- 1961 - Canti cerimoniali - Pablo Neruda - Popol Vuh - Insetti

Vai ai contenuti

Menu principale:

- 1961 - Canti cerimoniali

1961  -  CANTI CERIMONIALI  


IL NIPOTE DA OCCIDENTE

Quando ebbi compiuto quindici anni arrivò mio zio Manuel
con una valigia pesante, camicie, scarpe e un libro.
Il libro era Simbad il marinaio e seppi immediatamente
che più in là della pioggia c’era il mondo
chiaro come un melone, scivoloso e florido.
Mi istruii, tuttavia, a cavallo, mentre pioveva.
In quelle province, il frumento
si muoveva l’estate come una bandiera gialla
e la solitudine era pura,
era un libro socchiuso, un armadio  con sole dimenticato.

Venti anni! Naufragio!
Delirante battaglia,
la scrittura
e la scrittura,
l’azzurro,
l’amore,
e Simbad senza rive,
e allora
la notte delicata,
la luce crepitante del vino.

Chiedo libro a libro, sono le porte, c’è qualcuno
che si affaccia e risponde e dopo non c’è
risposta, andaron via le foglie,
si colpisce all’ingresso del capitolo,
andò via Pascal, fuggì con i Tre Moschettieri,
Lautréamont cadde dalla sua tela di ragno,
Quevedo, il carcerato profugo, l’apprendista di morte
galoppa con il suo scheletro di cavallo
e, insomma, non rispondono nei libri:
andarono via tutti, la casa è vuota.
E quando apri la porta c’è uno specchio
in cui ti vedi intero e ti fa freddo.

Da Occidente, sì – sì sì sì sì -,
macchiato da tabacco e umidità,
sgangherato come un carro vecchio
che lasciò una per una le sue ruote nella luna.
Sì, sì, dopo tutto, la nascita
non serve, mette in ordine, in disordine
tutto: poi la vita delle strade,
l’acido ufficiale di uffici e impieghi,
la professione logora del povero intellettuale.
Così tra Bach e poker di studenti
l’anima si consuma, sale e scende,
il sangue prende forma di scale,
il termometro comanda e stimola.

La sabbia che perdemmo, la pietra, il fogliame,
quello che fummo, la cintura selvaggia del non nato
rimane indietro e nessuno piange:
la città corrose non soltanto la ragazza
che arrivò da Toltén con un canestro chiaro
di uova e galline, ma anche te adesso,
occidentale, fratello incrociato,
ostile, canaglia della gerarchia,
e poco a poco il mondo dà soddisfazione al verme
e non ha erba, non esiste rugiada nel pianeta.

LA INSEPOLTA DI PAITA

Elegia dedicata alla memoria di Manuela Sáenz,
amante di Simón Bolívar

PROLOGO

Da Valparaiso per il mare.

Il Pacifico, duro cammino di coltelli.

Sole che muore, cielo che naviga.

E la nave, insetto secco, sopra l’acqua.

Ogni giorni è un incendio, una corona.

La notte si placa, si diffonde, si dissemina.

Oh giorno, oh notte,

oh navi

dell’ombra e della luce, navi gemelle!

Oh tempo, stella distrutta della nave!

Lenta, verso Panama, naviga l’aria.

Oh mare, fiore esteso del riposo!

Non andiamo né torniamo né sappiamo.

Con gli occhi chiusi esistiamo.

I
LA COSTA PERUVIANA

Sorse come un pugnale
tra i due azzurri nemici,
catena incolta, silenzio,
e accompagnò alla nave
di notte interrotta dall’ombra,
di giorno lì ancora la stessa,
cambia come una bocca
che chiuse per sempre il suo segreto,
e tenacemente sola
senza altre minacce
se non il silenzio.

Oh lunga
cordigliera
di sabbia e sdentata
solitudine, oh nuda
e addormentata
statua scontrosa,
chi,
chi
proiettasti
verso il mare, verso i mari,
chi
dai mari
adesso
aspetti?

Che fiore uscì,
che imbarcazione fiorita
a fondare nel mare la primavera
e ti lasciò le ossa
dell’ossario,
la caverna
della morte metallica,
il monte consumato
dai sali violenti?
E non ritornò radice né primavera,
tutto si fece nell’onda e nel vento!

Quando attraverso
le lunghe
ore
insegui,
deserto, vicino al mare,
solitudine sabbiosa,
ferruginosa morte,
il viaggiatore
ha consumato
il suo cuore errante:
non gli desti
un solo
ramo
di fogliame e freschezza,
né parete di versante,
né un tetto che ospitasse
uomo e donna nell’amore:
soltanto un volo salato
dell’uccello del mare
che spruzzava
le rocce
con schiuma
e allontanava i suoi addii
dal freddo del pianeta.

Indietro, addio,
ti lascio,
costa
amara.
In ogni uomo
trema
un seme
che cerca
acqua celeste
o fondazione porosa:
quando non vide altro che un bicchiere lunga
di monti minerali
e l’azzurro esteso
contro una inesorabile
cittadina,
cambia l’uomo la sua rotta,
continua il suo viaggio
lasciando indietro la costa del deserto,
lasciando
indietro
l’oblio.

II
L’INSEPOLTA

A Paita preghiamo
per lei, la Defunta:
toccare, toccare la terra
della bella Sepolta.

Non sapevamo.

Le balaustre vecchie,
i balconi celesti,
una vecchia città di rampicanti
con un profumo audace
come un canestro
di manghi invincibili,
di ananas,
di anoni profondi,
le mosche
del mercato
ronzano
sopra l’abbandonata sciatteria,
tra le mozzate
teste di pesce,
e le donne indio sedute
vendono
gli incerti residui
con maestà selvaggia,
- sovrane di un regno
di rame sotterraneo -,
e il giorno era nuvoloso,
il giorno era stanco,
il giorno era un perduto
viandante, in una lunga
strada confusa
e polverosa.

Fermai il bambino, l’uomo,

l’anziano,

e non sapevano dove

morì Manuelita,

né quale era la sua casa,

né dove era adesso

la polvere delle sue ossa.

In alto c’erano le colline gialle
secche come cammelli,
in un viaggio in cui nulla si muoveva,
in un viaggio di morti,
perché è l’acqua
il movimento,
la sorgente sgorga,
il fiume cresce e canta,
e lì i monti duri
continuarono il tempo:
era l’età, il viaggio immobile
delle colline pelate,
ed io gli domandai di Manuelita,
ma essi non sapevano,
non sapevano il nome dei fiori.

Al mare lo domandammo,
al vecchio oceano.
Il mare peruviano
aprì con la schiuma vecchi occhi incas
e parlò la sdentata bocca del turchese.

III
IL MARE E MANUELITA

Qui mi portò lei, la barcaiola,
l’imbarcatrice di Colán, la coraggiosa.
Mi navigò la bella, la ricordo,
la sirena dei fucili,
la vedova delle reti,
la piccola creola trafficante
di miele, colombe, ananas e pistole.
Dormì tra i barilotti,
ormeggiata alla polvere insorta,
ai pesci che da poco alzavano
sopra la barca i loro brividi,
all’oro dei più fugaci giorni,
al fosforico sonno della rada.
Si, ricordo il suo piede di nardo nero,
i suoi occhi duri, le sue ferree mani corte,

ricordo il perduto comandante
e qui visse
sopra queste stesse onde,
ma non so dove andò via,

non so

dove lasciò l’amore il suo ultimo bacio,

né dove la raggiunse l’ultima onda.

IV
NON LA INCONTREREMO

No, ma in mare non giace la terrestre,
non è Manuela senza rotta, senza stella,
senza barca, sola nelle tempeste.

Il suo cuore era di pane ed allora
si trasformò in farina e in sabbia,
si estese per i monti bruciati:
per spazio scambiò la sua solitudine.
E qui non sta ed è la solitaria.

Non riposa la sua mano, non è possibile
incontrare i suoi anelli né i suoi seni,
né la sua bocca che il fulmine
navigò con la sua lunga frusta di zagare.
Non incontrerà il viaggiatore
l’addormentata
di Paita in questa cripta, né circondata
da lance tarlate, per l’inutile
marmo nello scontroso cimitero
che contro polvere e mare guarda i suoi morti,
in questo promontorio, no,
non c’è tomba per Manuelita,
non c’è sepoltura per il fiore,
non c’è tumulo per la distesa,
non c’è il suo nome sul legno
né una pietra feroce del tempio.

Essa andò via, disseminata,
tra le dure cordigliere
e perse tra sale e macigni
i più tristi occhi del mondo,
e le sue trecce si trasformarono
in acqua, in fiumi del Perù,
e i suoi baci si assottigliarono
nell’aria delle colline,
e qui è la terra ed i sogni
e le crepitanti bandiere
e lei è qui, ma nessuno
può riunirsi alla sua bellezza.

V
MANCA L’AMANTE

Amante, perché dire il tuo nome?
Soltanto lei in questi monti
rimane.
Egli è solo silenzio,
è brusca solitudine che continua.

Amore e terra sancirono
la solare amalgama,
e perfino questo sole, l’ultimo,
il sole mortuario
cerca
l’integrità di quella che fu la luce.
Cerca
ed il suo raggio
forse
moribondo
si spezza cercando, si spezza come spada,
si conficca nelle sabbie,
e fa mancare la mano dell’Amante
nella straziata impugnatura.

Manca il tuo nome,
Amante morto,
ma il silenzio sa che il tuo nome
andò a cavallo per la catena montuosa,
andò a cavallo col vento.

VI
RITRATTO

Chi visse? Chi viveva? Chi amava?

Maledette ragnatele spagnole!

Nella notte il falò di occhi equatoriali,
il tuo cuore arse nel vasto vuoto:
così si confuse la tua bocca con l’aurora.

Manuela, brace ed acqua, colonna che sostenne
non una copertura vaga ma una pazza stella.

Perfino oggi respiriamo quell’amore ferito,
quella pugnalata del sole nella distanza.

VII
INVANO TI CERCHIAMO

No, nessuno riunirà la tua stabile forma,
né resusciterà la tua sabbia ardente,
non tornerà la tua bocca ad aprire il doppio petalo,
non si gonfierà sui tuoi seni la bianca veste.
La solitudine possedette sale, silenzio, sargasso,
e la tua sagoma fu corrosa dalla sabbia,
si perse nello spazio la tua silvestre cintura,
sola, senza il contatto del cavaliere imperioso
che galoppò nel fuoco verso la morte.

VIII
MANUELA MATERIALE

Qui nelle desolate colline non riposi,
non scegliesti l’immobile universo della polvere.
Ma non sei spettro dell’anima nel vuoto.
Il tuo ricordo è materia, carne, fuoco, arancia.

Non spaventeranno i tuoi passi il salone del silenzio,
a mezzanotte, né tornerai con la luna,
non entrerai trasparente, senza corpo e senza rumore,
non cercheranno le tue mani la cetra addormentata.

Non trascinerai di torre in torre un nimbo verde
come di abbandonate e morte zagare,
e non tintinneranno nella notte le tue caviglie:
ti liberò soltanto la morte.

No, né spettro, né ombra, né luna sopra il freddo,
né pianto, né lamento, né sfuggente veste,
ma quel corpo, lo stesso che si allacciò all’amore,
quegli occhi che sgranarono la terra.

Le gambe che nidificarono l’imperioso fuoco
dell’Húsar, dell’errante Capitano del cammino,
le gambe che salirono a cavallo nella selva
e scesero volando la scala di alabastro.

Le braccia che abbracciarono, le sue dita, le sue guance,
i suoi seni (due brune metà di magnolia),
il volo dei suoi capelli (due grandi ali nere),
i suoi fianchi rotondi di pane ecuadoriano.

Così forse nuda, passeggi con il vento
che continua ad essere adesso il tuo tempestoso amante.
Così esisti adesso come allora: materia,
verità, vita impossibile da tradurre a morte.

IX
IL GIOCO

La tua piccola mano bruna,
i tuoi delicati piedi spagnoli,
i tuoi fianchi chiari di anfora,
le tue vene dove correvano
vecchi fiumi di fuoco verde:
tutto ponesti sulla tavola
come un tesoro bruciante:
come delle abbandonate e morte zagare,
nel mazzo di carte dell’incendio:
nel gioco della vita e della morte.

X
INDOVINELLO

Chi sta baciandola adesso?
Non è lei, Non è lui. Non sono essi.
È il vento con la bandiera.

XI
EPITAFFIO

Questa fu la donna ferita:
nella notte delle strade
ebbe per sogno una vittoria,
ebbe per abbraccio il dolore.
Ebbe per amante una spada.

XII
LEI

Tu fosti la libertà,
liberatrice innamorata.

Consegnasti doni e dubbi,
idolatrata irrispettosa.

Si spaventava il gufo nell’ombra
quando passava la tua capigliatura.

E rimasero le tegole chiare,
si illuminarono gli ombrelli.

Le case cambiarono di aspetto.
L’inverno fu trasparente.

È Manuelita che attraversò
le strade stanche di Lima,
la notte di Bogotà,
l’oscurità di Guayaquil,
il vestito nero di Caracas.

E da allora è il giorno.

XIII
INTERROGAZIONI

Perché, Perché non ritornasti?
Oh amante senza fine, incoronata
non soltanto dalle zagare,
non soltanto dal grande amore,
non soltanto dalla luce gialla
e dalla seta rossa nel palco,
non solo da letti profondi
di lenzuola e madreselve,
ma anche,
oh incoronata,
dal nostro sangue e della nostra guerra.

XIV
DI TUTTO IL SILENZIO

Adesso restiamocene soli.
Soli, con la orgogliosa.
Soli con quella che si vestì
con un lampo violaceo.
Con la imperatrice tricolore.
Con il rampicante di Quito.

Di tutto il silenzio del mondo
essa scelse questo triste estuario,
l’acqua pallida di Paita.

XV
CHI LO SA

Di quella gloria no, non posso parlarti.
Oggi voglio solamente la rosa
perduta, perduta nella sabbia.
Voglio condividere l’oblio.

Voglio vedere i lunghi minuti
ripiegati come bandiere,
nascosti nel silenzio.

La nascosta voglio vedere.

Voglio sapere.

XVI
ESILI

Ci sono esili che mordono e altri
sono come il fuoco che consuma.

Ci sono dolori di patria morta
che stanno crescendo dal basso,
dai piedi e dalle radici
ed improvvisamente l’uomo si soffoca,
e non conosce le spighe,
e si esaurì la chitarra,
e non c’è parola per questa bocca,
e non può vivere senza terra
e allora cade bocconi,
non nella terra, ma nella morte.

Conobbi l’esilio del canto,
e questo si è medicina,
perché si dissangua nel canto,
il sangue esce e si fa canto.

E quello che perse padre e madre,
che perse anche i suoi figli,
perse la porta della sua casa,
non ha niente, né bandiera,
questo anche va girando
e al suo dolore pongo nome
e lo guardo nella mia cassa oscura.

E l’esilio di chi combatte
fino al sonno, mentre mangia,
mentre non dorme né mangia,
mentre cammina e quando non cammina,
e non è il dolore esiliato
ma la mano che colpisce
finché le pietre del muro
ascoltino e cadano e allora
subentra il sangue e questo passa:
così è la vittoria dell’uomo.

NON COMPRENDO

Ma non comprendo questo esilio.
Questo triste orgoglio, Manuela.

XVII
LA SOLITUDINE

Voglio camminare con te e sapere,
sapere perché, e camminare dentro
al cuore disseminato,
domandare alla polvere perduta,
al gelsomino scontroso e disperso.

Perché? Perché questa terra miserabile?

Perché questa luce abbandonata?

Perché questa ombra senza stelle?

Perché Paita per la morte?

XVIII
IL FIORE

Ahi, amore, cuore di sabbia!

Ahi, seppellita in piena vita,

giacente senza sepoltura,

bambina infernale dei ricordi,

angelo color di spada.

Oh irremovibile vittoriosa

di guerra e sole, di crudele rugiada.

Oh supremo fiore brandito

dalla tenerezza e dalla durezza.

Oh puma dalle dita celesti,

oh palma color di sangue,

dimmi perché rimasero mute
le labbra che il fuoco baciò,
perché le mani che toccarono
il potere del diamante,
le corde del violino del vento,
la scimitarra di Dio,
si sigillarono nella costa oscura,
e quegli occhi che aprirono
e chiusero tutto il fulgore
qui si fermarono guardando
come andava e veniva l’onda,
come andava e veniva l’oblio
e come il tempo non ritornava:
solo solitudine senza uscita
e queste rocce dall’anima terribile
macchiate dai pellicani.

Ahi, compagna, non capisco!

XIX
ADDIO

Addio, sotto la nebbia la tua lenta barca incrocia:
è trasparente come una radiografia,
è muta tra le ombre dell’ombra:
va sola, esce sola, senza rotta e senza barcaiola.

Addio, Manuale Sáenz, contrabbandiera pura,
guerrigliera, forse il tuo amore ha indennizzato
la secca solitudine e la notte vuota.
Il tuo amore disseminò la sua cenere silvestre.

Liberatrice, tu che non hai tomba,
ricevi una corona dissanguata nelle tue ossa,
ricevi un nuovo bacio d’amore sopra l’oblio,
addio, addio, addio, Giulietta forte come un uragano.

Torna alla prua elettrica della tuo peschereccio,
dirigi sopra il mare la rete e i fucili,
e che la tua capigliatura si unisca ai tuoi occhi,
il tuo cuore risalga le acque della morte,
e si veda ancora partendo la marea,
la nave, condotta dal tuo amore valoroso.

XX
LA RISORTA

Nella tomba o mare o terra, battaglione o finestra,
restituiscici il raggio della tua infedele bellezza.
Chiama il tuo corpo, cerca la tua forma sgranata
e torna ad essere la statua guidata dalla prua.

(E l’Amante nella sua cripta tremerà come un fiume.)

XXI
INVOCAZIONE

Addio, addio, addio, insepolta selvaggia,
rosa rossa, rosaio fino alla morte errante,
addio, forma intarsiata dalla polvere di Paita,
corolla distrutta dalla sabbia e dal vento.

Qui ti invoco perché torni ad essere una
antica morta, rosa ancora raggiante,
e che quello che di te sopravvive si unisca
finché abbiano nome le tue ossa adorate.

L’Amante nel suo sonno sentirà che lo chiamano:
qualcuno, finalmente lei, la perduta, si avvicina
e in una sola barca viaggerà la barcaiola
ancora, con il sogno e l’Amante segnando
i due, adesso riuniti nella verità nuda:
crudele cenere di un raggio che non seppellì la morte,
né divorò il sale, né consumò la sabbia.

XXII
CE NE ANDIAMO DA PAITA

Paita, sopra la costa
banchine marce,
scale
rotte,
i pellicani tristi
affaticati,
seduti
sul legno morto,
gli involti di cotone,
i cassetti di Piura.
Sonnolenta e vuota
Paita si muove
al ritmo
delle piccole onde della rada
contro il muro calcareo.

Sembra
che qui
qualche assenza immensa scosse e sgretolò
i tetti e le strade.
Case vuote, muraglioni
rotti,
qualche buganvillea
lancia nella luce il getto
del suo sangue scuro,
e il resto è terra,
l’abbandono secco
del deserto.

E già andò via la nave
distante da lei.

Paita cadde addormentata
nelle sue sabbie.

Manuelita, insepolta,
sgranata
nelle atroci, dure
solitudini.

Ritornarono le barche, scaricarono
in pieno sole scure merci.

I grandi uccelli calvi
si sostengono
immobili
sopra
pietre brucanti.

Se ne va la nave. Già
non ha più
nome la terra.

Tra i due azzurri
del cielo e dell’oceano
una linea di sabbia,
secca, sola, ombrosa.

Poi cade la notte.

E nave e costa e mare
e terra e canto
navigano verso l’oblio.


LA GRANDE ESTATE

I

L’estate è adesso più ampia che nella mia patria.
Mille anni fa, quando in Carahue
aprì le mani, estese la fronte,
e il mare, il mare aprì il suo cavallo,
allora l’estate era una spiga,
durava appena un amore terribile
durava soltanto la vibrazione di un’uva.

E adesso che ritorno al vecchio sole che corrode
le pietre della costa, adesso che torno
allo stendardo d’oro slegato
e vedo il mare nutrire la sua bianchezza,
l’orbita della schiuma in movimento
quando dall’alto lascia cadere tanto azzurro
che non rimane niente fino al cielo,
oh amore di quei poveri giorni, sono
quello che non toccò la felicità
tranne molto più tardi, la campana
che rimase vuota nel granaio
e solo il vento crudele la fece tremare,
tardi, una notte di acqua e terremoto.

Oh giorno, spada splendida! Oh pesce puro
che tagli con la tua acuta direzione
le tenebre, la notte, la sfortuna,
e apri una arancia nello spazio,
le metà azzurre dell’aurora.

Quindi goccia a goccia si fece il cielo
e di spazioso zucchero la bandiera,
tutto sale alla sua asta gialla,
e la frutta tramuta il suo sdegno
in letargico lago di dolcezza.
È un albero violetto di orologi
l’essenziale estate e i suoi grappoli,
la sabbia è la sua prateria ed il suo alimento,
trema il fulgore recondito del vino
e i decapitati cereali
si addormentano nel pane del raccolto.

Antico, iracondo è il tuo vestito adesso,
perfino lontano dal mare tendi la linea
dell’elitra riverberante
ed è sabbiosa la tua sovranità
finché il tuo volume goccia a goccia
muore nelle vene della vita.

II

Salve, onore del porfido, lezione
della mela,
direzione cristallina
della grande estate legata al suo vetro.
Tutto arrivò a essere fine, carato,
verità disposta ad aprirsi e a esaurirsi,
tutto è lamina pura o è ciliegia,
e così sono i minuti della statua
che cadrà esplodendo di rubini,
e il mondo è una pietra
la cui tagliata chiarezza matura
fino a che tutto cade
e torna a essere di nuovo una semenza.

III

Non ho radici,
ho volato
di oro in oro,
da piuma a polline
senza saper volare;
con ali spaziose
lente
sopra
l’impazienza

di quelli che qui o là
spezzavano qualcosa:
legni, frumento, ghiaccio,
e vidi l’estate intera
rotonda, oscura, rossa,
come un fico,
vidi l’estete
correre e navigare
come una freccia,
esaminai i fili
dell’estate,
la sua liquida
ambrosia,
i suoi tenaci
sostegni,
il padiglione del giorno
e quello che scivolava
dalla sua pelle trasparente.

Percorsi
negozi
di acqua
da poco
aperti nell’agricoltura,
mercanzie
pure
di montagna,
splendide api
e ancora non sono ritornato
dall’estate
dal viaggio tra le alghe e la menta
al cuore
più grande
dell’anguria,
alla pelle delle gambe, alla luce
dei corpi incitanti.
Ancora vado per l’estate
come un pesce per il fiume,
non finisce,
si trasforma,
cambia da terra a luna,
cambia da sole,
da acqua,
va il mio cuore nuotando nell’estate
senza vestiti nella freschezza
e non finisce,
continua,
si trasforma in terra
l’anello d’oro
dell’estate,
cinge la terra, cinge la tua vita,
cinge il tuo sangue
e continua,
non finisce
l’estate rotonda,
il fiume puro,
il trasparente
ricciolo del sole
e della terra.

IV

Tutto un giorno dorato
e luminoso come
una cipolla,
un giorno
dal quale appende l’estate
la sua torrida bandiera
dove
si perde
quando
la notte
lo schiacciò come un’uva
e notturno è il vino
dell’ombra,
la coppa della notte si è riempita
di sale che brilla nel cielo
e di vino nero.
Dov’è il giorno che deve tornare?
Dove morì la nave?
Ma torniamo al numero,
fermiamo il diamante.
Nel centro dell’acqua
come un brivido
si muove con discrezione
e verde è il sussurro dell’estate
che fugge dalle città
verso la selva verde
e si arresta
all’improvviso nella sabbia:
ha mani di eclissi,
coda d’oro,
e continua
finché il grande sospiro
della notte lo arrotola
nella sua cantina:
è un tappeto
elettrico
addormentato
per un anno di notti,
per un secolo
di orologi oscuri ,
e cade ogni giorno il giorno
dell’estate
nella notte aperta
e sgorga sangue chiaro
di anguria,
resuscita cantando
nella lingua pazza
finché dimagrisce
e goccia a goccia
si riempie di buchi,
di lenti nebbie con piedi di muschio,
di pomeriggi vaporosi come mucche bagnate,
di cilindri che riempiono la terra di giallo,
di una angoscia come se qualcuno stesse per nascere.
È l’antico autunno caricato con il suo sacco
che prima di entrare bussa alla porta e entra il fumo


TORO

I

Tra le acque del nord e quelle del sud
la Spagna era secca,
assetata, divorata, tesa come un tamburo,
secca come la luna era la Spagna
e bisognava irrigare subito prima che ardesse,
già tutto era giallo,
di un giallo vecchio e calpestato,
e tutto era di terra,
neppure gli occhi senza lacrime piangevano
(già arriverà il tempo del pianto)
dall’eternità né una goccia di tempo,
già erano mille anni senza pioggia,
la terra si sgretolava
e lì nelle crepe i morti:
un morto in ogni crepa
e non pioveva,
ma non pioveva.

II

Allora il toro fu sacrificato.
All’improvviso uscì una luce rossa
come il coltello dell’assassino
e questa luce si estese da Alicante,
si incrudelì a Somosierra.
Le cupole parevano gerani.
Tutto il mondo guardava in alto.
Che succede?, domandavano.
E nel mezzo del tremore
tra sussurro e silenzio
qualcuno che lo sapeva
disse: “Questa è la luce del toro”.

III

Vestirono un contadino pallido
di azzurro con fuoco, con cenere di ambra,
con lingue di argento, con nube e cinabro,
con occhi si smeraldo e code di zaffiro
e avanzò il pallido essere contro l’ira,
avanzò il povero vestito da ricco per uccidere,
vestito di lampo per morire.

IV

Allora cadde la prima goccia di sangue e fiorì,
la terra ricevette sangue e lo consumò
come una terribile bestia nascosta che non può saziarsi,
non volle bere acqua,
cambiò di nome la sua sete,
e tutto si tinse di rosso,
le cattedrali si incendiarono,
a Góngora tremavano i rubini,
nella Plaza de toros rossa come un garofano
si ripeteva in silenzio e fretta il rito,
e poi la goccia correva prona
verso le sorgenti del sangue,
e così fu e così fu la cerimonia,
l’uomo pallido, l’ombra travolgente
della bestia e il gioco
tra la morte e la vita sotto il giorno insanguinato.

V

Fu scelto fra tutti il compatto,
la purezza increspata dalle onde di freschezza,
la purezza bestiale, il toro verde,
abituato all’aspra roccia,
lo designò la luna nella mandria,
come si sceglie un lento notabile fu scelto.
Sta qui, montagnoso, imponente, e il suo sguardo
sotto la mezza luna delle corna aguzze
non sa, non comprende se questo nuovo silenzio
che lo copre è un manto genitale di delizie
o ombra eterna, imboccatura della catastrofe.
Finché alla fine si apre la luce come una porta,
inizia un fulgore più duro del dolore,
un nuovo rumore come sacchi di pietre che rotolano
e nella piazza infinita di occhi sacerdotali
un condannato a morte che vide in questo appuntamento
il suo proprio brivido di turchese,
un abito di arcobaleno e una piccola spada.

VI

Una piccola spada con il suo abito,
una piccola morte col suo uomo,
un circo pieno, sotto l’arancia implacabile
del sole, di fronte agli occhi che non guardano,
nell’arena, perduto come un neonato,
preparando la sua lunga danza, la sua geometria.
Poi come l’ombra e come il mare
si scatenano i passi iracondi del toro
(già sa, già non è senza la sua forza)
e il pallido manichino si trasforma in ragione,
l’intelligenza cerca sotto i suoi paramenti
d’oro come danzare e come ferire.

Deve danzare morendo il soldato di seta.

E quando fugge è invitato nel Palazzo.

Egli alza una coppa ricordando la sua spada.

Brilla ancora la notte della paura e le sue stelle.

La coppa è vuota come il circo nella notte.

I signori vogliono toccare quello che agonizza.

VII

Liscia è la femminile come una soave mandorla,
di carne e osso e pelo è la struttura,
corallo e miele si uniscono nel suo lungo nudo
e uomo e fame galoppano a divorare la rosa.
Oh fiore! La carne esce in un’onda,
la bianchezza discende la sua cascata
e in un combattimento bianco si scompone il fantino
cadendo infine coperto di castità fiorita.

VIII

Il cavallo sfuggito al fuoco,
il cavallo del fumo,
arrivò alla Plaza, va come un’ombra,
come un’ombra aspetta il toro,
il fantino è un turpe
insetto oscuro,
alza il suo pungiglione sopra il cavallo nero,
brilla la lancia nera, attacca
e salta
aggrovigliato nell’ombra e nel sangue.

IX

Dall’ombra bestiale suonano le soavi corna
ritornando in un sogno vuoto al pascolo amaro,
soltanto una goccia penetrò nell’arena,
una goccia di toro, una semenza spessa,
e altro sangue, il sangue del pallido soldato:
uno splendore senza seta attraversò il crepuscolo,
la notte, il freddo metallico dell’alba.

Tutto era disposto. Tutto si è consumato.

Rosse come l’incendio sono le torri di Spagna.


CORDIGLIERE

I

Io venivo dall’aria da Copiapó,
dal nord dell’emisfero, dall’aria.
immerso nei miei pensieri come un guato di mille dita:
sentivo l’aereo trepidare, deliziarsi per il suo tunnel vuoto,
vacillare bruscamente portato a fermare la sua energia,
continuare una linea invisibile, dormendo e volando.

Io venivo dal nord del Cile deserto,
rame e pietra, silenzio, attrezzi, motori,
e non guardai fuori durante le ore del cielo,
guardai dentro, verso i miei tempestosi trascorsi.

 II

Era vero, senza dubbio, esistiamo,
quell’aereo, quella potenza segreta,
e le persone avvolte nella loro rete personale,
passeggeri di tante occupazioni, orecchie
che ascoltarono cadere il denaro di Dio,
il denaro divino, e così si mescolarono
con appena spazio per morire un giorno,
senza tempo, senza dubbio, per ascoltare
la remota pioggia, il violino dell’inverno soffocato.

 III

All’improvviso vidi l’ultima luce, lo stendardo
del giorno nel suo naufragio morente
e cielo e luce lottarono contro luna e tenebre
in una violenta rissa di galli rossi:
e vidi, vicino a me, vicino al mio volto,
come il monte Aconcagua ponesse
sopra la solitudine la sua statura,
sopra la quantità nuda della neve,
un sanguinoso cappello stretto dalla notte.

IV

Ma abbassai gli occhi e vidi,
vidi il corpo ferreo, il grande fiume immobile
nel suo letto, nel suo giorno di letargica pietra,
ed era soave la somma dei petti rotondi,
cupole lavorate dalla bocca del vento,
chiese sostenute nella pace del topazio,
navi di sabbia, forme della materia pura.
Era un recinto secco, senza dei, senza settimane,
e a guardarlo verso il basso dal mio volo
ebbi infine sotto la nave soltanto
l’aria dell’aereo, puro, neonato,
come bolla o cerchio vicino a un pesce, nel freddo,
e poi non la terra, non gli scuri fermenti,
né autunno, né estate, né primavera impura
che si disfa e si tesse come umidi amori,
ma la pietra dura del pianeta,
e tutto lì erano immense mani che appoggiavano
sul duro segreto della forza.
Liscio e secco era il grande ampio silenzio,
la dignità delle cordigliere che dormivano.

V

Dirò, dunque, che il colore non era di un solo petalo,
né di una sola piuma di uccello ferruginoso,
né solo di una frutta collerica e riservata,
né di una sola onda di sale e di vetro,
né solo della pelle della bestia celeste:
era più, era tutto, era polvere da sparo e uva,
era il vulcano dell’oro e la sorgente dell’oro,
era il colore del pane impastato nella luna,
erano gli splendori dello zinco e della mela,
il fumo che dimenticò piangendo l’ametista,
il fulgore della morte dentro lo smeraldo,
la bara violacea della geologia.

VI

Era la mia patria ed era nuda.
L’impalpabile notte di marzo distribuiva
un nuovo minerale ampio come lo stagno,
e tutto cominciò a rivivere nel cielo:
Tutti i minerali del cielo si svegliavano
mentre la mia cordigliera chiudeva con cenere
quel fuoco che arse con tutto l’universo.
Vidi accanto a me le tre pietre di Orione che cadevano
come una foglia di trifoglio nell’ombra
e dopo quattro punte, quattro diamanti freddi,
quattro baci di neve nella distanza,
quattro coppe che bruciavano sulla tavola
del cielo solitario:
era la Croce del Sud che mi chiamava.
E mi addormentai viaggiando nel mio destino


ELEGIA DI CADICE

I

Il più lontano dei nostri autunni perduti,
la sensazione del freddo che bussa a ogni porta,
il giorno in cui fui più piccolo di un uomo
e più anziano di un bambino, quello che chiamano
passato,
passato, si, ma passato della terra e dell’aria,
delle germinazioni, del tempo moribondo,
tutto ha riportato ad avvolgermi come un solo vestito,
tutto ha riportato ad interrarmi nella mia luce più antica.

Autunni, da ciascuna foglia forse si alzarono
fili sconosciuti, insetti trasparenti,
e si costruì un altro albero invisibile,
un altro bosco morto per tempi e distanze.

Questo è, questo sarà forse quello che mi ricopre,
tunica o nebbia o abito d’oro o morte,
qualcosa di impalpabile e lento che conosce la mia porta
sta aspettando di essere paragonato a una foglia:
senza chiave e senza segreto tremò la serratura.

Adesso, autunno, una volta di più ci incontriamo,
una volta di più adesso ci congederemo:
buon giorno, favo di miele tremante,
addio, segreto amore dalla bocca gialla.

II

Trentatre anni fa questo treno
dalla Gare de Lyon a Marsiglia e dopo, dopo
più lontano … sarà questo l’autunno,
lo stesso, ripetuto foglia per foglia?
O è la terra tanto ridotta,
logorata e raggrinzita come un vestito
mille volte portato nella feste e più tardi nella morte?

Oggi il rosso sopra il verde, i faggi
sono i grandi violini verticali della prateria,
le vacche distribuite nel vapore di metà mattina,
la terra
di Francia vestita con le sue foglie della festa.

Forse la terra solamente consuma le sue ombre,
solamente consuma la luce che pulisce il suo vestito,
solamente consuma l’inverno che lava le sue radici,
e essa rimane intatta, sonora, fresca, pura,
come antica medaglia che canta ancora,
liscia, dorata, in mezzo al tempo che invecchia.

Il treno corre e separa i ricordi,
li spezza come spada, li sparpaglia, sale
per le stesse colline, apre gli stessi boschi,
lascia indietro, lascia indietro non soltanto la distanza,
ma quello che fui, quello che visse con me:
quel giovane errante che qualche volta sostenne
la torre dell’autunno, mentre il treno violava
come un toro violaceo la freschezza della Francia.

 III

Le eleganti barche chiuse come tombe
nel piccolo Porto Vecchio … Marsiglia dalle mille punte
come stella del mare, con occhi incendiati,
alture gialle, vicoli disgraziati,
il più antico vento d’Europa scuote
le intime bandiere delle lavanderie
e un odore di mare nudo passa senza pudore
come se Anadiomene crepitasse nella sua schiuma
tra il seme, le alghe, le code di pesci
e la voce mercantile delle navi.

La guerra segregò il suo aceto infernale,
la sua inspiegabile collera contro le viuzze
e la porta del mare che mai conobbe
navi che si chiamavano “Rimorso” o “Sangue”.
Non voglio ricordare la rosa dolorosa,
l’umiliazione delle sue mani azzurre:
continuiamo il nostro viaggio perché continua la vita
e quindi oggi e ieri e domani e quindi
lo zafferano e il vino preparano il banchetto,
rilucono i pesci con nuziale addobbo
e le tovaglie ballano nell’aria africana.

IV

Ormeggiata alla costa come una chiara nave,
Cadice, la povera e triste rosa delle ceneri,
azzurro, il mare o il cielo, qualche occhio,
rosso, l’ibisco, il timido geranio,
e il resto, pareti corrose, anima morta.
Porto dei lucchetti, delle inferriate chiuse,
dei patii segreti seri come le tombe,
la miseria macchia come ombra
la dentatura antica di una città raggiante
che possiede chiarezza di diamante e di spada.
Oh angoscia di giornale sporco che il vento
inalbera e abbatte, percorre le strade calpestato
e poi cade nel mare, si consuma nelle acque,
ultimo documento, padiglione dell’oblio,
orgoglio del penultimo spagnolo.
La superbia andò via dai poveri guardaroba
e adesso uno sguardo senza più luce che l’inverno
sopra i pantaloni accuratamente rattoppati.
Soltanto la lotteria grida con bugia d’oro:
il 8-9-3 il 7-0-1
lo splendore di un numero che sale nel silenzio
come un rampicante i muri delle rovine.
Di quando in quando colpisce la strada un palo bianco.
Un cieco e un altro cieco. Poi il panno mortuario
di sei abiti talari. Andiamocene. È ora di morire.

V

Da queste strade, da queste pietre, da questa luce logora,
uscì verso le Americhe un gorgoglio di sangue,
dolore, amore, disgrazia, da questo mare
un giorno
da questa porta venne la chiarezza più verde,
foglie sconosciute, fulgore di frutti, oro,
e oggi le bucce sudice delle patate bagnate
dalla pioggia e dal vento giocano nel vuoto.
E perché mai? Si, sui degni volti poveri,
sull’antica stirpe dissanguata,
sopra scoperte e crudeltà,
sopra le campane di quella stessa ombra,
sotto il buco per gli stessi morti.
E il Caudillo, il ritratto incollato alla parete:
il freddo porco guarda la forza sterminata.

VI

Di tanto ieri le mie patrie si muovono ancora a fatica.

Ti tanta dignità rimasero soltanto occhi.

Del sogno un cenerino souvenir.

America popolata da scalzi,
il mio popolo inginocchiato di fronte a una falsa croce,
minatori, indios, poveri, galoppano ubriachi
accanto ai fiumi immortali. Amata mia, America,
scoperta, violata e abbandonata sotto
la collerica neve, la panoplia vulcanica:
popoli senza alfabeto, che mordono il duro grano
del mais, il pane di frumento amaro:
americani, americani dello straccio,
indios fatti di ossigeno, piante agonizzanti,
negri abituati al grido del tamburo,
che avete fatto delle vostre agonie?

Oh terribile Spagna!

VII

Come due rintocchi in esilio
si rispondono: ebbene, conquistati,
conquistatori: è la famiglia intorno al tavolo,
separati e uniti nel medesimo castigo,
spagnoli affamati e americani poveri
stiamo allo stesso tavolo povero del mondo.
Quando si sedette la famiglia a mangiare
il pane era fatto di viaggio verso altri paesi:
allora compresero che senza nessuno scherzo
la fame è sangue e la parola è fame.

VIII

Pietà per i popoli, ieri, oggi e domani!
A tentoni per la storia, carichi di ferro e lacrime,
crocifissi a implacabili radici,
con fame e sete, amare malattie, odio,
con un sacco di sale sulla schiena,
di notte in notte, in campi di terra dura e fango,
qui e lì, in officine tappezzate di spine,
in porti, privilegio dello sdegno e dell’inverno,
e infine in prigioni
condannati
per una coltellata caduta sul fratello.

Tuttavia, attraverso l’asprezza
si muove l’uomo dal ferro alla rosa,
dalla ferita alla stella.
Qualcosa accade: il silenzio darà la luce.
Ci sono qui gli umiliati che alzano gli occhi,
cambia l’uomo di mano:
il tuono e le spighe si uniscono
e sale un coro nero dai sotterranei.

Cambia l’uomo dalla rosa al ferro.
I popoli illuminano tutta la geografia.


CATACLISMA

I

La notte di mille notti e una notte,
l’ombra di mille ombre e un battito,
l’acqua di mille acque che caddero,
il fuoco che stappa i suoi imbuti,
la cenere vestita da medusa,
la terra dà un grido.

Sono un uomo, perché nacqui sulla terra?

Dov’è il mio sudario?

Questa è la morte?

II

Dai quaranta giorni freddi che arrivarono prima
nessuno seppe né vide materia differente:
si presenta l’inverno come un viaggiatore,
come uccello regolare nel viaggio del cielo.
Quaranta soli con pioggia sopra i monti,
poi la luce, le dita della luce nei suoi guanti,
così è la notte dell’inverno oscuro come mano addormentata,
e poi con l’aurora i diritti
dell’albero: il bosco,
e le guerre degli alberi: tenace selva profonda,
interminabile come un anello, vestita con un profumo immenso.

III

Io sono il sommerso di quelle latitudini,
lì lasciai le mie mani, la mia prima abbondanza,
i tesori vuoti più ricchi del denaro,
il fulgore di quel mondo di foglie, radici, sillabe
senza idioma, di foglie intrecciate
che una ad una mi fecero capire una felicità
giovane e tenebrosa, e è per questo
che quando
cadde il fumo e il mare, la lava, la paura
lì caddero, ingarbugliandosi in un nodo di spine
che girava tremando sopra il giorno
con una coda di acqua irsuta e pietre che mordevano,
e la terra partoriva e moriva, agonizzava e nasceva,
e ancora tornava a chiamarsi terra e ad avere notte
e di nuovo cancellava il suo nome con timore,
ahi, ahi fratelli assenti, come se il dolore fosse un sistema intatto,
una coppa di aria amara tra tutta l’aria del cielo:
lì dove io stetti arrivò alle mie labbra la morte,
lì dove io passai si scosse la terra
e si bruciò il mio cuore con un solo lampo.

IV

Raccontami tu, povero Pedro, povero Juan,
tu, povero, silenzioso abitante delle isole,
Agustín Pescatore sposato con María Selva,
o tu, Martín senza oblio, senza niente più oblio,
figlio dalla memoria pietrosa,
raccontami, raccontami senza giorno né notte, senza parole,
solo con quello che perdesti, le reti, l’aratro,
la casetta e il maiale, la macchina Singer comprata a Temuco
a costo di tanto tessuto, di tanto lavoro mentre pioveva,
mentre pioveva, con la pioggia sopra le spalle
e le scarpe di tutta la famiglia
che aspettavano con pazienza l’inverno per forarsi e marcire.
Oh, adesso forse non significa nulla il posto vinto,
né quel cavallo rubato che apparve poi a Nehuentúe.
Adesso il gran debito della vita fu pagato con paura,
fu rovesciato sulla terra come un raccolto
per il quale tutti fuggivano pregando, piangendo e morendo,
senza comprendere perché nascemamo, né perché la terra
che aspettò tanto tempo che maturasse il frumento,
adesso, senza pazienza, come una brusca vedova
ubriaca e crepitante si facesse pagare all’improvviso
amore e amore, vita e vita, morte e morte.

V

Il cimitero degli Andwanter a Isla,
di fronte a Valdivia, nascose per cento anni
l’ultima goccia pura dell’oblio. Soltanto
dei tanti fondatori morti, il cavaliere biondo
e sua moglie cucinante, i figli che divorò l’inverno.
Le liane, le edere, le reti del bosco,
i fili che dal drimis winterey e dal notofagus
alti come le cattedrali che decaddero,
gotici come i sogni feroci del suo compleanno,
cucirono con ago e silenzio una piccola patria verde,
la chiesa vegetale che le sue ossa volevano.
E adesso, quei morti che fecero? Dove vivono?
Da quella tazza di acqua e oblio, da quella sussurrante
ombra segreta, uscì anche la paura
a passeggiare con il suo vestito inondato dalla solitudine di Valdivia?
O giunse anche lì la lingua del vulcano,
l’acqua interminabile che voleva uccidere
e il grido acuto, acuto del mare contro l’oblio?

VI

Da Puerto Saavedra un cortile di papaveri,
il non essere degli indios, la torre dell’estate
come un faro frustato dalle onde del frumento,
duro e azzurro il cielo della melanconia,
ed una radice carica di polvere e profumo
dentro di me, nascendo, abbattuto dalla luna.

Il vecchio poeta dalla barba gialla, pastore del cigno freddo,
del cigno errante, cupola, monarchia di neve,
capsula chiara, nave dei solenni laghi,
l’antico poeta che mi dette una mano
rapida, fuggitiva, prima di andarsene nella sua tomba,
adesso che poté fare con il suo piccolo scheletro
dal momento che tutto tremò senza cigni, tutto rotolò nella pioggia,
e il mare dall’altro lato divorò il Malecón,
entrò dalle finestra odio e acqua nemica,
odio senza fondo, spada della natura.
Cosa poté fare il mio amico ridotto a semenza,
ritornato a germe, forse appena nato,
quando l’odio del mare schiacciò i legni
e verso la solitudine rimase sacrificato?

VII

Vulcani! Dei perduti, rinnegati,
dei sostituiti, carnivore corolle,
mi abituai a guardare il livello dell’acqua,
la statura dell’insetto o pietruzza
il vostro intatto silenzio di cavalli innevati,
i colli del vulcano, i musi, i denti
che soltanto mordevano freddo, i collari
del grande dio Chillán, del Puntiagudo, dell’Osorno,
le piume del Villarrica che il vento feroce
dissemina in distanza e acqua riconcentrata,
oh Tronador, pane da poco creato dal forno freddo
in mezzo alla selva chiusa come una chiesa,
Llaima, con il tuo pennacchio d’oro e fumo,
Aconcagua, pesante padre del silenzio nel mondo,
Calbuco, vulcano fresco, santo delle mele.

In questo vulcano e nell’altro la razza della terra
fondò il suo essere e il suo non essere, favorì la sua famiglia,
formulò leggi scritte con sangue di volpe,
suggerì il rapimento, il sale, la guerra, la cenere.

Così, nacque dal fango,
dal fango di vulcano
il primo uomo.

VIII

Dentro c’è il terrore, giù dorme il terrore,
è un ovulo striato che vive nel fuoco,
è una piuma pallida che – macchina o medusa –
sale e scende, percorre le vene del vulcano,
finché frenetica saltò dal suo recinto
e da larva insondabile si trasformò in corona,
tuono terribile, tubo totale della tormenta,
rosa di zolfo, e sangue sopra il dio coronato.
E quella pace,e quella neve nella menzogna
dell’acqua quieta, nella pazienza del Llanquihue,
tutto quello, l’estate con la sua colomba immobile,
terminò in un sibilo di fuoco profondo:
si spezzò il cielo, galoppò la terra,
e quando soltanto il mare poté rispondere
si unirono le acque in una onda vigliacca
che palpitò salendo in altezza
e cadde con il suo freddo nell’inferno.

IX

Amore mio, amore mio, chiudimi gli occhi
non solo contro la chiarezza vulcanica, non solo
contro l’oscurità della paura: non voglio vedere,
già non voglio sapere, né conoscere, né essere.
Chiudimi gli occhi contro tutte le lacrime,
contro il mio proprio pianto ed il tuo, contro il fiume
del pianto perpetuo che tra notte e lava
accarezza e perfora come un bacio solforico
l’ultimo vestito della mia povera patria, seduta su una pietra
di fronte all’invito insistente del mare,
sotto l’interminabile condotta della cordigliera.

X

La paura avvolge le ossa come una nuova pelle,
avvolge il sangue con la pelle della notte,
sotto la pianta dei piedi si muove la terra:
non è il tuo capello, è la paura nella tua testa
come una capigliatura di chiodi verticali
e quello che vedi non sono le strade ritte
ma, dentro di te, le tue pareti abbattute,
il tuo infinito frustrato, crolla
ancora la città, nel tuo silenzio soltanto si ode
la minaccia dell’acqua e nell’acqua
i cavalli affogati galoppano nella tua morte.

XI

Tornerò a vedere quanto fu rispettato
dal fuoco, terra e mare, senza dubbio. Un giorno
arriverò come gli emigrati prima di essere vinti:
questo vorrò, questa casa, questa pietra, questo uomo.
La tenerezza ha una mano di ciclone tardivo
per recuperare i suoi miserabili tesori
e poi oblio e pioggia lavano le macchie digitali
del divorato. Sicuramente tutto
rimarrà lì, i velieri
tornano dall’arcipelago carichi
di ricci di mare, con pomodori di iodio,
con i legni duri di Chacao
e io vedrò lo stesso giorno antico con titolo di neve,
con un vulcano silenzioso in piena luce
e il brivido più grande della terra
si allontanò come il vento polare al suo destino.
E crescerà più di un fiore, più di un pane, più di un uomo
dalle stesse radici dimenticate dalla paura.

XII

Araucaria, chi sei? Chi sono? Sottomettiti!
Soffri!, Sottomettiti! Corrano! Qui sono! Ma piove.
Non c’è più nessuno. Cadde la torre. Portino,
portino il cucchiaio, la pala, la zappa,
adesso muoio, dov’è la Rosa? Non c’è nessuno,
non c’è finestra, non c’è luce, andarono via, morirono.
Io discesi al patio, allora non ebbi terra,
tutto girava, il fuoco saliva dall’angolo.
Tu sai che Alarcón fece salire i suoi figli
sulla nave, verso il mare, ma neppure il mare
era lì, il mare se ne era andato via,
era fuggito, fuggito, fuggito il mare
e tornò in una sola onda, in una nera onda,
in una nera onda del mare
il mare tornò tornò tornò.
In una sola onda gli abitanti di Alarcón morirono.

XIII

Sotto le mie ali bagnate, figli, dormite,
amara popolazione della notte instabile,
cileni perduti nel terrore, senza nome,
senza scarpe, senza padre, né madre, né saggezza:
adesso sotto la pioggia tenderemo
il poncho e in piena morte, sotto le mie ali,
in piena notte dormiremo per risvegliare:
è nostro dovere eterno la terra nemica,
nostro dovere è aprire le mani e gli occhi
e uscire a contare quello che muore e quello che nasce.
Non c’è infortunio che non ricostruisca l’ago:
cucia ciò che cuce il tempo come una sarta
cucirà un roseto nuovo sopra le cicatrici
e adesso abbiamo nuove isole, vulcani,
nuovi fiumi, oceano neonato,
adesso siamo una volta di più: esistiamo,
poniamoci sul viso l’unico sorriso che galleggiò sopra l’acqua
raccogliamo il sombrero bruciato e il cognome morto,
vestiamoci di nuovo da uomo e da donna nudi:
costruiamo il muro, la porta, la città:
cominciamo di nuovo l’amore e l’acciaio:
fondiamo un’altra volta la patria tremante.


LAUTRÉAMONT RICONQUISTATO

Isidore Lucien Ducasse (Montevideo, 4 Aprile 1846 - Parigi, 24 Novembre 1870) fu un poeta francese, usò lo pseudonimo conte di Lautréamont.
Figlio di un funzionario dell'Ambasciata francese a Montevideo, fu inviato, nel 1859, a studiare in Francia nel liceo di Tarbes e poi a Pau fino al 1865. Dopo un soggiorno di due anni a Montevideo, si trasferì a Parigi dove, nel 1867 cercò di dare alle stampe anonimi i Canti di Maldoror che furono stampati ma non pubblicati dall'editore per timore della censura, data l'eccessiva violenza espressiva.
Anche una seconda edizione, sotto lo pseudonimo di Conte di Lautréamont, passò inosservata. Stessa sorte ebbe Poesie - prefazione ad un libro futuro. Lautréamont morì nel 1870 a soli 24 anni e la sua morte così prematura ed improvvisa fece pensare, forse erroneamente, ad un suicidio. La violenza verbale della sua opera associata ad una fantasia immaginifica e manifestata in una visione romanticamente satanica, lo fecero classificare fra i poeti maledetti. La sua opera fu praticamente ignorata fino al 1890, quando i surrealisti ne scoprirono le affinità con le loro idee tanto da considerarlo un loro predecessore.


I

Quando arrivò a Parigi trovò molto da fare.
Queste erano le vere strade dell’uomo.
Qui le aveva trapanate come i tunnel il lombrico
dentro a un formaggio oscuro, sotto l’atroce inverno.
Le case erano talmente grandi che la saggezza
si rimpicciolì e corse come topo al granaio
e soltanto furono abitate le case dall’ombra,
dalla routine velenose di quelli che soffrivano.
Comprò fiori, piccoli fiori nel mercato di Halles
e da Clignancourt assorbì lo schifo militante,
non ci fu pietra dimenticata per il piccolo Isidoro,
il suo volto si fece magro come un dente,
magro e giallo come una luna calante nella pampa,
ogni volta era più somigliante alla luna magra.
La notte gli rubava ora per ora il viso.
La notte di Parigi già aveva divorato
tutti i reggimenti, le dinastie, gli eroi,
i bambini e i vecchi, le prostitute, i ricchi e i poveri,
Ducasse stava solo e quando ebbe la luce si dedicò corpo a corpo,
contro la divoratrice si dispose a lottare,
fabbricò lupi per difendere la luce,
accumulò agonia per salvare la vita,
fu più in là del mare per arrivare al bene.

II

Lo conobbi in Uruguay quando ero tanto piccolo
che si smarriva nelle chitarre del mese di luglio,
quei giorni furono di guerra e di fumo,
si imbizzarrirono i fiumi, crebbero senza paura le acque.
Non c’era tempo affinché nascesse.
Dovette tornare molte volte, superare il desiderio,
viaggiare fino alle sue origini, fino infine arrivare
quando sangue e tamburi colpivano alla porta,
e Montevideo ardeva come gli occhi del puma.
Turbolenta fu quell’epoca, e di colore violetto
come una sfilacciata bandiera di assassini.
Dalla selva il vento militare
arrivava in un confuso odore di erba che bruciava.
I fucili spezzati alla sponda del fiume
entravano nell’acqua e in piena mezzanotte
si erano trasformati in chitarre, il vento
distribuiva pianti e baci delle barcaiole.

III

Americano! Piccolo puledro pallido
delle praterie! Figlio
della luna uruguayana!
Scrivesti a cavallo, galoppando
tra la dura erba e l’odore di strada,
di solitudine, di notte e ferri!
Ciascuno
dei tuoi canti fu un lazo,
e Maldoror seduto sopra i teschi
delle vacche
scrive con il suo lazo,
è tardi, è una stanza di hotel, la morte gira.
Maldoror con il suo lazo,
scrive che ti scrive la sua lunga carta rossa.
La vitalità di Maldoror, verso l’Ovest,
le chitarre senza rotte, vicino al Paraná,
terreni bassi, il misterioso crepuscolo cadde
come una palata di sangue sopra la terra,
i grandi uccelli carnivori si schierano,
sale dall’Uruguay la notte con le sue uve.
Era pomeriggio, un tremore unanime di rane,
gli insetti metallici tormentano il cielo,
mentre l’immensa luna si spoglia sulla pampa
estendendo nel freddo il suo lenzuolo giallo.

IV

Il falso crudele di notte prova le sue unghie false,
dei suoi candidi occhi fa degli buchi,
con velluto nero la sua ragione maschera,
con il suo ululato spegne la sua inclinazione celeste.

Il rospo di Parigi, la bestia soffice
della città immonda lo segue passo a passo,
lo aspetta e apre le porte del suo muso:
il piccolo Ducasse è stato divorato.

La bara sottile sembra che portasse
un violino o un piccolo cadavere di gabbiano,
con le minime ossa del giovane disgraziato,
e nessuno vede passare il carro che lo porta,
perché in questa bara continua l’esilio,
l’esiliato segue l’esiliato nella morte.

Allora scelse la Commune e nelle strade
insanguinate, Lautréamont, magra torre rossa,
protesse con la sua fiamma la collera del popolo,
raccolse le bandiere dell’amore sconfitto
e nei massacri Maldoror non cadde,
il suo petto trasparente ricevette la mitraglia
senza che una sola goccia di sangue rivelasse
che il fantasma se ne era andato volando
e che quel massacro lo riportava al mondo:
Maldoror riconosceva i suoi fratelli.

Ma prima di morire voltò il suo volto duro
e toccò il pane, accarezzò la rosa,
sono, disse, il difensore essenziale dell’ape,
soltanto la chiarezza deve vivere l’uomo.

V

Del bambino misterioso ricordiamo
quanto lasciò, i suoi canti triturati,
le ali tenebrose della nave luttuosa,
la sua scura direzione che adesso comprendiamo.
È stata rivelata la sua parola.
Dietro ogni ombra sua il frumento.
In ogni occhio senza luce una pupilla.
La rosa nello spazio dell’onore.
La speranza che sale dal supplizio.
L’amore che trabocca dalla sua coppa.
Il dovere figlio puro del legno.
La rugiada che corre salutando le foglie.
La bontà con più occhi che una stella.
L’onore senza medaglia né castello.

VI

Allora la morte, la morte di Parigi cadde come una tela,
come orrendo vampiro, come ali di ombrello,
e l’eroe dissanguato la rifiutò credendo
che fosse la sua propria immagine, la sua anteriore creatura,
l’immagine spaventosa dei suoi primi sogni.
“Non sono qui, me ne andai, Maldoror non esiste.”
“Sono l’allegria della futura primavera”,
disse, e non era l’ombra che le sue mani crearono,
non era il sibilo del melodramma nella nebbia,
né il ragno nutrito dalla sua oscura grandezza,
era solo la morte di Parigi che arrivava
a domandare del suo indomito uruguaiano,
del bambino feroce che voleva tornare,
che voleva sorridere verso Montevideo,
era soltanto la morte che veniva a cercarlo.

OCEANIA

I

Oceania nuziale, fianchi delle isole,
qui accanto a me, cantami gli scomparsi
canti, indizi, numeri del fiume desiderato.
Voglio sentire l’invisibile, quello che accadde dal tempo
al palio equinoziale delle palme.
Dammi il vino segreto che conserva ogni sillaba:
andare e venire di schiume, razze di miele cadute
la giara marina sopra le scogliere.

II

Io non so, io persi i giorni perché allora
mi mancava, Oceania, la tua chitarra florida
ed era di madreperla la bocca dell’aurora:
entrava la marea con il suo tuono nelle isole
e tutto era fulgore, tranne la mia vita,
tranne il mio cuore senza zagare.

III

Oceania, reclina la tua notte nel castello
che attese senza smettere il passare della tua chioma
in ogni onda che il mare sollevava nel mare
e poi non eri tu ma il mare che passava,
ma il mare ma il mare ed io che cosa potei fare:
era tardi, un altro giorno si apriva con la mia chiave,
un’altra porta, e il mare continuava vuoto.

IV

Allora, consumai il mio sorriso e caddero
uno ad uno i miei denti nella cassa di ferro.
Furioso contemplai i santi vestiti a lutto,
i feretri di ambra che portava il crepuscolo,
i minerali prigionieri nel suo abisso,
le alghe compassionevoli che si cullano nella nebbia
e senza toccare le tue palpebre, Oceania gialla,
Oceania scura, Oceania dalla mani trasparenti,
tesi i miei sensi finché senza saperlo
si sciolse nel mare la rosa repentina.

V

Cantami conchiglia, raccontami la campana,
cantami la pazienza del frumento sottomarino,
il tenebroso re incoronato di vertebre,
la luna diametrale che piangeva dal freddo.
E se c’è qualche lacrima perduta nell’idioma
lascia che scivoli nel mio bicchiere,
bevendola saprò quello che seppi allora:
cantami quello che fu da labbro a labbro a labbro
cantato senza toccare terra,
puro nell’aria pura nei giorni di miele,
alto nell’aria come la palma perpetua.

VI

Sirena o palma piena, colomba della schiuma,
quiete di chitarre in lento e alto volo,
ripetimi il canto che nel mio sangue circola
senza che trovasse voce finché tu arrivasti,
arrivasti palpitante di spuma peregrina,
di coste che non esistono, duramente dorate,
dei racconti caduti foglia per foglia nell’acqua
e nella terra popolata da scuri reggimenti.

VII

Ho desiderio di non essere altro che pietra marina,
statua, lava, ostinata torre di monumento
dove si schiantano onde già scomparse,
mari che morirono con cantico e viaggiatore.
Per questo quando da quello che non esiste, Oceania,
si affacciarono i tuoi larghi occhi, e i tuoi braccialetti
tintinnando nella pioggia mi annunciarono
che arrivavi, corolla dei mari, tardiva,
il mio cuore uscì perduto per le strade
e da allora cantami con occhi di chitarra.

Da allora sospirami con uve di ametista
e mele e datteri rigorosamente teneri,
frutti, frutti da poco rubati all’aurora,
aggrediti ancora da proiettili di rugiada.
E che il cesto di acqua contenga pere pure,
manghi sviluppati nella dolcezza remota,
anoni copiosi, pomposi, odorosi,
i crimini raggianti che nasconde il melograno,
il miele nel ventre dei pallidi meloni.

VIII

Oceania, dammi le conchiglie della scogliera
per coprire con i suoi lampi i muri,
gli Spondylus, eroi coronati di spine,
lo splendore violaceo del murex nella sua roccia:
tu sai come sopra il sale ultramarino
nella sua nave di neve naviga l’Argonauta.

IX

Piumaggi! Porta con te l’uccello
che prende al laccio la segreta profondità e il cielo,
vedono avvolta nel tuo vestito natale di colibrì
finché piuma a piuma volino gli smeraldi.

X

Ricorda il cuore di uccello che porti
nella sua gabbia: il battito delle ali e il canto,
e di tanti violini che volano e sfolgorano
accogli tu, accoglimi suono e pietra preziosa.
Finché avvolti in aria e fuoco andiamo
accompagnati dalla sonora assemblea
alla cascata di lingotti mattutini.
E il nostro amore palpita come un pesce nel freddo.

XI

Alla fine, alla fine non ritorni alla tua pietra marina,
Oceania, anima mia, ambra del Sud, leggiadria.

Sulla nostra nave, sulla terra riceviamo
il polline e il pesce delle isole distanti,
udendo, udendo lontano, sussurro e barcarola,
il rito mattutino dei remi perduti.

Io sono, Oceania, soltanto qualcuno che ti aspettava
sulla torre di un faro che non esiste,
e questo è un conto da cui non sale altra marea
che i tuoi seni marini sotto la luce notturna.

E solo due verità ci sono in questa sonata:
i tuoi due occhi aperti nell’acqua.


FINE DELLA FESTA

I

Oggi è il primo giorno che piove su marzo,
sulle rondini che ballano nella pioggia,
e ancora sulla tavola c’è il mare,
tutto è come stava disposto tra le onde,
sicuramente così continuerà a essere.
Continuerà a essere, ma io, invisibile,
qualche volta non potrò tornare
con braccia, mani, piedi, occhi, giudizio,
trattenuti in ombra vera.

II

In quella riunione di tanti invitati
uno ad uno ritornarono nell’ombra
e sono così le cose dopo le riunioni,
si disperdono parole, e bocche, e strade,
ma verso un solo luogo, verso il non essere, di nuovo
si misero a andare tutti i separati.

III

Fine della festa … Piove sopra Isla Negra,
sopra la solitudine tumultuosa, la schiuma,
il polo scintillante del sale abbattuto,
tutto si è fermato tranne la luce del mare.
E dove andremo?, dicono le cose sommerse.
Che cosa sono?, domanda per la prima volta l’alga,
e un’onda, un’altra onda, un’altra onda rispondono:
nasce e distrugge il ritmo e continua:
la verità è amaro movimento.

IV

Poemi disabitati, tra cielo e autunno,
senza persone, senza spese di trasporto,
voglio che non ci sia nessuno per un momento nei miei versi,
non vedere nell’arena vuota i segni dell’uomo,
orme di piedi, giornali morti, stimmate
del passeggero, e adesso
statica nebbia, colore di marzo, delirio
di uccelli del mare, procellarie, colombe
del sale, infinita
aria fredda,
una volta di più prima di meditare e dormire,
prima di usare il tempo e estenderlo nella notte,
per questa volta la solitudine marittima,
bocca a bocca con l’umido mese e l’agonia
dell’estate sporca, vedere come cresce il vetro,
come sale la pietra al suo inesorabile silenzio,
come si rovescia l’oceano senza uccidere la sua energia.

V

Non passiamo la vita domandando: quanto?
E vedemmo i nostri padri con il quanto negli occhi,
nella bocca, nelle mani, quanto per quello,
per questo, quanto per la terra, per un chilo di pane,
e anche per le splendide uve e per le scarpe.
Quanto costa, signore, quanto costa, non avevamo
vestito di sorrisi quel giorno senza incertezza
e i padri, con vestito rammendato, insicuri
entravano nell’emporio come in una chiesa terribile.
Ma, dopo, più lontano fu lo stesso.

VI

Non piace agli esteti la morale, morì
quando la poesia insegnava all’uomo ad essere uomo
e inoltre le lasciava un odore di violetta nell’anima.
Per questo se dico dove e come
e in ogni parte dal trono al petrolio
si insanguinava il mondo domandando,
quanto? e il grano della collera cresceva
con il quanto nelle sillabe di tutte le lingue,
se dico e continuo sarò un violino consumato,
un cantore che angosciò il dubbio e la verità.

VII

Il dovere crudo, come è crudo il sangue di una ferita
o come è accettabile il peso di tutto il vento freddo recente,
ci fa soldati, ci fa la voce e il passo
dei guerrieri, ma è con tenerezza indicibile
che ci chiamano la tavola, la sedia, il cucchiaio,
e in piena guerra udiamo come gridano i bicchieri.
Ma non c’è passo indietro! Noi scegliemmo,
nessuno pesò sulle ali della bilancia
se non la nostra ragione opprimente
e questo cammino si aprì con la nostra luce:
passano gli uomini sopra quello che facemmo,
e in questo povero orgoglio sta la vita,
in questo lo splendore organizzato.

VIII

Fine della festa … È tempo di acqua,
si muovono i fiumi sotterranei del Cile
e perforano il fondo fine dei vulcani,
attraversano il quarzo e l’oro, trasportano silenzio.
Sono grandi acque sacre che appena conosce l’uomo,
se dice mare, se dice Capo Horn,
ma questo regno non ha macchia umana,
la specie qui non poté impiantare i suoi commerci,
i suoi motori, le sue miniere, le sue bandiere,
è libera l’acqua e si allontana sola,
si muove e lava, lava,
lava pietre, sabbie, utensili, feriti,
non si consuma come il fuoco insanguinato,
non si trasforma in polvere né in cenere.

IX

La notte assomiglia all’acqua, lava il cielo
entra nei sogni con un getto acuto
la notte
tenace, interrotta e stellata,
sola,
spazza le vestigia
di ogni giorno morto,
nell’alto le insegne
della sua stirpe nevosa
e sotto
tra noi
la rete delle sue corde, sogno e ombra.
Di acqua, di sogno, di verità nuda,
di pietra e ombra
siamo o saremo,
e i notturni non abbiamo luce,
beviamo notte pura,
nella distribuzione ci toccò la pietra
del forno: quando andammo
a estrarre il pane
estraemmo l’ombra
e per la vita
fummo
divisi:
ci divise la notte,
ci educò a metà
e andavamo
senza tregua, trapassati
dalle stelle.

X

Gli sgranati, i morti dal volto tenero,
quelli che amiamo, quelli che brillano
nel firmamento, nella moltitudine del silenzio,
fecero tremare la spiga con la loro morte,
ci sembrò di morire, ci portavano con loro,
e rimaniamo tremanti in un filo, sentendo la minaccia,
e così continuò la spiga a sgranarsi
e il ciclo della vita continua.

Ma, all’improvviso, mancano alla tavola
i più amati morti, e aspettiamo,
e non aspettiamo, è così la morte,
si sta avvicinando a ogni sedia e quindi
là già non si sente che la amiamo,
morì con violino il povero Alberto,
e si precipita il padre verso il nonno.

XI

Costruiamo il giorno che si rompe,
non diamo corda a ciascuna ora, ma
alla importante chiarezza, al giorno,
al giorno che arrivò con le sue arance.
Alla fine dei conti di tanti dettagli
non rimarrà che un foglio
marcito, masticato, che girerà nella sabbia
e sarà per inverni divorato.

Alla fine di tutto non si ricorda la foglia
del bosco, ma rimangono
l’odore e il tremore nella memoria:
di quella selva ancora vivo impregnato,
ancora sussurra nelle mie vene il fogliame,
ma non ricordo né giorno né ora:
i numeri, gli anni sono infedeli,
i mesi si riuniscono in un tunnel tanto lungo
che aprile ed ottobre suonano come due pietre pazze,
e in un solo canestro si riuniscono le mele,
in una sola rete l’argento del pescato,
mentre la notte taglia con una spada fredda
lo splendore di un giorno che ad ogni modo
ritorna domani, ritorna se ritorniamo.

XII

Spuma bianca, marzo a Isla, vedo
lavorare onda e onda, sgretolarsi la bianchezza,
traboccare l’oceano dalla sua insaziabile coppa,
il cielo stazionario diviso
da lunghi lenti voli di uccelli sacerdotali
e arriva il giallo,
cambia il colore del mese, cresce la barba
dell’autunno marino,
e io mi chiamo Pablo,
sono lo stesso fino ad ora,
posseggo amore, posseggo dubbi,
posseggo colpe,
posseggo l’immenso mare con dipendenti
che muovono onda e onda,
posseggo tante intemperie che visito
nazioni non nate:
vado e vengo dal mare e dai suoi paesi,
conosco
le lingue della spina,
il dente del pesce duro,
brivido delle latitudini,
il sangue del corallo, la taciturna
notte della balena,
perché di terra in terra andai avanti
per estuari, insopportabili territori,
e sempre ritornai, non ebbi pace:
che potevo dire senza le mie radici?

XIII

Che potevo dire senza toccare terra?
Dove mi dirigevo senza la pioggia?
Per questo niente stetti dove stetti
e io navigai più che di ritorno
e delle cattedrali non conservai
ritratto né capelli: ho trattato
di fondare la mia pietra a piena mano,
con motivo, senza motivo, con delirio,
con furia ed equilibrio: ad ogni ora
toccai i territori del leone
e la torre irrequieta dell’ape,
per questo quando vidi quello che già avevo visto
e toccai terra e fango, pietra e schiuma mia,
esseri che riconoscono i miei passi, le mie parole,
piante inanellate che baciavano la mia bocca,
dissi: “qui sto”, mi denudai nella luce,
lascia cadere le mani nel mare,
e quando tutto era trasparente,
sotto la terra, rimasi tranquillo.

Torna ai contenuti | Torna al menu