- 1957- Terzo libro delle odi - Pablo Neruda - Popol Vuh - Insetti

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- 1957- Terzo libro delle odi

1957  -  TERZO LIBRO DELLE ODI  

ODI DI TUTTO IL MONDO

Odi per quello che passa
galoppando
sotto rami bagnati
in inverno.

Odi
ti tutti
i colori e dimensioni,
serafici, azzurri
o violenti,
per mangiare,
per ballare,
per seguire le impronte nella sabbia,

per essere e non essere.

Io vendo odi
magre
in gomitolo,
come fil di ferro,
altre come cucchiai,
ne vendo
alcune selvatiche,
si muovono con piedi di puma:
si debbono maneggiare
con precauzione, con inferriate:
uscirono
dagli antichi boschi,
hanno fame.

Scrivo anche
per sarte
odi
di inclinazione dolente,
coperte
dall’
aroma
sepolto
dei lillà.

Altre
possiedono
silvestri minerali,
durezza dei monti
della mia patria,
o semplicemente
amore ultramarino.

Infine,
deciderete voi
quello che contengono:
pomodori
o cervi
o cemento,
oscure allegrie infondate,
treni
che
fischiano
solitari
trasmigrando
per regioni
con freddo e acquazzone.

Di tutto
un poco
ho per tutti.

Io so
che ci sono altre
e altre
cose
che girano intorno
nella notte o sotto
dei mobili o dentro
al cuore
perduto.
Si,
ma
ho tempo,
ho ancora molto tempo
- ho una chiocciola
che riunisce
la tenace melodia
del segreto
e la vigilanza
sulla sua cassa
trasformata in martello o farfalla -,

tempo

per
guardare
pietre ombrose

o raccogliere
ancora
acqua dimenticata

e per dare
a te
o a chi lo desideri
la primavera ampia della mia lira.

Così, quindi,
nelle tue mani
deposito
questo fardello
di fiori e ferri di cavallo
e addio,

a più tardi:

a più presto:
fino a che tutto
sia
e sia canto.

ODE ALL’APE

Moltitudine dell’ape!
entra e esce
dal carminio, dall’azzurro,
dal giallo,
dalla più soave
morbidezza del mondo:
entra in
una corolla
precipitosamente,
per attività,
esce
con abito d’oro
e quantità di stivali
gialli.

Perfetta
nel girovita,
l’addome rigato
da sbarre scure,
la testolina
sempre
preoccupata
e le
ali
appena fatte di acqua:
entra
in tutte le finestre odorose,
apre
le porte della seta,
penetra per i talami
dell’amore più fragrante,
si imbatte
in
una
goccia
di rugiada
come in un diamante
e da tutte le case
che visita
estrae
miele
misterioso,
ricco e profondo
miele, fitto aroma,
liquida luce che cade in gocciolone,
finché al suo
palazzo
collettivo
ritorna
e nei gotici merli
deposita
il prodotto
del fiore e del volo,
il sole nuziale serafico e segreto!

Moltitudine dell’ape!
Elevazione
sacra
dell’unità,
scuola
palpitante!

Ronzano
sonore
quantità
che lavorano
il nettare,
passano
veloci
gocce
di ambrosia:
è la siesta
dell’estate nelle verdi
solitudini
di Osorno. Sopra
il sole inchioda le sue lance
nella neve,
risplendono i vulcani,
ampi
come
i mari
e la terra,
azzurro è lo spazio,
ma
c’è qualcosa
che trema, è
il bruciante
cuore
dell’estate,
il cuore di miele
moltiplicato,
la rumorosa
ape,
il crepitante
favo
di volo ed oro!

Api,
lavoratrici pure,
ogivali
operaie,
fini, lampeggianti
proletarie,
perfette,
temerarie milizie
che nel combattimento attaccano
con pungiglione suicida,
ronzate,
ronzate sopra
i doni della terra,
famiglia d’oro,
moltitudine del vento,
scuotete l’incendio
dei fiori,
la sete degli stami,
l’acuto
filo
di odore
che riunisce i giorni,
e propagate
il miele
oltrepassando
i continenti umidi, le isole
più lontane del cielo
dell’ovest.

Si:
che la cera alzi
statue verdi,
il miele
distribuisca
lingue
infinite,
e l’oceano sia
un
alveare,
la terra
torre e tunica
di fiori,
e il mondo
una cascata,
chioma,
crescita
incessante
di favi!

ODE AL MESE DI AGOSTO

Un’altra volta ritorno
al chiaro
della terra,
a guardare
e toccare
pietre silvestri,
sabbia, rami, luna.
Agosto
australe,
agosto
limpido e freddo,
la tua colonna
si alza
dalla terra al cielo
e ti incoronano
le pietre stellari,
la notte dello zaffiro.

Oh,
inverno
chiaro,
vedo
fiorire il tuo rettangolo
in una
sola
rosa,
la neve,
e bianco, azzurro, mi insegna
la tua pura
geometria
una lezione
aperta:
il mondo è senza foglie,
senza battiti,
spogliato di tutto
quello che muore:
è solamente
pietra e freddo,
libro nudo di cristallo da dove
le lunghe lettere della luce si alzano.

Agosto senza
strade, senza
numeri,
agosto senza scarpe
che camminano
verso le sofferenze,
ritorno
alla tua solitudine
non
per
annegarmi
in essa,
bensì
per
lavarmi con le tue acque,
affinché in me
scivoli
la luna
fredda
e pesti per i boschi
pietre, foglie
cadute
in agosto, e tutto abbia
estensione limpida,
sapore di cielo, altezza
di giovane cuore sotto la pioggia.

Oh
piena potenza,
chiarezza
spogliata
della terra,
amo
la tua
astratta
pace
nelle strade.
Voglio
stare
solo
in mezzo
alla luce di agosto
e vedere
così
senza sangue
per una volta
la vita:
vederla
come una
nave
disabitata
e bella,
senza più aroma che l’aria marina
o l’invisibile di un rosmarino amaro.
Passo a passo,
senza nulla:
ma ho
luna e neve.
E vado
persino senza di me,
finalmente,
nel più luminoso
chiarore della terra!

ODE AL MURATORE TRANQUILLO

Il muratore
dispose
i mattoni.
Mescolò la calce, lavorò
con sabbia.

Senza fretta, senza parole,
fece i suoi movimenti
alzando la scala,
livellando
il cemento.

Omeri rotondi, sopracciglia
sopra degli occhi
seri.

Lento andava e veniva
nel suo lavoro
e dalla sua mano
la materia
cresceva.
La calce coprì i muri,
una colonna
alzò il suo lignaggio,
i soffitti
impedirono la furia
del sole esasperato.

Da una angolo all’altro andava
con
tranquille mani
il muratore
spostando
materiali.
E alla fine
della
settimana,
le colonne,
l’arco,
figli di
calce, sabbia,
sapienza e mani,
inaugurarono
la semplice fermezza
e la freschezza.

Ahi, che lezione
mi dette col suo lavoro
il muratore tranquillo!
    1956

ODE A UN ALBATROS VIAGGIATORE

Un grande albatros
grigio
morì quel giorno.
Qui cadde
sulle umide
sabbie.
In questo
mese
opaco, in
questo giorno
di autunno argentato
e piovigginoso,
somigliante
a una rete
con pesci freddi
e acqua
di mare.
Qui
cadde
morendo
il grande uccello.

Era
nella
morte
come una croce scura.
Da punta a punta di ala
tre metri di piumaggio
e la testa curva
come un uncino
con gli occhi ciclonici
chiusi.

Dalla Nuova Zelanda
attraversò tutto l’oceano
fino a
morire in Cile.

Perché? Perché? Che sale,
che onda, che vento
trovò nel mare?
Che cosa innalzò la sua forza
contro tutto
lo spazio?
Perché il suo potere
si testò nelle più dure
solitudini?
O fu la sua meta
la magnetica rosa
di una stella?
Nessuno
potrà saperlo, né dircelo.
L’oceano in questo
ampio sentiero
non ha
isola alcuna,
e l’albatros errante
nella interplanetaria
parabola
del vittorioso volo
incontrò solo giorni,
notti, acqua,
solitudini,
spazio.

Egli, con le sue ali, era
l’energia,
la direzione, gli occhi
che vinsero
sole e ombra:
l’uccello
scivolava nel cielo
verso
la più
lontana
terra
sconosciuta.

Uccello esteso, immobile
sembravi
volando
tra i continenti
sopra mari perduti,
una sola
vibrazione di ala,
un agile
colpo di campana e piuma:
così cambiava appena
la tua maestà la rotta
e trionfante continuavi
fedele nell’implacabile,
deserto
cammino.
Felice eri girando
appena
tra l’onda e l’aria
sommergendo la punta
della tua ala nell’oceano
o sentendoti nel mezzo
della estensione marina
con le ali chiuse come una cassaforte
di segreti gioielli,
dondolato
dalle
solitarie
schiume
come una profezia
muta
nel movimento dei salmi.

Uccello albatros, perdono,
dissi, in silenzio,
quando lo vidi disteso,
irrigidito
nella sabbia, dopo
l’immensa
traversata.
Eroe, gli dissi, nessuno
solleverà sopra la terra
in un
piazza di paese
la tua estasiata
statua,
nessuno.
Lì si sdraieranno nel mezzo
dei tristi allori
ufficiali
l’uomo dai baffi
con cappa e spada,
chi uccise
nella guerra
la contadina,
chi con un solo
obice sanguinoso
fece a pezzi
una scuola
di bambini,
chi usurpò
le terre
degli indios,
o il cacciatore
di colombi, lo
sterminatore
de cigni neri.

Si,
non aspettare,
dissi
al re del vento,
all’uccello dei mari,
non aspettare
un tumulo
eretto
alla tua prodezza,
e mentre
tetri cittadini
riuniti intorno alle tue spoglie
ti strappavano
una piuma, cioè,
un petalo, un messaggio
uraganato,
io mi allontanai
perché,
almeno,
il tuo ricordo,
senza pietra, senza statua,
in questi versi voli
per l’ultima volta contro
la distanza
e rimanda così vicino al mare il tuo volo.

Oh, capitano oscuro,
caduto nella mia patria,
magari che le tue ali
orgogliose
continuassero a volare sopra
l’onda finale, l’onda della morte.
1956

ODE AL CARRUBO MORTO

Camminavamo da
Totoral, polveroso
era il nostro pianeta:
la pampa circondata
dal celeste cielo:
calore e chiara luce nel vuoto.
Attraversavamo
Barranca Yaco
verso le solitudini di Ongamira
quando
sdraiato sopra la prateria
trovammo
un albero abbattuto,
un carrubo morto.

La tempesta
di ieri sera
alzò le sue radici
argentine
e le lasciò contratte
come una chioma di frenetici crini
piantati nel vento.

Mi avvicinai e era tale
la sua forza ferita,
tanto eroici i suoi rami al suolo,
irradiava la sua chioma
tale maestosità terreste,
che quando
toccai il suo tronco
io sentii che palpitava
e un lampo
del cuore dell’albero
mi fece chiudere gli occhi
e abbassare
la testa.

Era duro e arato
dal tempo, una solida
colonna lavorata
dalla pioggia e dalla terra,
e come un candelabro ripartiva
le sue arrotondate
braccia di legno
da dove
luce verde e ombra verde
prodigò alla pianura.

Al carrubo
duro, solido
come
una coppa di ferro,
arrivò
la tempesta americana,
l’aquilone
azzurro
della prateria
e all’improvviso il cielo
abbatté la sua bellezza.

Lì rimasi guardando
quello che fino a ieri
inalberò
rumore silvestre e nidi
e non piansi
perché il mio fratello morto
era tanto bello nella morte come nella vita.

Mi accomiatai. E lì rimase
coricato
sopra la terra madre.

Lasciai al vento
a vegliarlo e a piangerlo
e da lontano vidi
che
ancora
accarezzava la sua chioma.

   Totolar, 19 gennaio 1956

ODE ALLE ALGHE DELL’OCEANO

Non conoscete forse
gli sgranati
versanti
dell’oceano.
Nella mia patria
è la luce
di ogni giorno.
Viviamo
nel filo
dell’onda,
nell’odore del mare,
nel suo stellato vino.

A volte
le alte
onde
portano
nella palma
di una
grande mano verde
un tessuto
tremante:
la tela
interminabile
delle alghe.
Sono
i vellutati
guanti
dell’oceano,
mani
di soffocati,
stoffa
funeraria,
ma
quando
nell’alto
del muro dell’onda,
nella campana
del mare,
traspariscono,
brillano
come
collane
delle isole,
dilatano
i loro rosari
e la soave turgidità
navale dei suoi capezzoli
si dondola
al peso
dell’aria che le tocca!

Oh spoglie
del gran
busto marino
mai dissotterrato,
chioma
del cielo sottomarino,
barba dei pianeti
che ruotarono
ardendo
nell’oceano.
Galleggiando sopra
la notte e la marea,
tese
come zattere
di pura
perla e gomma,
scosse
da un pesce, dal sole, dal battito
di una sola sirena,
improvvisamente
in una
risata di violenza,
il mare
tra le pietre
del litorale le dimentica
come brandelli
scuri
di bandiera,
come fiori caduti dalla nave.
E lì
le tue mani, le tue pupille
scopriranno
un umido universo di freschezza,
la trasparenza del
grappolo
delle vigne sommerse,
una goccia
del talamo
marino,
dell’ampio letto azzurro
decorato
con scudi d’oro,
cozze minuscole,
verdi protozoi.

Arancioni, ossidate forme
di spatola, di uovo,
di palma,
ventagli
erranti
colpiti
dal-
l’interminabile
movimento
del cuore
marino,
isole dei sargassi
che fino alla mia porta
arrivano
con i resti
degli
arcobaleni,
lasciatemi
portare al mio collo, sulla mia testa,
i pampini bagnati
dell’oceano,
la chioma morta
dell’onda.
1956

ODE ALLA VIOLACCIOCCA

Quando avvolto in carte,
divoratore sinistro
di libri e libracci,
arrivai a Isla, al sole
e al sale marino,
strappai dal piccolo
giardino
le violacciocche.
Le gettai nel precipizio,
le offesi
raccontandogli
le mie passioni contrarie:
piante di mare, spine
coronate
di purpurei lampi:
così disposi
il mio giardino di sabbia.

Dichiarai suburbana
la fragranza
della violacciocca che il vento
lì sparse con invisibili dita.

Oggi sono tornato
dopo lunghi
mesi,
simili a secoli, anni
di ombra, luce e sangue,
a piantare
violacciocche
a Isla:
timidi fiori,
appena
luce fragrante,
protagonisti puri
del silenzio:
adesso
vi amo
perché
imparai
la chiarezza
camminando
e inciampando
per la terra,
e
quando caddi con la testa
rotta, un
bagliore
violaceo,
un raggio bianco,
un odore infinito di fazzoletto
mi accolse:
le povere violacciocche
di fedele aroma, di perduta neve
mi aspettavano: circondarono
la mia testa
con stelle o mani
conosciute,
riconobbi
l’aroma
provinciale,
ritornai a vivere quella
intimità fragrante.

Amate violacciocche,
dimenticate,
perdonatemi.
Adesso
i vostri
celestiali fiori
crescono
nel mio giardino di sabbia,
impregnando
il mio cuore
di aromi amorosi:
nel pomeriggio
rovescia
il cristallino vento dell’oceano
gocce di sale azzurro,
neve marina.

Tutto alla chiarezza è ritornato.
Mi sembra
improvvisamente
che il mondo
sia più
semplice,
come
se si fosse riempito
di violacciocche.
Preparata
è
la terra.
Incomincia
semplicemente
un nuovo giorno di violacciocche.
    1956

ODE ALL’AROMO

Varietà di pianta dai rami spinosi e fiori gialli molto odorosi (acacia farnesiana)

Vapore o nebbia o nube
mi circondavano.
Andavo per San Jerónimo
verso il porto
quasi addormentato quando
dall’inverno
una montagna
di luce gialla,
una torre fiorita
risalì la strada e tutto
si riempì di profumo.

Era un aromo.

La sua altezza
di padiglione florido
si costruì
con miele e sole e aroma
e in esso
io
vidi
la cattedrale del polline,
la profonda
città
delle api.

Lì me ne stetti muto
e erano i monti
del Cile, nell’inverno,
sottomarini,
remoti,
sepolti
nell’acqua invisibile
del cielo argentato:
solamente
l’albero della mimosa
dava nell’ombra
grida
gialle
come se
dalla primavera errante
si fosse staccata
una campana
e lì
stesse
ardendo
in
quel
albero sonoro,
giallo,
giallo
come nessuna cosa può esserlo,
né il canarino, né l’oro,
né la pelle del limone, né la ginestra.

Aromo
,
sole terrestre,
esplosione
di profumo,
cascata,
cataratta,
chioma
di tutto il giallo
sparso
in una sola onda
di fogliame,
aromo
anticipato
in quello
australe
inverno
come
un
valoroso
militare
giallo,
prima della battaglia,
nudo,
disarmato,
di fronte
ai battaglioni della pioggia,
aromo,
torre
dal-
la
luce
fragrante,
precedente
falò
della
primavera,

salute

salute

pesante è il tuo lavoro
e un giallo amore è la tua robustezza.

Ti proclamo
favo
del mondo:
vogliamo
per un istante
essere
calabroni
silvestri,
eleganti, alcoliche
vespe,
mosconi di miele
e velluto,
immergere
gli occhi,
la camicia,
il cuore,
i capelli
nel tuo tremore fragrante,
nella tua coppa
gialla
fino a essere solamente aroma
nel tuo
pianeta,
polline di onore, intimità dell’oro,
piuma della tua fragranza.
    1956

ODE A UN GRANDE TONNO NEL MERCATO

Nel mercato verde,
pallottola
del profondo
oceano,
proiettile
natatorio,
ti vidi,
morto.

Tutto intorno a te
erano lattughe,
schiuma
della terra,
carote,
grappoli,
ma
della verità
marina,
dello sconosciuto,
della
insondabile
ombra,
acqua
profonda,
abisso,
solamente tu sopravvivevi
catramato, verniciato,
testimone
della profonda notte.
Solamente tu, pallottola oscura
dell’abisso,
sicura,
distrutta
solamente in un punto,
sempre
rinascendo,
ancorando nella corrente
le sue alate pinne,
circolando
nella velocità,
nel corso
del-
la
ombra
marina
come luttuosa freccia,
dardo del mare,
intrepida oliva.

Morto ti vidi,
defunto re
del mio proprio oceano,
veemenza
verde, abete
sottomarino,
noce
dei maremoti,
lì,
spoglia morta,
nel mercato
era
tuttavia
la tua forma
l’unica cosa diretta
tra
la confusa sconfitta
della natura:
eri
solo come una nave,
armato
tra legumi,
con pinna e prua scure e oliate,
come se ancora tu fossi
l’imbarcazione del vento,
l’unica
e pura
macchina
marina:
intatta navigavi
le acque della morte.
    1956

ODE AL PESCHERECCIO

All’improvviso nella notte pura
e stellata
il cuore della barca, le sue arterie,
scattarono,
e occulte
serpentine costruirono
nell’acqua
un castello
di serpenti:
il fuoco distrusse quanto aveva
nelle sue mani
e quando con la sua lingua
toccò
la chioma
della polvere da sparo
scoppiò
come un tuono,
come sconfitta capsula,
l’imbarcazione da pesca.
Quindici
furono i
morti
pescatori,
disseminati
nella
notte fredda.

Mai
ritornarono da questo viaggio.
Né un solo dito di uomo,
né un solo piede nudo.

È poca morte quindici
pescatori
per il terribile
oceano
del Cile,
ma
quei
morti erranti,
espulsi
dal cielo e dalla terra
da tanta solitudine in movimento,
furono
come cenere
inesauribile,
come acque luttuose
che cadevano
sopra
le uve della mia patria,
pioggia,
pioggia
salata,
pioggia divoratrice che colpisce
il cuore del Cile e i suoi garofani.

Molti
sono,
si,
i morti
di terra e di mare,
i poveri
della miniera
ingoiati
dalla scura
marea della terra,
corrosi
dai
solforici
denti
del minerale andino,
e nella
strada,
nella fabbrica,
nel
tristissimo ospedale
dell’abbandono.
Si,
sono
sempre
poveri
i prescelti
dalla morte,
i raccolti in grappolo
dalle mani gelate
della raccoglitrice.

Ma questi
dispersi
in piena, in piena ombra,
con stelle
verso tutte le acque
dell’oceano,
quindici
morti
erranti,
poco
a
poco
integrati
col sale, con l’onda,
con la schiuma,
questi
senza dubbio
furono
quindici
pugnali
conficcati
nel cuore marino
della mia povera
famiglia.

Solamente
possiederanno l’ampia
bara dei acqua scura,
l’unica luce
che veglierà
i loro corpi
sarà
l’eternità
delle stelle,
e mille anni
vedova
vagherà per il cielo
la notte del naufragio,
quella notte.

Ma
dal mare
e dalla terra
torneranno
qualche giorno
i nostri morti.
Torneranno
quando
saremo
veramente
vivi,
quando
l’uomo
si sveglierà
e i popoli
cammineranno,
essi
dispersi, soli, confusi
col fuoco e l’acqua,
essi
triturati, bruciati,
in terra o mare, forse
saranno riuniti
finalmente
nel nostro sangue.
Meschina
sarebbe la vittoria solamente nostra.
Essa è il fiore finale dei caduti.
    1956

ODE ALLA BICICLETTA

Andava
per la strada
crepitando:
il sole si sgranava
come mais ardete
e era
la terra
calda
un infinito circolo
con cielo in alto
azzurro, disabitato.

Passarono
vicino a me
le biciclette,
gli unici
insetti
di quel
minuto
secco dell’estate,
riservate,
veloci,
trasparenti:
mi sembrarono
soltanto
movimenti dell’aria.

Operai e ragazze
alle fabbriche
andavano
consegnando
gli occhi
all’estate,
le teste al cielo,
seduti
sulle
elitre
delle vertiginose
biciclette
che fischiavano
attraversando
ponti, rosai, rovi
e mezzogiorno.

Pensai al pomeriggio quando
i ragazzi
si lavano,
cantano, mangiano, alzano
una coppa
di vino
in onore
dell’amore
e della vita,
a alla porta
aspettava
la bicicletta
immobile
perché
soltanto
di movimento fu la sua anima
e lì caduta
non è
insetto trasparente
che percorre
l’estate,
ma
scheletro
freddo
che solo
recupera
un corpo errante
con l’urgenza
e la luce,
cioè,
con
la
resurrezione
di ciascun giorno.
    1956

ODE AL BOSCO DELLE PETRAS

(o PITRA) Mirtacea arborea medicinale, dalle bacche nere commestibili; la polvere delle sue foglie e la corteccia si usano in agricoltura come insetticidi (Myrcengenia pitra)

Per la costa, tra gli
eucalipti azzurri
e le dimore nuove
di Algarrobo,
c’è un bosco
solenne:
un antica
manciata di alberi
che dimenticò la morte.

I secoli
attorcigliarono
i loro tronchi, cicatrici
coprirono ogni ramo,
cenere e lutto
caddero sopra le loro antiche chiome,
si intrecciò il fogliame
dell’uno e dell’altro
come tele titaniche
di ragni
e fu il fogliame come dita
di agonizzanti verdi
annodati
l’uno all’altro e pietrificati.

Il vecchio bosco vive
ancora, qualche nuova
foglia spunta nell’altezza,
un nido
palpitò
nella primavera,
una goccia
di resina fragrante
cade nell’acqua e muore.
Quieta, quieta è l’ombra
e il silenzio compatto
è
come
cristallo nero
tra le vecchie braccia
degli svenuti candelabri.
Il suolo di solleva,
i piedi nodosi si dissotterrano
e sono morti di pietra,
statue rotte, ossa,
le radici
che affiorano dalla terra.

Di notte
lì il silenzio
è un profondo lago
da cui salgono
sommerse
presenze,
chiome
di muschio
e di liane,
occhi
antichi
con
luce
di turchese,
cenerine lucertole dimenticate,
orgogliose donne pazzamente morte,
guerrieri
affascinatori,
riti
araucani.

Si popola il vecchio bosco
delle Petras
come un salotto
selvaggio
e poi
ombra,
pioggia,
tempo,
oblio
cadono
spegnendolo.

Gli invisibili esseri
si ritirano
e il vecchio bosco
ritorna
alla sua immobilità, alla sua solenne
virtù di pietra e sonno.
    1956

ODE ALLA NAVE NELLA BOTTIGLIA

Mai navigò
nessuno
come nella tua barca:
il giorno
trasparente
non ebbe
imbarcazione alcuna
come
questo minimo
petalo
di vetro
che imprigionò
la tua forma
di rugiada,
bottiglia,
nel cui
vento
va il veliero,
bottiglia,
sì,
o vivente
traversata,
essenza
del tragitto,
capsula
dell’amore sopra le onde,
opera
delle sirene!

Io so che
nella tua gola
delicata
entrarono
piccoletti
carpentieri
che volavano
su un’ape, mosche che portavano
sul loro dorso
attrezzi,
chiodi, tavole,
corde
minute,
e così in una bottiglia
la perfetta nave
crebbe:
lo scafo fu la noce della sua bellezza,
come spille elevò i suoi alberi.

Allora
alle
sue
pic-
co-
lis-
sime
isole
ritornò l’arsenale
e per navigar
nella bottiglia
entrò
cantando
la minuscola, azzurra
marineria.

Così, bottiglia,
dentro
il tuo
mare, il tuo cielo,
si costruì
una nave
piccola, si,
minuscola
per l’immenso mare che la attendeva:

la verità
è che nessuno
la costruì
e non navigherà se non nei sogni.

ODE AL PALOMBARO

Uscì l’uomo di gomma
dai mari.
Seduto
sembrava
re
rotondo
dell’acqua,
polpo
segreto
e grasso,
vita
troncata
da invisibile alga.

Dall’oceanica barca
scesero
pescatori
straccioni,
violacei
per la notte
sull’oceano,
scesero
sollevando
grandi pesci fosforici
come
fuoco voltaico,
i ricci cadendo
ammucchiarono
sulle sabbie
il rancore fragile
delle loro spine.

L’uomo
sottomarino
estrasse le sue grandi gambe,
maldestramente
vacillò fra intestini
orribili di pesci.
I gabbiani fendevano
l’aria libera con
i loro veloci becchi,
e il palombaro
come un ubriaco
camminava
sulla spiaggia,
maldestro
e scontroso,
rinfoderato
non soltanto
nel suo vestito di cetaceo,
ma ancora
metà mare
e metà terra,
senza sapere come
guidare gli immensi
piedi di gomma.

Lì stava nascendo.
Si separò
dal mare
come dall’utero,
innocente,
e era cupo, fragile
e selvaggio,
come
uno
appena
nato.
Ogni volta
gli toccava
nascere
dalle acque
o la sabbia.
Ogni giorno
scendendo
dalla prua
alle crudeli
correnti,
al freddo
del Pacifico
cileno,
il palombaro
doveva
nascere,
farsi
mostruoso,
ombra,
avanzare
con cautela,
imparare
a muoversi
con lentezza
di luna
sottomarina,
avere
a fatica
pensieri
d’acqua,
raccogliere
gli ostili
frutti, stalattiti
o tesori
della profonda solitudine
di quei
bagnati
cimiteri,
come se raccogliesse
cavolfiori,
e quando come un globo
di aria scura
saliva
verso
la luce, verso
la sua Mercedes,
la sua Clara, la sua Rosaura,
era difficile
camminare,
pensare, mangiare
di nuovo.
Tutto
era principio
per
quell’uomo tanto grande
tuttavia incompiuto,
traballante
tra l’oscurità
degli abissi.

Come tutte le cose
che appresi
nella mia esistenza,
vedendole, conoscendo,
appresi che essere palombaro
è un mestiere
difficile? No!
Infinito.

ODE AL CACTUS SPOSTATO

Portammo un gran cactus
di entroterra
fino alla spiaggia verde.

Aveva le radici
il gigante
messe
nella pietra
e si afferrava
a quella dura
maternità
con sotterranei,
implacabili
vincoli.

Il piccone
cadeva
alzando
polvere
e fuoco,
la roccia
si scuoteva come
se partorisse,
e a fatica
si muoveva
l’obelisco verde,
corazzato
con tutte le spire
della terra,
finché
con un laccio
lo legammo
in alto
e tirando
tutti insieme
abbattemmo
la sacra colonna
dei monti.

Allora
custodito
e fermato,
avvolto in
sacco e corde
trascinammo
la sua irsuta
statura,
ma
appena
qualcuno
avvicinò la mano
al vegetale ardente,
questi
gli lanciò le sue spine,
e con sangue segnò la morsicatura.

Lo piantammo
orientato al mare cupo,
alto
contro
le onde,
nemico,
eretto per tutti
gli aculei
dell’orgoglio,
maestoso
nella sua nuova
solennità di statua.
E lì
rimaniamo
improvvisamente
tristi,
gli uomini
dell’impresa,
guardando
l’alto
cactus
dalla montagna andina
trasferito
nella sabbia.

Egli continuò
la sua
aspra
esistenza:
noi
ci guardiamo
come vilipesi,
vecchi
carcerieri.

Vento amaro
del mare
dondolò
l’esile
sagoma
dell’alto solitario con spine:
Egli salutò
l’oceano
con
un
im-
per-
cet-
ti-
bile
mo-
vi-
men-
to
e
conti-
nuò

ele-
va-
to
nel
suo
mi-
ste-
ro.
    1956

ODE ALLA VIA SAN DIEGO

Per la via
San Diego
l’aria di Santiago
viaggiava verso il sud maestoso.
Non viaggiava in treno l’aria.

Va passo a passo
guardando
prima le finestre,
poi i fiumi,
più tardi i vulcani.

Ma,
lungamente,
nell’angolo
di via Alameda
guarda un caffè piccolo
che sembra
un autobus
carico di viaggiatori.
Dopo viene
un negozio
di francobolli, timbri, insegne.
Qui si può
comprare in lettere bianche
e fondo azzurro brunito
l’insegna temibile di “Dentista”.
Mi abbaglia questo negozio.
E quelli che seguono hanno
questo impeto
di quello che volle essere
solamente transitorio
e restò formato
per sempre.
Più lontano
vendono
l’immaginario, l’inimmaginabile,
utensili spaventosi,
incogniti cinti erniari,
induriti
fiori di ortopedia,
gambe
che chiedono corpi,
gomme allacciate
come braccia
di bestie sottomarine.

Procedo guardando porte.
Attraverso
tende,
compro piccole
cose
inutilizzabili.

Sono il croniste errante
della via San Diego.

Al numero 134,
la libreria Araya.
Il vecchio libraio
è una pietra,
sembra il presidente
di una repubblica
smantellata,
di un magazzino verde,
di una nazione piovosa.
I libri
si accumulano. Terribili
pagine che spaventano
il cacciatore di leoni.
Ci sono geografie
di quattrocento tomi:
nei primi
c’è luna piena, gelsomini di arcipelaghi:
gli ultimi volumi
sono solo solitudini:
regni di neve, sussurranti renne.

Nel seguente numero
della strada
vendono poveri giocattoli,
e dalle porte vicine
la carne arrosto
inonda
le narici
della crepuscolare cittadinanza.
Nell’hotel che segue
le coppie
entrano col contagocce:
è tardi
e l’attività
si affretta:
l’amore cerca piume
clandestine.
Più in là vendono testate
di bronzo abbagliante,
letti straordinari
costruiti
forse
in cantieri navali.
Sono come
eterne imbarcazioni gialle:
devono iniziare il viaggio,
riempirsi
con nascite e agonie.
Tutta la via aspetta
l’onda dell’amore e la sua marea.
Sulla finestra
che segue c’è un violino
rotto,
ma arricciato nella sua dolcezza
di sole abbandonato.
Abita questa finestra
incompreso
per le scarpe che si accumularono
sopra di lei e le bottiglie
vuote
che adornano il suo riposo.

Vengono
per la trasmigratoria
via
San Diego
di Santiago del Cile,
in questo anno:
odore di gas, un’ombra,
odore di pioggia secca.
Al passo
degli operai che si sgranarono
dagli agonizzanti autobus
suonano
tutti i tanghi in tutte le radio
nello stesso minuto.

Cerca con me
una coppa gigante,
con bandiera,
onore e monumento
del vino e della patria cristallina.

Comizio lampo.

Gridano
quattrocento operai
e studenti:

Salari!

Il rame per il Cile!
Pane e Pace!

Che scandalo!

Si chiudono
i negozi,
si ode
uno sparo,
escono da tutte le parti
le bandiere.

La via
corre ora
verso l’alto,
verso domani:
un’onda
venuta
dal fondo
del mio paese
in questo fiume
popolare
ricevette i suoi affluenti
da tutta l’estensione del
territorio.

Di notte, la via
San Diego
continua per la città, la luce la riempie.
Poi,
il silenzio
fa scivolare su di essa la sua nave.

Alcuni passi ancora: una campana
che sveglia:
è il giorno che arriva
rumoroso, in autobus sgangherato,
riscuote la sua tariffa mattutina
per vedere il cielo azzurro
solamente un minuto, appena un minuto
prima che le botteghe,
i suoni,
ci ingoino e triturino
nel grande intestino
della via.


ODE ALLA STRADA

Nell’inverno azzurro
col mio cavallo
al passo al passo
senza sapere
perlustro
la curva del pianeta,
le sabbie
ricamate
da una cintura magica
di schiuma,
strade
protette
dal acacie, da boldi (*)
polverosi,
colline, rocce ostili,
boscaglie
avvolte
dal nome dell’inverno.

Ahi viaggiatore!
non vai e non ritorni:
sei
nelle strade,
esisti
nella nebbia.

Viaggiatore
diretto
non a un punto, non a un appuntamento,
bensì solamente
all’aroma
della terra,
bensì solamente all’inverno
nelle strade.
Per questo
lentamente
vado
attraversando il silenzio
e sembra
che nessuno
mi accompagni.

Non è vero.

Le solitudini chiudono
i suoi occhi
e le sue  bocche
solamente
al transitorio, al fugace, all’addormentato.
Io sono sveglio.
E
come
una nave in mare
apro
le acque
e esseri invisibili
accorrono e si separano,
così,
dietro all’aria,
si muovono
e si riuniscono
le invisibili vite
della terra, le foglie
sospirano nella nebbia,
il vento
nasconde
il suo sfortunato volto
e piange
sopra
la punta dei pini.
Piove,
e ogni goccia cade
sopra un piccolo
vaso di terra:
è una coppa di vetro che aspetta
ogni goccia di pioggia.

Andare qualche volta
solamente
per questo! Vivere
la tremante
pulsazione del cammino
con le respirazioni sommerse
del campo nell’inverno:
camminare per essere, senza altra
rotta
che la propria vita,
e come, vicino all’albero,
la moltitudine
del vento
portò pruni, semenze,
liane, rampicanti.
così, vicino ai tuoi passi,
continua a crescere la terra.

Ah viandante,
non è nebbia,
né silenzio,
né morte,
quello che viaggia con te,
ma
tu stesso con le tue molte vite.

Così è come, a cavallo,
superando
colline e praterie,
in inverno,
una volta di più mi sbagliai:
credevo
di camminare per le strade:
non era vero,
perché
attraverso la mia anima
fui viaggiatore
e ritornai
quando non ebbi
più segreti
per la terra
e
essa
li ripeteva colla suo lingua.

In ciascuna foglia c’è il mio nome scritto.

La pietra è la mia famiglia.

In un modo o nell’altro
parliamo o taciamo
con la terra.
    1956

(*) BOLDO: albero semprevedere delle maminiacee; ha foglie coriacee ed ellittiche, con peli stellari nel fascio e numerose ghiandole aromatiche; la sua infuzione si usa per curare il mal di stomaco e di fegato (Peumus boldus)



ODE A UN CAMION COLORATO CARICO DI BOTTI

In impreciso
vapore, aroma o acqua,
sommerse
i capelli del giorno:
errante dolore,
campana
o cuore di fumo,
tutto
fu avvolto
in questo disabitato hangar,
tutto
confuse i suoi colori.
Amico, non si spaventi.

Era solamente
l’autunno
vicino a Melipilla,
nelle strade,
e le foglie
ultime,
come un brivido
di violini,
si lanciavano
dagli alti alberi.

Non succede niente. Aspetta.

Le case, i tetti,
i muri
di calce e fango, il cielo,
erano
una sola minaccia:
erano un libro
grande
con personaggi
sommamente tristi.

Aspettiamo. Aspetta.

Allora
come un toro
attraversò l’autunno
un camion colorato
carico di botti.
Uscì da tanta nebbia
e tanto vago cielo,
rosso, pieno
come una
granata,
allegro come il fuoco,
gettando il suo volto
di incendio, la sua testa
di leone fuggitivo.

Istantaneo, iracondo,
preciso e turbolento,
trepidante e ardente
passò
come una stella colorata.
Io a fatica
potei
vedere
questa anguria
di acciaio, fuoco e oro,
il coro
musicale
delle botti:
tutta questa
simmetria
colorata
fu
solamente
un
grido,
un
brivido
nell’autunno
ma
tutto cambiò:
gli alberi, l’immobile
solitudine, il cielo
e i suoi metalli moribondi
ritornarono a esistere.

Così fu come il fuoco
di un veicolo
che correva ansimante
col suo carico
fu
per me
come se dal freddo della morte
una meteora
sorgesse e mi colpisse
mostrandomi
nel suo splendore collerico
la vita.

Solamente
un camion
carico
di botti,
sfrenato, attraversando
le strade,
vicino a Melipilla, in una
mattina,
accumulò
nel mio petto
straripante
allegria
e energia:
mi tornò l’amore e il movimento.
E sconfisse
come una fiammata
lo scoraggiamento del mondo
    1956


ODE ALLA SCATOLA DA TÈ

Casa da Tè
di quel
paese degli elefanti,
adesso tavolo da lavoro
invecchiato,
piccolo planetario di germogli,
come da un altro pianeta
alla casa
portasti
un aroma sacro,
indefinibile.
Così arrivò da lontano
ritornando
dalle isole
il mio cuore di giovane stanco.
La febbre mi faceva
sudare
vicino al mare, e un
ramo di palme
sopra di me si muoveva
rinfrescando
con aria verde e canto
le mie passioni.

Cassa
di ottone, delicata,
ahi
mi ricordi
le onde di altri mari,
l’annuncio
del
monsone sopra l’Asia,
quando si dondolavano
come
navi
i paesi
nella mano del vento
e Ceylon spargeva
i suoi odori
come una
combattuta
chioma.

Scatola da tè,
come il mio
cuore
portasti
lettere,
brividi,
occhi
che contemplarono
petali favolosi
e anche ahi!
quell’
odore perduto
di tè, di gelsomini, di suoni,
di primavera errante.
    1955


ODE AL CARRO DELLA LEGNA

Il carro della legna
dei boschi.

Fragrante fardello
di legname puro!

Nessuna
mano
su questo
cuore
si fermò,
solamente
l’acciaio
delle asce, il
volo repentino
degli uccelli e, con
la morte,
il bacio
oscuro della terra!

Carri dal monte,
legna
appena ferita,
scontrosi
pali
tagliati
e sanguinanti,
muti,
in ordine, belli
come eroi morti,
appoggiati
nell’ultimo
viaggio
verso
il falò.

Quebracho (*), carrubi,
roveri, pini, rovi,
tronchi bruniti
dalla
crescita
della vita sulla terra,
induriti come minerali
e tuttavia
teneri
padri delle foglie,
del sussurro, del nido,
crollaste
distrutti
da minuscoli
uomini
che sembravano
larve e che
improvvisamente
alzarono le loro asce
come pungiglioni:
poi
cadde l’albero, la terra
suonò
come se la colpissero nelle ossa
e si levò un’onda
di polvere e di profumo
di polveroso aroma.

Anche me
colpisti nella tua caduta:
sopra
il mio cuore
educato nella fredda
ombra
delle montagne
il filo
delle asce
cadde tagliando rami
e alzando voli e suoni!

Ahi! chi
potrà
fermare
il corso
del fiume della legna,
retrocedere il cammino,
restituirlo alla selva:
raddrizzare
di nuovo
la maestà
antica
sopra
la terra assassinata
e attendere
che ritornino
gli uccelli incendiati,
il canto pieno e puro
delle foglie,
la fragrante
salute
del legname!

(*) QUEBRACHO O JABÍ: albero leguminose dal legno rossiccio noto per la sua durezza molto apprezzato nelle costruzioni navali (Copaifera himenaefolia)


ODE ALLA CASA ABBANDONATA

Casa, arrivederci!
Non
posso dirti
quando
ritorneremo:
domani o non domani,
tardi o molto più tardi.

Un viaggio di più, ma
questa volta
io voglio
dirti
quanto
amiamo
il tuo cuore di pietra:
che generosa sei
col tuo fuoco
fervido
nella cucina
e il tuo tetto
su cui cade
sgranata
la pioggia
come se scivolasse
la musica del cielo!

Adesso
chiudiamo
le tue finestre
e una oppressiva
notte prematura
lasciamo che si insedi
nelle stanze.

Oscurata
tu stai vivendo
mentre
il tempo ti percorre
e l’umidità guasta poco a poco la tua anima.
A volte un
topo
rode, alzano le carte
un
mormorio
soffocato,
un insetto
perduto
si colpisce,
cieco, contro i muri,
e quando
piove nella solitudine
talvolta
una goccia
suona
con voce umana,
come se lì stesse
qualcuno pregando.

Solamente l’ombra
conosce
i segreti
delle case chiuse,
solamente
il vento respinto
e sul tetto la luna che fiorisce.

Adesso,
arrivederci, finestra,
porta, fuoco,
acqua che bolle, muro!
Arrivederci, arrivederci,
cucina,
fino a quando
ritorneremo
e l’orologio
sopra la porta
ancora continuerà a palpitare
col suo vecchio
cuore e le sue due
frecce inutili
fisse
nel tempo.
    1956

ODE ALLA CASA ADDORMENTATA

Verso l’interno, in Brasile, per alte sierre
e disboscati fiumi,
di notte, la luna piena…
Le cicale
riempivano
cielo e terra
con la loro telegrafia
crepitante.
La notte è occupata
dalla rotonda
statua
della luna
e la terra
cova
cose cieche,
riempiendosi
di boschi,
di acqua scura,
di insetti vittoriosi.

Oh spazio
della notte
in cui noi siamo:
praterie
in cui solamente
fummo un movimento nel cammino,
qualcosa che corre
e corre
per l’ombra.

Entriamo
Nel-
la
casa notturna,
ampia, bianca, socchiusa,
circondata
come un’isola,
per la profondità del fogliame
e per le onde
chiare
della luna.
Le nostre scarpe per le scale
richiamano
altri antichi
passi,
l’acqua
colpendo
il catino
voleva
dire qualcosa.

Appena
si spensero le luci
le lenzuola
si unirono palpitando
ai nostri sonni.
Tutto
girò
nel centro
della casa in tenebre
svegliata all’improvviso
da brutali
viaggiatori.

Intorno
cicale,
estesa luna,
ombra,
spazio, solitudine
piena di esseri,
e silenzio
sonoro…

sonoro…

spense i suoi occhi,
chiuse tutte
le sue ali
e dormiamo.

ODE AL UN CINEMA DI PAESE

Amore mio,
andiamo
al cinema del paesello.

La notte trasparente
gira
come un mulino
muto, elaborando
stelle.
Tu ed io entriamo
al cinema
del paese, pieno di bambini
e aroma di mele.
Sono le antiche pellicole,
i
sogni già consumati.
Lo schermo è
colore di pietra o piogge.
La bella prigioniera
del villano
ha occhi di laguna
e voce di cigno,
corrono
i più vertiginosi
cavalli
della terra.

I cow boys
perforano
con i loro spari
la pericolosa luna
dell’Arizona.
Con l’anima
di un filo
attraversiamo
questi
cicloni
di violenza,
la formidabile
lotta
degli spadaccini sulla torre,
abili come vespe,
la valanga piumata
degli indiani
apre il suo ventaglio nella prateria.
Molti
dei ragazzi
del paese
si sono addormentati,
stanchi del giorno nella farmacia,
stanchi di pulire nelle cucine.

Noi,
no, amore mio.
Non andiamo a perderci
neanche
questo sogno:
mentre
siamo
vivi
faremo nostra
tutta
la vita vera,
ma anche
i sogni:
tutti
i sogni
sogneremo.
    1956

ODE ALLA SUSINA

Verso la cordigliera
Le strade
vecchie
erano circondate
da susini,
e fra
lo sfarzo
del fogliame,
la verde, la violacea
popolazione dei frutti
rivelava
le sue agate ovali,
i suoi crescenti
piccioli.
Sul suolo
le pozzanghere
riflettevano
l’intensità
del duro
firmamento:
l’aria
era un
fiore
totale e aperto.

Io, piccolo
poeta,
con i primi
occhi
della vita,
andavo sopra
il cavallo
equilibrato
sotto l’alberatura
dei susini.

Così nell’infanzia
potei
aspirare
su
un ramo,
su un ramo,
l’aroma del mondo,
il suo garofano
cristallino.

Da allora
la terra, il sole, la neve,
le raffiche
della pioggia, in ottobre,
sulle strade,
tutto,
la luce, l’acqua,
il sole nudo,
lasciarono
nella mia memoria
odore
e trasparenza
di susina:
la vita
ovalizzò in una coppa
la sua chiarezza, la sua ombra,
la sua freschezza.
Oh bacio
della bocca
sulla susina,
denti
e labbra
pieni
dell’ambra odorosa,
della liquida
luce della susina!

Rami
di alti alberi
severi
e ombrosi
la cui
scura
corteccia
arrampicammo
verso il nido
mordendo
susine verdi,
acide stelle!
Talvolta variai, non sono
quel bambino
a cavallo
per
i
cammini della cordigliera.
Talvolta
più
di una
cicatrice
o bruciatura
dell’età o la vita
mi cambiarono
la fronte,
il petto,
l’anima!

Ma, un’altra volta,
un’altra volta
torno
a essere
quel bambino silvestre
quando
nella mano alzo
una susina:
con la luce
mi sembra
di alzare
la luce del primo giorno
della terra,
la crescita
del frutto e dell’amore
nella sua delizia.

Si,
in questo momento,
sia
come sia, piena
come pane o colomba
o amara
come
slealtà di amico,
io per te alzo una susina
e in essa, nella sua piccola
coppa
di ambra violacea e spessore fragrante
bevo e brindo alla vita
in onore tuo,
sia chi sia, vada dove vada:

Non so chi sei, ma
lascio sul tuo cuore
una susina.
    1956

ODE AL COLOR VERDE

Quando la terra
fu
pelata e silenziosa,
silenzio e cicatrici,
estensioni
di lava secca
e pietra congelata,
apparve
il verde,
il colore verde,
trifoglio,
acacia,
fiume
di acqua verde.

Si sparpagliò il cristallo
insperato
e crebbero
e si moltiplicarono
i numerosi
verdi,
verdi di pascoli e occhi,
verdi di amore marino,
verdi
di campanile,
verdi
sottili, per
la rete, per le alghe, per il cielo,
per la selva
il verde tremante,
per le uve
un acino verde.

Vestito
della terra,
popolazione del fogliame,
non soltanto
uno
ma
la moltiplicazione
dell’ampio verde,
scurito come
notte verde,
chiaro e acuto
come
violino verde,
spesso nello spessore,
metallico, solforico
nella miniera
di rame, velenoso
sulle lance
ossidate,
umido nell’abbraccio
della palude,
virtù della bellezza.
Finestra della luna in movimento,
violacei, morti verdi
che arrossano
alla luce dell’autunno
nei pugnali dell’eucalipto, freddo
come pelle di pesce pescato,
infermità verdi,
neon saturniani
che ti affliggono
con opprimente luce,
verde volante
della nuziale lucciola,
e tenero
verde
soave
della lattuga quando
riceve sole in gocce
dai casti limoni
spremuti
da una mano verde.

Il verde
che non ebbi,
non ho
né avrei,
il fulgore sottomarino e sotterraneo,
la luce
dello smeraldo,
aquila verde tra le pietre, occhio
dell’abisso, farfalla gelata,
stella che non poté
incontrare il cielo
e seppellì
la sua onda verde
nella
più profonda
camera terrestre,
e lì
come rosario
dell’inferno,
fuoco del mare o cuore di tigre,
splendida dormisti, pietra verde,
unghia delle montagne,
fiume fatuo,
statua ostile, indurito verde.
    1956

ODE AL CUCCHIAIO

Cucchiaio,
scodella
del-
la più antica
mano dell’uomo,
ancora
si vede nella tua forma
di metallo o legno
lo stampo
del palmo
primitivo,
da cui
l’acqua
trasferì
freschezza
e il sangue
selvatico
palpitazioni
di fuoco e caccia.

Cucchiaio
piccolino,
nella
mano
del bambino
alzi
alla sua bocca
il più
antico
bacio
della terra,
l’eredità silenziosa
delle prime acque che cantarono
sulle labbra che poi
coprì la sabbia.

L’uomo
aggregò
al vuoto separato
dalla sua mano
un braccio immaginario
di legno
e
uscì
il cucchiaio
per il mondo
ogni
volta
più
perfetto,
abituato
a passare
dal piatto alle labbra boccocini
o a volare
dal-
la povera zuppa
alla dimenticata bocca dell’affamato.

Sì,
cucchiaio,
ti arrampicasti
con l’uomo
sulle montagne,
discendesti i fiumi,
riempisti
imbarcazioni e città,
castelli e cucine,
ma
il difficile cammino
della tua vita
è unirti
col piatto del povero
e con la sua bocca.

Per questo il tempo
della nuova vita
che
lottando e cantando
proponiamo
che sia un arrivo di zuppiere,
una panoplia pura
di cucchiai,
e nel mondo
senza fame
illuminando tutti gli angoli
tutti i piatti posti sulla tavola,
felici fiori,
un vapore oceanico di zuppa
e un totale movimento di cucchiai.

ODE AL PRIMO GIORNO DELL’ANNO

Lo onoriamo
come
se fosse
un cavallino
differente da tutti
i cavalli.
Adorniamo
la sua fronte
con un nastro,
gli poniamo
al collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
andiamo a riceverlo
come se fosse
esploratore che scende da una stella.

Come il pane si assomiglia
al pane di ieri,
come un anello a tutti gli anelli:
i giorni
sbattono le palpebre
chiari, tintinnanti, fuggitivi,
e si riaccostano nella notte oscura.

Vedo l’ultimo
giorno
di questo
anno
in una ferrovia, verso le piogge
del distante arcipelago violaceo,
e l’uomo
della macchina,
complicata come un orologio del cielo,
chinando gli occhi
alla infinita
guida dei binari,
alle brillanti manovelle,
ai veloci vincoli del fuoco.

Oh conduttore di treni
che si gettano
verso stazioni
nere nella notte,
questo finale
dell’anno
senza moglie e senza figli,
non è uguale ad ieri, a domani?
Dalle rotaie
e dalle maestranze
il primo giorno, la prima aurora
de un anno che comincia,
ha il medesimo ossidato
colore del treno di ferro:
e salutano
le sere del viaggio,
le vacche, i villaggi,
nel vapore dell’alba,
senza sapere
che si tratta
della porta dell’anno,
di un giorno
scosso
da campane,
adornato con piume e garofani.

La terra
non lo
sa:
riceverà
questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo estenderà alla colline,
lo bagnerà con
frecce
di
trasparente
pioggia,
e poi
lo arrotolerà
su un tubo,
lo guarderà nell’ombra.
Così è, ma
piccola
porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene sia uguale
come i pani
a tutto il pane,
ti viviamo in un altro modo,
ti mangiamo, per fiorire,
per sperare.
Ti porremo
come una torta
nella nostra vita,
ti incendieremo
come candelabro,
ti berremo
come
se fossi un topazio.

Giorno
dell’anno
nuovo,
giorno elettrico, fresco,
tutte
le foglie spuntano verdi
dal
tronco del tuo tempo.

Incoronaci
con
acqua,
con gelsomini
aperti,
con tutti gli aromi
dispiegati,
sì,
sebbene
solamente
sia
un giorno,
un povero
giorno umano,
la tua aureola
palpita
sopra tanti
affaticati
cuori,
e sei,
oh giorno
nuovo,
oh nube che verrai,
pane mai visto,
torre
permanente!

ODE AL DENTE DI CAPODOGLIO

Dal mare venne qualche giorno
trasudando
esistenza,
sangue, sale, ombra verde,
onda che insanguinò la caccia,
schiuma accoltellata
dall’erotica forma
del suo padrone:
ballo
degli
oscuri,
densi,
monasteriali
capodogli
nel sud dell’oceano
del Cile.
Alto
mare
e marea,
latitudini
del più lontano
freddo:
l’aria
è una
coppa
di
chiarezza gelata
da
dove
corrono
le ali
dell’albatros
come sci del cielo.

Sotto
il mare
è una
torre
sgretolata e costruita,
un tegame in cui bollono
grandi onde di piombo,
alghe che sopra
il lombo delle acque
scivolano
come brividi.
Improvvisamente sopraggiungono
la bocca
della vita
e della morte:
la volta
del semisommerso
capodoglio,
il cranio
delle profondità,
la cupola
che
sopra
l’onda alza
il suo morso,
tutta
la sua
segheria sottomarina.

Si incidono, scintillano
le braci di avorio,
l’acqua
inonda
quell’atroce sorriso,
mare e morte navigano
vicini
alla nave scura che socchiude
come una cattedrale la sua dentatura.
E quando la coda
inferocita
cadde come palma
sopra l’acqua,
l’animale
uscito dall’abisso
ricevette
la scintilla
dell’uomo piccolino
(l’arpione
diretto
dalla mano bagnata
del cileno).

Quando
ritornò
dai
mari,
del suo sanguinoso giorno,
il marinaio
su uno
dei denti
della bestia
incise col suo coltello
due ritratti: una
donna e un uomo
che si congedano,
un navigante
dall’amore
ferito,
una sposa sulla prua
dell’assenza.

Quante
Volte toccò il mio cuore, la mia mano,
quella
luna
di miele
marina
disegnata
sul dente.
Come amai
la corolla
del
doloroso
amore
scritta
sull’avorio
della balena
carnivora,
di capodoglio pazzo.

Soave
linea
del
bacio
fuggitivo,
pennello
di fiore marino
tatuato
sul muso
dell’onda,
sulla fauce terribile
dell’oceano,
sulla scimitarra
scatenata
dal-
le tenebre:

stampato
il canto
del-
l’amore errante,
l’addio
delle
zagare,
la nebbia,
la luce
di quella
alba
bagnata
dalle tempestose lacrime
di aurora baleniera.

Oh amore,

alle labbra
del mare,
condizionato
da
un
dente
dell’onda,
col
rumore
di
un
petalo
generico
(sussurro di ala rotta
tra l’intenso
odore
dei gelsomini)
(amore
di hotel
socchiuso, oscuro,
con edere legate
al tramonto),
(e un bacio
duro come
pietra che assale),
poi
tra bocca e bocca
il mare
eterno,
l’arcipelago,
il collare delle
isole
e le navi
circondate
dal freddo,
attendendo
l’animale azzurro
dalle profondità
australiane
dell’oceano,
l’animale nato
dal diluvio
con la sua ferramenta
di zaffiri.

Ora qui riposa
sopra la mia tavola e davanti
alle acque di marzo.
Già ritorna
al grembo sabbioso della costa,
il vapore dell’autunno, la lampada
perduta,
il cuore di nebbia.
E il dente della bestia,
tatuato dalle dita delicate
dell’amore,
è la più piccola nave
di avorio che ritorna.
Già le vite
dell’uomo ei suoi amori,
il suo arpione sanguinante, tutto
che fu carne e sale, aroma e oro,
per lo sconosciuto marinaio
nel mare della morte si fece polvere.
E solamente della sua vita
rimase il disegno
fatto
dall’amore
sul dente terribile
e il mare, il mare
palpitante,
uguale a ieri, che apre
il suo ventaglio di ferro,
che scioglie e lega
la rosa sommersa
della sua schiuma,
la sfida
del suo va e vieni eterno
    1956

ODE ALL’ETÀ

Io non credo all’età.

Tutti i vecchi
portano
negli occhi
un bambino,
e i bambini
invece
ci osservano
come anziani profondi.

Misureremo
la vita
in metri o chilometri
e mesi?
Tanto da quando nasci?
Quando
devi andare
finché
come tutti
invece di camminare verso l’alto
ci riposiamo, sotto la terra?

All’uomo, alla donna
che consumarono
azioni, bontà, forza,
collera, amore, tenerezza,
a quelli che veramente
vivi
fiorirono
e nella sua naturalezza maturarono,
non avvicineremo noi
la misura
del tempo
che forse
è altra cosa, un mantello
minerale, un uccello
planetario, un fiore,
altra cosa forse,
ma non una misura.

Tempo, metallo
o uccello, fiore
dal grande picciolo,
estendetevi
lungo
gli uomini,
fateli fiorire
e lavateli
con
acqua
aperta
o con sole nascosto.
Ti proclamo
strada
e non sudario,
scala
pura
con scalini
d’aria,
vestito sinceramente
rinnovato
da longitudinali
primavere.

Adesso,
tempo, ti arrotolo,
ti deposito nella mia
cassa silvestre,
e me ne vado a pescare
col tuo filo lungo
i pesci dell’aurora!

ODE ALLA VECCHIA STAZIONE MAPOCHO,
A SANTIAGO DEL CILE

Antico hangar messo
vicino al fiume,
porta del mare,
vecchia Stazione rosa,
sotto le cui
ferruginose cavità
sogni e treni
scendendo sfrenati
trepidarono
verso le onde e le città.
Il fumo, il sogno, l’uomo
fuggitivo,
il movimento,
il pianto,
il fumo, l’allegria
e l’inverno
consumarono i tuoi muri,
corrosero i tuoi archi,
e sei oggi una povera
cattedrale che agonizza.

Fuggirono gli dei
e entrano come cicloni
i treni scacciando le distanze.
Di un altro tempo gentile
e miserabile
sei
e la tua nave di ferro
alimentò le crinoline
e i sombreri alti,
mentre
sordida era la vita dei poveri
che come un mare amaro
ti circondava.
Era il passato, il paese
senza bandiere,
e tu risplendevi
luminosa
come una gabbia nuova:
con la sua striscia di fango
il fiume Mapocho
grattava le tue
pareti,
e i bambini dormivano
nelle ali della fame.

Vecchia Stazione, non solamente
scorrevano
le acque del Mapocho
verso l’oceano,
ma anche
il tempo.
Le eleganti
uccelli
che
partivano
invecchiarono o
morirono a Parigi, di alcolismo.
Altra gente
arrivò,
riempì i treni,
mal vestiti viaggiatori,
con cesti,
bandiere
sopra minacciose moltitudini,
e la vecchia Stazione
reazionaria
si appassì. La vita
crebbe e moltiplicò il suo potere
intorno a tutti i viaggiatori,
e essa, immobile, sacra,
invecchiò, addormentata,
vicino al fiume.

Oh antica
Stazione,
fresca come un tunnel,
furono
con te
verso i sette oceani
i miei sogni,
verso Valparaíso,
verso le isole
pure,
verso il brivido della schiuma
sotto
la rettitudine
delle palme!

Sulle tue banchine
non solamente
i viaggiatori dimenticarono
fazzoletti,
rami
di rose spente,
chiavi,
ma
segreti, vite,
speranze.
Ahi, Stazione
non sa
il tuo silenzio
che fosti
le punte di una stella
sparsa
verso la grandezza
delle maree,
verso
la lontananza
nelle strade!

Ti abituò
la notte
al suo vestito
e il giorno
fu
terribile
per il tuo vecchio volto

dipinto falsamente
per una festa,
mentre il tuo sotterraneo
cuore
si nutriva
di distanti addii
e radici.

Ti amo
vecchia Stazione
che vicino
al fiume scuro,
alla corrente torbida
del Mapocho,
fondasti
con ombre passeggere,
il tuo proprio fiume
di amore intermittente, interminabile.

ODE A UNA STELLA

Affacciato di notte
sulla terrazza
di un grattacielo altissimo e amaro
potei toccare la volta notturna
e in un atto di amore straordinario
mi impadronii di una celeste stella.

Scura era la notte
e io mi facevo scivolare
per la strada
con la stella rubata in una tasca.
Di cristallo tremolante
sembrava
ed era
improvvisamente
come se portasse
un pacchetto di ghiaccio
o una spada di arcangelo nella cintura.

La riposi
timoroso
sotto il letto
perché non la scoprisse nessuno,
ma la luce
attraversò
per primo
la lana del materasso,
poi
le tegole,
il tetto della mia casa.

Scomode
si fecero
per me
le più private attività.

Sempre con questa luce
di astrale acetilene
che palpitava come se volesse
ritornare alla notte,
io non potevo
preoccuparmi di tutti
i miei doveri
e così fu che dimenticai di pagare i miei conti
e restai senza pane né provviste.

Nel frattempo, nella strada,
si ammutinavano
passanti, mondani
venditori
attratti senza dubbio
dal fulgore insolito
che vedevano uscire dalla mia finestra.

Allora
presi
un’altra volta la mia stella,
con attenzione
la avvolsi nel mio fazzoletto
e mascherato tra l’affollamento
potei passare senza essere riconosciuto.
Mi diressi all’ovest,
al fiume Verde,
che lì sotto i salici
è tranquillo.

Presi la stella della notte fredda
e soavemente
la misi sopra le acque.

E non mi sorpresi
che si allontanasse
come un pesce insolubile
muovendo
nella notte del fiume
il suo corpo di diamante.

ODE A DEI FIORI GIALLI

Contro l’azzurro muoveva i suoi azzurri,
il mare, e contro il cielo,
dei fiori gialli.

Ottobre arriva.

E benché sia
tanto importante il mare sviluppando
il suo mito, la sua missione, il suo lievito,
esplode
sopra la sabbia l’oro
di una sola
pianta gialla
e si legano
i tuoi occhi
alla terra,
fuggono dal grande mare e dai suoi battiti.

Polvere siamo, saremo.

Né aria, né fuoco, né acqua
ma
terra,
solo terra
saremo
e forse
dei fiori gialli.

ODE AI FIORI DI DATITLA

Sotto i pini la terra prepara
piccole cose pure:
erbe sottili
dai cui fili
si impennano minuscoli fanali,
capsule misteriose
piene di aria perduta,
ed è diversa lì
l’ombra,
filtrata
e fiorita,
lunghi aghi verdi sparsi
dal vento che attacca e mette in disordine
i capelli dei pini.
Sulla sabbia
capitano
petali frammentari,
calcinate cortecce,
pezzi azzurri
di legno morto,
foglie che la pazienza
degli scarabei
boscaioli
cambia di posto, migliaia
di coppe minime
l’eucaliptus lascia
cadere
sopra
la sua
fresca e fragrante
ombra
e ci sono
erbe
simili a flanella
e argentate
con morbidezza
di guanti,
bastoni
di orgogliose spine,
irsuti padiglioni
di acacia scura
e fiori colore di vino,
stiance, spighe,
cespugli,
ruvidi steli riuniti come
ciuffi nella sabbia,
foglie
rotonde
di ombroso verde
tagliato con forbici,
e tra l’alto giallo
che improvvisamente
alza
una silvestre
circonferenza d’oro
fiorisce la tigridia
con tre
lingue di amore
ultravioletto.

Sabbie di Datitla
vicino
all’aperto estuario
de La Plata, nelle prime
onde del grigio Atlantico,
solitudini amate,
non solamente
al penetrante
odore e movimento
di pinete marittime
mi riportaste,
non solamente
al miele dell’amore e alla sua delizia,
ma alle circostanze
più pure della terra:
alla secca e scontrosa
Flora del Mare, dell’Aria,
del Silenzio.

ODE AL GALLO

Vidi un gallo
dal piumaggio
castigliano:
da tela nera e bianca
tagliarono
la sua camicia,
i suoi pantaloni corti
e le piume arcuate
della sua coda.
Le sue zampe affondate
in stivali gialli
facevano
brillare gli speroni
provocatori
e
la superba
testa
incoronata
di sangue
si sosteneva
su tutta quella eleganza:
la statua
dell’orgoglio.

Mai
sulla
terra
vidi tale sicurezza,
tale leggiadria:
era
come se il fuoco
inalberasse
la precisione finale
della sua bellezza:
due scuri
scintillii
neri corvini
erano
appena
gli sdegnosi occhi
del gallo
che camminava come
se danzasse
pestando quasi senza toccare la terra.

Ma appena
un chicco
di mais, un frammento
di pane videro i suoi occhi,
li prese nel becco
come un gioielliere
alza
con dita delicate un diamante,
poi
chiamò con gutturali oratorie
le sue galline
e dall’alto lasciò loro cadere
l’alimento.

Presidente non ho visto
con galloni e stelle
adornato
come questo
gallo
che spartiva
frumento,
né ho visto
inaccessibile
tenore
come questo puro
protagonista d’oro
che dal
trono
centrale del suo universo
protesse le donne
della sua tribù
senza vantarsi
ma orgoglioso,
guardando in tutti i lati,
prendendo
l’alimento
dalla terra
solamente
per la sua avida
famiglia,
dirigendo i passi
al sole, ai pendii,
a altro chicco
di frumento.

La tua dignità di torre,
di guerriero
benigno,
il tuo inno
verso le alture
indirizzato,
il tuo rapido
amore, rapimento
si ombre piumate,
celebro,
galla
nero
e bianco,
eretto,
riassunto
della virile integrità campestre,
padre
dell’uovo fragile, paladino
dell’aurora,
uccello della superbia,
uccello senza nido,
che all’uomo
destinò il suo sacrificio
senza sottomettere
la sua stirpe,
né demolire il suo canto.

Non ha bisogno di volo
la tua eleganza,
maresciallo dell’amore
e meteora
a tante eccellenze
dedito,
che sì
questa
ode
cada
nel pollaio
la spiluccherai con disprezzo sommo
e la ripartirai fra le tue galline.



ODE AL GLOBO TERRESTRE

Rotondo e liscio
come
una mela,
globo purificato…

Nella tua limpidezza
le cordigliere
aspre, le punte
del pianeta, si fecero
soavità, le cavità
che colpiscono l’oceano
o perpetrano nella pietra
la cascata,
nel tuo contorno verde,
pelle satinata sono,
rotonda capsula
di soavi continenti e contatti.

Nessuno distingue
nei tuoi bruniti emisferi,
nell’ottone levigato
del globo della terra,
i terribili sforzi degli uomini.
Nessuno respira
polvere mortale, zolfo
nel deserto,
catrame negli acquitrini, fango
di  natura pestilente.
Non vediamo chi cammina
nell’ovaio torbido
dei fiumi
con lentezza pesante,
passo a passo, attorniato
da foglie e vapori
e radici.

Quando nella neve
il freddo
ti accoltella,
o nel mare
una onda
si scarica
come
repentina, violenta
dinamite,
non sei,
terra,
rotonda e limpida
uva,
ma
ferruginosa
capigliatura,
frusta dell’abisso!

E quando i vulcani
aprono
la loro cassa
di
segreto
fuoco,
e la montagna
è
sangue,
cenere,
cicatrici,
tuono,
oh mappamondo,
non sei
un globo
di
pelle pura,
ma
una bollente e orrida
sorgente
dell’inferno.

Nella tua carta,
verde, rosata,
i paesi
si coricano
trasparenti
come alghe,
ma
proprio lì,
gravi
moltitudini,
movimenti
dell’uomo, miti,
sangue,
ragione,
oscurità,
storia,
tremano, si sviluppano
con movimento eterno.

In ciascuna
delle verdi praterie
della mappa e delle sue regioni
si incendiano
e si spengono
le vite,
si riuniscono,
si consumano
e ritornano poi
alle
aspre
mani
della terra.

Le città
elevano
i loro mattoni,
le loro lance,
i loro segni
orgogliosi,
le loro
erette
odi,
le loro cappe di miseria,
di abbandono,
di lacrime
e lotte,
e sul tuo rotondo
ventre
planetario
non accade
niente,
non germina
frumento,
né si precipita
l’acqua
smisurata
delle inondazioni.

Tu, mappamondo,
oggetto,
sei
bello come
una colomba verde opulenta,
o come una
esaltante cipolla,
ma
non
sei
la terra, non
hai
freddo, sangue,
fuoco, fertilità.
Una donna, un uomo,
o la piccola mano
di un bambino
povero o una
semplicissima
castagna,
rappresentano
più che la tua rotondità
il nostro pianeta.
Non hanno paralleli,
numeri né meridiani:
tutto è stella,
tranne la tua fredda forma:
globo
bello,
tutto ha la terra
che tu non hai.

Non continuare
A mentire
con la tua convessa pelle, con la tua limpidezza.
Io voglio vedere
il mondo
aspro
e veritiero
perché non siamo
punti,
linee,
segni,
di mappa planetaria.
Siamo gli uomini
germi
oscuri
di chiarezza che dalle nostre mani
inonderà la terra.


ODE ALLA GIARDINIERA

Si, io sapevo che le tue mani erano
la violacciocca fiorita, il giglio
d’argento:
qualcosa che aveva a vedere
col suolo,
con la fioritura della terra,
ma
quando
ti vidi scavare, scavare,
allontanare pietruzze
e maneggiare radici
seppi immediatamente,
agricoltrice mia,
che
non solamente
le tue mani
ma anche il tuo cuore
erano di terra,
che lì
stavi
facendo
cose tue,
toccando
porte
umide
da cui
circolano
le
sementi.

Così, puoi,
dall’una all’altra
pianta
appena
piantata,
col volto
schizzato
da un bacio
del fango,
andavi
e ritornavi
fiorendo,
andavi
e dalla tua mano
il fusto
della alstroemeria (*)
elevò la sua eleganza solitaria,
il gelsomino
acconciò
la nebbia della tua fronte
con stelle di aroma e di rugiada.
Tutto
da te cresceva
penetrando
nella terra
e si faceva
immediata
luce verde,
fogliame e ricchezza.
Tu le comunicavi
le tue sementi,
amata mia,
giardiniera rossa:
la tua mano
si dava del tu
con la terra
e era istantanea
la chiara crescita.

Amore, così anche
la tua mano
di acqua,
il tuo cuore di terra,
dettero
fertilità
e forza alle mie canzoni.

Tocchi
il mio petto
mentre dormo
e gli alberi germogliano
dal mio sonno.
Sveglio, apro gli occhi,
e hai piantato
dentro di me
attonite stelle
che crescono
col mio canto.

È così, giardiniera:
il nostro amore
è
terrestre:
la tua bocca è pianta della luce, corolla,
il mio cuore lavora sulle radici.
    1956

(*) amarildacea americana dai bei fiori (A. psittaccina, A. aurantiaca ed altre specie del medesimo genere.

ODE AL LIBRO DI STAMPE

Libro di stampe pure!

Farfalle,
navi,
forme del mare, corolle,
torri che si inclinarono,
occhi oscuri, umidi,
rotondi come uva,
libro
liscio
come
un
pezzo
scivoloso,
libro
di mille
squame,
ogni pagina
corre
come
un destriero
cercando
lontane cose, fiori
dimenticati!

Altre pagine sono
falò o garofani,
rossi rami di pietra
incendiate
dal rubino segreto
o ci rivelano
la neve,
le colombe
di Norvegia,
l’architettura chiara della rugiada.

Come poterono
unirsi
sulla tua carta
tante bellezze,
tante
spedizioni
infinite?

Come
arrivò
a sfolgorare in te
la inaccessibile
luce
del-
la farfalla
sambucaria
con le sue fosforescenti
popolazioni di bruchi,
e allo stesso
tempo
quella
dolce
locomotiva
che attraversa le praterie
come un
piccolo
toro
ardente
e duro,
e tante
piante del sole lontano,
eleganti
vespe,
serpenti sottomarini,
incredibili
cammelli?

Mondo dei miracoli!

Spirale
insaziabile
o chioma
di tutte
le strade,
dizionario
del vento,
libro
pieno di adorazioni stellate
di magnanimi
frutti e regioni,
tesoriere
imbarcato
col suo tesoro,
granata
sgranata,
libro
errante!

ODE AL LIMONE

Da quelle zagare
scatenate
dalla luce della luna,
da quell’
odore di amore
esasperato,
immerso nella fragranza,
uscì
dal limone il giallo,
dal sua planetario
scesero sulla terra i limoni.

Tenera merce!
Si riempirono le coste,
i mercati,
di luce, di oro
silvestre,
e aprimmo
due metà
di miracolo,
acido congelato
che scorreva
dagli emisferi
di una stella,
e il liquore più profondo
della natura,
intrasferibile, vivo,
irriducibile,
nacque dalla freschezza
del limone,
dalla sua casa fragrante,
dalla sua acida, segreta simmetria.

Nel limone tagliarono
i coltelli
una piccola
cattedrale,
l’abside nascosta
aprì alla luce le acide vetrate colorate
e nelle gocce
scivolarono i topazi,
gli altari,
la fresca architettura.

Così, quando la tua mano
impugna l’emisfero
del tagliato
limone sopra il tuo piatto,
un universo d’oro
spargesti,
una
coppa gialla
con miracoli,
uno dei capezzoli odorosi
del petto della terra,
il raggio della luce che si fece frutta,
il fuoco minuto di un pianeta.
    1956

ODE ALLA LUCE INCANTATA

La luce sotto gli alberi,
la luce dall’alto cielo.
La luce
verde
infrascata
che sfolgora
sulle foglie
e cade come fresca
sabbia bianca.

Una cicale eleva
il suo suono di segheria
sopra la trasparenza.

È una coppa piena
di acqua
il mondo.

ODE ALLA LUCE MARINA

Un’altra volta, spaziosa
luce marina
cadendo dalle anfore
del cielo,
salendo dalla schiuma,
dalla sabbia,
luce agitata sopra
l’estensione dell’oceano,
come un
combattimento di coltelli
e lampi,
luce del sale caldo,
luce del cielo
elevato
come torre del mare sopra le acque.

Dove
sono le tristezze?

Il petto si apre
convertito
in ramo,
la luce scuote
sul nostro
cuore
i suoi papaveri,
brillano
nel giorno del mare
le cose
pure,
le pietre
visitate
dall’onda,
i frammenti
vinti
di bottiglie,
vetri
dell’acqua,
soavi,
levigati
dalle sue dita
di stella.
Brillano
i
corpi
degli uomini salmastri,
delle donne
verdi,
dei bambini
come alghe,
come
pesci che saltano
nel cielo,
e quando
una finestra
chiusa, un vestito,
un monte oscuro,
si azzarda
a gareggiare
macchiando il biancore,
arriva la chiarezza a borbotti,
la luce
distende i suoi tubi
e attacca l’insolente
ombra
con braccia bianche,
con tovaglie,
con talco e onde d’oro,
con stupenda schiuma,
con carri di giglio.

Potere
della luce cresciuto nello spazio
onda che ci attraversa
senza bagnarci, anca
dell’universo,
rosa
rinascitrice, rinata:
apri
ogni giorno i tuoi petali,
le tue palpebre,
che la velocità della tua purezza
estenda i nostri occhi
e ci insegni a vedere onda per onda
il mare
e fiore a fiore la terra.
    1956

ODE ALLA MAGNOLIA

Qui nel fondo
del Brasile profondo,
una magnolia.

Si alzavano
come
boa neri
le radici,
i tronchi degli alberi
erano
inspiegabili
colonne con spine.
Intorno
le coppe
dei manghi
erano
città
ampie, con balconi,
abitati da
uccelli
e stelle.
Cadevano
Tra le foglie
cenerine, antiche
chiome,
fiori terribili
con bocche voraci.
Intorno cresceva
il silenzioso
terrore
di animali, di denti
che mordevano:
patria disperata
di sangue e ombra verde!

Una magnolia
pura,
rotonda come un circolo
di neve,
crebbe verso la mia finestra
e mi riconcilio con la bellezza.
Tra le sue lisce foglie
- ocra e verde –
chiusa,
era perfetta
come un uovo
celeste,
aperta
era la pietra
della luna,
afrodita fragrante,
pianeta di platino.
I suoi grandi petali mi ricordarono
le lenzuola
della prima luna
innamorata,
e il suo pistillo
eretto
era torre nuziale
delle api.

Oh bianchezza
fra
tutte le bianchezze,
magnolia immacolata,
amore splendente,
odore di neve bianca
con limoni,
segreta segretaria
dell’aurora,
cupola
dei cigni,
apparizione raggiante!

Come
cantarti senza
toccare
la tua
pelle purissima,
amarti
solamente
al piede
della tua bellezza,
e portarti
addormentata
nell’albero della mia anima,
splendente, aperta,
abbagliante.
sopra la selva oscura
dei sogni!

ODE AL MAIS

America, da un chicco
di mais di elevasti
fino a riempire
di terre spaziose
lo spumoso
oceano.
Fu un chicco di mais la tua geografia.
Il chicco
diventò una lancia verde,
la lancia verde si coprì l’oro
e abbellì l’altitudine
del Perù col suo pampino giallo.

Ma, poeta, lascia
la storia nel suo sudario
e loda con la tua lira
il chicco nei suoi granai:
canta il semplice mais delle cucine.

Primo soave barba
agitata nell’orto
sopra i teneri denti
della giovane pannocchia.
Poi si aprì l’involucro
e la fecondità ruppe i suoi veli
di pallido papiro
perché si sgrani
la risata del mais sopra la terra.

Alla pietra
nel tuo viaggio, ritornavi.
Non alla pietra terribile,
al sanguinario
triangolo della morte messicana,
ma alla pietra da macinare,
sacra
pietra delle nostre cucine.
Lì latte e materia,
poderosa e nutritiva
polpa delle paste
arrivasti ad essere pasticcio
per miracolose mani
di donne brune.

Dove cadi, mais,
nella pentola illustre
delle pernici o tra i fagioli
campestri, illumini
il cibo e lo avvicini
al verginale sapore della tua sostanza.

Morderti,
pannocchia di mais, vicino all’oceano
di cantata remota e valzer profondo.
Bollirti
e che il tuo aroma
per le sierras azzurre
si dispieghi.

Ma, dove
non arriva
il tuo tesoro?

Nelle terre marine
e calcaree,
brulle, nelle rocce
del litorale cileno,
alla tavola nuda
del minatore
talvolta solamente arriva
la chiarezza della tua mercanzia.

Popola la tua luce, la tua farina, la tua speranza,
la solitudine dell’America,
e la fame
considera le tue lance
legioni nemiche.

Tra le tue foglie come
soave stufato
crebbero i nostri gravi cuori
di bambini provinciali
e cominciò la vita
a sgranarci.
    1956

ODE ALLA MELA

Te, mela,
voglio
festeggiarti
riempiendomi
col tuo nome
la bocca,
mangiandoti.
Sempre
sei nuova come niente
o nessuno,
sempre
appena caduta
dal Paradiso:
piena
e pura
guancia arrossita
dell’aurora!

Che cosa difficile
sono
paragonati
a te
i frutti della terra,
le cellulari uve,
i manghi
tenebrosi,
le ossute
prugne, i fichi
sottomarini:
Tu sei pomata pura,
pane fragrante,
formaggio
della vegetazione.

Quando mordiamo
la tua rotonda innocenza
torniamo
per un istante
a essere
anche creature appena create:
ancora abbiano qualcosa di mela.

Io voglio
una abbondanza
totale, la moltiplicazione
della tua famiglia,
voglio
una città,
una repubblica,
un fiume Mississipi
di mele,
e alle sue rive
voglio vedere
tutta
la popolazione
del mondo
unita, riunita,
nell’atto più semplice della terra:
mordere una mela.
    1956

ODE ALLA FARFALLA

A quella di Muzo, quella
farfalla
colombiana,
falò azzurro, che all’aria
aggregò metallo vivo
e all’altra
delle lontane isole,
Morpho, Monarca, Luna,
argentate come pesci,
doppie come forbici,
ali brucianti,
presenze gialle,
solforose nelle miniere del cielo,
elettriche, effimere
che il vento porta nell’alto della corrente d’aria
e lascia come piogge o fazzoletti
cadere tra i fiori.
Oh celesti
Spolverate con fumo d’oro,
improvvisamente
elevano
un occhio di diamante nero
sopra la luce dell’ala
e un
teschio annunciatore
della fugacità, delle tenebre.
Quella
che ricordo
arriva dalle più lontane zone,
formata dalla schiuma,
nata
nella chiarezza dello smeraldo,
lanciata al corto cielo
della rapida aurora
e in essa
tu, farfalla, fosti
centro
vivo,
volante acqua marina,
monaca verde.

Ma un giorno
sopra la strada
volava un’altra strada.
Erano le farfalle della pampa.
Galoppavamo da
Venato Tuerto
verso le alture
della calda Córdoba.
E contro i cavalli
galoppavano
le farfalle,
milioni di ali bianche e gialle,
oscurando l’aria, palpitando
come una rete che ci minacciava.
Era spessa
la parete
tremante
di polline e carta, di stame e luna,
di ali e ali e ali,
e contro
la volatrice massa
a fatica avanzavano
le nostre cavalcature.

Bruciava il giorno con un raggio rosso
puntato alla strada
e contro il fiume aereo,
contro l’inondazione
di farfalle
attraversavamo le pampas argentine.

Già avevano divorato
l’erba medica delle vacche,
e lungo l’antico territorio
erano solamente scheletri
di verdi piantagioni:
fame per il bestiame
andava nel fiume delle farfalle.
Affumicale, incendiale!
dissi al paesano Aráoz,
spazza il cielo
con una scopa grande,
riuniamo
sette milioni di ali,
incendiamo
l’alveo delle maligne
farfalle,
carbonizzale, dissi,
che lo sfarzo dell’aria
cenere d’oro sia,
che ritornino, fumo al cielo,
e verme alla terra.
Farfalla sarai,
tremante
miracolo dei fiori,
ma
fino a qui arrivasti:
non attaccherai l’uomo e la sua eredità,
il contadino e i suoi animali,
non ti conviene
questa carta di tigre
e così come celebro
la tua raggiante
bellezza,
contro
la moltiplicazione divoratrice
io porterò l’incendio, senza tristezza,
io porterò la scintilla del castigo
alla montagna delle farfalle.

ODE ALLA MIGRAZIONE DEGLI UCCELLI

Per la linea
del mare
verso il Grande Nord
un
fiume
sparso
sopra il cielo:
sono gli uccelli
del Sud, del ghiacciaio,
che vengono dalle isole,
della neve:
i falchi antartici,
i cormorani vestiti
di lutto,
le australi procellarie dell’esilio.
E verso
le rocce gialle
del Perù, verso le
acque incendiate
di Baja California
l’incessante fiume
degli uccelli
vola.

Appare
uno,
è
un
punto
perduto
nello spazio aperto della nebbia:
dietro sono le coorti
silenziose, la massa
del piumaggio,
il tremolante triangolo
che corre sopra
l’oceano freddo,
il letto
sacro
che palpita,
la freccia
della nave
migratoria.

Cadaveri di uccelli marini
caddero
sulla sabbia,
piccole
protuberanze
nere
racchiuse
dalle ali brunite
come bare
fatte
nel cielo.
E vicino
alle
falangi
contratte sopra
l’inutile
sabbia
del mare,
il mare che continua
il tuono bianco e verde delle onde,
l’eternità burrascosa del cielo.

Passano
gli uccelli, come
l’amore,
cercando fuoco,
volando dal-
l’abbandono
verso la luce e le germinazioni,
uniti nel volo
della vita,
e sopra
la linea e le schiume della costa
gli uccelli che cambiano di pianeta
riempiono
il mare
col loro silenzio di ali.

ODE AL MILIONARIO MORTO

Conobbi un milionario.
Era straniero, re
delle pianure grigie
in cui si perdevano
i cavalli.
Passeggiavamo nella sua casa,
nei suoi giardini,
la piscina con una torre bianca
e acque
tante da bagnare una città.
Si tolse le scarpe,
mise i piedi
con certa
severità ombrosa
nella piscina verde.

Non so perché
una ad una
scartò
tutte le sue donne.
Esse
danzavano in Europa
o attraversavano rapide la neve
in slitta, in Alaska.

S. mi raccontò come
quando bambino
vendeva giornali
e rubava pane.
Ora i suoi quotidiani
assaltavano le strade tremanti,
colpivano la gente con notizie
e dicevano con enfasi
solamente le sue opinioni.

Aveva banche, navi,
peccati e tristezze.

A volte con carta,
piuma, memoria,
si affondava nel suo denaro,
contava,
sommando, dividendo,
moltiplicando cose,
fino a che si addormentava.

Mi sembra
che l’uomo non poté mai
uscire dalla sua ricchezza
- lo impregnava,
gli dava
aria, colore astratto -,
ed egli si vedeva
dentro
come un mollusco cieco
circondato
da un muro impenetrabile.

Talvolta, nei suoi occhi,
vidi un fuoco
freddo, lontano,
qualcosa disperato che moriva.

Mai seppi se fummo nemici.

Morì una notte
vicino a Tucumán.
Nella catastrofe
bruciò la sua poderosa Rolls
come vicino al fiume
il catafalco
di una
religione oscura.

Io so
che tutti
i morti sono uguali,
ma non so, non so,
penso
che quell’
uomo, a modo suo, con la morte
cessò di essere un povero prigioniero.

ODE ALLA NASCITA DI UN CERVO

Si adagiò la cerva
dietro
la recinzione di filo spinato.
I suoi occhi erano
due scure mandorle.
Il gran cervo vegliava
e a mezzogiorno
la sua corona di corna
brillava
come
un altare incendiato.

Sangue e acqua,
una borsa turgida,
palpitante
e in essa
un nuovo cervo
inerme, informe.

Lì rimase nei suoi torbidi
involucri
sopra il pascolo macchiato.
La cerva lo leccava
con la sua lingua d’argento.
Non poteva muoversi,
ma
da quel confuso,
vaporoso involucro,
sudicio, bagnato, inerte,
si affacciò
la forma,
il musetto acuto
della reale
stirpe,
gli occhi più ovali
della terra,
le fini
gambe,
frecce
naturali del bosco.
Lo leccava la cerva
senza smettere, lo ripuliva
dall’oscurità, e ripulito
lo consegnava alla vita.

Così si alzò,
fragile, ma perfetto,
e cominciò a muoversi,
a dirigersi, a essere,
a scoprire le acque sul monte.
Guardò il mondo raggiante.

Il cielo sopra
la sua piccola testa
era come un’uva
trasparente,
e si attaccò alle mammelle della cerva
rabbrividendo come se ricevesse
scosse di luce del firmamento.

ODE ALL'ARANCIA

A somiglianza tua,
a tua immagine,
arancia,
si fece il mondo:
rotondo il sole, circondato
per spaccarsi di fuoco:
la notte costellò con zagare
la sua rotta e la sua nave.
Così fu e così fummo,
oh terra,
scoprendoti,
pianeta arancione.
Siamo i raggi di una sola ruota
divisi
come lingotti d’oro
e raggiungiamo con treni e con fiumi
l’insolita unità dell’arancia.

Patria
mia,
gialla
chioma,
spada dell’autunno,
quando
alla tua luce
ritorno,
alla deserta
zona
del salnitro lunare,
alle difficoltà
strazianti
del metallo andino,
quando
penetro
il tuo contorno, le tue acque,
lodo
le tue donne,
guardo come i boschi
equilibrano
uccelli e foglie sacre,
il frumento si accumula nei granai
e le navi navigano
per oscuri estuari,
comprendo che sei,
pianeta,
un’arancia,
un frutto del fuoco.

Sulla tua pelle si riuniscono
i paesi
uniti
come settori di un solo frutto,
e Cile, al tuo fianco,
elettrico,
incendiato
sopra
il fogliame azzurro
del Pacifico
è un largo recinto di aranci.

Arancione sia
la luce
di ciascun
giorno,
e il cuore dell’uomo,
i suoi grappoli,
acido e dolce siano:
sorgente di freschezza
che abbia e che preservi
la misteriosa
semplicità
della terra
e la pura unità
di un’arancia
 1956

ODE CON NOSTALGIE DEL CILE

In terre argentine
vivo e muoio
penando per la mia patria,
scegliendo
di giorno quello che il Cile mi ricorda,
di notte le stelle
che ardono dall’altro lato della neve.

Camminando per le pianure,
perduto nella palma dello spazio,
decifrando le erbe
della pampa, verbene,
boscaglie, spine,
mi sembra che il cielo le schiacci:
il cielo, unico fiore della prateria.

Grande è l’aria viva, le intemperie
totali e sembriamo
nudi, soli nell’infinito
e odoroso silenzio.
Piana è la terra come
teso cuoio di tamburo: galoppi,
uomo, storia,
spariscono nella lontananza.

Dammi i verdi
labirinti,
le slanciate
vette
delle Ande, e sotto i pergolati,
amata, la tua vita
di chitarra!

Datemi le onde
che colpiscono
il corpo cristallino
della mia patria,
lasciatemi all’Est vedere come si eleva
la maestà del mondo
su una collana altezzosa di vulcani
e ai miei piedi solamente il francobollo
della schiuma,
neve del mare, eterna prateria!

Americano
sono
e se somiglia
alla pampa estesa
il mio cuore, lo attraversano
le strade
e mi piace
che il lui incendino fuoco
e volino e galoppino
uccelli e viaggiatori.

Ma il mio corpo, Patria,
reclama la tua sostanza:
metalliche montagne da cui
l’abitante scende, innamorato,
tra vegetazioni minerali
verso il sussurro delle valli verdi.

Amore dei miei amori,
terra pura,
quando torni
mi ormeggerò alla tua prua
di imbarcazione terrestre,
e così navigheremo
confusi
finché ti mi copra
e io possa, con te, eternamente,
esser vino che ritorna in ogni autunno,
pietra delle tue alture,
onda del tuo marino movimento!
    1956

ODE ALLE NUBI

Nubi del cielo Sud,
nubi alate,
nubi
di impeccabile vapore, vestiti del cielo,
petali, pesci puri
dell’estate,
supino nel pascolo, nelle sabbie
di tutto il cielo siete
le ragazze celesti,
la seta del sole, la primavera bianca,
la gioventù del cielo.
Sparse, correndo
appena
sostenute
dall’aria,
piumini
della luce, nidi
dell’acqua!
Adesso un solo
segnale
di combustione, d’ira
accende
le praterie
celestiali
e i mandorli
in fiore,
la equinoziale
lavanderia
è divorata
da leopardi
verdi,
mietuta da scimitarre,
attaccata da
bocche
incendiarie.
Nubi disperate
e puntuali
nella morte
del sole
di ogni giorno,
ballo
rituale
di tutto
l’orizzonte,
a fatica
attraversano lo spazio
lenti uccelli del mare, voli
sopra la prospettiva,
si lacerano le nubi,
si dissolve
la luce del ventaglio delirante,
vita e fuoco non esistono, erano soltanto
cerimonie del cielo.

Ma a te, nuvolone
di tempesta, riservo
quello spazio
di monte o mare, di ombra,
di panico e tenebre sopra il mondo,
sia sopra le cime
della schiuma
nella notte iraconda
dell’oceano
e sopra la silenziosa
chioma
dei boschi notturni,
nube, tinta di acciaio
spargi,
cotoni di lutto in cui si soffocano
le pallide stelle.

Dal tuo ombrello cade
con densità di piombo
l’oscurità e subito
acqua elettrica e fumo
tremano come bandiere
oscure, scosse
dalla paura.

Annaffi
e unisci
la tua oscurità al sonno
delle scure radici,
e così dalla tormenta
esce alla luce
nuovamente
lo splendore terrestre.

Nube
di primavera, nave
odorosa, puro
giglio
del cielo,
mantello di vedova sfortunata,
negra madre del tuono,
voglio un vestito di nube,
una camicia
dei vostri materiali,
e portatemi sul filo
della luce o sul
cavallo dell’ombra
a percorrere il cielo, tutto il cielo.

Così toccherò boschi, scogliere,
attraverserò cascate e città,
vedrò l’intimità dell’universo,
finché con la pioggia
ritornerò alla terra
a conversare in pace con le radici.

ODE ALL'ONDA

Un’altra volta all’onda
va il mio verso.

Non posso
smettere mille volte mille,
mille volte, onda
di cantarti,
oh sposa fuggitiva dell’oceano,
delicata
cenere
verde
alzi
la tua campana
e in cima
abbatti
gigli.

Oh
lamina
incessante
scossa
dal-
la
solitudine
del vento,
eretta come una
statua
trasparente
mille volte mille
cristallizzata, cristallina
e poi
tutto il sale al suolo:
il movimento
si converte
in schiuma
e dalla schiuma il mare
si ricostruisce
e nuovamente risorge la turgidezza.

Un’altra volta,
cavallo,
cavalla pura,
ciclonica
e alata,
con i crini
ardenti di bianchezza
nell’ira dell’aria
in movimento,
scivoli, salti, corri
conducendo la slitta
della neve marina.

Onda, onda, onda,
mille volte mille
vinta, mille
volte mille eretta
e rovesciata:
evviva
l’onda,
mille volte sempreviva
l’onda.
    1956

ODE AL DOPPIO AUTUNNO

Sta vivendo il mare mentre la terra
non ha movimento:
il grave autunno
della costa
copre
con la sua morte
la luce immobile
della terra,
ma
il mare errante, il mare
continua a vivere.

Non hai
una
sola
goccia
di
sogno,
morte
o
notte
nel suo
combattimento:
tutte
le macchine
dell’acqua, le azzurre
caldaie,
le crepitanti fabbriche
del vento
circondando
le onde
con
i suoi violenti fiori,
tutto
vivo
come
le viscere
del toro,
come
il fuoco
nella musica,
come
l’atto
dell’unione amorosa.

Sempre furono oscuri
i
lavori
dell’autunno
sulla terra:
immobili
radici, semenze
sommerse
nel tempo
e sopra
solamente
la corolla del freddo,
un vago
aroma di foglie
si dissolve
in
oro:
per niente.
Una scure
nel bosco
spezza
un tronco di cristalli,
poi
cade
il pomeriggio
e la terra
mette sopra il suo volto
una maschera
nera.

Ma
il mare
non si stanca, non dorme, non è morto.
Cresce nella notte
la sua pancia
che curvarono
le stelle
bagnate, come frumento nell’alba,
cresce,
palpita
e piange
come un bambino
perduto
che soltanto con l’urto
dell’aurora,
come un tamburo, si sveglia,
gigantesco,
e si muove.
Tutte le sue mani muove,
il suo incessante organismo,
la sua dentatura estesa,
i suoi commerci
di sale, di sole, d’argento,
tutto
lo muove, lo rimuove
con le sue vincitrici
sorgenti,
col combattimento
del suo movimento,
mentre
trascorre
il triste
autunno
della terra.
    1956

ODE ALLA PANTERA NERA

Trentun anni fa,
non lo dimentico,
a Singapore, la pioggia
calda come sangue
cadeva
sopra
antichi muri bianchi
tarlati
per l’umidità che in essi
lasciò baci lebbrosi.
La moltitudine oscura
risplendeva
all’improvviso in un lampo,
i denti
o gli occhi
e il sole di ferro arriva
come
lancia implacabile.
Vagai per strade inondate
Di odore,
betel, le noci rosse
che si alzavano
sopra
letti di foglie fragranti,
e il frutto Dorian
marciva nella siesta canicolare.
All’improvviso stetti
davanti a uno sguardo,
da una gabbia
in mezzo alla strada
due circoli
di freddo,
due calamite,
due elettrici nemici,
due occhi
che penetrarono nei miei
inchiodandomi
alla terra
e alla parete lebbrosa.
Vidi quindi
il corpo che ondeggiava
e era
ombra di velluto,
elastica purezza,
notte pura.
Sotto la nera pelle
spolverati
appena la iridavano
non seppi bene
se rombi di topazio
o esagoni d’oro
che si intuivano
quando
la presenza
magra
si muoveva.
La pantera
pensando
e palpitando
era
una
regina
selvaggia
in un cassetto
in mezzo
alla strada
miserabile.
Dalla selva perduta
dell’inganno,
dallo spazio rubato,
dall’agrodolce odore
di essere umano
e case polverose
essa
soltanto manifestava
con occhi
minerali
il suo disprezzo, la sua ira
bruciante,
e erano i suoi occhi
due
francobolli
impenetrabili
che chiudevano
fino all’eternità
una porta selvaggia.

Andava
come il fuoco, e, come il fumo,
quando chiuse gli occhi
si fece invisibile, smisurata notte.
ODE DEI MIEI DISPIACERI

A volte qualcuno, alcuni
vogliono sapere
di me.

Io mi proibisco
di parlare della mia persona.
Ancora giovane, quasi vecchio
e camminando
non posso
senza
spine
incoronare
il mio cuore
che tanto
ha lavorato,
i miei occhi
che esplorarono la tristezza
e ritornarono senza pianto
dalle imbarcazioni
e le isole.

Vado a raccontarvi come
quando nacqui
gli uomini, miei amici,
amavano
la solitudine, l’aria
più lontana,
l’onda delle sirene.

Io ritornai
dagli
arcipelaghi,
ritornai dai gelsomini,
dal deserto,
a essere,
a essere,
a essere
con altri esseri
e quando fui non ombra,
né evaso,
umano, ricevetti i carichi
del cuore umano,
le sleali pietre
dell’invidia,
l’ingratitudine servile di ogni giorno.

Ritorna, Don, sussurrano
ogni volta più lontane le sirene:
colpiscono le schiume
e spezzano con le loro code
argentate
il trasparente
mare
dei ricordi.

Madreperla e luce bagnata
come frutti gemelli
alla luce della luna inebriante.

Ahi, e chiudo gli occhi!

Il sussurro del cielo si allontana.

Vado alla mia porta a ricevere spine.

ODE AL PICARO OFFESO

Io, soltanto dalla foschia,
dalle
bandiere
dell’inverno
marino, con la sua nebbia,
trapassato
dalla sovranità
delle onde,
parlai,
soltanto di quelle cose
che accompagnarono
il mio destino.

Il picaro alzò
la sua narice verde,
conficcò la sua puntura
e tutto continuò come
al solito,
la foschia, il mare,
il mio canto.
All’amore, alla sua cassa
di colombe,
all’anima e alla bocca
di quella che amo,
dedicai
ogni parola, ogni
sussurro, tutta la terra,
tutto il fuoco del mio canto,
perché l’amore
sostengo
e mi sostiene
e devo morire amandoti,
amor mio.

Il picaro aspettava
negli angoli torbidi
e eruditi
per conficcare la sua infame
dentatura
nel
favo
aperto
e rumoroso.

Tutto continuò come era, come devono
essere le cose eterne,
la donna
col suo ramo
di rugiada,
l’uomo col suo canto.
Nel cammino
il popolo
era nudo
e mi mostrò
le sue mani
straziate
dall’acqua e dalle miniere.
Erano
quei
viandanti
membri della mia famiglia:
non era il mio sangue,
sole,
né freddo,
né cielo:
erano quegli uomini
i miei fratelli
e per essi
fu
l’irremovibile
materia del mio canto.

Il picaro con altri
complici
cucinò in una marmitta
i suoi vizi,
li preparò con odio,
con ritagli
di artigli,
prese dimora in uffici
con
amici
amari
e produsse
sanguinosa e polverosa
malizia.

Tra onde
che riempivano
di chiarezza e canto l’universo,
improvvisamente mi fermai
e dedicai una riga
della mia ode,
un solo
giudizio,
appena
una
sillaba,
all’ostinato e picaro
nemico
- in tanti anni un solo saluto -,
il colpo della schiuma
di un’onda.
E impazzì
improvvisamente
il picaro
famoso,
il vecchio molestatore
si dichiarò
offeso,
corse per gli angoli
con la sua lente d’ingrandimento
puntata
al
minimo mignolo della mia ode,
gridò davanti agli autori
e alle autorità
perché tutto il mondo
mi
esautorasse,
e quando
nessuno
si
fece parte
dei suoi lamenti
si ammalò di tristezza,
si immerse nella più letargica
delle melanconie
e soltanto dalla sua grotta
esce a volte
a riempire gli uffici con sospiri.
Morale:
non offendere il poeta distratto
settimana dopo settimana, secolo dopo secolo,
perché improvvisamente può
dedicarti un minuto pericoloso.
    1956

ODE ALLA PIETRA

America elevata
dalla pietra
andina:
da pietra libera
e
solitario vento
fosti,
torre oscura
del mondo,
sconosciuta madre
dei fiumi,
finché scatenò il tagliapietre
la sua vita bruna
e le antiche mani
spezzarono pietra
come
se spezzassero luna,
granito spolverato
dalle onde,
silice lavorata dal vento.

Plutonico
scheletro
di quel
mondo,
cime ferruginose,
alture di diamante,
tutto
l’
anello
della
furia
gelata,
là arriva dormendo
tra lenzuolo e lenzuolo
di neve,
tra soffio e sibilo
di uragani.

In alto
cielo
e pietra,
lombi grigi,
nostra
terribile
eredità violenta,
trecce,
mulini,
torri,
colombe e bandiere
di pietra verde,
di
acqua indurita,
di rigide
catastrofi,
pietra innevata,
cielo innevato
e neve.

La pietra fu la prua,
progredì al battito della terra,
l’ampio continente
americano
avanzò ad ogni lato
del granito,
i fiumi
nella conca
della roccia
nacquero.
Le aquile scure
e gli uccelli d’oro
liberarono il loro luccichio,
scavarono
un duro nido aperto
a beccate
sulla nave di pietra.
Polvere e sabbia fresche
caddero
come piume
sopra
le spiagge del pianeta
e l’umidità
fu un bacio.
Il bacio della vita
ventura
colmò la coppa
della terra.
Crebbe il mais e si sparse la sua specie.
I maya studiarono le loro stelle.
Celesti edifici
oggi
aperti nella polvere
come antiche
granate
i cui grani
caddero,
i cui vecchi scintilli di amaranto
sulla terra profonda si consumarono.
Case intagliate in
pietra peruviana,
disposte sul filo
delle sommità
come torce nella notte
o nidi di ossidiana,
case sgretolate su cui ancora
la roccia è una stella
divisa,
un fulgore che palpita
sopra la distruzione del suo sarcofago.
Costelli
tutto
il nostro
territorio,
luce
della pietra,
stella vertebrata,
fonte della neve da cui
colpisci l’aria andina.

America,
bocca
di pietra muta,
così parli con la tua lingua perduta,
ancora parlerai, solenne,
con nuova
voce
di pietra.
    1956


ODE AL VECCHIO POETA

Mi dette la mano
come se un albero vecchio
allungasse un gancio
senza
occhi e senza frutti.
La sua
mano
che scrisse sciogliendo
i fili e le erbe
del
destino
ora era
minuziosamente
rigata
da giorni, mesi, anni.
Secca sul suo volto
era
la scrittura
del tempo,
piccola
e errante
come
se lì stessero
disposte
le linee e i segni
dalla sua nascita
e poco a poco
l’aria
li avesse eretti.

Larghe linee profonde,
capitoli tagliati
per l’età sulla sua faccia,
segni interrogativi,
parole misteriose,
asterischi,
tutto quello che dimenticarono le sirene
nell’estesa
solitudine della sua anima,
quello che cadde dallo
stellato cielo,
lì stava sul suo volto
disegnato.
Mai l’antico
bardo
raccolse
con penna e carta dura
il fiume versato
della vita
o il dio sconosciuto
che corteggiò il suo verso,
e adesso,
nelle sue guance.
tutto
il mistero
disegnò
con freddo
l’algebra
delle sue rivelazioni
e le piccole,
invariabili
cose
disprezzate
lasciarono
sulla sua fronte
profondissime
pagine
e
sulla sua
narice
magra,
come becco
di cormorano errante,
i viaggi e le onde
depositarono
la loro lettera
ultramarina.
Soltanto
due pietruzze
intrattabili,
due agate
marine
su quel
combattimento,
erano
i suoi occhi
e soltanto attraverso essi
vidi lo spento
falò,
una rosa
nelle mani
del poeta.

Ora
il vestito
gli stava grande
come se già vivesse
in una
casa
vuota,
e le ossa
di tutto
il suo corpo si accostavano
alla pelle
sollevandola
e era
di osso,
di osso che vedeva
ed insegnava,
un piccolo
albero, infine, di osso,
era il poeta
spento
dalla calligrafia
della pioggia,
dalle inesauribili
sorgenti del tempo.

Lì lo lasciai andare
frettoloso alla sua morte
come
se lo aspettasse
anche quasi nuda
in un parco ombroso
e insieme
fossero
perfino
una smantellata camera da letto
e in lui dormissero
come dormiremo
tutti
gli uomini:
con
una rosa
secca
in
una
mano
che talvolta cade
trasformata in polvere.
    1956

ODE A UN MAZZO DI VIOLETTE

Riccio ramo nell’ombra
immerso:
gocce di acqua violetta
e luce selvaggia
crebbero con il tuo aroma:
una fresca bellezza
sotterranea
si arrampicò con i tuoi boccioli
e sconvolse i miei occhi e la mia vita.

Una per una, fiori
che allungarono
metallici peduncoli,
cercando nell’ombra
raggio dopo raggio di una luce oscura
finché incoronarono
il mistero
con la loro massa profonda di profumo,
e unite
furono una sola stella
di odore remoto e cuore violaceo.

Ramo profondo,
intimo
odore
della natura,
assomigli
all’onda, alla chioma,
allo sguardo
di una naiade distrutta
e sottomarina,
ma da vicino,
in piena
temerarietà azzurra della sua fragranza,
terra, fiore della terra,
odore terrestre
spandi, e il tuo raggio
ultravioletto
è combustione lontana di vulcani.

Immerso nella tua bellezza
il mio vecchio viso tante
volte osteggiato dalla polvere
e qualcosa dalla terra
mi trasmetti,
e non è solo un profumo,
non è solo il grido puro
del tuo colore totale, è piuttosto
una parola con rugiada,
una umidità florida con radici.

Fragile fascio di violette
stellate,
piccolo, misterioso
planetario
di fosforo marino,
notturno ramo tra le foglie verdi,
la verità è
che non ho parola azzurra per esprimenti:

più che ogni parola
ti descrive una pulsazione del tuo aroma.
    1956

ODE PER ANNAFFIARE

Sopra la terra, sopra i dolori,
acqua dalla tua mano
per l’irrigazione
e sembra che cadano
incurvandosi
altre acque,
non quelle della città per le bocche,
per le pentole, ma
annaffiando
la canna
estrae acque nascoste
dall’occulto, dal fresco
cuore ramificato della terra.

Da lì,
sale questo filo,
si sviluppa in acqua,
si moltiplica in gocce,
si dirige alla sete delle lattughe.

Dalla polvere e dalle piante
un nuovo aroma
cresce
con l’acqua.
È un odore bagnato
di astro verde,
è la resurrezione della freschezza,
la fragranza perduta
del cuore remoto
orfano dei boschi,
e cresce l’acqua
come
la musica nelle tue mani:
con forza cristallina
costruisce una lancia
trasparente
che attacca, impregna e muove
la sua comunicazione con le radici.

L’azione dell’acqua fischia,
scoppietta, canta,
sbroglia
segrete fibre, sale
e cade come coppa
traboccata,
pulisce le foglie fino a
che sembrino campane
nella pioggia,
tormenta i viaggi
dell’insetto,
lascia cadere sopra il capo
di un uccello sorpreso
un acquazzone d’argento,
e vola
e scende
finché il tuo giardino o il tuo seminato,
il raggio delle tue rose
e la pelle genitale della magnolia,
apprezzano
il dono
onesto
dell’acqua
e tu, con la tua canna,
circondata
dalle emanazioni del tuo orto,
per l’umidità del suolo, circondato
come un re da una isola
per la pioggia,
dominatore di tutti
gli elementi,
sai,
al riporre la canna,
 e arrotolarla
come un
purissimo serpente,
sai che sopra di te, sopra ai tuoi rami
di rovere polveroso,
acqua di irrigazione, aroma,
cadde bagnando la tua anima:
e ringrazi l’irrigazione che ti dette.

ODE AL SALE

Questo sale
della saliera
io lo vidi nelle saline.
So che
non
mi credete,
ma
canta,
canta il sale, la pelle
delle saline,
canta
con una bocca soffocata
dalla terra.
Tremai in quelle
solitudini
quando ascoltai
la voce
del
sale
sul deserto.
Vicino Antofagasta
tutta
la pampa salnitrosa
suona:
è una
voce
rovinata,
un compassionevole
canto.

Dopo nelle sue cavità
la salgemma, montagna
della luce sotterrata,
cattedrale trasparente,
vetro del mare, dimenticato
dalle onde.

E poi su ogni tavola
di questo mondo,
sale,
la tua sostanza
agile
spolverando
la luce vitale
sopra
gli alimenti.
Conservatrice
delle antiche
stive delle navi,
scopritrice
fosti
nell’oceano,
materia
avanzata
negli sconosciuti, socchiusi
sentieri della schiuma.

Polvere del mare, la lingua
da te riceve un bacio
dalla notte marina:
il gusto fonde in ciascuna
insaporita prelibatezza il tuo oceano
e così la minima,
la minuscola
onda della saliera
ci insegna
non soltanto la sua domestica bianchezza,
ma il sapore centrale dell’infinito.
    1956

ODE ALLA SEGA

Tra i nobili
utensili,
lo snello
martello,
la falce appena tagliata dalla luna,
lo smussato, robusto
scalpello, la generosa
pala,
sei, sega,
il pesce, il pesce
maligno,
lo squalo di funesta dentatura.

Tuttavia, la fila
dei tuoi
minimi denti
taglia cantando
il sole
sulla legna,
il miele del pino, l’acidità
metallica del rovere.
Allegramente
tagli
e cantando
la segatura sparge le tue prodezze
che il vento muove e che la pioggia frusta.

Non assumesti grazia
come quella dell’insolito martello
che decorò con due piume di gallo
la sua testa di acciaio,
bensì
come un pesce
della profonda
pienezza sottomarina,
dopo il tuo lavoro natatorio
ti immobilizzi e scompari
come nel letto oscuro dell’oceano.

Sega, pesce amico
che canta,
non divori
il cibo che tagliò la tua dentatura,
ma lo rovesci
in briciole di legno.

Sega azzurra, magra
lavoratore, cantando
tagliasti
per me
le tavole del guardaroba,
per tutti
cornici
perché in esse
sfolgori la pittura
o penetri nella casa
il fiume della luce dalla finestra.
Per tutta la terra
con i suoi fiumi
e le sue navigazioni,
per i
porti,
nelle imbarcazioni dell’oceano,
nell’alto
dei villaggi sospesi
sulla neve,
ancora
lontani, più lontani:
nel
segreto
degli istituti,
nella casa fiorita
dell’amante,
e anche
nel patio abbandonato
dove morì un Ignacio, un Saturnino,
così come
nelle profonde fucine,
in ogni parte
una sega
vigila,
una sega
magra, con i suoi
piccoli denti
di pesce familiare ed il suo vestito
di mare, di miniera azzurra, di fioretto dimenticato.

Così, sega,
voglio
segare
le cose gialle di questo mondo,
tagliare
legni puri,
cortecce della terra e della vita,
querce, roveri, sandali
sacri,
autunno
in lunghe leghe diffuso.
Io voglio
la tua nascosta
utilità, la tua forza
e la tua freschezza,
la sicura modestia
del tuo dentato acciaio,
la tua lamina di luna!

Mi congedo
da te,
benefica
sega,
astrale
e sottomarina,
dicendoti
che
rimarrei
sempre con la tua metallica vittoria
  nelle segherie,
violino del bosco, uccello
della segatura, tenace
squalo del legno!
    1956

ODE AL TEMPO FUTURO

Tempo, mi chiami. Prima
eri
spazio puro,
ampia prateria.
Oggi
filo o goccia
sei,
luce magra
che corre come lepre verso i pruni
della concava notte.

Ma,
adesso,
mi dici, tempo, quello
che ieri non mi dicesti:

I tuoi passi affretta,
il tuo cuore riposa,
sviluppa il tuo canto.

Lo stesso sono. Non sono? Chi, nel corso
delle acque che corrono
identifica il fiume?

Soltanto so che proprio lì,
in una sola
porta
il mio cuore batteva,
da ieri, da lontano,
da allora,
dalla mia nascita.


dove risponde
l’eco oscura
del mare
che canta e canto
e che
conosco
soltanto
per un cieco fischio,
per un raggio
sulle onde,
per le sue antiche schiume nella notte.

Così, puoi, tempo, invano
mi hai misurato,
invano trascorresti
anticipando
strade all’errante.

Arrivato a una sola porta
passai tutta la notte,
solitario, cantando.

E adesso
che la tua luce si assottiglia
come animale che corre
perdendosi nell’ombra
mi dici,
all’orecchio,
quello che non mi insegnasti
e seppi sempre.

ODE ALLE FORBICI

Prodigiose
forbici
(somiglianti
a uccelli,
a pesci),
lucidate siete come le armature
della cavalleria.

Da due coltelli lunghi
e traditori,
sposati e incrociati
per sempre,
da due
piccoli fiumi
legati,
risultò una tagliente creatura,
un pesce che nuota in tempestose tele,
un uccello che vola
nei
negozi di parrucchiere.

Forbici
odorose
in
mano
della zia
sarta,
quando con il suo metallico
occhio bianco
guardarono
la nostra
accantonata
infanzia
e raccontavamo
ai vicini
i nostri furti di baci e susine.


nella casa
e dentro il loro nido
le forbici incrociarono
le nostre vite
e dopo
quanta
tela
tagliarono e tagliarono
per spose e morti,
per neonati e ospedali
tagliarono
e tagliarono,
e il capello
contadino
duro
come pianta nella pietra,
e le bandiere
che dopo
fuoco e sangue
macchiarono ed onorarono,
e io fusto
delle vigne in inverno,
il filo
della
voce
nel telefono.

Delle forbici dimenticate
tagliarono sul tuo ombellico
il filo
della madre
e ti consegnarono per sempre
la tua separata parte di esistenza:
altre, non necessariamente
oscure,
taglieranno qualche giorno
il tuo vestito di defunto.

Le forbici
furono
in ogni luogo:
esplorarono
il mondo
tagliando
ugualmente
allegria
e tristezza:
tutto fu panno
per le forbici:
titaniche
forbici
di sartoria,
belle come crociere,
minuscole
che tagliano unghie,
dandole forma di calante luna,
sottili,
sottomarine forbici
del chirurgo
che tagliano il groviglio
o il nodo sbagliato nel tuo intestino.

E qui con le forbici
della ragione
taglio la mia ode,
perché non si allarghi e non si increspi,
perché
possa
cadere nella tua tasca
piegata e preparata
come
un paio
di forbici.
    1956

ODE ALLE TEMPESTE DI CORDOBA

Il pieno mezzogiorno
rifulgente
è una
spada d’oro,
improvvisamente
cade un tuono
come una
pietra
sopra un tamburo d cuoio rosso,
emerge dall’aria
come
una bandiera,
si fora il cielo
e tutta la sua acqua verde
si precipita
sopra la terra terra
terra terra
cosparsa
di allevamenti.
Rumorosa è l’avventura
dell’acqua sboccata
dalle alture:
sembrano che corrano
cavalli nel cielo,
cadano montagne bianche,
cadano sedie, poltrone
e allora
le scintille
ardono, fuggono, scoppiano,
il campo trema a ciascuna
frustata celeste
il fulmine
brucia
solitari
alberi
con fosforo d’inferno
mentre
l’acqua
convertita in grandine
abbatte muri, uccide
pollai,
corre spaventata la pernice, si nasconde
nel suo retrobottega il fornaio,
la vipera attraversa
come lento lampo
il terreno desertico cercando
un buco, cade
un falco
colpito
dalla pietra celeste
e adesso
il vento della sierra,
gigantesco,
rabbioso,
corre
per la pianura
scatenato.
È un
gigantesco demente
che sfuggì da un racconto
e con braccia incrociate
attraversa, gridando, i villaggi:
il vento pazzo
attacca
i duri carrubi,
rompe
la chioma
dei dolci salici,
suona
come
una
cascata
verde,
che trascina
barilotti e fogliame,
carretti di vetro, letti di piombo.
Improvvisamente,
verticale
ritorna
il giorno
puro,
azzurra è la sua matassa,
rotonda la medaglia
del sole crudele,
non si muove
una foglia,
le cicale
cantano come soprani,
il postino
di Totoral riparte
colombe della carta in bicicletta,
qualcuno sale
sul cavallo,
un toro muggisce,
è estate,
qui, signori,
non è
successo
niente.

ODE AL VALZER SOPRA LE ONDE

Vecchio valzer, sei vivo
battendo
soavemente
non alla maniera
di un
cuore sotterrato,
ma come l’odore
di una pianta profonda,
forse come l’aroma
dell’oblio.

Non conosco
i
segni
della musica,
né sui libri sacri,
sono un
povero poeta
delle strade
e soltanto
vivo o muoio
quando
dai suoni oscuri
emerge sopra un mare di caprifoglio
il miele
antico,
il ballo circondato
da un ramo celeste di palme.

Oh, per i pergolati,
sulla sabbia
di quella costa, sotto
quella luna,
ballare con te il valzer
delle schiume
stringendo la tua vita
e all’ombra
del cielo e della sua nave
baciare sopra le tue palpebre i tuoi occhi
risvegliando
la rugiada
addormentata sul gelsomino fosforescente!
Oh, valzer dalle labbra pure
socchiuse
al viavai
amoroso
delle onde,
oh cuore
antico
levato
sulla nave
della musica,
oh valzer
fatto
di
fumo,
di colombe,
di niente,
che vivi
nonostante
come una corda sottile,
indistruttibile,
intrecciata con
ricordi
imprecisi,
con solitudine, con terra,
con giardini!

Ballar con te , amore,
alla fragrante
luce
di quella luna,
di quella antica
luna,
baciare, baciare la tua fronte
mentre ruota
quella
musica
sopra le onde!

ODE AL VIAGGIO FORTUNATO

Oh, viaggio fortunato!
Mi separai dalla primavera
lavorando nella mia patria.
I motori
dell’uccello di alluminio
trepidarono
e furono forza pura
scivolando nel cielo.
Così le cordigliere e i fiumi
attraversai, le estensioni argentine,
i vulcani, le paludi, le selve:
il nostro pianeta verde.
Quindi lanciò l’aereo sopra le nubi
la sua rettitudine d’argento
attraversando acqua infinita, notti
tagliate
come coppe o capsule azzurre,
giorni sconosciuti la cui fiamma
si mosse nel vento,
finché scendemmo
nella nostra stella errante
sopra l’antica neve della Finlandia.
Soltanto alcuni giorni
nella
rosa bianca, reclinata
su una nave di legno,
e Mosca
aprì le sue strade:
mi aspettava
la sua chiarezza notturna,
il suo vino trasparente.
Viva è la luce dell’aria
e accesa è la terra
a ogni ora,
sebbene l’inverno
chiuda con spade
i mari e i fiumi,
alcuno aspetta, noi riconosciamo:
arde la vita in mezzo alla neve.

E quando
di ritorno
brillò la tua bocca sotto i pini
di Datitla e in alto
fischiarono, crepitarono
e cantarono
stravaganti
uccelli
sotto la luna di Montevideo,
allora
al tuo amore sono ritornato,
alla allegria
dei tuoi grandi occhi:
scesi, toccai la terra
amandoti e amando
il mio viaggio fortunato!


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