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- 1974 - 2000

2000                                (1974)


I
LE MASCHERE

Pietà per questi secoli e pei sopravvissuti
allegri o malconci, ciò che non facemmo
fu colpa di nessuno, mancò acciaio:
lo sciupammo in sì inutile distruzione,
nulla di ciò importa nel bilancio:
pustole e guerre patirono gli anni,
anni morenti, allor che la speranza
di nemiche bottiglie tremò al fondo.
Benissimo, un giorno, qualche volta, parleremo
con una rondine perché nessuno ascolti:
ho vergogna, abbiamo dei vedovi il pudore;
la verità è morta, marcita in tante fosse:
meglio ricordare ciò che accadrà:
in quest'anno nuziale non vi son sconfitti:
mettiamoci ognuno maschere vittoriose.


II
LE INVENZIONI

Vedi questo piccolo oggetto trisillabico?
È un cilindro subalterno della felicità
e maneggiato, ora, da organismi coerenti
da controllo remoto, è, siate sicuri,
di un'efficacia così risplendente
che matura l'uva alla sua pressione ignota
e il grano in pieno campo si converte in pane,
le cavalle danno a luce cavalli vermiglione
che galoppano nell'aria senza preavviso,
grandi industrie si muovono come scolopendre
lasciando ruote e orologi nei luoghi solitari:
Signori, acquistate il mio prodotto terziario
senza mescolanza di cotone o di sostanze lattee:
vi concedo un pulsante per cambiare il mondo:
acquistate il trifasico prima che mi penta!


III
LE SPIGHE

II senza sosta è terminato in fiori,
in lungo tempo che estende la sua strada
in nastro, in novità dell'aria,
e se alla fine troviam sotto la povere
il meccanismo del prossimo futuro
riconosciam l'allegria semplicemente
come si presenta! Come una spiga in più,
in modo tale che l'oblio contribuisca
alla vera chiarezza che certo non esiste.


IV
LA TERRA

Giallo, giallo continua a essere
il cane che dietro l'autunno circola
tracciando tra le foglie circonferenze d'oro,
latrando verso i giorni sconosciuti.
Così vedrete l'imprevisto di certe situazioni:
vicino all'esploratore delle terribili frontiere
che aprono l'infinito, ecco il prediletto,
l'animale perduto dell'autunno.
Cosa può cambiare da terra a tempo, da sapore a tribordo,
da luce velocità a circostanza terrestre?
Chi indovinerà il seme nell'ombra
se come capigliature gli stessi albereti
lascian cader rugiada sui ferri di cavallo,
sopra le teste che riunisce l'amore,
sopra le ceneri di cuori morti?
Questo stesso pianeta, il tappeto di mill'anni,
può fiorire, ma non accetta la morte né il riposo;
le cicliche chiusure della fertilità
s'aprono ad ogni primavera con le chiavi del sole
e risuonano i frutti facendosi cascata,
sale e scende il fulgore dalla terra alla bocca
e l'uomo ringrazia la bontà del suo regno.
Lodata sia la vecchia terra color d'escremento,
le sue cavità, gli ovari sacrosanti,
le cantine della sapienza che rinchiusero
rame, petrolio, calamite, ferriere, purezza,
il lampo che sembrava scendere dall'interno
tesaurizzato fu dall'antica madre delle radici
e ogni giorno il pane uscì a salutarci
senza importargli il sangue e la morte che noi uomini vestiamo,
progenie maledetta che fa la luce del mondo.


V
GLI INVITATI

E noi morti, scaglionati nel tempo,
seminati in cimiteri utilitari e alteri
o caduti in fosse di poveri boliviani,
noi, morti del 1925, 26,
33, 1940, 1918, mille novecento cinque,
mille novecento mille, infine, noi,
morti prima di questa stupida cifra
in cui più non viviamo, che succede di noi?

Io, Pedro Altopiano, Pedro Seme, Pedro Nessuno,
non ebbi diritto a quattro numeri e alla resurrezione?
Voglio vedere i risoni per sputargli in faccia,
gli avanzati che sono sul punto di cadere
in aerei, ferrovie, nelle guerre dell'odio,
quelli che appena ebbero tempo di nascere e di presentare
le armi al nuovo secolo e resteran troncati,
a marcire in mezzo ai festeggiamenti e al vino!
Voglio uscire dalla mia tomba, io morto, perché no?

Perché i prematuri devono essere dimenticati?
Tutti sono inviatati al banchetto!

E’ un anno in più, un secolo in più, con morti e vivi,
e bisogna osservare il protocollo, metter non solo la vita,
ma i fiori secchi, le corone marce, il silenzio,
perché il silenzio ha diritto alla bellezza
e noi, deputati della morte,
vogliamo esistere un solo minuto fiorito
quando s'apriranno le porte dell'onore venturo!


VI
GLI UOMINI

Io sono Ramón González Barbagelata, di qualsiasi parte,
di Cucuy, di Paraná, di Río Turbio, di Oruro,
di Maracaibo, di Parral, di Ovalle, di Loncomilla,
che importa, sono il povero diavolo del povero Terzo Mondo,
il passeggero di terza installato, Gesù!,
nella lussuosa bianchezza delle cordigliere nevose,
dissimulato tra le orchidee dalla fine idiosincrasia.

Son giunto a questo celebrato anno 2000, e che ne traggo,
con che mi gratto, che ho io da vedere
con i tre zeri che spiccano gloriosi
sul mio stesso zero, sulla mia inesistenza?
Ahi per quel cuore che attese la sua bandiera
o per l'uomo ramificato dall'amore più tenero,
oggi non resta che il mio vago scheletro,
i miei occhi scardinati davanti al tempo iniziale.

Tempo iniziale; son questi baracconi perduti,
queste povere scuole, questi ancora stracci,
questa insicurezza terrea delle mie povere famiglie,
è questo il giorno, il secolo iniziale, la porta d'oro?

Io, almeno, senza parlar d'altri, andiamo, silenzioso
come fui nell'ufficio, rammendato e assorto,
proclamo il superfluo dell'inaugurazione:
qui son giunto con tutto ciò che venne con me,
la cattiva fortuna e i peggiori impieghi,
la miseria che attendeva sempre spalancata,
la mobilitazione della gente ammassata
e la geografia numerosa della fame.


VII
GLI ALTRI UOMINI

In cambio io, peccatore pescatore,
ex avanguardista ormai passato di moda,
di quegli anni morti e remoti
oggi sono all'ingresso del millennio,
anarcocapitalista furibondo,
disposto a due palmenti a mordere
le mele del mondo.
Età più fiorente neppur Firenze
conobbe, più florida della Florida,
più Paradiso di Valparadiso.
Io respiro a mio agio
nel giardino bancario di questo secolo
che è alla fine un gran conto corrente
in cui per fortuna sono creditore.
Grazie all'investimento e alla sovversione
faremo più igienica questa età,
nessuna guerra coloniale avrà questo nome
così screditato e ripetuto,
la democrazia polverizzatrice
s'incaricherà del nuovo dizionario:
è bello questo 2000 uguale al 1000:
i tre zeri uguali ci proteggono
da ogni insurrezione innecessaria.


VIII
I MATERIALI

Il mondo s'è riempito di tuttavia,
d'infondati timori e di dolore,
ma è da riconoscere che sul pane salubre
o vicino a questa o a quell'iniquità
i vegetali, quando non furon bruciati,
continuarono a fiorire e a diffondersi,
proseguirono il lor verde lavoro.

Non v'è dubbio che la terra
diede a dura pena altre cose
dal suo baule che sembrava eterno:
muore il rame, singhiozza il manganese,
il petrolio è un ultimo rantolo,
il ferro s'accommiata dal carbone,
il carbone ha ormai chiuso le sue cavità,

Adesso questo secolo deve assassinare
con altre macchine di guerra, andiamo
a inaugurar la morte in altro modo,
mobilitiamo il sangue in altre navi.


IX
CELEBRAZIONE

Mettiamoci le scarpe, la camicia a righe,
il vestito azzurro anche se i gomiti son lustri,
mettiamoci i fuochi di bengala e d'artifìcio,
mettiamoci tra collo e piedi vino e birra
perché debitamente dobbiamo celebrare
questo numero immenso che costò tanto tempo,
tanti anni e tanti giorni in pacchetti,
tante ore, tanti milioni di minuti,
celebriamo questa inaugurazione.

Stappiamo tutte le gioie custodite
e cerchiamo qualche fidanzata perduta
che accetti un morso festivo.
E oggi. Oggi è giunto. Calpestiamo l'arazzo
dell'interrogativo millennio. Il cuore, la mandorla
dell'epoca crescente, l'uva definitiva
andrà depositandosi in noi,
e sarà la verità tanto aspettata.

Frattanto una foglia del fogliame
accresce l’inizio dell’età:
ramo per ramo s’incrocerà la fromda,
foglia per foglia saliranno i giorni
e frutto a frutto arriverà la pace:
l’albero della gioia si prepara
dall'accanita radice che sopravvive
cercando l'acqua, la verità, la vita,

Oggi è oggi. E’ giunto stamattina
preparato da molta oscurità:
non sappiamo ancora se sia chiaro
questo mondo appena inaugurato:
lo chiariremo, lo oscureremo
finché sarà dorato e bruciato
come i grani duri del mais:
a ognuno, a quelli appena nati,
ai sopravvissuti, ai ciechi,
ai muti, ai monchi e agli zoppi,
perché vedano e perché parlino,
perché sopravvivano e percorrano,
perché afferrino il frutto futuro
del regno attuale che lasciamo aperto
tanto all'esploratore come alla regina,
tanto all'interrogante cosmonauta
come all'agricoltore tradizionale,
alle api che adesso vengono
a partecipare all'alveare
e soprattutto ai popoli recenti,
ai popoli che crescono da ora
con le nuove bandiere che son nate
in ogni goccia di sangue o di sudore.

Oggi è oggi e ieri se n'è andato, è certo.
Oggi è anche domani, e me ne sono andato
con qualche anno freddo che andò via,
se ne venne con me e mi portò quell'anno.

Di questo non v'è dubbio. Il mio ossame
consistette, a volte, di parole dure
come ossa all'aria e alla pioggia,
e potei celebrare ciò che accade
lasciando invece di canto o testimonio
un ostinato scheletro di parole.



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