- 1966 - L'arte degli uccelli - Pablo Neruda - Popol Vuh - Insetti

Vai ai contenuti

Menu principale:

- 1966 - L'arte degli uccelli

L’ARTE DEGLI UCCELLI (1966)


UCCELLI, UCCELLINI… (1)

Dall'innevato fino all'arenoso, passando per vulcani, allevamenti, fiumi, rocce, tetri di paglia, strade, onde, da ogni parte uccelli.Uccelli, uccellini, uccellacci, uccellinti e uccellanti!Immobili e spianti; cantanti e fischianti, rilucenti al raggio d'oro, e confondendosi con la cenere nel crepuscolo. E volando! Volando nella libertà dell'aria, rapidi come frecce o lenti come navi. Volando con stile diverso, scostando il cielo o trapassandolo con coltelli, o a volte nella plenaria moltitudine della migrazione empiendo l'universo con l'immenso fluire dell'uccelleria. Mi son fermato da bambino sulle rive del fiume araucano; l'acqua e i gorgheggi mi penetravano. Il mio sangue raccolse come una spugna canti e radici; più tardi ardevano i boschi, foglia a foglia, la legna bruciata palpitava per l'ultima volta, facendosi cenere senza piegarsi e il calore e l'odore dell'incendio entravano in onde di furia nel mio sistema. Ma presto alla luce vegetale nasceva e batteva di nuovo col suo becco l'uccello carpentiere, i pesanti trampolieri tuonavano dai canneti. Tutto si reintegrava al profondo aroma originario.
All'uscita dallo Stretto di Magellano, imbarcato tra arcipelaghi di pietra e di ghiaccio, mi seguì il grande albatro che quasi copriva con le sue ali il corpo stretto del Cile e danzava librandosi nell'aria. La massa dell'oceano sembrava petrolio, la pioggerella pungeva il sale spumeggiamo, si empivano i mondi di morte cinerea: l'unica cosa viva erano le grandi ali del pianeta che praticavano il rito e l'ordine in mezzo a quelle agonie. Salvaci, albatro, con la tua ferocia nutritiva, con la tua volontà di volo! Salvaci dall'altura disperata, dal crepuscolo invasore, dal sopruso cosmico.
Alla fine, già uomo ma non fatto, come si deve essere e continuare, ricevetti la visita dei minuscoli cantori, diucase jilgueros, fringilos, tencas, chincoles. La loro professione era lasciarsi cadere sul grano, sul vermiciattolo, sull'acqua scatenandosi in gorgheggi, in allegria, in delirio. Li presi molte volte tra le mie mani, mi beccarono, mi graffiarono, mi considerarono una strana carne umana, osso sconosciuto e li lasciai partire, volar via, andarsene violenti con i loro occhi intrepidi, lasciandomi nella mano un sussurro d'ali e
un odore di creta e di polline.
Le loicas mi mostrarono la loro macchia militare, palesandomi lungo la strada la loro decorazione di sangue.
Tutto mi rivelarono gli uccelli, uccelletti, uccellini, uccellicielo, ma non appresi né a volare né a cantare. Imparai solo ad amarli vagamente, senza rispetto nella familiarità
dell'ignoranza, guardandoli dal basso in su, orgoglioso della mia stupida stabilità, mentre essi ridevano volando sulla mia testa. Allora per umiliarli inventai alcuni uccelli perché volassero tra gli uccelli veri e mi rappresentassero tra essi.
Così compii la missione che mi portò a nascere nelle terre del Cile, mia patria. Questo piccolo libro è parte della mia testimonianza. E se mi mancarono, com'è naturale, altre ali e migliori canti, gli uccelli mi difenderanno.

P.N.

(1) Questo testo è stato ritrovato dalla moglie di Neruda e incluso nel volume Para nacer he nacido, indicandolo come un prologo del 1963 a un libro dal titolo Pájaros, che non fu mai pubblicato. Il pro-
getto di questo libro si concretò anni dopo in Arte de pájaros, ma questo breve prologo non fu utilizzato.





ARTE DEGLI UCCELLI (1966)


Migrazione

Tutto il giorno una linea e una linea ancora,
uno squadrone di penne,
un naviglio
palpitava nell'aria,
attraversava
il piccolo infinito
della finestra dalla quale cerco,
interrogo, lavoro, spio, attendo.

La torre della sabbia
e lo spazio marino
s'uniscon lì, risolvono
il canto, il movimento.

In alto s'apre il cielo.

Allora fu così: rette, acute,
palpitanti son passale
verso dove? Verso il nord, verso l'ovest,
verso la chiarità,
verso la stella,
verso il promontorio di solitudine e di sale
dove il mare distrugge gli orologi.

Era un angolo d'uccelli
diretti
quella latitudine di ferro e di neve
che avanzava
senza tregua
nella sua rotta rettilinea:
era la divorante rettitudine
di una freccia evidente,
numeri del cielo che viaggiavano
per procreare uniti
da imperioso amore e geometria.

Mi ostinai a guardare fino a perdere
la vista e non vidi
che l'ordine del volo,
la miriade delle ali contro il vento:
vidi la serenità moltiplicata
da quell'emisfero trasparente
attraversato dall'oscura decisione
di quegli uccelli nel firmamento.

Altro non vidi che la rotta.

Tutto restò celeste.

Ma nella moltitudine degli uccelli
diretti alla loro destinazione
uno stormo e un altro disegnavano
vittorie
triangolari
unite dalla voce di un solo volo,
dall'unità del fuoco,
dal sangue,
dalla sete, dalla fame,
dal freddo,
dal giorno precario che piangeva
prima d'essere inghiottito dalla notte,
dall'erotica urgenza della vita:
l'unità degli uccelli
volava
verso le sdentate coste nere,
scogli morti, isole gialle,
dove il sole dura più della sua giornata
e nel caldo mare si svolge
il padiglione plurale delle sardine.
Nella pietra assalita
dagli uccelli
si aprì strada il segreto:
pietra, umidità, sterco, solitudine,
fermeranno e sotto il sole sanguigno
nasceranno arenose creature
che un giorno torneranno volando
verso la tempestosa luce del freddo,
verso i piedi antartici del Cile.

Ora attraversano, popolano la distanza
muovendo appena l'ali nella luce
come se in un palpito le unisse,

volano senza staccarsi

dal corpo

migratorio

che in terra si divide
e si disperde.

Sopra l'acqua, nell'aria,
l'uccello innumerevole va volando,
l'imbarcazione è una,
la nave trasparente
costruisce l'unirà con tante ali,
con tanti occhi aperti verso il mare
perché una sola pace attraversa,
si sposta solo un'ala immensa.

Uccello del mare, schiuma migratoria,
ala del sud, del nord, ala di onda,
grappolo dispiegato per il volo,
moltiplicato, affamato cuore,
arriverai, uccello grande, a sgranare
la collana delle uova delicate
che cova il vento e nutrono le arene
finché un nuovo volo moltiplichi
vita, morte, sviluppo, nuovamente,
grida bagnate, caldo sterco,
per nascere di nuovo, partire, lontano
dalla deserta landa e verso un'altra landa.

Lontano
da quel silenzio, fuggite, uccelli del freddo,
verso un vasto silenzio di roccia
e dal nido fino all'errante numero,
frecce del mare, lasciatemi
l'umida gloria del tragitto,
la permanenza insigne delle penne
che nascono, muoiono, durano e palpitano
creando pesce a pesce una lunga spada,
crudeltà contro crudeltà la loro luce
e controvento e contromare, la vita.


UCCELLINTI

Albatro errante
Diomedea Exulans

In alto mare naviga il vento
diretto dall'albatro;
questa è la nave dell'albatro:
sfreccia, discende, danza, sale,
sta sospesa nella luce oscura,
tocca le torri dell'onda,
s'annida nella bollente malta
del disordinato elemento
mentre il sale lo decora
e sibila la schiuma frenetica,
scivola volando l'albatro
con le sue grandi ali di musica
lasciando sulla tormenta
un libro che continua a volare:
è lo statuto de! vento.


Aguila
Geranoaftus Melanoleucus Australis

Uccello amaro, aquila fredda,
spada delle cordigliere,
immobile nella tua eternità,
negli anni indifferenti,
nella pietra dell'agonia.

Aquila dalle penne dure,
conosco il tuo linguaggio nero,
la minaccia dei tuoi cicloni,
la tua trasparenza sanguinaria,
i tuoi artigli macchiati di morte
e so che ritorni sconfitta
ai tuoi monti di pietra e di neve,
al gran silenzio delle Ande,
alla torre delle spine.

La rosa ha continuato a fiorire,
la sorgente ha fatto di nuovo
la sua conversazione di cristallo:
i nuovi nidi si sono popolati
per ordine della primavera,
s'è distesa la lepre nel muschio
per partorire nel crepuscolo:
è sfociata la chiarezza
della luna, delle stelle,
come i fiumi di un estuario
e lì unicamente tu, insonne,
non nascevi né fiorivi:
eri sola con la notte.


Pellicano
Pelecanus Thagus

Seduto nel mare il pellicano
risolve problemi profondi:
la capacità dell'oceano
nella sua fatica alimentare,
la ripetizione delle onde,
la solitudine della balena,
i sortilegi della luna,
le coordinate del vento.

Il tempo entra nel suo cranio
di giudice impassibile dell'acqua
e dal suo lungo naso scivola
una goccia d'onda o di pioggia
come un giudizio trasparente.

La marea culla il suo peso
di nido o di cuna abbandonata
mentre misura i pesci necessari
che come elastiche monete
accumula nel borsellino
che gli pende dalla gola.

Una dietro all'altra arriveranno
congregazioni di sardine,
di pallidi pesci d'autunno,
dolci merluzzi di Taitao,
fureles color di coltello
e fino alla sua borsa giungeranno
fosforescenti molluschi, ventose,
assatanati calamari,
cefalopodi orticari.

D’improvviso l'avaro solleva
la sua borsa pesante di pesci,
distende due ali di piombo,
inalbera il ferreo piumaggio
e attraversa silenzioso il silenzio
come una nave religiosa.

Ibis
Theristicus Laudatus Melanopis

Io le fluviali acque conosco
e per tanto amare acqua e terra
suoni segreti del bosco
si sono uniti al mio corpo
in modo tale che a volte
con tanti uccelli cammino,
con tal silenzio di radici
e di semi che sono scoppiati,
che m'addormento e vivo
con quel silenzio sonoro,
ma mi risveglio o mi svegliano
i grandi, i lenti trampolieri
che son rimasti nel mio sonno
con le loro trombe d'alluminio.

Da Ronco fino al lago Maihue,
alle praterie di Llanquihue,
si spostano i reggimenti
dei metallici trampolieri:
d'improvviso sono entrati nel mio sogno
con un volo di mobili bianchi:
le ali lente, calme,
il sonnambulo amore del Sud,
il marcio aroma del bosco
affondando i piedi nelle foglie,
i laghi come occhi aperti
che cercano qualcosa nel fogliame,
odore di allori spezzati,
odore di tempo e umidità.

Mi son svegliato in mezzo alla strada:
volavano suonando nel vento
gli uccelli dell'Estremo Sud.


Falco
Falco Sparverius Cinnamomimus *
* Gheppio americano

II meriggio era aperto:
il sole in mezzo, incoronato.

La terra attendeva indecisa
qualche movimento del cielo
e tutto il mondo era rimasto
indecifrabilmente immobile.

In quel momento sottile
infisse il falco il suo volo,
si staccò dal firmamento
e cadde come un brivido.

Nulla accadde nel paesaggio,
né si spaventò l'albereto,
i vulcani continuarono soli,
il fiume continuò a diffondere
il suo impervio e bagnato lignaggio:
tutto continuò a palpitare
nella pausa di regola verde
meno qualcosa, una lepre, un uccello,
qualcosa che volava o correva,
qualcosa che esistette dov'è
ora una macchia scarlatta.


Cigno
Cygnus Melanchoryphus *
* Cigno collonero.

Sopra la neve nuotante
una lunga domanda nera.


Quaglia
Lophortyx Californica Brunnescens *
* Quaglia della California

Tra Yumbel e Cuatro Trigos
vidi scivolare con la sua bellezza
un'ombra, una forma, un uccello,
un frutto, un fiore di penne,
una pera uccello pura,
una circostanza dell'aria,
un uovo d'arena e di fumo:
m'avvicinai: la chiamai, i suoi occhi
brillavano di ostile fermezza
come due lance accese
e sul suo orgoglio innalzava
due penne come bandiere:
appena scorsi quella visione
quella visione si dissolse
e rimasi con il crepuscolo,
con il fumo, la polvere e la notte,
con la solitudine della strada.


Condor
Vultur Gryphus

Vive nella sua tomba di ferro
tra le pietre ossidate
nutrendosi di ferri.

Nei monti di rovi ulula
con sibilo di proiettile
ed esce il condor dalla sua cassa,
affila sulla roccia gli artigli,
distende il mistico piumaggio,
corre finché non ne può più,
galoppa la concava altezza
con le sue ali ferruginose
e becca lo zinco del cielo
spiando un segno sanguigno:
il punto immobile, il palpito
del cuore che si prepara
a morire ed essere divorato.

Scende volando il nero ciclone
e cade come un pugno crudele:
la morte attendeva là sotto.

In alto, crudeli cordigliere,
come cactus insanguinati
e il cielo di colore amaro.

Sale di nuovo alla sua dimora,
chiude le ali imperiose
e di nuovo disteso dorme
nella sua bara abominevole.


Cormorano
Phalacrocorax Bouganvillii

Crocifisso sulla roccia,
croce immobile di pelo nero,
rimase lì ostinato e attorto.
Il sole cadde come un cavallo
sulle pietre della costa:
i suoi ferri liberarono
un milione di scintille furiose,
un milione di gocce di mare
e il crocifisso volante
non batté ciglio sulla croce:
l'onda si gonfiava e dava alla luce:
tremava la pietra nel parto:
sussurrava dolce la schiuma
e lì come un nero impiccato
restava morto il cormorano,
restava vivo il cormorano,
restava vivo e morto e croce,
con le rigide ali nere
aperte sopra l'acqua:
restava come un uncino crudele
inchiodato al sale delle rocce
e di tanti colpi di collera,
di tanto verde e fuoco e furia,
dei poteri riuniti
nel sibilante litorale
lui sembrava la minaccia:
lui era la croce e la forca:
la notte inchiodata sulla croce,
l'angoscia delle tenebre:
ma d'improvviso fuggì nel cielo,
volò come una freccia nera
e salì ciclico volando
col suo vestito di neve nera,
con pausa di stella o di nave.
E sul disordine del mare
- dentate di mare e di freddo -
volò volò volò volò
la sua equazione pura nello spazio.


Scricciolo
Troglodytes Musculus Chilensis

Piccolo vicino rotondo,
tutto di penna rivestito,
sempre dietro il tuo tesoro:
cercando un atomo perduto,
una nozione, un filamento,
un qualcosa del pruneto,
una palpebra del cespuglio:
qualche cosa che deve esser lì
perché lo scricciolo fruga e rifruga;
i suoi occhi agili scintillano,
la sua coda piccola punta
diritta verso le nubi
ed entra ed esce e ritorna,
strilla improvviso, e non c'è più,
finché di nuovo sboccia
dal suo nido color di penna
lasciando lì le minuscole uova,
il piccolo splendore rotondo
da dove un giorno uscirà
la curiosità dello scricciolo
a studiare la primavera.


Passero dal collo tosso
Zonotrichia Capensis Chilensis

Amico, ieri m'hai svegliato
e sono uscito per conoscerti:
l'universo odorava di trifoglio,
di stella aperta nella rugiada:
chi sei e perché cantavi
così intimamente sonoro,
cosi inutilmente esatto?

Perché sollevava lo zampillo
con l'esattezza del tuo gorgheggio,
l'orologio di una goccia d'acqua,
il tuo piccolo violino fragrante
che domandava ai susini,
alla fonte indifferente,
al colore delle lucertole,
facendo domande pure
cui nessuno può rispondere?

Appena ti vidi, passeggero,
minuscolo musicista, tenore
della freschezza, proprietario
della purezza mattutina,
compresi che restituivi
col tuo piccolo flauto d'acqua
tante cose che eran morte;
tanti petali sepolti
sotto le torri del fumo,
nel gas, nel pavimento,
e con la tua azione di cristallo
ci restituisci alla rugiada.


Chirigüe
Sicalis Luteola Luteiventris *
* Uccello di piccole dimensioni, simile al verdone.

Non c'è più dubbio, continuerà
tra aria e foglie la verzura,
continuerà a risuonare il gorgheggio:
è giunto il sonoro delegato,
è giunto, lasciando cadere
il suo minimo peso giallo
come un limone che sgranava
tra volo e ala la rugiada,
l'acqua errante che canta,
le circostanze melodiose.

È disceso planando nell'aria
e crepitava il suo gorgheggio
come se stesse accendendo,
come se stesse cadendo
e si sostenesse nella musica.

Sembra come fosse disceso
avvolto nel polline, dal ramo
e avesse lasciato fragrante
l'aria che continuò a tremare
quando gorgheggiò il suo delirio,
le sue notizie di cristallo.


Parrocchetto
Enicognathus Leptorhynchus

Ebbe tante foglie l'albero
che cadeva per la ricchezza,
con tanto verde ammiccava
e mai chiudeva gli occhi.

Così non si può dormire.

Ma il fogliame palpitante
andò volando verde e vivo,
ogni germoglio apprese a volare,
e l'albero rimase nudo,
a piangere nella pioggia d'inverno.


Chucao
Scelorchilus Rubecula *
* Uccello passeriforme del sud del Cile, dal canto di malaugurio.

Ah quale grido nelle solitudini!

Vado nei boschi, ampie foglie,
gocce di piogge o cantaridi
e i miei piedi affondano nel suolo
come in una spugna bagnata:
è fredda l'ombra che attraverso,
freddo il silenzio e trasparente:
non passa alcuno di qui,
da questo lato della terra,
da queste pagine dell'acqua:
non vi sono passeggeri sperduti
né cavalli, la selva sola,
l'emanazione della montagna:
la sua chioma triturata:
e il chucao scaglia la sua lancia,
il suo lungo grido traboccante:
rompe con il suo grido d'acqua
mille lunghi anni di silenzio
in cui sono cadute solo foglie
e le radici hanno occupato
come invasori questo regno.

Alta tristezza errante, canto,
campana delle solitudini,
oscura freccia del chucao,
unico gorgheggio sovrumano
nell'umidità intricata
del Golfo di Reloncaví.


Diuca
Diuca Diuca Diuca *
* Fringuello del Cile, molto diffuso nel paese.

Per la messa, con il suo manto,
sale la dolce seduta,
sale la bella d'ornato,
perfettamente grigia e bianca,
perfettamente chiara e saggia,
vola ben pettinata e vestita,
perché non s'increspi l'aria,
ha tante cose da fare:
ispezionare i papaveri,
dirigere le api crudeli,
interrogare la rugiada,
finché prende la chitarra
e si mette a cantare cantare.


Fenicottero
Phoenicopterus Chilensis

Io ero bimbo, Pablo Neruda,
abitante dell'acqua a Toltén,
dell'implacabile mare, del fiume,
dell'acqua racchiusa nel lago.

La folta montagna odorosa
si fotografava nelle acque
e l'olmo duplice fioriva
sopra la selva e nell'acqua.

Allora, oh allora, io vissi,
onore del tempo trasparente,
la visione di un angelo roseo
che lentamente volava.

Era il suo corpo fatto di penne,
eran di petalo le sue ali,
era una rosa che volava
diretta verso la dolcezza.

Si posò sull'acqua l'angelo
come una nave di madreperla
e risplendeva nella luce
il roseo roseto del suo collo.

Ho abbandonato quelle regioni,
mi son vestito di frac e di ferro,
ho cambiato d'idioma e statura,
son risuscitato da molte morti,
m'hanno morso molti dolori,
senza sosta ho cambiato d'allegria,
ma nel fondo di me stesso
come in quel lago sperduto,
continua a vivere la visione
d'un uccello o angelo indelebile
che trasformò la luce del giorno
con lo splendore della sua presenza
e il suo roseo movimento.


Airone
Casmerodius Albus Egretta
* Airone bianco maggiore.

La neve immobile ha 2
lunghe gambe nella laguna,
la seta bianca ha 1
corpo di neve pescatrice.

Perché è rimasta pensierosa?

Perché su una sola zampa
attende uno sposo niveo?

Perché dorme in piedi nell'acqua?
Dorme con gli occhi aperti?
Quando chiude i suoi occhi bianchi?
Perché diavolo ti chiami airone?


Gabbiano
Larus Modestus

Il gabbiano aprì con destrezza,
con schiuma, con stupore,
due direzioni peregrine
e così si sostenne nel cielo
con due ali, due chiarità,
due segretarie della luce
finché volò, alla fine,
verso l’est e verso l’ovest,
verso il nord e verso la neve,
verso la Luna e verso il Sole.


Rondine
Pygochelidon Cyanoleuca Patagonica

La rondine ch’è tornata
mi recava una lettera chiara,
un lettera scritta con l’aria,
con il fumo della primavera:
volò, attraversò, rigò, volando,
minacciando i minuti
con la sua virtù di velluto
e la sua direzione di saetta.

Ormai si sa che è tornata
alle schiume di Isla Negra
a ballare nel cielo del mare
come fosse nella sua casa,
lasciando cadere dal cielo
una fragranza prematura
con le notizie che mi ha recato
in una lettera trasparente.


Jilguero
Spinus Barbatus *
* Uccello simile al lucherino.

In mezzo ai pioppi è passato
un piccolo dio giallo:
viaggiava veloce con il vento
e lasciò nell'alto un tremito,
un flauto di pietra pura,
un filo d'acqua verticale,
il violino della primavera:
come una penna in una raffica
passò, piccola creatura,
palpito del giorno, polvere, polline,
nulla forse, ma son rimaste tremanti
la luce, il giorno, l'oro.

Avvoltoio nero
Coragips Atratus

L’avvoltoio ha aperto la sua Parrocchia,
ha indossato gli abiti neri,
è volato in cerca di peccatori,
di minuscoli delitti, furti,
abigeati lamentevoli,
tutto ispeziona volando:
campi, case, cani, sabbia,
guarda tutto senza vedere,
vola disteso aprendo al sole
la sottana sacerdotale.

Non sorride alla primavera
L’avvoltoio, spia di Dio:
gira e gira misurando il cielo,
solenne si posa sulla terra
e si chiude come un ombrello.


Loica
Pezites Militaris *
* Specie di grosso storno nero e rosso.

Perché mi mostri ogni giorno
il tuo cuore insanguinato?

Quale colpa hai in sospeso,
quale bacio di sangue indelebile,
quale sparo di cacciatore?

Perché corri e cerchi e ardi
con quel tuo petto rosso
mirando senza fretta né paura,
mirando l'uomo coi tuoi occhi?

Se cerchi un giudice, perché scivoli,
con occhi freddi e ali secche,
verso altri segni del cammino
dove il tuo cuore nuovamente
brilla nel sole insanguinato?


Martin pescatore
Megaceryle Torcuata Stellata

Martin guardò dal sua ramo
e si immerse Pescatore,
scese Martin Pescatore
e Martin Pescatore pescò,
scese Martin, uccello povero,
e salì ricco Pescatore
col suo carico d’argento vivo
e qualche goccia d’acqua azzurra,
perché il pescatore Martin
si nutre solo d’arcobaleno,
della luce che ondeggia nell’acqua:
e poi si siede e consuma
pescherie palpitanti.


Uccello carpentiere
Ipocrantor Magelianicus *
* Picchio nero.

II carpentiere toco toc:
i boschi distillano al sole
acqua, resina, notte, miele,
i noccioli hanno rivestito
galloni di pompa scarlatta:
ancora sanguinano i pali bruciati,
dormono le volpi di Boroa,
le foglie crescono in silenzio
mentre circola, sotto terra,
l'idioma delle radici:
d'improvviso nel silenzio verde
il carpentiere toco toc.


INTERMEZZO

Il volo

Seguo l'alto volo
con le mie mani:
onore del cielo, l'uccello
attraversa
la trasparenza, senza macchiare il giorno.

Percorre l'ovest palpitando e sale
per ogni gradino fino al nudo azzurro:
tutto il cielo è la sua torre
e pulisce il mondo col suo movimento.

Benché l'uccello violento
cerchi sangue nella rosa dello spazio
qui è la sua struttura:
freccia e fiore è l'uccello nel suo volo
e nella luce s'uniscono le sue ali
con l'aria e con la purezza.

Oh penne destinate
non all'albero, né all'erba, né al combattimento,
né all'atroce superficie,
né all'officina sudata,
ma alla direzione e alla conquista
di un frutto trasparente!

Il ballo dell'altezza
con i vestiti innevati
del gabbiano, della procellaria, celebro,
come se io fossi
perpetuamente tra gli invitati:
prendo parte
alla velocità e al riposo,
alla pausa e alla fretta della neve.

E ciò che vola in me si manifesta
nell'equazione errante delle loro ali.

Oh vento presso il ferreo
volo del condor nero, nella bruma!
Sibilante vento che superò l'eroe
e la sua decapitatrice scimitarra:
tu conservi il contatto
del duro volo come un'armatura
e nel cielo ripeti la sua minaccia
fino a che tutto torna azzurro.

Volo della saetta
ch'è la missione d'ogni rondine,
volo dell'usignolo con la sua suonata
e del pappagallo col suo abbigliamento!

Volano in un cristallo i colibrì
agitando smeraldi incendiati
e la pernice scuote
l'anima verde
della menta volando nella rugiada.

Io che appresi a volare con ogni volo
di professori puri
nel bosco, nel mare, nei ruscelli,
di spalle nella sabbia
o nei sogni,
son rimasto qui, legato
alle radici,
alla madre magnetica, alla terra,
mentendo a me stesso
e volando
solo dentro di me,
solo e allo scuro.

Muore la pianta e di nuovo si sotterra,
tornano i piedi dell'uomo al territorio,
solo le ali sfuggono alla morte.

il mondo è una sfera di cristallo,
l’uomo è perduto se non vola:
non può comprendere la trasparenza.

Per questo io professo
la chiarità che mai si è fermata
e dagli uccelli ha appreso
l'assetata speranza,
la certezza e la verità del volo.

Pernice
Nothoprocta Perdicaria

Esalazione! Corse, volò,
pattinò con un agitar d'ali
e rimase tremando l'aroma
sulla riva del ruscello,
rimasero tremando la rugiada,
i cereali sonnolenti,
la mattina che si pettinava
perse un fiore dal suo diadema:
odorava di sterco la domenica
e a ogni improvviso scoppio,
a ogni grido della polvere,
il cielo non batteva ciglio.

Ma, forse, dalle radici,
dal suolo scaturì la pernice
e suonarono le sue ali secche:
passò volando il suo profumo
come l'anima della balza:
un bacio di muschio e di polvere,
un movimento di fratta,
la topa topa folgorò
coi suoi regali gialli
nell'aria azzurra, la pernice
perse il suo piumaggio di polvere
e si convertì in aria azzurra.

Peuco
Parabuteo Unicintus *
*Specie di aquila

Vidi un falcone bianco sospeso
al cielo come a un filo,
ma non c'era alcun filo:
il falcone bianco palpitava,

era niveo il movimento,
le grandi ali palpitavano,
dentro di lui cresceva il fuoco
come un rogo che l'ardesse:
la fame affilava l'acciaio,
il ciclone nero dei suoi artigli:
preparava il sangue cieco
per cadere come una pietrata:
terrore terrore la luce di neve,
terrore la sua pace divoratrice.


Picaflor I
Sephanoides I *
* Uccello mosca, colibrì

Sfuggì il fuoco e fu portato
da un movimento d'oro
che lo mantenne sospeso,
fugace, immobile, tremante:
vibrazione erettile, metallo:
petalo delle meteore.

Continuò a volare senza volare
concentrando il minuscolo sole
in elicottero di miele,
in sillaba dello smeraldo
che di fiore in fiore dissemina
l'identità dell'arcobaleno.

Al sole scuote il girasole
la sontuaria seta sontuosa
delle due ali invisibili
e il più minuscolo lampo
arde nella sua pura incandescenza,
statico e vertiginoso.


Picaflor II
Sephanoides II

II colibrì dalle sette luci,
il picaflor dai sette fiori,
cerca un ditale dove stare:
son disgraziati i suoi amori
senza una casa dove andare
lontano dal mondo e dai fiori.

È illegale, signore, il suo amore,
torni un altro giorno, ad altra ora:
deve sposarsi il picaflor
per vivere con picaflora:
io non le affitto il ditale
per questo traffico illegale.

Il picaflor se ne andò infine
coi suoi amori nel giardino
e arrivò lì un gatto feroce
a divorarli tutti e due:
il picaflor dai sette fiori,
la picaflora di colori:
se li mangiò il gatto infernale
ma quella morte fu legale.


Pidén
Ortygonax Rityrhynchos Landbecki *
* Uccello cileno simile al Porciglione.

Scivolò il pidén nell'ombra
verso l'ombra del pidén:
fischiò, e la sera si fece ombra,
convocata dal pidén
che scivolò come un'ombra
con un fischio, come d'acqua,
e si vide passare il pidén
tra l'ombra ed il suo fischio:
la scimitarra del pidén,
le penne vaghe dell'ombra:
qualcosa s'incrociò col pidén,
penna cupa o acqua acuta,
raggio ricurvo dei pidén,
corse un'ombra alla fratta,
dalla fratta uscì un'ombra:
fischiò l'ombra dei pidén.


Pinguino
Spheniscus Magellanicus

Né stupido né bimbo né nero
né bianco ma verticale
e un'innocenza interrogativa
vestita di notte e di neve.

Ride la madre al marinaio,
il pescatore all'astronauta,
ma non ride il bimbo bimbo
quando guarda l'uccello bimbo
e dall'oceano in disordine
immacolato passeggero
emerge a lutto niveo.

Fui certo io il bimbo uccello
laggiù nei freddi arcipelaghi:
quando mi guardò coi suoi occhi,
con i vecchi occhi del mare:
non erano braccia né ali
erano piccoli remi duri
quelli che aveva ai fianchi:
aveva l'età del sale,
l'età dell'acqua in movimento
e mi guardò dalla sua età:
da allora so che non esisto,
che sono un verme nella sabbia.

Le ragioni del mio rispetto
si mantennero nell'arena;
quell'uccello religioso
non aveva bisogno di volare,
non aveva bisogno di cantare
e benché la sua forma fosse visibile
sanguinava sale la sua anima selvaggia
come se avessero reciso
una vena del mare amaro.
Pinguino, estatico viaggiatore,
lento sacerdote del freddo:
saluto il tuo sale verticale
e invidio il tuo orgoglio piumato.


Pavoncella
Belonopterus Chilensis

Volò la pavoncella scintillando
di neve bianca e neve nera
e aprì il vestito a piena luce,
a pieno argento mattutino:
era costoso il ventaglio
delle due ali nuziali:
era ricco il corpo adorno
dalla mattina e dal piumaggio.

Sopra le pietre di Isla Negra
riluceva il lusso silvestre
dell'uccello di velluto
e pensavo: Dove va?

A quale celeste ricevimento?

A quali nozze d'acqua con oro?

A quale salone di pura porpora,
tra colonne di giacinto,
dove con lui possano entrare
solo le nubi ben vestite?

Infine, dissi, forse andrà
a incoronare la chioma
della naiade del Genil
amica di Pedro Espinosa.

Non fece questo l'uccello:
volò e planò per discendere
in un seminato in rovina,
in mezzo a zolle di stoppie
e da lì lanciò il suo grido,
il tero tero lancinante,
mentre beccava, becchettava
e divorava senza passione
un semplice verme terrestre.


Settecolori
Tachuris Rubrigastra *
* Tanagra, uccello dai colori cangianti.

Nella laguna il giuncheto,
il canneto inumidito,
alcune gocce vivono e ardono:
d'improvviso un movimento,
una minuscola bandiera,
una squama dell'arcobaleno:
il sole l'accese veloce,
come s'unirono i sette colori?
come assunse tutta la luce?

Era lì ma non era lì:
non c'è la raffica, se ne andò,
forse non esiste ma ancora
sta tremando il giuncheto.


Tapaculo
Scelorchilus Aibicollis *
* Uccello di piume rosacee e zampe con lunghe unghie.

Sorge saltando tra le pietre
sopra l'erba bruciacchiata
e becca becca sbeccuzza:
con rapido colpo abbassò
gli occhi rotondi, il becco
è un lampo giallo.

E si trasferì di paesaggio:
la sua lunga coda verticale,
con le penne recalcitranti
che indicano il mezzogiorno
inalberate sul culo.


Tenca
Mimus Thenca *
* Calandra americana.

Volò la tenca coda lunga
vestita come una forbice:
si fermò su un filo, ascoltò
la voce profonda del telegrafo,
il battito azzurro del filo:
udì parole, baci, numeri,
rapidi petali dell'anima,
solo allora lanciò il suo grido,
sciolse un ruscello trasparente
e sgranò il suo delirio.

Tenca, non ho appreso la tua lezione
di volo e canto e pensiero:
ho appreso tutto dal fumo,
dall'umidità, dal silenzio:
non ho saputo ballare e volare
sulla bellezza del peumo,
immergere l'anima nei boldos,
passare fischiando nel vento:
non ho avuto la tua saggezza,
la velocità del tuo gorgheggio,
la repubblica del tuo canto.

Giuro di apprendere quanto professi:
incrociare come una freccia,
studiare le sillabe segrete
dell'aria libera e delle foglie,
cantare con l'acqua e la terra
e stabilire nel silenzio
una cattedra cristallina.


Tiuque
Milvago Chimango *
* Uccello rapace simile al nibbio

Inaccettabile, necessario,
uccello impavido, ispettore
imbalsamato senz'essere morto,
tiuque secco, tiuque piumato,
tiuque in attesa del funerale,
tiuque indeciso nell'immondizia,
disinteressato, apparente,
cavallo vecchio del cielo,
pantalone rotto sul tetto,
sgangherato volatore,
mucchio di penne irritanti,
uncino ossidato tra le orine
di un villaggio disabitato,
benefico tiuque caduto
e sollevato dalla polvere,
lavato dall'aria chiara,
macchiato dal polverone,
finché per tanto daffare
si stinse la tua volontà:
non hai più alcun colore
se non di grappolo senza uva,
se non di pentola di fagioli,
se non di capelli d'ospedale,
se non di penne sotterrate.


Tortora
Columba Araucana

Nella mia infanzia ho adorato
le zampe rosse delle tortore:
i piedi di pelle colorata,
e quelle dita scarlatte.
Da quale mondo di penne e sogno,
da quale vestiario inaccessibile
si sgranò la falconeria
verso la mia povera condizione?

Verso la mia povera condizione
di cacciatore senza schioppo
perduto nella pioggia e nelle foglie:
dal bosco scendevano volando
le innumerevoli tortore,
mangiando i semi neri,
il pane segreto della selva,
le crisalidi dell'aspra estate,
mangiavano i grani del cielo,
le direzioni del burrone,
l'alba cereale,
le ghiottonerie dell'aurora.

E ora scendevano a me.

Erano la mia famiglia selvatica.

Venivano vestite di vento
e in ogni penna risplendevano
le righe ocra della creta,
i colori delle colline:
vestivano il poncho campestre
del mio battesimo nazionale.

Addio, tortore fragranti
di polvere, di polvere da sparo, polline:
non so ormai più dove si posarono
quei piedi di pelle rossa:
scomparvero le ali,
le moltitudini della magnolia,
e ora per quei boschi
se n'andò dall'albero la mia famiglia:
non mi attende nessuno volando.

Sembra che solo sussistano
alcuni alberi bruciati.


Tordo
Nutiopsar Curacus

Colui che mi guarda faccia a faccia
lo ucciderò con due coltelli,
con due lampi di furia:
con due gelidi occhi neri.

Non sono nato per esser prigioniero.

Ho un esercito selvaggio,
una milizia militante,
un battaglione di pallottole nere:
non c'è semina che resista.

Volo, divoro, grido e passo,
cado e rimonto con mille ali:
nulla può arrestare il brio,
l'ordine nero delle mie penne.

Ho l'anima di legno bruciato,
piumaggio puro di carbone:
ho l'anima e il vestito neri:
per questo danzo nell'aria bianca.

Io sono il nero Floridoro.


Zorzal
Tordus Falkiandii Magellanicus *
* Tordo abbrunato.

Zorzal sicuro nel giardino,
fermo sui piedi, occhio sicuro,
udito che sente ondeggiare
i lombrichi sotto terra,
calzato come un cavaliere
con stivali di pelle gialla
non ha bisogno di sollevare
le ali piene di rugiada
né il piumaggio di pepe,
viaggia per terra e per l'erba
percorre il profumo del Cile,
l'odore di campi di grano secchi,
l'ombra delle arance,
l'aria verde della menta
e quando si sente affranto
per tanti doni naturali
sospira il zorzal malinconico,
prende sulle ali la tristezza
con la sua chitarra vegetale
e grida con la voce dell'acqua,
canta la sua liquida canzone
come una goccia o un acino d'uva
o una saetta che ha tremato
e continua il zorzal la sua strada
calpestando con delicatezza
il corpo fragrante del Cile.



UCCELLANTI


II barbitrucco
Birba Insularia

Sgraziato uccello d'acqua,
e fatto di fil di ferro
in tal modo che la sua barba
s'impigliò, volando, in un numero,
nel numero ottantasette
e così circola per l'aria
confondendo i cacciatori
che qualche volta gli han sparato
senza sapere s'era punto o uccello,
se era due punti o cenere,
se aveva pazienza o penne.


Il fumigante
Anquistilus Fumosus

Si vide giungere da Osorno
come una nube forestiera,
come un imbuto minacciante,
una celeste oscurità
che cresceva nel vento pallido
fino a prender la dimensioni
di un autobus o una balena.

La città s'empì di panico:
le panetterie chiudevano,
correvano al Sud i cavalli,
finché volò e continuò
il suo passo l'uccello fumante.

Cambiava solo pianeta.

Spaventò i poveri cileni
la navigazione migratoria,
la celeste circolazione
di un uccello pieno di fumo,
di una fumata con piumaggio.


La rompiluna
Columba Planetaris Sun

II suo lamento si ripercosse
nella paludosa oceania
e ascese con la notte avvizzita
come una spiga di metallo
finché colpì la cantina,
l'alluminio della luna,
e s'udì incrinarsi il pianeta
con un suono ultralontano
come di un anello che cade:
era la luna che piangeva.


La ottobrina
Primaverina Solstitii

Nasce, vive e muore in ottobre
l'ottobrina tricolore:
ha forma azzurra di revolver,
penne di stirpe madreperlacea,
coda come un segno celeste
ed è odoroso questo uccello
come la patria delle api:
canta sette note di rame:
poi sette note d'argento:
poi sette note di pioggia.

E muore l'intensa ottobrina
di morte azzurra e naturale.


L'uccello geroglifico
Tordus Alphabeticus

Intrecciato penna con penna
estende la sua zona d'azione
il labirintico, l'anfibico,
l'uccello degli enigmi.

Solo nella sua dolce selva salta
divorando lettere e numeri,
catechismi e palinodie,
magiche zuppe di radici.
Si frange nella stella, s'interra
nella terra di tutto il mondo,
si innuba nella nuvola nuvolosa,
s'innacqua e s'affoga nell'acqua
e nel suo piumaggio confuso
come nel suo canto sgangherato
si mescolano penne lontane
che sembravano insondabili,
remote sillabe, segreti,
colori aperti d'improvviso
come province scoperte
da qualche cieco esploratore
finché lo scuro uccello assume
per le rive dell'arena
i geroglifici tenaci
che lì passano tintinnando
tra il vento che li combatte
e l'acqua nera che li bacia.


La grattarosa
Rosacea Luminica

Con le tre zampe gratta l'oro,
lo zafferano e la mollezza
dell'eretta rosa rosea,
imperatrice del roseto:
così centrifuga, dispiega
le tre ali come tre vele
e va navigando al Sud
preceduta dall'aroma
di molte rose rasate.


L'uccello corollario
Minus Cothapa

Per tanto vedere e non vedere
l'uccello corollario
seppi che sì che sapeva,
seppi che no che non vola,
seppi che stava sul suo ramo
fermo nella sua paraombra
spiando i cicloni
che cadono sull'Amazzonia:
il suo canto di tonfo in tonfo
si diffonde e si divide
tra l'Orinoco nero
e il nostro Acario abbondante.

Cade il canto sul ronzare
di mosche recalcitranti
grandi come melanzane,
cade sul vapore verde
che si solleva dal fiume,
sugli esploratori
che annotano nell'orologio
il nome del corollario,
le circostanze del canto.

E rimbalzando nei burroni,
gli crescono sillabe rauche
finché si spegne l'uccello
perché dorma il Brasile.


La tiumba
Petrosina Vulnerabilis

La piccolina becca il vetro
fino a perforare le finestre
ed entrare di notte e spiare
il letargo degli ignudi.

Entra nei sogni sbeccuzzando,
triturando cristallo e avena,
beve dall'acqua dei sogni,
si brucia nella vaga cenere,
attraversa lo sciame vespertino,
galleggia nel fiume della notte
e quando l'addormentato si sveglia
continua la tiumba a esser sogno.


II tintitrán
Jorgesius Saniversus

Giunse alla riva il tintitrán
e bevendo nell'estesa acqua
lasciò cadere la coda azzurra
finché cantò con il fiume,
cantò la coda con l'acqua.

È trasparente il tintitrán,
non si vede contro i vetri
e quando vola è invisibile;
è una bolla del vento,
è una fuga di ghiaccio,
è un palpito di cristallo.

Potei vedere in bianco inverno
in regioni smantellate
dell’Aysén, lontano e piovendo,
uno stormo migratorio
che tornava dal Nevaio.

I tintitrani spaventati
dal furore roco della pioggia
sbatterono il volo di ghiaccio
contro la prua del naviglio.

E si ruppero in schegge,
in pezzi di trasparenza
che quando caddero nell'acqua
fischiarono come acqua marina
disordinata dal vento.


Il tontivolo
Autoritarius Miliformis

II tontouccello seduto
sentiva che non lo sapeva,
che non volava e non volava,
ma diede ordine di volo
e andò spiegando ala per ala
ciò che sarebbe accaduto nell'atmosfera:
consigliò sulle penne,
rivelò il cielo e le sue correnti.

Nacque seduto il tontouccello.

Crebbe seduto e mai ebbe
quel triste uccello implume
ali né canto né volo.

Ma comandava il dittatore.

Comandava all'aria, alla speranza,
a somme dell'andare e venire.

E se si trattava dell'alto
lui era nato nell'altezza,
lui indicava le strade,
lui sarebbe salito una volta,
ma ora numeri vanno
numeri vengono, convenienze,
è meglio ora non volare:
«Volate voi nel frattempo».
Il tontouccello feroce
si siede sui suoi canini
e spia il volo degli altri:
«Qui non vola nemmeno un'ape
senza i decreti che emano».
E così vola, ma non vola
dalla sua sedia il tontouccello.


L'uccello lei
Matildina Silvestre

Con la mia uccellina terrestre,
cantaro del territorio,
io scateno cantando
la pioggia della chitarra:
giunge l'autunno presunto
come un carico di legna
disincantando l'aroma
che volava tra le montagne
e uva per uva si unirono
i miei baci nel loro grappolo.

Questo prova che la sera
ha accumulato la dolcezza
come il sistema dell'ambra
o l'ordine delle viole.

Vieni volando, passeggera,
voliamo con i carboni
accesi o spenti,
con il disordine cupo
degli oscuri e degli ardenti.

Entriamo dentro la cenere,
camminiamo con il fumo;
andiamo a vivere nel fuoco:

nel mezzo dell'autunno
prepariamo la tavola
sopra l'erba del monte,
volando sopra Chillán
con la tua chitarra nelle ali.


L'uccello io
Pablo Insulidae Nigra

Mi chiamo uccello Pablo,
uccello d'una sola penna,
volatore d'ombra chiara
e di chiarità confusa,
le ali non mi si vedono,
le orecchie mi risuonano
quando passo tra gli alberi
o al disotto delle tombe
come un funesto ombrello
o come una spada nuda,
teso come un arco
o rotondo come un acino,
volo e volo senza sapere,
ferito nella notte oscura,
chi mai mi attenderà,
chi non ama il mio canto,
chi mi vuole uccidere,
chi non sa che giungo
e non verranno a vincermi,
a dissanguarmi, a torcermi
o a baciare il mio vestito rotto
dal sibilo del vento.

Per questo torno e me ne vado,
volo e non volo ma canto:
sono l'uccello furioso
della tempesta tranquilla.



EPILOGO


Il poeta si accommiata dagli uccelli

Poeta provinciale,
uccelliere,
vengo e vado per il mondo,
disarmato,
senza altresì, fischiando,
sottoposto
al sole e alla sua certezza,
alla pioggia, al suo idioma di violino,
alla sillaba fredda della raffica.

Tra l'una e l'altra volta,
tra passate vite
e preferiti dissotterramenti
son stato cane d'intemperie
e sono ancora un morto nella città:
non mi abituo alla nicchia,
preferisco la fratta e le tortore
attonite, il fango, il delirio
di un gruppo di pappagallini,
il carcere del condor prigioniero
della sua implacabile altezza,
il fango primordiale dei ruscelli
decorati dalle topa topas.

SÌ sì si sì sì sì,
sono un disperato uccelliere,
non posso correggermi
e benché gli uccelli
non m'invitino alla pergola,
al cielo
o all'oceano,
alla loro conversazione, al banchetto,
io invito me stesso
e li spio
senza pregiudizio alcuno:
lucherini gialli,
tordi neri,
oscuri cormorani pescatori
o metallici merli,
usignoli,
vibranti colibrì,
quaglie,
aquile inerenti
ai monti del Cile,
loicas dal petto pillo
e sanguinario,
condor iracondi
e zorzales,
falconi immobili, appesi al cielo,
diucas che mi educarono con il loro cinguettio,
uccelli del miele e del foraggio,
dell'azzurro velluto o della bianchezza,
uccelli dalla schiuma incoronati
o semplicemente vestiti di sabbia,
uccelli pensierosi che interrogano
la terra e sbeccuzzano il suo segreto
o attaccano la corteccia del gigante
e aprono il cuore del legno
o fanno con paglia, creta e pioggia
la casa dell'amore e dell'aroma
o vanno tra migliaia della loro specie
formando corpo a corpo, ala con ala,
un fiume d'unità e di movimento,
solitari
uccelli duri tra le rocce,
ardenti, fuggitivi,
polverosi, erotici,
inaccessibili nella solitudine
della nebbia, la neve,
l'irsuta ostilità
dei gelidi altopiani,
o dolci giardinieri
oppure ladri
o inventori azzurri della musica
o testimoni taciti dell'aurora.

Io, poeta
popolare, provinciale, uccelliere,
sono andato per il mondo cercando la vita:
uccello a uccello ho conosciuto la terra:
riconobbi dove volava il fuoco:
la precipitazione dell'energia
e il mio disinteresse fu premiato
perché seppur nessuno mi pagò per questo
ricevetti nell'anima quelle ali
e l'immobilità non mi trattenne.

Torna ai contenuti | Torna al menu