglio.

Ahi, sì, ormai senza suono,
sepolto, rubandosi al silenzio
per sempre col suo scoppiettio,
la sua reverberante poesia,
qualcosa che era la mia parte della festa,
la mia coppa, quella che non leverò
oggi nell'ombra del mio compagno,
nel silenzio del mio compagno,
nella luna rotta che sparge
pianto, pianto di neve
sopra la tomba del mio compagno.

V

Mosca, città dalle grandi ali,
albatri della steppa,
con il nido del Cremino sfavillante
e San Basilio e i suoi balocchi,
città pure di anima rettangolare,
di quartieri infinitamente grici,
cubi appena usciti dalla fucina
e che serpeggiano come un braccio amato
sul fiume
attorno alla cintura della fortezza.

Città più silenziosa e possente
forse, nella sua vecchiaia di stella gotica,
forse nel recondito dominio
di cattedrali attorte a conchiglia
di ricami che si piegano
sino a curvare le dure stature
dello Zar Ivan e di Stalin il terribile,
centro del tempo a volte sommerso,
ed altre così pieno e zenitale
che si scorge da tutta la terra:
antiche pietre, santi verticali,
templi oscuri come carceri,
cupole dai capezzoli dorati,
sale da ballo bianche dove fluttuano
nomi decorati che caddero
come garofani rossi nella guerra:
e un'energia ardente e silenziosa
come un fuoco sotto il mare.

VI

Alberto, il toledano,
tra albero e scultore, faccio d’osso,
giunse da quell'esilio
processionale della Spagna e delle sue guerre,
e qui di nuovo vissi con le sue chimere:
il suo monumento alla Bandiera Rossa,
guglia eroica, obelisco futuro,
credette di vedere nella Piazza di Mosca
inchiodando fino all'altezza della gloria
il trionfo gigantesco.
Ma il falso realismo
condannò le sue statue al silenzio,
mentre abominevoli, baffute
statue argentate o dorate,
s’imponevano su piante e giardini.

Tornai a parlare come ieri, come in Spagna
con lui, coi suoi fantasmi toledani.

Mio grande Alberto, affamato
della sua dura Castiglia natale,
fabulatore, mitologo, magnetico,
perché tu dovevi morire,
anche tu, con la tua faccia di martello
e il gran cuore di pane silvestre?

VII

E anche tu città rettangolare,
inaccettabile e logica, nata
dalla fretta e dalla guerra,
sbocciata dal cemento rinato
e da tanta cenere insanguinata,
città eccelsa della gloria pura
e di ridicole costruzioni,
alte come torte per il cielo,
e tuttavia esisti,
oh pullulante, oh palpitante vita ,
oh città del miracolo
che aggiungi vita a tutte le vite
e cresci come selva rapida,
come apparizione collettiva,
perché è vero che son più belli
il tetto, le pareti, la serratura,
dell'arcobaleno dai sette colori
dove può vivere nessuno.

VIII

Io giunsi quante volte
all'amicizia
e ai freddi alberghi
sempre disinfettati
fino a che per molte volte mi fermai
nell’antico « Nazionale » soffice
come dolce poltrona:
il secolo diciannovesimo
illuminò con candele i suoi specchi
i suoi marmi, gli angeli dorati,
i soffitti con ninfe pudiche,
fino al giorno in cui un piccolo barbuto,
avvolto dalle nuove leggi,
dettò da questa stessa stanza
decreti affinché sole e luna,
l’acciaio, il grano, le scuole,
divenissero nuovi al mondo:

Lenin rese pulita la vita
del pianeta,
verificò il disordine esistente
e contò ogni cosa per non perder nulla:
solo ciò che era morto andò nella tomba
e solo il male si nascose nel passato:

Mosca attraverso i suoi patimenti
instaurò la pulizia della storia,
mentre come un gioco colorato
il Cremlino sparse le sue vecchie carte,
gli antichi segreti,
e la rivoluzionaria primavera
entrò a sedersi nelle sue stanze.

IX

Le colombe visitarono Puskin
e sbeccuzzarono la sua malinconia:
la statua di bronzo grigio parla con le colombe
con pazienza di bronzo:
gli uccelli moderni non lo capiscono,
è altro ora il linguaggio
degli uccelli
e con fili di Puskin
volano a Majakovski.
Sembra di piombo la sua statua,
sembra che sia fatta
di pallottole,
non fecero la sua tenerezza
ma la sua bella arroganza,
se è un demolitore
di cose tenere,
come ha potuto vivere
tra le viole,
alla luce della luna,
nell'amore?

Manca sempre qualcosa a queste statue
fisse nella direzione del tempo,
o infilano puntualmente
l'aria con coltello militare
o lo lasciano seduto (come Gogol)
trasformato in turista da giardino,
e altri uomini, stanchi del cavallo,
non sono potuti più scendere a mangiare.
In verità sono amare le statue
perché il tempo rimane
depositato su di esse, ossidato,
e benché i fiori vengano a coprire
i loro freddi piedi, i fiori non son baci,
giungono lì anche per morire.

Colombe bianche, diurne,
e poeti notturni
girano intorno alle scarpe
del Majakovski ferre,
del suo spaventoso giaccone di bronzo,
della sua ferrea bocca senza sorriso.

E qualche volta, ormai tardi, ormai addormentato,
in città, dal fiume alle colline,
ho udito salire i versi, la salmodia
dei recitativi recitanti.
Vladimir ascoltava?
Ascoltano le statue?
Sembrava furioso,
il suo gesto non ammetteva verso alcuno:
forse la statua è un conchiglia, chiocciola
di marmo, di bronzo o di pietra
d’un animale ferito che se ne andò
e lasciò questo vestigio congelato,
un gesto, un movimento immobile,
la spoglia dell'anima.

X

C'è un'ora quando cade il giorno,
la prima avvertenza di cenere,
la luce scuote la sua coda di pesce,
l'acqua secca dell’imbrunire
scende dalle torri:
penso sia oggi
che devo passeggiare
solo per queste strade,
lasciare l'arteria Gorki, sfumare
come un fantasma trasparente
nella vecchia Mosca delle strade
che ancora si sostengono, isbe
con finestre dalle cornici di legno
tagliate da forbici celestiali,
da mani campestri,
case color rosa e giallo,
verde innocente, azzurro d'occhi d'angelo
case angelicali
uscite come sboccia il legume
dalle terre onorate;
vecchia Mosca dalle chiese minuscole,
cupole con fianchi d'oro,
fumo antico che vola
dai camini
e dalle antenne della televisione.

XI

Evtuchenko è un pazzo,
è un clown,
così dicono a bocca chiusa.
Vieni Evtuchenko,
andiamo a non conversare,
abbiamo già detto tutto
prima di giungere a questo mondo,
e nella tua poesia vi sono
raggi di luna nuova,
petali elettronici,
locomotive,
lacrime,
e ogni tanto oplà!
in alto! in basso!
le tue piroette, le tue alte acrobazie.
E perché no un pagliaccio?

Ci mancano nel mondo
Napoleone, un clown delle battaglie,
(perduto più tardi nella neve),
Picasso, clown del cosmo,
che balla sull'altare
dei miracoli,
e Colombo, quel pagliaccio triste
che, umiliato su tutte le piste,
ci scoprì secoli fa.

Solo il poeta non vogliono lasciar in pace,
vogliono rubargli la sua piroetta,
vogliono togliergli il suo salto mortale.

lo Io difendo
contro i nuovi filistei.
Avanti, Evtuchenko,
mostriamo nel circo
la nostra abilità e la nostra tristezza,
la nostra piacere di giocare con la luce
perché la verità lamoeggi
tra ombra e ombra.
Hurrah!
Adesso entriamo,
si spenga la sala e con un riflettore
illuminateci i volti
perché così possiate vedere
due allegri uccelli
disposti a piangere con tutti quanti.

XII

I vivi, ancor viventi,
l'amore del poeta di bronzo,
una donna più fragile di un uovo di pernice,
esile come il fischio del canarino selvatico,
una tale chiamata Lily Brik è mia amica,
una vecchia amica mia. Non conobbi il suo fuoco:
e solo il suo ritratto sulle copertine
di Majakovski m’avvertì
che furono questi occhi spenti
quelli che accesero porpora sovietica
nella dimensione scoperta.

Qui Lily, fosforescente
dal suo mucchietto di ceneri
con una mano in tutto ciò che nasce,
con una rosa di ricevimento
ogni colpo d'ala che compare,
ferita da qualche tardiva pietra
destinata ancor oggi a Majakovski:
audace e indomita Lily, buonanotte,
dammi di nuovo la tua coppa trasparente
per bere d'un sorso e in tuo onore
il passato che canta e crepita
come un uccello di fuoco.

XIII

Fermiamoci, devo lasciare un bacio
a Akmadulina, è questo il caffè, è oscuro,
non bisogna inciampare nelle sedie,
lì, lì in quell'angolo brilla la sua chioma,
la sua bella bocca è accesa
come un garofano di Granada
e non è di lampade quella luce
ma degli occhi dell'irrazionale,
della pantera che esce dal bosco
mordendo un usignolo,
è lei, che al tempo stesso
rosa del destino, cicala della luna,
canta l'incomprensibile e il più chiaro,
si fa una collare di magiche spine
e non è comoda in nessuna parte
come una sirena appena uscita dal mare
invitata a nuotare nel deserto.

XIV

La neve sul tetto sotto la mia finestra
e sopra l'albero dal fogliame nero
che lo divide in due, sopra le strade
uno splendore: si son portati via la neve.

Più lontano, per seminati e strade,
per steppe, alvei, cimiteri,
su tanti addormentati o febbricitanti
o stanchi, sui reggimenti,
ospedali, scuole, la bianchezza,
la fredda rosa bianca sfogliata
così infinitamente silenziosa
che gioca appena seriamente pura
o che svolazza in dolce danza
o rapida, mortale, scivola via
come punte di stelle assassine
cadono a terra a fondersi e a morire:
penna a penna accumulano il silenzio
finché su lenzuolo niveo
giace la notte e cade sulla steppa,
la torre sgranata dell'altezza.

XV

Lo so, Io so, con morti non si son fatti
muri, né macchine, né panetterie:
forse è così, non c'è dubbio, ma
la mia anima non s’alimenta di edifici,
non ricevo salute dalle fabbriche,
e neppure tristezza.
Il mio dolore è di quelli
che mi cammonarono, che mi diedero sole,
che mi comunicarono esistenze,
e ora che faccio dell'eroismo
dei soldati e degli ingegneri?
Dov'è il sorriso
o la pittura comunicativa,
o la parola che insegna,
o il riso, il riso,
la chiara risata
di quelli che ho persi per quelle strade,
per questi tempi, per queste regioni
dove mi fermai e loro continuarono
sino a terminare il loro viaggi?

XVI

In certe acque, in un territorio,
porto, città, campagna,
certa tenerezza
ci attendeva o si ricostruì.
La domanda per ogni essere umano
è sapere se si esaurisce il minerale,
quella condizione dell'anima,
se persiste poi come radice,
come blocco sotterrato
o se n’è andata con quelli che ormai se n’andarono.
Se ciò che ancor rimane negli angili
dei sopravvissuti
è già preparato per andarsene,
così, senza salutarci,
e allora, come arrivare a distruggersi
con le maschere nuove,
con parole veloci
che volano scivolando in nuove strade,
in nuovi labirinti?
Il tempo ci aveva abituati
a questo volto, a questi occhi gialli,
a questa ragione, a questa sofferenza,
e se ora non ci sono, come imparare
di nuovo l'alfabeto della vita?

XVII

Può darsi che non ci svegliano
e continuiamo
a dormire nell'ora addormentata
e rifiutiamo
ciò che continua,
la pianta irrevocabile
che persiste e cresce:
ebbene, è vero, e con ciò?

Perché accettare ciò che non sostituisce
l'acqua pura, il vino della vigna,
il pane profondo che era il nostro pane,
le presenze insigni o impure
che erano noi stessi e non ci sono,
e non perché siano morte,
ma perché non ci sono, e non c'è rimedio.

XVIII

Perché una cosa è che in un libro e su una lapide
incidano i nomi, brillino o si spengano.
Non è questo, no, non si tratta di questo,
dell'immortalità sbucciata,
si tratta di persone personali
con ciò che amavano e ciò che mangiavano,
ognuno diverso, ripiegato
nel suo silenzio o nella sua intensità.

Non rimpiangerò in modo alcuno
l'importanza, sì la circostanza,
il dare e l’avere è cosa d'altri,
degli accaniti pertinaci,
io voglio di essi ciò che non fu nulla,
un giungere alla casa in cui respiri
e non è solo quell'uomo e la sua donna
ma quell'aria, e non dirsi nulla
per intendersi circa l'impossibile.

XIX

La notte resta fuori dell'Aragby
come un mugico non lasciato entrare
che gira intorno affascinato da risa e da chaslik (1).

Che si dica di me che fui un poeta
della generazione del Restaurant Aragby:
appartengo all'aroma dell’agnellino arrosto,
la mia poesia è a volte come i cavoli rossi
o come il vino in tazza georgiana.

(1) Spiedino di agnello: tipico piatto caucasico (l'Aragby è il famoso ristorante georgiano di Mosca).

XX

Io, peccatore di ogni regime,
con sale da pranzo di regioni remote,
turcomanni, chirghisi, caucasici pastori,
mi definisco cantore e carnivoro:
mi esaltano i corpi e la musica,
l’allegria profonda dello stomaco,
la voce dei sonnambuli violini.

XXI

Qui il cristallo è acqua dura
dei monti sovietici, questo legno,
quest'acciaio nuziale dei coltelli,
questa parabola dei cucchiai,
questo pane che fiorisce come rosa,
questi frutti violetti, il riso
che si moltiplicò come la luce,
tutto lo crea e lo riparte un popolo,
un Ottobre difficile e nudo
che assunse una verità sconosciuta
che crebbe sì fragrante e numerosa
che si estese r tutti gli affamati
empiendo il mondo di panetterie.

Molte volte coperta di neve
la Piazza Rossa, o pulita
al sole, aperta, sotto i mattoni
arancione degli antichi muri.

Il sepolcro
d’oscura pietra rossa
ha come una mandorla il corpo fragile
d’un uomo, e fa bene la dura pietra
a proteggere la fronte d'avorio,
le gambe delicate e i piedi
che mutarono i passi della storia,
e lì vengon da lungi a guardarlo
come se qualche stella della notte
qui appena caduta sostenesse
il fragile costruttore della grandezza.

XXII
Ahi! Qui tanto sangue, tanta guerra,
e quanta serietà, quanta allegria!
Che portavano i fiumi? Neve e sangue.
E cos'erano le città?
Solo cenere e fumo.
E pur così, dalle sue distruzioni,
sorgeva la mitraglia,
lampeggiavano gli eroi.

XXIII

Poi, dentro di Stalin,
s'introdussero Dio e il Demonio,
s'installarono nella sua anima.
Quel sagace, tranquillo georgiano,
conoscitore del vino e di molte cose,
quel capitano chiaro del suo popolo
accettò la trasformazione:
venne Dio con uno specchio oscuro
ed egli ritoccò la sua immagine ogni giorno
fino a che quel cristallo s’assottigliò
e s’empirono di paura i suoi occhi.
Poi venne il Demonio e una fune
gli diede, sferza e corda.
La terra fu piena dei suoi castighi,
ogni giardino aveva un impiccato.

XXIV

Come alla rettitudine della sua dottrina
salirono queste curve di serpente
fino a che paura e delitto s’annodarono
e ogni chiarità fu sterminata?
Restano ancora i semi del dolore!
Tempo maledetto, sotterrati nella sua tomba!
Che mai più la terra lasci entrare
La materia di dei e di demoni
nel cuore dei governanti:
che non si mostri il cielo individuale
o il capriccioso inferno solitario:
picchialo con la pietra del Partito,
pungilo con l'ape collettiva,
rompi lo specchio, tagliali la corda,
perché trionfi nel giardino la rosa.

XXV

Aria d'Europa e aria d'Asia
si trovano, si respingono,
si sposano, si confondono,
nella città del limite:
giunge la polvere carbonica di Slesia,
la fragranza vinicola di Francia,
odor d'Italia con cipolle fritte,
fumo, sangue, garofani spagnoli,
l’aria porta tutto, la tormenta
di tundra e taiga balla nella steppa,
l'aria siberiana, forza pura,
vento d'astro silvestre,
l'ampio vento che sino agli Urali
con mani verdi come malachite
stira i casolari, le praterie,
custodisce nel suo centro un cuore di pioggia,
precipita in arcangeli di neve.

XXVI

O linea di due mondi che palpitano
straziatamente, ostentatori
del meglio e del velenoso,
linea
di morte e di nascita, Afrodite
fragrante di campi di gelsomini dischiusi
che prolungano la sua essenziale divinità
e da questa parte il frumento giustiziere,
il raccolto di tutti, la certezza
di aver mantenuto il sogno umano:
oh città lineare che come ascia
ci spacchi l'anima in due metà tristi,
insoddisfatte entrambe, attendendo
la cicatrizzazione dei dolori,
la pace, il tempo dell'amore completo.

XXVII

Perché io, classico della mia araucania,
castigliano di sillabe, testimone
del Greco e della sua famiglia straziata,
io, figlio di Apollinaire o di Petrarca,
e, pur io, uccello di San Basilio,
che vivo fra le cupole burlesche,
elaborati ravanelli, cipolle
dell'orto bizantino, apparizioni
delle icone nella loro geometria,
io che son te m’abbraccio alle eredità
e alle acquisizioni celestiali;
io e te, noi che viviamo nel limite
del mondo antico e dei nuovi mondi,
partecipiamo con malinconia
alla fusione dei venti contrari,
nell'unità del tempo che cammina.

La vita è lo spazio in movimento.

XXVIII

Sebbene più d'un dolore, angoscia, duolo,
terrore, notte, silenzio, abbiano raccolto
in questa amara strada la sostanza
dell'epoca maledetta,
la strada non ricorda,
neppure il sangue
della sfrenata guerra
conserva le sue macchie, no.
La strada di Mosca è sempre nuova,
appena aperta,
e vive la freschezza
nell'arsenale dell'aurora.

XXIX

Vivono rugiada, neve, luna, pioggia
su strade e tetti e lavori,
sopra il sonno dell'uomo:
viva ciò che nacque e la sua crescita!

Salve, città della marea umana
che trema e che sviluppa
le sue fondamentali bandiere,
i fiori di metallo, il suo spazio vivo!

Salve Mosca tra le città,
onda dell'universo,
canale di questo pianeta.

XXX

Con la prima neve
della Rivoluzione, la neve rossa,
la pittura se n'andò con le sue arance.
Visse sbrogliando
i suoi cubi prodigiosi
a Berlino, a Parigi, a Londra nera,
maturò in ogni parte nel suo esilio,
illuminò col suo contatto elettrico
le mura straniere,
tutto fu arancione
per la scultura
di ebrei e di russi emigrati
che fecero brillare altre stelle.

Nel frattempo Mosca conservò nella sua scatola,
nel Manège delle scuderie,
una pittura morta, gli interni
della piccola borghesia,
i ritratti di eroi e di cavalli
sì delicatamente ben dipinti,
sì eroici, sì giusti, sacri
come immagini di libri religiosi
in anticamere d'ospedale, sciupati
dalla routine di pittori morti
che continuarono a vivere,

Ahi, ma la pittura
emigrante, irreale, immaginaria,
l'arancia centrale, la poesia,
tornerà alla sua dimora materna,
alla sua casa di neve.


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