- 1967 - La barcarola - Pablo Neruda - Popol Vuh - Insetti

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- 1967 - La barcarola

1967  -  LA BARCAROLA  

COMINCIA LA BARCAROLA

TI AMO

Amante, ti amo e mi ami e ti amo
sono brevi i giorni, i mesi, la pioggia, i treni:
sono alte le case, gli alberi, e siamo più alti:
si avvicina nella sabbia la schiuma che vuole baciarti:
trasmigrano gli uccelli degli arcipelaghi
e crescono nel mio cuore le tue radici di frumento.

Non ho dubbio, amore mio, che la tempesta di settembre
cadde con il suo ferro ossidato sopra il tuo capo
e quando, tra raffiche di spine ti vidi camminare indifesa,
presi la tua chitarra di ambra, mi misi al tuo fianco,
sentendo che non potevo cantare senza la tua bocca,
che io morivo se tu non mi guardavi piangendo nella pioggia.

Perché i dolori dell’amore alla riva del fiume,
perché la cantata che in pieno crepuscolo ardeva nella mia ombra,
perché si rinchiusero in te, Chillanese fragrante,
e restituirono il dono e l’aroma di cui aveva bisogno
il mio vestito logorato da tante battaglie d’inverno?

PER LE STRADE DI PRAGA

Ricordi le strade di Praga che dure suonavano
come se tamburi di pietra suonassero nella solitudine
di quello che attraverso i mari cercò il tuo ricordo:
la tua immagine sopra il ponte San Carlo era un’arancia.

Allora attraversiamo la neve di sette frontiere
da Budapest che aggiungeva rosai e pane alla sua stirpe
finché gli amanti, tu ed io, perseguitati, assetati e affamati,
ci riconoscemmo ferendoci con denti e baci e spade.

Oh giorni tagliati dalle scimitarre del fuoco e della furia
soffrendo l‘amante e la amante senza tregua e senza pianto
come se il sentimento si fosse seppellito in un terreno tra le ortiche
e ogni espressione si turbasse bruciandosi e diventando lava.

LE FERITE

Fu l’offesa forse dell’amore nascosto e forse l’incertezza, il dolore vacillante,
il temere la ferita che non solamente la tua pelle e la mia pelle trapassasse,
ma arrivasse a installare una lacrima rauca sulla palpebre di quella che mi amò,
è sicuro che non abbiamo ormai né cielo né ombra né ramo di rosso susino con frutto e rugiada
e soltanto l’ira dei vicoli che non hanno porte entrava e usciva dalla mia anima
senza sapere dove andare né tornare senza uccidere o morire.

I VERSI DEL CAPITANO

Oh dolore che avvolsero lampi e furono guardandosi
nei versi quelli, fugaci e duri, fioriti e amari,
in cui un Capitano i cui occhi nascondono una maschera scura
ti ama, oh amore, strappandosi con mani ferite
le fiamme che bruciano, le lance si sangue e supplizio.

Ma poi un favo sostituisce la pietre del muro graffiato:
fronte a fronte, all’improvviso sentiamo l’impura miseria
di dare agli altri il miele che cercavamo per acqua e per fuoco,
per terra e per luna, per aria e per ferro, per sangue e per ira:
allora in fondo a te e in fondo a me scoprimmo che eravamo ciechi
dentro un pozzo che bruciava con le nostre tenebre.

COMBATTIMENTO D’ITALIA

L’Europa vestita di vecchie violette e torri di stirpe angosciata
ci fece volare sulla sua onda di illustri passioni
e a Roma i fiori, le voci, la notte iraconda,
i nobili fratelli che mi salvarono dalla Polizia:
più presto si aprirono le braccia d’Italia abbracciandoci
con i suoi gelsomini cresciuti in crepe di roccia
e il suo parossismo di occhi che ci insegnarono a guardare il mondo.

GLI AMANTI DI CAPRI

L’isola sostiene nel suo centro l’anima come una moneta
che il tempo e il vento pulirono lasciandola pura
come mandorla intatta e agreste tagliata nella pelle dello zaffiro
e lì il nostro amore fu la torre invisibile che trema nel fumo,
il mondo vuoto fermò la sua coda stellata e la rete con i pesci del cielo
perché gli amanti di Capri chiusero gli occhi e un rauco lampo conficcò nel fischiante circuito marino
la paura che fuggì dissanguandosi e ferita a morte
come la minaccia di un pesce spaventoso per improvviso arpione sconfitto:
e poi nel miele oceanico naviga la statua di prua,
nuda, presa al laccio dall’incitante ciclone maschile.

DESCRIZIONE DI CAPRI

La vigna sulla roccia, le crepe del muschio, i muri che aggrovigliano
i rampicanti, i plinti di fiori e di pietra:
l’isola è la cetra che fu collocata sull’altura sonora
e corda per corda la luce provò dal giorno remoto
la sua voce, il colore delle lettere del giorno,
e dal suo fragrante recinto volava l’aurora
demolendo la roccia e aprendo gli occhi dell’Europa.

TU FRA QUELLI CHE SEMBRANO STRANI

Tu, chiara e oscura, Matilde bruna e dorata,
simile al frumento e al vino e al pane della patria,
lì per le strade aperte dai regni in seguito divorati,
facevi cantare i tuoi fianchi e assomigliavi, antica e terrestre araucana,
all’anfora pura che arse col vino in quella regione
e ti conosceva l’olio insigne delle pentole
e i papaveri crescendo  nel polline degli antichi aratri
ti riconoscevano e si dondolavano
ballando sui tuoi piedi rumorosi.
Perché sono i misteri del paese essere uno e essere tutti
e uguale è la tua madre campestre che giace nelle crete di Ñuble,
e la raffica etrusca che muove le trecce tirreniche
e tu sei una giara scura di Quinchamalí o di Pompei
eretta da mani profonde che non hanno nome:
per questo nel baciarti, amore mio, e premere con le mie labbra la tua bocca,
sulla tua bocca mi desti l’ombra e la musica del fango terrestre.

I SOGNI

Sorella dell’acqua ostinata e dei suoi avversari
le pietre del fiume, l’argilla evidente, il rude legno:
quando alzavi sognando la fronte nella notte di Capri
cadevano spighe dai tuoi capelli, e nel mio pensiero
volava l’ipnotico alveare del campo del Cile:
il mio sogno deviava i suoi treni verso Antofagasta:
entravano piovendo nell’alba di Pillanlelbún,
lì dove il fiume raccoglie l’odore della vecchia conceria
e la pioggia spruzza il recinto degli abbattuti.

LA NOSTALGIA

Da quei villaggi che attraversa l’inverno e le ferrovie
invincibile usciva nonostante gli anni il mio oscuro lampo
che ancora illumina le strade avverse e dove si unirono il freddo
e il fango come le due ali di un uccello terribile:
ora all’arrivo nella mia vita del tuo aroma scarlatto
tremò la mia memoria nell’ombra perduta come se nel bosco
rompesse un elettrico canto la palpitazione della terra.

L’ESILIO

Perché, beneamata, è l’uomo che canta quello che muore morendo senza morte
quando già non toccarono le sue braccia le originarie tormente,
quando già non bruciarono i suoi occhi gli intermittenti conflitti natali
o quando la patria sfuggente negò all’esiliato la sua coppa di amore e di asprezza
non muore e se muore quello che canta, e patisce morendo e vivendo quello che canta.

LA DOLCE PATRIA

La terra, la mia terra, la mia creta, la luce sanguinaria dell’orto vulcanico,
la pace claudicante del giorno e la notte dei terremoti,
il boldo, l’alloro, l’araucaria occupano il profilo del pianeta,
la torta di mais, la corvina che esce dal forno silvestre,
il battito del condor che sale nell’ascetica pelle della neve,
la collana dei fiumi che ostentano le uve di laghi senza nome,
le anatre selvatiche che emigrano al polo magnetico rigando il crepuscolo dei litorali,
l’uomo e la sua sposa che leggono dopo mangiare romanzi eroici,
le strade di Rengo, Rancagua, Renaico, Loncoche,
il fumo del campo in autunno vicino a Quirihue,
lì dove la mia anima sembra una povera chitarra che piange
cantando e scende il pomeriggio nelle acque oscure del fiume.

L’AMORE

Ti amai senza perché, senza da dove, ti amai sena guardare, senza misura,
e non sapevo che udivo la voce della ferrea distanza,
l’eco richiamando la creta che canta per le cordigliere,
e non supponevo, cilena, che tu eri le mie proprie radici,
io senza sapere come tra lingue estranee lessi l’alfabeto
che i tuoi piedi minuti lasciavano camminando sulla sabbia
e tu senza toccarmi ti presentavi al centro del bosco invisibile
a marcare l’albero dalla cui corteccia volava l’aroma perduto.

RESURREZIONI

Amica, è il tuo bacio che canta come una campana nell’acqua
della cattedrale sommersa dalle cui finestre
entravano i pesci senza occhi, le alghe viziose,
sotto nel fango del lago Llanquihue che adora la neve,
il tuo bacio risveglia il suono e propaga alle isole del vento
una incubazione di ninfea e sole sottomarino.
Così dal letargo crebbe la corrente che numera le cose:
il tuo amore percosse i metalli che affondò la catastrofe:
il tuo amore impastò le parole, dispose il colore sulla sabbia,
e si alzò sull’abisso la torre terrestre e celeste.

IL CANTO

La torre del pane, la struttura che l’arca costruisce nell’altezza
con la melodia che eleva la sua fertile fermezza
e il petalo duro del canto che cresce sulla rosa,
così la tua presenza e la tua assenza e il peso della tua chioma,
il fresco calore del tuo corpo di avena nel letto,
la pelle vittoriosa che la tua primavera collocò al fianco
del mio cuore che batteva sulla pietra del muro,
il fermo contatto di frumento e d’oro dei tuoi devastati fianchi,
la tua voce che rovesciava dolcezza selvaggia come una cascata,
la tua bocca che amò la pressione dei miei baci tardivi,
fu come se il giorno e la notte spezzassero il legame mostrando socchiusa
la porta che unisce e separa la luce dall’ombra
e per l’apertura si affacciasse il distante dominio
che l’uomo cercava tritando la pietra, l’ombra, il vuoto.

POTERI

Forse l’amore restituisce un vetro spezzato nel fondo
dell’essere, un sale sparso e perduto
e appare tra sangue e silenzio come la creatura
il potere che non impera tranne dentro il piacere e l’anima
e così in questo equilibrio potrà fondarsi un’ape
o imprigionare le conquiste di tutti i tempi in un papavero,
perché così infinito è non amare e aspettare alla riva di un fiume rotondo
e così sono mutati i vincoli nel minimo regno appena scoperto.

RITORNO

Amor mio, nel mare navighiamo di ritorno alla razza,
all’eredità, al vulcano e al recinto, all’idioma addormentato
che non usciva dalla testa nella terre estranee:
il mare palpitava come una nutrice strapiena:
i seni atlantici sostengono la minima imbarcazione dei passeggeri
e a stento sorridono gli sconosciuti bevendo sostanze gelate,
tromboni e messe e maschere, cibi rituali, dicerie,
ciascuno si lega al suo oblio con la sua prediletta catena
e i giocatori del dissimulato da orecchie furtive
la cesta di ferro ci porta palpando e tagliando l’oceano.  

LE IMBARCAZIONI

Come nel mercato si trascinano al sacco carbone e cipolle,
alcol, paraffina, patate, carote, cotolette, olio, arance,
l’imbarcazione è il vago disordine in cui caddero
melliflue robuste, affamati bari, preti, mercanti:
a volte decidono di guardare l’oceano che si è fermato
come un formaggio azzurro che minaccia con occhi spessi
e il terrore dell’immobile penetra nella fronte dei passeggeri:
ciascun uomo desidera consumare le scarpe, i piedi e le ossa,
muoversi nel suo orribile infinito finché più non esista.
Termina il pericolo, la nave circola nell’acqua del circolo
e lontani si affacciano le torri d’argento di Montevideo.

DATITLA

Amore, beneamata, alla luce solitaria e la sabbia d’inverno
ricordi Datitla? I pini scuri, la pioggia uruguaiana che inzuppava il gracchio
dei benteveos, l’improvvisa luce della natura
che inchioda con raggi la notte e la riempie di palpebre distrutte
e di vampate e superstiziosi lampi verdi
finché accecati dallo splendore dei suoi libri elettrici
ci trasformavamo in sogni che il cielo perforava e copriva.

I Mántaras furono presenza e assenza, bosco invisibile
di frutti visibili, la casa copiosa della solitudine,
le chiavi di amico e amica mettevano il loro marchio sul muro
col nativo generoso che avvolge nel fiore l’ambrosia
e come nell’aria sostiene il suo volo notturno
la stella brunita e brillante affermata nella sua propria purezza
e lì dell’aroma sparso nelle basse rive
tu ed io riconosciamo mastrantos, origani, menzelia, stiancie:
l’erbario interregno che soltanto l’amore recupera sulle coste del mondo.

L’AMICIZIA

Amici, oh tutti, Alberti e Olghe di tutta la terra!
Non scrivono libri d’amore l’amicizia dell’amico all’amore,
non scrivono il dono che suscitano e il pane che concessero all’amante errante,
dimentica il sortilegio guardando gli occhi di puma della sua beneamata
che mani amiche lavorarono legni, conficcarono bastoni
perché allacciassero in pace la loro allegria i due errabondi.
Ingiusto o tardivo tu ed io inauguriamo Matilde sul libro dell’amore
il capitolo aperto che indica all’amore quello che deve
e qui si stabilisce con miele l’amicizia vera:
quella di coloro che accolgono la felicità senza impallidire di nevralgia
e alzano la coppa d’oro in onore dell’onore e dell’amore.

LA CHASCONA

La pietra e i chiodi, la tavola, la tegola si unirono: ho qui alzato
la casa burlona con acqua che corre scrivendo nel suo idioma,
i rovi conservavano il sito con il loro sanguinario intreccio di rami
finché la scala e i suoi muri seppero il tuo nome
e il fiore increspato, la vita del suo alato viticcio,
le foglie di fico che come stendardi di razze remote
dondolavano le loro ali scure sopra il tuo capo,
il muro di azzurro vittorioso, l’onice astratto del suolo,
i tuoi occhi, i miei occhi, sono rovesciati su roccia e legno
per tutti i luoghi, i giorni febbrili, la pace che costruisce
e continua ordinata la casa con la sua trasparenza.

La mia casa, la tua casa, il tuo sogno nei miei occhi, il tuo sangue continua il cammino del corpo che dorme
come una colomba chiusa nelle sue ali immobili prosegue il suo volo
e il tempo raccoglie nella sua coppa il tuo sogno e il mio
nella casa che appena nacque dalle mani sveglie.

La notte incontrata alla fine sulla nave che tu costruisci,
la pace di legno odoroso che continua con uccelli,
che continua il sussurro del vento perduto nelle foglie
e delle radici che mangiano la pace succulenta dell’humus
mentre sopraggiunge sopra di me addormentata la luna dell’acqua
come un colomba del bosco del sud che dirige il dominio
del cielo, dell’aria, del vento ombroso che ti appartiene,
addormentata, dormendo nella casa che fecero le tue mani,
esile nel sonno, nel germe dell’humus notturno
e moltiplicata nell’ombra come la crescita del frumento.

Dorata, la terra ti dette l’armatura del frumento,
il colore che i forni cossero con creta e delizia,
la pelle che non è bianca né è nera, né rossa né verde,
che ha il colore della sabbia, del pane, della pioggia,
del sole, del puro legno, del vento,
la tua carne colore di campana, colore di alimento fragrante,
la tua carne che forma la nave e imprigiona l’onda!

Da tante esili stelle che la mia anima riconosce nella notte
ricevo la rugiada che il giorno trasforma in cenere
e bevo la coppa di stelle defunte piangendo le lacrime
di tutti gli uomini, dei prigionieri, dei secondini,
e tutte le mani mi cercano mostrando una piaga,
mostrando il dolore, il supplizio o la brusca speranza,
e così, finché il cielo e la terra mi lasciano tranquillo,
così consumato da altri dolori che cambiano di volto,
ricevo nel sole e nel giorno la statua della tua chiarezza
e nell’ombra, nella luna, nel sonno, il grappolo del regno,
il contatto che induce il mio sangue a cantare sulla morte.

Il miele, beneamata, la illustre dolcezza del viaggio completo
e ancora, tra lunghe strade, fondiamo a Valparaíso una torre,
perché nei tuoi piedi incontrai le mie radici perdute
tu ed io manteniamo aperta la porta del mare insepolto
e così destiniamo a La Sebastiana il dovere di chiamare le navi,
e vedere sotto il fumo del porto la rosa incitante,
il cammino spezzato nell’acqua per l’uomo e le sue merci.

Ma azzurro e rosato, meschino e amaro rinchiuso tra le sue ragnatele,
ho qui, sostenendosi in fili, in unghie, in rampicanti,
ho qui vittorioso, straccione, color di campana e di miele,
ho qui, cinabro e giallo, purpureo, argentato, violetto,
ombroso e allegro, segreto e aperto come un’anguria
il porto e la porta del Cile, il mantello raggiante di Valparaíso,
il sonoro stupore della pioggia sulle colline cariche di sofferenze,
il sole scivola sull’oscuro sguardo, sugli occhi più belli del mondo.

Io ti invitai all’allegria di un porto attaccato alla furia dell’alta ondosità,
messo nel freddo dell’estremo oceano, vivendo in pericolo,
bella è la nave ombrosa, la luce serale dei mesi antartici,
la nave dal tetto amaranto, la manciata di vele o case o vite
che qui si vestirono con abiti di onore e bandiere
e si difesero cadendo nel terremoto che apriva e chiudeva l’inferno,
prendendosi alla fine delle mani gli uomini, i muri, le cose,
uniti e sgangherati nello stertore planetario.

Ogni uomo contò con le sue mani i beni funesti, il fiume
dei suoi spazi, la sua spada, la sua briglia, il suo allevamento,
e disse alla sua sposa: “Difendi il tuo terreno ardente o il tuo campo di neve”
o “Cura la vacca, i vecchi telai, la sega o l’oro”.

Molto bene, beneamata, è la legge dei secoli che si avvinsero
dentro l’uomo, in un file che avvinceva anche le sue teste:
il principe lanciava le reti con il sacerdote vestito a lutto,
e mentre gli dei stavano zitti, cadevano nella cassaforte monete
che lì accumularono l’ira e il sangue dell’uomo nudo.

Per questo, eretta e benedetta da corvi scuri
crebbe l’interesse e dispose nello zoccolo il suo piede mercenario,
poi alla Statua imposero medaglie e musica,
giornali, radio e televisori cantarono la lode del Santo Denaro,
e così anche il probabile, anche quello che non poté essere uomo,
il manomesso, il nudo e affamato, il pastore lacerato,
il lavoratore notturno che rosicchia nelle tenebre il pane conteso ai ratti,
credettero che quello era Dio, difesero l’Arca suprema
e si seppellirono nell’umiliato individuo, pieni di orgoglio prestato.

VIAGGIATORI

Ricordo la fine cenere celeste che si staccava
cadendo nei tuoi occhi, coprendo il vestito celeste,
azzurro, extrazzurro, azzurrino era il cielo nudo
e l’oro era azzurro nei seni sacri con cui Samarcanda
rovesciava le sue coppe azzurre sopra il tuo capo
dandoti il prestigio di un vento sotterrato che torna alla vita
rovesciando regali azzurri e frutti di sfarzo celeste.

Io scrivo il ricordo, il recente viaggiatore, il perduto omaggio
che la mia anima disegnò navigando le dure regioni
in cui si incontrarono i secoli più vecchi, coperti di polvere e di sangue,
con l’irrigazione fiorente delle energie:
tu sai, amore, che calpestiamo la steppa appena consegnata al garofano:
appena ammassavano il pane quelli che ordinano che cantino le acque:
appena si accostavano al lato del fiume inventato per loro
e vedemmo arrivare l’aroma dopo mille anni di assenza.

Sveglio nella notte, svegli di notte, perduto nella pace cenerina
da quelle città che abbattono la notte con torri d’oro
e sopra grappoli di magiche cupole da cui il turchese
forgiò un emisfero segreto e sacro di luce femminile
e tu nel crepuscolo, perduta nel mio sonno ripeti
con due cereali dorati il sonno del cielo perduto.

Il nuovo che tracciano gli uomini, le risata del chiaro ingegnere
che si fece provare il prodotto orgoglioso nato nella steppa maledetta
forse dimentichiamo tessendo nel sonno la continuità del silenzio
perché così decide il viaggiatore che quella cenere sacra,
le torri di guerra, l’hotel degli dei silenziosi,
tutto quello che udì i galoppi guerrieri, il grido
dell’agonizzante trattenuto sulla croce o sulla ruota,
tutto quello che il tempo incendiò con la sua lampada e poi
tremò nel vuoto e consumò la corrente infinita di autunni e lune
sembra nel sogno più vivo di tutti i vivi
e quando questo uovo, questo miele, questo ettaro di lino,
questo arrosto di manzi che pascolano le nuove praterie,
questo amore di canto kolchoziano nell’acqua che corre
sembrano irreali, perduti in mezzo al sole di Bokhara,
come se la terra assetata, violata e nutrice,
chiedesse di estendere il mandato e il pugno vuoto
di cupole, tombe, moschee, e del suo splendore angosciato.

Primo episodio:

TERREMOTO IN CILE

La barca cammina nella notte senza piedi scivolando
nell’acqua senza fondo né forma, nella volta nera del mondo
nelle povere cabine l’uomo risolve le sue minime norme,
il vestito, l’orologio, l’anello, i libri sanguinari che legge:
l’amore scelse il suo nascondiglio e l’ombra intreccia
un ferreo lampo che cade frustrato nel vuoto
e in piena sostanza impassibile scivola la nave
con un carico di poveri nudi e mercanzie.

Lì nell’inizio della primavera marina,
quando l’uccello spaventato e affamato insegue la nave
e nella grazia gradevole del cielo e dell’acqua appare l’aroma
del bosco dell’Europa, l’odore della menta terrestre,
sappiamo, amata, che il Cile soffriva sgretolato da un terremoto.
Il Dio mio, toccò la campana la lingua del mio antenato nella mia bocca,
un’altra volta, un’altra volta il cavallo iracondo calpesta il pianeta
e sceglie la patria magra, il bordo del terreno andino,
la terra che dette nella sua ristrettezza l’uva celeste e il rame assoluto,
un’altra volta, un’altra volta il ferro di cavallo sul volto
della povera famiglia che nasce e patisce un’altra volta lo spavento e la crepa,
il suolo che separa i piedi e divide il volume dell’anima
fino a farla un fazzoletto, un pugno di polvere, un gemito.

Forse sei, Cile, la coda del mondo, la cometa marina
appena attaccata alla meraviglia innevata della cordigliera
e il passo istantaneo di un atomo sciolto nella vena magnetica:
si scuote la tua ombra di ambra e la tua geologia
come se in rigetto del Polo alla calamita delle tue vigne azzurre
facesse il conflitto, e la tua essenza, un’altra volta sparsa,
un’altra volta deve unire la sua disgrazia e la sua grazia e nascere un’altra volta.

Per i muri abbattuti, il pianto nel triste ospedale,
per le strade coperte di macerie e paura,
per la miniera che forma l’ombra alle dodici del giorno,
per l’uccello che vola senza albero e il cane che ulula senza occhi,
patria di acqua e di vino, figlia e madre della mia anima,
lascia che mi confonda con te nel vento e nel pianto
e che lo stesso iracondo destino annienti il mio corpo e la mia terra.

Oh dolcezza senza pari del deserto nord,
la sabbia infinita, le impronte metalliche delle meteore,
l’ombra taglia il disegno della sua geografia violetta
nella chiara pazienza del giorno vuoto come una basilica
in cui staranno sedute le pietre cadute da un altro pianeta:
intorno le colline di collo iridato che sperano e più tardi
le stelle più fresche del mondo palpitano tanto vicino
che odorano di ombra, di gelsomino, di neve del cielo.

Oh pampas nude, capitoli crudeli che soltanto percorrono gli occhi del ceibo,
senza pari è il numero dell’uomo che scava nella porta maledetta
e spezza lasciando le sue mani nei cimiteri
la crosta dell’astro nascosto, nitrato, solfato, bismuto,
e in alto nella neve deserta di croci l’altezza diritta,
la consegna attraverso il suo sangue il sangue maligno del rame,
senza pari è il numero dell’uomo e modesta è la sua soave abitudine,
si chiama cileno, sta in alto e in basso nel fuoco, nel freddo,
non ha altro nome e gli basta questo, non ha cognome,
si chiama anche arenile o salnitro o dolore
e soltanto se guardi le sue mani amare saprai che è mio fratello.
Rosales, Ramírez, Machucas, Sotos, Aguileras,
Quevados, Basoaltos, Urrutias, Ortegas, Navarros, Loyolas,
Sánchez, pérez, Reyes, Tapias,
Conejeros, Gonzaléz, Martínez,
Cerdas, Montes, López, Aguirre, Morenos, Castillos,
Ampueros, Salinas, Bernales, Pintos, Navarretes,
Núñez, Carvajales, Carrillos, Candías, Alegrías,
Parras, Rojas, Lagos, Jiménez, Azócares,
Ouarzunes, Arces, Sepúlvedas, Díaz,
Álvarez, Rodríguez, Zúñigas, Pereiras, Robles, Fuentes, Silvas,
nomi che sono uomini o grani di polvere o frumento,
questi sono i nomi che firmano le pagine della primavera,
del vino, della dura zolla, del carbone, dell’aratro,
questi sono i nomi dell’inverno, degli uffici, dei ministeri,
nomi di soldati, di agrari, di poveri e molti, di entrata di buon’ora
e uscita aperta nell’ombra senza gloria e senza oro:
a questi appartengo e adesso nella notte di allarme, tanto lontano
in mezzo al mare, nella notte, li chiamo e mi chiamo:
Quello che cade mi cade, il ferito mi ferisce, quello che muore mi uccide.

Oh patria, bellezza di pietre, pomodori, pesci, cereali, api, barili,
mogli dalla dolce vita che invidia la luna calante,
metalli che formano il tuo chiaro scheletro di spada,
aromi di arrosti d’inverno con luce di chitarre notturne,
peri carichi di miele odoroso, cicale, rumori
d’estate ripiena come i canestri di
chacareras,
oh amore di rugiada del Cile nella mia fronte, distruggi questo sogno d’ira,
restituiscimi intatta la mia patria piccola, infinita, riservata, sonora e profonda!

Oh rami del sud, quando il treno lascia indietro i limoni
e continua verso il sud galoppando e ansimando andando verso il Polo,
e passano i fiumi e entrano i vulcani per i finestrini
e un odore di freddo si estende come se il colore della terra cambiasse e la mia infanzia
prendesse il suo poncho bagnato per percorrere le strade di agosto.

Ricordo che la foglia sgretolata del
peumo nella mia bocca cantò una canzone
e l’odore del
raulí mentre piove si aprì come un’arca
e tutti i sogni del mondo sono una foresta
da dove cammina il ricordo calpestando le foglie.

Ahi canta chitarra del sud nella pioggia, nel sole lancinante
che lambisce i roveri bruciati dipingendogli le ali,
ahi canta, grappolo di selve, la terra inzuppata, i rapidi fiumi,
l’incomprensibile silenzio della primavera bagnata,
e che la tua canzone mi restituisca la patria in pericolo:
che corrano le corde del canto nel vento straniero
perché il mio sangue circola nel mio canto se canti,
se canti, oh patria terribile,nel centro dei terremoti
perché così hai bisogno di me, risorta,
perché canta la tua bocca nella mia bocca e soltanto l’amore resuscita.

Non so se te sei morto e se sono morto; aspettando di saperlo canto questo canto.

CONTINUA LA BARCAROLA:

GLI INVULNERABILI

La tua mano sulle mie labbra, la sicurezza del tuo viso,
il giorno del mare sulla nave termina un circuito
di grande lontananza attraversata da uccelli perduti,
oh amore, amor mio, con cosa pagherò, pagheremo la spiga felice,
i rami della gloria segreta, l’amore del tuo bacio su miei baci,
il tamburo che annunciò al nemico la mia lunga vittoria,
il silenzioso omaggio del vino sulla tavola e il pane meritato
dall’onestà dei tuoi occhi e dall’utilità del mio mestiere indelebile:
a chi pagheremo la felicità, in quale nido di spine
aspettano i figli codardi della perfidia,
in quale angolo senza ombra e senza acqua i ratti pelosi dell’odio
aspettano con bava e coltello l’offesa che riscuotono al mondo?

Guardiamo tu ed io la fiorita dimora che l’onda fa tremare
e nell’aria, sulla nave, nella luce del conflitto terrestre,
la fermezza della mia anima alzò la sua stellata struttura
e tu difendesti la pace del grappolo incitante.
È chiaro, come i fiumi della cordigliera trepidano
aprendosi il passo senza tregua e senza tregua cantano,
che non disponiamo più armi di quelle che l’acqua dispose
nella serenata che cade rompendo la roccia,
e puri nell’intransigenza della cascata innocente
copriamo di schiuma e silenzio la tana velenosa
senza più interesse che l’aurora e il pane,
senza più interesse che i tuoi occhi oscuri aperti sulla mia anima.

Oh dolce, oh ombrosa, oh piovosa e assolata passione di questi anni,
inarcato il tuo corpo di ape nelle mie braccia marine,
sentiamo cadere l’amarezza dello smisurato, senza paura,
con un’arancia nella coppa del vino di autunno.

È adesso l’ora ed ieri è l’ora e domani è l’ora:
mostriamo uscendo al mercato la felicità implacabile
e fammi udire che i tuoi passi portano la cesta del pane e pernici
suonano socchiudendo lo specchio del tempo distante e presente
come se portassi invece del canestro selvatico
la mia vita, la tua vita: l’alloro con le sue foglie acute e il miele degli invulnerabili.

Secondo episodio

SERENATA DI PARIGI

Bella è la Rue de la Huchette, piccola come una melagrana
e opulenta nel suo povero splendore di vetrina stracciona:
lì tra i beatniks barbuti in questo anno del sessantacinque
tu ed io trasmigrati di stella viviamo felici e sordi.
Ricordo bene quando lontano tramava e pioveva sulla patria
riposare una volta nella vita chiudendo la porta al lamento,
sopportare con la bocca stretta il dolore dei tuoi che è tuo
e sotterrare la testa nella luce maturando il grappolo del pianto.

Parigi conserva nei suoi soffitti storti gli occhi antichi del tempo
e nelle sue case che appena sostengono le travi esterne
c’è un posto in qualche modo invisibile per il viandante,
e nessuno sapeva che quella città ti aspettava qualche giorno
e appena arrivasti senza parola e senza desiderio sapesti senza che nessuno te lo dicesse
che c’era il tuo pane nella panetteria e il tuo corpo poteva sognare sulla sua riva.

Città vagabonda e amata, corona di tutti gli uomini,
diadema raggiante, sargasso di rosticcerie,
non c’è un solo giorno nel tuo volto, né una foglia di autunno nella tua coppa:
sei nuova e rinasci da guerra e spazzatura, da baci e sangue,
come se in ogni ora milioni di addii che partono
e di occhi che arrivano ti stessero fondando, stupefacente,
e il povero viaggiatore intimorito dall’improvviso sorriso credendo che lo riconosca
e nella tua indifferenza si sente atteso e amato
finché più tardi non sa che la sua anima non è sua
e che le tue abitudini di fumo guidavano i suoi passi
finché una volta nel suo specchio lo guarda la morte
e nella sua sepoltura Parigi continua a camminare con passi da bambino,
con ali aeree, con acque del fiume e del tempo che mai invecchiano.

SOLITUDINE

Viaggiatore, sono solo nella Rue de la Huchette. È mattina.
Non un solo ricordo di ieri è rimasto attaccato sui muri.
Si prepara dopodomani nella notte rumorosa
che passa arruffata nella nebbia che cresce nei capelli.
C’è un vago silenzio favorito da una chitarra tardiva.
E capisco che in questa minuscola stradina tortuosa
qualcuno suona l’assalto al metallo invisibile
di una acuta campana che estende nella notte il suo cerchio
e nella mappa rotonda abbassando lo sguardo scopro
cammini di formiche che vengono solcando l’autunno e i mari
e si muovono figure che cadono dalla mappa dell’Australia,
che scendono dalla Svezia  nelle ferrovie dell’alba deserta,
piccoli cammini di insetti che perforano l’aria e la terra
e che si staccarono dalla Spagna, della Scozia, del Golfo del Messico,
trapanando buchi che presto o tardi penetrano la terra
e qui a mezzanotte svela la notte il suo freddo orifizio
e spunta la fronte di qualche colombiano che lega alla cintola
la sua vecchia pistola e la pazza chitarra dei guerriglieri.

Forse Argon vicino a Elsa ampliò l’arcipelago
dei suo sogni popolati da ampie sirene che pettinano la musica
e sopra la via di Varennes una stella, l’unica del cielo vuoto,
apre e chiude le sue palpebre di diamante e platino,
e più lontano l’abito fragrante della Francia si ripone in una cassapanca
perché dormono le vigne e il vino nelle botti prepara
l’uscita del sole, professore di francese nel cielo.

Verso Menilmontant, ai miei tempi, verso le fisarmoniche
del millenovecentoventi arriviamo: era serio l’appuntamento
con la malavita di cicca nella bocca e brutale manichino.
Io ballai con Friné Lavatier, con Marine e con chi?
Ah con chi? Si mi dimentico i nomi del ballo
ma continuo a ballare la “java” nella impura
banlieu
e vivere era allora tanto facile come il pane che si mangia nei treni,
come andare nel campo fischiando, festeggiato dalla primavera.

VALLEJO

Più tardi in via Delambre con Vallejo bevendo calvados
e birra nei bicchieri immensi della via Allegria,
perché allora il mio fratello aveva allegria nel bicchiere
e alzavamo insieme la felicità di un minuto che ardeva nell’aria
e che si spegneva nella sua morte lasciandomi cieco.

CREVEL

O forse qui devo ricordare nel canto che canto
quando scendo dal treno a Bordeaux e compro un giornale
e la linea più nera alza un pugnale e mi ferisce:
Crevel era morto, diceva la linea, nel forno a gas, la sua testa,
la sua testa dorata, arricciata nel forno come il pane per un rito,
ed io che venivo dalla Spagna perché lui mi aspettava
lì sulla banchina di Bordeaux leggendo il manifestino
con cui la Francia accoglieva il mio viaggio in quella stazione, nel freddo.

Passa il tempo e non passa Parigi, se ti cadono
i capelli, le foglie all’albero, i soldati all’odio,
e nella cattedrale gli apostoli rilucono con la barba fresca,
con la barba fresca di fragola di Francia fragrante.
Anche se la sventura galoppa al tuo fianco colpendo il tamburo della morte
e la rosa appassita ti offre la sua coppa di liquido impuro
e la moltitudine di petali che ardono senza rotta nella notte
finché la rosa accettò con il tempo tra le automobili
il suo colore di cenere bruciata da bocche e baci.


ISOLA

Amor mio, sull’Isola Saint Louis si è nascosto l’autunno
come un orso del circo, sonnambulo, circondato dai campanelli
che cadono dal banano, sopra il fiume, piangendo:
ha attraversato il crepuscolo il Ponte dell’Arcivescovato,
con merletti, dietro la chiesa che mostra le sue serie costole,
e tu ed io ritorniamo da un giorno che non ebbe niente
finché questo dolore e questo amore disperso nelle strade,
l’amore di Parigi abbigliato come una stazione cenerina,
il dolore di Parigi con il suo nastro di pianto arrotolato alla sua insigne vita
e questa notte, chiudendo gli occhi, guarderemo un giorno come una moneta
che già non si accetta nel negozio, che brillò e consumò il suo tesoro:
distesi, caduti nel sonno, seguendo l’immobile cammino,
con un giorno di più o di meno che aggiunse al tuo vestiario
un fulgore di oro inutile che, senza dubbio, o forse, è la vita.

CONTINUA LA BARCAROLA:

RITORNO

Ardente è tornare alla schiuma che incalza la mia casa, al vuoto
che lascia l’oceano dopo aver consegnato la sua carretta di tuoni,
toccare ancora con il sangue il bagliore di freddo e salamoia
che morde il bordo del Cile gettando al vento la sabbia gialla.

È azzurro ritornare alla terra scelta durante il combattimento,
alzare la bandiera di un uomo senza regno
e aspettare dalla luce una rete che imprigioni il tremulo argento
dei peschi oscuri che popolano il pelago puro.

È eterno mangiare ancora con il vino ancestrale nella coppa
la carne arrotolata, i pomodori di gennaio con la salsiccia,
il peperone la cui fresca fragranza ti attacca e ti morde,
e in questa ora di sole il pan di mais di sale e delizia
estratti dalle sue foglie d’oro come vergini nel sacrificio.

SONO LONTANO

È mia l’ora infinita della Patagonia.
galoppo esteso nel tempo come se navigasse,
attraverso i teneri greggi cambiando di passo
per non ferire le nuvole di spesso vestiario,
la steppa è celeste e odora lo spazio a campana,
a neve e a sole schiacciati nel foraggio povero:
mi piace la terra senza abitazioni, il peso del vento
che cerca il mio petto chinando i rami della mia anima.
Da dove è caduto? E come si chiama il pianeta che suona come l’alluminio
sotto i passi di un povero viaggiatore affogato nell’ampio silenzio?
E cerco nella rotta senza rotta dell’oceano terrestre
seguendo le orme cancellate dei ferri di cavallo,
mentre esce la luna come il pane dalla bocca di un forno
e va via per il campo legata al cavallo più lento del cielo.

Oh anello spazioso che muove con te il suo cerchio d’oro
e che, camminando, ti porta nel suo centro senza abbandonarti,
quante ombre cambiarono ostili stili di spine brucianti
mentre tu continuavi al centro del grigio emisfero
o la volpe dai piedi invisibili che si muoveva scivolando nel freddo
o la luce che cambiò di bandiera dopo avere baciato il tuo cavallo,
o il fogliame esperto in disgrazie che accetta la tua assenza
o l’ultimo colibrì che incendiò il suo piccolo orologio di turchese nel braccio delle solitudini
o il tuono che si sviluppa ruotando nella sua propria abitazione
o gli struzzi dai piedi militari e dagli occhi di collegio
o, più pura di tutti, la terra e le sue respirazioni,
la terra che mostra la sua pelle di pianeta, il suo cuoio di amaro cavallo,
la terra terrestre con la traccia estirpata di qualche falò,
senza malattie, senza uomini, senza strade, senza pianto né morte,
con il vento illustre che pulisce di notte e di giorno la natura
e brunisce la irsuta medaglia dell’uraganata prateria;
delle patagonie nutrite dalla solitudine e dalla rugiada.

È dentro, nel vuoto o nell’ombra, nella torre angosciata,
che cercai e ti incontrai sospirando, bene mio,
fu un’ora in cui tutto il baluardo tremò, moribondo,
e nel mio petto il dubbio e la morte volavano nude:
amor mio, ciliegia, chitarra della primavera,
com’è dolce il tuo collo che devia le frecce del patimento
e la tua rettitudine di figura di prua nel vento salato che impone il suo volto alla nave.

Amata, non fu in estensioni o coste, non fu nelle ispide sabbie,
non fu il tuo arrivo a un castello circondato dalla geografia,
ma a una catastrofe povera che appena riguarda il viandante,
ad una crepa che moltiplicava coltelli nella mia sventura,
e così la tua salute vittoriosa inclinandosi sul cammino
incontrò il mio dolore e allontanò le spade da quella agonia.

Oceania, ancora con il tuo nome di onda visito l’oceano
che vive e dorme accanto a me nella luce implacabile di gennaio
non sappiamo soffrire, dimentichiamo la pietra luttuosa
che pesò su un anno incitando il mio petto a battere come un agonizzante.

Io cambiai tante volte di sole e di arte poetica
che ancora stava servendo di esempio in quaderni di melanconia
quando già mi iscrissero nei nuovi cataloghi degli ottimisti,
e appena mi aveva dichiarato oscuro come bocca di lupo o di cane
denunciarono alla polizia la semplicità del mio canto
e più di uno trovò professione e uscì a combattere il mio destino
in cileno, in francese, in inglese, in veleno, in latrato, in sussurro.

Qui porto la luce e la estendo verso il cattivo compagno.

La luce brusca del sole sull’acqua moltiplica colombe, e canto.

Sarà tardi, la nave entrerà nelle tenebre, e canto.

Aprirà la sua cantina la notte e io dormo coperto di stelle. E canto.

Arriverà la mattina con la sua rosa rotonda nella bocca. E io canto.

Io canto. Io canto. Io canto. Io canto.

RITORNO

Ieri ritornammo tagliando il cammino dell’acqua, dell’aria e la neve
e atterrando nella palma, nella mano del Cile,
vagamente inquieti per la permanenza in confini distanti,
oppressivamente addormentati ancora nel sonno del volo
toccando a fatica e senza riconoscere la terra temibile e amata,
venne la bontà col suo vestito grigio e l’immobile grandezza che nessuno conosce
e ebbi alla mia vista la stella che ti riconosce
e così con valigie che appena toccavano le dita dei doganieri,
circondato da tre automobili di amici amati,
entrai con Matilde nella sala dei candelabri del mondo,
nella mia patria piccola che incendia le sue candele vulcaniche
tra lo splendore delle nevi intatte ed il coro dell’acqua marina.

Oh patria, baciando la tua vita di vespa vulcanica,
portando lo sguardo alle tue colline di palpebre nere
e scendendo a baciare nella sabbia del mare la cenciosa bellezza
dei puoi piedi maltrattati che salgono e scendono per le cordigliere,
ricevetti all’improvviso l’odore della costa marina
e quanto dolore iracondo oppresse i miei piccoli fratelli,
miserie che uccidono con mani più dure dei terremoti,
ingiustizia che versa il sale nella ferita, che brucia la pietra dell’anima,
tutto questo volò emanato dal bagliore del mare maestoso,
dell’unico oceano, della rosa gigante che si apre e si chiude sulla riva
profumando la tua irsuta bellezza con i suoi movimenti azzurri.

Qui è lo stile, senza dubbio, da vedere, entra! Suppongo,
cuore di carta, che la mia nave incontrasti ballando alla moda,
alla moda dell’andare, alla moda di vedere, e è vero che guardiamo
con gli occhi mutevoli e apriamo la porta con chiavi future,
ma qui tra la boscaglia scacciata e l’insolita nebbia di gennaio
bruciacchiata l’erba, assetata la luna, senza sole e senza nessuno la sabbia,
e al viavai dell’onda che scava la sua tomba infinita
e l’odore intenso del sale sovrano che si srotola
come un episodio del freddo, cantando con tuoni,
qui, dove trovo, domando, il consiglio?
E è chiaro lo leggo nel bagliore, nella impronta dell’uccello trampoliere,
nel rauco avvertimento del mare, nella notte che conta e che somma,
e nelle cicatrici aperte dalle pareti rocciose
dalle bruciature del ghiaccio di antiche catastrofi.

La burrasca che accende la schiuma coronando lo zenit dell’ondosità
mi ha insegnato a pulire gli oscuri utensili del mio delirio,
mi ha insegnato a estendere e a seccare nel vento il lignaggio della mia profezia,
e in queste pieghe di pietra, nella roccia sgretolata dall’eternità mobile,
scoprii un nido recente di fango e di paglia fragrante
con le uova del mare e le ali della traversata.

Di modo che un bacio senza nome con labbra di terra
o un nome con labbra di ombra marina o il miele della costa selvaggia
o i sordi sussurri che indicano il mese di settembre
che la primavera sotterrata comincia a graffiare con le sue unghie il feretro
o più ancora la piovosa chiamata di un bambino che ha il mio volto
e che incontro sulle dune, perdute, e che non riconosco,
tutto questo, aggiungendo la botte delle cattive azioni che ritornano e intimoriscono,
o il ramo di nardi inutili che forse imputridì in una porta
senza che colei a cui fu destinato toccasse o baciasse il suo aroma
tutto questo è un libro, il manuale della mia saggezza:
e non posso apprendere altre cose perché arrivo dalla sventura
e già scaricai tanti sacchi di colore amaranto nella pioggia
che soltanto mi rimane un’ora per diventare felice: è presto:
è presto e è tardi, è presto: albeggia con luna
e nel sole della notte raccolgo le migliori spighe del cielo.

AMORE

Dove sei, oh colomba marina che sotto i miei baci cadesti
ferita e selvaggia sulla tremula erba del Sud trasparente
là dove muove i suoi raggi glaciali la mia sovranità,
ragazza, campestre, impastata con creta e con frumento,
amante che al mare galoppante rubai con pugnale, oh sirena,
e il vulcano sfidai per amarti portando sopra la cavalcatura
i tuoi crini che il fuoco tinse elaborando la sua fiamma ramata.

Amata, è la tua ombra come la freschezza che lascia il grappolo
sopra la gialla campana della vasta estate
e è il sommerso calore del tuo abbraccio al mio corpo
la risposta al raggio e al brivido d’oro in cui io precipito.

Perché due nuziali con una ciliegia, con un solo fiume,
e un solo letto e una sola luna che il vento abbatte sopra la prateria
sono due chiarezze che fondono sopra le loro teste l’arco del giorno
e riempiono di stelle la notte con i minerali del loro abbandono,
con l’abbandono dell’amore nudo che rompe una rosa e costruisce una rosa,
e costruisce una rosa che vive, palpita, perisce e rinasce,
perché questa è la legge dell’amore e non sa la mia bocca
tranne parlare senza parlare con la tua bocca nella fine e nell’inizio di tutto,
amorosa, mio amore, mi moglie coricata nel frumento,
nelle aie di marzo, nel fango dell’Araucania.

Terzo episodio:

CORONA DELL’ARCIPELAGO
PER RUBÉN AZÓCAR

Dal Cile arrivò la notizia cattiva scritta per mano di Morte:
il migliore dei miei, mio fratello Rubén è immobile
dentro una nicchia, nella tomba meschina dei cittadini.

Beneamata, nell’ora dell’aria raccogli una lacrima e portala
attraverso l’Atlantico nero alla sua rude testa addormentata:
non mi portare notizie: non posso comprendere la sua agonia:
egli dovette finire come un tronco bruciato nella selva,
eretto nella illustre armatura della sua disarmata innocenza.

Mai ho visto un altro albero come questo, non ho visto nel bosco
tale corteccia gigante segnata e scritta dalle cicatrici:
il viso di Azócar, di pietra e di vento, di luce schiacciata,
e sotto la pelle della statua di cuoio e di pelo
il magnanimo miele che nessuno possiede sulla terra.

Forse nel fondo dell’Africa, nel mezzogiorno compatto,
una freccia rivela sull’uccello che cade volando la splendida grazia dello zaffiro,
o meglio l’arpione baleniero che esce sanguinante dalla bestia pura
toccò una presenza che lì conservava l’aroma dell’ambra:
così fu nel mio cammino mio fratello che adesso piangendo ricopro
con il minimo sfarzo di cui non hanno bisogno i suoi occhi addormentati.

Così fu per quelli felici e svenduti
che io scoprii la bontà nell’uomo, perché egli mi insegnava,
aprendosi sorridendo, con ciglia di albero, il nido delle api non vinte
che andavano con lui sussurrando di notte e di giorno
e allora, a me che uscivo dalla gioventù invidiosa e suprema,
toccandosi il petto coperto dalla sua trascurata giacca,
mi fece conoscere la bontà, e provai la bontà, e fino ad ora
non ho potuto cambiare la misura dell’uomo nel mio canto:
mai più appresi tranne quello che appresi da mio fratello nelle isole.

Egli passeggiava a Boroa, a Temuco con un chiacchierone sinalefe,
con un povero ladro di galline vestito di nero
che frodava, servile e silvestre, i proprietari di fondo:
era un cane avariato e meschino per la malattia letteraria
che, secondo Nietzsche e Whitman, si dissimulava abbaiando
e il mio povero Rubén antagonistico sopportava il pedante inclemente
finché il ciarlatano lo lasciò in ostaggio nel povero alberguccio
senza argento e senza vestito, in onore alla letteratura.

Fratello mio! Mio povero leone delle crete amare di Lota,
minerale, incendiato come i fulgori del raggio nella notte di pioggia,
fratello mio, ricordo i tuoi occhi attoniti davanti all’insolenza
e la tua pura purezza consacrata da uno spaventapasseri traballante.
Non ho visto occhi tranquilli come in te in questo istante i tuo occhi
che pesano il veleno del mondo e allontanano con ombrosa integrità
il pugnale del dolore, e continuano il cammino dell’uomo.

Ahi fratello, ahi fratello di scienza nascosta, ahi fratello di tutto l’inverno nelle isole:
ahi fratello, mangiando con te fagioli con mais da poco separato
dall’avorio silenzioso che educa il mais nelle sue lance,
e poi i mitili che salgono dal mare dell’arcipelago,
e le ostriche di Ancud, odorose di mitologia,
il vino d’inverno bevuto senza tregua nella pioggia
e il tuo cuore che si sgrana sopra il territorio.

Non è la vita quella che fa gli uomini, è prima,
è prima: lontano è il peso dell’anima nel sangue:
i secoli azzurri, i suoni del bosco, i sauri perduti
nella carovana, il terrore vegetale del silenzio,
si unirono a te prima di tutto, tessero con ombra e legno
lo stupore del bambino che ti accompagnò per la terra.

So che in Messico stette scontroso in un giorno desertico
la tua testa angosciata, la tua bocca affamata, il tuo sorriso fatto polvere.

E non posso dimenticare che nell’attraversare il Perù ti dimenticarono in una prigione.

Mentre da Panama nel groviglio di umidità e radici,
tu, sapendo che lì i serpenti cercavano il torrido sole e mordevano,
lì ti stendesti a morire di ritorno alle liane, e allora
un miracolo salvò la tua pelle per la nostra allegria.

E si sa che un giorno a Cuba, trasformato in grazioso giovinetto,
parodiasti in versi e grazia gli esili di quel Cavaliere
che lasciò alla sua elegante Madama un ricordo in un baule odoroso,
e si sa che quando con fiore nella mano la tua grazia passeggiava
per l’equinozio del racconto esilarante e patetico,
Fidel con la sua barba e altezza si fermò stupito a udirti e guardarti
e poi abbracciandoti, con risa e gioia, abbassò la testa,
perché tra battaglia e battaglia non c’è alloro che seduca il guerriero
come la tua generosa presenza che regala la magia e il miele,
adorabile pagliaccio, capitano dello sperpero, redentore della saggezza.

Se raccontassi, se potessi raccontare i tuoi miracoli, i racconti
che appendesti al collo del mondo come una collana chiaro:
disponesti di una ampia soffitta con navi
e bambole, fantocci che ti obbedivano appena
si muovevano le tue ciglia popolate da alberi neri.

Perché tu prima di essere, l’indovino, scegliesti il tuo regno,
la tua piccola statura, la tua testa di re araucano,
e di quanto più nobile e più stabile incontrasti nel nulla
costruisti il tuo corpo e il tuo sogno, piccolo monarca,
aggiungendogli inutili filamenti che continuano a brillare
con l’oro a lutto per la tua birichinata grandiosa.

A volte guardandoti il cipiglio con cui vigilavi i miei passi,
temendo per me come il padre del padre del padre del figlio,
vidi nel tuo sguardo un’antica tristezza,
e avrebbe avuto ragione la tristezza nei tuoi occhi antichi:
i tuoi vicini non seppero venerare il tuo legno celeste
e spesso misero spine nei tuoi capelli
e con lance di ferro ossidato ti conficcarono nella sventura.

Ma quell’acqua oscura che a volte incontrai nel tuo sguardo
rispettava il silenzio normale della natura
e se erano cadute le foglie al fondo del pozzo in tenebre
non marcirono le foglie defunte la cisterna da cui usciva
la tua solenne bontà fiorita da un ramo indomabile di rose.

Ho l’uno! Ho il due! Ho il tre! canteranno e forse canteremo:
canteranno, canteremo al bordo del vino di ottobre:
canteremo l’inutile bellezza del mondo senza che tu la veda,
senza che tu, compagno, risponda ridendo e cantando,
cantando e piangendo ogni giorno sulla nave e meglio alla riva
del mare delle isole che amasti, marinaio sonoro:
canteranno, canteremo, e il bosco dell’uomo perduto,
la foschia huaiteca, il larice dal petto implacabile
ti accompagneranno, compagno, nel tuo canto invisibile.
Ho l’uno! Ho il due! Ho il tre! ma manchi, fratello!
Manca il re che fosti per sempre con la risata e la rosa nella mano.

CONTINUA LA BARCAROLA:

GLI ANNI

Va il tempo calando forse sul mio corpo, sul tuo corpo, una rosa
e come un termometro l’età della rosa discende alla terra:
è lenta e magra la linea della sua inesorabile strettezza
e nella trasparenza del giorno cammina la sete nel bicchiere
e va diminuendo la fiamma del vino nel tuo corpo:
la rosa che stette nell’alto del tuo capo
infondendo la pompa fragrante della primavera
si piegò trascendendo gli occhi con acqua di spade e lampo di acquamarina,
mise nella narice una vibrazione di ala di volo nell’ombra
e la traccia che lasciava l’aroma veloce del cervo nella selva
tutto fu percepito, cacciato, bruciato e perduto:

la rosa duplica le labbra curiose e ansiose dell’innamorato,
alza i petti compatti dei gigli
e cresce la dura donzella come un obelisco
fino a rovesciarsi in carezze bagnate dall’estasi
e scende la rosa sul figlio uccidendo la madre
e torna a brillare il suo scintillio nell’altezza dell’uomo che nasce,
finché nel transito cade dal sesso la rosa
e traballa l’età nel freddo della notte
finché la terra accoglie il tuo corpo che ora non fiorisce.

Non racconto il passaggio, non dica il viaggiatore che io lo esamino,
non dica che vedo attraverso il suo corpo di vetro l’età che sostiene e demolisce i suoi passi,
io sono il distante che porta nelle sue vene la sua vita e la mia
e se partecipo alla sua anima condivido con lui l’autunno
e nel movimento stellato delle stazioni fiorite
proteggo la parte della primavera che gli spetta.

Fu mio obbligo trasparente vivere altre vite,
morire altre morti e resuscitare tra genti che non mi conoscono.

È questa l’ora del mare circondante e dalla finestra comprendo
l’acqua infinita che non mi interessa. Sappiate, compagni,
che i pescatori di ricci uscirono e vedo la loro piccola nave
toccare la rupe di Isla Negra allontanarsi ballando sulla schiuma
mentre sale e discende sull’onda un infausto dibattito:
la prua cade bocconi e cede al vuoto
finché un’altra volta si stabilizza nella schiuma la sua ninfea nera.

Cadde dissimulandosi nel silenzio che c’era Rodríguez
e adesso con vestito di squalo si nuove con cautela e ondeggia
cercando attaccato alla pietra il silenzioso organismo
che batte socchiuso attaccato alla sua madre infinita
finché il coltello separa la vita dalla pietra
e l’uomo ritorna portando in un sacco il mollusco sanguinante.

UN GIORNO

Andò via ieri, si fece luce, si fece fumo, andò via,
e un altro giorno compatto alza un lancia nel freddo:
A chi manco? Che voce che non ascolto mi chiama piangendo
o chi è il perduto nel bosco con la chitarra?
Forse odo tra i rami bagnati il puma dai piedi gialli
o in via San Diego, a Santiago de Cile, una giovane vestita di edera
l’amare intreccia il suo abbraccio con quei gelsomini amari
che si arrampicarono nella mia adolescenza per mia voce sgretolando balconi.

I GIORNI

Chi separa lo ieri dalla notte e dall’oggi che ingravida il suo bicchiere?
E quale incisione di acqua incessante o di bronzo eroso o di ghiaccio
impedì che presentassi il mio petto alle fiamme che mi generarono?
E chi sono?, lo domandai alle onde quando alla fine navigai senza nave
e potei assicurare che il mare lo portavo io stesso negli occhi.
Tuttavia questo giorno che arse e consumò la sua distanza
lasciò dietro le sue ombrose origini, dimenticò l’uterina tenebra,
e crebbe come il lievito alzando verso l’alto le braccia
finché disgregò la sostanza della luce che lo aiutava,
e si separò dal celo finché si trasformò un’altra volta in famiglia del fumo
si dissolse nell’ombra che un’altra volta trasformata in ape
usciva volando nella luce di un altro giorno raggiante e rotondo.

RESURREZIONE

Io mi diminuisco in ogni giorno che scorre e che cade,
come se nascessi: è l’alba nel mio sangue: scuoto il vestito,
si intrecciano i rami del rovere, circonda la rugiada con sette diademi le mie neonate orecchie,
nel mezzogiorno risplendo come un papavero in un vestito di lutto,
più tardi la luce ferroviaria che fuggì trasmigrando dagli arcipelaghi
si afferra ai miei piedi invitandomi a fuggire con i treni
che allungano il giorno del Cile per una settimana
e quando scoperta l’ombra con il luminoso alimento
statica si apre mostrando nel suo seno scuro la punta di Venere
io dormo fatta notte, fatto bambino o arancia,
estinto e ingravidato dal nuovo giudizio del giorno.

CAMPANE

Mi piacque da quando ero non nato ascoltare le campane,
toccare la rugiada sul bronzo dei campanili
e poi crescendo selvaggio tra palizzate con barbe di muschio
affondai le mie scarpe in fango e maggese attraversando la pioggia,
volò il colombo torraiolo che come un braciere di piume
ardeva nel suo iridescente lignaggio di collo e di coda
e così crebbi solitario cantando per chi? Per nessuno:
forse per quelle regioni di tronchi marci e liane,
forse per la umida terra che affondava i miei piedi in un tenero sarcofago di foglie cadute,
ma io non crebbi per orecchie umane e quando cadde una medaglia
sul mio petto, assegnata per merito di canto,
guardai intorno, con gli occhi cercai per chi era il Premio
e abbassai la testa, confuso, perché scoprii che era mio
e che la mia anima in qualche modo si incontrò con i popoli silenziosi
e cantò pubblicando la pena e il fiore delle genti che non conoscevo.

AMORE

Oh amore, oh vittoria della tua chioma che aggiunge alla mia vita
la velocità della musica che si elettrizzò nella tormenta
e fuori dall’ambito puro che si accresce bruciando
quelle radici coperte dal polverone del tempo
con te, amorosa, vissero il giorno di pioggia remota
e il mio cuore ricevette il tuo battito pulsando.

SONATA

Oh chiaro di luna, oh statua piccola e oscura,
oh sale, oh cucchiaio che estrae l’aroma del mondo e lo rovescia nelle mie vene,
oh brocca negra che canti alla luce della rugiada,
oh pietra del fiume sotterrato da dove volava e tornava la notte,
oh tralcio di acqua, pero di vita fragrante,
oh tesoreria del bosco, oh colomba della primavera,
oh biglietto che lascia la rugiada nelle dita della madreselva,
oh metallica notte di agosto con anelli d’argento nel cielo,
oh mio amore, tu assomigli al treno che attraversa l’autunno a Temuco,
oh mia amata perduta nelle mie mani come un anello nella neve,
oh abile nelle corde del vento color di chitarra
che discende dalle cordigliere, vicino a Nahuelbuta piangendo,
oh azione mattutina dell’ape che cerca un segreto,
oh edificio che l’ambra e l’acqua costruirono perché lo abitassi
io, esigente inquilino che dimentica la chiave e dorme alla porta,
oh corno elevato sulla groppa celestiale del tritone sottomarino,
oh chitarra di creta che suona nella pace polverosa del Cile,
oh pentola di olio e cipolla, vaporosa, odorosa, saporita,
oh espulsa dalla geometria dall’abilità di nuvola e fianco,
oh macchina di acqua, oh orologio di uccelliera,
oh mia amorosa, mia negra, mia bianca, mia piuma, mia scopa,
oh mia spada, mio pane e mio miele, mia canzone, mio silenzio, mia vita.

LA STRADA

Anche ti amo, strada colma di volti che trascinano scarpe,
scarpe che segnano la ruote del mondo insediando empori,
e vivo nel letto di un fiume infinito di merci,
ritiro le mani dalla divorante cenere che cade,
che avvolgono i vestiti che escono dal cinematografo,
mi incollo ai vetri guardando con fame cappelli che mi mangerei
o gioielli che vogliono uccidermi con occhi di colera verde
o saponi tanto soavi che si fecero con succo di luna
o libri di pelle incitante che mi insegnerebbero forse a morire
o macchine ottiche che fotografano anche la tua tristezza
o divani capaci delle seduzioni più inossidabili
o il chiaro alluminio delle cazzeruole specializzate in uova e asparagi
o i vestiti del vescovo che spesso portano borsellini del Diavolo
o ferramenta amate per l’esattezza della mia anima
o farmacie pallide che nascondono, come i serpenti, sotto il cotone,
canini di arsenico, denti di stricnina e unguenti letali,
o tappeti vinilici, di Stoccolma, broccati, di Milano,
terilene, canovaccio, tele con nappe, materassi di tutta quiete
o orologi che vanno a misurarci e infine a consumarci
o sedie da spiaggia pieghevoli adattabili a ogni sedere
o telai con ratiera, 1,36 Dieterich, complicati e astratti,
o stoviglie complete o sofà fioriti con fodera
o implacabili specchi che sperano di dimostrare la vendetta dell’acqua
o fucili a ripetizione tanto soavissimi come un muso di lepre
o magazzini che si riempiono di cemento: e io chiudo gli occhi:
sono le uova di Dio questi sacchi terribili che continuano a partorire questo mondo.

ALBEGGIANDO

Amore mio, per cercarti appena sveglio percorsi con le mie mani le tue dita,
sorpresi l’alabastro addormentato nella tua mano a quest’ora
e incontrai ogni unghia nel mio tatto allungando la sillaba liscia
che forma il tuo nome nel cielo stellato del sole e della luna.
Ogni unghia nella tua mano avvolgeva un frammento del sonno sul tuo corpo
e con freschezza di agata cambiavano le tue dita in pietra,
in qualche modo infondato il clamore del tuo sangue viveva
in sale circolante, in statua di madreperla fu precipitato
e soltanto toccai quella stella di cinque smeraldi addormentati,
soavissime punte affondate nella lentezza dell’ombra,
pensando tra sonno e vigilia che si mutarono seguendo il percorso dell’acqua nella roccia
in freddo, in spade, in quarzo rubato alla terra notturna,
all’aria del cielo nella notte che sguainò le sue statue
e si mise a brillare incendiando le pietre nella grandezza silenziosa.

LA NOTTE

Oh notte, oh sostanza che cambia il tuo corpo e restituisce alla terra la stella,
pensai, scosso tra incerti timori toccando le tue dita,
pensando alla rosa di sale abbagliante che era caduta dal cielo.
Oh amore, oh infinito bagnato dalla geologia,
oh corpo di labbra notturne che mi anticiparono l’aurora
con l’esattezza della frutta celeste protetta dalla chiarezza della rugiada.

LA TERRA

Antartica patria che dal grappolo odoroso fino ai cereali,
dalla miniera di salnitro che nasconde la luna sotterrata e arriva nel freddo
i sette episodi del rame e le sue pagine verdi,
rilascia, oh terra magra, tra le onde di vino e di neve
i tuoi figli insigni e straccioni che cantano in piena agonia.

PAESE

Piccolo paese che sopra i monti scontrosi e sull’acqua infinita
trascorri portando tra torve pieghe la luce minerale e le uve del vino
e da un luogo all’altro il cileno bruno e errante
che spacca la pietra della sua sepoltura vulcanica
con il pantalone rammendato e gli occhi feriti.

Viene a trovarmi straniero tra Arica e la Terra del Fuoco:
fa freddo nelle isole e il mare solleva il mulino del suo movimento,
le abitazioni si contraggono al passaggio del cielo che come un cavallo irritato
galoppa nella notte frenetica colpendo i tetti degli uomini.

Aprì il forte vento la finestra e entrò nella cucina cercando
il fuoco che cuoce le povere patate del popolo perduto.

Paese, torre innalzata sull’altezza dell’aspro pianeta,
bruciato da una corona di crudeli lampi
e poi consegnato alle locomotive dei terremoti
e poi alla bollente immondizia dei sobborghi
e poi al deserto che aspetta e divora il viandante
e poi i mari irsuti che spezzano gli occhi dei pescatori
e poi nel campo la sete della terra, la sete gialla,
e poi il carbone che nella sua grotta annienta gli eroi neri
e poi la povera famiglia attaccata dai buchi
del tetto e del vestito, guardando la calzoleria,
scorge i piedi degli angeli con scarpe nuove nel Paradiso.

PRIMAVERA IN CILE

Bello è settembre nella mia patria coperta con una corona di vimini e violette
e con un cesto pendente nelle braccia colmo di doni terrestri:
settembre anticipa i suoi occhi araucani uccidendo l’inverno
e torna il cileno alla resurrezione della carne e del vino.
Amabile è il sabato e appena si aprirono le mani del venerdì
volò trasportando prugne, brodi di luna e pesce.

Oh amore sulla terra che tu percorrerai che attraversammo
non ebbi sulla mia bocca fulgore come in Talagante
e invano cercai tra le dita della geografia
il mare clamoroso, il vestito che il vento e la pietra assegnarono al Cile,
e non scoprii pesche duracine di gennaio rotonde di luce e delizia
come il velluto che conserva e sgrana il miele della mia patria.
E nelle boscaglie del Sud segreto conosco la rugiada
per i suoi penetranti diamanti di menta, e mi ubriaca l’aroma
del vino centrale che scoppiò dalla tua cintura di grappoli
e l’odore delle tua acque da pesca che ti riempie di olfatto
perché si aprono le valve del mare sul tuo petto di argento abbondante,
e alto trascinando i piedi quando marcio nei monti più duri
io distinguo nella neve invincibile la ragione della tua sovranità.

PAESE

È la mia patria e comprendo il tuo canto e il tuo pianto
e tocco il contorno delle tue tricolori chitarre piangendo e cantando
perché sono un pugno di polvere della tua cordigliera
e vivo nel tuo amore il supplizio di decorare i tuoi tormenti.

Io vado a raccontarti la storia di qualcuno, di qualcuna, di nessuno,
udendo la pioggia che rompe i suoi rombi di vetro e si perde,
io vado a raccontarti la storia di quello o del figlio di quello
o di nessuno, di tutti, perché questo destino di creta
ci fa nel forno del popolo uguali, parenti profondi:
abbiamo testa di giara e con occhi di bue manzanero
i piedi più veloci, le gambe che cambiano di terra e di fiume,
la mani affamate e il colore dell’avena bruciata,
noi cileni di costa e di monte, di pioggia e asciutto,
siamo quasi sempre gli stessi erranti disposti al viaggio dell’oro.

UN RACCONTO

E adesso pioggia rotonda colore dell’emisfero
ascolta questa canto di sangue e di oro e di morte lontana:

Quarto episodio:

FULGORE E MORTE DI JOAQUÍN MURIETA

Questa è la lunga storia di un uomo ardente:
naturale, valoroso, la sua memoria è un'ascia da guerra,
È tempo di schiuder la quiete, il sepolcro del chiaro bandito,
e rompere l'oblio ossidato che ora lo seppellisce.
Forse non trovò il suo destino il soldato, e lamento
non aver conversato con lui, e con una bottiglia di vino
aver sperato nella Storia che passasse qualche giorno il suo grande reggimento.
Forse quell'uomo perduto nel vento avrebbe cambiato il cammino.
Il sangue versato gli mise nelle mani un fulmine violento;
adesso passarono cento anni e ormai non possiamo smuovere il suo destino:
così iniziamo senza di lui e senza vino in quest'ora quieta

la storia del mio compatriota, l'onorevole bandito don Joaquín Murieta.

È una lunga storia che sgomenta più tardi e che per ora inizia quaggiù
in questa strettezza di terra che il Polo ci diede e il mare e la neve si disputano,
qui tra peri e tegole e pioggia brillavano le uve cilene
e come coppa d'argento che riempie la notte scura di pallido vino
la luna del Cile cresceva tra boldi, maiteni, basilico, origano, gelsomini, fagioli, alloro, rugiada,
allora venne alla luce del pianeta un bimbo bruno
e nell'ombra serena è il fulmine che nasce, si chiama Murieta,
e nessuno immagina che alla luce della luna un fulmine nascente
dorma nella culla mentre si occulta tra i monti la luna:
è un bimbo cileno color di oliva e i suoi occhi ignorano il pianto.

La mia patria gli diede le medaglie del campo selvaggio, della pampa ardente:
sembra che avesse forgiato col freddo e con braci per una battaglia
il suo corpo di aratro e è una sfida la sua voce e le sue mani sono due minacce.

Vendetta è il ferro, la pietra, la pioggia, la furia, la lancia,
la fiamma, il rancore dell’esilio, la pace crepitante,
e l’uomo distante si acceca invocando nell’ombra vendetta,
cercando nella notte una speranza sanguinante e castigo costante,
risveglia lo scontroso e percorre a cavallo la terra notturna, Dio mio,
che cosa cerca l’oscuro all’agguato del male che brilla nella sua mano tagliente?

Vendetta è il nome istantaneo del suo brivido
che conficca la carne o colpisce sul cranio o spaventa con bocca allarmante
e uccide e si allontana il danzante mortale galoppando sulla riva del fiume.
La fiamma dell’oro percorre la terra del Cile dal mare ai monti
e comincia a passare dall’orizzonte fino al Porto, il magnifico incantesimo
spopola Quillota, disgrega Coquimbo, le navi aspettano a Valparaíso.

Crescendo all'ombra di salici flessibili nuotava nei fiumi, domava puledri, lanciava il lazo,

ardeva nell'impeto, educava le braccia, l'anima, gli occhi e si udivano cantare gli speroni,

quando dal fondo dell'autunno rosso scendeva al galoppo sulla sua cavalla di stagno:
veniva dalla cordigliera, da pietre irsute, da picchi scontrosi, da un vento inumano,
aveva fra le mani l'urto vicino del fiume che sferza e separa la neve fragrante e giacente
e lo trapassava quel libero arbitrio, la virtù selvaggia che tocca la fronte
degli indomabili e sigilla con ira e pulizia l'orgoglio di certe teste
che ripone il destino nei suoi atti di fuoco e purezza, e così l'eletto
non sa che è predestinato e che deve uccidere e morire nell'impresa.

Così son le cose amico ed è bene apprenderle e che sappia e conosca
i versi che ho scritto e ripeta raccontando e cantando il ricordo di un libero cileno proscritto
che camminando e camminando e morendo fu un mito infinito:
la sua infanzia ho cantato ora e sappiamo che fu l'itinerante molto lontano,
un giorno uccisero il cileno errante, Io raccontano i vecchi di notte attorno al braciere,
ed è come se parlasse l’estuario, la pioggia sibilante o sul ghiacciaio piangesse nel vento la neve lontana
perché da Aconcagua partì su un veliero cercando nell'acqua un cammino
e in California la morte e l'oro chiamavano con voci ardenti che alla fine decisero il suo nero destino.


Ma nel cammino marino, sul bianco veliero di Maule
l'amore sopraggiunge e Murieta scopre degli occhi scuri,
si sente insicuro perduto nella nuova certezza:
la sua fidanzata si chiama Teresa ed egli non ha conosciuto donna contadina
come questa Teresa che bacia la sua bocca e il suo sangue, e nel vasto oceano,
con la nave perduta nella nebbia, l'amore si compie e Murieta sente che è questo l'amore infinito,
e sa forse che è scritta la sua fine e che la morte lo aspetta
e chiede a Teresa sua fidanzata e donna, di sposarsi con lui sulla nave a vela
e nella primavera marina, Joaquín, domatore di cavalli, prese in sposa Teresa, donna contadina,
e gli emigranti in cerca dell'oro inumano e lontano celebrano queste nozze
udendo le onde che elevano il loro eterno lamento:
e tale è la strana cecità dell'uomo nel rito della passeggera allegria:
sulla nave l'amore ha acceso un falò: non sanno che è già cominciata la agonia.


DIALOGO AMOROSO

VOCE DI MURIETA
Tutto quello che mi hai dato già era mio
e a te la mia libera condizione sottometto.
Io sono un uomo senza pane, né proprietà:
soltanto ho un coltello e il mio scheletro.

Crebbi senza rotta, fui il mio proprio padrone
e comincio a sapere che  sono stato tuo
da quando cominciai con questo sogno:
prima fui solo un mucchio di orgoglio.

VOCE DI TERESA
Sono  contadina di Coihueco alta,
venuta sulla nave per conoscerti;
ti consegnerò la mia vita finché vivo
e quando morirò ti darò la mia morte.

VOCE DI MURIETA
Le tue braccia sono come le violacciocche
di Carampangue e dalla tua bocca scontrosa
mi chiama il nocciolo e i raulí.
E i tuoi capelli odorano delle montagne.

Coricati ancora al mio fianco
come acqua di estuario limpido e freddo,
e lascerai il mio petto profumato
di legna sotto il sole e con rugiada.

VOCE DI TERESA
È vero che l'amore arde e separa?
È vero che si spegne con un bacio?

VOCE DI MURIETA
Far domande all'amore è cosa rara;
e chiedere ciliege ad un ciliegio,

Io conobbi i frumenti di Rancagua,
vissi come un fico a Melipillia.
Quello che so lo imparai dall'acqua,
dal vento, dalle cose più semplici.

Per questo a te, senza apprendere la scienza,
ti vidi, ti amai e ti amo, mia diletta.
Tu sei stata, amore, la mia unica impazienza,
prima di te non volli avere nulla.

Ed ora voglio l'oro per il muro
che dovrà custodire la tua bellezza:
per te sarà dorato e sarà duro
il mio cuore come una fortezza.

VOCE DI TERESA
Voglio soltanto il baluardo della tua statura
e soltanto voglio l'oro del tuo aratro,
soltanto la protezione della tua tenerezza:
il mio amore è un castello delicato
la mia anima ha in te le sue armature:
la protegge il tuo amore innamorato.


VOCE DI MURIETA
Mi piace sentire la tua voce che corre pura
come voce dell’acqua in movimento,
e ora soltanto tu e la notte oscura.
Dammi un bacio, amor mio, sono contento.
Bacio la mia terra quando ti bacio.


VOCE DI TERESA
Ritorneremo alla nostra patria dura
un giorno.


VOCE DI MURIETA
L’oro è il ritorno.


Annusando la terra straniera dall'alba oscura
finché non rotolò nel fuoco la notte sulla pianura,
Murieta fiutava la terra nascosta, galoppa e ritorna
e tocca in segreto la pietra divisa le rompe o le bacia
e è sua decisione celestiale trovare il metallo e diventare immortale
e in cerca dell'oro soffre angoscia mortale e si corica ricoperto di fango
con sabbia negli occhi, con mani sanguinanti insegue la gloria dell'oro;
non c’è in quella terra distante tanto coraggioso e intrepido viandante,
e né sete né serpente in agguato arrestano i suoi passi,
bevve febbre nel suo bicchiere, e non poté la notte nevosa
fermare i suoi passi, né travagli né ferite poterono con lui
e quando cadde sette volte risorse sette volte
e proseguì di notte e di giorno il cileno montato sul suo chiaro cavallo.

Fermati! gli dice l’ombra ma quell'uomo aveva una sposa
ad aspettarlo in una capanna e proseguiva per la California dorata
tritando la roccia e il fango con l'ardore
della sua anima a lutto che cerca nell'oro trovare  la gioia
che Joaquín Murieta voleva per ripartirlo tornando al suo paese,
ma lo aspettò l'agonia e si trovò di colpo ricoperto d'oro e di guerra.

Divampò con l'oro trovato la furia e salì per i monti,
l'odio riempì l'orizzonte con macchie di sangue e lussuria
e il vento sottile cambiò il suo vestito leggero e la voce trasparente
e lo yankee vestito di cuoio e cappuccio cercò lo straniero.
I duri cileni dormivano custodendo il tesoro stancati dall'oro e dalle lotte,
dormivano e in sogno tornavano a essere contadini, marinai, minatori,
dormivano gli scopritori e avvolti nelle ombre gli incappucciati vennero,
arrivarono di notte i lupi armati cercando il denaro
e negli accampamenti morì la gogna perchè in abbandono
si udiva uno sparo e cadeva un cileno morendo nel sonno,
latravano i cani, la morte trasformava l'esilio
e gli assassini nella loro cavalcata uccisero la bella sposa
del mio compatriota Joaquín e la canta per questo il poeta.

Uscì dall'ombra Joaquín senza accorgersi che una rosa di sangue aveva
su un seno la sua amata e giaceva sulla terra straniera il suo amore stroncato,
ma inciampando nel suo corpo tremò quel soldato
e baciando il suo corpo caduto, chiudendo gli occhi di quella che fu il suo roseto e la sua stella
giurò sconvolto di uccidere e morire per punire l'ingiusto, per difendere il caduto
ed è così che nasce un bandito che l'amore e l'onore portarono un giorno
a incontrare il dolore e a perdere l’allegria e a perdere molto di più ancora,
a giocare, a morire, combattendo e vendicando una ferita
a lasciare sulla polvere dell'oro perduto la sua vita e il suo sangue versato.

Dove sta questo cavaliere audace, vendicatore del suo popolo, della sua razza, della sua  gente?
Dove sta il ribelle solitario, che nebbia occultò il suo vestiario?
Dove sono il suo cavallo e il suo fulmine, i suoi occhi ardenti?
S'accese a tratti, nel buio spia la sua fronte,
e nel giorno delle sventure percorre un destriero, la vendetta va su quella cavalcatura:
Galoppa, gli dice la sabbia che inghiottì il sangue dei disgraziati
e qualche cilena prepara di nascosto un arrosto per il fuorilegge che arriva coperto di polvere e di morte.

«Da' questo fiore al bandito, bacia le sue mani e abbia fortuna».
«Dagli, se puoi, questa gallinella», sussurra una vecchia di Angol dal volto appassito,
«e tu dagli il fucile», dice un'altra, «del mio assassinato marito, è ancora macchiato del sangue del mio amato»,
e questo bambino gli dà il suo giocattolo, un cavallino di legno, e gli dice: «Cavaliere,
galoppa e vendica mio fratello che un gringo uccise alle spalle», e Murieta alza la mano
e si allontana violento col cavallino del bambino nelle mani del vento.

Galoppa, Murieta, il sangue versato richiede che un solitario
raccolga nella sua rotta l'onore del pianeta e il sole solidale
si svegli nell'oscura pianura e la terra scuota nei passi erranti
di quelli che ricordano amanti uccisi e fratelli feriti
e per la prateria si sparge una strana chimera, un fulgore, è la furia della primavera
e la minacciosa allegria che si sparge perché crede che siano la stessa cosa vittoria e vendetta.
Si strinsero i suoi cinturoni, balzarono gli uomini nella notte oscura
al lampeggio delle cavalcature, e va Joaquín avanti,
con duro sembiante comanda un esercito di vendicatori
e cadono teste lontano e il crepitio
del fucile e la luce del pugnale posero fine a tanti dolori:
vestito di lutto e d'argento Joaquín Murieta avanza perseverante
e non dà quartiere questo viandante a chi diede fuoco ai paesi con una lava scottante,
a quelli che rasero al suolo avvolti nell'odio e calpestarono bandiere di popoli erranti.

O nuovi guerrieri, che sorga sulla terra un altro dio che non il denaro,
che muoia colui che uccide il palpito della primavera e corona con sangue la culla del neonato,
che viva il bandito Joaquín Murieta, il cileno di razza profetica,
che volle sbarrare il cammino degli iracondi guerrieri maleducati
che tutto tengono e tutto vogliono e tutto maltrattano e uccidono.

Addio, compagno bandito: si approssima la tua ora, la tua fine è chiara e oscura,
si sa che tu non conosci come la meteora il cammino sicuro,
si sa che tu ti deviasti nella collera come un uragano solitario;
ma qui ti canto perché sgranasti il grappolo dell'ira e si avvicina l'aurora,
si avvicina l'ora in cui l'iracondo non avrà più posto nel mondo
e un'ombra segreta non sarà stata la tua impresa, Joaquín Murieta.

E dice la madre: « Io sono una spiga senza grano e senz'oro,
non esiste il tesoro che la mia anima adorava, appeso a un trave
il mio Pedro, figlio mio, morì assassinato e lo piango
ed adesso le mie lacrime Murieta ha asciugato col suo valore.»
E un'altra in lutto e feroce mostrando il ritratto di suo fratello morto,
alza le braccia diritte e bacia la terra che calpesta il cavallo di Joaquín Murieta.

Domanda il poeta: «Non è degno questo strano soldato in lutto
che gli offesi gli accordino il frutto della compassione?»
Non so, ma sento tanto lontano da quel compatriota lontano,
che attraverso il tempo egli merita il mio canto e la mia mano
perché difese mostrando il viso, i pugni, la fronte,
la povera gioia della povera gente saccheggiata da un invasore inclemente e amaro
ed esce dal lungo letargo nell'ombra un astro
e il popolo addormentato si desta leggero seguendo l’orma scarlatta di quel guerrigliero,
dell'uomo che uccide e che muore seguendo una stella.
Per questo si chiede il poeta se qualche ballata non meriti
quel cavaliere bandito che diede all'offeso una rosa concreta:
giustizia si chiama l'ira del mio compatriota Joaquín Murieta.


QUASI SONETTO

Ma, ahi, quel pomeriggio lo uccisero:
portava fiori alla sua sposa morta
e all'improvviso l'eroico braccato
vide che la vita gli chiuse la porta.

Da ogni cantuccio uno yankee sparava,
il sangue scivolava sulle sue braccia
e quando cento vigliacchi spararono
un coraggioso cadde con cento colpi.

E cadde fra le tombe sgranato
lì dove il suo amore assassinato,
la sua sposa, lo chiamava ancora.

Il suo sangue vendicatore e vero
poté così baciare la sua compagna
e arse l’amore lì dove moriva.

L'oro accoglie questo morto di polvere ed oro in lutto,
lo scarmigliato, il cileno senza croce di soldato, né sole o né vessillo,
il figlio sanguinoso e sanguinante dell'oro e della furia terrestre,
il povero violento e errante che nella California dorata
seguì allucinato una luce disgraziata: l'oro col suo latte nutritore
gli dette, con la vita e la morte, incalzato e vinto dall'oro e dalla bramosia.

Notturno cileno trascinato e ferito dalle circostanze di un'avversità incessante,
il povero soldato ed amante senza la compagna né la compagnia,
senza la primavera del Cile lontano né le allegrie che amiamo e che difendeva
in modo inopportuno assalendo col suo scuro cavallo alla luce della luna:
abile e sicuro quel fulmine di gennaio vendicava i suoi.
E morto nel suo orgoglio si fece bandito non so né mi importa, è giunta l'ora
di una grande aurora che tutte le ombre seppellisca e occulta con mani di rosa fragrante,
l'ora, il minuto in cui troviamo la eterna dolcezza del mondo e cerchiamo
nella sventura l'amore che sostiene la cupola della primavera.
E Joaquín Murieta non ebbe bandiera ma soltanto  un dolore assassino. E quello sventurato
trovò assassinato il suo amore da mascherati e così uno straniero che uscì per vivere e vincere
nelle mani dell'oro diventò bandito e arrivò a soffrire, a uccidere e a morire.

PARLA LA TESTA DI MURIETA

Nessuno mi ascolta, posso infine parlare,
un bimbo nelle tenebre è un morto.
Non so perché dovevo morire
per seguir senza meta nel deserto.

Da tanto amare arrivai a tanta tristezza,
da tanto lottare fui distrutto,
ed ora fra le mani di Teresa
si acquieterà la testa di un bandito.

Fu il mio corpo prima lacerato,
sgozzato dopo essere caduto,
non denunzio il delitto consumato,
soltanto rivendico per me il mio amore perduto.

La mia morta mi aspettava e sono venuto,
per il cammino duro che ho seguito,
a riunirmi con lei nello stato
che uccidendo e morendo ho conseguito.

Sono soltanto una testa dissanguata,
non si muovono le mie  labbra col mio accento,
i morti non devono dire niente
se non per mezzo della pioggia e del vento.

Ma, come sapranno i posteri,
fra la nebbia, la verità nuda?
Di qui a cento anni, chiedo, compagni,
che canti per me Pablo Neruda.

Non per il male che ho o non ho fatto,
né per il bene, neppure, che sostenevo,
ma perché fu l'onore il mio diritto
quando persi l’unica cosa che avevo.

E così nella  inflessibile primavera
passerà il tempo e si saprà la mia vita,
non per amara e meno giustiziera
non la do per vinta né perduta.

E come ogni vita passeggera
fu forse con un sogno confusa.
I violenti uccisero la mia chimera
e per eredità lascio le mie ferite.

Pietà alla sua ombra! Consegniamo la rosa che portava alla sua amata addormentata,
a tutto l'amore e al dolore e al sangue versato, e nelle porte dell'odio attendiamo
che rientri nella sua tana la oscura violenza e che salga la chiara coscienza
all'altezza matura del grano e l'oro non sia testimone di delitto e furia e il pane di domani sulla terra
non abbia il sapore del sangue dell'uomo caduto nella guerra.

Già dorme l'addormentato e riposa nella sua fossa la rosa.
Già giace il bandito braccato e caduto: riposa nella pace della sua sposa.
E sale la luna scarlatta per le scale del cielo.
La notte inghiotte colui che uccide e l'ucciso e ruotano per il suo velluto
le stelle fredde; l'ombra straniera si riempie di spighe d'argento
e qui terminò la mia cantata nella pace della morte e della notte.

Non è mio il rimprovero per la sua cavalcata di fuoco e di spavento.
Chi può giudicare il suo strazio? Fu un uomo coraggioso e smarrito
e per queste anime ardenti non esiste un cammino prestabilito:
il fuoco li porta nei suoi denti, li brucia, li innalza, li riporta al loro nido,
e si ressero volando nella fiamma: il loro fuoco li ha consumati.

Murieta violento e ribelle torna nel mio canto al metallo e alle miniere del Cile,
e il suo giuramento ha termine dopo tanta vendetta compiuta,
la patria dimenticò quello spavento e la sua povera testa tagliata e caduta
è soltanto l'ombra del sogno remoto e errante che fu la sua romantica vita.

Torna e riposa e galoppa nell’aria verso il sud il suo cavallo scarlatto:
i fiumi natii gli cantano con bocca d'argento e lo canta anche il poeta.

Fu amaro e violento il destino di Joaquín Murieta.

Da questo momento il Paese ripete come una campana sotterrata la mia lunga cantata a lutto.

CONTINUA LA BARCAROLA

Amata, perdona la carta che accumula la vita nella tua casa, nella mia casa,
la bianca carta nemica che come un capello nel negozio del barbiere
o come un autunno di impudica neve o fogliame guasto e caduto
raduna un esercito che mostra le sue pallide armi in alto e sotto la nostra repubblica.

L’inerme foglia bianca su cui mai andrà la mia scrittura,
la docile rivista delle ambasciate che sembrava una insolita pecora
se non la seguisse l’unanime e l’identico numero di ogni settimana,
il libro di versi della giovinetta panamericana che alza forse dall’alto della sua capigliatura
la selva enigmatica della poesia bagnata nella pioggia di Buenaventura
e che per disgrazia confidò ai quaderni i poveri indizi che arrivano pettinati
da questo coiffeur surrealista e pertanto un perverso ruminante.

Ma abbonda la posta con buste ed appuntamenti e nere sessioni di parlamentari
e parti di matrimonio o di morte che non condividiamo,
la tappezzeria alza la sua bianca bandiera macchiata di disgusto
e sopravviviamo nuotando tra buste e libri scompaginati.

DIURNO

Il sole organizza forse nella notte il suo ramo giallo
e per la finestra si imbatte nella teoria di quanto si imprime
e sconfortato come se entrasse nella sala di un triste ospedale di Chicago
ritorna all'incendio della tigre nella selva e balla nella porpora dei papaveri,
ma, sole errante non solo i tuoi occhi scappano dal dorso dell'enciclopedia,
bensì delle mie povere arterie ombrose che come radici esplorano l'ombra
chiedendo che li insignisca qualche giorno la luce sgretolata delle cordigliere.
Amore, il mio amore, la plebe di pure carte pressate galoppa,
circonda, incanta, sussurra e seppellisce.
Ahi quanto cammino irsuto di fiori focosi e gole
ci chiama tra tanto incitante come una granata furiosa
che fuggì sgranando rubini nel polverone dell'alta estate.

IL MARE

Le mosche di aprile nel ventre inferiore dell'autunno
si moltiplicarono uscendo a volare con le loro ali di acqua,
con le loro gocce di acqua albeggiano nella trasparenza
rigando la luce o lasciando immobile l'aria vuota.
Le alghe marciscono vestite di ferro bagnato
e sulle avide rocce che il tuono scuote
nello stupore dell'autunno vacilla una competizione di ovaie.
Perché sopra il volto di pietra che il mare tormenta e distrugge
le maschere verdi dell'alga marina, la tappezzeria del freddo,
si sottomettono all'eternità della pietra, al mare, al conflitto.

IL MARE

Lì combatterono cullandosi nella turbolenza
i germi, la spora turgente, le colle di alga.
le uova di un mare piccolo che bolle alla riva del mare,
finché la rete indebolita ristagna sulla sabbia
i germogli rotti, i tristi coralli, i nardi del freddo,
e lì si alimenta l’autunno, lo spazio, la costa liturgica,
con la decomposizione calante e crescente che getta alla sabbia l’unione infinita.

IL TEMPO

Autunno da favola, oh ventre remoto del mare appagato,
battito di stella rotonda colma di impuri grappoli,
oh resurrezioni dell’anfora, oh pianta pletorica,
oh immenso bosco compatto che culla la luna nella sua coppa,
comincia la sfilata esile delle migrazioni, estesa
è la concava nebbia e in essa va il coro e la freccia:
è la processione procellaria, è il Polo  che emigra sulle sue ali.
Sembrano immobili uccelli che dormono nella riga invisibile degli emisferi,
progrediscono appesi al cielo, al rumore di questo mare ossidato,
e nell’aria naviga la linea impeccabile delle frecce affamate,
i piumaggi che fino ad ieri sostenevano la loro stirpe di lutto
sopra la primavera del ghiaccio, come una aureola di neve ombrosa.

Da lì, dal mio inverno logoro, dagli iracondi cenci della Patagonia,
dal nero disordine volò questo stormo di spine, di piume, di uccelli,
l'onda nuda nel cielo, la luce diretta, la lancia formata nel vento
per la necessaria grandezza delle unità unite.

SPAZI

Da lì, dall’onore dell’oceano e dalla Patagonia china
per il forte vento, per il peso della solitudine rancorosa,
volando va il volo, la furia e l’ordine, longitudinale e severo,
volando il tragitto bruciando la dura distanza, sopportando la nebbia:
gli uccelli del mare nel loro triangolo attraversano il cielo come brivido
e nel loro movimento uniscono la terra selvaggia del sud della mia patria
con il mio cuore traboccato che aspetta nella torre del fumo
il segno del ghiaccio magnetico, il sud del dolore burrascoso,
la ipnotica eredità dimenticata tra il foraggio e le cavalcature.

IL VIAGGIO

Lavorai sulla guancia di una rapida estate la croce trasparente
di una coppa di neve, fu un viaggio verso la dismisura:
gli atti umani fecero le cose più alte del mondo
e lì con il freddo del mio territorio e del mare rettilineo
arrivai, senza sapere, né potere, né cantare, perché pesa il grappolo della folla.

Si dice o dissero o dissi che il bardo barbuto e arboreo
di Brooklin o Camden, il ferito dalla secessione divisoria,
visse forse in me stesso estendendo radici o spade o frumento
o ferruginose parole avvolte in calce e bellezza:
forse, dissi io, senza orgoglio, perché si decide vivendo
che in un modo piovoso o metallico la saggezza
decise di continuare a esistere o a morire tra le creature terrestri
o perché non sei tu, non sono io colui che ricevette l’incarico nascosto
e senza vedere né sapere continua a crescere molto di più, molto di più che la tua vita o la mia vita.

Quinto episodio:

LE CAMPANE DELLA RUSSIA

Camminando, muovendo i piedi sopra un ampio silenzio di neve
ascoltami adesso, amore mio, un fatto senza scopo:
era deserta la steppa e il freddo e il freddo esibiva i suoi duri gioielli,
la pelle del pianeta brillava coprendo la schiena nuda della Russia
e io nel crepuscolo immenso tra gli scheletri delle betulle,
camminavo, sentendo lo spazio, pesando il battito delle solitudini.

Allora uscì dal silenzio la voce della notte terrestre,
una voce, un’altra voce, o il toltale delle voci del mondo:
era basso e profondo lo stimolo, era immenso il metallo dell’ombra,
era lenta la portata della voce misteriosa del cielo,
e aumentava nell’altezza rotonda quel colpo di pietra celeste
e discendeva quel fiume d’argento ombroso cadendo nell’ombra
e è così come io, camminando, ascoltai le campane della Russia
sciogliere tra il cielo e l’ombra il profondo stupore del loto canto.

Campane, campane del mondo infinito, distanti
nella gravità dell’inverno che oscilla conficcato nel Polo
come uno stendardo frustato per questa bianchezza furiosa,
campane di guerra che cantano in rauco gesto nell’aria
i fatti, il sangue, l’amara sconfitta, le case bruciate,
e poi la luce coronata dalle vittoriose bandiere.

Io dissi alla raffica, alla neve, allo scintillio, a me stesso, alle strade di fango con neve:
la guerra andò via, si prese il nostro amore e le ossa bruciate
coprirono la terra come un raccolto di atroci semenze
e udii le campane remote suonare nella luce sommersa
come in uno specchio, come nella città sepolta in un lago
e così il campanile furioso conservò nel suo tremendo rintocco,
se non la vendetta, il ricordo di tutti gli ero assenti.

Da ogni campana cadeva il fogliame del tuono e del canto
e quel movimento di ferro sonoro volava nella luce della luna nevosa,
spazzava i boschi amari che su un battaglione di scheletri
alzavano le lance immobili del brivido
e sulla notte passò la campana trascinando come una cascata
radici e preghiere, sepolture e spose, soldati e santi,
api e lacrime, raccolti, incendi e neonati.

Dalla testa dello zar e dalla sua solitaria corona forgiata nella nebbia
da medioevali fabbri, con fuoco e sangue,
volò uno smeraldo insanguinato dal campanile
e come il bestiame nella pioggia il vapore e l’odore dei servi che pregano nella chiesa,
accompagnò la corona d’oro con il volo del rintocco terribile.

Adesso attraverso queste rauche campane scorgo il lampo:
la rivoluzione incendia la rugiada a lutto delle betulle:
il fiore esplose mostrando una gran massa di petali rossi
e sopra la steppa addormentata passò un reggimento di fulmini.
Ascoltiamo l’aurora che esce come un papavero
e il canto comune delle nuove campane che annunciano il sole di novembre.

Io sono, compagna, l’errante poeta che canta la festa del mondo,
il pane sulla tavola, la scuola florida, l’onore del miele, il suono del vento silvestre,
celebro nel mio canto la casa dell’uomo e della sua sposa, desidero
la felicità crepitante al centro di tutte le vite
e quanto accade raccolgo come una campana e restituisco alla vita
il grido e il canto dei campanili della primavera.

Talvolta perdona se il rintocco che cade dalla mia anima notturna
colpisce con mani di ombra le porte del giorno giallo,
ma nelle campane c’è tempo e c’è canto sigillato che aspetta di liberare le sue colombe
per spargere l’allegria come un ventaglio mondiale e sonoro.

Campane di ieri e di domani, profonde corolle del suono dell’uomo,
campane della tempesta e del fuoco, campane dell’odio e della guerra,
campane del frumento e delle riunioni rurali sulla riva del fiume,
campane nuziali, campane di pace sulla terra:
piangiamo campane, danziamo campane, cantiamo campane,
per l’eternità dell’amore, per il sole e la luna e il mare e la terra e l’uomo.

CONTINUA LA BARCAROLA:

CHIARO DI SOLE

Ma adesso non fu il nemico che ci pedina cavalcando la sua scopa gialla,
coperto come un porcospino con l’aculei d’odio:
adesso tra fratelli nacquero grappoli tortuosi
e produssero vini amari, mescolando menzogna e viltà,
fino a preparare il sospetto, il dubbio, le accuse:
una gelatina asfissiante di trasparenza letteraria.

Non posso girare il capo e guardare la mandria perduta.

Passai tra i vivi facendo il mio mestiere, e vado di ritorno alla pioggia
con qualche garofano e il pane che elaborarono le mie mani.

Io cercai la bontà nel buono e nel cattivo cercai la bontà
e cercai la bontà nella pietra che porta al supplizio
e trovai la bontà nella caverna in cui vive il falco
e cercai la bontà nella luna coperta da farina campestre
e trovai la bontà dove stetti: questo fu il mio dovere sulla terra.

LA BARCAROLA

(Il vento freddo corre compatto come un pesce
e colpisce gli steli dell’avena. A livello del suolo vive
un movimento multiplo e sottile. Il giorno è nudo.
Il fulgore di novembre come una stalattite
liscia e azzurra determina lo sfarzo dell’estate.
È estate. E le lance del vento interminabile
perforano il favo dello spazio giallo:
dimentico al vedere correre la musica sull’avena
la volta implacabile del mezzogiorno.
   Ascolta,
moglie del sole, mio pensiero. Tocca
con i tuoi piedi la vibrazione fuggitiva del suolo.
Tra l’erba cresce il mio volto contro il verde,
attraverso i miei occhi si incrociano le stiance
e bevo con l’anima velocità e vento).

Ma io, il cittadino di un tempo logoro e corroso, di strade dritte,
che vidi trasformarsi in incendio, in detriti, in pietre bruciate, in fuoco e in polvere,
e poi ritornare dalla guerra al soldato con morti sopra e sotto,
e un’altra volta alzare la città sfortunata attaccando cemento alle rovine
e finestra e finestra e finestra e finestra e finestra
e un’altra porta un’altra porta un’altra porta un’altra porta un’altra porta
finché il duro infinito moderno con il suo inferno di fuoco perfetto,
dal momento che la patria della geometria sostituisce la patria dell’uomo.

Viaggiatore perduto, il ritorno implacabile, la vittoria dalle gambe tagliate,
la sconfitta conservata in un cesto come una mela diabolica:
questo secolo in cui anche mi partorirono, tra tanti che non raggiunsero la meta,
che caddero, Desnos, Federico, Miguel, compagni
sempre al mio fianco nel sole e nella morte,
questi anni che talvolta nel fissare la bandiera e cantare con orgoglio ai popoli
mi indicarono con rabbia gli stessi che io difesi con il mio canto
e cercarono di mettermi nella fossa mordendo la mia vita
con le stesse feroci mandibole della tigre nemica.

(Gli insicuri temono l’integrità, colpiscono
allora i miei fianchi con piccoli martelli,
vogliono assicurarsi del luogo che gli tocca,
perché paura e superbia sempre stettero unite
e le loro accuse sono le loro uniche medaglie)
(Temono che la violenza disintegri le loro ossa
e per difendersi si vestono di violenza).

(Veda il testimone muto di dopodomani,
raccolga i pezzetti della torre silenziosa
e quando mi toccò della crudeltà inutile.
Comprenderà? Forse. I tamburi
sono rotti, e il clacson stridente
sarà polvere nella polvere.
  La felicità ti accompagni,
compagno, la fortuna, patrimonio futuro
che erediterai dal nostro sangue violento!).

Nella mia barcarola si incontrano volando i chiodi dell’odio
con il riso oscuro che gli invidiosi mi danno nel loro piatto
e devo studiare il linguaggio del corvo, toccare le piume,
guardare gli occhi degli insaziabili e degli insaziati
e nelle stesso arido terreno delle immondizie terrestri
gettar via le censure di adesso e le adulazioni di allora.

Cantando tra scorie il canto riluce nella coppa della mia anima
e tinge con luce amaranto il crepuscolo funesto,
io solo sostengo la coppa di sangue e la spada che canta sulla sabbia
e provo il sale sulle mie labbra, la pioggia sulla mia lingua e il fuoco ricevo nei miei occhi,
cantando senza fretta né pausa, circondato dai ghiacciai.

Perché sopra e intorno a me si scuote come una bandiera
longitudinale, il capitolo puro della mia geografia,
e da Taltal platinata dalla nebbia salmastra
verso Ruca Diuca coperto da rampicanti e salici piangenti,
io vado estendendo tra monti e torri calcaree il mio vertiginoso lignaggio,
senza dubbio incalzato dalla tenebrosa fragranza del trifoglio,
forse inerente prodotto del bosco nella pioggia in inverno
per le strade bagnate in cui passò una serpe vestita di verde,
in ogni modo, senza essere condotto per le avventure del fiume con il suo battaglione trasparente
percorro le terre contando gli uccelli, le pietre, l’acqua
e mi retribuisce l’autunno con tanto denaro giallo
che piango da puro cantante spandendo il mio canto nel vento.

Sesto episodio:

R.  D.

I. CONVERSAZIONE MARITTIMA

Incontrai Rubén Darío nelle strade di Valparaíso,
allampanato doganiere, singolare usignolo che nasceva:
era egli un’ombra nelle crepe del porto, nel fumo marino,
un magro studente dell’inverno separato dal fuoco del suo compleanno.

Sotto il largo cappotto tremava il suo lungo scheletro
e portava tasche ripiene di specchi e cigni:
era arrivato a prendersi gioco della fame nelle acque del Cile,
e nelle abbandonate cantine o invincibili depositi di merci,
attraverso magazzini immensi che solo custodivano il freddo,
il povero poeta passeggiava con il suo Nicaragua fragrante, come se portasse nel petto
un limone dai picciuoli azzurri o il ricordo in matraccio giallo.

Compagno, gli dissi: la nave ritornò al fragoroso stupore dell’oceano,
e tu, esiliato di mani d’oro, contempla questo amaro edificio:
qui cominciò l’universo del vento
e arrivano dal Polo le grandi navi cariche di nebbia mortuaria.
Non lasciare che il freddo tormenti i tuoi cigni, né rompa il tuo specchio sacro,
la pioggia di giugno minaccia il tuo soave cappello,
la notte di antartici occhi naviga coprendo la costa con il suo matrimonio di spine,
e tu, che propizi la rosa che lega l’aroma e la neve,
e tu, che origini nel tuo cuore di zafferano la bollicina e il canto chiarissimo,
esigi un cammino che tagli il granito delle cordigliere
o si sottometta al vestito di fumo o di pioggia di Valparaíso.

Fai fuggire le nebbia del sud della tua America amara
e sebbene Balmaceda sostenga i suoi guanti d’argento sulle tue mani,
fuggi montato sulla raffica della tua serpentina chimera!
E corri a cantare con il tuo fiume di marmo l’illustre sonata
che si sviluppa nel tuo petto dal tuo Nicaragua natale!

Scontroso era il fumo degli arsenali, e odorava l’inverno
di sfrenate violette che si stingevano macchiando l’appassito crepuscolo:
aveva l’inverno l’odore di un tappeto bagnato da anni di pioggia
e quando il fischio di una rauca nave incrociò come un condor stanco il recinto dei moli,
sentii che mio padre poeta tremava, e un impercettibile lamento
o meglio vibrazione di campana che dall’alto prepara il rintocco
o forse commozione minerale della musica avvolta nell’ombra,
qualcosa vidi o ascoltai perché l’uomo mi guardò senza guardarmi o udirmi.

Io sentii che salii verso la sua torre il lampo di un brivido.

Io credo che lì costellato rimase, attraversato da raggi di luce inaudita
ed era tanto il fulgore che portava sotto i suoi vestiti logori
che con le sue due mani oscure intendeva coprire il suo lignaggio.
E non ho visto silenzio nel mondo come quello di quell’uomo addormentato,
addormentato che andava e cantava senza voce per le strade di Valparaíso.

II. LA GLORIA

Oh chiara! Oh magra suonata! Oh cascata di gruppo cristallino!

Sorse dall’idioma volando una raffica di ali d’oro
e allora la nebbia del mondo retrocede all’infame cantina
e la chiarezza del favo supera un torrente di trilli
che decretano la legge di cristallo, il grappolo di neve del cigno:
il pampino di giada ondeggia i suoi segni interrogativi
e Flora e Pomona rifiutano gli sfilacciati cappotti
estraendo dalla strada il fulgore dei loro seni di madreperla marina.

Oh grande tempesta del Tritone encefalico! Oh tromba del cielo infinito!

Tremò Echegaray foderando gli ombrelli di ferro allacciato
che lo protessero dalle ire erotiche della primavera
e per la prima volta la statua giacente di Jorge Manrique si risveglia:
le sue labbra di marmo sorridono e alzando una mano inguantata
indirizza una rosa odorosa a Rubén Darío che arriva a Castilla e inaugura la lingua spagnola.

III. LA MORTE IN NICARAGUA

Perde le forze in León il leone e lo soccorrono e lo corteggiano,
gli album caricano le rose dell’imperatore defoliato
e così lo lasciano alla sua finanziera di tristezza
lontano dall’amore, consegnato al cognac dei filibustieri.

È come un immenso e sonnambulo cane che trotta e zoppica
per sale ripiene di commuovente ignoranza
e lui firma e saluta con mani assenti: si avvicina la notte dietro i vetri,
i monti riducono l’ombra e invano le dita fosforiche
del bardo pretendono la luce che si estingue: non c’è luna, non arrivano stelle, la festa finisce.

E Francisca Sánchez non prega ai piedi gialli del suo minotauro.

Così, cacciato dalla sua patria mio padre, tuo padre, poeta, è morto.

Estrassero dal cranio le sue cervella sanguinanti i crudeli nani
e lo portarono a spasso per esposizioni e hangar sinistri:
il povero sperdutello lì solo tra decorati, non ode logore parole,
finché nell’onda del ritmo e del sogno cadde l’elemento:
tornò alla sostanza aborigena delle ancestrali regioni.

E le pietre preziose che portò alla storia, la rosa che canta nel fuoco,
l’alto suono del suo campanile, la sua luce torrenziale di zaffiro
tornò all’abitazione nella selva, tornò alle sue radici.

Così fu come il nostro, l’errante, l’enigma di Valparaíso,
il benedettino assetato delle Baleari,
il profugo, il povero pastore di Parigi, il trionfante perduto,
riposa nella sabbia dell’America, nella culla degli smeraldi.

Onore alla sua chitarra eterna, alla sua torre indelebile!

CONTINUA LA BARCAROLA:

SOLITUDINI

Era rotonda la luna e estatico il cerchio scuro
del crivellato silenzio governato da un palpitante vivaio:
il latteo infinito che incrocia come un fiume bianco l’ombra,
le mammelle del cielo aspettarono la estesa sostanza o Andromeda
e Sirio giocarono lasciando seminato di seme celeste la notte del Sud.

Fragranti stelle aperte che volate senza fretta e fardelli
verso la misteriosa consegna del viaggio degli universi,
vespe metalliche, elettrici numeri, prismatiche rose con petali di acqua e di neve,
e lì folgorando e pulsando la notte elettronica nuda e vestita, popolata e vuota,
riempie di nazioni e terreni aridi, pianeti e un cielo dietro un altro cielo,
lì, incorruttibili brillavano gli occhi perduti del tempo con utensili del mondo,
cucine con fuoco, ferri di cavallo che videro ruotare l’ombroso cavallo, martelli, livelle, spade,
lì circolava la notte nuda nonostante l’australe abbigliamento, i suoi gialli gioielli.
E io, stremato dal viaggio, con il cuore costellato
chinai la testa e chiudendo gli occhi guardai quello che potei,
uno scuro frammento del ferro notturno, un gelsomino penetrante del cielo.

A chi appartiene la mia fronte o il mio esame remoto?
Di cosa mi servì l’arbitrio, la rauca avvertenza della volontà sotterrata?
Perché mi disputano la terra e l’ombra e a quali materiali che ancora non conosco
sono destinati le mie ossa e la distruzione del mio sangue?

E ancora più misterioso di una nascita infinita di api
il giorno prepara le sue uova d’oro, i suoi stabili favi dispone nell’utero oscuro del mondo
e nella chiarezza, sopra il mare richiamò la balena bestiale e dipinse con un nero pennello
una linea notturna nell’aurora che esce dal mare tremulo
e cammina nel labirinto il fermento del tifo che è imprigionato
e escono dal bagno alla strada i piedi simultanei di Montevideo
e scendono scale a Valparaíso i vestiti azzurri della folla
verso i mercati e gli uffici, gli imbarcaderi, farmacie, navi
verso la ragione e il dubbio, gli impegni, la tenera routine degli innocenti:
un giorno, un dolore tra due antiche notti piene di stelle o pioggia,
una rottura di sole sovrano che scatena esplosioni di spighe.

Settimo episodio:

LORD COCHRANE DEL CILE

I. PROLOGO

LA VOCE DI LORD COCHRANE:
“Un tenete che perde un braccio riceve una pensione di 91 lire.
Un capitano che perde un braccio riceve 41 lire.
Un tenete che perde una gamba, 40 lire.
Un tenente che perde entrambe le gambe in battaglia riceve 80 lire.
“Ma,
Lord Arden gode di una sinecura di 20.358 lire sterline,
Lord Campden riceve 20.536 lire.
Lord Buckingham, 20.683 lire.
Cioè,
quello che si da a tutti i feriti della flotta britannica
ed alle vedove e figli dei morti in combattimento
non basta neppure alla sinecura di Lord Arden.
Gli Welleslley ricevono 34.720 lire all’anno.
Cioè,
ricevono una somma
uguale a 426 coppie di gambe di tenenti
e la sinecura di Lord Arden equivale a 1022 braccia di capitano di vascello!”

UNA VOCE:
“Cochrane, questa è un’insolenza – la pagherà!”

II. IL PROCESSO

Vive la nebbia come un grande octopus gonfio di gas giallo
e cade la sua gelatinosa bretella aggrovigliando la insigne testa.
È Londra, la Casa Rotonda e Giustizia è la bocca del polipo.
La bestia fa scivolare per strade d’ombra le sue braccia, i suoi passi, i suoi piedi scivolosi,
cercando a Tomás, il Marinaio, cercando il suo collo nudo:
perché la Giustizia agonizza nella sua Casa Rotonda e esige alimento,
alimenti del mare, cavalieri dell’acqua e del fuoco.

La Giustizia dorata ti cerca e ha fame di carne marina.

Tomás, marinaio, alza la tua spada da guerra!
Sfoga il tuo braccio salato e dividi le braccia del polpo d’oro!
Respingi le crudeli ventose che cercano dietro la nebbia!
Nascondi, Tomás, la tua sembianza magra di falco oceanico!
Difendi la prua agitata della tua imbarcazione orgogliosa!
Proteggi gli occhi di aquila che aspetta la mia patria nella sua culla
e lascia perduto nella nebbia l’octopus dalla bocca gialla!

III. LA NAVE

La nave è la rosa più dura del mondo: fiorisce nel sole tempestoso
e si apre nel mare la corolla dei suoi imponenti pistilli.
Sibilante è il vento sui petali,
l’onda alza la rosa sulla torre dell’acqua
e l’uomo decide il cammino, tagliando il grande smeraldo.
La mia patria chiamò il marinaio: Guardatelo sulla prua del secolo!
Se il tempo non volle muoversi nei vecchi orologi stanchi
egli fa del tempo una nave e dirige questo secolo all’oceano,
al largo e sonoro Pacifico, seminato dagli arcipelaghi,
e dove una spada di pietra magra appesa alle cordigliere
aspetta le mani di Cochrane per combattere le tenebre.

La mia patria è la spada di pietra delle cordigliere andine.
La mia patria è il mare oppresso che aspetta Tomás Marinaio.

IV. CORO DEI MARI OPPRESSI

Lord del mare, vieni a noi, siamo acqua e sabbia oppresse!

Lord del mare, siamo popoli bloccati e muti!

Lord del mare, ti chiamiamo cantando alla lotta!

Lord del mare, la catena spagnola ci chiude le acque!

Lord del mare, ci lega i sogni la notte spagnola!

Lord del mare, nel porto ti aspettano il pianto e l’ira!

Lord del mare, ti reclamano i Mari del Sud!

V. LO SGUARDO

Contemplate il Falco che prepara con occhi di fuoco tranquillo
il volo violento che incrocia come una scintilla l’ombra!

VI. IL SUD DEL PIANETA

(Il mio popolo da poco si svegliava e i poveri allori macchiati di sangue e di pioggia
giacevano nelle strade confuse dell’alba: la mia patria
avvolta in indumenti di neve, come un monumento che ancora non inaugurano,
dormiva e sanguinava, senza voce, sperando).

Minerale e marina è la mia patria come una figura di prua,
tagliata dalle dure mani di dei terribili.
Nell’Araucania la selva non ha altro idioma che i tuoni verdi,
il nord lunare ti offre la sua fronte di sabbia assetata,
il sud la corona del fumo che nasce dalle cicatrici vulcaniche,
e la Patagonia cammina piegata dal vento
finché le steppe della Terra del Fuoco alzano l’ultima stella
e incendiano con mani immobili il Polo Sud nel cielo.

VII. LA TRISTEZZA

L’uomo maledice all’improvviso l’aurora da poco scoperta
e rompe le nuove bandiere colpendo il fratello e uccidendo i suoi figli:
così successe allora, così succede adesso e così succederà, per disgrazia.
E non c’è più amara campana nel mondo che quella che annuncia
con la libertà l’agonia di quelli che la costruirono.
Carrera, Rodríguez, O’Higgings, condividono la gloria e l’odio
e un panno di lutto minaccia di coprire il destino dei stendardi.

VIII. UN UOMO NEL SUD

Arrivò il marinaio! I mari del sud accolsero l’uomo che fuggì dalla nebbia
e il Cile gli stende le sue mani oscure mostrando il pericolo.
E non è arrogante il guerriero che quando la sua nave riceve i quattro regali,
la Croce Stellata del cielo del sud, il trifoglio di quattro diamanti,
e cala gli occhi sulla mia povera patria stracciona e sanguinante,
comprende che qui il suo destino è fondare un’altra stella nell’ampio vuoto,
una stella nel mare che difenda con fulmini di ferro la culla degli offesi.

IX. LE NAVI NACQUERO

Lord Cochrane studia, esamina, dirige, risolve, raccoglie a caso per strada
gli uomini che la terra amara, bagnata di sangue, gli consegna,
li fa salire sulla nave, battezza i loro occhi terrestri con acque navali,
guida le braccia cilene del mare fino ad allora immobile,
colloca l’insigne ammiraglio e la nuova bandiera nell’aspro vento.
Le navi nacquero. Gli occhi di Cochrane navigano, indagano, spiano.

X. PROCLAMA

Cileni del mare! All’assalto! Sono Cochrane. Io vengo da lontano!
Già ho imparato le arti del fuoco e il lusso della simmetria!
Il sangue di Arauco è onore ai miei equipaggi!
Avanti! La terra del Cile di guadagni o ti perda nell’acqua!
A me, marinai! Io non garantisco la vita di nessuno,
ma la vittoria di tutti! A me, marinai del Cile!

XI. TRIONFO

Valdivia! La polvere spazzò le insegne della Spagna!
Callao! Le prue del Cile del sud rubarono le uova dell’aquila!
E furono aperti i mari al viaggio di tutti gli uomini!
Si aprì come cassa di musica il globo oceanico,
le isole della Polinesia Sacra e Segreta sorsero cantando e ballando
e una chiocciola istituisce sulla costa selvaggia il miele, la verità e l’aroma delle profezie.

XII. ADDIO

Lord Cochrane, addio! Il tuo naviglio ritorna al combattimento
e appena sigillò la vittoria le porte dei tuoi possedimenti,
appena il fumo del camino saluta la pace del tuo orto
naviga un’altra volta il tuo destino verso la libertà di un’altra terra.

Addio, marinaio! La notte spoglia il suo corpo di argento marino
e sopra le onde australi scivola ancora il tuo vascello.
Le mani oscure del Cile raccolgono la tua insegna caduta nella nebbia
e alzano nell’alto dei campanili e delle cordigliere
il tuo scudo di padre guerriero, la tua eredità di mare valoroso.

La notte del sud accompagna la tua nave e alza la sua coppa di stelle
per il navigante e il suo errante destino di liberatore dei popoli.

XIII. COCHRANE IN CILE

E adesso domando al vuoto, al passato di ombra, chi era
questo cavaliere irrequieto della libertà e delle onde?

È questo colui che i suoi nemici rivestono di oscuri colori?

È questo il deviato che nasconde un borsa d’oro nella selva di Londra?

È questa la spada espulsa dalle abbazie patrizie?

È questo colui che ancora il feroce nemico persegue attraverso i suoi libri?

Ammiraglio, i tuoi occhi si aprono uscendo dal mare ogni giorno!

Con il tuo invulnerabile splendore si illumina il magro emisfero
e nella notte i tuoi occhi si chiudono sopra le cordigliere del Cile!

CONTINUA LA BARCAROLA:

BOSCO

Ora verde, ora splendida! Sono ritornato a dire sì
al pertinente silenzio, all’ossigeno verde,
al nocciolo rotto dalle piogge di allora,
al padiglione di orgoglio che assume la araucaria,
a me stesso, al mio canto cantato per gli uccelli.

Ascoltate, è il trillo ripetuto, il vetro
che in puro cielo chiama, combatte, modifica,
è un filo che l’acqua, il flauto e il platino
sostengono nell’aria, di ramo in ramo puro,
è il gioco simmetrico della terra che canta,
è la strofa che cade come una goccia di acqua.

UCCELLI

Oh delicata cascata di musica silvestre!

O bollicina lavorata dall’acqua nella luce!

Oh suono metallico del cielo trasparente!

Oh cerchio del mondo convertito in purezza!

Ora di piedi affondati nella torta del bosco,
vecchi legni vittime dell’umidità, rami
lebbrosi come statue di esploratori morti,
e nell’alto si corono la selva con stelle
che nella coppa dell’ulmo fabbricano la fragranza!

Luce verde, genitale, della selva! È strano
fissare nella carta questi segni: qui
non c’entra soltanto il muschio, la presenza dell’albero,
l’inimicizia del lago che dondola il suo universo
e più in là dei boschi violenti come uragani,
e più in là di tutto questo stupore fragrante
i vulcani armati dall’invincibile neve.

Povero mio essere! Povero minuscolo straniero
arrivato dai libri e dalle carrozzerie,
nipote delle sedie, fratelli dei letti,
povero dei cucchiai e delle forchette!
Povero me, abbandonato dalla natura!

Il picchio si avvicinò al mio quaderno,
sgranò contro di me la sua feroce risata
e come pietra che cadde dal cielo
ruppe le vetrerie dell’infinito.
  Addio
treno torrenziale, lampo sonoro!

Sistemo la carta, inseguo il tafano,
cammino verso il basso affondando nel tappeto del muschio
e lascio dietro queste montagne cristalline.

Dal lago Rupanco al centro dell’isole Altuehuapi, circondato da acqua e silenzio,
emerge come una corona fragrante e florida intrecciata dai mirti,
eretta da roveri, maitene, alberi della cannella, colihue, copihue
e dal fogliame dei noccioli spezzati da tagliatori celesti,
popolata dalle gigantesche pinete irsute delle araucarie,
mentre le api nell’affollamento nuziale dei fiori dell’ulmo
crepitano aleggiando la luce increspata della monarchia nella selva
sopra colossali felci che muovono lo smeraldo freddo dei loro ventagli.

Oh smantellato silenzio di quel continente piovoso
sotto le cui campane di pioggia nacque la verità del mio canto,
qui nell’ombellico dell’acqua recupero il tesoro bruciato
e torno a piangere e a cantare come l’acqua sulle pietre silvestri.

Oh pioggia del lago Rapanco perché mi smentisci nel mondo,
perché abbandoni il mio lignaggio di tavole marce per l’acquazzone?

Adesso cammino calpestando le verdi insegne del muschio
e nei sogni gli scarabei pullulano sotto il mio scheletro.

PUCATRIHUE

A Pucatrihue vive
la voce, il sale, l’aria.

A Pucatrihue.

A Pucatrihue cresce
il pomeriggio come quando
una bandiera
nasce.

A Pucatrihue.

A Pucatrihue un giorno
si perdette e non tornò
dalla selva.

A Pucatrihue.

A Pucatrihue credo
non so perché né quando
nacquero
le mie radici.

Le persi per il mondo.
O le lasciai dimenticate
in un albergo oscuro,
tarlato, d’Europa.

Le cercai tuttavia,
e soltanto trovai le miniere,
i vecchi scheletri
di marmo giallo.

Ahi, Delia, le mie radici
stanno a Pucatrihue.
Non so perché, né come,
né dove, quando, ma
stanno a Pucatrihue.

Si.

A Pucatrihue.

IL LAGO

(Parla il lago Rupanco
tutta la notte, solo.

Tutta la notte lo stesso
linguaggio rumoroso.

Perché, per chi
parla
il lago?

Soave suona nell’ombra
come un salice bagnato.
Con che cosa, con chi conversa
tutta la notte il lago?

Forse parla da solo.

Il lago
conversa con il lago?

Le sue labbra si sommergono,
si baciano sotto l’acqua,
le sue sillabe sussurrano,
parlano.

Per chi? Per tutti?
Per te?
Per nessuno.

Raccolgo sulla riva
di mattina, fiori
danneggiati.

Petali bianchi di ulmo,
aromi rifiutati
dal viaggiatore dell’acqua.

Forse furono corone
di spose annegate.

Parla il lago, conversa
forse con qualcosa o qualcuno.

Forse con nessuno o niente.

Forse sono di un altro tempo
le sue parole
e nessuno capisce adesso
l’idioma dell’acqua.

Qualcosa vuole dire
l’insistenza sacra
del lago, della sua voce
che si avvicina e si placa.

Parla il lago Rupanco
tutta la notte.
Ascolti?
Sembra che chiamasse
quelli che già non possono
parlare, udire, tornare,
forse a nessuno,
a niente.)

SOLTANTO DI SOLE

Oggi, questo momento, questo oggi scoperchiato, qui fuori,
la felicità offerta allo spazio come una campana,
il contatto del sole con la mia meditazione e la tua fronte
e le reti rotonde che alzò il mezzogiorno
col sole come un pesce palpitando nel cielo.

Beneamata, questo lontano è fatto di spighe e ortiche:
lavorò la distanza la corda del rancore e dell’amore
finché percossero la nave i cani bavosi dell’odio
e consegniamo al mare un’altra volta la vittoria e la fuga.

Conserva l’aria, amore mio, violenta, l’iniziale del dolore sulla terra,
al passare riconosce i tuoi occhi e toccò il tuo sguardo di nuovo
e sembra che il vento di aprile contro la nostra arroganza
se ne vada senza tornare e senza andarsene mai: è lo stesso:
è lo stesso che aprì lo sguardo totale di vetro di questo giorno,
rovesciò nel rettangolo un grappolo di api
e creò nello zaffiro la moltiplicazione delle rose.

Benamata, il nostro amore, che cercò le intemperie, naviga
nella luce conquistata, nel vertice delle sfide,
e non c’è ombra che si trascina nei dormitori del mondo
che copra questa spada conficcata nella spuma del cielo.

Oh, acqua e terra sei tu, sortilegio di orologeria,
convenzione della torre marina con la creta del mio territorio!

Beneamata, la fortuna, il colore dell’amore, la statua del sud nella pioggia,
lo spazio per te riunito per soddisfazione dei miei baci,
la grandiosa onda fredda che rompe il suo sfarzo acceso di amaranto,
e io, oscurato dal tuo splendore cereale,
oh amore, mezzogiorno di sale trasparente, Matilde nel vento,
possediamo la forma di frutta che la primavera elabora
e persisteremo nei nostri doveri profondi.

Ottavo episodio:

SANTOS RIVISITATO
(1927-1967)

I

Santos, È in Brasile, ed ha quaranta anni.
Qualcuno accanto a me dice “Pelé è un superuomo”,
“Non sono un tifoso, ma alla televisione mi piace”.
Prima era selvatico questo porto e odorava
come una ascella del Brasile caloroso.
“Caio de Santa Marta”. È una nave ed è un’altra, mille navi!
Adesso i frigoriferi formano cattedrali
di un bel grigio, e sembrano
giochi di dadi di dei i bianchi edifici.
Il caffè e il sudore crescono fino a creare le prue,
il pavimento, le abitazioni rettilinee:
quanti grani di caffè, quante gocce salmastre
di sudore? Forse il mare
si riempirebbe, ma la terra no, mai la terra, mai soddisfatta,
affamata sempre di caffè, assetata
di sudore negro! Terra maledetta, spero
che scoppi un giorno, di alimenti, di cacchi masticati,
e di eterno sudore di uomini che già morirono
e furono rimpiazzati per continuare a sudare.

II

Quel Santos di un giorno di giugno, di quaranta anni di meno,
torna a me come un triste odore di tempo e banana,
con un odore di banana putrida, letame d’oro,
e una rabbiosa pioggia calda sopra il sole.
I tropici mi sembravano infermità del mondo,
ferite pullulanti della terra. Addio
nozioni! Imparai il calore
come si imparano le lacrime, di soprassalto:
imparai i mesi del monsone e la insensata
fragranza del mango di Mandalay (penetrante
come freccia veloce di avorio e guancia),
e rispettai i tempi sporchi dei miei simili,
scuri come io stesso, idolatri come tutti gli uomini.

III

Quando tu facesti, quando io feci il viaggio dell’amore,
amore, Matilde, il mare o la tua bocca rotonda
sono, siamo l’ora che emanò allora,
e ogni giorno corre cercando l’anniversario.

IV

Santos, oh disonore dell’oblio, oh pazienza
del tempo, che non soltanto passò
ma che portò navi bianche, verdi, sottili
e il tremore della foresta si fece ferruginoso.

V

Capisco che ho ascoltato la sfera ponendo l’orecchio in un punto
e a volte odo soltanto un rumore di maree o api:
perdono se non potei e a tempo ascoltare questa locomotiva
o il fragore spaziale della nave che esplode nel suo uovo di acciaio
e che sale sibilando tra costellazioni e temperature:
perdonino se alcuni giorni non vidi la crescita degli edifici
perché stavo guardando crescere un albero, perdono.
Tratterò con rispetto quelle città che fuggirono dalla mia anima
e si armarono di dure pareti, ascensori altezzosi,
lasciandomi fuori nella pioggia, dimenticato negli anni assenti,
adesso che torno da allora mi tolgo il cappello, e sorrido
salutando questo grande splendore senza desiderio né invidia:
sentendomi vivo come una arancia tagliata conserva nella sua metà d’oro l’intatto vestito di ieri
e nell’altra parte rispetto il cemento crescente.

CONTINUA LA BARCAROLA:

ANDATA E RITORNO

Celebro il messaggio indiretto e la coppa della tua trasparenza
(quando a Valparaíso incontrasti i miei occhi perduti)
perché io alla distanza chiusi lo sguardo cercandoti, amata,
e mi tormentai io stesso lasciandoti sola.

Un giorno, un cavallo che incrocia il cammino del tempo, un falò
che lascia sulla sabbia carboni notturni come bruciature
e sconquassato, senza vedere né sapere, prigioniero della mia breve disgrazia,
aspetto che torni non appena sei partita dalle nostre spiagge.

Celebro questi passi che non distinsi dai tuoi passi delicati,
la farina incitante che tu risvegliasti nelle panetterie
e in quella goccia di pioggia che mi dedicavi
scoprii, nel raccoglierla sulla costa, il tuo volto racchiuso dall’acqua.

Non devo scendere dalle dune né vedere l’alveare della pescheria,
non capisco perché spiare le balene che l’autunno attira a Quintay
dalle loro spaziose abitazioni e procreazioni antartiche:
la natura non può mentire ai suoi occhi e aspetto:
aspetta, ti aspetto. E se arrivi, l’ombra metterà nel suo emisfero
una chiarezza di violette che non conobbe la notte.

Nono episodio:

PARLA UN PASSANTE DALLE AMERICHE
CHIAMATO CHIVILCOY

I

Io cambio rotta, impiego, bar e nave, capello,
negozio e moglie, lancinante, ex professo non esisto,
forse sono
mexibiano, argentuayo, bolivio,
caribian, panamante, colomvenecilenomalteco:
imparai nei mercati a vendere e comprare camminando:
mi iscrissi ai partiti dispari e cambiai di camicia stimolato
dalle necessità rituali che lasciano alla merda la ripugnanza
e confesso di sapere più di tutti senza aver appreso:
quello che ignoro non vale la pena, non si paga nella piazza, signori.

Abituato a scarpe rovinate, cravatte logore, attenzione,
almeno lo pensino porto un gran solitario a un dito
e mi stirano da dentro e di fuori, mi profumano, mi curano, mi pettinano.

Mi sposai in Nicaragua: domandino loro al generale Allegado
che ebbe l’onore di essere suocero del suo servitore, e più tardi
in Colombia fui sposo legittimo di una Jaramillo Restrepo.
Se i miei matrimoni terminano cambiando di clima, non importa,
(Parlando tra uomini: La mia creola di Tambo! Qualcosa di serio nel letto).

II

Vendetti burro e chancaca nei porti peruviani
e medicamenti da un villaggio all’altro della Patagonia:
sto arrivando da vecchio nelle brutte pensioni senza soldi, passando per ricco,
e passando per povero tra ricchi, senza aver guadagnato né perduto niente.

III

Dalla finestra che mi appartiene nella vita
vedo lo stesso giardino polveroso di terra meschina
con cani erranti che orinano e continuano a cercare la felicità,
o escrementatori e erotici gatti che non si interessano delle vite altrui.

IV

Io sono quell’uomo rodato da tanti chilometri e senza esistenza:
sono pietra in un fiume che non ha nome sulla mappa:
sono il passeggero degli autobus consumati di Oruro
e sebbene appartenga alle birrerie di Montevideo
sulla Boca andavo vendendo chitarre del Cile
e senza passaporto entravo e uscivo dalle cordigliere.
Suppongo che tutti gli uomini lascino bagagli:
io vado a lasciare come eredità lo stesso che il cane:
è quello che portai tra le gambe. i miei beni sono quelli.

V

Scompaio appaio con un altro sguardo: è lo stesso.
Sono un eroe imperituro: non ho inizio né fine
e la mia moralità consiste in un piatto di pesce fritto.

CONTINUA LA BARCAROLA:

SPIEGAZIONE

Per questo paese, per queste giare di creta:
per questo giornale sudicio che vola col vento nella spiaggia:
per queste terre sgretolate che aspettano un fiume in inverno:
voglio chiedere qualcosa e non so a chi chiederlo.

Per le nostre città pestilenti e violente, dove tuttavia ci sono
scuole con campane e cinema pieni di sogni,
e per i pescatori e per le pescatrici degli arcipelaghi del sud
(dove fa tanto freddo e dura tutto l’anno)
voglio chiedere qualcosa ora, e non so che chiedere.

E già sa che i vulcani erranti delle età precedenti
si unirono qui come tendoni di circo
e rimasero immobili sul territorio:
quelli che qui sono nati ci abituarono al fuoco
che illumina la neve come una coda di cometa.

Ma dopo la terra si trasforma in cavallo
che si scuote come se si scottasse vivo
e cadiamo ruzzoloni dal pianeta alla morte.

Voglio chiedere che non si muova la terra.

Siamo tanto pochi quelli che qui siamo nati.

Siamo tanto pochi quelli che soffriamo
(e meno ancora lo diciamo qui nelle cordigliere),
ci sono tante cose da fare qui tra la neve e il mare:
anche i bambini scalzi passano da inverno a inverno:
non hanno tetti contro la pioggia, mancano di vestiti e cibo:
e così si spiega che io abbia qualcosa da chiedere
senza saper bene a chi né come farlo.

(Quando la memoria di quello che fui si cancella
con la ripetizione dell’onda sulla sabbia
e non ricordo nessuno che lo fa o non lo fa,
voglio che mi perdonino anticipatamente,
non ebbi mai tempo di fare o non fare niente:
perché la vita intera me la passai chiedendo,
perché gli altri qualche volta potessero
vivere tranquilli.)

Decimo episodio:

L’ASTRONAUTA

I

Se mi trovai in queste regioni riconcentrate e calcaree
fu per errore di padre o di madre sul mio pianeta:
mi annoiarono tanto gli uni come gli altri inclementi:
tirai un bidone ai puri, scatenai certa pazzia
e continuai a fare regali alagli ostili.

II

Arrivai perché mi invitarono a una stella da poco aperta:
Leonov mi aveva detto che attraverseremmo colori
di zolfo immenso e amaranto, fuoco furioso di turchese,
zone insolite d’argento come specchi effervescenti
e quando mi trovai solo sopra la calvizie del cielo
in questa zona simile alla estensione di Antifagasta,
alla solitudine di Atacama, alle alture della Mongolia,
mi denudai per vivere nel calore del mondo vergine,
del mondo vecchio di una stella che agonizzava o che nasceva.

III

Non mi mancava il vestito né il linguaggio, raccolsi
un soavissimo, metallico fiore, una rosa la cui rugiada
cadde perforando il suolo come un torrente di mercurio
e per quell’alveo ascoltai di grotta in grotta la rugiada
discendere le scalinate di cristallo addormentato e consumato.
Consumato da chi? Dai sogni? Dalla vita con cognome?
Da animali o persone, elefanti o analfabeti?
E subito mi sorpresi a cercare ancora con tristezza
la identità, la storia, il conto di quello che lasciai sulla terra.

IV

Forse qui con queste rughe, sotto queste croste steppose,
sotto il vulcanico stendardo delle ceneri celestiali
esistette o esiste l’invidia che mi morse per le strade
terrestri, come un caimano da quaranta code putride?
Qui allora prospererà il cannibale parassitario,
il cinico, il frivolo chiacchierone sostenuto dai suoi cosmetici?

V

Ma incontrai soltanto le ossa del silenzio carbonizzato:
cercando discesi gli strati di mortifera astrologia:
iguane morte forse erano le vestigia di polvere,
età che si triturarono e restava solo il fulgore
e era tutta la stella quella come una antica farfalla
dalle ancestrali ali che appena toccare svanivano
ed appariva allora un foro di metallo,
una grotta nel cui passato brillavano le pietre del freddo.

VI

Mi persi per le gallerie del sole forse abbattuto
e sulla luna senza cuore con i suoi specchi tarlati
e come nella sicurezza del mio paese insicuro
qui nel mezzo mi guidavano i piedi della scoperta.

Ma non trovai come lodare l’alabastro che scorreva
liquefatto, per le gole di pietra pomice astringente,
e come, con chi parlare del tesoro scuro che figgiva
con il fiume di giaietto per le strade cicatrizzate?

VII

Poco a poco il silenzio mi fece un Robinson pauroso
senza vestito ma senza fame, senza sete perché per i pori
la luce minerale nutriva e umidificava, ma poco
a poco il pianeta mi staccò dalla mia lingua,
e errai senza idioma, oscuro, per le sabbie del silenzio.

Oh solitudine spaziale del silenzio! Si dissolve
il rumore del cuore e quando di soprassalto
udii un silenzio sotto l’altro silenzio maggiore:
dimagrii fino ad essere soltanto silenzio in quel quartiere del cielo
dove caddi e fui sotterrato da un alveo silenzioso,
da un gran fiume di smeraldi che non sapevano cantare.

CONTINUA LA BARCAROLA

LE OFFERTE

Da oggi ti proclamo estiva, figlia d’oro, tristezza,
quello che chiede il tuo essere piccolo dell’antico universo.

Beneamata, ti do o ti nego, nella coppa del mondo:
nonostante quello che esplora la larva nel suo tunnel stretto
o quello che decifra l’astronomo nella pace parabolica
o quella repubblica di tristi statue che piangono accanto al mare
o il peso nuziale dell’ape carica di oro odoroso
o la collezione delle foglie di tutto l’autunno nei boschi
o un filo dell’acqua sulla pietra che c’è nel mio paese natalizio
o un sacco di frumento trascinato da quattro ladroni affamati
o un trono di vimini tessuto dagli eleganti ragni di Angol
o un paio di scarpe tagliate in pietra di luna
o un uovo nato dal condor delle cordigliere del Cile
o sette sementi di erba fragrante cresciuta sulla riva del fiume Ralún
o il fiore speciale che si apre nelle nubi a causa del fumo
o il rito degli araucani con un cavallino di pertica nella selva
o quel treno che persi in California e trovai nel deserto di Gobi
o l’ala dell’uccello di fuoco nella cui ancestrale battuta di caccia
andavo perduto nel sud e dimenticato per tutto l’inverno
o la matita marina capace di scrivere sulle onde
o quello che tu chiedi o quello che non chiedi ti do o ti nego
perché le parole stanno aprendo il castello, e chiudiamo gli occhi.

Undicesimo episodio:

LA MASCHERA MARINA

Scivola nell’umida somma la luna
sorteggiando il salone con la sua sussurrante uscita
gli uccelli del soave solstizio i voli si alzarono
e il sole dell’aurora sorgeva nella zuppa del mare
la zuppa del mare zuppa nera passò per l’ombra
sembra che si apra una cassa se sale l’aurora
come un ventaglio chiuso è il sole nel suo cielo
uscì dalla cassa la luce della cassa di Jacaranda
uscì profumata la luce uscì arancione la luce uscì luce
ventaglio era allora sopra splendore era fredda speranza
e io cancello che cancello la nave e non volo né corro né nuoto
io nella prua celeste d’accordo azzurrina amaranto d’accordo
d’accordo con il ventaglio crescente d’accordo pioveva all’improvviso
e statua di sale trasparente nella pioggia o violacea signora
offrì il mio crepuscolo al vento alla notte che mi divorava
e seguii seguii sola nella notte nel giorno nudo turgido
era il mare della nave la rotta la linea la stessa salamoia
e un altro giorno un’altra crepa nelle mie mani nel mio vestito
io non guardo i porti ho chiuso gli occhi al male
amo il solo elemento la luce che trapassa le lance del freddo
cresce il sole allo zenit uva a uva fino a essere un grappolo
e di notte l’ombra fa scivolare la luna nel vino
il mare alcool del pianeta la rosa che bolle e l’acqua che arde io seguo io sommo
non muovo gli occhi non canto non ho parole non sogno
mi muovono mi cantano mi suonano mi sommerge l’onda
spruzza solleva la mia sventurata testa nell’eterna intemperie
io vivo nel grande movimento del mondo sulla nave
sono parte incessante della direzione dell’essenza
non ho contratto firmato con gocce di sangue né regina né schiava
io so che armatori riempiti pagarono dolori con dollari
la barca la bianca vestita la Venere della baleniera
le vele al vento sopra la folla del mare fino al Cile
ma quelle monete caddero nei salvadanai del padre artigiano
e subito girarono pagando feretri bottiglie scarpe scuole o fiori
io fui liberato e entrai nella nave senza debito di sangue
non compro l’aurora non salgo non muovo le braccia non regno
e soltanto obbedisco al battito di acqua sulla prua come una mela
obbedisce alla linfa che sale e naviga nell’albero della primavera
il sangue cetaceo lo sperma violetto dell’assassinato nelle onde
non vedo né il cerchio freddo del duro petrolio nel vento
né il pesce strappato a una mano e partito per una beccata
senza dubbio un cammino di sangue solcò la salamoia
udii lo spaventoso silenzio dopo le fiamme dell’artiglieria
sul territorio innocente altri uomini vestiti d’oro
con maschere bianche mettevano in catene i loro simili
correvano ululando mogli tra i castighi morivano d’amore e di violenza
le reti salivano colme di oscuri sguardi e mani ferite
io vidi dissanguarsi i fiumi dei territori e seppi come piangono le pietre
oh raggio del mare spaventa i tuoi occhi castiga i crudeli
diceva la terra e il mare continuò e portò il movimento al mio petto
e io mi associo al cammino i miei occhi non sanno piangere
sono soltanto una forma nella luce una vertebra dell’allegoria.

LA BARCAROLA TERMINA:

SOLO DI SALE

(All’improvviso il giorno rapido si trasformò in tristezza
e così la barcarola che cresceva cantando
si calma e rimane la voce senza movimento.)


Saprete che in quella regione che attraversavo con paura
contraeva la notte i rumori segreti, l’ombra selvatica,
e io mi trascinavo con gli autobus nel misterioso universo:
Asia scura, tenebra del bosco, cenere sacra,
e la mia gioventù tremante con ali di mosca
saltava da qui a là per regni oscuri.

All’improvviso si immobilizzarono le ruote, scesero gli sconosciuti
e lì mi fermai, occidentale, nella solitudine della selva:
lì senza uscire da quel carro perduto nella notte,
con venti anni di età aspettando la morte, rifugiato nella mia lingua.

All’improvviso un tamburo nella selva, una fiaccola, un rumore del percorso,
e quelli che predestinai come miei assassini
ballavano lì, sotto il peso dell’oscurità della selva,
per intrattenere il viaggiatore perduto in remote regioni.

Così quando tanti presagi conducevano alla fine della mia vita,
gli alti tamburi, le trecce floride, le scintillanti caviglie
danzavano sorridendo e cantando per uno straniero.

Ti canto questo racconto, amor mio, perché l’insegnamento
dell’uomo si compie malgrado lo strano abbigliamento
e lì si fondarono in me i principi dell’alba,
lì si risvegliò la mia ragione alla fraternità degli uomini.

Fu in Vietnam, in Vietnam nell’anno millenovecentoventotto.

Quaranta anni dopo la musica dei miei compagni
arrivò il gas assassino bruciando i piedi e la musica,
bruciando il silenzio rituale della natura
incendiando l’amore e uccidendo la pace dei bambini.

Maledizione all’atroce invasore! dice adesso il tamburo riunendo
il piccolo paese al nodo della sua resistenza.

Amor mio, cantai per te i trascorsi del mare e del giorno,
e fu sonnolenta la luna della mia barcarola nell’acqua
perché lo ordinò il sistema della mia simmetria
e il bacio incitante della primavera marina.
Ti dissi: a portare per il mondo dei viaggi i tuoi occhi amati!
La rosa che sul mio cuore stabilisce il suo paese fragrante!
E, dissi, ti do inoltre il ricordo di picari e eroi,
il tuono del mondo accompagna con il suo potere i miei baci,
e così la barca traghettatrice scivola sulla mia barcarola.

Ma anni impuri, il sangue dell’uomo distante
ricade nella schiuma, ci macchia nell’onda, colpisce la luna: sono nostri,
sono i nostri dolori quei distanti dolori
e la resistenza dei distrutti è parte concreta della mia anima.

Forse questa guerra se ne andrà come quelle che ci condivisero
lasciandoci morti, uccidendoci con quelli che uccisero
ma il disonore di questo tempo ci tocca la fronte con dita bruciate
e chi cancellerà l’inflessibile che provò il sangue innocente?

Amor mio, lungo la lunga costa
da un petalo all’altro la terra costruisce l’aroma
e già lo stendardo della primavera proclama
la nostre eternità non per breve e meno lacerante.

Se la nave nel suo dominio mai ritorna con dita intatte,
se la barcarola continuava la sua rotta nel tuono marino
e se la tua cintura dorata versò la sua bellezza nelle mie mani
qui sottomettiamo in questo ritorno del mare, il destino,
e senza più esame adempiamo con la fiammata.

Chi ode l’essenza segreta della successione,
della successiva stazione che ci riempie di sole o di pianto?
Sceglie la terra silenziosa una foglia, l’ultima ramificazione
e cade nell’altezza gialla come il testimone di un avvenimento.

L’uomo si arrampicò sui suoi motori, si fecero terribili
le opere dell’arte, i quadri di piombo, le tristi statue di filo,
i libri che si dedicarono a contraffare il lampo,
i grandi affari si fecero con macchie di sangue nel fango delle risaie,
e della speranza di molti rimase uno scheletro imprevisto:
la fine di questo secolo pagava nel cielo quello che ci doveva,
e mentre arrivava alla luna e lasciava cadere attrezzi d’oro,
non sapemmo noi stessi, i figli del lento crepuscolo,
se si scopriva un’altra forma di morte o avevamo un nuovo pianeta.

Da parte mia o da parte tua, adempiamo, condividiamo speranze e inverni
e fummo feriti non soltanto dai nemici mortali
ma dai mortali amici (per questo sembrò più amaro),
ma non mi sembra più dolce il mio pane o il mio libro tra tanto:
aggiungiamo vivendo la cifra che manca al dolore
e continuiamo ad amare l’amore e con la nostra diretta condotta
sotterriamo i bugiardi e viviamo con i veritieri.

Amor mio, la notte arrivò galoppando sulle estensioni del mondo.

Amor mio, la notte cancella il segno del mare e la nave scivola e riposa.

Amor mio, la notte incendiò il suo istituto stellato.

E nel vuoto dell’uomo addormentato la moglie navigò sveglia
e discesero i due nel sonno per i fiumi che portano al pianto
e crebbero di nuovo tra gli animali oscuri e i treni carichi di ombra
finché non arrivarono a essere pallide pietre notturne.

È l’ora, amor mio, di allontanare questa rosa ombrosa,
chiudere le stelle, sotterrare la cenere nella terra:
e nella ribellione della luce, svegliare con quelli che svegliarono
o continuare nel sonno raggiungendo l’altra sponda del mare che non ha altra sponda.


Riferimenti

La barcarola. Canzone molto di moda all’inizio del secolo. Può considerarsi anonima.

L’inizio de La Barcarola apparve pubblicato come frammento con il titolo di “Amori: Matilde” nella quita parte del Memorial de Isla Negra, Sonata crítica. Nelle successive edizioni del Memorial de Isla Negra saranno soppressi i versi che andarono a formare parte del libro La Barcarola.

Ñuble, Quinchamalí. Nella provincia di Ñuble, città di Chillán, nacque Matilde Urrutia, la compagna del poeta. Quinchamalí è un villaggio di questa regione dove si lavora la più bella ceramica popolare del Chile.

Pillanlelbún, Rengo, Rancague, Renaico, Loncoche, Quirihue. Città o villaggi del sud del Cile.

Datitela. Casa della famiglia mántaras sulla spiaggia dell’Uruguay.

“La Chascona” e “La Sebastiana”. Case costruite dal poeta a Santiago e Valparaíso.

Terremoto en Chile. Si tratta del terremoto del 1965 che colpi specialmente la zona di Valparaíso. La residenza del poeta soffrì danni considevoli. Pablo Neruda e Matilde seppero la notizia della catastrofe vicino a Lisbona. Il poeta Aragon, dalla Francia, dedicò con questo motivo e questo tema la sua straordinaria Elégia a Pablo Neruda, Gallimard, 1954.

Rue de la Huchette. Strada del Quartiere Latino che sbocca nel Boulevard Saint Michel a Parigi.

Rubén Azócar (1901-1954). Scrittore cileno, autore del romanzo Gente en la isla. Una grande amicizia lo unì a Pablo Neruda.

Boroa, Lota, Talagante, Angol. Paesi del sud del Cile.

Temuco. Città dell’infanzia del poeta.

Ancud. Porto di Ancud, capitale della provincia di Chiloé.

Tengo el as! Tengo el dos! Tengo el tres! Tengo el rey con la espada en la mano! Ritornello di una canzona creola.

Nahuelbuta. Cordigliera cilena.

Joaquín Murieta. Bandito cileno, Personaggio della leggenda popolare. Visse e morì in California durante l’epoca della scoperta dell’oro.

Arica, Antofagasta, Taltal, Coquimbo, Valparaíso, Quillota. Porti e città del nord cileno.

José Manuel Balmaceda. Presidente del Cile, Periodo 1886-1891.

Lord Thomas Cochrane. Decimo conte di Dundonald (1775-1860). Navigatore scozzese. Fu il primo ammiraglio della Marina del Cile. Le sue azioni di guerra più famose – El Callao, Valdivia – permisero il traffico e commercio di tutele nazioni al sud dell’Oceano Pacifico. Fu perseguitao e incarcerato in Inghilterra prima di entrare al servizio del Cile. Il prologo di questo episodio, “Lord Cochrane de Chile”, è la trascrizione quasi letterale di uno dei suoi discorsi alla Camera dei Comuni (The Autobiography of e Seaman, Londra, Richard Dentley, 1860). Il poeta vuol dire con la trascrizione nel poema di questo discorso di Cochrane, che le persecuzioni sofferte dal grande navigatore ebbero origine politica.

Bernardo O’Higgings (1766-1802), José Miguel Carrera (1785-1821), Manuel Rodríguez (1786-1818. Notabili cileni. Padri della patria.

Lago Rupango. Lago dell’estremo australe del Cile.

Pacatrihue. Villaggio cileno.

José Gervasio Artigas (1774-1850). Notabile uruguayano. Lottò per la separazione dell’Uruguay da quelle che era stato il Vicereame di Río de la Plata, raggiungendo i suoi propositi.

Santos. Porto del Brasile.

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