- 1956 - Nuove odi elementari - Pablo Neruda - Popol Vuh - Insetti

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- 1956 - Nuove odi elementari

1956  -  NUOVE   ODI   ELEMENTARI     


LA CASA DELLE ODI

Scrivendo
queste
odi
in questo
anno mille
novecento
cinquantacinque
spiegando e suonando
la mia lira obbligatoria e rumorosa,
so quello che sono
e dove va il mio canto.

Capisco
che il compratore di miti
e misteri
entri nella mia casa delle odi,
fatta
con mattone crudo e legno,
e odi gli utensili,
i ritratti
di padre e madre e patria
sulle pareti,
la semplicità
del pane
e della saliera.
Ma è così la casa delle mie odi.

Io detronizzai la nera monarchia,
la chioma inutile dei sogni,
calpestai la coda
del rettile mentale,
e disposi le cose
- acqua e fuoco -
d’accordo con l’uomo e con la terra.
Desidero che tutto
abbia
impugnatura
che tutto sia
tazza o attrezzo.
Desidero che per la porta delle mie odi
entri la gente alla ferramenta.

Io lavoro
tagliando
tavole fresche,
accumulando miele
nei barilotti,
disponendo
ferri di cavallo, arnesi,
forchette:
che entri qui tutto il mondo,
che domandi,
che chieda quello che vuole.

Io sono del Sud, cileno,
navigante,
che girò
per i mari.

Non me ne stetti nelle isole,
incoronato.

Non me ne stetti fissato
in nessun sogno.

Ritornai a lavorare semplicemente
con tutti gli altri
e per tutti.

Perché tutti vivano
in essa
faccio la mia casa
con odi
trasparenti.


ODE ALL’OLIO

Vicino al rumoroso
cereale, alle onde
del vento nell’avena,

l’olivo

di volume argentato,
severo nel suo lignaggio,
nel suo contorto
cuore terrestre:
le gracili
olive
levigate
dalle dita
che fecero
la colomba
e la chiocciola
marina:
verdi,
innumerevoli,
purissimi
capezzoli
della natura,
e lì
nei
secchi
uliveti,
dove
solamente
cielo azzurro con cicale,
e terra dura
esistono,

il prodigio,
la capsula
perfetta
dell’oliva
riempie
con le sue costellazioni il fogliame:
più tardi
l stoviglie,
il miracolo,
l’olio.

Io amo
le patrie dell’olio,
gli uliveti
di Chacabuco, in Cile,
la mattina
le piume di platino
forestali
contro le grinzose
cordigliere,
in Anacapri, in alto,
sopra la luce tirrena,
la disperazione degli olivi,
e nella mappa d’Europa,
Spagna,
cesta nera di olive
sparse per le zagare
come per una raffica marina.

Olio,
recondita e suprema
condizione della pentola,
piedistallo di perdizione,
chiave celeste della maionese,
soave e saporoso
sopra le lattughe
e soprannaturale nell’inferno
degli arcivescovili aterini. (*)
Olio, nella nostra voce, nel
nostro coro,
con
intima
soavità poderoso
canti:
sei idioma
casigliano:
hai sillabe di olio,
hai palpebre
utili ed odorose
come la tua fragrante materia.
Non canta soltanto il vino,
canta anche l’olio,
vive in noi con la sua luce matura
e tra i beni della terra
separo,
olio,
la tua inesauribile pace, la tua essenza verde,
il tuo colmo tesoro che discende
dalle sorgenti dell’olivo.

(*) Aterinidi: famiglia di pesci di dimensioni modeste che vivono in branchi, sia in mare che in acqua dolce; una specie da piccola è nota come “latterino”.

ODE ALLA SPINA DEL FIL DI FERRO

Nel mio paese
fil di ferro, fil di ferro …

Tu percorri
il largo
filo del Cile,
uccelli
solitari,
e in lunghezza,
in larghezza,
estensioni sterili,
fil di ferro,
fil di ferro …

In altri luoghi
del pianeta
i
cereali
traboccano,
tremule onde
fa il vento
sopra il grano.
In altre
terre
muggisce
nutritivo e poderoso
nelle prateria
il bestiame:
qui,
monti deserti,
latitudini,
non hanno uomini,
non hanno cavalli,
soltanto recinti,
spine,
e la terra
vuota.

In altre parti
crescono
i cavoli,
i formaggi,
si moltiplica
il pane,
il fumo
sporge
il suo pennacchio
sui tetti
come l’acconciatura
della quaglia,
villaggi
che occultano,
come la gallina,
le uova,
un nido di trattori:
la speranza.
Qui
terre
e terre,
terre ammutolite,
terre cieche,
terre senza cuore,
terre senza solco.

In altre parti pane,
riso, mele …

Il Cile fil di ferro, fil di ferro …

ODE ALLA ARAUCARIA ARAUCANA

Araucaria: genere di pianta conifera originaria del Sud-america, di altezza notevole, e dalle caratteristiche foglie aghiformi o lanceolate.
Araucania: regione del Cile centrale, fra le Ande e l'Oceano abitata da un popolo fierissimo che, dopo essersi opposto al dominio inca, combatté per tre secoli gli spagnoli e fu definitivamente assoggettato nei primi decenni del XIX secolo. Per Neruda l'Araucania e il suo popolo, più volte cantati dal poeta, soprattutto nel Canto General, simboleggiano lo spirito di indipendenza e le tradizioni più autentiche della sua patria.

Alta sopra la terra
ti posero,
dura, bella araucaria
degli australi
monti,
torre del Cile, punta
del territorio verde,
padiglione dell’inverno,
nave
della fragranza.

Adesso, tuttavia,
non perché bella
ti canto,
ma per il grappolo della tua specie.
per la tua frutta chiusa,
per la tua pigna aperta.

Anticamente,
anticamente fu
quando
sugli indios
si aprì come una rosa di legno
la colossale pugno
del tuo pugno,
e lasciò
sopra
l’umida terra
i pinoli:
farina, pane silvestre
dell’indomabile
Arauco.

Vedeste la guerra:
armati
i guerrieri
di Castiglia
e i loro cavalli
dai galvanici
crini
e di fronte
a loro
il grido
dei
nudi
eroi,
voce del fuoco, coltelli
di dura pietra scura,
lance impazzite
nel bosco,
tamburi,
tamburi
sacri,
e dentro
la selva
il silenzio,
la morte
che si ripiega,
la guerra.

Allora, nell’ultimo
bastione verde,
dispersi
per la fuga,
le lance
della selva
si riunirono
sotto
le araucarie
spinose.

La croce,
la spada,
la fame
stavano decimando
la famiglia selvaggia.
Terrore,
terrore di un colpo
di ferro di cavallo,
battito di una foglia,
vento,
dolore
e pioggia.
Improvvisamente
si scosse lassù
la araucaria
araucana,
le sue illustri
radici,
le spine
irsute
del poderoso
padiglione
ebbero
un movimento
nero
di battaglia:
ruggì come un’onda
di leoni
tutto il fogliame
della selva
dura
e allora
cadde
una mareggiata
di pigne:
gli antichi
involucri
si ruppero
contro la terra, contro
la pietra difesa
e si sgranarono
i  loro frutti, il pane ultimo
della patria.

Così l’Araucania
ricompose
le sue lance di acqua e oro,
naufragarono i boschi
sotto il sibilo
del valore
risorto
e avanzarono
le cinture
violente come raffiche,
le
piume
incendiarie del Cacique:
pietra bruciata
e freccia volante
attaccarono
l’invasore di ferro
durante il cammino.

Araucaria,
fogliame
di bronzo con spine,
grazie
ti dette
la insanguinata stirpe,
grazie
ti dette
la terra difesa,
grazie,
pane di valorosi,
alimento
nascosto
nella bagnata aurora
della patria:
corono verde,
pura
madre degli spazi,
lampada
del freddo
territorio,
oggi
dammi
la tua
luce ombrosa,
l’imponente
sicurezza
inalberata
sopra le tue radici
e abbandona nel mio canto
l’eredità
e il sibilo
del vento che ti tocca,
dell’antico
e uraganico vento
della mia patria.

Lascia cadere
nella mia anima
le tue granate
perché le legioni
si alimentino
della tua specie nel mio canto.
Albero nutrice, consegnami
la terrena collana che ti lega
alle viscere piovose
della terra,
consegnami
la tua resistenza, il volto
e le radici
ferme
contro l’invidia,
l’invasione, la cupidigia,
l’insolenza.
Le tue armi lascia e veglia
sopra il mio cuore,
sopra i miei,
sopra le spalle
dei valorosi,
perché alla stessa luce di foglie e aurora,
sabbie e fogliame,
io vado con le bandiere
al richiamo
profondo del mio popolo!
Araucaria araucana,
qui mi possiedi!

ODE ALLA SABBIA

Sabbia pura, come
si accumulò, impalpabile,
il tuo granello diviso
e cintura del mare, coppa del mondo,
petalo planetario,
riunisti davanti all’urlo
di onde e uccelli selvatici
il tuo anello eterno e la tua unità oscura?

Sabbia, madre
eri
dell’oceano,
esso nella tua pietra innumerevole
depositò il grappolo della specie,
ferendo
con le sue grida seminali
di toro verde la tua natura.
Nudo sopra
la tua frammentaria pelle
sento
il tuo bacio, il tuo sussurro
percorrermi
più stretto che l’acqua,
l’aria, il tempo,
piegandosi
alle linee del mio corpo,
tornando a formare
e quando
vado errando
per la spiaggia marina
il vuoto del mio essere permane un istante
nella tua memoria, sabbia,
finché aria,
onda
o notte
cancellano il mio peso grigio nel tuo dominio.

Silice demolita,
marmo disperso, anello
sgranato,
polline
della profondità,
polvere marina,
ti alzi
dalle dune
argentate
come
gole
di colomba,
ti estendi
nel deserto,
sabbia
della luna
senza limite,
circolare e brillante
come un anello,
morta,
solo silenzio
finché il vento fischia
e terrificante accorre
colpendo
la pietra demolita,
la savana
di sale e solitudine,
e allora
la inferocita sabbia
suona come un castello
attraversato
da una raffica di violini,
per una tumultuosa
velocità di spada in movimento.

Cadi
finché l’uomo
ti raccoglie
nella sua pala
e al miscuglio
dell’edificio
serenamente accorri
ritornando
alla pietra,
alla forma,
costruendo
una
dimora
riunita nuovamente
per servire
la volontà dell’uomo.

ODE AL SUO AROMA

Soave mia, di cosa profumi,
di quale frutto,
di quale stella, di quale foglia?

Vicino
al tuo piccolo orecchio
e davanti a te
mi inchino,
fisso
la narice dentro i capelli
e il sorriso
cercando, conoscendo
la razza del tuo aroma:
è soave, ma
non è un fiore, non è coltellata
di garofano penetrante
o impetuoso aroma
di violenti
gelsomini,
è qualcosa, è terra,
è
aria,
legni o meli,
odore
della luce sulla pelle,
aroma
della foglia
dell’albero
della vita
con polvere
di cammino
e freschezza
di mattutina ombra
sulla radici,
odore di pietra e fiume,
ma
più vicino
di un pesco,
dalla tiepida
palpitazione segreta
del sangue,
odore
di una casa pura
e di una cascata,
fragranza
di colomba
e di capigliatura,
aroma
della mia mano
che percorse la luna
del tuo corpo,
le stelle
della tua pelle stellata,
l’oro,
il frumento,
il pane del tuo contatto,
e lì
nella lunghezza
della tua luce pazza,
nella tua circonferenza di vaso,
nella coppa,
negli occhi dei tuoi seni,
tra le tue ampie palpebre
e la tua bocca di schiuma,
in tutto
lasciò,
lasciò la mia mano
odore di inchiostro e selva,
sangue e frutti perduti,
fragranza
di dimenticati pianeti,
di pure
carte vegetali,

il mio proprio corpo
sommerso
nella freschezza del tuo amore, amata,
come in una sorgente
o nel suono
di un campanile
arrivi
tra l’odore del cielo
e il volo
degli ultimi uccelli,
amore,
odore,
parola
della tua pelle, dell’idioma
della notte nella tua notte,
del giorno nel tuo sguardo.

Dal tuo cuore
sale
il tuo aroma
come dalla terra
la luce fino alla cima del ciliegio:
sulla tua pelle io fermo
il tuo battito
e odoro
l’onda di luce che sale,
la frutta sommersa
nella sua fragranza,
la notte che respiri,
il sangue che percorre
la tua bellezza
fino a arrivare al bacio
che mi attende
sulla tua bocca.

ODE ALLA BELLA NUDA

Con casto cuore, con occhi
puri,
ti celebro, bellezza,
trattenendo il sangue
perché sorga e segua
la linea, il tuo contorno,
perché
tu entri nella mia ode
come in terra di boschi o in schiuma:
in aroma terrestre
o in musica marina.

Bella nuda,
uguali i tuoi piedi arcuati
per un antico colpo
di vento e del suono
che tu origliasti,
chiocciole minime
dello splendido mare americano.
Uguali sono i tuoi petti
di parallela pienezza, ripieni
delle luce della vita,
uguali
volano
le tue palpebre di frumento
che scoprono
e nascondono
due paesi profondi nei tuoi occhi.

La linea che la tua schiena
ha diviso
in pallide regioni
si perde e sorge
in due limpide metà
di mela
e continua
separando
la tua bellezza
in due colonne
di oro bruciato, di alabastro fino,
a perdersi nei tuoi piedi come in due uve,
da dove nuovamente arde e si eleva
l’albero doppio della tua simmetria,
fuoco florido, candelabro aperto,
turgida frutta alzata
sopra il patto del mare e della terra.

Il tuo corpo, in quale materia,
agata, quarzo, frumento,
si plasmò, crebbe
come del pane si alza
la temperatura,
e segnalò colline
argentate,
valli di un solo petalo, dolcezze
di profondo velluto,
fino a rimanere cagliata
la fine e ferma forma femminile?

Non soltanto è luce che cade
sopra il mondo
quella che allunga sul tuo corpo
la sua neve soffocata,
finché si stacca
da te la chiarezza come se fosse
incendiata da dentro.

Sotto il tuo piede vive la luna.

ODE AL CACTUS DELLA COSTA

Piccola
massa pura
di spine stellate,
cactus delle sabbie,
nemico,
il poeta
saluta
la tua salute ispida:
in inverno
ti ho visto:
la foschia consumava
il terreno roccioso,  
i tuoni
di ondosità
cadono
contro il Cile,
il sale abbatte statue,
lo spazio
occupato
dalle travolgenti
piume della tormenta,
e tu,
piccolo
eroe
ispido,
tranquillo
tra due pietre,
immobile,
senza occhi e senza foglie,
senza nido e senza nervi,
duro, con le tue radici
minerali
come anelli terrestri
posti
nel ferro del pianeta,
e sopra
una testa,
una minuscola
e spinosa testa
immobile,
ferma, pura,
sola nel trepidante oceano,
nell’uraganato territorio.

Più tardi agosto arriva,
la primavera dorme
confusa nel freddo
dell’emisfero nero,
tutto nella costa ha
sapore nero,
le onde
si ripetono
come piani
il cielo
è una nave
abbattuta, intristita,
il mondo è un naufragio,
e allora
ti scelse la primavera
per tornare
a vedere
la luce sopra la terra
e spuntano
due gocce di sangue
dal suo parto
in due delle tue spine solitarie,
e nasce

tra pietre,
tra i tuoi spilli,
nasce
nuovamente
la marina
primavera,
la celeste e terrestre
primavera.

Lì, di tutto
quello che esiste, fragrante,
aereo, consumato,
quello che trema nelle foglie
del limone o tra
gli aromi addormentati
della imperiale magnolia,
di tutto quello che attende
il suo arrivo,
tu, cactus delle sabbie,
piccolo brutto immobile,
solitario,
tu fosti l’eletto
e rapido
prima che un altro fiore sfidi
i bottoni
di sangue
delle tue sacre dita
si fecero fiori rosa,
petali miracolosi.

Così è la storia,
e questa
è la morale
del mio poema:
dove
stai, dove vivi,
nell’ultima
solitudine di questo mondo,
nel flagello
della furia terrestre,
nel nascondiglio
delle umiliazioni,
fratello,
sorella,
aspetta,
lavora
fermo
con il tuo piccolo essere e le tue radici.

Un giorno
per te,
per tutti,
salirà
dal tuo cuore un raggio rosso,
fiorirà anche una mattina:
non ti ha dimenticato, fratello,
sorella,
non ti ha dimenticato,
no,
la primavera:io te lo dico,
io te lo assicuro,
perché il cactus terribile,
lo spinoso
figlio delle sabbie,
conversando
con me
mi raccomandò questo messaggio
per il tuo cuore sconsolato.

E allora
te lo dico
e me lo dico:
fratello, sorella,
attendi,
stai sicuro:
Non ci dimenticherà la primavera.

ODE AI CALZINI

Mi portò Maru Mori
un paio di calzini
che tessé con le sue mani
di pastora,
due calzini soavi
come lepri.
In essi
misi i piedi
come in
due
astucci
tessuti
con fibre del
crepuscolo
e pelle di pecora.

Violenti calzini,
i miei piedi furono
due pesci
di lana,
due larghi squali
di azzurro ultramarino
attraversati
da una treccia d’oro,
due giganteschi merli,
due cannoni:
i miei piedi
furono onorati
in questo modo
da
questi
celestiali
calzini.
Erano
tanto belli
che per prima cosa
i miei piedi mi sembrarono
inaccettabili
come due decrepiti
pompieri, pompieri
indegni
di quel fuoco
ricamato,
di quei luminosi
calzini.

Tuttavia
resistetti
alla tentazione acuta
di custodirli
come i collegiali
preservano
le lucciole,
come gli eruditi
collezionano
documenti sacri,
resistetti
all’impulso furioso
di porli
in una gabbia
d’oro
e dargli ogni giorno
miglio
e polpa di melone rosato.
Come scopritori
che nella selva
si dedicano al rarissimo
cervo verde
allo spiedo
e se lo mangiano
con rimorso,
stesi
i miei piedi
e mi infoderai
i
bei
calzini
e
dopo le scarpe.

E qui sta
la morale della mia ode:
due volte è bellezza
la bellezza
e quello che è buono è doppiamente
buono
quando si tratta di due calzini
di lana
nell’inverno.

ODE ALLA CASCATA

Improvvisamente, un giorno
mi alzai presto
e ti detti una cascata.
Di tutto
quello che esiste
sopra la terra,
pietre,
edifici,
garofani,
di tutto
quello che vola nell’aria,
nubi,
uccelli,
di tutto
quello che esiste
sotto la terra,
minerali,
morti,
non esiste
niente tanto fuggitivo,
niente che canti
come una cascata.

Ahi sentila:
ruggisce
come una leonessa bianca,
brilla
come il fiore del fosforo,
sogna
come ciascuno dei tuoi sogni,
canta
nel mio canto
dandomi
passeggera oreficeria.
Ma
lavora
e muove
la ruota
di un mulino
e non solamente
è ferito crisantemo,
ma realizzatrice
della farina,
madre del pane che mangi
ogni giorno.

Mai
ti peserà quello che ti ha dato
perché sempre
fu tuo
quello che ti dette, il fiore o il legno,
la parola o il muro
che sostengono
tutto l’amore errante che riposa
ardente nelle nostre mani,
ma di quanto
ti detti,
ti do,
ti consegno,
sarà questa
segreta
voce
dell’acqua
quella che un giorno
dirà nel suo idioma quanto
tu ed io stiamo zitti,
racconterà i nostri baci
alla terra,
alla farina,
continuerà
macinando
frumento,
notte,
silenzio,
parole,
racconti,
canti.

ODE ALLA CORDIGLIERA ANDINA

Nuovamente dall’alto,
dal cielo
volando,
apparisti, cordigliera
bianca e scura della mia patria.
Prima il grande aereo
incrociò i grandi mari,
le selve, i deserti.
Tutto fu simmetria
tutto sopra la terra
preparato,
tutto dall’altitudine
era strada
finché nel mezzo
della terra e del cielo
si interpose
la tua neve planetaria
congelando le torri della terra.
Vulcani, cicatrici,
frane,
nevi ferruginose,
titaniche alture
desolate,
cime dei monti,
piedi del cielo,
abissi dell’abisso,
coltellate
che tagliarono
il guscio terrestre
e il sole
a sette mila
metri di altezza,
duri come un diamante
sopra
le vene, le diramazioni
dell’ombra e la neve
sopra l’inferocita
tormenta dei mondi
che si fermò bollendo
e nel silenzio
colossale
impose
i suoi mari di granito.

Patria, mise la terra
nelle tue mani scarne
il suo più duro stendardo,
la cordigliera andina,
ferro innevato, solitudine pura,
pietra e brivido,
e nel tuo costato
come fiore infinito il mare ti offre
la sua increspata schiuma.
Oh mare, oh neve,
oh cielo
della mia piccola patria,
all’uomo, al compatriota,
al compagno
darai,
darai un giorno
il pane della tua grandezza,
lo unirai al destino
della neve,
allo splendore sacro
del mare e della sua energia.

Dura abitazione,
un giorno
ti aprirai
consegnando
la segreta
fecondità,
il raggio dei tuoi doni,
e allora
mio piccolo
compatriota,
sfortunato nella sua propria fortezza,
stracciando nel suo ambito d’oro,
riceverai
il tesoro
conquistandolo,
difendendo la neve della sua stella,
moltiplicando il mare e i suoi grappoli,
estendendo il silenzio dei frutti.
Cordigliera, collegio
di pietra,
in questa ora
la tua grandezza
celebro,
la tua durezza,
il candelabro freddo
delle tue alte
solitudini di neve,
la notte,
estuario immobile,
navigando
sopra
le pietre del tuo sonno,
il giorno
trasparente
nel tuo capo
e in essa, nella innevata
capigliatura
del mondo,
il condor
alza
le sue ali
poderose,
il suo volo
degno
delle acerrime alture.

ODE AL CRANIO

Non lo sentii
tranne
quando caddi,
quando persi
l’esistenza
e rotolò
fuori
dal mio essere come un osso
di frutta
schiacciata:
non seppi
ma sonno
e oscurità,
quindi
sangue e cammino,
improvvisa
luce
acuta:
i viaggiatori
che alzano la tua ombra.
Più tardi la tela del letto
bianco come la luna
e il sonno finalmente appiccicato
alla tua ferita
come un cotone nero.

Questa mattina
stesi un dito segreto,
scesi per le costole
al corpo
maltrattato
e unicamente
incontrai
fermo
come un casco
il mio povero
cranio.
Quanto
nella mia età, in viaggi, in amori,
mi guardai ogni pelo,
ogni ruga
della mia fronte,
senza vedere la grandezza
della testa,
la ossuta
torre del pensiero,
la zucca dura,
la volta di calcio
protettrice
come una cassa di orologio
che copre
col suo spessore di muro
minuscoli tesori,
vasi, circolazioni
incredibili,
battito di discernimento, vene del sonno,
gelatina dell’anima,
tutto
il piccolo oceano
che sei,
il pennacchio profondo
del cervello,
le circonvoluzioni raggrinzite
come una cordigliera sommersa
e in ciò
la volontà, il pesce del movimento,
la elettrica corolla
dello stimolo,
le alghe dei ricordo.

Mi toccai la testa,
scoprendola,
come nella geologia
di un monte
già senza foglie,
senza tremante melodia di uccelli,
si scopre
il duro
minerale,
l’ossatura
della terra,
e ferito ancora,
in questo
canto lodo
il cranio, il tuo,
il mio,
il cranio,
lo spessore
protettore,
la cassaforte, il casco
della vita,
la noce dell’esistenza.

ODE ALLA CRITICA (II)

Toccai il mio libro:
era
compatto,
fermo,
arcuato
come un nave bianca,
socchiuso
come una nuova rosa,
era
per i miei occhi
un mulino,
da ciascun foglio
il fiore del pane cresceva
sopra il mio libro:
mi accecai con i miei raggi,
mi sentii troppo
soddisfatto,
persi la terra,
cominciai a camminare
avvolto nelle nubi
e allora,
compagno,
mi riportasti
alla vita,
una sola parola
mi mostrò all’improvviso
quanto potessi fare
e quanto potei
avanzare con la mia forza e la mia tenerezza,
navigare con la nave del mio canto.

Ritornai più vero,
arricchito,
presi quanto avevo
e quanto hai,
quanto tu camminasti
sulla terra,
quanto videro
i tuoi occhi,
quanto
lottò il tuo cuore giorno dopo giorno
si dispose al mio fianco,
numerosa,
ed alzai la farina
del mio canto,
il fiore del pane accrebbe il suo aroma.

Grazie ti dico,
critica,
motore chiaro del mondo,
scienza pura,
segno
della velocità, olio
dell'eterna ruota umana,
spada di oro,
pietra
della struttura.
Critica, tu non porti
la spessa goccia
sporca
dell'invidia,
la personale falce
o l'ambiguo, crespato
tarlo
del caffè rancoroso:
non sei neanche il gioco
del vecchio mangiatore di spade e la sua tribù,
né la perfida
coda
del feudale serpente
sempre attorcigliata nel suo squisito ramo.
Critica, sei
mano
costruttrice,
bolla del livello, linea di acciaio,
palpitazione di classe.

Con una sola vita
non imparerò abbastanza.

Con la luce di altre vite
vivranno altre vite nel mio canto.

ODE ALLA CROCE DEL SUD

Oggi 14 aprile.
vento
sulla costa.
notte
e vento,
notte
oscura
e vento,
si commosse l’ombra,
s’inalberò il cipresso
dalle stelle,
gli occhi della notte
rovesciarono
polvere morta
nello spazio
e tutto rimase limpido
e tremante.

Albero
di spade
fredde
fu l’ombra
stellata,
coppa
dell’universo,
raccolto
di
platino,
tutto
ardeva
nelle alte
solitudini
marine,
in Isla Negra
camminando
a braccetto
della mia amata,
e essa
allora
sollevò appena un braccio
sommerso
nell’ombra
e come un raggio di ambra
diretto
dalla terra al cielo
mi mostrò
quattro stelle:
la Croce del Sud immobile
sopra le nostre teste.

In un istante
si spensero tutti
gli occhi
della notte
e vidi solamente fisse
nel cielo solitario
quattro rose azzurre,
quattro pietre gelate,
e le dissi,
prendendo
la mia lira
di poeta
di fronte al vento
oceanico, tra le increspature
dello onde:
Croce
del Sud, dimenticato
vascello
della mia patria,
spilla
sopra il petto
della notte turgida,
costellazione marina,
luce
delle case povere,
lampada errante, rombo
di pioggia e velluto,
tranciatrice dell’altitudine,
farfalla,
posa le tue quattro labbra
sulla mia fronte
e conducimi
nel tuo notturno
sonno
e traversata
alle isole del cielo,
ai pendii
dell’acqua della notte,
alla rosa
magnetica,
madre delle stelle,
al tumulto
del sole, al vecchio carro
dell’aurora
coperto di limoni.

E non mi rispose
la Croce del Sud:
continuò, continuo a viaggiare
spazzata
dal vento.
Allora lasciai la lira
in un angolo,
nel cammino,
e abbracciai la mia mata
e nell’avvicinare i miei occhi
ai suoi occhi,
vidi in essi,
nel suo cielo,
quattro punte
di diamante accesso.

La notte e il suo vascello
nel suo amore
palpitavano
e baciai una per una
le sue stelle.

ODE AL GIORNO INCONSEGUENTE

Argentato pezzo
di coda
arancione,
giorno del mare,
cambiasti
ogni ora
il vestito,
la sabbia
fu celeste,
azzurra
fu la tua cravatta,
in una nube
i tuoi piedi
erano schiuma
e dopo
totale
fu il volo verde
della pioggia
sui pini:
una raffica di acciaio
spazzò
le speranze
dell’Ovest,
l’ultima o la prima
rondine
brillò bianca e azzurra,
come un revolver,
come un orologio notturno
solamente il cielo
conservò una lancetta
di platino,
turgido e nero il mare
coprì il suo cuore
con velluto
mostrando improvvisamente
l’innevato anello
o l’increspata
rosa del suo radiante delirio.

Tutto questo
lo guardai
inquietamente fisso
nella mia finestra
scambiando le scarpe
per andare per la sabbia
piena d’oro
o immergermi nell’umidità, tra le foglie
dell’eucalipto rosso,
curvi come pugnali di Corinto,
e non posso
sapere
se l’Arcobaleno,
che come una bandiera messicana
crebbe verso Cartagena,
era annuncio
di dolce luce
o torre di tenebre.
Un frammento
di nuvola
come resto volante
di camicia
girava
nell’ultima soglia
del panico celeste.

Il giorno
tremò da lato a lato,
un lampo
corse come una lucertola
tra i paramenti
della selva
e d’improvviso cadde tutta la rugiada
perdendosi nella polvere
il diadema selvaggio.
Tra le nubi e la terra
improvvisamente
il sole
depositò il suo uovo sodo,
bianco, liscio, ostinato,
e un gallo verde
e alto
come un pino
cantò, cantò
come se sgranasse
tutto il mais del mondo:
un fiume,
un fiume biondo
entrò per le finestre
più oscure
e non la notte, non la tempestosa
chiarezza indecisa
si stabilì sulla terra,
ma semplicemente
un giorno in più,
un giorno.

ODE AL DIZIONARIO

Lombo di bue, pesante
caricatore, sistematico
libro spesso:
da giovane
ti ignorai, mi vestì
la sufficienza
e mi credetti completo,
e tronfio come un
melanconico rospo
detti un parere: “Ricevo
le parole
direttamente
dal Sinai muggente.
Sottometterò
le forme all’alchimia.
Sono mago”.

Il gran mago taceva.

Il Dizionario,
vecchio e pesante, col suo giacchetto
di pelle logora,
rimase silenzioso
senza mostrare le sue provette.
Ma un giorno,
dopo averlo usato
e messo in disuso,
dopo
averlo dichiarato
inutile e anacronistico cammello,
quando per tanti mesi, senza protesta,
mi servì da poltrona
e da cuscino,
si ribellò e piantandosi
sulla mia porta
crebbe, mosse le sue foglie
e i suoi nidi,
mosse l’elevazione del suo fogliame:
albero
era,
naturale,
generoso
melo, meleto o manzanero,
e le parole
brillavano nella sua coppa inesauribile,
opache e sonore
feconde nella fronda del linguaggio,
cariche di verità e di suono.

Scelgo una
sola delle
sue
pagine:
Caporal
Capuchón

che meraviglia
pronunciare queste sillabe
con aria,
e più sotto
Cápsula
vuota, attendendo olio o ambrosia,
e vicino a essa
Captura Capucete Capuchina
Capraio Captatorio
parole
che si inseriscono come soavi uve
o che alla luce esplodono
come germi ciechi che attesero
nel magazzino del vocabolario
e vivono un’altra volta e danno la vita:
una volta di più il cuore le brucia.

Dizionario, tu non sei
tomba, sepolcro, feretro,
tumulo, mausoleo,
tu sei preservazione,
fuoco nascosto,
piantagione di rubini,
perpetuità vivente
dell’essenza,
granaio dell’idioma.
E è bello
raccogliere nelle tue file
le parole
della stirpe,
la severa
e dimenticata
sentenza,
figlia della Spagna,
indurita
come vomere di aratro,
ferma nel suo limite
di antiquato attrezzo,
preservata
con la sua bellezza esatta
e la durezza di medaglia.
O l’altra
parola
che lì vedemmo perduta
nelle righe
e che immediatamente
si fece saporita e liscia nella nostra bocca
come una mandorla
o tenera come un fico.

Dizionario, una mano
delle tue mille mani, una
dei tuoi mille smeraldi,
una
sola
goccia
dei tuoi versanti verginali,
un chicco
dei
tuoi
magnanimi granai
al momento
giusto
alle mie labbra conduce,
al filo della mia penna,
al mio calamaio.
Dalla tua spessa e sonora
profondità di selva,
dammi,
quando lo necessito,
un solo trillo, l’abbondanza
di un’ape,
un frammento caduto
della tua antica legna profumata
per una eternità di gelsomini,
una
sillaba,
un tremore, un suono,
una semenza:
di terra sono e con parole canto.

ODE A DON DIEGO DE LA NOCHE

Don Diego
de la Noche,
buon giorno,
Don Diego,
buona notte:
io sono
un poeta perduto.
Quella porta
era
un foro.
La notte
mi colpì il naso
con il suo ramo
che io presi per una
creatura eccellente.
L’oscurità è madre
della morte
e in essa
il poeta perduto
navigava
finché
una stella di fosforo
salì o scese – non seppi –
nelle tenebre.
Stavo io in cielo,
morto?
A chi
dovevo dirigermi,
allora?
Il mio unico
amico celeste
morì tanto tempo fa
e cammina con armatura:
Garcilaso.
Nell’inferno,
come due civette,
Baudelaire e Edgar Poe,
forse
ignorano il mio nome!

Guardai la stella
ed essa
mi guardava:
la toccai
ed era fiore,
era Don Diego,
e nella mano
il suo profumo
mi rimase agganciato
trapassandomi
l’anima.

Terrestre
stella,
grazie
per
i tuoi
quattro
petali
di chiarezza fragrante,
grazie
per
la tua bianchezza
nelle tenebre,
grazie, stella, per i tuoi quattro raggi,
grazie, fiore,
per i tuoi petali,
e grazie
per le tue quattro
spade,
Cavaliere.

ODE ALL’EROSIONE NELLA PROVINCIA DI MALLECO

Tornai alla mia terra verde
e ora non c’era,
ora non
c’era
la terra,
se ne era andata.
Con l’acqua
verso il mare
se ne era andata via.
Folta
Madre
mia,
tremuli, vasti boschi,
province montagnose,
terra e fragranza e humus:
un uccello che fischia,
una grossa
goccia
cade,
il vento
sul suo cavallo
trasparente,
maitenes, noccioli,
tempestose raulíes,
cipressi
argentati,
allori che nel cielo
sciolgono il loro aroma,
uccelli dal piumaggio
bagnato dalla pioggia
che un grido oscuro
davano
nella
fecondità
dei folti alberi,
foglie
pure, compatte,
lisce come lingotti,
dure come coltelli,
snelle
come lance,
ragni
della selva,
ragni miei,
scarabei
il cui
piccolo
fuoco errante
duplicava una goccia
di rugiada,
patria
bagnata, cielo
grande, radici,
foglie, silenzio verde,
universo
fragrante,
padiglione
del pianeta:
adesso,
adesso
sente
e tocca
il mio cuore
le tue cicatrici,
rubata
la cappa germinale
del territorio,
come se lava o morte
avessero rotto
la tua sacra sostanza
o una falce
sul tuo materno volto
avesse scritto
le iniziali dell’inferno.

Terra
che darai ai tuoi figli,
madre mia,
domani,
così distrutta,
così devastata
la tua natura,
così disfatta
la tua matrice materna,
che
pane
ripartirai
fra gli uomini?

Gli uccelli cantori,
nella tua selva
soltanto sillabavano
il filo
perpetuo
della grazia,
erano preservatori
del tesoro,
figli del legname,
rapsodie piumate
del profumo.
Essi
ti prevennero.
Essi
con il loro canto
vaticinarono
l’agonia.
Sordo
e chiuso
come
parete
di morti
è il rozzo orecchio
del
latifondista
inerte.
Venne
a bruciare
il bosco,
a incendiare le viscere
della terra,
venne
a seminare
un
sacco
di fagioli
e a lasciarci
una eredità
gelata:
l’eternità della fame.
Sarchiò col fuoco
l’alto
livello
dei mañios,
il baluardo
del rovere,
la città del raulí, il rumoroso
alveare degli ulmos,
e adesso
dalle radici bruciate,
se ne va la terra,
niente la difende,
brusche
buche,
ferite
che ormai niente o nessuno
può cancellare dal suolo:
assassinata
fu la terra
mia,
bruciata fu la coppa originaria.

Andiamo
a contenere la morte!

Cileni di oggi,
arauchi
della lontananza,
adesso,
proprio adesso, adesso,
a fermare la fame
di domani,
a rinnovare la selva
promessa,
il pane
futuro
della patria
stretta!
Adesso
a stabilizzare radici,
a piantare
la speranza,
a sottomettere i rami
al territorio!

È questa
tua
condotta di soldato,
sono questi
tuoi doveri rumorosi
di poeta,
la tua pienezza profonda
di ingegnere,
radici,
coppe verdi,
ancora
le chiede del fogliame,
e con
il canto
della voliera,
che tornerà al cielo,
ritornerà alla bocca dei tuoi figli
il pane che ora fugge con la terra.

maitene: albero celastraceo dai fiori purpurei a forma di campanula e dalle foglie moltog gradite dal bestiame (Maytenus chilensis)

raulí: albero di grande altezza, il cui legno viene impiegato nelle costruzioni (raylin)

mañiu: albero dal legno eccellente simile al larice (Podocarpus cilena)

ulmo: albero sempreverde dai fiori bianchi e dal legno utilissimo; ha uso medicinale; la corteccia si usa per conciare (Eucryphia cardifolia)

ODE ALLO SPAZIO MARINO

Umido il cuore, l’onda
colpisce
pura, sicura, amara.
Dentro di te il sale,
la trasparenza,
l’acqua si ripetono:
la moltitudine del mare
lava la tua vita
e non solo la spiaggia
ma anche il tuo cuore è circondato
dalla insistente schiuma.
Dieci anni o quindici anni,
non ricordo,
arrivai in queste solitudini,
fondai
la mia casa
sulla perfida sabbia,
e come sabbia fui sminuzzato
le ore della mia vita
granello per granello:
luce, ombra, sangue, frumento,
repulsione o dolcezza.

I muri,
le finestre,
i mattoni, le porte della casa,
non solamente
si consumarono
con l’umidità e il passaggio
del viaggiatore,
ma anche con il mio canto
e con la schiuma
che insiste sulle sabbie.
Con il mio canto e il vento
si consumarono
i muri
e del mare e le pietre
della costa
raccolsi resistenza,
spazio e ali
per il suono,
raccolsi la sostanza
della notte marina.

Qui in primo luogo
della sabbia,
estasiato,
sollevai l’alga fredda
ondulata nell’onda
o la chiocciola del Cile,
rosa dura,
sommersa anca
di colomba,
o l’agata
marina,
traslucida
come vino giallo.
Dopo
cercai
le piante tempestose,
il firmamento fine
dei fiori
perduti nella duna,
nella calcarea
verginità rocciosa:
amai la flora
della ardente sabbia,
grosse foglie, spine,
fiori delle intemperie,
minute
stelle
invariabili
incollate alla terra.

Si, i fiori,
le alghe,
le sabbie,
ma dietro tutto
il mare come un cavallo
sfrenato
nel vento,
cavallo azzurro, cavallo
dalla chioma bianca,
sempre
galoppando,
il mare,
marmitta
sempre
cucinando,
il mare
molto più ampio
delle isole,
cintura frenetica
di terra e cielo.
E sulle rive
pietre
in abbondanza,
edifici
di roccia
disposti contro il mare e la sua battaglia,
scavati dalla stessa goccia
ripetuta nei secoli.

Contro il granito grigio
il mare esplode:
invasioni di schiuma,
eserciti di sale,
soldati verdi
abbattendo grappoli invisibili.
Fitti palombari
scendono,
militanti
della profondità:
la nave attende
nel viavai del seno dell’onda,
tornano
con
una manciata
di palpitanti
frutti
sottomarini,
gotiche chiocciole,
spinosi ricci:
il palombaro
emerge
dalla mitologia
nel suo scafandro, poté
ballare con le meduse,
rimanere
nel profondo hotel
delle sirene,
ma è tornato: un piccolo
pescatore dalla riva
esce dalle sue scarpe
e è aereo
come una carta o un uccello.
Rapida razza
dei miei compagni,
più che il mare è la tosse
che li colpiva
e come in reti rotte
le loro difficile vite
senza unità, scivolano
verso la morte.

L’uomo
della costa
si vede minuscolo
come pulce marina.
Non è vero.
Si è appeso
come un ragno
alle pietre, in
un terreno incolto marino
la sua dimora miserabile,
l’uomo
delle terre sdentate
con pezzi di ottone, con tavole rotte
pose il tetto sopra i figli
e salì ogni giorno
al martello, al cemento,
alle navi.
Qui stanno
i porti,
le case, le dogane:
l’ometto
della costa elevò le strutture
e ritornò alle colline,
alla sua caverna.

Si, oceano, solenne
è il tuo insistente
vaticinio, l’eternità
del canto in movimento,
il tuo coro
entra nel mio cuore, spazza le foglie
del morto autunno.
Oceano,
la tua debordante coppa
apre
come nella roccia
il suo foro
nella mia piccola fronte di poeta,
e sabbia, fiori duri, uccelli
di tempesta, fischiante cielo,
attorniano la mia esistenza.
Ma il minuscolo
uomo delle sabbie
è per me più grande.
Adesso, vedetelo:
passa con la sua moglie, con cinque cani
affamati, con il suo carico
di mare, alghe, pesci pescati.

Io non sono mare, sono uomo.

Io non conosco il vento.

Cosa dicono queste onde?

E chiudo la mia finestra.

Oceano,
bella è la tua voce, di sale e sole la tua statua,
ma
per l’uomo è il mio canto.

ODE ALLE STELLE

Serene pietre pure
della notte, coperte
di solitudine, vuote
per l’uomo,
buchi
perforati
nel diamante nero,
frecce
del velluto
tremante,
cereale
di platino
spolverato
nell’ombra,
ebbene,
basta!
Adesso
quale uso,
in che maniera,
come e quando
servirete a qualcosa?
Sono stanco,
siamo,
da tanta
inutile
e magnanima
bellezza.
Siete le più delicate
fanciulle
dei settanta cieli,
con scarpe di raso,
con occhi di diamante,
ragazze
che non sanno
cucinare,
né maneggiare trattori,
statue
di lontano
cuore,
fino a quando?

Vogliamo
che
siate
piene di grappoli,
raggianti,
ma gravide,
magnetiche,
si,
però ne vogliamo una
piena come una botte
di millenario vino,
un’altra
che sia
fabbrica
carica
di orologi,
un’altra
con odore di cammello,
di bue, di mucca,
un’altra
piena di pesci pescati,
un’altra
con i mattoni che necessitano
sulla terra
per costruire case alle vedove
degli operai morti,
un’altra
stella
con pani,
se è possibile
con burro in mezzo.
Non dimenticarti, poeta,
mi gridano,
di una stella
con agnelli,
di un’altra con insalate,
con materassi,
di una con mobili,
un’altra con libri!

Stelle,
non per questo
mi creaste
sciocco,
insistendo,
come negli uffici,
con
vaghe
petizioni.
Ascoltatemi:
la terra
è la nostra stella.
Per prima cosa
la feconderemo
finché sia piena
come un canestro verde
con i doni
che
le estrarremo,
e allora,
evviva!
Alle altre stelle!
All’aria!
Al sole!
Al vento!
Alla splendida costa
dei nuovi spazi
arriveremo,
alla remota stella,
con una pala
e un profondo libro,
con cuori semplici,
rifiutata
l’antica astronomia
verrà
l’agricoltura
degli astri,
mungeremo
i seni della stella,
e nella notte
muggirà nella distanza
dei cieli
il nostro allevamento.
Inutili
stelle,
ogni notte
della mia crescente vita
più belle
mi sembrate, più alte:
contemplatele
attraverso la fredda trasparenza
della notte del Cile.
Man mano
che i miei anni aumentano
dormo più con voi
o vigilo
sotto la vostra
bellezza
innumerevole,
per questo
in questa intimità
degli
amori,
lasciatemi,
poligamo
dello spazioso talamo
notturno,
lasciatemi
alzare
alla più alta altezza
la mia mano di poeta
e lasciare
all’ombra costellata,
alle remote, alle tremanti
stelle,
un’avvertenza, un colpo
alle sue glaciali
porte,
una raffica
di semenze umane,
un documento, una ode
che anticipi
nel cielo
la terrestre
invasione
progenitrice.
ODE ALLA FARMACIA

Che odore di bosco
ha
la farmacia!

Di ciascuna
radice salì l’essenza
a profumare
la pace
del farmacista,
si sminuzzarono
sali
che producono
prodigiosi unguenti,
la secca solfatara
macinò, macinò, macinò
lo zolfo
nel suo mulino
e qui è
unito
con la resina
del copale favoloso:
tutto
si fece capsula,
polvere,
particella
impalpabile,
preservatore
principio.
Il mortaio
pestò minuti
asterischi,
aromi,
palle di bismuto,
spugne secche,
calce.

Nel fondo
della sua farmacia
vive
l’alchimista
antico,
i suoi occhiali
sopra
una moltiplicata
narice,
il suo prestigio
nei flaconi,
circondato
da numeri
misteriosi:
la noce vomica,
l’alcale,
il solfato,
la gomma
delle isole,
il muschio,
il rabarbaro,
l’infermale belladonna,
e l’arcangelico bicarbonato.
Poi le vitamine
invasero
con i loro abbecedari
saggi scaffali.
Dalla terra,
dall’humus,
dai funghi,
germogliarono
i bastoni
della penicillina.
Da ciascuna
viscera
morta
volarono
come api
gli ormoni
e occuparono
il loro posto nella farmacia.

A mano a mano
che nel laboratorio
si combatte
la morte
avanza
la bandiera
della vita,
si registra
un movimento
nell’aroma
della vecchia farmacia:
i lenti
balsami
del passato
fanno
posto
all’istantanea scatola
di iniezioni
e concentra una capsula la nuova
velocità
della gara
dell’uomo con la morte.

Farmacia, che sacro
odore di bosco
e di conoscenza
sale dalle tue
scaffalature,
che diversa
profondità di aromi
e regioni:
il miele
di un legno,
la purissima polvere
di una rosa
o il lutto
di un veleno.
Tutto
nel tuo ambito chiaro,
nella tua università
di flaconi e cassetti,
attende
l’ora della battaglia nel nostro corpo.

Farmacia, chiesa
dei disperati
con un piccolo
dio
in ciascuna pillola:
spesso eri
troppo cara,
il prezzo
di un rimedio
chiude le tue chiare porte
e i poveri
con la bocca stretta
tornano alla camera oscura del malato,
che arrivi un giorno
gratis
di farmacia,
che non continui
a vendere
la speranza,
e che siano
vittorie
della vita,
di ogni
vita
umana
contro
la poderosa
morte,
le tue vittorie.
E cos’ saranno migliori
i tuoi allori,
saranno più odorosi i solfati,
più azzurri l’azzurro del metilene
e più dolce la pace del chinino.

ODE AI FIORI DELLA COSTA

Si sono aperti i fiori
silvestri di Isla Negra,
non hanno nome, alcuni
sembrano zagare della sabbia,
altri
accendono
sul suolo un lampo giallo.

Sono poeta pastorale.
Mi alimento
come i cacciatori,
faccio fuoco
vicino al mare, nella notte.

Solo questo fiore, solo queste
solitudini marine
e tu, allegra,
e semplice come rosa della terra.

La vita
mi chiese di combattere
e organizzò il mio cuore a lottare
e sollevare la speranza:
fratello
dell’uomo sono, di tutti.
Dovere e amore si chiamano
le mie due mani.

Guardando
fra le pietre
della costa,
i fiori che attesero
attraverso la dimenticanza
e l’inverno
per elevare un raggio minuto
di luce e di fragranza,
a salutare
una volta ancora
del fuoco,
della legna,
del bosco,
della sabbia,
mi dispiace fare un passo,
qui
rimarrei,
non nelle strade.
Sono poeta pastorale.

Ma dovere e amore sono le mie due mani.

ODE AL GABBIANO

Al gabbiano
sopra
i pini
della costa,
nel vento
la sillaba
fischiante della mia ode.

Navighi
barca lucida,
bandiera di due ali,
nel mio verso,
corpo di argento,
sale
la tua insegna attraversata
nella camicia
del firmamento freddo,
oh volatore,
soave
serenata del volo,
freccia di neve, nave
tranquilla nella tormenta trasparente
alza il tuo equilibrio
mentre
il rauco vento spazza
le praterie del cielo.

Dopo il lungo viaggio,
tu, magnolia piumata,
triangolo sostenuto
dall’aria nell’altezza,
con lentezza ritorni
alla tua forma
chiudendo
la tua argentata veste,
ovalizzando il tuo nitido tesoro,
ritornando ad essere
bottone bianco del volo,
germe
rotondo,
uovo della bellezza.

Un altro poeta
qui
terminerebbe
la sua vittoriosa ode.
Io non posso permettermi
solamente
il lusso bianco
della inutile schiuma.
Perdonami,
gabbiano,
sono
poeta
realista,
fotografo del cielo.
Mangi,
mangi,
mangi,
non c’è
niente che non divori,
sopra l’acqua del porto
latri
come cane di povero,
corri
dietro l’ultimo
pezzo d’intestino
di pesce,
becchi
le tue sorelle bianche,
rubi
la deprecabile preda,
il disarmato cumulo
di spazzatura marina,
spii i
pomodori
decaduti,
gli scartati
avanzi della cala.
Ma
tutto
lo trasformi
in ala limpida,
in bianca geometria,
nella estatica linea del tuo volo.

Per questo,
ancora di neve,
volatrice,
ti celebro completa:
con la tua voracità opprimente,
con il tuo grido nella pioggia
o il tuo riposo
di fiocco generoso
nella tempesta,
con la tua pace o il tuo volo,
gabbiano,
ti consacro
mia parola terrestre,
lenta prova di volo,
a vedere se tu sgrani
la tua semenza di uccello nella mia ode.

ODE AL FEGATO

Modesto
organizzato
amico,
lavoratore
profondo,
lasciami darti l’ala
del mio canto,
il colpo
d’aria,
il salto
della mia ode:
essa nasce
dalla tua invisibile
macchina,
essa vola
dal tuo infaticabile
e chiuso mulino,
viscera
delicata
e poderosa,
sempre
viva e oscura.
Mentre
il cuore suona e attrae
la partitura del mandolino,
lì dentro
tu filtri
e riparti,
separi
e dividi,
moltiplichi
e lubrifichi,
aumenti
e riunisci
i fili e i grammi
della vita, gli ultimi
liquori,
le ultime essenze.

Viscera
sottomarina,
misuratore
del sangue,
vivi
pieno di mani
e di occhi,
misurando e travasando
nella tua nascosta
camera
di alchimista.
Giallo
è il tuo sistema
di idrografia rossa,
palombaro
della più pericolosa
profondità dell’uomo,
lì nascosto
sempre,
sempiterno,
nella fabbrica,
silenzioso.
E ogni
sentimento
o stimolo
crebbe nel tuo macchinario,
ricevette alcune gocce
della tua elaborazione
infaticabile,
all’amore aggregasti
fuoco o melanconia,
una piccola
cellula sbagliata
o una fibra
guastata dal tuo lavoro
e l’aviatore si sbaglia in cielo,
il tenore crolla in un fischio,
l’astronomo si perde un pianeta.

Come brillano sopra
gli affascinanti occhi
della rosa,
le labbra
del garofano
mattutino!
Come ride
nel fiume
la fanciulla!
E sotto
il filtro e la bilancia,
la delicata chimica
del fegato,
il magazzino
dei cambiamenti sottili:
nessuno
lo vede o lo canta,
ma,
quando
invecchia
o logora il suo mortaio,
gli occhi della rosa si estinsero,
il garofano appassì la sua dentatura,
la fanciulla non cantò nel fiume.
Austera parte
o tutto
di me stesso,
nonno
del cuore,
mulino
di energia:
ti canto
e temo
come se fossi giudice,
metro,
fedele implacabile,
e si non posso
abbandonarmi legato alla purezza,
se l’eccessivo
mangiare
o il vino ereditario della mia patria
pretesero
perturbare la mia salute
o l’equilibrio della mia poesia,
da te,
monarca oscuro,
distributore di miele e veleni,
regolatore dei sali,
da te attendo giustizia:
Amo la vita: Rispettami! Lavora!
Non fermare il mio canto.

ODE AL SAPONE

Avvicinando
il
sapone
vicino alla mia faccia
la sua candida fragranza
mi turba:
Non so
da dove vieni,
aroma,
dalla provincia
vieni?
Da mia cugina?
Dal mio vestito nell’armadio
tra le mani
stellate del freddo?
Dai lillà
quelli,
ahi!, da quelli?
Dagli occhi
di Maria campestre?
Dalle susine verdi
sul ramo?
Dal campo di calcio
e dal bagno
sotto i
tremolanti
salici?
Odori di pergolato,
di dolce amore o di torta
di onomastico? odori
di cuore bagnato?

Che cosa mi porti,
sapone,
alle narici
all’improvviso,
nella mattina,
prima di entrare nell’acqua
mattutina
e uscire per le strade
tra uomini oppressi
dalle loro mercanzie?
Quale odore di paese
lontano,
quale fiore
di sottoveste,
miele di ragazze silvestri?
O forse
è il vecchio
dimenticato
odore dell’emporio
di generi coloniali
e deprezzati,
le bianche tele forti
tra le mani dei contadini,
lo spessore
felice
della chancaca,
o nella credenza della casa
dei miei zii
un garofano rosso
come un raggio rosso,
come una freccia rossa?

È questo
tuo acuto
odore
di negozio
economico, di colonia
indimenticabile, di negozio di parrucchiere,
della provincia pura,
dell’acqua limpida?
Questo
sei,
sapone, delizia pura,
aroma transitorio
che scivola
e naufraga
come un
pesce cieco
nella profondità della vasca.

Chancaca: torta di farina di frumento o di mais con miele


ODE ALLA LUCERTOLA

Vicino alla sabbia
una
lucertola
dalla coda coperta di sabbia.

Sotto
una foglia
la sua testa
di foglia.

Da quale pianeta
o brace
fredda e verde,
cadesti?
Dalla luna?
Dal più lontano freddo?
O dallo
smeraldo
salirono i tuoi colori
in un rampicante?

Del tronco
tarlato
sei
vivissimo
germoglio,
freccia
del suo fogliame.
Nella pietra
sei pietra
con due piccoli occhi
antichi:
gli occhi della pietra.
Vicino
all’acqua
sei
melma taciturna
che scivola.
Vicino
alla mosca
sei il dardo
del drago che annienta.

E per me,
l’infanzia,
la primavera
vicino
al fiume
pigro,
sei
tu!,
lucertola
fredda, piccola
e verde:
sei una remota
siesta
vicino alla frescura
con i libri chiusi.

L’acqua corre e canta.

Il cielo, in alto, è una
corolla calorosa.


ODE A UNA LAVANDAIA NOTTURNA

Dal giardino, in alto,
guardai la lavandaia.
Era di notte.
Lavava, sfregava,
scuoteva,
un secondo le sue mani
brillavano nella schiuma,
poi
cadevano nell’ombra.
Da sopra
alla luce della candela
era nella notte l’unica
vivente,
l’unica che viveva:
quello
scuotendosi
nella schiuma,
i bracci nella stoffa,
il movimento,
l’instancabile energia:
va e viene
il movimento,
cadendo e alzandosi
con precisione celeste,
vanno e vengono
le mani sommerse,
le mani, vecchie mani
che lavano nella notte,
fino a tardi, nella notte,
che lavano
vestiti altrui,
che estraggono dall’acqua
l’impronta
del lavoro,
la macchia
dei corpi,
il ricordo impregnato
dei piedi che camminarono,
le camicie
pesanti,
i calzoni
sgualciti,
lava
e lava
di notte.

La notturna
lavandaia
a volte
alzava
la testa
e ardevano nei suoi capelli
le stelle
perché
l’ombra
confondeva
il suo capo
e era la notte, il cielo
della notte
la chioma
della lavandaia,
e la sua candela
un astro
minuto
che incendiava
le sue mani
che alzavano
e muovevano
i vestiti,
salendo
e
discendendo,
brandendo
l’aria, l’acqua,
il sapone vivo,
la magnetica schiuma.

Io non udivo,
non udivo
il sussurro
della stoffa nelle sue mani.
I miei occhi
nella notte
la guardavano
sola
come un pianeta.
Ardeva
la notturna
lavandaia,
lavando,
sfregando
i vestiti,
lavorando
nel freddo,
nella durezza,
lavando nel silenzio notturno dell’inverno,
lava e lava
la povera
lavandaia.

ODE ALLA LUNA

Orologio del cielo,
misuri
l’eternità celeste,
un’ora
bianca,
un secolo
che scivola
nella tua neve,
nel frattempo
la terra
rannuvolata,
umida,
calda:
i martelli
colpiscono,
ardono
gli alti forni,
si scuote nella sua lamina
il petrolio,
l’uomo ricerca, affamato,
la materia,
si sbaglia,
corregge
la sua bandiera,
si raggruppano i fratelli,
camminano,
ascoltano,
sorgono
le città,
in alto
cantarono
le campane,
le stoffe si tessero,
saltò via
la trasparenza
dei vetri.
Nel frattempo
gelsomino
o luce
di neve,
luna
chiarissima,
alta
azione di platino,
soave
morta,
scivoli
nella notte
senza che
sappiamo
chi sono i tuoi uomini,
se hai
farfalle,
se alla mattina
vendi
pane di luna,
latte di stella bianca,
se sei
di vetro,
di sughero arancione,
se respiri,
se nelle tue praterie corrono
serpenti smussati,
fragili.

Vogliamo
avvicinarti,
guardiamo
fino a rimanere ciechi
la tua implacabile
bianchezza,
adattiamo
al monte il telescopio
e incolliamo l’occhio
fino ad addormentarci:
non parli,
non ti svesti,
non accendi
un solo falò,
guardi
verso l’altro lato,
conti,
conti
il tempo
della notte,
tic
tac
soave,
soave
tac
tic
tac
come goccia nella neve,
rotondo
orologio di acqua,
corolla
del tempo
sommersa
nel cielo.

Non sarà, non sarà
sempre,
prometto
in nome
di tutti
i poeti
che ti amarono
inutilmente:
apriremo
la tua pace di pietra pallida,
entreremo
nella tua luce sotterranea,
si accenderà
fuoco
nei tuoi occhi morti,
feconderemo
la tua struttura gelata,
raccoglieremo
frumento
e uccelli
davanti a te,
navigheremo
nel tuo oceano bianco,
e segnerai
allora
le ore
degli uomini,
nell’altezza
del cielo:
sarai
nostra,
avrò la tua neve
petali
di donne,
scoperta
di uomini,
e non sarai inutile
orologio
notturno,
magnolia
dell’albero della notte,
ma anche
legume,
formaggio puro,
vacca celeste,
mammella
prodiga,
sorgente
di latte,
utile
come la spiga,
traboccante,
regnante
e necessaria.

ODE ALLA LUNA DEL MARE

Luna
della città,
mi sembri
stanca,
oscura
mi sembri
o gialla,
con un poco
di unghia consumata
o uncino di lucchetto,
cadaverica,
vecchia,
burrascosa,
vacillante
come una
religiosa ossidata
nel trascorso
delle metalliche
rivoluzioni:
luna
trasmigratoria,
rispettabile,
impassibile:
il tuo
pallore
ha visto
barricate
sanguinanti,
rivolte
di popolo che scuote
le sue catene,
papaveri
aperti
sopra
la guerra
e i suoi
sterminati
e lì,  stanca, arrivi
con le tue palpebre vecchie
ogni volta
più stanca,
più
triste,
più ripiena con fumo,
con sangue, con tabacco,
con infinite interrogazioni,
con il sudore notturno
delle panetterie,
luna
consumata
come
l’unica macina
del cielo
della notte
sdentata.

Improvvisamente
arrivo
al mare
e un’altra luna
mi sembri,
bianca,
bagnata
e fresca
come
cavalla
giovane
che corre
nella rugiada,
giovane
come una perla,
diafana
come fronte
di sirena.
Luna
del mare,
ti lavi
ogni notte
e albeggi
bagnata
per un’aurora eterna,
sposandoti
continuamente con il cielo, con l’aria,
con il vento marino,
sviluppando ogni
nuova ora
con l’interno impulso
vitale della marea,
limpida come le unghie
nel sale
dell’oceano.

Oh, luna dei mari,
luna
mia,
quando
dalle strade
ritorno,
al mio numero
torno,
tu mi lavi
la polvere,
il sudore
e le macchie
della strada,
lavandaia
marina,
lavi
il mio cuore stanco,
la mia camicia.
Nella notte
ti guardo,
pura,
incendiata
lampada
del cielo,
fresca, appena nata
tra le onde,
e mi addormento
sotto la tua sfera limpida,
rilucente,
di universale orologio,
di rosa bianca.
Albeggio
nuovo, appena vestito,
lavato dalle tue mani,
lavandaia,
buona per il lavoro
e la battaglia.
Forse la tua pace, la tua aureola
madreperlacea,
la tua nave
tra le onde,
eterna, rinascendo
con l’ombra,
devono venire con me
e alla tua fresca
eternità d’argento
e di marea
deve il mio cuore
il suo lievito.

ODE ALLA PIOGGIA MARINA

Il grande uccello incrocia
tra acqua e acqua,
il cielo
si sfoglia,
piove
sopra l’oceano del Cile.
Dura
come roccia ondulata
l’acqua madre
muove
il suo ventre
e come da un pino
in movimento
cadono aghi verdi
dal cielo.
Piove
da mare a mare,
dagli arcipelaghi
fino agli scheletri gialli
del litorale peruviano,
piove,
e è come freccia l’acqua
senza arciere,
la trasparenza
obliqua
dei fili,
l’acqua dolce
sopra l’acqua amara.
Nell’azzurro
bagnato,
cenerino,
balla l’albatro
nell’aria pura,
nave orgogliosa, chiave
dell’equazione marina.
E agitando
le piume
nella pioggia,
la candida colomba concimatrice,
la rondine antartica,
l’uccello della spiaggia,
attraversano le solitudini,
mentre
le onde e la schiuma
combattendo
rifiutano e ricevono
l’inondazione
celeste.

Acquazzone
marino,
dalle tue fibre
fu brunito e lavato
come una nave
il mondo:
la partenza
si prepara nella costa,
getti
di forza trasparente
pulirono la struttura,
brillò, brillò la prua
di legno
nella pioggia:
l’uomo,
tra
oceano
e cielo,
terso, nella luce dell’acqua,
termino la sua asprezza,
come un bacio nella sua fronte
si sfogliò
la pioggia
e una raffica
del mare,
un’onda appuntita
come un riccio di cristallo salato
la prelevò dal sonno
e battezzò con sale la sua sfida.

Acque, in questa ora
di solitudine terrestre,
attive acque pure,
somiglianti
alla verità, eterne,
grazie
per la lezione e il movimento,
per il sale tempestoso
e per il ritmo freddo,
perché il pino del cielo
si sfoglia
cristallino, davanti a me,
perché di nuovo esisto,
canto, creo,
fermo, appena lavato
dalla pioggia marina.

ODE ALLE TUE MANI

Io in un mercato
o in un mare di mani
le tue
riconoscerei
come due uccelli bianchi,
differenti
tra tutti gli uccelli:
volano tra le mani,
migratorie,
navigano nell’aria,
trasparenti,
ma
ritornano
al tuo fianco,
al mio fianco,
si ripiegano, addormentate, sul mio petto.

Diafane, sono magre
e nude,
lucide come
una cristalleria,
e vanno
come
ventagli
nell’aria,
come piume del cielo.

Al pane ed anche all’acqua assomigliano,
al frumento, ai piedi della luna,
al profilo della mandorla, al pesce selvaggio
che palpita argentato
durante il tragitto
dalle sorgenti.
Le tue mani vanno e vengono
lavorando,
lontano, suonano
toccando forchette,
fanno fuoco e all’improvviso sguazzano
nell’acqua
nera della cucina,
picchiettano la macchina chiarendo
la boscaglia della mia calligrafia,
conficcano nelle pareti,
lavano vestiti
e tornano un’altra volta alla loro bianchezza.
Per un po’
si dispose nella terra
che dormiva e volò
sopra il mio cuore
questo miracolo.

ODE A DON JORGE MANRIQUE

Jorge Manrique, vissuto tra il 1440 e il 1478, può essere considerato uno dei fondatori della letteratura e della lingua spagnola contemporanea. Particolarmente famose le sue Coplas a la muerte de su padre.


Avanti, gli dissi,
e entrò il buon cavaliere
della morte.

Era di argento verde
la sua armatura
e i suoi occhi
erano
come l’acqua marina.
le sue mani ed il suo viso
erano di frumento.

Parla, gli dissi,
cavaliere
Jorge,
non posso
opporre anche all’aria
le tue strofe.
Di ferro e ombra furono,
di diamanti
oscuri
e tagliati
rimasero
nel freddo
delle torri
di Spagna,
nella pietra, nell’acqua,
nell’idioma.

Allora, egli mi disse:
“È l’ora
della vita.
Ahi
se potessi
mordere
una mela,
toccare la polverosa
soavità della farina.
Ahi se nuovamente
il canto …
Non alla morte
darei
la mia parola …
Credo
che il tempo oscuro
ci accecò
il cuore
e le sue radici
scesero e scesero
alle tombe,
mangiarono
con la morte.
Sentenza e preghiera furono le rose
di quelle sepolte
primavere,
e, solitario giullare,
andavo
silenzioso nelle abitazioni
transitorie:
Tutti i passi andavano
a una solenne
eternità
vuota.
Adesso
mi sembra
che non è solo l’uomo.
Nelle sue mani
ha elaborato
come se fosse un duro
pane, la speranza,
la terrestre
speranza”.

Guardai e il cavaliere
di pietra
era d’aria.

Io non stavo nella sedia.

Per l’aperta finestra
si estendevano le terre,
i paesi,
la lotta, il frumento,
il vento.

Grazie, dissi, Don Jorge, cavaliere.

E tornai al mio dovere di popolo e canto.

ODE AL BAMBINO DELLA LEPRE

Alla luce dell’autunno
nella strada
il bambino
sollevava nelle sue mani
non un fiore
non una lampada,
ma una lepre morta.

Le macchine rigavano
la strada fredda,
i volti non guardavano
dietro
i vetri,
erano occhi
di ferro,
orecchie
nemiche,
rapidi denti
che lampeggiavano
scivolando
verso il mare e le città,
e il bambino
dell’autunno
con la lepre,
scontroso
come un cardo,
duro
come una pietruzza,

sollevava
una mano
verso le esalazioni
dei viaggiatori.
Nessuno
si fermava.

Erano scure
le alte cordigliere,
rocce
colore di puma
perseguitato,
violaceo
era
il silenzio
e come
due braci
di diamante
nero
erano
gli occhi
del bambino con la sua lepre,
due punte
dritte
di coltello,
due coltelli neri,
erano gli occhi
del bambino,
lì smarrito
offrendo la sua lepre
nell’immenso
autunno
della strada.

ODE ALL’OCCHIO

Potente sei, ma
un granello di sabbia,
una zampa di mosca,
la metà di un milligrammo
di polvere
entrò nel tuo occhio destro
e il mondo
si fece nero e confuso,
le strade
si trasformarono in scale,
gli edifici si coprirono di fumo,
il tuo amore, il tuo figlio, il tuo piatto
cambiarono di colore, si trasformarono
in palme o ragni.

Cura l’occhio!

L’occhio,
globo di meraviglia,
piccolo
polpo del nostro abisso
che estrae
la luce dalle tenebre,
perla
elaboratrice,
magnetica
perla nera corvina,
macchinetta
rapida
come niente o come nessuno,
fotografo
vertiginoso,
pittore francese,
rivelatore di stupore.
Occhio,
desti nome
alla luce dello smeraldo,
segui
la crescita
dell’arancio
e controlli
le leggi dell’aurora,
misuri,
avverti del pericolo,
ti incontri con il raggio
degli altri occhi
e arde nel cuore la fiammata,
come un
millenario mollusco,
ti spaventi
all’attacco dell’acido,
leggi,
leggi
numeri di banchieri,
alfabeti
di teneri collegiali della Turchia,
del Paraguai, di Malta,
leggi
liste
e romanzi,
abbracci onde, fiumi,
geografie,
esplori,
riconosci
la tua bandiera
nel remoto mare, tra le navi,
mostri al naufrago
il ritratto
più azzurro del cieli
e di notte
la tua piccola
finestra
che si chiude
si apre dall’altro lato come un tunnel
all’indecisa patria dei sogni.

Io vidi un morto
nella pampa
salnistrica,
era
un uomo del salnitro,
fratello della sabbia.
In uno sciopero
mentre
mangiava
con i suoi compagni
lo abbatterono, poi
nel suo sangue
che nuovamente
tornava alle sue sabbie,
gli uomini
inzupparono
le loro bandiere
e per la dura pampa
camminarono
cantando
e sfidarono i suoi carnefici.
Io mi chinai
per toccare il suo volto
e nelle pupille
morte,
ritratta,
profonda,
vidi
che era morto
guardando
la sua bandiera,
la stessa che portavano
al combattimento
i suoi fratelli
cantando,

come nel pozzo
di tutta
l’eternità umana
vidi
la sua bandiera
come fuoco scarlatto,
come un papavero
indistruttibile.

Occhio,
tu moristi
nel mio canto
e quando un’altra volta verso l’oceano
andai a dirigere le corde della mia lira
e della mia ode,
tu delicatamente
mi mostrasti
che sciocco sono: vidi la vita, la terra,
tutto
vidi,
meno i miei occhi.
Allora
lasciaste penetrare
sotto le mie palpebre
un atomo di polvere.
Mi si annebbiò la vista.
Vidi il mondo
annerito.
L’oculista
da dietro uno scafandro
mi indirizzò un raggio
e mi lasciò cadere
come a un’ostrica
una goccia d’inferno.
Più tardi,
riflessivo,
recuperando la vista e ammirando
gli scuri, spaziosi
occhi di colei che adoro,
cancellai la mia ingratitudine con questa ode
che i tuoi
sconosciuti occhi
leggono.

ODE ALL’ODORE DELLA LEGNA

Tardi, con le stelle
aperte nel freddo
aprii la porta.
Il mare
galoppava
nella notte.

Come una mano
dalla casa oscrura
salì l’aroma
intenso
della legna riposta.
Visibile era l’aroma
come
se l’albero
fosse vivo.
Come se ancora palpitasse.

Visibile
come un vestito.

Visibile
come un ramo rotto.

Andavo
dentro
la casa
attorniato
da quella balsamica
oscurità.
Fuori
le punte
del cielo scintillavano
come pietre magnetiche
e l’odore della legna
mi toccava
il cuore
come delle dita,
come un gelsomino,
come alcuni ricordi.

Non era l’odore acuto
dei pini,
no,
non era
la rottura nella corteccia
dell’eucaliptus,
non erano
neppure
i profumi verdi
della vigna,
ma
qualcosa di più segreto,
perché quella fragranza
una sola,
una sola
volta esisteva,
e lì, di tutto quello che vidi nel mondo,
nella mia propria
casa, di notte, vicino al mare d’inverno,
lì stava aspettandomi
l’odore
della rosa più profonda,
il cuore tagliato della terra,
qualcosa
che mi invase come una onda
liberatasi
dal tempo
e si perse in me stesso
quando aprii la porta
della notte.

ODE ALLA PAPPA

Pappa
ti chiami,
pappa
e non patata,
non nascesti con barba,
non eri castellana:
eri scura
come
la nostra pelle,
siamo americani,
pappa,
siamo indios.
Profonda
e soave eri,
polpa pura, purissima
rosa bianca
sepolta,
fiorisci
là dentro
nella terra,
nella piovosa
terra
originaria,
nelle isole bagnate
del Cile tempestoso,
nel Chiloé marino
nel mezzo dello smeraldo che apre
la sua luce verde
sopra l’australe oceano.

Pappa,
materia
dolce,
mandorla
della terra,
la madre

non ebbe
metallo morto,
lì nella oscura
morbidezza delle isole
non dispose
il rame e i suoi vulcani
sommersi,
né la crudeltà azzurra
del manganese,
bensì con la sua mano,
come in un nido
nella umidità più soave,
collocò i tuoi redomi,
e quando
il tuono
della guerra
nera,
Spagna
inquisitrice,
nera come l’aquila della sepoltura,
cercò l’oro selvaggio
nella matrice
bruciante
della Araucania,
le sue unghie
avide
furono sterminate,
i suoi capitani
morti,
ma quando alle pietre della Castiglia
ritornarono
i poveri capitani sconfitti,
alzarono nelle loro mani insanguinate
non la coppa d’oro,
ma la pappa
del Chiloé marino.

Onesta sei
come
una mano,
che lavora nella terra,
familiare
sei
come
una gallina,
compatta come un formaggio
che la terra elabora
nelle sue mammelle
nutrici,
nemica della fame,
in tutte
le nazioni
si piantò la tua bandiera
vincitrice
e subito lì,
nel freddo o nella costa
bruciata,
apparve
il tuo fiore
anonimo
annunciando la fitta
e soave
nascita delle tue radici.

Universale delizia,
non attendevi
il mio canto
perché sei sorda
e cieca
e sotterrata.
Appena
stai con l’inferno
dell’olio
o canti
nelle friggitorie
dei porti,
vicino alle chitarre,
silenziosa,
farina della notte
sotterranea,
tesoro interminabile
dei popoli.

ODE AL COLIBRÌ

Al colibrì,
volante
scintilla di acqua,
incandescente goccia
di fuoco
americano,
riassunto
incendiato
della selva,
arcobaleno
di precisione
celeste:
al
colibrì
un arco,
un
filo
d’oro,
un falò
verde!

Oh
minimo
lampo
vivente,
quando
si sostiene
nell’aria
la tua
struttura
di polline,
piuma
o brace,
ti domando,
che cosa sei,
da dove
ti origini?
Forse nella età cieca
del diluvio,
nel fango
della fertilità,
quando
la rosa
si congelò in un pugno di antracite
e si iscrissero i metalli,
ciascuno nella
sua segreta
galleria,
forse allora
del rettile
ferito
girò un frammento,
un atomo
d’oro,
l’ultima
squama cosmica, una
goccia
dell’incendio terrestre
e volò
respingendo la tua bellezza,
il tuo iridescente
e rapido zaffiro.

Dormi
in una noce,
entri in una
minuscola corolla,
freccia,
proposito,
scudo,
vibrazione
del miele, raggio di polline,
sei
tanto valoroso
che il falco
con il suo nero piumaggio
non ti spaventa:
giri
come luce nella luce,
aria nell’aria,
e entri
volando
nell’involucro umido
dei fiori tremanti
senza paura
che il suo miele nuziale ti decapiti.

Dallo scarlatto all’oro spolverato,
al giallo che arde,
al raro
smeraldo cenerino,
al velluto arancione e nero
del tuo iridescente corsetto,
fino al disegno
che come
spina di ambra
ti inizia,
piccolo essere supremo,
sei miracolo,
e ardi
dalla
California infuocata
fino al sibilo
del vento amaro della Patagonia.
Semenza del sole
sei,
fuoco
impiumato,
minuscola
bandiera
volatrice,
petalo dei popoli che tacquero,
sillaba
del sangue seppellito,
pennacchio
dell’antico
cuore
sommerso.

ODE A PIEDI DI FUOCO

Con codesti
piedi
piccoli
rassomiglianti
ad api,
come
consumi
le scarpe!
Io so
che vai e vieni
che corri sulle scale,
che superi il vento.
Prima
che
ti chiami
già sei arrivato,
e giunto alla aggressiva
cintura della costa,
sabbia, pietra, spine,
vai
al mio fianco,
nei boschi
calpestando tronchi, mute
acque verdi,
o nelle strade
camminando
per intransitabili
suburbi, pavimenti
di catrame affaticato,
in quell’ora
in cui la luce
del mondo
si sfilaccia come
una bandiera,
tu, per strade e boschi,
al mio fianco
cammini,
selvaggia, intramontabile
compagna,
ma,
Dio mio!
come consumi
le scarpe!

A fatica
mi sembra
che arrivarono
alla sua cassa
e per aprirla
eliminarono
bruniture
come due
piccoli attrezzi
da combattimento,
intatti
come
due monete
di
oro,
come due campanelli,
e oggi,
che vedo?
Sui tuoi piedi
due ricci
grinzosi,
due pugni aperti,
due informi
cetrioli,
due batraci
di cuoio
sbiadito,
quello,
quello
sono arrivati
a essere
le due stelle
dopo un mese, solamente un mese
usciti
dalla calzoleria.

Come
fiore giallo di bellezza,
aperto sul precipizio,
o rampicante vivo sui rami,
come
la calceolaria
o il copihue
o come l’amaranto elettrizzato,
così,
mia cristallina, mia fragrante,
così tu, fiorendo, mi accompagni,
e uno stormo di uccelli, una cascata
degli australi
monti
è
il tuo cuore
che canta
vicino al mio,
ma,
come
ti mangi
le scarpe,
Piedi di Fuoco!

Calceolaria: pianta delle Scrofulariacee, dai fiori variamente e vivacemente colorati.
Copihue: pianta rampicante appartenente alla famiglia delle Liliacee.

ODE AL PRESENTE

Questo
presente
liscio
come una tavola,
fresco,
questa ora,
questo giorno
limpido
come una coppa nuova
- del passato
non hai una
ragnatela -,
tocchiamo
con le dita
il presente,
tagliamo
la sua misura,
dirigiamo
il suo germoglio,
è vivente,
vivo,
niente ha
di ieri irrimediabile,
di passato perduto,
è la nostra
creatura,
sta crescendo
in questo
momento, sta sollevando
sabbia, sta mangiando
nelle nostre mani,
afferralo,
che non scivoli,
che non si perda in sogni
né parole,
afferralo,
sottomettilo
e ordinagli
finché ti obbedisca,
fallo cammino,
campana,
macchina,
bacio, libro,
carezza,
recidi la sua deliziosa
fragranza di legno
e da essa
fatti una sedia,
intreccia
il suo schienale,
provala
oppure
scala!

Sì,
scala,
sali
nel presente,
gradino
dopo gradino,
stabili
i piedi sul legno
del presente,
verso l’alto,
verso l’alto,
non molto alto,
tanto solamente
finché possa
riparare
le grondaie
del tetto,
non molto alto,
non andare al cielo,
raggiungi
le mele,
non le nubi,
codeste
lasciale
andare per il cielo, andar via
verso il passato.
Tu
sei
il tuo presente,
la tua mela:
prendila
dal tuo albero,
sollevala
nella tua
mano
brilla
come una stella,
toccala,
mordila e andate
fischiando per la strada.

ODE A PAUL ROBESON

Robeson, Paul (Princeton, New Jersey 1898 - Philadelphia 1976), attore e cantante statunitense. Dopo la laurea in legge, abbandonò la carriera forense per il teatro e raccolse i suoi maggiori successi in palcoscenico nel 1924 quando interpretò Tutti i figli di Dio hanno le ali e L'Imperatore Jones, entrambi di Eugene O'Neill. Optò poi nel 1925 per l'attività di cantante, debuttando in concerto a New York. Noto per la voce vibrante ed espressiva, Robeson fu uno degli interpreti più amati dell'epoca e, nel 1928, fu il primo interprete di Porgy and Bess di Gershwin. Robeson fu anche attore cinematografico; lo si ricorda in Show Boat (1936, tratto dal musical di Jerome Kern), splendido interprete della canzone Ol' Man River. Le sue aperte simpatie per il socialismo, i rapporti con l'Unione Sovietica e l'impegno nelle cause civili lo resero oggetto della campagna persecutoria scatenata da Joseph McCarthy; e fu per ciò costretto all'inattività per tutti gli anni Cinquanta. Robeson poté riprendere la sua attività di cantante solo nel 1958, quando gli venne restituito il passaporto e concesso il visto per effettuare una tournée in Europa.


Prima
ancora non esisteva.
Ma la sua voce
stava
lì, aspettando.

La luce
si separò dall’ombra,
il giorno
dalla notte,
la terra
dalle prime acque.

E la voce di Paul Robeson
si separò dal silenzio.

Le tenebre volevano
nutrirsi. E sotto
crescevano le radici.
Combattevano
per conoscere la luce
le piante cieche,
il sole tremava, l’acqua
era una bocca muta,
gli animali
stavano trasformandosi:
lenta,
lentamente
si adattavano al vento
e alla pioggia.

La voce dell’uomo fosti
da allora
e il canto della terra
che germina,
il fiume, il movimento
della natura.

Scatenò la cascata
il suo inesauribile tuono
sopra il tuo cuore, come se un fiume
cadesse su una pietra
e la pietra cantasse
con la bocca
di tutti i taciturni,
finché tutto e tutti
nella tua voce
alzarono
verso la luce il suo sangue,
e terra e cielo, fuoco e ombra e acqua,
crebbero con il tuo canto.

Ma
più tardi
il mondo
si oscurò nuovamente.
Terrore, guerra
e dolori
spensero
la fiamma verde,
il fuoco
della rosa
e sopra
le città
cadde
polvere
terribile,
cenere
degli assassinati.
Andavano
verso i forni
con un numero
sulla fronte
e senza capelli,
gli uomini, le donne,
gli anziani, i bambini
raccolti
in Polonia, in Ucraina,
a Amsterdam, a Praga.
Ancora
furono
tristi
le città
e il silenzio
fu grande,
duro,
come pietra di tomba
sopra il cuore vivo,
come una mano morta
sopra la voce di un bambino.

Allora
tu, Paul Robeson,
cantasti.

Ancora
di udì sopra la terra
la poderosa
voce
dell’acqua
sopra il fuoco,
la solenne, lenta, rauca, pura
voce della terra
ricordandoci
che ancora
eravamo uomini,
che condividevamo
il duello e la speranza.
La tua voce
ci divise dal crimine,
una volta di più
separò
la luce dalle tenebre.

Poi
a Hiroshima
cadde
tutto il silenzio,
tutto.
Niente
rimase:
né un uccello
sbagliato in una
finestra morta,
né una madre
con un
bambino che piange,
né l’eco
di una fabbrica,

la
voce
di
un
violino
agonizzante.
Niente.
Dal cielo
cadde tutto il silenzio
della morte.

E allora
Un’altra
volta,
padre,
fratello,
voce
dell’uomo
nella sua resurrezione
sonora,
alla sua
profondità,
nella sua speranza,
Paul,
cantasti.

Ancora
il tuo cuore di fiume
fu più alto,
più
largo
del silenzio.

Io sarei
meschino
se ti incoronassi
re dalla voce
di negro,
solo
grande nella tua razza,
tra il tuo bel
gregge
di musica e avorio,
che solamente per oscuri
bambini
incatenati da padroni crudeli,
canti.

No,
Paul Robeson,
tu,
vicino
a Lincoln
cantavi,
coprendo
il cielo con la tua voce sacra,
non solamente
per i negri,
per i poveri negri,
bensì per i poveri
bianchi,
per
i poveri indios,
per tutti
i poveri.

Tu,
Paul
Robeson,
non
rimanesti muto
quando
a Pedro o a Juan
gli misero i mobili
nella strada, nella pioggia,
o quando
i millenari sacrificatori
bruciarono
il doppio cuore
di quelli che osarono
come quando
nella mia patria
il frumento cresce sulla terra dei vulcani,
mai
abbandonasti
la tua canzone: cadeva
l’uomo e tu
lo sollevavi,
eri forse
un sotterraneo
fiume,
qualcosa
che appena
sosteneva la luce
nelle tenebre,
l’ultima spada
dell’onore
che moriva,
l’ultimo raggio
ferito,
il tuono inestinguibile.
Il pane dell’uomo,
onore,
lotta,
speranza,
tu lo difendi,
Paul
Robeson.
La luce dell’uomo,
figlio
del sole,
del nostro
sole
del sobborgo
americano
e delle nevi
rosse
delle Ande:
tu
proteggi la nostra luce.

Canta,
compagno,
canta,
fratello
della terra,
canta
buon
padre
del fuoco,
canta
per tutti noi,
quello che vivono
pescando,
conficcando chiodi con
vecchi martelli,
filando
crudeli
fili di seta,
pestando la polpa
della carta, imprimendo,
per
tutti
quelli
che
a fatica
possono chiudere gli occhi
nel carcere,
svegliati
a mezzanotte,
a fatica
esseri
umani
nelle torture,
per quelli che combattono
con il rame
nella
nuda
solitudine andina,
a quattro
mila
metri di altezza.

Canta,
amico
mio,
non cessare
di cantare:
tu
sconfiggesti
il silenzio
dei fiumi
che non avevano voce
perché portavano
sangue,
la tua voce parla per essi,
canta,
la tua voce
riunisce
molti uomini
che non
si conoscono.
Ora
lontano,
nei magnetici Urali
e nella perduta
neve
patagonica,
tu, cantando,
attraversi
ombra,
distanza,
odori
del mare e boscaglie,
e le orecchie
del
giovane
fuochista,
del cacciatore errante,
del vaquero
che rimase improvvisamente solo con la sua chitarra,
ti ascoltano.

E nella sua prigione perduta, in Venezuela,
Jesús Faría,
il nobile, il luminoso,
udì il ttuono sereno
del tuo canto.

Poiché tu canti
sanno che esiste il mare
e che il mare canta.

Sanno che è libero il mare, ampio e florido,
e così è la tua voce, fratello.

È nostro il sole. La terra sarà nostra.
Torre del mare, tu continuerai a cantare.

ODE ALLA ROSA

Alla rosa,
a questa rosa,
all’unica,
a questa elegante, aperta,
adulta rosa,
alla sua profondità di velluto,
all’esplosione del suo seno rosso.
Credevano,
si,
credevano
che rinunciassi a te,
che non ti cantassi,
che non sei mia, rosa,
ma estranea,
che io
andassi per il mondo
senza guardarti,
preoccupato
solamente
dell’uomo
e del suo conflitto.
Non è vero, rosa,
ti amo.
Adolescente
preferii le spighe,
le melegrane,
preferii aspri fiori
di boscaglia, silvestri
gigli.
Da elegante
disprezzai la tua elevata
pienezza,
il raso mattutino del tuo corpetto,
l’indolente insolenza
della tua agonia, quando
lasci cadere un petalo
e con gli altri
continui ardente
finché si sparge tutto il tesoro.
Mi appartieni,
rosa,
come tutto
quello che è sulla terra,
e non può
il poeta
chiudere gli occhi
alla tua coppa incendiata,
chiudere il cuore alla tua fragranza.
Rosa, sei forte:
ho visto
cadere la neve nel mio giardino:
il gelo
paralizzò la vita,
i grandi alberi
spezzarono i loro rami,
solo,
rosaio,
sopravvivesti,
ostinato,
nudo, lì nel freddo,
rassomigliante alla terra,
parente
dell’agricoltore, del fango,
della brina,
e più tardi
puntuale, la nascita
di una rosa,
la crescita di una fiammata.

Rosa operaia,
lavori
il tuo profumo,
elabori
la tua esplosione scarlatta o la tua bianchezza,
tutto l’inverno
cerchi nella terra,
scavi
minerali,
miniatrice,
togli fuoco
dal fondo
e poi
ti apri,
splendore della luce, labbro di fuoco,
lampada di bellezza.

A me,
mi appartieni,
a me ed a tutti,
sebbene
appena
abbiamo
tempo per guardarti,
vita per
dedicare alle tue fiamme
le attenzioni,
rosa,
sei nostra,
vieni
dal tempo consumato
e avanzi,
sali dai giardini
al futuro.
Cammini
il cammino
degli uomini,
irremovibile e vittoriosa sei
un piccolo
bocciolo di bandiera.
Sotto il tuo resistente e delicato
baldacchino di fragranza
la grave terra sconfisse la morte
e la vittoria fu la tua fiammata.

ODE A JEAN ARTHUR RIMBAUD

Rimbaud, Arthur (Charleville 1854 - Marsiglia 1891), poeta francese. Fin dalla prima infanzia si distinse per i successi scolastici, che spinsero gli insegnanti a incoraggiare i suoi primi, geniali esperimenti poetici, già audaci nell'uso della sintassi e della versificazione. Il suo carattere impulsivo e incline all'avventura lo condusse più volte alla fuga, coinvolgendolo in traversie che lo portarono anche all'arresto. Nel 1871 Paul Verlaine, avendo intuito la grande modernità delle poesie che Rimbaud gli aveva inviato, lo invitò a Parigi; Rimbaud partì immediatamente portando con sé il suo celebre poemetto Il battello ebbro, che riscosse grande successo tra i poeti simbolisti e nell'ambiente intellettuale parigino. Tornato a Charleville nel 1872, continuò tuttavia a frequentare Verlaine, che l'accompagnò a Londra e poi a Bruxelles, dove Rimbaud scrisse una parte delle Illuminazioni e di Una stagione all'inferno. La burrascosa relazione tra i due poeti terminò nel 1873, quando Verlaine ferì Rimbaud con un colpo di pistola. Dopo una permanenza a Charleville, Rimbaud si mise di nuovo in viaggio e cominciò una vita avventurosa: fu insegnante a Londra nel 1874, scaricatore di porto a Marsiglia nel 1875, mercenario nelle Indie olandesi e disertore a Giava nel 1876, al seguito di un circo nel 1877 e capomastro a Cipro nel 1878. Infine, nel 1880 si stabilì in Abissinia dove lavorò come agente di commercio, arricchendosi in traffici poco leciti. Colpito da una forma di tumore osseo al ginocchio, nel 1891 fece ritorno in Francia, ma a nulla valse l’amputazione della gamba in un ospedale di Marsiglia, dove, pochi mesi dopo, morì.


Adesso,
in questo ottobre
compirai
cento anni,
amico laceratore.
Mi permetti
parlarti?
Sono solo,
nella mia finestra
il Pacifico rompe
il suo eterno tuono scuro.

È notte.

La legna che arde getta
Sopra l’ovale
del tuo antico ritratto
un raggio fuggitivo.
Eri un bambino
dalla ciocche ritorte,
occhi semichiusi,
bocca amara.
Perdonami
se ti parlo
come sono, come credo
che saresti ora,
ti parlo di acqua marina
e di legna che arde,
di semplici cose e semplici esseri.

Ti torturarono
e bruciarono la tua anima,
ti rinchiusero
nelle mura dell’Europa
e colpivi
frenetico
le porte.
E quando
infine potesti
partire
andasti ferito,
ferito e muto,
morto.

Molto bene, altri poeti
lasciarono
un corvo, un cigno,
un salice,
un petalo nella lira,
tu lasciasti un fantasma
lacerato
che maledice
e sputa
e cammini
ancora
senza rotta,
senza domicilio fisso,
senza numero,
per le strade d’Europa,
ritornando a Marsiglia,
con sabbia africana
nelle scarpe,
urgente
come un brivido,
assetato,
insanguinato,
con le tasche rotte,
sfidante,
perduto,
sfortunato.

Non è vero
che rubasti il fuoco,
che correvi
con la furia celeste
e con la pietra preziosa
ultravioletta
dell’inferno,
non è così,
non lo credo,
ti negavano
la semplicità, la casa,
la legna,
ti respingevano,
ti chiudevano le porte,
e volavi allora,
arcangelo iracondo,
alle dimore
della lontananza,
e moneta dopo moneta,
sudando e dissanguando
la tua statura
volevi
accumulare l’oro
necessario
per la semplicità, per la chiave,
per la quieta sposa,
per il figlio,
per la tua sedia,
il pane e la birra.

Nel tuo tempo
sopra le ragnatele
ampio
come un ombrello
si chiudeva il crepuscolo
e il gas vacillava
sonnolento.
Per la Comune passasti,
bambino rosso,
e desti alla tua poesia
fiammate
che ancora salgono punendo
le parete
delle fucilazioni.
Con occhi
di pugnale
forasti
l’ombra
tarlata,
la guerra, l’errabonda
croce dell’Europa.
Per questo oggi, a cento anni
di distanza,
ti invito
alla semplice
verità che non raggiunse
la tua fronte uraganata,
in America ti invito,
ai nostri fiumi,
al vapore della luna
sopra le cordigliere,
alla emancipazione
degli operai,
alla estesa patria
dei popoli,
al Volga
elettrizzato
dai grappoli e dalle spighe,
a quanto l’uomo
conquistò senza mistero,
con la forza
e il sangue,
con una mano e l’altra,
con milioni di mani.

Ti fecero impazzire,
Rimbaud, ti condannarono
e ti precipitarono
all’inferno.
Abbandonasti la causa
del germe, scopritore
del fuoco, seppellisti
la fiamma
e nella deserta solitudine
eseguisti
la tua condanna.
Oggi è più semplice, siamo
paesi, siamo
popoli,
quelli che garantiamo
la crescita della poesia,
la divisione del pane, il patrimonio
del dimenticato. Adesso
non staresti
solitario.

ODE AL SEGRETO AMORE

Tu sai
che predicono
il mistero:
mi vedono,
ci vedono,
e niente
si è detto,
né i tuoi occhi,
ne la tua voce, né i tuoi capelli,
né il tuo amore hanno parlato,
e lo sanno
improvvisamente,
senza saperlo
lo sanno:
mi accomiato e cammino
dall’altra parte
e sanno
che mi aspetti.

Allegro
vivo
e canto
e sogno,
sicuro
di me stesso,
e conoscono
in ogni modo
che tu sei la mia allegria.
Vedono
attraverso il pantalone scuro
le chiavi
della tua porta,
le chiavi
del documento, della luna,
dei gelsomini,
del canto della cascata.
Tu, senza aprire la bocca,
sfrenata,
tu, chiudendo gli occhi,
cristallina,
tu, custodendo
tra le foglie nere
una colomba rossa,
il volo
di un nascosto cuore,
e dunque
una sillaba,
una goccia
del cielo,
un suono
soave di ombra e polline
nell’orecchio,
e tutti
lo sanno,
amore mio,
circola
tra gli uomini,
nelle librerie,
vicino
alle donne,
presso
il mercato
ruota
l’anello
del nostro
segreto
amore
segreto.

Lascialo
che vada
girando
per le strade,
che spaventi
i ritratti,
i muri,
che vada e ritorni
e salga
con i nuovi
legumi del mercato,
ha
terra,
radici,
e sopra
un papavero:
la tua bocca:
un papavero.
Tutto
il nostro segreto,
la nostra chiave,
parola
occulta,
ombra,
mormorio,
questo
che qualcuno
disse
quando noi eravamo presenti,
è solo un papavero,
un papavero.

Amore,
amore,
amore,
oh fiore segreto,
fiamma
invisibile,
chiara
bruciatura!

ODE A SETTEMBRE

Mese di bandiere,
mese secco, mese
bagnato,
con quindici giorni verdi,
con quindici giorni rossi,
a metà
ti esce fumo
dal tetto,
poi
apri d’improvviso le finestre,
mese un cui spunta al sole
il fiore dell’inverno
e bagna una volta di più
la sua piccola
corolla temeraria,
mese attraversato da mille
frecce di pioggia
e da mille
lance di sole bruciante,
settembre,
perché balli,
la terra
mette sotto i tuoi piedi
il festival d’erba
dei sui pascoli,
e nella tua testa
un arcobaleno pazzo,
un nastro celeste
di chitarra.

Balla, settembre, balla
con i piedi della patria,
canta, settembre, canta
con la voce
dei poveri:
altri
mesi
sono lunghi
e nudi,
altri
sono gialli,
altri vanno a cavallo verso la guerra,
tu, settembre,
sei un vento, un rapimento,
una nave di vino.

Balla,
nelle strade,
scendi
con il mio popolo,
scendi con il Cile, con
la primavera,
coronati
di pampini copiosi
e di pesce fritto.
Togli dalla cassapanca
le tue
bandiere
scompigliate,
togli dal tuo suburbio
una camicia,
dalla tua miniera
vestita a lutto
un paio
di rose,
dal tuo abbandono
una canzone fiorita,
dal tuo petto che lotta
una chitarra,
e il resto
il sole,
il cielo puro
della primavera,
la patria lo anticipa
perché qualcosa
ti suoni nelle tasche:
la speranza.

ODE AL SOLE

Non conoscevo il sole.
Vissi in inverno.
Ero
nei monti australi.
Le acque
invaditrici
proteggevano
la terra,
il firmamento era
un pallido ombrello
straripato,
una medusa
oceanica
dalla chioma
verde.
Pioveva
sopra al tetto,
sopra le foglie scure
della notte,
scendeva
acqua celeste
dagli sdentati
ghiacciai.
Poi incontrasti i climi.
E nel deserto,
rotondo, in alto, solo,
il sole di fuoco
con la sue abbagliante
criniera rossa,
il leone nel suo cerchio
di spade,
il fiore centrale
del cielo.
Oh sole,
cristallo paterno,
orario
e potere,
pianeta progenitore,
gigantesca
rosa bionda
sempre
bollente di fuoco,
sempre
consumandoti
incendiato,
cucina
zenitale,
palpebra
pura,
collerico e tranquillo,
focolare e fuochista,
sole,
io voglio
guardarti
con i vecchi
occhi dell’America:
guanaco
uraganato,
capo
del mais,
cuore giallo,
neo d’oro,
corpo bruciante,
carota ardente,
bella
è la tua vista,
appena
tocchi
i rami
nasce
la primavera,
appena,
coda di ambra,
tocchi
i campi di grano
e si sparge il frumento
ripetendo
il tuo operato,
pane,
pane del cielo,
forno sacro,
tu non fosti
stella bianca,
gelo,
diamante congelato
nello sguardo
della notte:
fosti
energia,
diurno,
forte fecondatore, puledro celeste,
seminale semenzaio
e sotto
il tuo palpitante battito
la semenza
crebbe,
la terra
si spogliò della sua forma verde
e noi
solleviamo
le uve
e la terra
in una coppa
ardente:
ti ereditiamo:
siamo
figli
del sole e della terra.

Uomini
d’America
così fummo creati,
nel nostro sangue
terra e sole circolano
come calamite nutritive,
e ti rispettiamo,
sfera tutelare, rosa di fosforo,
volatore
vulcano del cielo,
padre delle cordigliere,
tigre germogliatrice,
patriarca d’oro,
anello
crepitante,
germe totale, incubatore profondo,
gallo dell’universo.

ODE ALLA SOLIDARIETÀ

E lì che fecero?
Sai?
Sei d’accordo?
Chi?
Qualcosa accade ed è colpa tua.
Ma tu non saprai.
Ora
io ti avverto.
Non puoi
lasciare così le cose.
Dove
hai il cuore?
Tu hai una bocca.
Mi stai guardando
in modo strano.
Sembra
che improvvisamente
sappia
che ti manca una mano,
i due occhi,
la lingua,
o la speranza.

Ma
è possibile, Pedro
o Juan o Diego,
che perda
qualcosa
di tanto necessario
senza che tu ne renda conto?
Camminavi
addormentato?
Che mangiavi?
Non guardasti
gli occhi della gente?
Non entrasti
in un treno, in una baracca,
in una cucina,
non notasti la luce
mascherata,
non hai visto che le mani
di chi va e viene
non sono solamente le sue mani:
è qualcuno
e qualcosa che ti cercava?

E te, non guardare
da un’altra parte,
perché
non chiamo il tuo vicino,
è te
che sto chiamando.
Gli altri mi dissero:
“Chiamalo,
siamo soli”.
Le foglie
appena nate della primavera
domandarono:
“ Che fai Pedro?”.
Io non seppi, non potei
rispondere
e dopo
il pane di ogni giorno
e il cielo con stelle
tutto
domanda
dove vive
Juan,
e
se Diego
si è perduto,
e essi,
essi
lì soli
e ogni giorno
soli,
tra
silenzio
e mura
mentre
tu,
io,
fumiamo.
Fumo,
circoli, arabeschi,
anelli
di fumo
e fumo,
anelli di fumo e fumo,
sono la vita?
No di certo.

Non fuggire.
Ora
mi aiuterai. Un dito,
una parola,
un segno
tuo
e quando
dita, segni, parole
camminano e lavorano
qualcosa
apparirà nell’area immobile,
un
solitario suono dalla finestra,
una
stella nella terribile pace notturna,
allora
tu dormirai tranquillo:
tu vivrai tranquillo:
sarai parte
del suono che arriva alla finestra,
della luce che spezzò la solitudine.

ODE A JUAN TARREA

Si, conosce l’America,
Tarrea.
La conosce.
Nell’abbandonato
Perù, saccheggiò le tombe.
Il piccolo montanaro,
l’indio andino,
il protettore Terrea
dette la mano,
ma la ritirò con i suoi anelli.
Devastò i turchesi,
A Bilbao lo fece con i vasi.
Poi
si appese a Vallejo,
lo aiutò a ben morire
e dopo preparò
un piccolo emporio
di prologhi e epiloghi.

Adesso
ha parlato con Pineta.
È importante.
Qualcosa starà vendendo.
Ha “scoperto”
il Nuovo Mondo.
Scopriamo noi
questi scopritori!
A Pineta, ragazzo
di cui lessi
nel suo libro
verità
e menzogne,
fiumi ferruginosi,
gente pura,
pani e panettieri,
viaggi con cavalli,
al nostro americano
Pineta,
o a un altro
dalla Spagna con basco
di ecclesiastico e unghie
da prestatore,
Terrea
arriva
e insegnare
quello che lui è, quello che sono
e quello che siamo.

Non sa niente
ma
ci insegna.
“Così è l’America.
Questo è Rubén Darío”,
dice
ponendo sopra la mappa
la grande unghia di Euzkadi.
e scrive il poveretto
lungamente.
Nessuno può leggere
quello che ripete,
ma instancabile
appare
sulle riviste,
si innalza
tra le acropoli,
cade in fallo
dalle accademie,
in ogni parte
arriva con il suo discorso,
con il suo pasticcio
di indecisioni,
con la sua oscillante
nube
di sciocche teorie,
il suo vecchio mercatino
di saldi metafisici,
di pseudo magia
nera
e di messianica
chincaglieria.

È ciò che ora portano
per le nostre innocenti
popolazioni,
supplementi,
riviste,
gli ultimi
o penultimi
filibustieri,
e al povero americano
gli mostrano
una inservibile e sciocca
cianfrusaglia
con
sogni
di verme
o menzogne
di falsa Apocalisse,
e portano via
l’oro
di Pineta,
il vapore
verde
dei nostri fiumi,
la pelle
pura,
il sale
delle nostre assolate spaziosità.
Tarrea,
andatevene presto.
Non toccarmi. Non toccare
Darío, non vendere
Vallejo, non graffiare
il ginocchio
di Neruda.
Lo spagnolo, la spagnola amiamo,
la semplice gente
che lavora e pensa,
il figlio luminoso
della guerra
terribile,
il capitano coraggioso
e l’agricoltore
sincero
desideriamo. Se vogliamo
dissodare terra o dominare i fiumi,
vengano,
si, vengano essi,
ma
tu,
Terrea, ritorna
al tuo negozio di oggetti usati
di Bilbao,
alla sepoltura
di monastero putrido,
bussa
alla porta del Caudillo,
sei la sua emanazione,
la sua aureola nera,
la sua vedovanza vuota.
Ritorna
alle tue seppelliti, all’ossario
con oziose lucertole,
noi,
semplici,
tagliapietre, poveri
mangiatori di mele,
costruttori
di una piccola casa,
non vogliamo
essere scoperti,
no,
non desideriamo
la chiacchiera perduta
dello stupido d’oltremare.
Ritorna adesso
al tuo epitaffio
atlantico, all’estuario
mercantile, marinaro,
e vai con la tua cesta
di monologhi
e grida per le strade
per vedere se qualcuno si impietosisce
e consumi
la tua melanconica mercanzia.
Io non posso.

Non accetto cianfrusaglie.

Non posso
preoccuparmi per te, povero Terrea.

Ho compiti da uomo.

E devo cantare
per tanto tempo
che ti consiglio
di risparmiare
unghia e lingua.

Dura
fu mia madre,
la cordigliera andina,
copioso
fu il tuono dell’oceano
sopra la mia nascita,
vivo nel mio territorio,
mi dissanguo
nella luce della mia battaglia,
faccio i muri
della mia propria casa,
contribuisco
alla pietra con il mio canto,
e non ho necessità di te,
venditore
di morte, cappellano
di fantasmi,
pallido sacrestano
spiritista,
mercante di mule morte,
e non ti do
vasi
contro cianfrusaglie:
io, per tua disgrazia,
sono andato, ho visto,
canto.

ODE ALLA TIPOGRAFIA

Lettere lunghe, severe,
verticali,
fatte
di linea
pura,
erette
come l’albero
della nave
nel mezzo
della pagina
piena
di confusione e turbolenza,
Bodoni
algebrici,
lettere
esatte,
slanciate
come levrieri,
sottomesse
al rettangolo bianco
della geometria,
vocali
elzeviri
coniati
nel piccolo acciaio
del laboratorio vicino all’acqua,
nelle Fiandre, nel nord
ricco di canali,
cifre
dell’ancora,
caratteri di Aldus,
stabili come
la statura
marina
di Venezia
nelle cui acque madri,
come vela
inclinata,
naviga il corsivo
curvando l’alfabeto:
l’aria
degli scopritori
oceanici
si chinò
per sempre al profilo della scrittura.

Dalle
mani medioevali
avanzò fino ai tuoi occhi
questa
N
questo 8
doppio
questo
J
questa
R
di re e di rugiada.

si lavorarono
come se fossero
denti, unghie
metallici martelli
dell’idioma.
Batterono ogni lettera,
la eressero,
piccola statua scura
nel biancore,
petalo
e piede stellato
del pensiero che prendeva forma
di copioso fiume
e che al mare dei popoli navigava
con tutto
l’alfabeto
illuminando
la foce.
Il cuore, gli occhi
degli uomini
si riempirono di lettere,
di messaggi,
di parole,
e il vento passeggero
o permanente
sollevò libri
pazzi
o sacri.
Sotto
le nuove piramidi scritte
la scrittura
era viva,
l’alfabeto bruciava,
le vocali,
le consonanti come
fiori curvi.
Gli occhi
della carta, quelli che guardarono
gli uomini
che cercavano
i loro regali,
la loro storia, i loro amori,
che estendevano
il tesoro
accumulato,
che divulgavano improvvisamente
la lentezza della saggezza
sopra la tavola
come un mazzo di carte,
tutto
l’humus
segreto
dei secoli,
il canto, la memoria,
la rivolta,
la parabola cieca,
improvvisamente
furono
fecondità,
granaio,
lettere,
lettere
che camminarono
e incendiarono,
lettere
che camminarono
e vinsero,
lettere
che si svegliarono
e crebbero,
lettere
che liberarono,
lettere
a forma di colomba
che volarono,
lettere
rosse sopra la neve,
punteggiature,
strade,
edifici
di lettere
e Villon e Berceo,
trovatori
della memoria
appena
scritta sopra il cuoio
come sopra il tamburo
della battaglia,
arrivarono
alla spaziosa nave
dei libri,
alla tipografia
navigante.

Ma
la lettera
non fu solamente bellezza,
ma anche vita.
fu pace per il soldato,
scese nelle solitudini
della miniera
e il minatore
lesse
il volantino duro
e clandestino,
lo nascose nelle pieghe
del segreto
cuore,
e in alto,
sopra la terra,
fu un altro
e un’altra
fu la sua parola.
La lettera
fu la madre
delle nuove bandiere,
le lettere
procrearono
le stelle
terrestri
e il canto, l’inno ardente
che riunisce
i popoli,
da
una
lettera
unita
a un’altra
lettera
e a un’altra,
da popolo a popolo andò elevando
la sua autorità sonora
e crebbe nella gola degli uomini
fino a imporre la chiarezza del suo canto.

Ma,
tipografia,
lasciami
lodarti
nella purezza
dei tuoi
puri profili,
nel matraccio
della lettera
O,
nel fresco
vaso da fiori
della
Y
greca,
nella
Q
di Quevedo
(come può passare
la mia poesia
davanti a questa lettera
senza sentire l’antico brivido
del saggio moribondo?),
al giglio
multi
moltiplicato
della
V
di vittoria,
nella
E
scaglionata
per salire al cielo,
nella
Z
con il suo volto di fulmine,
nella P
arancione.

Amore,
amo
le lettere
dei tuoi capelli,
la
U
del tuo sguardo,
le
S
della tua vita.
Nelle foglie
della giovane primavera
risplende l’alfabeto
diamantino,
gli smeraldi
scrivono il tuo nome
con iniziali fresche di rugiada.
Mio amore,
la tua chioma
profonda
come selva o dizionario
mi copre
con la sua totalità
di idioma
rosso.
In tutto,
nella scia
del verme
si legge,
nella rosa si legge,
le radici
sono piene di lettere
contorte
dalla umidità del bosco
e nel cielo
di Isla Negra, nella notte,
leggo,
leggo
nel
firmamento freddo
della costa,
intenso,
diafano di bellezza,
dispiegato,
con le stelle maiuscole
e minuscole
e esclamazioni
di diamante gelato,
leggo, leggo
nella notte del Cile
australe, perduto
nelle celesti solitudini
del cielo,
come in un libro
leggo
tutte
le avventure
e nell’erba
leggo,
leggo
la verde, la sabbiosa
tipografia
della terra agreste,
leggo
le navi, i volti
e le mani,
leggo
il tuo cuore
dove
vivono
intrecciate
la iniziale
provinciale
del tuo nome
e
la scogliera
dei miei cognomi.
Leggo
la tua fronte,
leggo
la tua chioma
e nel gelsomino
le lettere
nascoste
elevano
l’incessante
primavera
finché io decifro
la sotterrata
punteggiatura
del papavero
e la lettera
scarlatta
dell’estate:
sono gli esatti fiori del mio canto.

Ma,
quando
dispiega
i suoi roseti
la scrittura,
la lettera
il suo essenziale
giardinaggio,
quando leggi
le vecchie e le nuove
parole, le verità
e le esplorazioni,
ti chiedo
un pensiero
per quello che le ordina
e le costruisce,
per quello che ferma
il carattere,
per il linotipista
con la sua lampada
come un pilota
sopra
le onde del linguaggio
che ordina
i venti e la schiuma,
l’ombra e le stelle
nel libro:
l’uomo
e l’acciaio
un’altra volta riuniti
contro l’ala notturna
del mistero,
che navigano,
che perforano,
che compongono.

Tipografia,
sono
solamente un poeta
e sei
il fiorito
gioco della ragione,
il movimento
degli alfieri
dell’intelligenza.
Non dormire
di notte
né d’inverno,
circola
nelle vene
della nostra
anatomia
e se dormi
volando
durante
qualche notte o sciopero
o fatica o rottura
di linotipia
scendi nuovamente sul libro
o sul giornale
come nube
di uccelli al nido.
Ritorna
al sistema,
all’ordine
inappellabile
dell’intelligenza.

Lettere,
continuate a cadere
come precisa pioggia
sul mio cammino.
Lettere di tutto
quello che vive
e muore,
lettere di luce, di luna,
di silenzio,
di acqua,
vi amo,
e in voi
raccolgo
non solo il pensiero
e il combattimento,
ma anche i vostri vestiti,
significati
e suoni:
A
di gloriosa avena,
T
di trigo e di torre
e
M
come il tuo nome
di mela.

Trigo = frumento

ODE AL FRUMENTO DEGLI INDIOS

Lontano
nacqui,
più lontano
di dove tu nascesti.
Io nacqui
lontano,
lontano
nella
bagnata
e
rossa
Araucania,
e
nel
l’estate
rossa
della mia infanzia
si muoveva la terra:
un masso,
un albero spinoso,
un crepaccio:

ero un indio,

un indio
che veniva
su un cavallo.

Fui alle colline, attraversai,
le foci,
gli scoscesi, feriti
territori,
i laghi
incendiati
sotto
i loro diademi innevati,
la mia terra
verde e rossa,
sonora
e pura
come
una campana,
terra,
terra,
color cannella,
un profumo
indicibile
di radici
tanto profondo
come
se la terra
fosse una sola rosa
inumidita.

E allora
più in alto
c’era il frumento,
il frumento degli indios,
l’ultimo, il meschino,
il cencioso
oro
della povera Araucania.
Vidi arrivare i signori,
aspetto duro,
radi baffi,
ponchos
discreditati,
e non mi sorridevano
perché
per l’ultimo re
io sono straniero.
Era
la raccolta del frumento.
Paglia
secca
volava,
la trebbiatrice
bruciava
e le povere spighe
sgranavano
l’ultimo,
l’affamato,
il logoro
oro
del pane
della povera Araucania.

Le donne indio,
sedute
come brocche
di creta,
guardavano
dal tempo,
dall’acqua,
remote.
Talvolta
nel circolo
del frumento
un grido
o una
bruciante risata
erano come due pietre
che cadevano
nell’acqua.
I sacchi
si riempivano
di cereali, improvvisamente
la trebbiatrice
fermava
il suo affanno
e gli indios
seduti
come sacchi
di terra
e i sacchi
di frumento
come spettri
dell’antica Araucania,
testimoni
della povertà, muti,
vigilanti,
e in alto
il cielo
duro,
la pietra azzurra del cielo,
e sotto
terra povera e piovosa,
frumento povero
e i sacchi:
gli spettri
della mia patria.

Ricordo
quelle terre
saccheggiate
da giudici
e ladroni,
il raccolto,
gli indios
dell’estate
con meno terra e frumento
ad ogni stagione,
che guardao
la terribile
trebbiatrice,
lo sgranato
pane delle semine,
lì in alto,
nella mia terra,
nella montagna
e
sotto
i feudali,
i loro avvocati e la loro polizia,
li uccidono
con carte,
li accantonano
con sentenze, provvidenze,
esortazioni,
li guariscono
consigliando loro il cielo
con i migliori terreni
per il frumento.

Quella zona verde
e rossa,
neve, boschi,
quella terra con
rami di nocciolo,
che sono
come le braccia di una stella,
fu
la mia culla, la mia ragione,
la mia nascita,
e adesso
gli domando:
a chi do il frumento,
a chi lascio
l’oro,
di chi
è la terra?

Araucani,
padri
della nazione,
amici nemici
dello spagnolo Ercilla:
un altro
poeta
viene
cantando:
giammai più
la guerra,
invece il frumento,
giammai più il sangue,
bensì l’ultimo
pane dei suoi fratelli,
l’ultimo
raccolto
per
il suo povero
popolo.
Un altro
poeta
viene
adesso
a difendere
la spiga
e sale
per le rocce
spinose,
attraversa
i laghi accostati
sotto il fuoco
dei vecchi vulcani
e si siede
tra
sacchi
silenziosi
attendendo
la luce
della battaglia,
reclamando nel suo canto
la giustizia,
esigendo una patria
per i suoi fratelli,
riconquistando
il frumento
degli indios.

ODE A WALT WHITMAN

Walt Whitman (1819-1892) è l'autore di Leaves of grass (trad. it. Foglie d'erba, Torino, Einaudi, 1965), un poema di vigorosa ed originalissima intonazione epica, in cui l'autore canta, in tutti i suoi aspetti, la realtà americana a lui contemporanea, esaltando l'eguaglianza, la democrazia e il lavoro come valori fondamentali. Per questo il nome di Whitman — cui Neruda si sentiva legato anche per ragioni poetiche, vedendo in Foglie d'erba una sorta di Canto Generale nordamericano — ritorna
spesso nelle opere del poeta cileno, come simbolo di quello spirito e di quella tradizione democratica che la politica imperialista nordamericana ha tradito. Così ad esempio in Que dispierte el lenador (trad. it. Si desti il taglialegna, Canto Generale, ed. cit., vol. II, p. 125), Neruda si rivolge a Whitman e
dice: « ...Walt Witman alza la tua barba d'erba, / guarda con me da questo bosco, / da queste montagne profumate / ...Dammi la tua voce e il peso del tuo petto sepolto / Walt Whitman, e le gravi / radici del tuo volto / per cantare queste ricostruzioni! / Insieme cantiamo ciò che sorge / da tutte le pene... ». E ancora nell'ultima opera edita in vita da Neruda, Incitación al nixonicidio, il poeta inizia il suo canto dicendo: « Per un atto d'amore al mio paese, / io ti reclamo, fratello necessario, / vecchio Walt Whitman dalla mano grigia, / affinché col tuo appoggio straordinario / verso a verso uccidiamo alla radice / Nixon, presidente sanguinario... » (Comincio invocando Walt Whitman, in Incitamento al nixonicidio, Roma, Editori Riuniti, 1973).


Io non ricordo
a quale età,
né dove,
si nel grande Sud bagnato
o nella costa
temibile, sotto il breve
grido dei gabbiani,
toccai una mano e era
la mano di Walt Whitman:
calpestai la terra
con i piedi nudi,
camminai sul foraggio,
sopra Ia stabile rugiada
di Walt Whitman.

Durante
la mia gioventù
tutta
mi accompagnò questa mano,
questa rugiada,
la sua fermezza di retto patriarca, la sua estensione di prateria,
e la sua missione di pace circolatoria.

Senza
disdegnare
i frutti
della terra,
la copiosa
curva del capitello,
né la iniziale
purpurea
della saggezza,
tu
mi insegnasti
a essere americano,
alzasti
i miei occhi
ai libri,
verso
il tesoro
dei cereali:
ampio,
nella chiarezza
delle pianure,
mi facesti vedere
l’alto
monte
tutelare. Dell’eco
sotterraneo,
per me
raccogliesti
tutto,
tutto quello che nasceva,
ottenesti
galoppando nell’erba medica,
falciando per me i papaveri,
visitando
i fiumi,
accorrendo nella sera
alle cucine.

Ma non solamente
terra
fece uscire alla luce
la tua pala:
dissotterrasti
l’uomo,
e lo
schiavo
umiliato
con te, dondolando
la scura dignità della sua statura,
camminò conquistando
l’allegria.

Al fuochista,
sotto,
nella caldaia,
mandasti
un cesto
di frutti,
a tutti gli angoli del tuo paese
un verso
tuo arrivò in visita
e era come un pezzo
di corpo limpido
il verso che arrivava,
come
la tua propria barba da pescatore
o il solenne cammino delle tue gambe di acacia.

Passò tra i soldati
la tua sagoma
di bardo, di infermiere,
di sorvegliante notturno
che riconosce
il suono
della respirazione nell’agonia
e aspetta con l’aurora
il silenzioso
ritorno
della vita.

Buon panettiere!
Primo fratello maggiore
delle mie radici,
cupola
di araucaria,
sono
ormai
cento
anni
che sopra il tuo foraggio
e le sue germinazioni,
il vento
passa
senza logorare i tuoi occhi.

Nuovi
e crudeli anni nella tua patria:
persecuzioni,
lacrime,
prigioni,
armi avvelenate
e guerre iraconde,
non hanno schiacciato
l’erba del tuo libro,
la sorgente vitale
della sua freschezza.
E, ahi!
quelli
che assassinarono
Lincoln
adesso
si coricano nel suo letto,
abbattono
il suo seggio
di profumato legno
e erigono un trono
di sventura e di sangue
schizzato.

Ma
canta nelle
stazioni
suburbane
la tua voce,
negli
imbarcaderi
vespertini
sguazza
come
acqua scura
la tua parola,
il tuo popolo
bianco
e negro,
popolo
di poveri,
popolo semplice
come
tutti
i popoli,
non dimentica
la tua campana:
si riunisce cantando
sotto
la grandezza
della tua spaziosa vita:
tra i popoli con il tuo amore cammini
accarezzando
lo sviluppo puro
della fraternità sopra la terra.

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