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1955 - VIAGGI

Viaggio al cuore di Quevedo

Nel fondo del pozzo della storia, come in acqua più sonora e brillante, brillano gli occhi dei poeti morti. Terra, popolo e poesia sono una stessa entità incatenata da sotterranei misteriosi. Quando la terra fiorisce, il popolo respira la libertà, i poeti cantano e mostrano la strada. Quando la tirannia oscura la terra e punisce le spalle del popolo, per primo si cerca la voce più alta, e cade la testa di un poeta nel fondo del pozzo della storia. La tirannia taglia la testa che canta, ma la voce nel fondo del pozzo ritorna alle sorgenti segrete della terra e dall’oscurità sale alla bocca del popolo.
Questo è un viaggio al fondo del pozzo della storia. Ci dirigiamo a un territorio oscurato, a una strada in cui le foglie degli alberi rimangono bruciate da secoli, e in cui le interrogazioni si riferiscono ad un inferno terrestre, raso al suolo dall’angoscia umana.
Vado a parlarvi di un poeta e del suo prolungamento in altri, vado a parlarvi di un uomo e delle sue domande, dei suoi martiri e della sua lotta, e vedrete come appaiono nel tempo, altri dolori, altre lotte, altra poesia e altre affermazioni. Gli uomini di cui parlerò passarono la vita invocando la terra, abbassando lo sguardo alle profondità dell’uomo e della vita, cercando disperatamente un cielo più possibile, bruciandosi gli occhi nella contemplazione umana, nella disperazione celestiale.
Questo è un viaggio al fondo nascosto che domani si desterà vivente. Questo è un viaggio alla polvere. Alla polvere innamorata che domani ritornerà a vivere.
E vi porto con me in questo viaggio a un uomo turbolento e temibile come don Francisco de Quevedo y Villegas, che anche considero come il più grande dei poeti spirituali di tutti i tempi. È evidente in lui, come in tanti altri grandi uomini, questo fatto mai troppo evidenziato. Quevedo è fustigato dalla fase critica del suo tempo: è fustigato e percosso come una canna, ma la canna non si rompe. È una canna che canta. La mantiene alta come una freccia e china come una zappa tutta la vita materiale del suo tempo. Ci sono in Quevedo, come in una cantina immensa, come nel deposito di un immenso spogliatoio di teatro, tutti i costumi abbandonati di un’epoca. È lì il costume del nobile duca e del buffone miserabile, il costume del re patetico, del ricco abusatore e il volto innumerevole della folla affamata che più tardi si chiamerà “il popolo”. Le casacche bordate dei principi giacciono vicino ai vestiti sgualciti delle meretrici, le scarpe del ficcanaso, dell’avaro, del pretenzioso, del picaro, si confondono con le reliquie dei più ingenui contadini.
Ma, da una finestra entra il colore azzurro della conoscenza ed è qui che tutta questa moltitudine maleducata e lussuosa, palpitante e bestiale, riceve il raggio che sta germogliando ancora dal cuore del cavaliere.
Tutto rimane vivo quindi in questo secco recinto, tutto, tutte le idee materiali della sia epoca. La critica esplode da tutte le parti come un metallo bollente. Il cavaliere della conoscenza, il terribile signore della poesia, con la sua mano sinistra ha creato il polveroso museo dei costumi dimenticati e con la sua mano destra sostiene tuttavia il trapano vivente della creazione e della distruzione.

Non devo tacere, se non con il dito
ora toccando la bocca, ora la fronte,
silenzio chiami, o minacci paura.

Non deve parlare una spirito valoroso?
Sempre si deve sentire quello che dice?
Mai si deve dire quello che si sente?

Oggi, senza paura, libero, scandalizza,
può parlare l’ingegno, assicurato
da quel maggior potere che lo spaventa.

In altri secoli poté essere peccato
severo studio e la verità nuda
e rompere il silenzio il corretto parlare.

Quindi sappia chi lo nega, e chi ha dubbi,
che è linguaggio la verità di Dio severo
e il linguaggio di Dio mai fu muto.

Niente dimenticò di vedere nel suo secolo don Francisco de Quevedo. Mai dimenticò di vedere né la notte né il giorno, né in inverno né in estate, e non accecò i suoi occhi di trapano pigro il poderoso, né lo ingannarono il mercenario e il ciarlatano di mestiere.
Martí ci ha lasciato detto di Quevedo: “Approfondì tanto quello che capitò, che oggi lo viviamo e con la sua lingua parliamo”.
Con la sua lingua parliamo … A cosa si riferisce Martí? A questa sua qualità di padre dell’idioma che, come nel caso di Rubén Darío, che passeremo la metà della vita negando per comprendere poi che senza di lui non parleremmo la nostra propria lingua, cioè, che senza di lui parleremmo ancora un linguaggio indurito, incartapecorito e insipido? Ma non mi sembra essere questo il caso. L’innovazione formale è più grande in un Góngora, la grazia è più infinita in un Juan de la Cruz, la dolcezza è acqua e frutta in Garcilaso. E continuando, l’amarezza è più grande in Baudelaire, la veggenza è più soprannaturale in Rimbaud, ma più che in tutti questi, in Quevedo la grandezza è più grande.
Parlo di una grandezza umana, non della grandezza del sortilegio, né della magia, né del male, né della parola: parlo di una poesia che, nutrita da tutte le sostanze dell’essere, si alza come albero grandioso che la tempesta del tempo non piega e che, al contrario, gli fa spargere intorno il tesoro delle sue sementi ribelli.
La vita mi fece percorrere i più lontani siti del mondo prima di arrivare a quello che dovette essere il mio punto di partenza: la Spagna. E nella vita della mia poesia, nella mia piccola storia di poeta, mi toccò conoscere quasi tutto prima di arrivare a Quevedo.
Così anche, quando calpestai la Spagna, quando posi i piedi sulle pietre polverose dei suoi popoli dispersi, quando mi cadde sulla fronte e sull’anima il sangue delle sue ferite, mi dette conto di una parte originale della mia esistenza, di una base rupestre da cui sta tremando ancora la culla del sangue.
Le nostra praterie, i nostri vulcani, la nostra fronte oppressa da tanto splendore vulcanico e fluviale, poterono molto tempo fa costruire in questa desertica fortezza l’arma da fuoco capace di perforare la notte. Fino a oggi, dei geni poetici nati nella nostra terra verginale, due sono francesi e due sono francesizzati. Parlo degli uruguaiani Julio Laforgue e Isidoro Ducasse, e di Rubén Darío e Julio Herrera y Reissig. I nostri due primi compatrioti, Isidoro Ducasse e Julio Laforgue, abbandonano l’America nella tenera età loro e dell’America. Lasciano abbandonato il vasto territorio vitale che invece di procrearli con vortici di carta e con illusioni canine, li solleva e li riempie del soffio mascolino e terribile che produce il nostro continente, con la stessa irrazionalità e lo stesso disequilibrio, il muso sanguinante del puma, il caimano divoratore e distruttore e la pampa piena di frumento perché l’umanità intera non dimentichi, attraverso noi, il suo inizio, la sua origine.
L’America riempie, attraverso Laforgue e Ducasse, le strade rarefatte dell’Europa con una flora ardente e gelata, con dei fantasmi che da allora la popoleranno per sempre. Il pagliaccio lunatico di Laforgue non ha ricevuto la luna immensa delle pampas invano: il suo bagliore lunare è più grande della vecchia luna di tutti i secoli: la luna apostrofata, virulenta e gialla dell’Europa. Per togliere alla luce della notte una luce tanto lunare, era necessario averla ricevuta in una terra risplendente di astri recentemente creati, di pianeta in formazione, con steppe piene ancora di rugiada selvaggia. Isidoro Ducasse, conte di Lautréamont, è americano, uruguaiano, cileno, colombiano, nostro. Parente dei gauchos, dei cacciatori di teste del Caribe remoto, è un eroe sanguinario della tenebrosa profondità della nostra America. Corrono nella sua desertica letteratura i cavallerizzi maschi, i coloni dell’Uruguay, della Patagonia, della Colombia. C’è in lui un ambiente geografico di esplorazione gigantesca e una fosforescenza marittima che non la da la Senna, ma la flora torrenziale del Rio delle Amazzoni e l’astratto nitrato, il rame longitudinale, l’oro aggressivo e le correnti attive e caotiche che hanno la terra e il mare del nostro pianeta americano.
Ma all’americano non disturba lo spagnolo, perché alla terra non disturba la pietra né la vegetazione. Dalla pietra spagnola, dai dintorni logorati dalle impronte di un mondo tanto nostro come il nostro, tanto puro come la nostra purezza, tanto originale come la nostra origine, doveva uscire il ricco cammino della scoperta e della conquista. Ma, se la Spagna ha dimenticato con eleganza immemorabile la sua epopea di conquista, l’America dimenticò o le insegnarono a dimenticare la sua conquista della Spagna, la conquista della sua eredità culturale. Passarono le settimane, e gli anni indurirono il ghiaccio e chiusero le porte del cammino duro che ci univa alla nostra madre.
E io venivo da una atmosfera carica di aroma, inondata dai nostri spietati fiumi. Fino a allora vissi soggetto al tenebroso potere delle grandi selve: il legno nuovo, di recente tagliato, aveva trapassato il mio vestito: ero abituato alle rive immensamente popolate di uccelli e vapore in cui, alla fine, tra le conflagrazioni di acqua e fango, si udivano sguazzare piccole imbarcazioni selvatiche. Passai per stazioni in cui il legno giovane arrivava dai boschi, precipitato dalle rive dei fiumi rapidi e torrenziali, e nelle province tropicali dell’America, vicino alle banane ammonticchiate ed al loro odore decadente, vidi attraversare la notte le colonne di farfalle, le divisioni di lucciole e il passo trascurato degli uomini.

Quevedo fu per me la roccia tumultuosamente tagliata, la superficie sporgente e tagliente sopra un fondo di color di sabbia, sopra un passaggio storico che recentemente mi incominciava a nutrire. Gli stessi oscuri dolori che volli vanamente formulare, e che talvolta si fecero in me estensione e geografia, confusione d’origine, palpitazione vitale per nascere, li trovai dietro la Spagna, argentata dai secoli, nell’intimo della struttura di Quevedo. Fu quindi mio padre maggiore e mio visitatore di Spagna. Vidi attraverso il suo spettro il grande scheletro, la morte fisica, tanto attecchita in Spagna. Questo grande contemplatore di ossari mi mostrava il sepolcrale, aprendosi il passo tra la materia morta, con un disprezzo imperituro per il falso, perfino nella morte. Lo ostacolava l’apparato del mortale: andava nella morte diretto al nostro compimento, quello che chiamò con parole uniche “l’agricoltura della morte”. Ma quanto lo circondava, la necrologia adorativa, lo sfarzo e il becchino furono i suoi ripugnanti nemici. Tolse indumenti ai vivi, la sua opera fu di ritirare maschere agli alti mascherati, per preparare l’uomo alla morte nuda, dove le apparenze umane saranno più inutili del guscio del frutto caduto. Soltanto il seme ritorna alla terra con il diritto della sua nudità originale.
Per questo per Quevedo la metafisica è immensamente fisica, il più materiale del suo insegnamento. C’è una sola infermità che uccide, e questa è la vita. C’è un solo passo, ed è il cammino verso la morte. C’è una sola maniera di consumo e di sudario, è il passo trascinatore del tempo che ci guida. Ci guida dove? Se alla nascita iniziamo a morire, se ciascun giorno ci avviciniamo a un limite determinato, se la vita stessa è una tappa patetica della morte, se lo stesso minuto che germoglia avanza verso il logoramento ci cui l’ora finale è soltanto il vertice di questo trascorrere, non integriamo la morte nella nostra quotidiana esistenza, non siamo parte perpetua della morte, non siamo il più audace, quello che uscì dalla morte? Non è il più mortale, il più vivente, il suo stesso mistero?
Per questo, in tanta regione incerta, Quevedo mi dette un insegnamento chiaro e biologico. Non è il trascorrere invano, non è l’Ecclesiastico né il Kempis, ornamenti della necrologia, ma la chiave anticipata delle vite. Se già siamo morti, se veniamo dalla profonda crisi, perderemo il timore della morte. Se il passo più grande della morte è il nascere, il passo minore della vita è morire.
Per questo la vita si accresce nella dottrina quevedica come io lo ho sperimentato, perché Quevedo è stato per me non una lettura, ma una esperienza viva, con tutta la rumorosa materia della vita. Così hanno in lui le loro giustificazioni l’ape, la costruzione della talpa, i reconditi misteri floreali. Tutti hanno superato la tappa oscura della morte, tutti si stanno consumando fino alla fine, fino alla distruzione pura della materia. Ha la sua spiegazione l’uomo e la sua burrasca, la lotta del suo pensiero, l’errante stanza degli esseri.
La burrascosa vita di Quevedo, non è un esempio di comprensione della vita e dei suoi doveri di lotta? Non c’è avvenimento della sua epoca che non porti qualcosa del suo fuoco attivo. Lo conoscono tutte le rivendicazioni e lui conosce tutte le miserie. Lo conoscono tutte le prigioni, e lui conosce tutto lo splendore. Non c’è niente che sfugga alla sua eresia in movimento: né le scoperte geografiche né la ricerca della verità. Ma dove attacca con lancia e lanterna è nella grande altezza. Quevedo è il nemico vivente del lignaggio governativo. Quevedo è il più popolare di tutti gli scrittori della Spagna, più popolare di Cervantes, più indiscreto di Mateo Alemán. Cervantes estrae dal limitato umano tutta la sua prospettiva grandiosa, Quevedo proviene dalla interrogazione profetica, dal decifrare i più oscuri stati, e il suo linguaggio popolare è impregnato del suo sapere politico e della sua sapienza dottrinaria. Lontano da me pretendere queste rivalità nell’alveo appagato delle ore. Ma quando attraverso il mio viaggio, da poco illuminato dalla oscura fosforescenza dell’oceano, arrivai a Quevedo, sbarcai in Quevedo, percorsi queste coste sostanziali della Spagna fino a conoscere la sua astrazione e il suo terreno desertico, il suo grappolo e la sua altezza, e scegliere il coraggio che mi aspettava.
Mi fu dato di conoscere attraverso le gallerie sotterranee di morti le nuove germinazioni, lo spontaneo dell’avena, il sotterrato delle nuove uve e le nuove cristalline campane. Cristalline campane di Spagna, che mi chiamavano dall’oltremare, per domare in me l’insaziabile, per spolpare i limiti territoriali dello spirito, per mostrarmi la base segreta e dura della conoscenza.. Campane di Quevedo lievemente tenute per funerali e carnevali da antico tempo, interrogazione essenziale, strade popolari con bovari e mendicanti, con principi assolutisti e con la verità stracciona vicino al mercato. Campane di Spagna vecchia e Quevedo immortale, dove potei riunire la mia scuola di pianto, i miei addii attraverso i fiumi a delle pagine di pietra in cui era già determinato il mio pensiero.
I martiri di Quevedo, le sue prigioni e i suoi duelli non inaugurano, ma bensì continuano la persecuzione all’intelligenza umana a cui l’uomo si è addestrato da secoli e che è culminata nei nostri ultimi laceranti anni. Ma in Quevedo il carcere aumenta lo spazio materiale della sua poesia, elevandola verso l’ambito più immenso, senza spezzare la corrente fluviale del suo pensiero. Il suo potere soprannaturale di resistenza lo fa elevare sopra i suo dolori, e i suoi stessi lamenti sembrano maledizioni, e attuali maledizioni:
Dice in una delle sue ultime lettere, dalla prigione:

Se i miei nemici hanno rancore, io ho pazienza. L’animo, che sta fuori dalla giurisdizione delle serrature e lucchetti, si distacca dalla terra al cielo e va e viene riposando in giornate immense.

Ma l’orrore della sua vita a volte lo dissangua:

Un anno e dieci mesi fa si eseguì la mia prigionia al 7 dicembre, vigilia della Concezione della Nostra Signora, alle dieci e mezzo di sera. Fui portato nel rigore dell’inverno, e senza una camicia, a sessantun anni, a questo Convento Reale di San Marco di León, dove sono stato tutto questo tempo in rigorosissima prigionia, infermo con tre ferite, che con i freddi e la vicinanza di un fiume che ho al capezzale, mi sono incancrenito, e per la mancanza di un chirurgo, non senza pietà mi hanno visto cauterizzare con le mie proprie mani, tanto povero, che di elemosina mi hanno coperto e trattenuto in vita. L’orrore delle mie fatiche ha spaventato tutti …

“L’orrore delle mie fatiche …” Il poeta, grande tra i grandi, scontava così la sua poesia, la sua immersione nella vita degli uomini, nella politica del tempo. Egli alzò frustate sopra la corruzione dei tirannucoli, cortigiani e principi, e nell’inaffondabile scienza della sua parola metafisica, non dimentica mai i suoi doveri essenziali e contemporanei. Afferra con braccio poderoso le sostanze stellari della notte e del tempo, e con l’altro braccio segna la fronte altezzosa della cattiveria. Per questo l’abbraccio di Quevedo con la terra ci commuove ancora, con le possibilità della sua grandiosa eredità di stelle e spighe torrenziali.

Coloro che più tardi raccolsero le granate azzurre di curiosità, di magnificenza e di castigo che Quevedo aprì per i secoli, toccarono anche, al conquistare il suo lignaggio, le ferite della persecuzione e della morte. Lo splendore degli anelli vitali nelle mani del poeta, il fulgore dei lampi sulla sua testa fece tremare i tiranni e decretare la sofferenza.
Non vediamo in un grande poeta e scrittore quevedesco, in Federico Garcia Lorca, sulla cui grazia del sud marittimo e arabico cadono le gocce mortali dell’anima di Quevedo, non lo vediamo patire e morire per aver raccolto i semi della luce?
Quando scoppia l’insurrezione fascista, Federico vive a Granata, prima di morire, una visione terribile, quevediana, dell’inferno. Suo cognato, il signor Montesinos, era sindaco di Granata. La stessa mattina della sollevazione fu fucilato vicino al municipio, il suo cadavere fu legato per i piedi al posteriore di un’automobile e fu trascinato così per le strade di Granata. Probabilmente, Federico, abbracciato a sua sorella e a sua madre, vide dai balconi della sua casa arrivare il mulinello che trascinava in verità il cadavere della Spagna.
Da allora non sappiamo niente tranne la propria morte, il crimine per cui Granata passa alla storia con una bandiera nera che si scorge da tutti i punti del pianeta.

L’altro quevediano, il pensieroso, il concentrato cantore di Castiglia, incantato nella sua malinconia, nella visione del paesaggio roccioso di Castiglia, il grande don Antonio Machado, ottiene di aprire gli occhi prima di essere sterminato, e al di là delle colline bruciate e l’estensione terrena ottiene di vedere per l’unica volta, ma in maniera profonda, i volti ardenti e i fucili del suo popolo. E prima di morire si converte al sacro di questa epoca, al grande e venerabile albero della poesia spagnola, alla cui ombra canta e combatte e si dissangua la libertà umana.
Ma, come Quevedo, paga col sangue la sua elevazione verso il popolo. Non avevate pensato qualche volta agli ultimi giorni di Machado? Talvolta soltanto nella Bibbia incontriamo tanto dolore accumulato e tanta serenità maestosa. Machado si unisce al suo popolo che abbandona la Spagna sconfitta e fa il terribile cammino verso i Pirenei tra i centomila civili fuggitivi, nel più grande esodo della storia, con freddo e fame, e mitragliati dall’aria dai “difensori della civiltà occidentale”. Sostenendo la sua vecchia madre e i suoi due fratelli, viaggiando a piedi o su camion stretti fino all’asfissia per la quantità di esseri che dovevano accogliere, arriva Machado, senza piegare il suo spirito, fino alla frontiera francese. È sempre il primo a far tacere le voci che protestano, l’ultimo a lamentarsi. Ma, così appena arrivato a un piccolo villaggio, non si alzavano più dal letto né sua madre né lui. Muore prima don Antonio, e nella sua agonia chiede di non comunicare la sua morte a sua madre. Sua madre dura pochi giorni ancora.
La metà della Spagna aveva bisogno della loro anima. La Spagna, l’antica, la dinastica, la sanguinosa, la inquisitoria, copriva con una mano di sangue il territorio. La Spagna splendente scompariva e si apriva di nuovo il carcere di Quevedo.

Guardai il muri della patria mia
[…]

Ma ancora restava un quevedesco, un gran poeta dentro la Spagna incatenata. Vediamo adesso la sua vita, il suo martirio e la sua morte.
In una forte estate secca di Madrid, della Madrid anteriore alla guerra, mi incontrai per la prima volta con Miguel Hernández. Lo vidi immediatamente come parte dura e permanente della nostra grande poesia. Sempre pensai che a lui spettava, qualche volta, dire vicino alle mie ossa alcune delle sue violente e profonde parole.
In quei giorni secchi di Madrid arrivava fino alla mia casa ogni giorno, a conversare con me dei suoi ricordi e del suo futuro, arrivava a mostrami il fuoco costante della sua poesia che lo stava bruciando da dentro fino a far maturare i suoi frutti più segreti, fino a fargli spargere stelle e scintille.
Aveva da poco cessato di essere pastore di capre di Orihuela, e veniva tutto profumato dalle zagare, dalla terra e dallo sterco. Gli si spargeva la poesia come dalle mammelle troppo piene cade a gocce il latte. Mi raccontava che nei lunghi riposi della sua pastorizia metteva l’orecchio sopra il ventre delle capre puerpere e mi diceva come poteva ascoltarsi il rumore del latte che arrivava alle mammelle, e andando, con me per le notti di Madrid, con una agilità incredibile, saliva sugli alberi, passando con rapidità dai tronchi ai rami, per fischiare dalle foglie più alte, imitando per me il canto dell’usignolo. Il canto degli usignoli levantini, le sue torri di suono alzate tra l’oscurità e le zagare, erano ricordo ossessivo, premuto sulle sue orecchie, e erano parte del materiale del suo sangue, della sua anima di fango e di suono, della sua poesia terrena e silvestre, in cui si uniscono tutti gli eccessi del colore, del profumo e del suono del Levante spagnolo, con la sua abbondanza e la sua fragranza di una poderosa mascolina gioventù.
Il suo volto era il volto della Spagna. Tagliato dalla luce, corrugato come una semina, con qualcosa rotondo di pane e di terra. I suoi occhi ardenti erano, dentro questa superficie bruciata e indurita dal vento, come due raggi di forza e di tenerezza.
Non può sfuggire dalla radici del cuore il suo ricordo, che sta attaccato con la stessa fermezza con cui le radici si attaccano ai terreni della nobile terra della profondità. Gli elementi stessi della mia poesia e della mia vita vidi uscire di nuovo nelle sue parole, ma cambiati da una nuova grandezza, da uno splendore selvaggio, dal miracolo del sangue vecchio trasformato in un figlio. Nei miei anni di poeta, e di poeta errante, posso dire che la vita non mi ha dato di contemplare un fenomeno uguale di vocazione e di elettrica saggezza verbale.

Vicino alla cristallina, ferma e aerea struttura di Rafael Alberti, ritengo questi tre poeti assassinati, Antonio Machado, Federico Garcia Lorca e Miguel Hernández, come le tre colonne sopra le quali si appoggiavano la volta materiale e aerea della poesia spagnola peninsulare: Machado, la quercia classica e spaziosa che conservava nella sua atmosfera e nella sua maestosa severità la continuazione e la tradizione del nostro linguaggio nelle sue essenze più intime, Federico era il torrente di acque e colombe che si alza dal linguaggio per portare i semi dello sconosciuto a tutte le frontiere umane, Miguel Hernández, poeta dall’abbondanza incredibile, di forza celestiale e genitale, era il cuore erede di questi due fiumi di ferro: la tradizione e la rivoluzione. Per quegli anni recenti, e tanto lontani, avevo un carattere di bambino, di figlio dei campi. Ricordo che, portato dalla mia esigenza perché non tornasse a Orihuela, feci intervenire appoggi per ottenergli una collocazione a Madrid. Incalzato dalle nostre petizioni, il visconte di Mamblas, Capo delle Relazioni Culturali nel Ministerio de Estado, poté dirci che sì, che avrebbe dato una collocazione a Miguel Hernández, ma che lui dicesse che cosa desiderava fare. Mai dimenticherò quando arrivò alla mia casa quel giorno e io rallegrato gli comunicai la buona notizia. “Deciditi - gli dissi -, e dimmi subito ciò che vuoi, chiedi perché ti danno la nomina”. Allora, Miguel, molto turbato, mi rispose: “Non mi potrebbero dare un gregge di capre vicino a Madrid?”.
Nel 1939 ritornai al Ministero degli Esteri del mio paese, a Santiago del Cile. Ci arrivavano in America i rumori incredibili di una rivolta militare e della resa di Madrid. Ottenni dal Ministero degli Esteri che fosse offerto asilo nella nostra Ambasciata di Madrid agli intellettuali spagnoli. Così potemmo salvare alcune vite.
Miguel Hernández non volle accettare asilo. Credette di poter seguitare a combattere. Entravano già i fascisti nella capitale spagnola quando egli andava a piedi verso Alicante. Arrivava tardi. Era accerchiato. Ritornò come poteva a Madrid, disperato e straziato.
E l’Ambasciata non volle accoglierlo. La Falange Spagnola vigilava alle porte perché non entrasse nessun spagnolo, perché non si salvasse nessun repubblicano nel luogo che ospitò durante tutta la guerra più di 4000 franchisti.
Miguel Hernández fu arrestato e poco dopo condannato a morte. Io ero di nuovo al mio posto a Parigi, organizzando la prima spedizione di spagnoli in Cile. Riuscì a arrivarmi il suo grido si oppressione. In un pranzo al Pen Club di Francia ebbi la fortuna di incontrarmi con la scrittrice Maria Anna Comnene. Essa ascoltò la storia lacerante di Miguel Hernández che portava come un nodo nel cuore. Facemmo un piano e pensammo di fare appello al vecchio cardinale francese monsignor Baudrillart.
Il cardinale Baudrillart aveva già più di 80 anni ed era completamente cieco. Ma gli facemmo leggere dei frammenti dell’epoca cattolica del poeta che stava per essere fucilato.
Questa lettura ebbe effetti impressionanti sul vecchio cardinale, che scrisse a Franco alcune commuoventi righe.
Si produsse il miracolo e Miguel Hernández fu posto in libertà.
Così ricevetti la sua ultima lettera. Me la scrisse dall’Ambasciata del mio paese per ringraziarmi. “Vado in Cile - mi diceva-. Vado a prendere mia moglie a Orihuela”. Lì lo arrestarono di nuovo e questa volta non lo liberarono. Non potemmo intervenire per lui.
Lì morì dopo pochi mesi, lì rimase spento il nuovo raggio della poesia spagnola. Ma non cessa di spargere dolcezza la sua raggiante poesia, e la sua morte non lascia seccare gli occhi di quelli che lo conobbero.

Attraverso i secoli si mette la luna e la morte sulle terre di Spagna. Una piccola fossa vicino ad un’altra si premono sotto la terra e la induriscono. Il tempo ha levigato le colline fino a trasformarle in soppalchi di ossa, e la luna porta a spasso sopra le alte pietre antiche il suo sguardo giallo.
Allora si allontanano porte segrete, e dove una luce di stella è caduta, in mezzo al più infinito rumore dell’ortica, dei cardi caduti, come se si sgretolasse un’ala di colombo torraiolo, si apre il recinto dei poeti sotterrati nelle infinite tombe di Spagna.
Stanno tutti nel medesimo luogo, perché attraverso la terra sono caduti al più fondo, al precipizio interno da dove esce la fertilità, al profondo burrone dove rotolò tutto il sangue.
Quevedo è lì l’immenso gufo, quello che conosce le ultime notizie del disastro, quello che ode le profonde campane peninsulari, quello che toccò attraverso le radici i cuori più minerali, il cuori induriti dalla sofferenza. Sempre fu Quevedo il saggio sotterraneo, l’esploratore di tanto labirinto che si impregnò di luce fino a darla per sempre alle tenebre. Vicino a lui, al padre profondo, Machado e Federico sono come figli essenziali ciononostante rivestiti di silenzio. Miguel recentemente è arrivato alla profondità dai suoi combattimenti.
Sono svegli perché la loro parola non muoia. Aprono la porta terrestre verso le intemperie. Nessuno può vederli nella oscura notte spagnola, nel luogo più remoto della zagara che cantarono, lontani dall’usignolo che hanno adorato, fuori dai fiumi e dalle sue rive che guardano ancora l’orma delle ninfe. Essi soltanto ascoltano la tenebra, essi soltanto avanzano sopra le rovine, essi guardano le più nascoste lacrime d’Europa.
Essi agitano non soltanto il cardo e l’ortica che li circondano, essi preservano non soltanto la pietra che li opprime, ma un materiale purissimo, le ali fantasmatiche di quello che deve rivivere. Essi annotano nel loro libro irresistibile quanto di malefico e maledetto si va compiendo, come si stiracchiano le lunghe ore della disgrazia, come si avvicina la campana che deve infrangere il cielo.
Essi vengono attraverso il silenzio e essi continuano la vita. Ancora i più crudeli e scatenati, quelli che versarono il sangue per arrivare al luogo del potere, saranno fantasmi, saranno morti abominevoli oscurati dall’orrore. Ma i poeti sono in tal modo materiali, più dell’alluminio e dell’uva, più della propria terra, che attraversano gli anni della paura e sono per il loro popolo fonte nascosta di speranza e tenerezza. Vivono più in basso di tutte le pagine, più in alto delle biblioteche, meno ermetici attraverso la morte, soltanto ogni volta più essenziali radici nella profondità, radici che stanno salendo verso la superficie e ascendendo attraverso gli uomini per sostenere le lotte e la continuità dell’essere.
Così, quindi, materia, sostanza materiale della Spagna, dell’eternità della Spagna, è Francisco de Quevedo.
Voglio che vediate, con il rispetto che io ho per la sua insigne ombra, il duello interminabile, il suo combattimento d’amore e di passione con la vita e la sua resistenza verso la seduzione della morte. A volte la sua passione lo affonda nella terra, lo fa più poderoso della morte stessa e a volte la morte di tutte le cose invade il suo pazzo territorio di passioni carnali. Soltanto un poeta tanto carnale può arrivare a tale visione spettrale della fine della vita. Non c’è nella storia del nostro idioma un dibattito lirico di tanta esasperata grandezza tra la terra e il cielo.

Se figlia del mio amore la mia morte fosse,
che parto tanto felice che sarebbe
quello del mio amore contro la vita mia!
Che gloria, che il morir da amar nascesse!

Porterei io nell’anima dove fosse
il fuoco in cui mi brucio, e guarderei
la sua fiamma fedele con la cenere fredda
nello stesso sepolcro in cui dormissi.

Dall’altra parte della morte dura,
vivranno nella mia ombra le mie attenzioni.

“Dall’altra parte della morte dura/ […]”
Ma è possibile? Chi può in verità tentare una simile impresa? A chi può la morte concedere dopo la partenza tutta la potenza dell’amore? Soltanto a Quevedo. E questo sonetto è l’unica freccia, l’unico trapano che fino ad oggi ha onorato la morte, lanciando una spirale di fuoco alle tenebre:

Chiudere potrà i miei occhi l’ultima
ombra, che mi porta il bianco giorno;
e potrà sciogliere questa anima mia
ora al suo impegno ansioso lusingherà:

ma non, dall’altra parte, sulla riva
lascerà la memoria, nella quale bruciava:
nuotare sa la mia anima l’acqua fredda,
e perdere il rispetto a legge severa.

Anima a cui tutto un Dio prigione è stato:
vene che umore a tanto fuoco hanno dato;
midolli che hanno gloriosamente bruciato;

dal suo corpo si separeranno, non dalla sua attenzione:
saranno cenere, ma avrà sentito:
polvere saranno, ma polvere innamorata.

“Polvere saranno, ma polvere innamorata.”
Mai il grido dell’uomo raggiunse più altezzosa insurrezione: mai nel nostro idioma riuscì la parola a accumulare polvere tanto straripante.
“Polvere saranno, ma polvere innamorata.“ È in questo verso l’eterno ritorno, la perpetua resurrezione dell’amore.

Polvere saranno, ma polvere innamorata … Non sono Lucifero né Prometeo, né gli arcangeli dalle ali sterminate. È la materia umana che, basandosi sulla sua propria composizione mortale, si sovrappone per la prima volta alla distruzione finale dell’essere e delle cose.
Questo è il Quevedo terrificante delle forze naturali. Ma c’è anche il Quevedo della contrizione, della amarezza e della stanchezza.
Questa è l’amara fotografia non soltanto dello stato di un uomo, ma dello stato di una nazione sventurata.
È morto il fuoco dei camini, i contadini dormono per le strade, perseguitati dal freddo e dalla fame. Le chiese si riempiono di armi, i chierici accompagnano i guerrieri, le ossa della guerra biancheggiano sopra la terra bruna.

Guardai i muri della patria mia,
si un tempo forti, ora crollati
[…]

Ma dalla sua debolezza esce un’altra volta la sua forza di vedente e questa Spagna abbattuta e distrutta del suo tempo, torna ad essere il ritratto di una Spagna di adesso. La terra si imbianca di nuovo con ossa di soldati e di poeti, i muri carcerari marciscono ancora per il pianto dell’uomo.
Il grande testimone continua a guardare, più in là dei muri, più in là dei tempi. E così è il testimone irriducibile che queste grandi presenze, questi grandi testimoni lasciano, come organismi, con tanto ferro e tanto fuoco, che possono resistere alla trepidazione ed al silenzio delle età.

Poco prima di morire Federico García Lorca, mi raccontava che in una delle sue peregrinazioni, in cui il grande poeta guidava un piccolo teatro di studenti attraverso gli sperduti villaggi della Spagna, arrivò a un piccolo borgo e davanti alla chiesa fermò il gran carro de “La Barraca” e cominciò a montare lo scenario.
Poiché non c’era niente da vedere nel villaggio, Federico diresse i suoi passi verso la chiesa e entrò nella navata oscura. Cominciava a imbrunire …
Alcune vecchie tombe vicino alle pareti antiche, mostravano ancora sopra le pietre le lettere scalpellate di spagnoli morti da molto tempo.
Federico si avvicinò a una di queste e cominciò con difficoltà a sillabare un nome: “Qui giace – diceva la lapide – don Francisco – Federico, non con emozione, ma anche con un poco di terrore, continuò a leggere - … de Quevedo y Villegas, Cavaliere dell’Ordine di Santiago, Patrono della Città di Sant’Antonio Abate …”.
Non aveva dubbi, il più grande dei poeti, il raggio terribile, scatenato, con tutta la sua passione e la sua intelligenza e la sua tragica concezione gloriosa della vita e della morte, giaceva dimenticato per sempre, in una dimenticata chiesa di un dimenticato villaggio. Il ribelle riposava e l’oblio e la notte di Spagna lo nascondevano. Era entrato in quello che lui chiamava l’agricoltura della morte. Lo sdegno e il disprezzo con cui lui trattò la sua epoca si vendicavano di lui, lasciando un nome raggiante e turbolento sepolto sotto una povera pietra consumata. Fu tale la sua emozione, mi raccontava Federico, che, turbato, disorientato, confuso e rattristato, tornò dai ragazzi de “La Barraca” e ordinò di smontare il tavolato e continuare il viaggio in Castiglia. Lì rimaneva …

quella anima a cui tutto un Dio prigione è stato,
quelle vene che umore a tanto fuoco dettero,
quei midolli che gloriosamente bruciarono …
Ma io vi ripeto, alla fine di questo viaggio al cuore di Quevedo, perché fertile è la vita, imperitura la poesia, inevitabile la giustizia e perché la terra di Spagna non è soltanto terra ma popolo, io vi dico attraverso quelle bocche che continuano a cantare:

dal suo corpo si separeranno, non dalla sua attenzione:
saranno cenere, ma avrà sentito:
polvere saranno, ma polvere innamorata.

Quevedo y Villegas, Francisco Gómez de (Madrid 1580 - Villanueva de los Enfantes 1645), scrittore spagnolo. Figlio di cortigiani (il padre fu segretario di due regine) visse a lungo alla corte di Spagna, a Madrid e a Valladolid, all'ombra dei potenti di cui cercò la protezione. Divenuto amico del conte di Osuna, quando questi fu nominato viceré di Sicilia (e, in seguito, di Napoli) lo accompagnò come consigliere in Italia nel 1611, svolgendo incarichi diplomatici in Sicilia e a Venezia. A seguito della caduta per intrighi politici dei suoi protettori, fu condannato al confino nei suoi possedimenti alla Torre di Juan Abad. Tornò a corte con altri protettori nel 1621, ma nel 1639 fu trovata una satira sotto il tovagliolo di re Filippo IV e Quevedo, ritenuto l'autore del testo, venne incarcerato a San Marcos. Dopo la morte del conte di Olivares poté tornare definitivamente nelle sue terre. Queste esperienze, che ne fanno uno dei rappresentanti più tipici dell'epoca in cui visse, si riflettono nella complessa fisionomia della sua opera letteraria, che alterna satire feroci e beffarde delle storture del mondo a tentativi di trovare riparo dal caos della vita nell'ascesi cristiana combinata con un amaro stoicismo, di cui è espressione anche il gusto del paradosso.
Grande interprete del barocco spagnolo, ha lasciato numerosi testi di saggistica politica (Prima parte della vita di Marco Bruto, 1631-1644, di ispirazione plutarchiana ma di impianto filomonarchico) e teologico-filosofica (La culla e la tomba, 1634; Trattato della divina provvidenza, 1641). Ma il suo nome è legato agli scritti fantastici (secondo il modello di Luciano): innanzitutto i cinque Sogni (1627), viaggio satirico nell'inferno quotidiano e dunque quadro amaro e bizzarro della società dell'autore; e poi il romanzo picaresco, tramato di disinvolta ironia, Storia della vita del pitocco chiamato Pablos (noto anche come Il pitocco, 1626).
Quevedo fu poeta audace anche nell'invenzione linguistica, caratterizzata da una concentrazione espressiva e da immagini ardue che vanno ben oltre le convenzioni del dominante concettismo. L'opera in versi è stata pubblicata postuma in due volumi: Il Parnaso spagnolo, monte suddiviso in due vette, con le nove muse castigliane (1648) e Le tre muse ultime castigliane, seconda cima del parnaso spagnolo (1670).
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Quevedo fu uno dei poeti preferiti da Neruda, a lui vicino per la sua insistenza sui temi della morte e della fragilità umana, particolarmente sentiti da Neruda, soprattutto nelle Residenze. Ma ancora nel Canto Generale nel Il testamento ai poeti (Canto Generale, cit. vol. II, p. 389) Neruda dice: « ...Amino come io amai il mio Manrique, il mio Gongora, / il mio Garcilaso, il mio Quevedo: / furono essi titanici guardiani / armature di platino e nevosa trasparenza / che mi insegnarono il rigore... ».
Ma ascoltiamo un giudizio di Neruda sul poeta spagnolo, tratto da Viaje al corazón de Quevedo: « ... Quevedo tu per me la roccia tumultuosamente tagliata, la superficie emergente a taglio su un mondo d'arena, su un paesaggio storico che solo allora mi incominciava a nutrire. I miei oscuri dolori che volli vanamente formulare, e che forse si fecero in me estensione e geografia, confusione d'origine, palpito vitale per nascere, li trovai dietro la Spagna, inargentata dai secoli, nell'intimo della struttura di Quevedo... ».

García Lorca, Federico (Fuentevaqueros, Granada 1898 - Viznar, Granada 1936), scrittore spagnolo, il più popolare poeta di lingua spagnola e uno dei principali rappresentanti del teatro moderno. La sua poesia, centrata principalmente sui temi del destino e della morte, affonda le radici nella cultura andalusa, caratterizzata da una fusione di elementi arabi e gitani. I suoi versi cantano passioni umane elementari in una forte compenetrazione di sogno e realtà. I lavori teatrali, oltre a far propria l'eredità dei canti gitani, mutuano elementi dei canti tradizionali spagnoli e della poesia surrealista. La lingua fonde spontaneità e raffinato lirismo, creando immagini sorprendenti e originali metafore.
Dal 1919 al 1934 visse principalmente a Madrid, dove frequentò la cerchia di letterati e artisti della sua generazione, come Salvador Dalí, Luis Buñuel e Rafael Alberti. Coltivò anche la musica e nel 1922 concepì insieme col compositore Manuel de Falla il progetto del primo festival del cante jondo, il canto zingaresco tipico della Spagna meridionale che tanta influenza era destinato ad avere sulla sua poesia.
Romancero gitano (1928), raccolta di liriche di tema andaluso, incontrò i favori della critica e rese García Lorca figura preminente fra il gruppo di poeti noto come Generazione del '27. Nel 1931 ricevette dal nuovo governo repubblicano l'incarico di organizzare un gruppo teatrale itinerante, La Barraca, che diffondesse nei villaggi anche più remoti il teatro classico spagnolo.
Le tragedie Nozze di sangue (1933), storia contadina di gelosia e morte raccontata con un linguaggio altamente simbolico, Yerma (1935) e La casa di Bernarda Alba (1936) segnarono una svolta nel teatro spagnolo. Allo scoppio della guerra civile spagnola García Lorca fu arrestato a Granada dai nazionalisti, che lo fucilarono senza processo.
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Machado y Ruiz, Antonio (Siviglia 1875 - Collioure 1939), poeta spagnolo, attivo nel movimento letterario "Generazione del '98" (vedi Letteratura spagnola). I suoi versi drammatici e severi riflettono l'asprezza del paesaggio della natia Castiglia. Costretto a lasciare la Spagna durante la guerra civile per le sue simpatie repubblicane, morì in Francia dopo avere attraversato i Pirenei a piedi.
Assieme al fratello, Manuel Machado y Ruiz, scrisse opere teatrali e tradusse L'Aiglon di Edmond Rostand ed Ernani di Victor Hugo. La sua prima raccolta di versi, Solitudini (1903), mostra ancora stretti legami con il romanticismo nella sua struggente rievocazione di memorie e sogni e nella commozione davanti alla maestà e alla bellezza dei fenomeni naturali. Machado si allontanò dalla vena decadente e introspettiva in Campi di Castiglia (1912) e nelle opere successive, come Nuove canzoni (1917-1930), che si avvicinano alle concezioni dell'esistenzialismo. Le sue Poesie complete apparvero nel 1917 e in successive edizioni, ma la fama di Machado si consolidò soltanto dopo la sua morte.
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Hernández, Miguel (Orihuela 1910 - Alicante 1942), poeta e commediografo spagnolo. La sua poesia è caratterizzata da un intenso lirismo, sia nelle composizioni estremamente elaborate della prima raccolta, Perito en lunas (1933), sia nei sonetti classici di El royo que no cesa (La folgore incessante, 1936). Toccò i temi dell'amore, della morte, della guerra e dell'ingiustizia.
Comunista, combatté al fianco dei lealisti nella guerra civile spagnola. Di questi anni sono i due volumi di poesie Viento del pueblo (Vento del Popolo, 1937) e El hombre acecha (L'uomo sta in agguato, 1939), e la produzione teatrale: i quattro atti unici di Teatro en la guerra (1937) e Il contadino più aitante (1937). I franchisti lo condannarono a morte, ma la sentenza fu ridotta all'ergastolo. In cella scrisse poesie molto commoventi alla moglie, ridotta in estrema povertà, che vennero pubblicate postume in Cancionero y romancero de ausencias (Canzoniere e romancero di assenze, 1958). Morì in prigione all'età di trentun anni.
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Viaggio per le coste del mondo

Ho cominciato a vivere in tanti luoghi e in tante ore differenti della nostra epoca, che non so da dove iniziare: se dal grande o dal piccolo, dal dentro o dal fuori, se dalla giacca o dal cuore. Tutto è fuso dentro di noi, fuori da noi, le vite e le nascite, facendo un cerchio di foglie, di lacrime. di fuoco, di conoscenza, di ricordi. E la vita di un uomo è come l’esistenza di un giorno: la polvere trema al passaggio della luce centrale, la vegetazione accumula il suo misterioso alimento fatto di atmosfera e di profondità, passano canti di ragazzi, di ubriachi, di becchini, suonano le cucine del mondo, trasportano i feriti sul mare, con interminabili treni, le macchine da scrivere, le presse, i motori si stanno udendo nel crepuscolo da dove il giorno sta scomparendo, come un piccolo ciclista in una lunga strada, e non mi fermo fino alla notte permanente, alle stelle infinite, alla solitudine immensa.
Per lungo tempo mi accompagnarono solitari nomi di regioni sconosciute e lontane, dove trovai una casa, dei libri, talvolta una donna. Questi nomi mai interessarono a nessuno, la loro ortografia stessa era sconosciuta e difficile, e per me erano punti segreti del mio pensiero, di quelli che a nessuno posso parlare, di quelli che a nessuno posso far tacere, con una parola o silenzio che li avessi abbracciati. Che avesse significato per nessuno un mese, mille giorni, molte mie settimane, molte stagioni, nel golfo di Martabán, vagando per le rive del fiume Irrawadhy, nella cui bocca sta Rangoon, guardando la crescita, sudicia e turbolenta, del fiume Salween, o un pomeriggio, un giorno, una notte nel remoto Sandokan, o un giorno di pioggia in treno, in terza classe, attraverso la Tailandia, nella selva, o una mattina di freddo nello Stretto di Magellano, tremando, infermo e senza lavoro, guardando al bordo dell’acqua il muso di un impreciso bue marino con grandi baffi di brina?
Tutto questo è stato privatamente mio, senza nostalgia, senza disgrazia, senza felicità: è stato la mia porzione, la mia riserva, la mia proprietà solitaria. Oggi per molte di queste ragioni marcia la guerra inseguita da corvi e sciacalli, da formiche e granchi: la selva divora con artigli e con fiori, tutto torna al silenzio, a una luce dura e verde, ma già tutti questi nomi, queste latitudini entrano nel pane di ogni giorno, nel pianoforte di ogni giorno, nel sangue di ogni mattina, perché la vita ci abitua in questa ora ad alzare ogni mattina la coppa di sangue di ogni giorno e non soltanto la tigre e non soltanto il lupo sono gli animali sanguinosi, invasosi della selva o della steppa.
Poco tempo fa, raspando per le spiagge del golfo della California, cercando nell’acqua, nella sabbia e il fango talvolta l’argonauta, o le innumerevoli “protothacas” o il “phyllonotus bicolor”, chiamato cinese, chiocciola doppia, nel suo guscio di gesso o di spine, nel suo interno, rosa come un palato, ritirai sorpreso da dentro la schiuma una gigantesca stella di mare, sì, sì, la “oreater occidentalis” o forse la “nidorellia armata”. Era una massa di cinabro fosforescente e le sue cinque grandi punte si alzavano verso il centro, come un astro incendiato.
Raccolsi e guardai da tutti gli angoli la piccola montagna viva sottomarina, tanto feroce e combattiva, vorace e sanguinaria. Tutto l’oceano interiore arrivava alle mie mani, la vita violenta e bianca delle scogliere, l’esplorazione notturna del capitano Nemo, la visione e l’avventura del nordamericano contemporaneo William Beebe. Sopra il divano di fango sottile e delicato, le spugne posano i loro volumi remotamente vivi. La silice si sviluppa in grandi abeti traslucidi, gli armati ricci di azzurro ardente viaggiano con gran pigrizia nello splendore di cristallo. Granchi dalle sottili e larghissime mani, crostacei ciechi, pesci come lampade cristalline, tentacrinos, brachipodi, oloturie, crinoidi, costruiscono nel fondo la statua fosforescente del vecchio oceano: le sue lunghe barbe distrutte dalla marea che arriva con l’alga immensa dei mari del Cile e con gli occhi pieni di gorgonie, di alcionarie, di piume del mare che si accendono di verde e di violetto, illuminano il cammino dei mostri che difendono la casa sommersa del Dio del Mare.
Il fondo delle acque cambia con la vita del tempo. Fu oscuro nelle epoche del terrore preistorico e le grandi masse brune dei cetacei uscirono da esso con lentezza verso una superficie di cuoio e di silenzio. Nell’età dell’oro il poeta andaluso Pedro de Espinosa illumina con un raggio di amaranto la latitudine bagnata e brilla il suo splendore con tutte le pietre preziose da poco uscite dall’America:

Vedo entrando nel Genil un vergine coro
di belle ninfe dai nudi petti,
sopra cristallo setacciando grandi d’oro
con verdi cribri di smeraldi fatti;
vedo, ricchi di lucentezza e di tesoro,
fogliame di ghiacciolo sui tetti,
che stavano per le punte adornati
di grappoli di perle di fiume gelate.

E continua la favola fluviale del Genil, forse il più perfetto poema della nostra lingua:

Benché sono argento liscio le soglie;
chiari diamanti le lucenti porte;
ricche di chiodi di corali
e di piccole madreperle coperte;
benché raggi di luce immortale
danno, e che stanno spalancati,
e i quirales d’oro molto robusti,
che mostrano il potere di chi li fece.

Colonne più belle che utili
sostengono il gran tetto cristallino;
le pareti sono pietre trasparenti,
il cui valore dall’Occidente venne;
spuntano dalle fondamenta chiare fontane,
e con pelle bianca, in liquido cammino,
corrono coprendo con la loro chiara linfa
le carni bianche delle belle ninfe.

La divisione del mare è, quindi, sempre differente. Le mie lunghe camminate, presso le scogliere, le mie navigazioni verso gli angoli gelati, dove meritai di portare appeso al collo l’albatros morto dell’antico marinaio, mi fecero cercare più sotto delle onde, impregnarmi della sua zoologia fantasmatica, tremare nello stesso luogo del naufragio. E già dopo molti anni, ritornai alla mia vita verso il mare solitario della mia infanzia, verso un pezzo di mare della frontiera che è la regione del Cile da cui vengo, e verso questo deserto mare che sempre colpisce il mio sogno e apre per me le porte del tempo, scrissi alcune volte “Sud dell’Oceano”.

Di consumato sale e gola in pericolo
son fatte le rose dell'oceano solo,
l'acqua rotta tuttavia
[…]

Quasi all’epoca di Pedro de Espinosa, il poeta Andaluso che pose più smalto, più zaffiro e più pietre preziose sotto l’acqua che nessuno fino a questa data, visse alla Corte casigliana un gran signore della poesia e della vita, un gran poeta assassinato, il Corriere Maggiore di Sua Maestà, don Juan de Tarsis, conte di Villamediana.
Non possiamo dimenticare i fantasmi. E quando questi, come Juan de Tarsis, incrociarono come un lampo di ametista un minuto della storia poetica, lasciando un fulgore di fosforo che attraversa e rompe le pagine dei libri e le diffonde in un piccolo vento oscuro, dobbiamo ricordare il fantasma.
È l’innamorato della Regina. Va tutto vestito di broccato di color argento cenerino. Una rosa azzurra circonda il posto della sua spada. Per rendere più evidente la sua patetica passione, si è riempito le spalle di monete dei reali: “I miei amori sono reali”. La bella Regina guarda. Né un tremore delle sue labbra la tradisce. Se il Re non guarda, ha molti occhi che fotografano con gli stessi sguardi che tessero gli antichi intrighi dei vecchi libri. Un giorno, di sua propria mano, il conte incendia i tendaggi dello scenario in cui si inaugura la piccola “operetta” in cui la Regina è stella e tra il fumo e le grida, corre Villamediana con la Regina fra le sue braccia. Ma Madrid osserva.
Il resto lo racconta don Luis de Góngora nella lettera del 23 agosto 1622.

La mia disgrazia è arrivata al massimo con la sfortunata morte del nostro conte di Villamediana, di cui do a Vostra Grazia le condoglianze per l’amico che era di Vostra Grazia e le volte che interrogava per il cavallo del Palio.
Successe la domenica scorsa sul far della notte, 21 del mese, venendo al palazzo con la sua carrozza con il signor don Luis de Haro, figlio maggiore del Marchese del Carpio; e nella strada Mayor uscì dagli androni che stanno sul marciapiede di San Ginés un uomo che si avvicinò al lato sinistro, dove stava il Conte, e con arma terribile di coltello, secondo la ferita, lo passò dal costato sinistro al muscolo del braccio destro, lasciando tal squarcio, che anche in un toro darebbe orrore. Il Conte rapidamente, senza aprire il predellino, si lanciò verso la testa dell’uomo e pose mano alla spada, ma vedendo che non poteva governarla, disse: «Questo è fatto! Confessione, signori!» e cadde. Arrivò a questo punto un chierico che gli dette l’assoluzione, perché dette segni due o tre volte di contrizione, stringendo la mano al chierico che gli chiedeva questi segni; e portandolo alla sua casa prima che spirasse, ebbe il tempo di dargli l’unzione e di assolverlo un’altra volta, per i segni che dette di abbassare la testa due volte. L’uccisore […] seguito dai lacchè e dal cavallerizzo don Luis, che andava su un cavallo, perché favorito da alcuni uomini che uscivano dagli stessi androni, ostacolarono cavallo e lacchè all’inseguimento, si misero al riparo senza essersi resi conto di cosa accadesse. Parlo con riservatezza della causa, e la giustizia sta procedendo con esteriorità: però tenga Dio nel cielo il disgraziato, che dubito procedano a più indagini. Sono ugualmente rammaricato e disilluso di quello che è sfarzo e vanità nella vita, posto che abbia dissipato tanto questo cavaliere, lo sotterrarono quella notte in una bara da impiccati che portarono da San Ginés per la fretta che dette il Duca del Infantado, senza permettere che gli dessero una cassa.

Così, quindi, cadde assassinato alcuni secoli fa il litigioso, baro, collezionista di gioielli, di cavalli, di quadri, conte di Villamediana. La tristezza di Góngora non lo ha salvato dall’oblio. Spero che prima di voi lo salverà questo drammatico, questo meraviglioso sonetto cortigiano:

Chi sarà felice sarà amato,
e io in amore non voglio essere felice,
avendo la mia dedizione generosa,
una felicità essere per voi tanto sfortunato.

Soltanto è servire, servire senza essere premiato;
vicino sta al maleducato il felice;
rincorrere il bene di tutti è inevitabile.
Io solo rincorro il bene senza essere forzato.

Non c’è bisogno di felicità per amarci;
amo di voi ciò che di voi capisco;
non quello che spero, perché niente spero.

Portami il conoscerci a amarci;
servire più per servire soltanto pretendo
da voi non voglio più di quello che vi chiedo.

In quello stesso tempo uno dei più grandi drammi della libertà umana si sviluppava nel mondo: la lotta dell’Araucania contro l’Impero spagnolo nella regione remota, crudele, inclemente che i conquistatori chiamarono il regno del Cile. Cile, come sembra, vuol dire paese freddo in una delle lingue incaiche, e il primo europeo che arrivò nella mia patria, arrivò a questa per la sua parte più gelata e fu don Hernando de Magallanes. Soltanto a questo grande titano, a questo formidabile capitano terrestre, poteva riservargli il destino quella regione. Dopo alcuni anni, di ritorno dall’India, dove mi portò la mia adolescenza, incrociai con raccoglimento quelle regioni lunari in cui la desolazione planetaria distrugge ogni possibilità che non sia l’angoscia. A lato delle acque strette e profonde, spuntano pezzi scuri e pelati della crosta terrestre, pezzi di guscio di un vecchio e abbandonato pianeta. Al nostro lato gli animali marini di altre epoche si affacciamo ancora sopra l’acqua ridendo con dentatura tetra, i pini antartici diritti come chiodi rimarranno per sempre piegati dalla tempesta, l’arcobaleno si alza sopra il firmamento tempestoso come l’unico immenso fiore, come la delirante bandiera che unisce i desolati ghiacciai.
Arauco non era quella di La Araucana prima dell’arrivo spagnolo. Arauco era moltitudine di tribù disperse che non si conoscevano tra loro, senza uno Stato, senza una religione, senza una struttura artistica. Ma la sua lotta formidabile, il miracolo di trecento anni di battaglia, si fa più trasparente in questi ultimi anni di chiassoso sangue. Mentre le oligarchie azteche e incaiche davano la mano all’invasore, dopo una breve lotta, mentre i conquistatori rimpiazzavano i vaghi sentimenti di poesia e di terrore che scuotevano la nostra America, dominata da sacerdoti e aristocratici e, calando la croce, facevano dell’oro un nuovo circolo mistico e mitologico, fondendo nel metallo drammatico tutte le idee di un’epoca palpitante e temibile, la nostra patria scrisse una lezione disordinata allora, ma vivente oggi più che mai. Arance si fece unità davanti all’invasore: i barbari individualisti addormentati sotto l’ombra della cannella silvestre, guidati dal tamburo o dal fuoco, dimenticarono i loro progetti da dei, uccisero i primi traditori, terminarono tutte le loro stupide dispute per una donna o per una freccia e, riuniti in un primo fronte nazionale davanti a un invasore, sostennero vittoriosi una campagna di sangue che durò trecento anni e che è stata portata nella storia e nella poesia dal meraviglioso cavaliere, dal grandioso poeta, dal nobile don Alonso de Ercilla.
Alla fine del secolo passato la Araucania non era ancora stata conquistata. Gli orgogliosi eroi antichi rifiutarono il nostro sangue spagnolo e il gran fiume, il padre dei fiumi del Cile, il Bío Bío, continuò a indicare la frontiera, cioè, il luogo che il cileno, come prima lo spagnolo, non poteva attraversare.
L’agonia dei guerrieri, la fine di una razza che sembrava immortale, rese possibile che i miei antenati, dopo un patto in cui il Governo del Cile riconobbe gli araucani come cittadini liberi della Repubblica del Cile, con tutti i suoi diritti e prerogative, potessero arrivare con i loro primi “pionieri” su una vecchia carrozza a noleggio, attraverso varie leghe di territorio sconosciuto fino ad allora, verso la nuova capitale della frontiera popolata dai cileni. Questa si chiamò Temuco e essa è la storia della mia famiglia e della mia poesia. I miei padri videro la prima locomotiva, i primi granai, i primi legumi in quella regione verginale di freddo e tempesta.

Io nacqui nell’anno 1904 e prima del 1914 cominciai a scrivere lì le mie prime poesie. I lunghi inverni del sud entrarono fino al midollo della mia anima, e mi hanno accompagnato per la terra. Per scrivere avevo bisogno del volo della pioggia sopra i tetti, le ali d’uragano che vengono dalla costa e colpiscono i paesi e le montagne, e questo rinascere di ogni mattina, quando l’uomo e i suoi animali, la sua casa e i suoi sogni, sono stati sottomessi durante la notte a una potenza estranea, fischiatrice e terribile. Per scrivere ancora ebbi bisogno nel mondo delle infiltrazioni. Le infiltrazioni sono il pianoforte della mia infanzia. Mi padre sempre diceva di comprare un pianoforte che, oltre a consentire a mia zia di suonare il mio adorato valzer Sopra le onde, potrebbe per la nostra famiglia essere titolo chiaramente esprimibile dalla frase “hanno un pianoforte”. Mio padre, nei momenti in cui lo lasciava libero la sua vita di mobilità perpetua, perché era conduttore di treni, arrivava fino a misurare le porte da dove doveva passare quel pianoforte che mai arrivò. Ma il gran pianoforte delle infiltrazioni durava tutto l’inverno. Alla prima pioggia si scoprivano nuove infiltrazioni dalla voce dolce che si accompagnavano alle vecchie infiltrazioni, Mia madre divideva i suoi vasi di terracotta, lavamani, brocche del latte e altre cose. Ognuno dava un suono diverso, a ciascuno arrivava dal cielo tempestoso un messaggio differente ed io distinguevo il suono chiaro di un lavamani di ferro smaltato, da quello opaco a amaro di un secchio ammaccato. Questa è quasi tutta la musica, il pianoforte della mia infanzia, e le sue note, diciamo le sue infiltrazioni, mi hanno accompagnato dove mi è toccato vivere, cadendo sopra il mio cuore e sopra la mia poesia.
Così, dunque, sono un poeta naturale della guerra e delle città, delle macchine e delle abitazioni, dell’amore, del vino, della morte e della libertà. Ma sono anche un poeta naturale di quei boschi ombrosi, che ricordo adesso con impregnata forza. Ho cominciato a scrivere per un impulso vegetale ed il mio primo contatto con la grandiosità dell’esistenza sono stati il mio sonni con il muschio, le mie lunghe insonnie sopra l’humus.
Una grande coltre di humus di più di un metro di spessore copre tutti i boschi del mio territorio nativo. In quella regione fredde e piovosa, le foglie dei vecchi alberi sono andate cadendo in un immemorabile autunno. Gli alberi, allora, i vecchi tronchi del pellín, della luma, del cipresso, del “Drymis Winterey”, i giganti dell’altura cadono sopra l’umidità della vecchia terra silenziosa da cui nasce l’unica voce vegetale della selva, l’orazione dei rampicanti immensi e bagnati, i tentacoli della felce boreale. La Geografia fisica di un vecchio cavaliere geografico, il signor Amado Pissis, ci descrive così questa regione:

Gli alberi che formano le selve del Cile, appartengono a un numero abbastanza grande di famiglie differenti, comprendendo 69 specie che si sostituiscono l’una all’altra secondo le diverse latitudini. Verso l’estremità australe il fagus antartica, il fagus betuloides, il drimys wintereii, alcune proteacee e conifere formano l’essenza dei boschi: il numero delle specie aumenta sempre più man mano che si avanza verso il nord, essendo nelle provincie di Valdivia e di Llanquihue dove i boschi arrivano a un maggiore splendore e i vegetali al loro maggiore sviluppo, favoriti da una temperatura dolce e dalle continue piogge; gli alberi, stretti lì, gli uni con gli altri, si elevano verticalmente e estendono i loro rami a una grande altezza, fin dove possono ricevere la luce necessaria per il loro sviluppo. Sotto a questo vasto tetto di foglie, dove mai penetrano i raggi del sole, regna una temperatura uguale ed una umidità costante; lì è anche dove crescono le piante più delicate, piante che non potrebbero resistere all’azione diretta del sole. In questo suolo, interamente formato da depositi vegetali, si estendono i muschi, i licopodi, le epatiche, e il sarmienta repens allaccia con i suoi steli carnosi gli alberi caduti di vecchiaia sopra i quali ostenta i suoi brillanti i fiori scarlatti. Nel mezzo di questi stessi alberi abbattuti, escono ancora le felci più belle, la alsophila pruinata, specie arborescente le cui foglie arrivano a volte a tre metri di lunghezza. Alcune piante più desiderose di luce, allacciano i loro steli sciolti al tronco dei grandi alberi e si estendono per i loro rami dai quali fanno cadere i loro bei fiori di colore di porpora: tale è il copihue o lapageria.
Infine, ai bordi delle spaziose radure dei boschi, una bambusacea rampicante occupa tutto lo spazio libero e forma una boscaglia impenetrabile come se fosse destinata a preservare il bosco dagli attacchi dei venti e degli animali.
Questa citazione giallastra dalla Geografía fisica de la República de Chile, del Cavaliere della Legion d’Onore, membro dell’Università e Capo della Commissioni Topografica, estratta da quella che credo la sua unica edizione, quella del 1875, non è vero che ha qualcosa di tenerezza, qualcosa più divinatorio del nostro paesaggio australe che molte descrizioni letterarie? Sembra a momenti un frammento del grande poeta Juvencio Valle, che ha dato alla nostra geografia vegetale una nuova dimensione mitologica e raggiante. Ma il signor Pissis non indovina soltanto lì, vediamo come nel capitolo di geologia ci dice: “Da questa epoca appare il suolo del Cile come uno di questi antichi sfiatatoi che pongono in relazione l’interno del globo con la sua superficie”. Non c’è anche una equivalenza misteriosa di qualità e difetti nostri in questa osservazione scientifica? Lungo le lunghe coste del nostro territorio, apparizioni, fantasmi, spiriti e chimere si depositano in antichi pozzi, in grandi sfiatatoi che vengono dalle profondità. Maghi e spiritisti, tanto abbondanti tra noi, solamente colgono questa palpitazione tellurica, riconoscono questi eventi indeterminati e li riportano alla misura della dimensione umana, in forma di vaticini o incensamenti. Ma nelle nostre imprese marittime, intellettuali e musicali, anche nella nostra storia, sembra avvertirsi la corrente continua di trepidazione di quelli che chiama Pissis sfiatatoi. C’è qualcosa di vulcanico, raschiato e geologico, nella poesia della nostra Gabriela Mistral, c’è una esplosione siderale in Ángel Cruchaga, scosse, ascensione, ambizioni cotiche, risultato di questo continuo tremore vulcanico.

Passando ad altre cosa, nell’anno 1930, alle undici del mattino, un giovane con faccia di spedizioniere entrava con gesto stanco in una camera di un hotel nella città di Giava. Giovane ancora, il suo volto denotava lunghi tragitti passati alle intemperie. Il suo cappello bianco non sembrava comprato di recente. Già aveva conoscenza questa copertura di altri climi e di altre latitudini.
Comincio così questa narrazione, nel linguaggio del 1900, ma, come mi annoio, vi racconterò il terribile segreto e l’enigma: questo viaggiatore ero io, e siamo a Giacarta, nell’isola di Giava.
Tremando per la febbre, mi stesi sul letto, sotto la zanzariera. Avevo già consumato tutti i miei fazzoletti a causa di una emorragia nasale e mi sentivo morire di stanchezza e di febbre, disorientato e solo.
Volevo scrivere un telegramma al mio paese, un telegramma urgente e suonai il campanello per chiedere l’inchiostro. Venne rapidamente un sorridente javanese. Non conosceva l’inglese. Io non conoscevo l’olandese e il malese. Feci tutti i gesti necessari poi in un momento tornò con un lapis. Feci altri gesti, accompagnati dalla parola ink, che neppure comprese. Tornò allora con altri malesi sorridenti, tutti con il loro turbante e con il loro vestito immacolato e tutti questi facevano congetture, talvolta sulla medicina di cui avevo bisogno. Ma io chiesi inchiostro per scrivere il mio telegramma e al massimo dell’eccitazione mi alzai dal letto come potei e, correndo verso il balcone dove un signore leggeva il suo giornale vicino a un calamaio e a una penna, li presi e li mostrai al coro di servitori oceanici e, indicandogli il calamaio, gli ripetei con furia: this, this.
Allora essi, con un sorriso angelico e guardandosi l’uno con l’altro, esclamarono: “Ah!… tinta”. Da allora appresi che a Giava e nell’idioma malese, la “tinta” (inchiostro) si chiama “tinta” (inchiostro).

In quegli stessi anni mi toccò vivere a Ceilán, vicino a Colombo. Vissi per lungo tempo solo in una costa spopolata, vicino alla foce di un fiume, in cui ogni giorno venivano a bagnarsi dalla mattina alla sera i belli elefanti dell’isola. A volte solo la punta estrema della proboscide usciva dall’acqua come il periscopio di una strano sottomarino animale. Altre volte, semisdraiati e brandendo la proboscide, si versavano con diletto grandi quantità di acqua. Col mio cane passavamo lunghe ore per la costa, ma lo spettacolo degli elefanti sommersi mai lasciò tranquillo il mio cane, che protestò sonoramente ogni volta che li incontrò. Il mio cane si chiamava Kuthaka, che è il nome di ogni cane che ho avuto, perché in una di queste città in cui mi toccò venire a vivere, a me, da poco arrivato e straniero, in una casa grande, improvvisamente disabitata per malattia della padrona di casa. E avevo in quella casa cinque orribili cani di Pomerania, orgoglio della loro proprietaria. Io non sapevo come né dove mangiare io stesso, ero uno straniero e sperduto in quelle regioni e povero solitario, e gli infami cagnolini rifiutavano di mangiare le banane, l’unica cosa che io gli portavo, e poco a poco la loro magrezza e il loro appetito si facevano più formidabili e temibili. Io notai che, per molti giorni e settimane, a un’ora determinata, sempre la stessa, si apriva come per incanto una porta nel fondo della casa e un gigantesco indù della casta dei paria, con un gran turbante bianco e un gran sorriso bianco, alzando le due mani alla fronte e inchinandosi con decisa riverenza mi diceva una sola parola: “Kuthaka sahib”. Io mi inchinavo leggermente e chiudevo la porta, perché in quella terra di tante strane cose e mitologie non mi stupiva che un servitore misterioso venisse ogni giorno a fare davanti a me un atto rituale. Solamente molto tempo dopo venni a sapere che “Kuthaka sahib” voleva dire nella lingua indù semplicemente: “Le porto il mangiare dei cani, signore?”.
Da allora, tutti i miei cani devono chiamarsi Kuthaka, in omaggio a quelle vittime della mia ignoranza, ma sempre era felice quel Kuthaka quando alla riva del mare non vedeva una proboscide di elefante, finché, bruscamente, senza che avessi una foce, in piena costa e avendo come saltato per miracolo la cintura di scogliere che circonda l’isola, un grande veliero arrivò all’alba quasi conficcato alla mia porta di casa. Quasi tutto il giorno guardavamo incantati la forma fine dell’imbarcazione misteriosa. Navigando diritto dalla mia casa solitaria della costa, un gruppo di migliaia di isole ignorate che incontrerete nelle mappe vicino al bel nome di Isole Maldive, si comunicava una sola volta con il mondo con questa barca che arrivava tanto vicino alla mia vita, gonfiando le sue vele bianche attraverso quello strano mare e riportando tuttavia al re che non esisteva, un montone, rami di corallo e un immenso pesce tricolore. Il viaggiatore Pyrar de Laval nel 1608 lasciò scritto di queste isole:

Tutto quello che si incontra sulla riva del mare appartiene al re, affinché nessuno possa appropriarselo: tutti sono obbligati a raccoglierlo e portarlo al re, provenga da dove provenga; chi mette da parte qualche cosa, gli si tagli la mano. Ordinariamente si raccolgono le spoglie di ogni naufragio marino o ambra grigia, che chiamano gomen o meuvare, , quando è preparato, materia più abbondante in quelle spiagge che in nessuna altra parte delle Indie Orientali. Si raccoglie anche una noce che espelle il mare qualche volta, grande come la testa di un uomo, simile a due grandi meloni uniti. La chiamano tavarcarré e dicono che provenga da degli alberi che stanno sotto il mare. I portoghesi lo chiamano cocco delle Maldive; è una sostanza medica di gran pregio. Accade molte volte che gli ufficiali del re e altri agenti, maltrattino la povera gente, quando sospettano che si sono appropriati di qualche tavarcarré o ambra grigia, o li accusano di aver commesso sottrazione di queste cose per farli indagare e prendere. Se qualcuno diventa ricco in poco tempo, si dice, generalmente, che ha trovato e si è appropriato di tavarcarré o ambra grigia, come se fosse un tesoro. Si pesca anche corallo nero in gran quantità, che è ugualmente proprietà del re, e gli uomini che lo raccolgono sono pagati per questo…

Poco dopo mezzogiorno ballavano i misteriosi equipaggi e tra musica e profumo bruciato, avanzavano per le strade di Colombo verso la casa del governatore inglese a depositare ancora la loro antica offerta di sottomissione.
Isole Maldive, veliero bianco giunto alla mia dimora, quante volte chiesi di andare verso un altro luogo sconosciuto, verso la fine dello sconosciuto, come se mi sentissi legato, attratto e disprezzato da questi messaggeri delle isole e come, quando chiudo gli occhi, di notte, negli alberghi, nei treni, penso che quando viene la mattina arriverà sempre da dove la sto aspettando, con le vele piene di vento, la nave bianca che dall’oceano remoto porta al mio cuore una offerta di carne, un pesce palpitante e un ramo di corallo!
Tornando a quella casa vuota, la casa dei cani affamati, mi toccò vedere o leggere un dramma lungo, un dramma di nascondigli, di gente nascosta e sola. Nel disordine di quella casa, grande e oscura, con decine di letti e che solo io ed i cani abitavamo, incontrai disseminati in ogni parte piccoli pacchetti di carte chiusi con nastrini. La curiosità mi vinse e aprii uno ad uno i pacchetti. Era qualcosa di grottesco e terribile.
La donna della casa era una vecchietta insignificante, di circa settanta anni, curva, rugosa e di un colore prodotto dall’incrocio di quelle razze d’Oriente. Quelle carte erano risposte di uomini, di soldati, di piantatori inglesi. Essa pubblicava permanentemente sui quotidiani un annuncio di più o meno questo tenore: “Giovanetta recentemente arrivata dalla Scozia, delusa dalla vita, vorrebbe iniziare corrispondenza con piantatore o gentiluomo solo”. Essa conservava copia delle sue lettere, in cui si dipingeva, mai lo dimenticherò, come una giovane “amante degli uccelli e della musica”, “ferita da profonde delusioni”, “di bellezza singolare”. La corrispondenza dei piantatori era primitiva, goffa e ardente. Nella solitudine del whisky e delle piantagioni di Assam, le lettere della giovane sconosciuta recavano un romanzo indescrivibile e il cuore di questi esseri induriti viveva per la prima volta la primavera in questi anni torbidi di solitudine e di sudore.
Gli idilli duravano finché i piantatori arricchiti arrivavano in città, alla stazione dei treni delle ferrovie in cui dovevano incontrare la sconosciuta e delusa bellezza. E lì si interrompevano le carte perché, come penserete, i ricchi piantatori sbarcati con le loro valigie, cercavano nel chiasso della stazione suburbana con gli occhi angosciati la bionda sconosciuta e passavano, senza guardarla, vicino a una vecchietta curva, immensamente piccola, che nessuno aspettava. Tornata nuovamente alla sua casa, una nuova corrispondenza cominciava, dalla stessa fine del triste idillio terminato.
Arrivai a Calcutta nel mese di dicembre del 1929. Si celebrava lì il Congresso di tutta l’India. Una immensa quantità di delegati, più di ventimila, si riunivano vicino a Gandhi e al Nehru in un sobborgo di Calcutta. Tutto il pomeriggio e la metà della notte, il popolo indù portava lì le sue dedizioni, le sue umiliazioni, la sua povertà e la sua speranza. Già si differenziavano le correnti politiche che stanno cambiando il volto martirizzato del mondo. Si poneva all’orizzonte Gandhi, come un magro e vecchio dio cristiano, e spuntava come una nuova stella di speranza il cuore e la coscienza umana del nuovo leader, Jawaharlal Nehru. Talvolta Gandhi, stanco, dormiva lì, alle intemperie, come se dicessimo nella strada, posando il vecchio capo sopra un piccolo guanciale. Qualcuno sosteneva un ombrello sopra il suo sonno leggero, qualcuno con un ventaglio rinfrescava il suo riposo, e da questo sonno corto, di alcuni minuti, tornava a uscire questa immensa energia mistica che ha affrontato il grande Impero. Nehru, del nord dell’India, era in quel tempo molto giovane e molto garbato e molto ben vestito, con queste vesti ampie di color del frumento che usa la gente in Kashmir. E nei suoi occhi profondi, nella tenacità e nella coscienza della sua nuova politica, si vedeva già il novo sangue che andava a riempire il letto millenario.
Io vidi la lotta vinta da Gandhi in un momento drammatico. La corrente di Nehru lottava per la libertà assoluta dell’India. Gandhi voleva soltanto il Dominion Status, come passo progressivo per arrivare alla liberazione. Tutto il Congresso era per l’indipendenza. E, all’approssimarsi della votazione un mormorio percorre il Congresso: Gandhi vuole rompere il suo silenzio che dura da tre giorni, che pratica come un digiuno, e vuole dire qualcosa.
Si alza, il corpo leggero, la veste bianca, gli occhiali, la narice appuntita. Vuole soltanto dire che, se si approva la mozione contraria, lui, Gandhi, il Gandhiji, smetterà di mangiare fino a morire. E non c’è più discussione. Viene approvata la sua tesi, la sua tesi timida e vegetariana, e l’India pregherà per il santo, e la sua voce, il suo silenzio si libererà nelle strade, nelle città, nelle selve, nei canneti, ai paria, al bazar: “il Gandhi vuole la nostra salvezza, egli ci guida”.
Quel Congresso, come aspetti dell’India, mi lasciavano un retrogusto salmastro, miscela di disgusto e di incertezza. Mi produce lo stesso rigetto il santo e il vizioso, e tremo per il futuro che si appoggia sopra una sola testa umana.

In questi ultimi anni vagai per il Messico, percorsi tutte le sue coste, le sue alte coste scoscese, incendiate dal perpetuo lampo fosforico. Da Topolomambo in Sinaloa, scesi per questi nomi emisferici, aspri nomi che gli dei lasciarono in eredità al Messico quando in esso si misero a comandare gli uomini, meno crudeli degli dei. Andavo per tutte queste sillabe di mistero e di splendore, per questi suoni dell’aurora. Sonora e Yucatán, Anahuac che si alza come un braciere freddo da dove arrivano tutti i confusi aromi da Nayarit fino a Michoacán, da dove si percepisce il fumo della piccola isola di Janitzio, e l’odore di mais e ubriachezza che sale da Jalisco, lo zolfo del nuovo vulcano di Pararicutín unendosi all’umidità fragrante della pesca del lago di Pátzcuaro. Il Messico è l’ultimo dei paesi magici, magico di antichità e di storia, magico di musica e di geografia. Facendo il mio cammino di vagabondo per queste pietre sferzate dalla pioggia perenne, intrecciate da un antico filo di sangue e di muschio, mi sentii immenso e antico, degno di andare fra tante creazioni immemorabili. Valli scoscese, tagliate da immense pareti di roccia, di quando in quando colline elevate raccordate al piano come da un coltello, immense selve tropicali, ferventi di legno, di serpenti, di uccelli e di leggende, in quel vasto paese abitato fino ai suoi ultimi confini per la lotta dell’uomo nel tempo, nei suoi grandi spazi giudicai che eravamo i paesi antipodi dell’America. Niente è d’accordo con la convenzionale frase diplomatica che fa che l’ambasciatore del Giappone si ritrovi nelle ciliegie del Cile, come gli inglesi nella nostra nebbia della costa, come un tedesco nella nostra neve circondante, che siamo simili, molto simili, dopo tanti discorsi a tutti i paesi. Mi piace la diversità terrena, la frutta terreste differenziata a tutte le latitudini. Non sottraggo niente al Messico, il paese amato, mettendolo nel posto più lontano rispetto al nostro paese oceanico e cereale, persino se elevo le sue differenze, perché la nostra America possiede tutte le sue cappe, le sue alture e le sue profondità. E non c’è in America, né forse nel pianeta, un paese di maggior profondità umana del Messico e dei suoi uomini. Attraverso i suoi deserti luminosi, come attraverso i suoi sbagli giganteschi, si vede la medesima catena di grandiosa generosità, di vitalità profonda, di inesauribile storia, di germinazione interminabile.
Per i popoli pescatori dove la rete si fa tanto diafana che sembra una grande farfalla che torna alle acque per acquisire le squame di argento che le mancano, per i suoi centri minerari in cui, appena uscito, il metallo diventa duro lingotto dalla geometria splendente, per i percorsi da cui appaiono i conventi cattolici robusti e spinosi come cactus colossali, per i mercati dove il legume è presentato come un fiore e dove la ricchezza dei colori e sapori arriva al parossismo, noi deviamo un giorno finché, attraversando il Messico, arriviamo a Yucatán, terra sommersa della più vecchia razza del mondo, l’idolatra Maya. Lì la terra è scossa dalla storia e l’origine e vicino alla fibre del agave crescono ancora le rovine piene di intelligenza e di sacrifici.
Quando si incrociano le ultime strade ed arriviamo all’immenso territorio da cui quegli antichi messicani lasciarono la loro ricamata storia sepolta dalla selva, incontriamo una nuova specie di acqua, la più misteriosa delle acque terrestri. Non è il mare, non è il ruscello né il fiume, né nessuna delle acque conosciute. Nello Yucatán non c’è acqua, persino sotto la terra, e questa si screpola improvvisamente, producendo dei pozzi enormi e scoscesi, i cui pendii pieni di vegetazione tropicale lasciano vedere nel fondo un’acqua profondissima verde e zenitale. I maya trovarono queste aperture terrestri chiamate cenoti e le divinizzarono con i loro strani riti. Come in tutte le religioni, in principio consacrarono la necessità e la fecondità e in quella terra l’aridità fu vinta da queste acque nascoste, dalle quali la terra si staccava.
Allora, sopra i cenoti sacri, per migliaia di anni le religioni primitive e invasive aumentarono il mistero dell’acqua misteriosa. Sulle rive del cenote, centinaia di vergini decorate di fiori e d’oro, dopo le cerimonie nuziali, furono caricate di gioielli e gettate dall’altura nelle acque correnti e profonde. Dalla grande profondità salivano verso la superficie i fiori e le corone delle vergini, ma esse rimanevano nel fango del suolo remoto, sottomesse dalle loro catene d’oro.
Le gioie sono state messe in salvo in minima parte dopo più di mille anni e sono sotto le vetrine dei musei del Messico e del Nordamerica. Ma io, entrando in queste solitudini, non cercai l’oro ma il grido delle ragazze annegate. Mi sembrava udire negli strani gridi degli uccelli la rauca agonia delle vergini, e nel veloce volo con cui incrociavano la tenebrosa grandezza dell’acqua antichissima, mi sembrava di vedere le mani gialle delle giovani morte.
Improvvisamente, sopra la statua che allungava la sua mano di pietra chiara sopra l’acqua e l’aria eterna, vidi una volta posarsi una colomba. Non so quale aquila la perseguitasse, niente c’era da vedere in quel recinto in cui gli unici uccelli, l’atajacaminos dalla voce balbuziente, il quetzal dal piumaggio favoloso, il colibrì di turchese e gli uccelli rapaci possedevano la selva per la loro macelleria e il loro splendore. La colomba di posò sulla mano della statua, bianca come un fiocco di neve sopra le pietre tropicali. La guardai perché veniva da un altro mondo, da un mondo misurato e armonico, da una colonna pitagorica e da un numero mediterraneo. Si fermò al margine delle tenebre, mi guardò negli occhi dal momento che io stesso appartenevo a questo mondo originale, americano, sanguinoso e antico, e volò davanti ai miei occhi fino a perdersi nel cielo.

La solidarietà degli uomini soltanto la appresi all’improvviso. Nell’impresa eroica, nella vita eroica, nella resistenza, nella vittoria e nella sconfitta di un popolo.
Vado a raccontarvi la storia di due uomini, ma non di due uomini solitari. Dietro di essi c’è notte e cielo e terra, ma soprattutto un cuore grande di popoli e di storia.
Questa è la storia del generale Herrera, aviatore della Repubblica Spagnola, che alcuni anni fa ci fece visita in una ambasciata straordinaria. Pochi giorni dopo che suo figlio Juan era stato abbattuto ed ucciso dall’aviazione nemica, l’esercito nemico divise il territorio della Repubblica ed arrivava al Mar Mediterraneo.
Il generale Herrera fu incaricato di mantenere un collegamento tra le due zone fedeli, volando ogni notte sopra il territorio nemico. Volava il generale spagnolo con il suo pilota, in un aereo rigorosamente oscurato, nell’oscurità delle noti più oscure. Né la recente morte di suo figlio, né la catastrofe che di avvicinava, preoccuparono il generale Herrera nella sua missione tra le pallottole e il fuoco notturno. Niente più finché – mi raccontava -, annoiato da tanta traversie, in cui avremmo visto colare a picco il cuore più forte, il generale Herrera apprese la scrittura dei ciechi e in questi lunghi, oscuri, tempestosi tragitti sopra le file del nemico mortale, potè l’austero, il nobile generale Herrera, nell’oscurità dell’aereo spento, leggersi nella scrittura in rilievo tutti “I tre moschettieri”. Sembrava come se in realtà D’Artagnan stesse accompagnando attraverso la notte quel cavaliere valoroso.
E ora vi parlerò di uno dei nostri, di un sudamericano, di un cubano che giace nel cimitero di Brunete. Alle porte di Castiglia, nel polveroso cimitero di Brunete.

Lì giace per sempre un nome che tra tutti evidenzio come un fiore insanguinato, come un fiore dai violenti petali brucianti.
Questo è Alberto Sánchez, taciturno, forte e piccolo di statura,
capitano di 20 anni dell’Esercito miliziano,
Teruel, Garabitas, Sur del Tajo, Guadalajara,
videro passare il suo chiaro cuore silenzioso.
Ferito a Brunete, dissanguandosi, fugge dalla barella e corre di nuovo
al fonte dalla sua brigata. Il fumo e il sangue lo hanno accecato.
Da tutto il suo corpo esce a fiotti il nostro sangue, e sul suolo di Brunete il suo corpo cade come una bandiera.
Fatta di tutte le nostre libere bandiere.
E lì cade e lì sua moglie, la comandante Luna.
difende al tramonto con la sua mitragliatrice il luogo dove riposa il suo amato.

Era tutta piena di crepuscolo e di sangue la terra
ed essa nel luogo del suo amore difese il suo popolo
finché anche il suo cuore rotolò distrutto e allora la notte arrivò in modo poderoso.
Oggi, qui, tra noi, dopo
averci portato attraverso il mare e la terra,
attraverso uomini e notti solitarie, attraverso la guerra e il tempo,
lasciami, lasciami con questi preferiti dalla mia anima e da voi tutti,
in questo pomeriggio inumidito da rampicante e nuvola, da petrolio e fiamma,
in questo nuovo pomeriggio terrestre, dissanguato dalla ruota del martirio umano,
dissanguandosi tutta la terra, con la libertà dissanguandosi,
ricordiamo chi dorme in Brunete, in Spagna,
dorme perché noi siamo dispersi, perché la terra non albeggi addormentata,
e perché sopra il suo povero cuore dissanguato,
un giorno si oda il vostro passo, il vostro canto, il mio canto,
che canteremo piangendo un poco, sorridendo un poco vicino alla tomba
dei nostri fratelli caduti.

Mi avvicinai allora alla Colombia e dissi ai colombiani:

La vita dei nostri popoli si fa a volte
secca e sterile e dolorosa come un’estensione senza acqua:
la libertà si estingue in qualche luogo, e con essa
agonizza e si estingue la luce delle lampade vitali.
Vediamo nella mappa dell’America
il cielo oscurato, un’ombra che copre anche le stesse ali della sventura,
un paese, una regione, un luogo
per anni e per anni.
Oggi è l’Argentina. Ieri il Perù o domani, sarà possibile?
Dalle frontiere di questi luoghi esce solo il silenzio,
un silenzio mescolato di lacrime sotterrate e oscure,
un silenzio che dorme con una frusta
roteata per le selve.
Tu, Columbia, da mare a mare, da terra a terra,
ospiti il sonoro cuore americano,
bagni l’albero alto dei libri d’America
con il tuo profondo fiume
e vicino all’aquila del Messico e alla nostra stella del Sud,
come una vena di argento e di gelsomino, attraversi
il cuore castigato del nostro continente.

[LA FINE DEL VIAGGIO]

Qui terminano oggi questi viaggi in cui mi avete accompagnato
attraverso la notte e il giorno e il mare e l’uomo.
Tutto quanto vi ho detto, ma molto più è la vita.
A chi di noi è dato di scegliere tra il combattimento e il riposo, tra il pane e la statua?
Chi mi mandò per le strade a raccogliere l’invisibile?
Raccogliamo tutto il visibile e il segreto, il piccolo e il grandioso,
e ci appartiene quanto fu l’esistenza, quanto della bellezza
o della verità potemmo cantare e difendere.

Sì, della bellezza e della verità
intere o rotte perché dalle rovine e dai frammenti
esce nuovamente la vita, come dalla sconfitta
si ricostruisce con lacrime e con spade, la speranza.
Dal vecchio fondo, dal fondo del vecchio mare mai consumato
vi ho mostrato lo smeraldo ed il vortice insanguinato,
e il profondo tappeto che i poeti tessono
attraverso i secoli e l’acqua, nel fondo, più basso delle navigazioni.

Dai vecchi idoli sacri vi porto la colomba,
dalla mano del conte assassinato vi raccolgo la rosa,
e dalla selva del Sud nacqui pieno i pioggia
per mostrarvi vite oscure cadute sulle coste del mondo
e vite che davano un lampo verso una nuova aurora.

Così, dal petto dell’eroina e del suo amato
e da tante lotte amare dell’uomo e di questo tempo
esce come un fiore amaro e orgoglioso irrigato dal sangue
una nuova aurora di petali e profumo, un fiore come il sole o come il pane.
Io ho scelto, io ho preso parte a questa lotta, a questa vittoria, a questa nascita,
ho posto i piedi e il cuore nei nuovi territori straripanti
sorti dalle grandi onde della sofferenza umana.

Lasciai molte volte a lato la clamide che come un rampicante
mi riempì di fulgore innumerevole, ruppi i cristalli ella mia poesia
per prendere parte nel mondo che ci hanno trasmesso,
abbandonai le coste dove si infrange la schiuma
e mi addentrai nei deserti e nelle cordigliere
fino a vedere le valli verdi dove la semenza socchiusa sorride.

E alla fine di questo viaggio impregnato di splendore e miseria,
amici di questo minuto, compatrioti della mia patria e delle altre patrie,
vi invito a combattere con noi stessi e con il nemico.
Con noi fino a terminare con il pregiudizio degli occhi di ragno
la cui tela trattiene i migliori frutti e li fa marcire nel vuoto.
Riuniamoci, lottiamo contro la solitudine condivisa,
e stringiamo con le stesse mani lo stesso stendardo.

Se ho detto molto, non esca dalla tua casa, dal tuo orto, né dalla tua poesia.
È falso, la tempesta non si cura dei piccoli limiti dell’uomo,
finché li distrugge, ma anche distrugge l’uomo.
Mai fummo tanto minacciati, la terra e la famiglia,
il cristallo e il miele, la rondine e il neonato,
e le case immense si abbattono come una coppa di polvere.

Si preparò da molto tempo, con calore di tradimenti,
la caldaia del veleno e delle vaste amarezze
finché per la terra a milioni
gli scorpioni nazisti si trascinarono e adesso, nel naufragio
dal mare escono i capi immondi, appaiono alla nostra frontiera,
e si muovono verso la nostra terra, volendola segnare con linee di bava sanguinosa.
Bella è la nostra terra, che bella è in questo tempo!
Vaporosa, gialla, miscela di autunno e piuma,
miscela di neve e oro.

Patria dolce, ancora ti incontro, dolce patria,
ancora il tuo inverno, il preferito
mi tocca le guance con le stesse dita di brina
che toccarono le foglie fino a lasciare gli alberi nudi.
Già la neve ascese al suo piedistallo scuro,
già si fecero zucchero gli ultimi grappoli.
Già si scopre il legno
dei pinoli e delle castagne:
sono la nostra frutta: come la noce guardata
dentro il suo piccolo baule: il Cile è una mandorla
dentro la sua delicata nave di neve e territorio.

Viva la mia patria, viva il Cile dalla lunga chioma,
ho visto come pettinano nell’estate antartica
i suoi fili cereali di gelsomino e di orzo,
ho udito commentare la cipolla e l’uovo,
ho visto il detrimento di miele della mela,
ma sotto la nostra terra
non solamente le radici preparano la dolcezza,
ma anche il ferro, anche il rame, anche gli acciai
studiano la disciplina della terra e della pietra.

Fratelli, alziamo questa pianta,
difendiamo la pietra, curiamo le radici,
vicini sotto la terra stiamo tutti vicini,
vicini al mais, vicini al fagiolo nasciamo,
vicini al salnitro, vicini al rovere e alla vite rampicante stendiamo
la stessa mano giovane che il nitrato rovescia,
la stessa vecchia mano che il metallo fissa.

Benedetto sia quando fosti creato
nell’aria magnifica del Cile:
qui la pietra si trasforma in dea
e la dea ha sparso la sua semenza
di scrittori, minatori, avvocati e musicisti,
meccanici, maestri, marinai, presidenti, poeti.

Chi è contro la patria? Chi osa
toccare questa effigie di ricordo e di bosco?
Chi disse che il cileno è sudicio e debole?
Che la sua lingua sia tagliata.
Sono andato per il mondo senza climi come l’aspro
vento di Magellano, come i deserti del rame e della sabbia,
e non c’è patria come la nostra,
non c’è dolce patria come la nostra patria,
non c’è terra né zolle come questa fertile forza,
non ci sono uomini né donne come quelli che abbiamo.
Il brandello non è attaccato alla pelle del popolo.
La fame non può essere abitante della nostra bella terra.
Con le nostre proprie mani puliremo l’effigie del popolo,
perché brandello e fame cadano nel passato,
tornino alle tenebre e la statua di bronzo
del popolo brilli nel mezzo del nostro territorio.

Stiamo uniti oggi per sempre, cileni.
Come mi piace il bacio di questo nome sulla mia bocca:
cileni: questo nome degno, dolce e sicuro,
è arrivato alla mia bocca, come il pane impastato
dalle mani cilene arriva fino al forno,
terra e fuoco finale della nostra propria stirpe.

Lodata e difesa sia la patria.
Riuniamoci, fratelli, dalla profonda origine
del frumento fino al nostro pane di ogni giorno.
Uniamo le nostre mani con le mani del mondo
perché così si veda il nostro sangue nell’aurora.
Viaggio al nord del Cile

Che non sia rivelata la pampa totale, la sua desolazione e la sua bellezza dagli alti minerali di Huantajaya. Da lì contempliamo l’aspra e opalina immensità. Le pianure si estendono da lì, e lì anche si accalcano in moltitudine, le colline serene. Il sole del pomeriggio fa affluire verso le sue linee tagliate, soavi colori che nascono dalle ocre eterne, le vette di verde pallidissimo, i soavi gialli cereali, gli stacchi del violetto, le punte come diademi di porpora impolverata. Come in mille immensi colli di colomba selvaggia il colore dei gessi levigati dal vento e dal cielo, aderiscono a infinite miscele che si ondulano e si alzano: la pelle calcinata della pampa si gonfia e si immobilizza, un teatro di pezzi metallici, di soavi seni e gole turgide, si raggruppa e si stende ricevendo nella sua abbandonata nudità i raggi segreti che il sole lascia cadere sopra le più alte e pure solitudini.
Io che sono aborigeno australe, abituato alle campagne e ai boschi, ai copihue e alle felci impregnate di grossa rugiada sotto l’ombra maestosa dei larici, lascio in Huantajaya una delle più belle visioni della terra. La terra della pampa, senza vegetazione, né uccelli, né animali, è uno spettacolo che dobbiamo tenere nel recondito o per sempre tutte le gocce di sensualità che avemmo nel contemplare gli altri paesaggi del pianeta. Lì sta la terra nella sua reggia di diamante invisibile, nelle sue pieghe di arenile e estensione. Lì sta la geografia pura, fissata in un paesaggio strano e astratto, aereo e terreno. Da lì iniziano anche i duri e dolorosi cammini dell’uomo.
Davanti alla miniera abbandonata, vicino a una discarica di latte e rottami di ferro, perché il resto, il tempo e il vento lo ha disperso, c’è il vecchio cimitero della miniera. Questi cimiteri della pampa sono tutti uguali: un piccolo monte di croci storte, scompigliate, battute dal vento salnitrico, circondate da una moltitudine polverosa di carte che un giorno furono corone. Non c’è molta differenza tra questi acerbi camposanti e le abitazioni degli uomini. Lì, anticamente vennero i cortei dei duri abitanti della pampa caduti nell’incidente: le ossa triturate e bruciate, le dita contratte nell’ultimo lavoro. I bambini che non ottennero di sopravvivere, e le eroiche e consumate compagne degli uomini. Tutta questa razza ha un putridario aperto al vento e alle stelle che le dettero l’unica bellezza in questo mondo e vicino agli accampamenti miserabili questa patria di croci senza nome e senza steccato, è una tappa in più, un altro movimento compiuto dal lavoro doloroso.
Tempo fa ci fu agitazione nella pampa. Gli abitanti della pampa volevano che le compagnie recintassero i cimiteri. Volevano che la loro morte ed i loro morti fossero rispettati. Vi fu un inizio di sciopero. I cimiteri sono rimasti così. I cadaveri non interessano alle compagnie. I vivi interessano poco. I morti non hanno significato. E lì rimangono per tutta l’immensa pampa questi ossari abbandonati, questi operai morti a cui nessuno, mai, porterà i rossi fiori che amarono, questi cimiteri distrutti, spaccati, triturati dalle intemperie, come le povere vite che lì si fermarono.
Quaranta anni fa, Lafertte lavorò in queste miniere d argento e sua madre fu maestra della piccola scuola. Siamo arrivati con un altro minatore come Lafertte, di Huantajaya, José Luis. I due si addentrano nell’abbandono. Li vedo sparire cercando la scuola. Non rimane una traccia, una parete, una porta, un segno di quella né delle abitazioni. Li guardo da lontano indicare il suolo con un palo, e discutere soavemente sulla vita scomparsa. Delle vecchie lotte e allegrie soltanto rimane questo detrito di vetro e ferraglia, questo spazio nelle alte cime dove passarono la ingordigia ed il lavoro, l’argento e il sangue.
Qui come in altre miniere di metalli preziosi c’erano minatori che riuscivano a nascondere introducendoli dentro il proprio organismo grossi lingotti di argento che poi commerciavano clandestinamente. Si dice che Monos o Cangalla, come si chiamavano questi pezzi di metallo tanto disperatamente ottenuti, arrivavano a pesare cinque chili. In certe epoche saltava fuori nel villaggio in personaggio forestiero: don Jacinto, o come lo chiamavano a Iquique, don Jacinto de Huantajaya. Passeggiava vestito di una redingote per un corridoio determinato, instancabilmente, tutto il giorno. Ogni tanto spariva per alcuni minuti in una porta in cui anche un minatore spariva furtivamente in un’altra porta della stessa casa. E i lingotti entravano nelle tasche di don Jacinto de Huantajaya. Adesso nell’aria vuota, tra l’immondizia, mi sembra di veder passare senza fretta e senza sosta, su un corridoio fantasma di una casa che non esiste, il vecchio picaro delle miniere. Mentre Lafertte e José Luis continuano a esaminare le ombre di ieri, entro nell’edificio dell’amministrazione che ancora sta in piedi. Case signorili di finestre senza vetri da cui il vento che avanza scuote le carte accumulate al suolo. La carta delle pareti cade in grandi pezzi, e si unisce ai plichi dei contratti. Alzo uno di questi. Antonio Bustamante: 55 anni, lavoratore a giornata, sposato, eccetera.
Dove sarà in questi giorni Antonio Bustamante? Per la pampa o in altri lavori oscuri? O nel piccolo cimitero, sotto le croci secche e contorte?
Entro nell’edificio delle macchine. A guardare l’abbandono sembrano essersi fermate solo ieri. Il ferro resiste più dell’uomo ed a guardare le vecchie macchine ferme, con le loro mole di fina precisione dove l’ossido comincia a imprimere la sua ombra color del tempo, penso che i ferri appartengono a questa solitudine, sono parte aggressiva, agganciata, tritatutto di questo luogo. C’è qualcosa di immensamente crudele nel suo sonno. Si risvegliano i nostri divoratori.
E quando chiudo le porte dell’edificio delle macchine per abbandonare i minerali di Huantajaya e seguire la strada della pampa, la porta, per salutarci con i suoi cardini ammuffiti risuona acutamente, come un gemito di bambino di ferro che rimane per sempre solo nelle solitarie sommità del vento minerale.
Nella storia sotterranea di queste miniere c’è una storia di talpe, di oscure talpe del sistema, del capitale perforatore e disonorevole. Due compagnie, due padroni ebbero questi giacimenti e questi dai loro uffici, seduti sopra i loro numerosi servitori e schiavi, si fecero profonde riverenze, e si dedicavano, da uguale a uguale, le più sottili gentilezze. Ma il gruppo di uno dei proprietari, esaurita la sua vena, segretamente, sotto la terra, entrò nel territorio del vicino, estraendo le pietre d’argento dall’altro lato della linea. Al di sopra della terra si salutavano e di sotto, nell’oscurità umida, i minatori come talpe cieche scavavano nel terreno proibito. Dopo i saluti perduti si perse la gentilezza, e vennero allora gli irrimediabili spari, gli avvocati, gli ingegneri che diminuivano e aumentavano sotto i salati arsenali, la polizia, i litigi. Ma dopo venne l’acqua. Spuntò improvvisamente, sul picco maggiore, l’acqua negata alla superficie, l’acqua perduta in gocce al cielo azzurro ed alle frontiere distanti, l’acqua arrivò come un’implacabile emorragia, come il sangue della terra violata, e arrivò nelle gallerie cancellando di nuovo i limiti sotterranei dell’altrui e del proprio. Vedo qui come una fatalità sistematica, come una paralisi capitalistica, in questi cedimenti rubati nell’oscurità della terra, in queste tragedie grottesche, accresciute dalla cupidigia, condite con il sangue umano e cancellate dalla cieca giustizia stravagante della natura.
Siamo arrivati di notte a Antofagasta sul treno longitudinale, iniziando così la prima tournée della candidatura presidenziale di Elías Lafertte. Tutta la nostra tournée era programmata minuziosamente. Ma a Antofagasta avemmo notizie dello sciopero di Humberstone e Mapocho, e proseguimmo il giorno dopo in aereo verso Tarapacá. Arrivammo a Iquique e salimmo immediatamente alla pampa.
Il movimento si era esteso a quasi tutti i luoghi di lavoro. Salivano in tutta fretta per i polverosi sentieri camion blindati, jeeps, carri di trasporto, carri armati. Una guerra. Una guerra strana. È come se il popolo fosse una nazione sottomessa al quale dovevano mostrarle gli strumenti del potere. Appena di agita il sedimento dell’angoscia nel popolo, si producono miracoli di mobilitazione. Le imbarcazioni che fino ad oggi sono cariche di vino fino al massimo si caricano di soldati, di marineria, di mitragliatrici. Una popolazione forestiera vestita di ferro, galoppante e ruggente, alza la polvere delle piste. Gli operai guardano con serietà i piccoli soldati che arrivano.
Qui a Humberstone, da lontano, vidi la bandiera del Cile alzata sulla strada ad aspettarci. Varie centinaia di operai ci circondavano. Un giovane colonnello, che conobbi a Parigi, mi si avvicinò. Non poteva impedirci di parlare ma ci pregava un po’ vago, qualcosa che fino a ora non capisco. L’ordine, ci diceva.
Il governo aveva già chiuso il sindacato. Fummo condotti dagli operai a un avvallamento vicino alla pista. Questo era il Cile. Nei vecchi tempi della persecuzione e terrore, Racabarren parlava agli operai dalla linea ferrata, o dalla strada. Questo era quello che rimaneva del Cile. Questa linea fittizia di sovranità fu incontrata dagli operai e quasi sempre rispettata. Oggi, dopo tanti anni, Lafertte e io torniamo alla strada, parliamo dal Cile.
Adesso ci puntavano le mitragliatrici, e il colonnello, molto serio, si pose al mio fianco, ascoltando militarmente le nostre parole. Poi mi abituai in tutti gli accampamenti a questi giovani ufficiali, attenti e rigidi, arrivati fin lì per un concetto falso di governo, per mettersi di fronte al proprio popolo, con il più serio di tutta la patria, come se volesse separarsi perfino dal più profondo e purificato, dagli scarsi abitanti del sud e del deserto.
Guardai la moltitudine. Palavamo dall’alto. Cadeva il terribile sole verticale del deserto. Predominavano le camice azzurre, i vestiti di tessuto di fibra mista. Un’emozione come un’onda speciale saliva dalle mie radici fino alle schiume della mia anima.
Questi volti indimenticabili degli operai della pampa. Queste facce bruciate da un uniforme fuoco iodato, da dove risplendono le più bianche dentature del Cile. Questi occhi brillanti e oscuri come una luce fissa e pura, come una fiamma nera inappagabile che soltanto si alimenta dell’aria del deserto. Queste mani che allo stringersi, dopo il breve abbraccio, dolce, lento e timido, hanno grattato le mie, dandomi nelle palme il loro contatto di piccole cordigliere.
Da questo momento cominciamo ad indagare le cause dello sciopero. Noi, gli “agitatori professionisti”, cominciammo quel giorno e continuiamo da accampamento in accampamento, cercando la prima origine, domandando di bocca in bocca e davanti a migliaia di uomini le cause del conflitto.
Non è facile sapere il punto esatto in cui si originano i movimenti operai. Sotto di essi c’è una intensa fermentazione di angoscia, un lievito disperato che sta alzando il suo volume, un trascinamento di umiliazioni e dolori e miserie che un giorno portano un uomo e poi a mille, a dire:
- Ora basta, non ne possiamo più.
Questa volta l’origine furono dei fagioli bianchi. Questo grande sciopero, e l’arresto più grande della nostra storia, e il sangue fiammante della Piazza Bulnes, questo cominciò con dei fagioli bianchi. Ma questi fagioli colmarono una coppa amara, e si rovesciarono i patimenti del popolo.
Questi fagioli bianchi erano rotti e duri e difficili da cuocere. Inoltre, hanno cattiva reputazione, cioè che sono i fagioli che danno al disoccupato o li dettero qualche volta. Sono scarsamente nutritivi, e lo sembravano.
Gli abitanti della pampa vogliono il loro fagiolo bayo, il loro tradizionale e succulento fagiolo bayo, con cui hanno fatto i combattimenti della pampa. L’intendente Brenner ci disse: “Togliere i bayos agli abitanti della pampa è impossibile”. La compagnia sostenne che i suoi spacci non avrebbero continuato a vendere i bayos perché non esistevano sul mercato. Ma l’intendente ci rivelò che la compagnia aveva comprato una partita a buon mercato di circa duecento tonnellate di fagioli bianchi e “doveva” venderli agli operai. Ci rivelò l’intendente che aveva offerto alla compagnia di distribuirli nel commercio al minuto di Iquique perché facilmente si sarebbero eliminati, ma la compagnia non accettò. Se li “dovevano” mangiare gli operai.
Gli operai tiravano i piatti nelle loro case, litigavano con le loro mogli: “non vogliamo fagioli bianchi”. Le mogli erano disperate e ritornavano disperate dallo spaccio. Non c’erano altri fagioli.
E un giorno smisero di cucinare. Le mogli di Humberstone e Mapocho, migliaia di mogli cessarono questo giorno di cucinare fagioli bianchi. Quel giorno quando tornarono gli operai non avevano da mangiare.
Così cominciò lo sciopero.
Lo sciopero proviene dalle imprese, arriva agli spacci, passa agli stomaci, arriva infine alle braccia. Cominciamo ad interrogare lì ed in altre fabbriche della stessa Compagnia Tarapacá-Antofagasta. Mai adempì questa ai suoi compromessi di alimentazione. Gli articoli pertinenti rimasero stabiliti nel convegno, ma non arrivarono alla gente. Un giorno mancava il tè, il giorno seguente il riso, il giorno seguente la carne, al giorno seguente le tagliatelle. I razionamenti sono miserabili.
Qui parlo delle tagliatelle. Si sono comprate già razionate nella Officina Alianza. Sono 15 grammi a persona, ogni due giorni. Gli abitanti della pampa mi dicono nel darmi il pacchetto di tagliatelle: “Una talpa ha bisogno di più”.
Dall’altra parte, la compagnia sosteneva le sue richiesta contro i sindacati nella Corte di Giustizia. Da una parte provocava un nuovo sciopero e dall’altra faceva pendere una spada sopra un movimento precedente rendendo inutili tutte le conquiste raggiunte.
In fondo il problema dei salari è la base mobile di tutta la tranquillità. In quei giorni un giornale di Iquique conteneva informazioni ufficiali della compagnia con le tabelle dei salari attuali. Lafertte li lesse in Humberstone agli operai. Fu per me una prova decisiva.
A ciascun tipo di mestiere con i soldi attribuiti dalla compagnia esplodevano grandi risate dalle migliaia di operai. Non erano, tuttavia, soldi alti quelli che alterava la compagnia. Erano da 35 a 45 pesos al giorno. Tuttavia, provocavano una ilarità incontenibile, una risata sana, stentorea, come se si trovassero al cinema in un film comico. I soldi reali sono nella maggioranza dei casi di 17 pesos e 50 centesimi. Quando leggemmo l’editoriale del medesimo giornale in cui tra le altre perdite degli scioperanti il giornale diceva che stavano perdendo la loro partecipazione ai guadagni, la ilarità fu ancora più grande. Mai è stata data agli operai questa partecipazione legale. Come tante cose, con avvocati e con sotterfugi la compagnia lo ha rubato impunemente, estraendolo dal portafoglio dei suoi lavoratori.
A Santa Rosa de Huara, i carrillanos, operai che lavorano sui carri di nitrato, chiesero una anno fa un aumento di salario. Un vecchio operaio rugoso e severo si alzò tra i suoi compagni per raccontarci il fatto. Stettero un anno a richiedere. Con la paralisi di Humberstone e Mapocho, tornarono a insistere. Li congedarono: “Andatevene al diavolo”, gli disse il superiore, e rimasero disoccupati. Allora fermarono tutto il resto. Lo dissero a tutti.
Quanto guadagnano? – gli domandai -. Guadagnavano 12, 13 e 15 pesos al giorno, sposati e con famiglia, in questo duro lavoro, i carrillanos. Gente invecchiata nella pampa, questi spargitori dell’arido suolo, questi che hanno conquistato il nord a colpi di sudore, guadagnano 12 pesos al giorno. Questo è il cancro della patria.
Domandai lì in questa fabbrica alle mogli le loro spese alimentari, e al pomeriggio tornarono con differenti liste. Vado a sceglierne una, la più semplice, di due persone, marito e moglie, di quello che serve giornalmente a questa coppia in questo posto di indescrivibile abbandono e miseria che è la Officina Santa Rosa de Huara.

Carne……………………………… Peso 2,50
Pane……………………………….. “ 3,60
Patata……………………………… “ 1,40
Te…………………………………. “ 1,00
Riso……………………………….. “ 0.60
Spaghettini………………………… “ 1,00
Strutto…………………………….. “ 1.00
Fagioli……………………….……. “ 1,00
Pesche seccate……………………. “ 1.00
Carbone…………………………… “ 1,60
Olio……………………………….. “ 1,00
Paraffina…………………………… “ 0,40
Candele…………………………… “ 0,80
Sale……………………………….. “ 0,20
Cumino, peperone, color…………... “ 0,40
Legna……………………………… “ 0,40
Acqua………………………….….. “ 0,20
Fiammiferi…………………………. “ 0,20
Burro……………………………… “ 1.00
Granturco bollito e salato……….… “ 0.60
Semola………………………….. .. “ 0,40
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Totale …………. Peso 20,30
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Mancano vino, sigarette, legumi, zucchero, vestiti, scarpe, medicine, giocattoli, giornali, cinema, libri, eccetera.
Sono 20,30 per gente che guadagna fino a 12 pesos al giorno. E avete udito che questa lista non contiene zucchero né legumi, non c’è vino, sigarette, vestiti, scarpe, medicine, giocattoli, giornali, cinema, libri. In generale, a queste cose non hanno diritto gli uomini e le donne né i figli di Tarapacá. Né a carne né a latte. Non parliamo di prosciutto o pesce, che non lo hanno assaggiato mai.
A volte potei vedere appesi alle pareti in qualche abitazione della pampa ritratti scoloriti dei vecchi abitatori della pampa, di zappatori o lavoratori a giornata, caricatori o carrilanos. Erano stati ritratti in riposo sopra le loro pale, i torsi vigorosi nudi, di impressionante garbo e statura. Questi sono i giganti che caricavano i sacchi da 120 chili, sacchi che dopo in Europa si rifiutarono di scaricare. Io domandavo agli uomini lì riuniti, e alle loro mogli: Chi farà adesso questo lavoro?
Dove sono quei poderosi titani?
Riposano sotto gli arenili della pampa nei piccoli cimiteri di croci martoriate dall’aspro vento.
Uno sguardo alla moltitudine basta per vedere il dramma. La statura degli abitanti della pampa si è andata riducendo artificialmente per l’alimentazione miserabile. È come una guerra dichiarata contro la nostra razza. È una impresa di distruzione condotta in forma totale sulla parte più preziosa della popolazione del Cile. I grandi campi di concentramento che si chiamano stabilimento del salnitro stanno riducendo la forza dei sopravvissuti. Io gli dissi: quando difendete i vostri fagioli bayos, state difendendo, senza saperlo, il centimetro di statura che vogliono rubare ai vostri figli.

Più in là, a Pan de Azúcar, lo sciopero si alimentava con immenso eroismo. Ancora mi fa tremare il cuore il ricordo della miseria di questo accampamento. La stessa strada è difficile e intransitabile, come per mostrarci dal primo momento che si è voluto isolare dal mondo e dalla civiltà i nostri compatrioti, compatrioti di quel buco miserabile. Abitazioni di calamina riscaldata dal sole e che conservano il calore del forno durante la notte, qui sono stati aggiunte con case costruite con pezzi di corteccia o mattoni crudi salnitrali senza dipingere né pulire. Come in tutti gli accampamenti non c’è pavimento di tavola. I signori del salnitro mai pensarono che le famiglie degli abitanti della pampa avevano bisogno come tutti gli esseri civilizzati di un pavimento isolante nelle loro abitazioni. Qui nel Pan de Azúcar l’accampamento fu costruito sopra delle discariche. Mentre entro in una delle case, una moglie mi va raccontando come all’improvviso escono dal suolo della sua abitazione, topi morti, suole di scarpe, la spazzatura che affiora alla superficie. Entro nella sua casa e essa mi mostra i giacigli, alcuni sopra il suolo, gli altri mobili, una tavola fatta di cassette, una sola sedia per tutta la casa. Non fecero la cucina a queste abitazioni. A livello del suolo un focolare fatto di calamina e fascette metalliche fa da cucina. “Il cibo esce nero”, mi dice.
Guardo le camerette degli scapoli, senza finestre, con enormi macchie di ossido sopra la calamina, lunghe file oscure e puzzolenti. Non c’è un water né un bagno nell’accampamento e come manca l’acqua, che a volte devono comprare, gli eczemi e le ulcere che producono gli acidi della elaborazione del salnitro sono un problema in più nelle loro vite angosciate.
Entriamo nell’altro accampamento. Vi invito ad entrare con me nell’accampamento di San José. Un momento dopo che siamo arrivati, l’Inno Nazionale si alza da tutti i petti. Vi invito di nuovo a vedere questi volti, questo generoso sguardo bruno della pampa. Ascoltiamo le loro tribolazioni che Lafertte tanto conosce. Egli è stato come loro operaio di tutte le fabbriche e non c’è un solo punto del desertico nord che non lo abbia visto lavorare in ogni mestiere. Lo circondano, lo riempiono della loro venerazione carica di infinita fiducia. Che sogno per tutti loro, che sogno per tutti i bambini della pampa, che sogno per questi cuori maltrattati, per questa folla tanto lungamente martirizzata.
Le bandiere sembrano ricevere dal sole ardente un azzurro più splendido, un rosso più vivente, una stella più pura. Ho udito mille volte Lafertte nella pampa. Non mi ha stancato mai. Dozzine di bambini lo aspettano, non possono portargli fiori perché non ne hanno, un bambino gli offre un biglietto in cui vi sono alcuni fiori dipinti.
Lafertte si ingrandisce nella pampa. È già il presidente della pampa. Parla lungamente agli abitanti e nelle sue comunicazioni ha qualcosa di tanto diretto e emozionante che la vostra attenzione rimarrebbe spaventata come quella di quei semplici figli della sabbia. Gli parla di tutti i problemi politici, quindi crede che non c’è tema che non possano capire gli operai. Questa volta in tutte le fabbriche gli dirà come si conduce uno sciopero da dentro. Gli mostrerà lo scheletro morale del movimento. Unità, solidarietà, sobrietà, le ripeterà mille volte. L’alcool è un alleato dei vostri nemici. In questi giorni dovete sollevarvi sopra la vostra situazione, essere più sobri, più preziosi, dovete imparare quello che prima non avete imparato. Quello che sa leggere insegni a quello che non sa leggere. Che questi giorni di sciopero siano così incancellabili nella vostra memoria, perché domani potrete dire: Imparai a leggere nello sciopero. E questo, chi potrà toglierlo a voi? Lo ho udito parlar loro anche della Orchestra Sinfonica, di Camilo Mori, della mia poesia. Lo ho ascoltato spiegargli, in maniera diretta e grafica, frammenti del miei versi, e mille direttive morali perché sia più fraterna la relazione tra gli uomini, e più corrette e più dolci le relazioni coniugali. Lo ho udito parlare, come nessuno talvolta, dei problemi del lavoro e dell’economia, del nostro senso nazionale, della nostra intimità cilena. Quando Lafertte arriva nella pampa, spariscono i tanghi e le rumbe perché tutti conoscono la sua esigenza: prima di tutto, la cueca.
Adesso entriamo di sorpresa in una casa dell’accampamento. Busso. È la casa di donna Emelina Rojas. Non mi conosce ma mi riceve sorridente. Il suo vestito è fatto di cento pezzetti di stoffa differente, come certe sovraccoperte che ricordo aver visto nella mia infanzia. Anche se questo vestito è vecchio e spezzettato e piccole pezze di tessuto rotto lo attaccano da tutte le parti, penso che è un’opera maestra di economia e di pazienza. Penso: “Perché possano vestirsi i bambini”.
Sono due stanze con pavimento di terra. In una stanno i letti puliti, con quella pulizia sorprendente che si incontra nelle abitazioni della pampa. Lì dormono sette persone. L’altra serve da sala da pranzo, da cucina e da pollaio. Vado a contare quattro galline, due conigli, due cavie (che anche si mangiano). Inoltre, un cagnolino di lana di indefinito colore. Sulle pareti l’immancabile ritratto di Balmaceda vicino a quello di Recabarren e l’inaudita oleografia tedesca: eleganti cacciatori che offrono ad una dama sulla porta di un castello un cervo appena cacciato nei loro possedimenti. Domando alla signora Emelina dei suoi problemi. È una donna rassegnata e dolce. Suo fratello e suo figlio sostengono la casa. Che età ha suo figlio, le domando? Diciassette anni ed è un figlio molto buono. Non beve. Guadagnano fra tutti e due 40 pesos. Quanto spende signora, al giorno? Da 30 a 40 pesos. A volte più di 40.
Sempre alla mercé di una angosciante spada queste teste della pampa! Un incidente, una infermità, la mancanza del fratello o del figlio, un matrimonio, una morte o una nuova vita, scompiglieranno tutte queste vite, le vite di queste donne, di queste galline e di queste cavie. I 40 pesos non possono allungarsi mai. Al vestito di donna Emelina non spettano più pezzetti di tela. Il cuore valoroso di donna Emelina deve anche essere fatto di molti frammenti cuciti con un ago molto duro. Un poco più di combattimento e si romperanno le sue ultime sfilacciature. Ricordo i piccoli cimiteri aridi, le croci pure sfilacciate.
Si riempirebbero pagine e pagine, potremmo riferire fino a domani la catena innumerevole di questi innumerevoli patimenti. Per questo c’è tale determinazione in questo sciopero. Dopo 20 giorni ritorno alla pampa, vedo il medesimo sforzo, la medesima fede per resistere. I fagioli bianchi sono stati la goccia finale. La lista di ingiustizie, di persecuzioni, di freddezza nella distruzione di un popolo riempirebbe le pagine di un lungo libro, straordinariamente amaro.
Quante volte, arrivando di notte dalle profondità oscure della pampa con lo spirito depresso e dolorante, pensai che esisteva una volontà diabolica nel perpetuare questo stato di angoscia irrespirabile. Ricordai i campi di concentramento e di lavoro forzato dei nazisti nei paesi invasi. La Compagnia Tarapacá-Antofagasta tra gli altri crimini ha quello di uccidere l’allegria del lavoro. Ricordo i motti dei nazisti, specialmente quello che stava dipinto con grandi lettere sopra l’entrata del campo di Auschwitz: “La libertà per il lavoro”. Fatidica bugia per quei condannati. E si tratta in realtà di assassinio dell’allegria per il lavoro.
A Mapocho ci diceva una compagna: “La compagnia ci fa sporgere querela contro noi stessi. Nello spaccio è tanto scarsa l’esistenza delle provviste che le donne devono lottare lì, fino all’insulto e a volte fino ad arrivare alle mani per ottenere insignificanti razioni”. E ricordo un libro della scrittrice polacca Pelagia Lewinska, che ci racconta come nel campo di sterminio di Auschwitz i tedeschi usavano non soltanto il gas, la forca, la fucilazione. Usavano anche la lotta intestina, la denuncia per le più piccole cose della vita dei condannati, per abbassare, schiacciare e annientare il loro morale. E, precisamente, Pelagia Lewinska ci racconta in questo libro terribile che quando i condannati furono a conoscenza di questa arma iniqua, scoprirono che il conservare la fratellanza e la solidarietà e la decenza, il non abbandonarsi alla disperazione, era anche un’arma poderosa contro il nemico. E questo è stato il grande sciopero del nord: una prova di meravigliosa fratellanza e solidarietà nella disgrazia, e se di qualcosa devono sentirci orgogliosi i cileni è dell’importanza e della grandezza dei nostri compatrioti, i lavoratori del salnitro, che nella lotta di distruzione fisica e circondati dalla desolazione e dall’isolamento delle immense pampas desertiche difendono con incorruttibile bravura l’unico dei loro tesori: i privilegi umani, la dignità dell’uomo.
Scrissi in quei giorni questo sonetto, piccola medaglia che lasciai penzolante dal petto degli abitanti della pampa:

Salnitro

Salnitro, farina della luna piena,
cereale della pampa calcinata,
spuma delle aspre sabbie,
gelsomino di fiori sotterrati.

Polvere di stella sprofondata nella terra oscura,
neve di solitudini bruciate,
coltello di innevata impugnatura,
rosa bianca di sangue spruzzato.

Vicino alla tua nivea luce di stalattite
duello, vento e dolore l’uomo abita:
brandelli e solitudine sono la sua medaglia.

Fratelli delle terre desolate:
qui possedete come un mucchio di spade
il mio cuore disposto alla battaglia.

Una delle ultime notti scendiamo a Iquique con Rodomiro Tomic da Humberstone. Siamo andati a portare con alcuni dirigenti sindacali i punti di accordo finale del conflitto. I punti sopra i quali terminò questo grande sciopero furono fragili: la compagnia non incasserebbe il denaro delle richieste antisindacali, studierebbe il compimento degli accordi sullo spaccio, studierebbe alcuni miglioramenti di salario. La compagnia non abbandonerà i suoi fagioli bianchi. Li manterrebbe alternati alcuni giorni della settimana.
Un mare agitato ci aspettava all’arrivo a Humberstone. Gli operai non volevano tornare al lavoro. I dirigenti dettero la loro parola, anche Tomic ed io cercando la fine del conflitto. Ma ancora dopo quasi un mese di sciopero la gente non voleva né credeva a niente. “Siamo stati ingannati tante volte”. “Tutto continuerà lo stesso”, ci dicevano. Dieci ore dopo, dopo lungo dibattito terminò il conflitto di Humberstone. Ma lì come in tutta la pampa continua il clamore, il clamore di mare di quella notte: “Non crediamo, siamo stati tante volte ingannati”.
E quella notte Tomic mi diceva: “Che cieco è il capitalismo che danneggia e uccide la stessa struttura che gli da la vita”. E è questa una grande verità per il nord. Più che niente è questa politica turpe, cieca e egoista delle compagnie imperialiste che stanno minando la fonte stessa della loro forza: il lavoro umano. In quei giorni di producevano in Nordamerica gli immensi scioperi che interessarono più di un milione e mezzo di lavoratori organizzati. Lì chiedevano il 25 per cento sui salari più bassi, di un dollaro l’ora. Nello stesso istante degli operai del salnitro, i lavoratori nordamericani che guadagnavano in un’ora il doppio di quello che i nostri operai guadagnano in un giorno, chiedono di più, per vivere in luoghi privilegiati per l’apporto della cultura e della bellezza conquistata con la civiltà, a Chigago, a Detroit, a Nuova York o Filadelfia. E qui in mezzo all’isolamento mortale, senza un vero piacere collettivo, senza alberi e senza città, senza uccelli e senza musica, frustati dal vento sabbioso del deserto, quando la nostra gente, carne e sangue della patria, chiede un centesimo di aumento, un mutamento insignificante di alimentazione, si rovescia la collera dell’Olimpo, salgono i carri armati, i giornali parlano degli agitatori professionisti, si chiudono i sindacati, e quello che può conseguirsi per salvare il meglio della razza, si perde e tutto l’impulso vitale è servito per raccogliere un tozzo di pane.
In nessun luogo dei molti che ho percorso nella mia esistenza, ho visto una stampa tanto avvelenata e maligna come i tre giornali che impudicamente difendono le compagnie del salnitro nel nord. Sono questi El Tarapacá, di Iquique, La Prensa, di Tocopilla e El Mercurio, di Antofagasta. Ogni giorno si pubblica in ciascuno di essi un editoriale dello stessa dimensione, della stessa dimensione materiale e morale, macchiato dallo stesso denaro sudicio. Non soltanto si falsifica e deforma quanto concerne il lavoro operaio, ma anche si insulta e calunnia con una costanza infame.
Da quei giornali, da queste viscose paludi da cui la calunnia fermenta al calore del forno, si estende per tutto il Cile la menzogna. E anche la gente onesta riceve l’eco di una propaganda traditrice sullo stato vero, le condizioni del lavoro e salari del nord. A Chuquicamata, la poderosa e pulita, la spaventosa industria, che nel suo potere tiene una bella città e le migliori condizioni, i salari più alti per gli operai specializzati delle macchine, sono di 55 pesos al giorno. Il valore medio è molto più basso. Ricordo che a María Elena, una delle scarse fabbriche di superiore concetto di vita e condizioni generali, domandai ad una delle campionesse del basket nazionale, della prima equipe del Cile, quanto guadagnava al giorno. Mi sorprese: “Diciassette pesos al giorno”. Non soltanto sono campionesse, sono eroine e sopravviventi, i suoi muscoli e la sua vitalità hanno innumerevoli forze che si acuirono fino a sopravvivere.
A María Elena, nel nostro giro, quando portai un regalo di cento libri al sindacato, mi chiesero versi, poemi. Pure nei luoghi più abbandonati gli abitanti della pampa avevano udito il mio nome di poeta, e non volevano rinunciare alla parte che essi sanno gli appartiene della mia poesia. E nell’alto di Chuquicamata come nei più piccoli accampamenti ascoltavano con religioso silenzio i miei versi. Avrei desiderato che la mia poesia fosse stata più pura, più pura dell’acqua delle alte montagne: mi sembrava che essa scendesse dai miei più profondi versanti come una chiarezza della quale essi erano assetati.
Da Mejillones, caduto in letargo e dimenticato nel centro della sua splendida baia, salimmo verso Calama. All’arrivo a Calama, le alte luci di Pedro de Valdivia, sospese nell’alto dell’ombra, e arriva ancora la visione di Chuquicamata illuminata e notturna, elevata come una corona di diamanti nell’altissima atmosfera. Lì parliamo e proclamiamo Lafertte davanti a circa diecimila operai, riuniti nel magnifico recinto sportivo, poiché la folla non stava in nessuno dei teatri. Bambini e donne ascoltarono da noi lo sviluppo dei successi di Tarapacá, la storia del massacro a Santiago, e le notizie del mondo intero. Ascoltavano con avidità quanto succede nel pianeta, in Jugoslavia e in Francia, in Cina come in Venezuela.

Lasciando dietro l’alta collina di ciottoli di Chuquicamata, dietro la quale il fuoco perenne dei forni dà alla cittadina del rame ancora più fortemente questa apparenza di immenso rito, di piramide verde, di anfiteatro degli dei, scendiamo e nella strada, di notte, arriviamo a un luogo di entusiasmo indimenticabile. A un accampamento dei più dimenticati e poveri, l’accampamento di La Paloma.
Da lontano dalla strada vediamo luci accese. Erano fiaccole, fiaccole maldestramente fatte, e un pugno di gente, un pugno di esseri abbronzati della pampa, anche goffamente vestiti, malamente abbigliati, ma anche luminosi come le loro povere e le dolci fiaccole.
C’era tutta la gente dell’accampamento. Erano poche centinaia. Uomini e donne, e soprattutto, per la sua presenza abbondante e preziosa, bambini, molti bambini. Erano bambini miracolosi della pampa, i bambini più interessanti del mondo intero, con i loro occhi scintillanti di fuoco nero, con i loro piccoli visi che si trasformeranno poco a poco con il lavoro in maschere indurite.
Essi cominciarono a cantare. È una canzone che Lafertte ed io amiamo come nessuna, una canzone patetica e solenne, una canzone triste di angoscia e ribellione. È la Canción de la Pampa, di Francisco Pezoa. Canta nelle sue dolorose strofe il massacro di Iquique. Per noi significava, udita in questo luogo e in questo momento, con il sangue recentemente versato della Piazza Bulnes, un tono più amaro, più terribile e doloroso.

Anno dopo anno, per le saline
del desolato Tamarugal
lenti attraversando vanno per migliaia
i tristi paria della capitale.

Cantando continuiamo circondati dai bambini e dalle fiaccole fino a fermarci nell’unico vicolo dell’accampamento. Inquadrati fra le abitazioni miserrime il gruppo si fece intimo e unanime.
Allora, quando ci elevammo sopra un piccolo palco per parlare, in piena luna piena, in una notte azzurra come ne ho viste molto poche, rauca e ardente, solenne e grave, si alzò il coro del nostro inno nazionale. Mai lo ho udito più bello. La notte azzurra ara infinitamente vasta e planetaria, come una volta fissa illuminata. La luna stessa sembrava essersi fermata sopra il povero accampamento.
E in quel silenzio centinaia di voci aspre e sicure, voci di petti tanto colpiti come i metalli più nobili, voci di donne della pampa, voci come il vento indomabile, voci pure uscite da cuori puri, cantavano nella notte celeste:

Puro Cile, è il tuo cielo azzurrato,
anche pure brezze ti percorrono,
e il tuo campo di fiori ricamato
è la copia felice dell’Eden.

Avrei voluto piangere, piangere urlando, piangere per anni interi.
In quel punto abbandonato della terra, tra quelle abitazioni desolate, circondati dal deserto la cui unica voce è lo scricchiolio tetro delle saline che screpola l’ombra o il sole, lontani da tutto quello che è umano, lontani da tutte le praterie fiorite, lì, con voce profonda.

e il tuo campo di fiori ricamato…

lì, circondati dalla immensa notte solitaria che per altri esseri della città è un fiume oscuro di piacere, per altri uomini dei campi, un movimento del vento tra gli alberi e le stelle, lì

è la copia felice dell’Eden…

lì, dove la sabbia si tinse tante volte di sangue, e le rivalità si riempirono per tutta la pampa di cadaveri, quando tante voci chiesero tanta poca cosa “un altro pezzo soltanto dei pane” come nei versi di Pezoa, lì dove il sole di fuoco brucia l’estensione senza acqua e il lavoro è tanto violento e la vita tanto miserabile che la nostra razza si consuma, lì

maestosa è la bianca montagna
che ti dette per baluardo il Signore.

Pensai una volta di più che dovevo difenderli. Difendere. difendere… Che strana parola! Difendere l’uomo, il popolo, il numero della razza, la cellula della patria, difenderlo da altri uomini. In altre terre c’è da difenderlo dalla guerra, dalle bestie feroci. Qui dobbiamo difenderlo dalla miseria mortale, dalla fame, dall’infermità e dall’abbandono. Dobbiamo difenderlo da quelli che lo sfruttano e lo attaccano, da quelli che quando non poterono trasformarlo in servo, pieno di collera e di odio, cercano complici che tradiscano e dividano. I lavoratori del salnitro sapevano quella notte per chi cantavano e chi era con loro. E ricorderò tutta la vita quella notte stellare, nella desolazione del deserto selvaggio, quelle voci che chiamarono la mia per cantare per sempre vicino a loro

maestosa è la bianca montagna…

perché la loro lotta è grandiosa come la montagna che mai hanno visto né mai vedranno

questo campo di fiori ricamato…

perché anche se mai hanno guardato le verdi campagne né potranno vederle mai, poiché anche alla loro morte in quei distrutti cimiteri della pampa li accompagneranno delle povere corone di carta dipinta, perché essi guardano come eredità sacra la speranza che Recabarren rovesciò con le sue mani di maestoso proletario, credo che essi siano il campo e i fiori, il ricamo e la montagna, l’acqua e la terra. Essi sono la patria.


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