- 1954 - Odi elementari - Pablo Neruda - Popol Vuh - Insetti

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- 1954 - Odi elementari

1954  -  ODI   ELEMENTARI                        
 
 L'uomo invisibile
 
Io rido,
sorrido
dei vecchi poeti,
io adoro tutta
la poesia scritta,
tutta la rugiada,
luna, diamante, goccia,
d'argento sommersa
che fu mio antico fratello,
e l'aggiungo alla rosa,
ma
sorrido,
dicono sempre « io »,
ad ogni passo
accade loro qualcosa,
è sempre « io »,
per le strade
solo essi camminano
o la bella che amano,
nessun altro,
non passano pescatori,
né librai,
né muratori,
nessuno cade
da un'impalcatura,
nessuno soffre,
nessuno ama,
soltanto il mio povero fratello,
il poeta,
a lui accadono
tutte le cose
e alla sua dolce amata,
nessuno vive,
tranne lui solo,
nessuno piange di fame
o d'ira,
nessuno soffre nei suoi versi
perché non può
pagare l'affitto,
nessuno, in poesia,
è gettato sulla strada
con letti e sedie,
e nemmeno nelle fabbriche
accade nulla,
non succede nulla:
si fabbricano ombrelli, bicchieri,
armi, locomotive,
si estraggono minerali
grattando l'inferno,
c'è sciopero,
vengono soldati,
sparano,
sparano contro il popolo,
cioè
contro la poesia,
e mio fratello,
il poeta
era innamorato,
o soffriva
perché i suoi sentimenti
sono marini,
ama i porti
remoti, per i loro nomi,
e scrive su oceani
che non conosce,
vicino alla vita, piena
di grani, come il mais,
passa senza saperla
sgranare,
e sale e scende
senza toccare la terra,
o a volte
si sente profondissimo
e tenebroso,
egli è così grande
che non sta in sé stesso,
s'imbrogia e si sbrogia,
si dichiara maledetto,
porta con gran difficoltà la croce
delle tenebre,
pensa di essere diverso
da tutto il mondo,
tutti i giorni mangia pane
ma non ha visto mai
un panettiere
né è mai entrato in una associazione
di panificatori,
e così il mio povero fratello
diventa cupo,
si torce e si contorce
e si trova
interessante,
interessante,
questa è la parola:
io non sono superiore
a mio fratello
ma sorrido,
perché vado per le strade,
e io solo non esisto,
la vita scorre
come tutti i fiumi,
io sono l'unico
invisibile,
non ci sono ombre misteriose,
non vi sono tenebre,
tutti mi parlano,
mi vogliono raccontare cose,
mi parlano dei loro parenti,
delle loro miserie
e delle loro gioie,
tutti passano e tutti
mi dicono qualcosa,
e quante cose fanno!
tagliano legna,
tendono fili elettrici,
impastano fino a notte tarda
il pane di ogni giorno,
con una lancia di ferro
perforano le viscere
della terra
e trasformano il ferro
in serrature,
salgono al cielo e portano
lettere, singhiozzi, baci,
ad ogni porta c'è qualcuno,
nasce qualcuno,
o mi aspetta colei che amo,
e io passo e le cose
mi chiedono di essere cantate.
Ma io non ho tempo,
devo pensare a tutto,
devo tornare a casa,
andare al Partito,
che posso fare,
tutto mi chiede
di parlare,
tutto mi chiede
di cantare e cantare sempre,
tutto è pieno di sogni e di suoni,
la vita è una cassa
piena di canti, si apre
e vola e viene
uno stormo
di uccelli
che vogliono raccontarmi qualcosa
riposando sulle mie spalle,
la vita è una lotta,
simile a un fiume che avanza,
e gli uomini
vogliono dirmi,
dirti,
perché lottano,
se muoiono,
perché muoiono,
ed io passo e non ho
tempo per tante vite,
io voglio
che tutti vivano
nella mia vita
e cantino nel mio canto:
io non conto
né ho tempo
per i miei affari,
di notte e di giorno
devo annotare ciò che accade,
e non dimenticare nessuno.
È vero che d'un tratto
mi stanco
e guardo le stelle,
mi stendo sull'erba, passa
un insetto color di violino,
pongo il braccio
su un piccolo seno
o sotto la cinta
della dolce che amo,
e guardo il velluto
duro
della notte che trema
con le sue costellazioni congelate,
allora
sento salire alla mia anima
l'onda dei misteri,
l'infanzia,
il pianto negli angoli,
l'adolescenza triste,
e mi vien sonno,
e dormo
come un melo,
piombo nel sonno
immediatamente
con le stelle o senza le stelle,
con il mio amore o senza di lei,
e quando mi sveglio
la notte se n'è andata,
la strada s'è risvegliata prima di me,
vanno al lavoro
le ragazze povere,
i pescatori tornano
dall'oceano,
i minatori
con le scarpe nuove
stanno entrando alla miniera,
tutto vive,
tutti passano,
camminano frettolosi,
e io ho appena il tempo
di vestirmi,
devo correre:
nessuno può
passare senza che io sappia,
dove va, che cosa
gli è successo.
Non posso
senza la vita vivere,
senza l'uomo essere uomo,
e corro e vedo e odo
e canto,
le stelle non hanno
nulla a che vedere con me,
la solitudine non ha
né fiore né frutto.
Datemi, per la mia vita,
tutte le vite,
datemi tutto il dolore
di tutti,
lo trasformerò
in speranza.
Datemi
tutte le gioie,
anche le più segrete,
perché se così non fosse,
come si saprebbero?
Io devo raccontarle;
datemi
la lotta
di ogni giorno
perché quelle gioie sono il mio canto,
e così cammineremo insieme,
gomito a gomito;
tutti gli uomini,
il mio canto riunisce:
il canto dell'uomo invisibile
che canta con tutti gli uomini.
 
 
Ode all’aria
 
Camminando per un cammino
incontrai l'aria,
la salutai e le dissi
con rispetto:
« Mi rallegro
che per una volta
lasci la tua trasparenza,
così parleremo ».
Essa, instancabile,
ballò, mosse le foglie,
scosse con il suo riso
la polvere dalle mie suole
e, alzando tutta
la sua azzurra alberatura,
il suo scheletro di vetro,
le sue palpebre di brezza,
immobile come un palo
si fermò ad ascoltarmi.
Le baciai la cappa
di regina del cielo,
mi avvolsi nella sua bandiera
di seta celestiale
e le dissi:
regina o compagna,
filo, corolla o uccello,
non so chi sei, ma
una cosa ti chiedo,
non venderti.
L'acqua si vendette
e dalle tubature
nel deserto
ho visto
esaurirsi le gocce,
e il mondo povero, il popolo ho visto
camminare con la sua sete
barcollando sulla sabbia.
Ho visto la luce della notte
razionata,
la gran luce nella casa
dei ricchi.
Tutto è aurora nei
nuovi giardini sospesi,
tutto è oscurità
nella terribile
ombra del vicolo.
Da lì la notte,
madre matrigna,
esce
con un pugnale in mezzo
ai suoi occhi di gufo,
e un grido, un assassinio
si levano e si smorzano
inghiottiti dall'ombra.
 
No, aria,
non venderti,
che non ti canalizzino,
che non t'imprigionino in tubi
e in serbatoi
né ti comprimano,
che non ti riducano in tavolette,
che non ti mettano in bottiglie,
sta' attenta!
chiamami,
quando hai bisogno di me,
io sono il poeta figlio
di poveri, padre, zio,
cugino, fratello carnale
e fratello del cognato
dei poveri, di tutti,
della mia patria e della patria degli altri,
dei poveri che vivono vicino al fiume,
e di quelli che sulla sommità
della cordigliera verticale
triturano la pietra
inchiodano tavole,
cuciono vesti,
tagliano legna,
macinano terra,
e per questo
voglio che respirino,
tu sei l'unica cosa che possiedono,
per questo sei
trasparente,
perché vedano
ciò che accadrà domani,
per questo esisti,
aria,
lasciati respirare liberamente,
non farti imprigionare,
non fidarti di quelli che
vengono in automobile
ad esaminarti,
lasciali perdere,
ridi di loro,
fa' volar via il loro cappello,
non accettare
le loro proposte,
andiamo insieme
a ballare per il mondo,
a far cadere i fiori
del melo,
a penetrare nelle finestre,
a fischiare insieme,
a fischiare
melodie
di ieri e di domani!
verrà un giorno
in cui libereremo
la luce e l'acqua,
la terra, l'uomo,
e tutto sarà per tutti,
come tu sei.
Per questo, ora,
fa' attenzione!
e vieni con me,
ci rimane molto
da ballare e cantare,
andiamo
nel mare aperto,
nell'alto dei monti,
andiamo
dove sta per fiorire
la nuova primavera
e con un colpo di vento
ed un canto
ripartiamo i fiori,
l'aroma, i frutti,
l'aria
di domani.
 
 
Ode al carciofo
 
II carciofo
dal tenero cuore
si vestì di guerriero,
eretto, costruì
una piccola cupola,
si mantenne
impermeabile
sotto
le sue brattee,
al suo lato
i pazzi vegetali
si incresparono,
diventarono
viticci, biondi,
bulbi commoventi,
nel sottosuolo
dormì la carota
dai baffi rossi,
la vigna
inaridì i sarmenti
da dove sale il vino,
il cavolo
si mise
a indossare gonne,
l'origano
a profumare il mondo,
e il dolce
carciofo,
là nell'orto,
vestito da guerriero,
lucido
come una melagrana,
orgoglioso,
e un giorno
l'un con l'altro
in grandi cesti
di vimini, andò
per il mercato
a realizzare il suo sogno
militaresco.
In fila
mai fu tanto marziale
come al mercato,
gli uomini
fra i legumi
con le loro camicie bianche
erano
marescialli
dei carciofi,
le fila serrate,
le voci autoritarie
e il fracasso
di una cassa che cade,
ma
in quella
si fa avanti
Maria
con il suo cesto,
sceglie
un carciofo,
non lo teme,
l'esamina, l'osserva
contro luce come se fosse un uovo,
lo compra,
lo confonde
nella borsa
dove sono anche un paio di scarpe,
un cavolo cappuccio e una
bottiglia
d'aceto,
finché,
entrata in cucina,
l'immerge nella pentola.
Così termina
in pace
la carriera
del vegetale armato
che si chiama carciofo,
poi
brattea dopo brattea
spogliamo
la delizia
e mangiamo
la pacifica pasta
del suo cuore verde.
 
 
Ode all'allegria
 
Allegria,
foglia verde
caduta sulla finestra,
minuscola
chiarità
appena nata,
elefante sonoro
abbagliante
moneta,
a volte
fragile raffica,
o
piuttosto
pane permanente,
speranza compiuta,
dovere svolto.
Ti disdegnai, allegria.
Fui mal consigliato.
La luna
mi portò per i suoi cammini.
Gli antichi poeti
mi prestarono occhiali
e posi
vicino ad ogni cosa
un nimbo oscuro,
sul fiore una corona nera,
sulla bocca amata
un triste bacio.
È ancora presto.
Lascia che mi penta.
Pensai che solamente
se il mio cuore
avesse bruciato
il rovo del tormento,
se la pioggia avesse bagnato
il mio vestito
nella regione violacea del lutto,
se avessi chiuso
gli occhi alla rosa
e toccato la ferita,
se avessi diviso tutti i dolori,
avrei aiutato gli uomini.
Non fui giusto.
Sbagliai i miei passi
ed oggi ti chiamo, allegria.
 
Come la terra
sei
necessaria.
 
Come il fuoco
sostieni
i focolari.
 
Come il pane
sei pura.
 
Come l'acqua d'un fiume
sei sonora.
 
Come un'ape
distribuisci miele volando.
 
Allegria,
fui un giovane taciturno,
credetti che la tua chioma
fosse scandalosa.
 
Non era vero, me ne resi conto
quando sul mio petto
essa si sciolse in cascata.
 
Oggi, allegria,
incontrata per strada,
lontano da ogni libro,
accompagnami:
 
con te
voglio andare di casa in casa,
voglio andare di gente in gente,
di bandiera in bandiera.
Tu non sei solamente per me.
Andremo sulle isole,
sui mari.
Andremo nelle miniere,
nei boschi.
E non soltanto boscaioli solitari,
povere lavandaie
o eretti, augusti
tagliapietre,
mi riceveranno con i tuoi grappoli,
ma i congregati,
i riuniti,
i sindacati del mare o del legno,
i valorosi ragazzi
nella loro lotta.
 
Con te per il mondo!
Con il mio canto!
Con il volo socchiuso
della stella,
e con la gioia
della spuma!
 
Io sono debitore verso tutti
perché devo
a tutti la mia allegria.
 
Nessuno si sorprenda perché voglio
consegnare agli uomini
i doni della terra
perché appresi lottando
che è mio terrestre dovere
propagare l'allegria.
E con il mio canto io compio il mio destino.
 
 
 
Ode alle Americhe
 
Americhe purissime,
terre che gli oceani
custodirono
intatte e purpuree,
secoli di apiari silenziosi,
piramidi, anfore,
fiumi di insanguinate farfalle,
vulcani gialli,
e razze di silenzio,
formatrici di brocche,
lavoratrici della pietra.
 
E oggi, Paraguay, turchese
fluviale, rosa interrata,
ti convertisti in carcere.
Perù, petto del mondo,
corona
delle aquile,
esisti ancora?
Venezuela, Colombia,
non si odono
le vostre bocche felici.
Dov'è andato il coro
d'argento mattutino?
solo gli uccelli
di antica vestitura,
solo le cateratte
mantengono il diadema.
 
II carcere ha esteso
le sue sbarre.
Nell'umido regno
del fuoco e dello smeraldo,
fra
i fiumi paterni,
ogni giorno
sale un prepotente e con la sua corta sciabola
ipoteca ed esaurisce il tuo tesoro.
Si apre la caccia
del fratello.
Risuonano spari perduti nei porti.
Dalla Pennsylvania arrivano
gli esperti,
i nuovi
conquistatori,
mentre
il nostro sangue
alimenta
le putride
piantagioni e le miniere sotterranee,
i dollari scorrono
e
le nostre pazze ragazze
si slombano per imparare il ballo
degli oranghi.
Americhe purissime,
sacri territori,
che tristezza!
muore un Machado e nasce un Batista.
Un Trujillo resta.
Tanto spazio
di libertà silvestre,
Americhe,
tanta
purezza, acqua
di oceano,
pampas di solitudine, vertiginosa
geografia
perché si propaghino i minuscoli
negozianti del sangue.
Che succede?
Come può
continuare il silenzio
interrotto
da sanguinari pappagalli
appollaiati sui rami
della cupidigia panamericana?
Americhe ferite
dall'amplissima spuma,
dai felici mari
odorosi
di pepe degli arcipelaghi,
Americhe
oscure,
inclinata
verso di noi sorge
la stella dei popoli,
nascono eroi, si coprono
di vittoria
altri cammini,
risorgono
vecchie nazioni,
nella luce più radiosa
ha termine l'autunno,
il vento rabbrividisce
con le nuove bandiere.
Che la tua voce e i tuoi atti,
America
si stacchino
dalla tua verde cintura,
che il tuo amore incarcerato
finisca!
restaura il decoro
che ti diede il natale
e innalza le tue spighe sostenendo
con altri popoli
l'irresistibile aurora.
 
 
 
Ode all'amore
 
Amore, facciamo i conti.
Alla mia età
non è possibile
ingannare o ingannarci.
Fui ladro di cammini,
forse,
e non mi pento.
Un minuto profondo,
una magnolia spezzata
dai miei denti
e la luce della luna
celestina.
Molto bene, ma qual è il bilancio?
La solitudine mantenne
la sua rete tessuta
di freddi gelsomini
e allora
colei che giunse nelle mie braccia
fu la regina rosata
delle isole.
Amore,
una sola goccia,
quand'anche cadesse
durante tutta e tutta
la notturna
primavera,
non forma un oceano,
e rimasi nudo,
solitario, in attesa.
 
Ma ecco che colei
che passò per le mie braccia
come un'onda,
colei
che soltanto fu un sapore
di frutta vespertina,
palpebrò come stella,
arse come colomba
e la incontrai sulla mia pelle
sciogliendosi
come la chioma di una fiammata.
Amore, da quel giorno
tutto fu più semplice.
Obbedii agli ordini
che il mio cuore dimenticato mi dava
e strinsi la sua vita
e reclamai la sua bocca
con tutto il potere
dei miei baci,
come un re che sconfigge
con un esercito disperato
una piccola torre dove cresce
il giglio selvaggio della sua infanzia.
 
Per questo, Amore, io credo
che duro e intricato
potrà essere il tuo cammino,
ma tu ritornerai
dalla tua caccia,
e quando accenderai
di nuovo il fuoco,
come il pane sulla tavola,
così, con semplicità,
dovrà essere ciò che amiamo.
Amore, questo mi dicesti.
Quando per la prima volta
ella giunse nelle mie braccia
passò come l'acqua
in una precipitosa primavera.
Oggi
la raccolgo.
Sono anguste le mie mani e piccole
le conche dei miei occhi
perché possano accogliere
il suo tesoro,
la cascata
di luce interminabile, il filo d'oro,
il pane della sua fragranza
che sono semplicemente, Amore, la mia vita.
 
 
 
Ode all'atomo
 
Piccolissima
stella,
sembravi
per sempre
interrata,
nel metallo, occulto,
il tuo diabolico
fuoco.
Un giorno
bussarono
alla porta
minuscola:
era l'uomo.
Con una
scarica
ti liberarono dalle catene,
vedesti il mondo,
uscisti
di giorno,
percorresti
città,
il tuo grande fulgore arrivava
ad illuminare la vita,
eri
un frutto terribile,
di elettrica bellezza,
venivi
ad affrettare le fiamme
dell'estate,
ed allora
arrivò
munito
di occhiali di tigre
e di armatura,
con una camicia quadrata,
baffi sulfurei,
coda di porcospino,
arrivò il guerriero
e ti sedusse:
dormi,
ti disse,
accartocciati,
atomo, assomigli
a un dio greco,
ad una primaverile
modista di Parigi,
coricati
sulla mia unghia,
entra in questa scatoletta,
e allora
il guerriero
ti custodì nel suo gilè
come se fossi soltanto
una pillola
nord-americana,
e viaggiò per il mondo
lasciandoti cadere
su Hiroshima.
 
Ci svegliammo.
 
L'aurora
s'era consumata.
Tutti gli uccelli
erano caduti calcinati.
Un odore
di bara,
gas di tombe,
tuonò per gli spazi.
Salì orrenda
la forma del castigo
sovrumano,
fungo insanguinato, cupola,
fumata,
spada
dell'inferno.
Salì bruciante l'aria
e la morte si sparse
in onde parallele,
raggiungendo
la madre addormentata
con il suo bambino,
il pescatore del fiume
e i pesci,
la panetteria
e i pani,
l'ingegnere
e i suoi edifici,
tutto
fu polvere
che mordeva,
aria
assassina.
 
La città
sgretolò i suoi ultimi alveoli,
cadde, cadde improvvisamente,
abbattuta,
imputridita,
gli uomini
furono improvvisi lebbrosi,
prendevano
la mano dei loro figli
e la piccola mano
restava nelle loro mani.
Così, dal tuo rifugio,
dal segreto
manto di pietra
in cui il fuoco dormiva
ti tolsero,
scintilla accecante,
luce rabbiosa,
per distruggere la vita,
per perseguitare lontane esistenze,
sotto il mare,
nell'aria,
sulle spiagge,
nelle anse più remote
dei porti,
per cancellare
i semi,
per assassinare i germi,
per impedire la corolla,
ti destinarono, atomo,
a radere al suolo
le nazioni,
a convenire l'amore in nera pustola,
a bruciare cuori ammucchiati
e annichilire il sangue.
 
Oh, pazza scintilla,
ritorna
nella tua veste mortuaria,
interrati
nei tuoi manti minerali,
torna ad essere cieca pietra,
non ascoltare i banditi,
collabora,
tu, con la vita, con l'agricoltura,
soppianta i motori,
eleva l'energia,
feconda i pianeti.
Non hai più
segreto,
cammina
fra gli uomini
senza maschera
terribile,
affrettando il passo
ed estendendo
i passi dei frutti,
separando
montagne,
indirizzando fiumi,
fecondando,
atomo,
traboccante
coppa
cosmica,
ritorna
alla pace del grappolo,
alla velocità dell'allegria,
ritorna al recinto
della natura,
mettiti al nostro servizio,
ed invece delle ceneri
mortali
della tua maschera,
invece degli inferni scatenati
della tua collera,
invece della minaccia
della tua terribile chiarità, consegnaci
la tua sorprendente
forza
per i cereali,
il tuo scatenato magnetismo
per fondare la pace fra gli uomini,
e così non sarà inferno
la tua illuminante luce,
ma felicità,
mattutina speranza,
contributo terrestre.
 
 
 
Ode agli uccelli del Cile
 
Uccelli del Cile, dalle piume nere,
nati
fra la cordigliera e le spume,
uccelli affamati,
uccelli ombrosi,
gheppi, falconi,
aquile delle isole,
condori coronati di neve
pomposi avvoltoi neri,
divoratori di carogne,
dittatori del cielo,
uccelli amari,
cercatori di sangue,
nutriti di serpenti,
ladri,
stregoni della montagna,
sanguinarie
maestà,
ammiro
il vostro volo.
A lungo interrogo
lo spazio esteso
cercando il movimento
delle ali:
lì siete
nere navi
di terrificante altezza,
silenziose stirpi
assassine,
stelle sanguinarie.
Sulla costa
la spuma sale all'ala.
Acida luce
spruzza
il volo
degli uccelli marini,
sfiorando l'acqua incrociano
i migratori,
chiudono improvvisamente
il volo
e cadono come frecce
sul volume verde.
Navigai senza tregua
le rive,
lo sdentato litorale, la strada
fra le isole
dell'oceano,
il grande mare Pacifico,
rosaio azzurro dai petali rabbiosi,
e nel Golfo di Penas
il cielo
e l'albatro,
la solitudine dell'aria e la sua misura,
l'onda nera del cielo.
Più in là,
scosso
dalle onde e dalle ali,
cormorani,
gabbiani e piqueros,
l'oceano vola,
i dirupati
scogli colpiti dal mare si muovono
palpitanti di uccelli,
la luce trabocca, aumenta,
attraversa i mari verso nord
il volo della vita.
 
Ma non soltanto i mari
o tempestose
cordigliere andine
procreatrici
di terribili uccelli,
tu sei,
oh delicata patria mia:
fra le tue verdi braccia
scivolano i fringillidi mattutini,
vanno a messa
vestiti di manti minuti,
tordi cerimoniali
e metallici pappagalli,
il minuscolo
sette colori dei campi di stoppie,
il queltehue
che nel prendere il volo
spiega il suo ventaglio
di neve bianca e nera,
il canastero e il matacaballo,
il fringilo dorato,
l’acamar e l’huilque,
la palomba,
il chincol e il chirigue,
la tinca cristallina,
il tordo mite,
il cardellino che danza sul filo
della musica pura,
il cigno australe, nave
d'argento
e nero velluto,
la pernice odorosa ed il lampo
dei fosforescenti colibrì.
Nel grato cuore della mia patria,
fra le iraconde monarchie
del vulcano e dell'oceano,
uccelli della dolcezza,
voi toccate il sole, l'aria,
voi siete il tremito di un volo nell'estate
dell'acqua a mezzogiorno,
raggi di luce violetta nell'albereto,
campanule rotonde,
piccoli aviatori polverosi
che ritornano dal polline,
palombari nella spessezza dell'erba medica.
 
Oh vivo volo!
 
Oh vivente bellezza!
 
Oh varietà di trilli!
 
Uccelli del Cile, carnivore
navi di uragano
o dolci e piccole
creature
del fiore e delle uve,
i vostri nidi edificano
la fragrante unità del territorio:
le vostre vite erranti
sono il popolo del cielo
che ci canta,
il vostro volo
riunisce le stelle della patria.
 
 
 
Ode alla minestra di congro
 
Nel mare
burrascoso
del Cile
vive il roseo congro,
gigante anguilla
di carne nivea.
Nelle pentole
cilene,
sulla costa,
nacque la minestra
ricca e succulenta,
molto nutriente.
Portino in cucina
il congro scorticato,
la sua pelle macchiata cede
come un guanto
e allo scoperto rimane
allora
il grappolo del mare,
il congro tenero
risplende
ormai nudo,
preparato
per il nostro appetito.
Ora
aggiungi
l'aglio,
accarezza per primo
questo avorio
prezioso,
annusa
la sua fragranza iraconda,
quindi
lascia l'aglio tritato
rosolare con la cipolla
e il pomodoro
fin quando la cipolla
avrà il colore dell'oro.
Frattanto
si cuociono
al vapore
i regi
gamberi marini,
e quando finalmente saranno
a puntino,
quando il sapore sarà coagulato
nella salsa
formata dal sugo
dell'oceano
e dall'acqua chiara
che spense la lucentezza della cipolla,
allora
entri il congro
e si sommerga completamente
affinché nella pentola
si inoli,
si contragga e si impregni.
Ormai non resta che
lasciar cadere nella pietanza
la crema
densa come una rosa,
e al fuoco,
lentamente,
consegnare il tesoro
fino a che nella minestra
si riscaldino
le essenze del Cile
e arrivino in tavola,
appena sposati,
i sapori
del mare e della terra,
perché in questo piatto
tu conosca il cielo.
 
 
 
Ode a una castagna in terra
 
Dal fogliame eretto
cadesti
completa,
di legno lucidato,
di splendido mogano,
veloce
come un violino
appena nato sull'altura,
e cade
offrendo i suoi doni rinchiusi,
la sua nascosta dolcezza,
finendo segretamente
fra uccelli e foglie,
scuola della forma,
lignaggio della legna e della farina,
strumento ovato
che custodisce nella sua struttura
delizia intatta e rosa commestibile.
In alto abbandonasti
l'irto riccio
che socchiuse le sue spine
alla luce del castagno,
da questa fenditura
vedesti il mondo,
uccelli
pieni di sillabe,
la rugiada
con le stelle,
e, sotto,
teste di ragazzi
e ragazze,
erbe che tremano senza riposo,
fumo che sale e sale.
Ti decidesti,
castagna,
e saltasti a terra,
brunita e pronta,
dura e dolce
come un piccolo seno
delle isole d'America.
Cadesti
picchiando
sul suolo
ma
non accadde nulla,
l'erba
continuò a tremare, il vecchio
castagno sussurrò come le bocche
di tutto un albereto,
cadde una foglia dell'autunno rosso,
fermamente continuarono a lavorare
le ore sulla terra.
Perché sei
soltanto
un seme,
castagno, autunno, terra,
acqua, altura, silenzio
prepararono il germe,
il farinoso spessore,
le palpebre materne
che, interrati, apriranno
nuovamente verso l'alto
la semplice magnificenza
di un fogliame,
l'oscura trama umida
di nuove radici,
le antiche e nuove dimensioni
di un altro castagno sulla terra.
 
 
 
Ode alla cipolla
 
Cipolla,
luminoso matraccio,
petalo a petalo
si formò la tua bellezza,
squame di cristallo ti ingrandirono
e nel segreto della terra scura
si arrotondò il tuo ventre di rugiada.
Sotto la terra
fu il miracolo
e quando apparve
il tuo pigro germoglio verde,
e nacquero
le tue foglie come spade nell'orto,
la terra accumulò il suo potere
mostrando la tua nuda trasparenza,
e come in Afrodite il mar remoto
duplicò la magnolia
innalzandone i seni,
la terra
così ti fece,
cipolla,
chiara come un pianeta,
e destinata
a brillare,
costellazione costante,
rotonda rosa d'acqua,
sulla
tavola
della povera gente.
Generosa
distruggi
il tuo globo di freschezza
nella consumazione
fervente della pentola,
e il frammento di cristallo
al calore acceso dell'olio
si trasforma in arricciata piuma d'oro.
Ricorderò ancora come la tua influenza
feconda l'amore dell'insalata,
e sembra che il cielo contribuisca,
dandoti fine forma di grandine,
a celebrare il tuo chiarore tritato
sugli emisferi di un pomodoro.
Ma alla portata
delle mani della gente,
innaffiata d'olio,
spolverata
con un po' di sale,
uccidi la fame
del bracciante nel duro cammino.
Stella dei poveri,
fata protettrice
avvolta
in delicata
carta, esci dalla terra,
eterna, intatta, pura
come seme d'astro,
e nel tagliarti
il coltello in cucina
spunta l'unica lacrima
non nata da pena.
Ci facesti piangere senza affliggerci.
Quanto esiste io cantai, cipolla,
ma per me sei
più bella di un uccello
dalle piume accecanti,
sei per i miei occhi
globo celeste, coppa di platino,
ballo immobile
dell'anemone niveo
e vive la fragranza della terra
nella tua natura cristallina.
 
 
 
Ode alla chiarezza
 
La tempesta lasciò
sull'erba
fili di pino, aghi,
e il sole sulla coda del vento.
Un azzurro diretto
riempie il mondo.
Oh giorno pieno,
oh frutto
dello spazio,
il mio corpo è una coppa
in cui la luce e l'aria
cadono come cascate.
Tocco
l'acqua marina.
Sapore
di fuoco verde,
di bacio ampio e amaro
hanno le nuove onde
di questo giorno.
Tessono la trama d'oro
le cicale
sulla altura sonora.
La bocca della vita
bacia la mia bocca.
Vivo,
amo
e sono amato.
Ricevo
nel mio essere quanto esiste.
Sono seduto
su una pietra:
in essa
toccano
le acque e le sillabe
della selva
la cupa chiarezza
della sorgente che giunge
a visitarmi.
Tocco
il tronco del cedro
le cui rughe mi parlano
del tempo e della terra.
Cammino
e vado con i fiumi
cantando
con i fiumi,
ampio, fresco e aereo
in questo nuovo giorno
e lo ricevo,
lo sento
entrare
nel mio petto, guardare con i miei occhi.
 
Io sono,
io sono il giorno,
sono
la luce.
Per questo
ho
doveri di mattina,
lavori di mezzogiorno.
Devo
andare
con il vento e l'acqua,
aprire finestre,
abbattere porte,
rompere muri,
illuminare angoli.
 
Non posso
restare seduto.
A presto.
Domani
ci vedremo.
Oggi ho molte
battaglie da vincere.
Oggi ho molte ombre
da colpire e da finire.
Oggi non posso
stare con te, devo
compiere il mio dovere
di luce:
andare e venire per le strade,
le case e gli uomini
a distruggere
l'oscurità. Devo
dividermi
finché tutto sarà giorno,
finché tutto sarà chiarezza
e allegria sulla terra.
 
 
 
Ode ai rame
 
II rame è là,
addormentato.
Sono le colline del Nord
devastato.
Dall'alto
le cime
del rame,
cicatrici scontrose,
manti verdi,
cupole cariate
dall'impeto
cocente del tempo,
vicino
a noi
la miniera;
la miniera è soltanto l'uomo,
non esce
dalla terra
il minerale,
esce
dal petto umano,
si tocca
il bosco morto,
le arterie
del vulcano
trattenuto,
si ricerca
la vena,
si perfora
e
scoppia
la dinamite,
la roccia si sparge,
viene purificata:
nasce
il rame.
Dapprima nessuno saprà
distinguerlo
dalla pietra materna.
Ora
è uomo,
parte dell'uomo,
petalo pesante
della sua gloria.
Ora
non è più verde,
è rosso,
si è trasformato in sangue,
in sangue duro,
in cuore terribile.
 
Vedo
cadere i monti,
aprirsi
il territorio
in iraconde
cavità grigie,
il deserto, le case
provvisorie.
Il minerale
col fuoco
e il martello
e la mano
s'è trasformato in lingotti militari,
in battaglioni di merci.
Se ne andarono le navi.
Dove arriva
il rame,
utensile o filo,
nessuno
che lo tocchi
vedrà le scoscese
solitudini del Cile,
o le piccole case sulla riva
del deserto,
o gli spaccapietre orgogliosi,
il mio popolo, i minatori
che scendono in miniera.
Io soffro.
Io conosco.
Succede
che da tanta durezza,
dagli scavi,
ferita ed esplosione, sudore e sangue,
quando l'uomo,
il mio popolo,
Cile,
dominò la materia,
divise dalla pietra
il minerale giacente,
codesto se ne andò a Chicago
a passeggiare,
il rame
si convertì in catene,
in macchinari tetri
del crimine,
dopo tante lotte
perché la mia patria lo partorisse,
dopo la sua gloriosa
verginale nascita
lo fecero aiutante della morte,
lo indurirono e gli assegnarono
il ruolo di assassino.
 
Domando
alla ripida cordigliera,
al deserto
litorale scosso
dalla spuma
del turbolento mare del Cile,
è per questo
che il rame nostro
dormiva
nell'utero verde
della pietra?
Era nato per la morte?
All'uomo
mio,
al mio fratello
della montagna irta,
domando:
per questo
gli desti nascita fra patimenti?
Perché fosse
ciclone minaccioso,
tempestosa disgrazia?
Perché demolisse
le vite
dei poveri,
di altri poveri,
della tua stessa famiglia
che forse non conosci
e che è sparsa
in tutto il mondo?
 
È ora
di dare il minerale
ai trattori,
alla fecondità
della terra futura,
alla pace del suono,
agli utensili,
alla macchina limpida
e alla vita.
È ora
di dare
la scontrosa
mano aperta del rame
ad ogni essere umano.
Per questo,
rame,
sarai nostro,
non continueranno a giocare
con te
ai dadi
i bari
della carneficina!
Dalle colline
scoscese,
dall'altitudine
verde,
uscirà il rame del Cile
il raccolto
più duro
del mio popolo,
la corolla
incendiata,
irradiando
la vita
e non la morte,
propagando la spiga
e non il sangue,
dando a tutti i popoli
il nostro amore
dissotterrato,
la nostra montagna verde
che a contatto
della vita e del vento
si trasforma
in cuore sanguinante,
in pietra rossa.
 
 
Ode alla critica
 
Scrissi cinque versi:
uno verde,
un altro era un pane rotondo
il terzo una casa in costruzione,
il quarto un anello,
il quinto verso era
breve come un lampo
e nello scriverlo
mi lasciò nella ragione la sua bruciatura.
Ebbene, gli uomini,
le donne,
vennero e presero
la semplice materia,
fibra, vento, splendore, fango, legno,
e con così poca cosa
costruirono
pareti, case, sogni.
Sopra un filo della mia poesia
asciugarono biancheria al vento.
Mangiarono
le mie parole,
le custodirono
vicino alla testiera del letto,
vissero con un verso,
con la luce che uscì dal mio fianco.
Allora,
arrivò un critico muto
ed un altro pieno di lingue,
e altri, altri arrivarono
ciechi o pieni di occhi,
eleganti alcuni
come garofani con scarpe rosse,
altri rigorosamente
vestiti da cadaveri,
alcuni partigiani
del re e della sua alta monarchia,
altri si erano
impigliati sulla fronte
di Marx e sgambettavano sulla sua barba,
altri erano inglesi,
semplicemente inglesi,
e fra tutti
si lanciarono
con denti e coltelli,
con dizionari ed altre armi nere,
con citazioni rispettabili,
si lanciarono
a disputare la mia povera poesia
alla gente semplice
che l'amava:
e la fecero imbuti,
la arrotolarono,
la fermarono con cento spilli,
la ricoprirono di polvere di scheletro,
la riempirono d'inchiostro,
la sputacchiarono con dolce
benignità di gatti,
la destinarono ad avvolgere orologi,
la protessero e la condannarono,
la diedero alle fiamme,
le dedicarono umidi trattati,
la cucinarono con latte,
le aggiunsero minute pietruzze,
cancellarono le vocali,
uccisero
sillabe e sospiri,
la spiegazzarono e fecero
un piccolo pacchetto
che destinarono diligentemente
alle loro soffitte, ai loro cimiteri,
poi
si ritirarono uno ad uno
infuriati fino alla pazzia
perché non fui abbastanza
popolare per loro
o carichi di bonario disprezzo
per la mia ordinaria mancanza di tenebre
si ritirarono
tutti
e allora,
un'altra volta,
vicino alla mia poesia
ritornarono a vivere
donne e uomini,
nuovamente
fecero fuoco,
costruirono case,
mangiarono pane,
si divisero la luce
e nell'amore unirono
lampo ed anello.
E ora,
perdonatemi signori
se interrompo questo racconto
che vi sto raccontando
e me ne vado a vivere
per sempre
con la gente semplice.
 
 
 
Ode a Ángel Cruchaga
 
Ángel, ricordo
nella mia infanzia
australe e scossa
dalla pioggia e dal vento,
improvvisamente,
le tue ali,
il volo
della tua scintillante poesia,
la tunica
stellata
che riempiva la notte, i cammini,
con un fulgore fosforico,
eri
un palpitante fiume
pieno di pesci,
eri
la coda argentata
di una sirena verde
che attraversava il cielo
da Ovest
ad Est,
la forma della luce
si riuniva
nelle tue ali, ed il vento
lasciava cadere la pioggia e le foglie nere
sulla tua veste,
Così eri
là lontano
nella mia infanzia,
ma la tua poesia,
non solo
passo di molte ali,
non solo
pietra errante,
meteora
vestita di amaranto e di giglio,
è stata e continua ad essere,
ma anche pianta fiorita,
monumento
della tenerezza umana,
fior d'arancio
con radici
nell'uomo.
Per questo
Ángel,
ti canto,
ti ho cantato
come cantai tutte le cose pure,
metalli,
acque,
vento!
Tutto ciò che è lezione, per le vite,
crescita
di durezza o di dolcezza,
com'è la tua poesia, l'infinito
pane impregnato di pianto
della tua passione, i nobili
legni odorosi
che le tue divine mani elaborano.
Ángel,
tu, proprietario
dei più estesi campi di gelsomini,
permetti che tuo fratello
minore lasci sul tuo petto
questo ramo di piogge
e radici.
Io lo lascio nel tuo libro
perché così si impregni
di pace, di trasparenza e di bellezza,
vivendo nella corolla
della tua natura diamantina.
 
 
 
Ode al giorno felice
 
Questa volta lasciami
essere felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono in nessun luogo,
semplicemente
sono felice
nei quattro angoli
del cuore, camminando,
dormendo o scrivendo.
Che posso farci, sono
felice,
sono più innumerabile
dell'erba
nelle praterie,
sento la pelle come un albero rugoso,
di sotto l'acqua,
sopra gli uccelli,
il mare come un anello
intorno a me,
fatta di pane e pietra la terra
l'aria canta come una chitarra.
 
Tu al mio fianco sulla sabbia
sei sabbia,
tu canti e sei canto,
il mondo
è oggi la mia anima,
canto e sabbia,
il mondo
è oggi la tua bocca,
lasciami
sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché sì, perché respiro
e perché tu respiri,
essere felice perché tocco
il tuo ginocchio
ed è come se toccassi
la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
 
Oggi lasciatemi
da solo
essere felice,
con tutti o senza tutti,
essere felice
con l'erba
e la sabbia,
essere felice
con l'aria e la terra,
essere felice,
con te, con la tua bocca,
essere felice.
 
 
 
Ode all'edificio
 
Scavando
in un posto,
scalpellando
una sporgenza,
estendendo e levigando
sale la fiammata costruita,
l'edificata altura
cresciuta per l'uomo.
 
Oh allegria
dell'equilibrio e delle proporzioni.
Oh peso utilizzato
di ruvidi materiali,
sviluppo del fango
nelle colonne,
splendore di ventaglio
sulle scale.
Da quanti posti
disseminati nella geografia
qui sotto la luce si innalzò
l'unità vincitrice.
 
La roccia frammentò il suo potere,
si assottigliò l'acciaio, il rame
mescolò la sua salute con il legno
e questo, appena arrivato dai boschi,
indurì la sua gravida fragranza,
 
Cemento, fratello oscuro,
la tua pasta li riunisce
la tua sabbia sparsa
stringe, ammassa, sale
vincendo piano dopo piano.
L'uomo piccolino
perfora,
sale e scende.
Dov'è l'individuo?
È un martello, un colpo
d'acciaio sull'acciaio,
un punto del sistema
e la sua ragione si somma
all'ambito che cresce.
Dovette lasciar cadere
i suoi piccoli orgogli
ed innalzare con gli uomini una cupola,
erigere fra tutti
l'ordine
e dividere la semplicità metallica
delle inesorabili strutture.
Ma
tutto esce dall'uomo.
Al suo richiamo
accorrono pietre e si innalzano muri,
entra la luce nelle sale,
lo spazio si abbrevia e si divide.
 
L'uomo
separerà la luce dalle tenebre
e così
come vinse il suo inutile orgoglio
ed impiantò il suo sistema
perché si erigesse l'edificio,
continuerà a costruire
la rosa collettiva,
riunirà sulla terra
il materiale scontroso della fortuna
e con la ragione e l'acciaio
crescerà
l'edificio di tutti gli uomini.
 
 
 
Ode all'energia
 
Nel carbone la tua pianta
di foglie nere
sembrava addormentata,
poi
scavata
andò,
sorse,
fu
lingua pazza
di fuoco
e visse dentro
la locomotrice
o la nave,
rosa rossa nascosta,
viscere d'acciaio,
tu che dai segreti
corridoi
oscuri
appena arrivata, cieca,
ti consegnavi
e motori
e ruote,
macchinari,
movimento,
luce e palpitazioni,
suoni
da te, energia,
da te, madre energia,
nacquero,
a colpi di piccone
li partoristi,
bruciasti i fornelli
e le mani
dell'azzurro fochista,
sconfiggesti distanze
urlando dentro
la tua gabbia
e fin dove andasti
divorandoti,
dove arrivò il tuo fuoco,
arrivarono i grappoli,
crebbero
le finestre,
le pagine si unirono come piume
e volarono le ali dei libri:
nacquero uomini e caddero alberi,
feconda fu la terra.
Energia, nell'uva
sei rotonda goccia
di zucchero scuro,
trasparente
pianeta,
fiamma liquida, sfera
di frenetica porpora
ed anche moltiplicato
grano della specie,
germe di frumento,
stella cereale, pietra vivente
di calamite o acciaio, torre
dai fili elettrici,
acque in movimento,
concentrata
colomba
fedele
dell'energia, fondo
degli esseri, ti innalzi
nel sangue del bambino,
cresci come una pianta che fiorisce nei suoi occhi,
indurisci le sue mani
colpendolo, facendolo crescere
finché diventa uomo.
 
Fuoco che corre e canta,
acqua che crea,
crescita,
trasforma la nostra vita,
togli
pane dalle pietre,
oro dal cielo,
città dal deserto,
dacci,
energia,
ciò che custodisci,
estendi i tuoi doni di fuoco
sulla steppa,
forgia il frutto, accendi
il tesoro del grano,
rompi la terra, appiana
monti, estendi
le nuove
fecondazioni
per la terra
perché da allora,
da lì
da dove
cambiò la vita,
ora
cambi la terra,
tutta
la terra,
le isole,
il deserto
e cambi l'uomo.
 
Allora, oh energia,
spada ignea,
non sarai
nemica,
fiore o frutto completo
sarà la tua dominata
chioma,
il tuo fuoco
sarà pace, struttura,
fecondità, colomba,
estensione di grappoli
praterie di pane fresco.
 
 
 
Ode all'invidia
 
Io venni
dal Sud, dalla Frontiera.
La vita era piovosa.
Quando arrivai a Santiago
mi costò molto
cambiare d'abito.
Ero vestito
da rigido inverno.
Fiori dell'intemperie
mi coprivano.
Mi dissanguai per cambiar
casa.
Tutto era pieno,
perfino l'aria aveva
odore di gente triste.
Nelle pensioni
cadeva la carta
dalle pareti.
Scrissi, scrissi soltanto
per non morire.
E allora
appena
i miei versi di ragazzo
esiliato
arsero
sulla strada
mi abbaiò Teodorico
e mi morse Ruibardo.
Mi immersi
nell'abisso
delle case più povere,
sotto il letto,
nella cucina
dentro l'armadio,
dove nessuno potesse notarmi,
scrissi, scrissi soltanto
per non morire.
 
Fu tutto uguale. Si levarono
minacciosi
contro la mia poesia,
armati di ganci, di coltelli,
di pinzette nere.
 
Allora attraversai
i mari
nell'orrore del clima
che sussurrava la febbre con i fiumi,
circondato da violenti
zafferani e dei,
mi persi nel tumulto
dei tamburi neri,
nelle emanazioni
del crepuscolo,
mi seppellii ed allora
scrissi, scrissi soltanto
per non morire.
 
Vivevo così lontano, era grave
il mio abbandono totale,
ma qui i caimani
affilavano
i loro morsi verdi.
 
Ritornai dai miei viaggi.
Baciai tutti,
le donne, gli uomini
e i bambini.
Ebbi partito, patria.
Ebbi stella.
Si appese al mio braccio
l'allegria.
Allora nelle notti,
durante l'inverno,
nei treni, in mezzo
al combattimento,
vicino al mare o alle miniere,
nel deserto o vicino
a colei che amavo
o perseguitato, braccato
dalla polizia,
feci semplici versi
per tutti gli uomini
e per non morire.
 
E ora
sono un'altra volta là.
Sono insistenti
come i vermi,
sono invisibili
come i topi
di una nave,
navigano
dove io navigo,
mi distraggo e mi mordono
le scarpe,
esistono perché io esisto.
Che posso fare?
 
Credo
che continuerò a cantare
fino a morire.
A questo punto non posso
far loro concessioni.
Posso, se lo desiderano,
regalar loro
pacchetti di merce,
comprar loro un ombrello
perché si proteggano
dalla pioggia inclemente
che arrivò con me dalla Frontiera,
posso insegnar loro ad andare a cavallo,
o almeno dar loro
la coda del mio cane,
ma voglio che capiscano
che non posso
cucirmi la bocca
perché
sostituiscano il mio canto.
Non è possibile.
Non posso.
Con amore o con tristezza,
nella fredda mattina,
alle tre del pomeriggio,
o durante la notte,
ad ogni ora,
furioso, innamorato,
in treno, di primavera,
al buio o ritornando
da una festa nuziale,
attraversando il bosco
o l'officina,
alle tre del pomeriggio
o di notte,
ad ogni ora,
scriverò non soltanto
per non morire,
ma per aiutare
altri a vivere,
perché sembra che qualcuno
abbia bisogno del mio canto.
Sarò,
sarò implacabile.
Io chiedo loro
che sostengano senza tregua lo stendardo
dell'invidia.
Mi abituerò ai loro denti.
Mi occorrono.
Ma voglio dir loro
che è vero:
un giorno morirò
(non farò a meno di concedere
quest'ultima soddisfazione),
non c'è dubbio,
ma
morirò cantando.
E sono quasi sicuro,
benché questa notizia non li entusiasmi,
che il mio canto
continuerà
fino alla morte,
in mezzo
alla mia patria,
sarà la mia voce, la voce
del fuoco e della pioggia
o la voce di altri uomini,
perché con pioggia o fuoco restò scritto
che la semplice
poesia
vive
comunque,
ha un'eternità senza paure,
ha tanta salute
come una mungitrice
e nel suo sorriso tanta dentatura
come per rovinare le speranze
di tutti
i roditori messi insieme.
 
 
 
Ode alla speranza
 
Crepuscolo marino
nel mezzo
della mia vita,
le onde come uva,
la solitudine del cielo,
tu mi riempi
e trabocchi
tutto il mare,
tutto il cielo,
movimento
e spazio,
i battaglioni bianchi
della spuma,
la terra arancione,
il cerchio
incendiato
del sole nell'agonia,
tanti
doni e doni,
uccelli
che attendono ai loro sogni,
ed il mare, il mare,
aroma
sospeso,
coro di sale sonoro,
mentre
noi,
gli uomini,
vicino all'acqua,
lottiamo
e aspettiamo
vicino al mare,
aspettiamo.
 
Le onde dicono alla costa ferma:
« Tutto sarà compiuto ».
 
 
 
Ode alla fertilità della terra
 
A te, fertilità, viscera
verde,
madre materia, vegetale tesoro,
fecondazione, aumento,
io canto,
io, poeta,
io, erba,
radice grano corolla,
sillaba della terra,
io unisco le mie parole alle foglie,
salgo sui rami e nel cielo.
Inquiete
sono
le sementi,
sembrano soltanto
addormentate,
le bacia il fuoco, l'acqua
le tocca con il suo nastro
e si agitano,
si muovono a lungo,
si interrogano,
lanciano occhiate in basso,
increspate volute,
tenere derivazioni,
movimento, esistenza,
Bisogna vedere un granaio
pieno,
lì tutto riposa
ma
i fuochi della vita,
i fermenti
chiamano,
fermentano
ardono
con fili invisibili.
Uno sente sugli occhi
e sulle dita
la pressione, la pazienza,
il lavoro,
di germi e bocche,
di labbra e matrici.
Il vento porta ovari.
La terra interra rose.
L'acqua spunta e cerca.
Il fuoco arde e canta.
Tutto
nasce.
E sei,
fertilità, una campana,
sotto il tuo cerchio
l'umidità ed il silenzio sviluppano
le loro lingue di verzura,
sale la linfa,
scoppia
la forma della pianta,
cresce
la linea della vita
e nella sua estremità si raggruppano
il fiore e i grappoli.
Terra, la primavera
si elabora nel mio sangue,
sento
come se fossi
albero, territorio
compiersi in me i cicli
della terra,
acqua, vento e aroma
fabbricano la mia camicia,
nel mio petto zolle
dimenticate dall'autunno
cominciano a muoversi,
esco e fischietto sotto la pioggia,
germina il fuoco nelle mie mani,
ed allora
inalbero
una bandiera verde
che esce dalla mia anima,
sono seme, fogliame,
quercia che matura,
ed allora tutto il giorno,
tutta la notte canto,
sale dalle radici il sussurro,
canta nel vento la foglia.
Fertilità, ti dimentico.
Lasciai il tuo nome scritto
con la prima sillaba
di questo canto,
sei tu più estesa,
più umida e sonora,
non posso descriverti,
vieni da me,
fertilizzami,
dammi ogni giorno il sapore del frutto,
dammi
la segreta
tenacia delle radici,
e lascia che il mio canto
cada sulla terra e si levino
ad ogni primavera le sue parole.
 
 
 
Ode al fiore
 
Fiori
di povero
sulle
finestre
povere,
petali
del sole povero
nelle diroccate
case della povertà.
Io vedo come
il fiore, la sua chioma,
il suo petto satinato,
la sua leggiadria
risplendono nel negozio.
Vedo
come da lì il colore, la luce di seta,
la torre di turgidezza,
il ramo d'oro,
il petalo violetto dell'aurora,
il picciolo acceso della rosa,
vestiti e nudi
si preparano
ad entrare nella casa dei ricchi.
 
La geografia moltiplicò i suoi doni,
l'oceano
si trasformò in cammino,
la terra mescolò le sue latitudini
e così il fiore remoto
navigò con il suo fuoco,
e così arrivò alla tua porta,
da dove una mano frettolosa
lo ritirò: « Tu non sei
fiore di povero, gli disse,
a te tocca
risplendere in mezzo
alla sala lucidata,
non metterti su questa strada oscura,
unisciti
al nostro monopolio d'allegria ».
 
E così vado per le strade
guardando le finestre
dove il fiore caduto
da un geranio
canta lì, nel mezzo delle povere vite,
dove un garofano protende
la sua freccia di carta e di profumo
vicino ai vetri rotti,
o dove un giglio
lasciò il suo monastero
e venne a vivere in povertà.
 
Oh fiore, non ti condanno,
fiore alto di increspata veste,
non ti nego il diritto
di portare il lampo
che la terra innalzò con la tua bellezza
fino alla casa dei ricchi.
Sono sicuro
che domani
fiorirai in tutte
le dimore dell'uomo.
Non avrai paura della strada buia,
né ci sarà sulla terra
tana tenebrosa
dove non possa entrare la primavera.
 
Fiore, non ti incolpo, sono sicuro di ciò
che ti dico
e perché tu fiorisca dove devi
fiorire, su tutte le finestre,
fiore,
io lotto
e canto fin d'ora, come canto
in una forma così semplice,
per tutti,
perché io distribuisco
i fiori del domani.
 
 
 
Ode al fiore azzurro
 
Camminando verso il mare
nella prateria
- oggi è novembre -
tutto è ormai nato,
tutto ha forma,
ondulazione, fragranza.
Erba dopo erba
ascolterò la terra,
passo dopo passo
fino alla linea pazza
dell'oceano.
D'improvviso un'onda
d'aria agita e fa ondulare
l'orzo selvatico:
salta
il volo di un uccello
dai miei piedi, il suolo,
pieno di fili d'oro,
di petali senza nome,
brilla improvviso come una rosa verde,
si intreccia con ortiche che rivelano
il loro corale nemico,
steli sottili, rovi
stellati,
differenza infinita
di ogni vegetale che mi saluta
a volte con un rapido
scintillio di spine
o con la pulsazione del suo profumo
fresco, fine ed amaro.
Camminando verso le spume
del Pacifico
con pigro passo sull'erba bassa
della primavera nascosta,
sembra
che prima che la terra finisca
cento metri prima del più grande oceano
tutto diventi delirio,
germinazione, canto.
Le minuscole erbe
si coronano d'oro,
le piante della sabbia
riflettono raggi violetti
e su ogni piccola foglia dell'oblio
arriva una direzione di luna o di fuoco.
Vicino al mare, camminando,
nel mese di novembre,
fra i cespugli che ricevono
luce, fuoco e sale marini,
trovai un fiore azzurro
nato nella durissima prateria.
Da dove, da quale profondità
estrai il tuo raggio azzurro?
La tua seta tremante
sotto la terra
comunica col mare profondo?
Lo sollevai nelle mie mani
e lo guardai come se il mare vivesse
in una sola goccia,
come se nella lotta
della terra e delle acque
un fiore alzasse
un piccolo stendardo
di fuoco azzurro, di pace irresistibile,
di indomita purezza.
 
 
 
Ode al fuoco
 
Fuoco scapigliato,
energico,
cieco e pieno di occhi,
senza lingua,
tardivo, repentino,
stella d'oro,
ladro di legna,
silenzioso brigante,
cucina di cipolle,
famigerato burlone sfavillante,
cane rabbioso con un milione di denti,
ascoltami,
centro dei focolari,
rosaio incorreggibile,
distruttore di vite,
celeste padre del pane e del forno,
progenitore illustre
di ruote e ferri di cavallo,
polline dei metalli,
costruttore dell'acciaio,
ascoltami
fuoco.
 
Arde il tuo nome,
fa piacere
dir fuoco,
è meglio
che dir pietra
o farina.
Le parole sono morte
vicino al tuo raggio giallo,
vicino alla tua coda rossa,
vicino ai tuoi crini di luce amaranto,
sono fredde le parole.
Si dice fuoco,
fuoco, fuoco, fuoco,
e si accende
qualcosa in bocca:
è il tuo frutto che brucia,
è il tuo alloro che arde.
 
Soltanto parola
non sei,
sebbene ogni parola
che non abbia
brace
si stacca e cade
dall'albero del tempo.
Tu sei
fiore,
volo,
consumazione, abbraccio,
inafferrabile sostanza,
distruzione e violenza,
sigillo, tempestosa
ala di morte e di vita,
creazione e cenere,
scintilla abbagliante,
spada piena di occhi,
potere,
autunno, estati improvvise,
tuono secco di polvere,
flagello dei boschi,
fiume di fumo,
oscurità, silenzio.
 
Dove sei, che cosa sei diventato?
Soltanto la polvere impalpabile
ricorda le tue fiammate,
e nella mano l'impronta
di fiore o di bruciatura.
Ti ritrovo alfine
sulla mia carta vuota,
e mi impegno a cantarti,
fuoco,
ora
davanti a me,
tranquillo
rimani mentre cerco
la lira negli angoli,
o la macchina
dai lampi neri
per fotografarti.
 
Infine sei
con me
non per distruggermi,
né perché io ti adoperi
per accendere la pipa,
ma perché ti tocchi,
ti lisci
la chioma e tutti
i tuoi fili pericolosi,
ti pulisca un poco, perché ti colpisca
per provocare
la tua reazione,
toro scarlatto.
Osa,
bruciami
ora,
entra
nel mio canto,
sali
per le mie vene,
esci
attraverso la mia bocca.
 
Ora
sai
che non puoi
con me:
io ti converto in canto,
io ti innalzo e ti abbasso,
ti imprigiono nelle mie sillabe,
ti incateno, ti metto
a fischiare,
ti sciolgo in gorgheggi,
come se fossi
un canarino ingabbiato.
 
Non venire
con la tua nota tunica
di uccello degli inferni.
Qui
sei condannato
a vita e a morte.
Se taccio
ti spegni.
Se canto
ti diffondi
e mi darai la luce di cui ho bisogno.
Di tutti
i miei amici,
di tutti
i miei nemici,
sei
il più difficile.
Tutti
ti portano legato,
demonio della borsa,
uragano nascosto,
in casse e in decreti.
Io no.
Io ti porto al mio fianco
e ti dico:
è ora
che mi mostri
ciò che sai fare.
Apriti, sciogliti
i capelli
arruffati,
sali a bruciare
le sommità del cielo.
 
Mostrami
il tuo corpo
verde e arancione,
alza
le tue bandiere,
ardi
sul mondo
o vicino a me, sereno
come un povero topazio,
guardami e dormi.
Sali le scale
col tuo piede numeroso.
Insidiami,
vivi,
perché ti lasci scritto,
perché canti
con le mie parole
a modo tuo,
ardendo.
 
 
 
Ode al Guatemala
 
Guatemala
oggi
ti
canto.
Senza ragione
senza scopo,
questa mattina
si destò
il tuo nome
impigliato
nella mia bocca,
verde, rugiada,
freschezza mattutina,
ricordai
le liane
che legano
con la loro cordicella silvestre
il tesoro sacro
della tua selva.
 
Ricordai sulle alture
gli alvei invisibili
delle tue acque,
sonora
turbolenza segreta,
corolle legate
al fogliame,
un uccello
come improvviso zaffiro,
il cielo traboccato,
pieno come una coppa
di pace e di trasparenza.
 
In alto
un lago
con un nome di pietra.
Il suo nome è Amatitlán.
Acque, acque del cielo
lo riempirono,
acque, acque di stelle
si unirono
nella profondità terrificante
del suo smeraldo oscuro.
Ai suoi margini
le tribù
del Mayab
sopravvivono.
 
Teneri, teneri
feticisti
del miele, segretari
degli astri,
vinti
vincitori
dell'enigma più antico.
 
Bello è vedere
lo splendore degli abiti
nei loro villaggi,
essi osarono
continuare ad indossare
tuniche splendenti,
ricami gialli,
calzoni scarlatti,
colori
dell'aurora.
Anticamente
i soldati
della Castiglia nera
seppellirono l'America,
e l'uomo
americano
perfino ora
indossa la giubba
del notaio estremegno,
la zimarra
di Loyola.
Spagna
inquisitiva,
purgativa,
rinfoderò i suoni
e i colori,
le stirpi d'America,
il polline, l'allegria,
e ci lasciò il suo vestito
di salmantino lutto,
la sua armatura
di stracci inesorabili.
 
Il colore sommerso
solamente in te sopravvive,
sopravvivono, radiosi,
i piumaggi,
sopravvive
la tua freschezza di brocca,
profondo
Guatemala,
non ti seppellì l'onda
successiva
della morte,
le invaditrici ali
straniere,
i panni funerari
non riuscirono
ad affogare la tua corolla
di fiore splendente.
 
A Quetzaltenango
vidi la moltitudine
fertile
del mercato,
i cesti
intrecciati con l'amore,
con antichi
dolori,
le tele
dai colori accesi,
razza rossa,
testate di anfore,
profili
di metallico giglio,
gravi sguardi, bianchi
sorrisi come voli
di garze sul fiume,
piedi del colore del rame,
gente
della terra,
indios
dignitosi come
i re delle carte da gioco.
 
Tanto
fumo cadde
sui loro visi, tanto
silenzio
che non parlarono
se non con il mais, con il tabacco,
con l'acqua,
stettero
minacciati di tirannia
perfino nei loro territori impervi
o sulla costa,
da invasori nord americani
che spianarono la terra,
portandosi via i frutti.
 
Ed ora
Arévalo sollevava
un pugno di terra
per loro,
soltanto un pugno
di polvere germinale, ed è questo,
soltanto questo il Guatemala,
un minuscolo
e fragrante
frammento della terra,
alcuni semi
per la sua povera gente,
un aratro
per i contadini.
E per ciò
quando Arbenz
decise di far giustizia,
e con la terra divise i fucili,
quando
i feudali proprietari
delle piantagioni di caffè
e gli avventurieri di Chicago
trovarono
nella casa del governo
non una marionetta dispotica,
ma un uomo,
allora
fu la furia,
i giornali
si riempirono
di comunicati:
il Guatemala bruciava.
 
Il Guatemala non bruciava.
In alto il lago
Amatitlán, quieto come lo sguardo
dei secoli,
verso il sole è la luna risplendeva,
il fiume Dolce
trasportava
le sue acque primordiali,
i pesci e gli uccelli,
la selva,
il suo respiro
dall'aroma originale dell'America,
i pini sulla vetta
mormoravano,
e il popolo semplice
come sabbia o farina
poté, per la prima volta,
faccia a faccia
conoscere la speranza.
 
Guatemala,
oggi ti canto,
oggi le sventure del passato
e la tua speranza io canto.
La tua bellezza canto.
Ma voglio
che il mio amore ti difenda.
Conosco
coloro che ti preparano una tomba
come quella che scavarono per Sandino.
Li conosco. Non aspettarti
pietà dai carnefici.
Oggi si preparano
uccidendo i pescatori,
assassinando i pesci delle isole.
 
Sono implacabili. Ma
tu, Guatemala, sei
un pugno ed una manciata
di polvere americana con semi,
una piccola manciata
di speranza.
Difendila, difendici,
noi
oggi soltanto con il mio canto,
domani con il mio popolo e con il mio canto
accorreremo
a dirti « siamo qui »,
piccolo paese fratello,
cuore fervido,
siamo qui disposti
a dissanguarci per
difenderti,
perché nell'ora oscura
tu fosti
l'onore, l'orgoglio,
la dignità d'America.
 
 
 
Ode al filo
 
Questo è il filo
della poesia.
I fatti come pecore
vanno carichi
di lana
nera
o bianca.
Chiamali e verranno
prodigiosi greggi,
eroi e minerali,
la rosa dell'amore,
la voce del fuoco,
tutto verrà al tuo fianco.
Hai in tuo potere
una montagna,
se ti metti
a traversarla a cavallo
ti crescerà la barba,
dormirai per terra,
avrai fame
e sulla montagna tutto
sarà ombra.
Non puoi farcela,
devi filarla,
prendi un filo,
innalzalo:
interminabile e puro
da tanti posti esce,
dalla neve,
dall'uomo,
è duro perché di tutti
i metalli è fatto,
è fragile perché il fumo
lo disegnò tremando,
così è il filo
della poesia.
Non devi
impigliarlo nuovamente,
confonderlo ancora
con il tempo e con la terra.
Al contrario,
è la tua corda,
collocalo nella tua cetra
e parlerà con la bocca
dei monti sonori,
intreccialo
e sarà rete
di nave,
sviluppalo,
caricalo di messaggi,
elettrizzalo,
consegnalo
al vento, alle intemperie,
che di nuovo, ordinato,
in una lunga linea
avvolga il mondo,
o meglio, infilalo,
fine fine,
senza trascurare il manto
elle fate.
 
Abbiamo bisogno di coperte
per tutto l'inverno.
Stanno venendo
i contadini,
portano
per il poeta
una gallina, soltanto
una povera gallina.
Che cosa darai loro tu,
che cosa darai loro?
Ora,
ora,
il filo,
il filo
che si trasformerà in abiti
per coloro che non hanno
che stracci,
reti
per i pescatori,
camicie
di colore
scarlatto
per i fochisti
e una bandiera
per tutti.
Fra gli uomini
fra i loro dolori
pesanti come pietre,
fra le loro vittorie
alate come api,
è li il filo
in mezzo
a ciò che sta accadendo
e a ciò che accadrà,
sotto
fra i carboni,
sulla
miseria,
con gli uomini,
con te,
con il tuo popolo,
a filo,
a filo
della poesia.
Non si tratta
di considerazioni:
sono ordini,
ti ordino,
con la cetra in braccio,
accompagnami.
Ci sono molte
orecchie che aspettano,
c'è
un terribile
cuore sotterrato,
è la nostra
famiglia, il nostro popolo.
Al filo!
Al filo!
Estraiamolo
dalla montagna oscura!
Trasmettiamo i lampi!
Scriviamo la bandiera!
Così è il filo
della poesia,
semplice, sacro, elettrico,
fragrante e necessario
e non finisce nelle nostre povere mani:
lo fa rivivere la luce di ogni giorno.
 
 
 
Ode all'uomo semplice
 
Ti racconterò in segreto
chi sono io,
così ad alta voce,
mi dirai chi sei,
voglio sapere chi sei,
quanto guadagni,
in quale azienda lavori,
in quale miniera,
in quale farmacia,
ho un dovere terribile,
cioè sapere,
sapere tutto,
giorno e notte sapere
come ti chiami,
è questo il mio compito,
conoscere una vita
non è abbastanza
né conoscere tutte le vite
è necessario,
vedrai,
bisogna sviscerare,
grattare a fondo
e come in una tela
le linee nascosero
con il colore, la trama
del tessuto
io cancello i colori
e cerco fino a trovare
il tessuto profondo,
così trovo pure
l'unità degli uomini,
e nel pane
cerco
più in là della forma:
mi piace il pane, lo mordo,
e allora
vedo il frumento,
i campi di grano vicini,
la verde forma della primavera,
le radici, l'acqua,
per questo
più in là del pane,
vedo la terra,
l'unità della terra,
l'acqua,
l'uomo
e così provo tutto
cercandoti
in tutto,
cammino, nuoto, navigo
fino ad incontrarti,
e allora ti domando
come ti chiami,
strada e numero,
perché tu riceva
le mie lettere,
perché io ti dica
chi sono e quanto guadagno,
dove abito,
e com'era mio padre.
Vedi che semplice sono,
che semplice sei,
non si tratta
di nulla di complicato,
lavoro con te,
tu vivi, vai e vieni
da un luogo all'altro,
è molto semplice:
sei la vita,
sei trasparente
come l'acqua,
e così sono io,
il mio dovere è questo:
essere trasparente,
ogni giorno
mi educo,
ogni giorno mi pettino
pensando come pensi,
e cammino
come tu cammini,
mangio come tu mangi,
tengo fra le mie braccio il mio amore
come tu la tua sposa,
e allora
quando questo è provato,
quando siamo uguali
scrivo,
scrivo con la tua vita e con la mia,
col tuo amore e con i miei,
con tutti i tuoi dolori
e allora
siamo già diversi
perché, la mia mano sulla tua spalla,
come vecchi amici
ti dico in un orecchio
non soffrire,
arriva già il giorno,
vieni,
vieni con me,
vieni
con tutti
coloro che ti assomigliano,
i più semplici,
vieni,
non soffrire,
vieni con me,
perché sebbene tu non lo sappia,
questo sì io lo so:
io so in che direzione andiamo,
ed è questa la parola:
non soffrire
perché vinceremo,
vinceremo noi
i più semplici,
vinceremo,
anche se tu non lo credi,
vinceremo.
 
 
 
Ode all'inquietudine
 
Madre inquietudine, bevvi ai tuoi seni
elettrizzato latte,
azione severa!
Non mi insegnò la luna
il movimento.
È l'inquietudine che sostiene
lo statico volo
della nave,
la scossa del motore decide
la morbidezza dell'ala
e il miele dormirà nella corolla
senza l'agitazione insigne dell'ape.
Non voglio sfuggire
a nessuna solitudine,
non voglio
che le mie parole leghino gli uomini.
Non voglio
mare senza marea, poesia
senza uomo,
pittura
disabitata, musica
senza vento!
Inquieta è la notte
e la sua bellezza,
tutto palpita sotto
le sue bandiere
e il sole
è acceso movimento,
raffica d'allegria!
nello stagno imputridiscono
le stelle,
e canta nella cascata
la purezza!
La ragione inquieta
inaugurò i mari,
e dal disordine fece
nascere l'edificio.
Non è immutabile
la città, né la tua vita
acquisì la materia della morte.
Viaggiatore, vieni con me.
Daremo
grandezza ai doni della terra:
Cambieremo la spiga.
Porteremo la luce al più remoto
Cuore castigato.
Io credo
che sotto l'inquieta primavera
il chiarore
del frutto
si consumi,
l'effluvio dell'aroma
si estenda,
il movimento lotti contro la morte.
Alla tua bocca arriverà così la dolcezza
dei frutti gloriosi,
la vittoria
della luce inquieta
che solleva le labbra della terra.
 
 
 
Ode all'inverno
 
Inverno, c'è qualcosa
fra noi,
colline sotto la pioggia,
galoppi
al vento,
finestre
in cui si accumulò la tua veste,
la tua camicia di ferro,
i tuoi pantaloni bagnati,
la tua cintura di pelle trasparente.
Inverno,
per altri
sei bruma
nei moli,
clamide clamorosa,
rosa bianca,
corolla di neve,
Per me. Inverno,
sei
un cavallo,
nebbia ti esce dal muso,
gocce di pioggia cadono
dalla tua coda,
elettrizzate raffiche
sono i tuoi crini,
galoppi
interminabilmente
spruzzando di fango
il passante,
guardiamo
e sei passato,
non ti vediamo la faccia,
non sappiamo
se sono acqua di mare
o cordigliera
i tuoi occhi, sei passato
come la chioma
di un lampo,
non rimase indenne un albero,
le foglie
si riunirono
sulla terra,
i nidi
rimasero come stracci
sulla vetta,
mentre tu galoppavi
nella luce moribonda del pianeta.
 
Ma sei freddo, Inverno,
e i tuoi grappoli
di neve nera e acqua
sul tetto
attraversano
le case
come aghi,
feriscono
come coltelli ossidati.
Nulla
ti ferma.
Cominciano
gli attacchi di tosse, escono i bambini
con scarpe bagnate,
nei letti la febbre
è come
la vela di una nave
che brucia,
la città dei poveri
che naviga verso la morte,
la miniera
scivolosa,
la lotta del vento.
 
Da allora,
Inverno, io conosco
la tua bucherellata veste
ed il sibilo
búccina fra le araucarie
quando chiami
e piangi,
raffica nella pioggia pazza,
fragore di tuono
o cuore di neve.
 
L'uomo
sulla sabbia s'ingigantì,
si coprì di intemperie,
il sale ed il sole vestirono
di seta spruzzata
il corpo della nuova nuotatrice.
Ma
quando viene l'inverno
l'uomo
diventa un piccolo gomitolo
che cammina
con funebre ombrello,
si copre
di ali impermeabili,
si inumidisce
e si mollifica
come una mollica di pane, accorre
nelle chiese,
o legge stupidaggini listate a lutto.
Frattanto,
in alto,
fra i roveri,
sulla testa dei nevai,
sulla costa,
tu regni
con la tua spada,
con il tuo violino gelato,
con le piume che cadono
dal tuo petto indomito.
 
Un giorno
ci riconosceremo
quando
la grandezza
della tua bellezza
non cadrà
sull'uomo,
quando
non perforerai più
il soffitto
di mio fratello,
quando
potrò accorrere alla più alta
bianchezza del tuo spazio
senza che tu possa mordermi,
passerò a salutare
la tua monarchia sfrenata,
Mi toglierò il cappello
sotto la stessa pioggia
della mia infanzia
perché sarò sicuro
delle tue acque;
esse lavano il mondo,
si portano via le carte,
triturano la piccola
sporcizia dei giorni,
lavano,
lavano le tue acque
il viso della terra
e scendono fino in fondo
dove
la primavera
dorme.
Tu la scuoti, ferisci
le sue gambe trasparenti,
la svegli, la bagni,
comincia a lavorare,
scopa le foglie morte,
riunisce la sua fragrante
mercanzia,
sale le scale
degli alberi
e d'improvviso la vediamo
sulla vetta
con il suo nuovo vestito
e i suoi antichi occhi
verdi.
 
 
 
Ode al chimico
 
C'è un uomo
nascosto
guarda
con un solo occhio
di ciclope efficiente,
sono minuscole cose,
sangue,
gocce di acqua,
guarda
e scrive o racconta,
lì nella goccia
circola l'universo,
la via lattea trema
come un piccolo fiume,
guarda
l'uomo
e annota,
nel sangue
minimi punti rossi,
mobili
pianeti
o invasioni
di favolosi reggimenti bianchi,
l'uomo
con il suo occhio
annota,
scrive
lì rinchiuso
il vulcano della vita,
lo sperma
con la sua titillazione di firmamento,
come appare
il rapido tesoro
tremante,
i piccoli semi dell'uomo,
poi
nel suo circolo pallido
una goccia
di urina
mostra paesi d'ambra
o nella tua carne
montagne di ametista,
tremanti praterie,
costellazioni verdi,
ma
egli annota, scrive,
scopre
una minaccia,
un punto
diviso,
un nimbo nero,
lo identifica, trova
il suo prontuario,
non può più scappare,
improvvisamente
nel tuo corpo ci sarà la caccia,
la battaglia
che incominciò nell'occhio
del laboratorista:
sarà di notte, vicino
alla madre la morte,
vicino al bambino le ali
dell'invisibile paura,
la battaglia nella ferita,
tutto
incominciò
con l'uomo
e il suo occhio
che cercava
nel cielo
del sangue
una stella maligna.
Lì col camice bianco
continua
a cercare
il segno,
il numero,
il colore
della morte
o della vita,
decifrando
la tessitura
del dolore, scoprendo
l'insegna della febbre
o il primo sintomo
della crescita umana.
 
Poi
lo scopritore
sconosciuto,
l'uomo
che viaggiò per le tue vene
o denunciò
un viaggiatore mascherato
a Sud o a Nord
delle tue viscere,
il temibile
uomo con un occhio
stacca il cappello,
se lo mette,
accende una sigaretta
ed esce in strada,
si muove, si allontana
si distribuisce sulle strade,
si unisce allo spessore degli uomini,
e scompare infine
come il dragone
il minuto e circolante mostro
che rimase dimenticato in una goccia
nel laboratorio.
 
 
 
Ode a Leningrado
 
Dolce la tua pietra pura,
ampio il tuo cielo bianco,
bella
rosa grigio, spaziosa
Leningrado,
con che tranquillità
posi nella tua antica terra
le mie scarpe,
da un'altra terra
venivano,
dalla vergine America,
i miei piedi avevano calpestato
fango di sorgenti
sulla vetta,
fragranze indicibili
nella grande cordigliera
della mia patria,
avevano
toccato le mie scarpe,
altra neve,
le raffiche
delle Ande irsute
e ora,
Leningrado,
la tua neve,
la tua illustre
ombra bianca,
il fiume con le sue gradinate sommerse
nella corrente bianca,
la luce come un ramo di pesco
che ti da la sua bianchezza,
o nave,
nave bianca,
che naviga nell'inverno,
quante cose
vissero,
si mossero
con me
quando fra il tuo sartiame
e le tue vele di pietra
andai,
quando calpestai le strade
che conobbi sui libri,
mi saturò l'essenza
della nebbia e dei mari,
il giovane Puskin
mi prese per mano
con la sua mano inguantata
e nei solenni edifici
del passato,
negli alveari
della nuova vita,
entrò il mio cuore
americano
battendo con rispetto
ed allegria,
ascoltando l'eco
dei miei passi
come se si svegliassero
esistenze
che dormivano avvolte nella neve
e d'improvviso venissero
a camminare con me
pestando forte nel silenzio
come sulle tavole di una nave.
 
Quante
antiche notti,
là lontano:
il mio libro
la pioggia
dal cielo dell'isola,
nel Chiloé marino,
e ora
la stessa
ombra bianca
che mi accompagna,
Netochka Nezvanova,
la Perspectiva Nevsky,
vasta, dormiente,
un coro affogato
ed un violino perduto.
Antico tempo, antico
dolore bianco,
terribili esseri di un'altra
città, che qui vivevano,
tormenti dissanguati,
pallida
rosa
di nebbia e di neve,
Netochka Nezvanova,
un insensato movimento
nella nebbia,
nella neve,
interrotte
sofferenze,
le vite
come pozzi,
l'anima,
l'anima,
fangaia
di pesci ciechi,
l'anima,
lago
di alcoli addormentati,
d'improvviso
impazzite
finestre
deliranti
nella notte,
suonate
di una sola corda
che si avvolgono
alla coda
del diavolo,
crimini
a lungo contati
e contati.
 
Onore all'alba fredda!
Il mondo è cambiato!
È notte,
chiara
solitudine notturna,
domani
il giorno
si popolerà di canti
e di volti accesi,
di esseri
che navigano
sulla nave
della nuova
allegria,
di mani che colpiscono
le ardenti officine,
di camici che aumentano
la luce bianca,
di affari divisi
come i pani d'oro
da scuole unanimi,
è questo,
ora
gli esseri solitari
dei libri
vengono ad accompagnarmi
ma
la solitudine non viene,
non esiste,
ardono
nella corolla
della vita,
vivono
la organizzata
dignità
del lavoro,
l'antica angustia
perse le sue foglie
come un albero che il vento
inclinò, scacciando
la tormenta,
ora
il cavallo di bronzo,
il cavaliere,
non sono sul punto di intraprendere il viaggio,
ritornano,
il Neva non se ne va,
sta arrivando
con notizie d'oro,
con sillabe d'argento.
Se ne andarono
gli antichi
personaggi
affondati
nella nebbia,
provvisti di elevati
cappelli di fumo,
le donne
scolpite sulla neve
piangendo in un fazzoletto
sul fiume,
emigrarono,
cadettero dai libri
e corsero
gli studenti pazzi
che aspettavano
con un'ascia in mano
alla porta
di una anziana,
quel mondo
di frenetici pope
e di risate morte nella coppa,
slitte
che rubavano l'innocenza,
sangue e lupi oscuri sulla neve,
tutto quello
cadde dai libri,
fuggì dalla vita
come un maligno sogno,
ora
le cupole sfilano
l'anello
della luna crescente,
ed un'altra volta una notte
chiarissima
naviga
insieme alla città,
sollevarono
le due pesanti ancore
nei portoni dell'Ammiragliato,
naviga Leningrado,
quelle ombre
si dispersero, fredde,
spaventate,
quando sulla scalinata
del Palazzo d'Inverno
salì la Storia
con i piedi del popolo.
Più tardi in città
arrivò la guerra,
la guerra con i suoi denti
che sgretolavano
la bellezza antica,
ghiottona,
che mangiavano una torta
di pietra grigia e di neve
e sangue,
la guerra
fischiando fra i muri,
portandosi via gli uomini,
spiando i figli,
la guerra
con il suo sacco vuoto
e il suo tamburo terribile,
la guerra
con i suoi vetri infranti
e la morte
sul letto,
rigida sotto il freddo.
Ed il coraggio alto,
più alto di un abete,
rotondo
come le gravi cupole,
eretto
come
le serene colonne,
la resistenza
grave
come la simmetria
della pietra,
il coraggio
come una fiamma viva
in mezzo
alla neve
una fiammata
indomita,
a Leningrado
il cuore
sovietico.
E oggi tutto vive
e dorme,
la notte
di Leningrado copre
non soltanto
i palazzi,
le cancellate,
le cornici platoniche,
lo splendore antico,
non soltanto
i motori
e le innumerevoli
case fresche,
la vita
giusta e ampia
la costruzione del mondo,
la notte, ombra chiara
si unì alla antica notte,
come il giorno,
come l'odore dell'acqua,
Pietro il Gigante e Lenin
il Gigante
diventarono
unità,
il tempo
fece una rosa,
una torre invincibile.
Odora
di fuoco
sepolto,
di fiore infrangibile,
circola per le strade
vivo sangue senza tempo
ciò che fu
e ciò che sarà
si unirono
nella rosa spaziosa,
e naviga
la nave,
profuma
la torre grigia del Nord,
ampia e celeste, ferma
nel suo regno di neve,
popolata non da ombre
ma dalla grandezza
del suo sangue,
coronata
dal rumore marino
della sua Storia,
brillando con orgoglio, preparata
con tutta la sua bellezza
come un salotto illustre
per le riunioni del suo popolo.
 
 
 
Ode al libro (I)
 
Libro, quando ti chiudo
apro la vita.
Ascolto
intermittenti grida
nei porti.
I lingotti di rame
attraversano gli arenili,
scendono a Tocopilla.
È notte.
Fra le isole
il nostro oceano
palpita con i pesci.
Tocca i piedi, le cosce,
le costole calcaree
della mia patria.
Tutta la notte batte sulle sue rive
e con la luce del giorno
si sveglia cantando
come se si svegliasse una chitarra.
 
Mi chiama il battito
dell'oceano. Mi
chiama il vento,
e Rodríguez mi chiama,
José Antonio,
ricevetti un telegramma
dal sindacato « Miniera »
ed ella, colei che amo,
(non vi dirò il suo nome)
mi aspetta a Bucalemu.
 
Libro, tu non hai potuto
incartarmi,
non mi riempisti
di tipografia,
di impressioni celesti,
non potesti
rilegare i miei occhi,
esco da te per popolare gli albereti
con la rauca famiglia del mio canto,
per lavorare metalli accesi
o per mangiare carne arrostita
vicino al fuoco sui monti.
Amo i libri
esploratori,
libri con boschi e neve,
profondità o cielo,
ma
odio
il libro ragno
dove il pensiero
intessé un filo velenoso
Perché vi si impigliasse
la giovanile e circondante mosca.
Libro, lasciami libero.
Non voglio andar vestito
da volume,
non vengo da un libro,
le mie poesie
non hanno mangiato poesie,
divorano
appassionati avvenimenti,
si nutrono di intemperie,
estraggono alimento
dalla terra e dagli uomini.
Libro, lasciami camminare per le strade
con la polvere sulle scarpe
e senza mitologia:
ritorna alla tua biblioteca,
io me ne vado per le strade.
Ho imparato la vita
dalla vita,
l'amore lo appresi da un solo bacio,
e non potei insegnare nulla a nessuno
se non ciò che ho vissuto,
ciò che ebbi in comune con altri uomini,
ciò per cui lottai con loro:
ciò che di tutti espressi nel mio canto.
 
 
 
Ode al libro (II)
 
Libro
bello,
libro,
minimo bosco,
foglia
dopo foglia,
odora
la tua carta
di elemento,
sei
mattutino e notturno,
cereale,
oceanico,
nelle tue antiche pagine
cacciatori di ossa,
falò
vicino al Mississippi,
canoe
sulle isole,
più tardi
strade
e strade,
rivelazioni,
popoli
insorgenti,
Rimbaud come un ferito
pesce sanguinante
che palpita nella melma
e la bellezza
della fratellanza,
pietra su pietra
sale il castello umano,
dolori che intrecciano
la fermezza,
azioni solidali,
libro
nascosto
di tasca
in tasca,
lampada
clandestina,
stella rossa.
Noi
poeti
erranti
esploriamo
il mondo
ad ogni porta
ci ricevette la vita,
partecipiamo
alla lotta terrestre.
Quale fu la nostra vittoria?
Un libro,
un libro pieno
di contatti umani,
di camicie,
un libro
senza solitudine, con uomini
ed utensili,
un libro
è la vittoria.
Vive e cade
come tutti i frutti,
non ha soltanto luce,
non ha soltanto
ombra,
ma si spegne,
si spoglia,
si perde
fra le strade,
crolla a terra.
Libro di poesia
del domani,
torna
ancora
ad avere neve o muschio
nelle tue pagine
perché le impronte
o gli occhi
lascino
tracce:
descrivici
di nuovo il mondo,
le sorgenti
nei folti boschi,
gli alti albereti,
i pianeti
polari,
e l'uomo
sui cammini,
sui nuovi cammini,
che avanza
nella selva,
nell'acqua,
nel cielo,
nella nuda solitudine marina,
l'uomo
che scopre
gli ultimi segreti,
l'uomo
che ritorna
con un libro,
il cacciatore che ritorna
con un libro,
il contadino
che ara
con un libro.
 
 
 
Ode alla pioggia
 
È ritornata la pioggia.
E non è venuta dal cielo
o dall'Ovest.
È ritornata dalla mia infanzia.
S'è aperta la notte, un tuono
l'ha commossa, il suono
ha cancellato le solitudini,
ed allora
e arrivata la pioggia,
e ritornata la pioggia
dalla mia infanzia,
dapprima
con una raffica
collerica,
poi
come la coda
bagnata
di un pianeta,
la pioggia
tic tac mille volte tic
tac mille
volte una slitta,
un martellare ampio
di petali oscuri
nella notte,
improvvisamente
intensa
crivellando
di aghi
il fogliame,
altre volte
un manto
tempestoso
cadente
nel silenzio,
la pioggia,
mare che viene da sopra
rosa fresca,
nuda,
voce del cielo,
violino nero,
bellezza,
ti amo
sin da quando ero bambino,
non perché tu sia buona,
ma per la tua bellezza.
Camminai
con le scarpe rotte
mentre i fili
del cielo straripato
si scioglievano sulla
mia testa,
portavano
a me e alle radici
le comunicazioni
dell'altezza,
l'ossigeno umido,
la libertà del bosco.
Conosco
i tuoi eccessi,
il buco
nel tetto
cadente,
il suo contagocce
nelle abitazioni
dei poveri:
lì smascheri
la tua bellezza,
sei ostile
come una
celeste
armatura,
come un pugnale di vetro
trasparente,
ti conobbi davvero.
Tuttavia,
continuai
ad essere
innamorato
tuo,
nella notte
chiudendo lo sguardo
aspettai che cadessi
sul mondo,
aspettai che cantassi
soltanto per le mie orecchie,
perché il mio cuore custodiva ogni
germe terrestre
ed in esso si precipitano i metalli
e cresce il grano.
L'amarti, però,
mi lasciò in bocca
un sapore amaro,
sapore amaro di rimorso.
Ieri notte solamente
qui a Santiago
le popolazioni
della Nuova Lega
si sgretolarono,
le fungaie
di abitazioni,
accatastati
frammenti di ignominia,
al peso del tuo passo
caddero,
i bambini
piangevano nel fango
e lì giorni e giorni
sui letti bagnati,
sedie rotte,
le donne,
il fuoco, le cucine,
mentre tu, pioggia nera,
nemica,
continuavi a cadere
sulle nostre disgrazie.
Io credo
che un giorno,
che annoteremo sul calendario,
avranno un tetto sicuro,
un tetto solido,
gli uomini che staranno a sognare,
tutti
coloro che staranno a dormire,
e quando di notte
la pioggia
ritornerà
dalla mia infanzia,
canterà nelle orecchie
di altri bambini
e allegro
sarà il canto
della pioggia sul mondo,
e sarà anche lavoratrice,
proletaria,
occupatissima
a fertilizzare monti
e praterie,
a dar forza ai fiumi,
ad adornare
lo smorto ruscello
perduto sulla montagna,
a lavorare
nel gelo
dei nevai
battuti dalle tormente,
a correre sulla groppa
dei bestiame,
a dar coraggio al germe
primaverile del grano,
a lavare le mandorle
nascoste,
a lavorare
con forza
e con delicatezza fuggitiva,
con mani e con fili
nei preparativi della terra.
 
Pioggia
di ieri,
oh, triste
pioggia
di Loncoche e Temuco!
Canta,
canta,
canta sui tetti
e sulle foglie,
canta nel vento freddo,
canta nel mio cuore, sulla mia fiducia,
sul mio tetto, nelle mie vene,
nella mia vita,
non mi fai più paura,
scivola
verso la terra
cantando con il tuo canto
e con il mio canto,
perché entrambi
lavoriamo sui semi
e dividiamo
il dovere cantando.
 
 
 
Ode al legno
 
Di quanto conosco
e riconosco
fra tutte le cose
è il legno
il mio migliore amico.
Io porto per il mondo
nel mio corpo, nei miei vestiti,
l'aroma
della segheria,
odore di tavola rossa.
Il mio petto, i miei sensi
si impregnarono
nella mia infanzia
di alberi che cadevano,
di grandi boschi pieni
di costruzione futura.
Udii flagellare
il gigantesco
larice,
l'alloro alto quaranta metri.
L'ascia ed il corpo
del boscaiolo minuscolo
d'improvviso becchettano
la sua colonna arrogante,
l'uomo vince e cade
la colonna d'aroma,
trema la terra, un tuono
sordo, un singhiozzo nero
di radici, ed allora
un'onda
di odori forestali
inondò i miei sensi.
Fu durante la mia infanzia, sulla
umida terra, lontano,
nelle selve del sud,
nei fragranti, verdi
arcipelaghi,
con me
nacquero travi,
addormentate,
robuste come il ferro,
tavole
sottili e sonore.
La montagna cigolava
cantando
i suoi amori di acciaio,
ululava il filo acuto,
il lamento metallico
della montagna che taglia
il pane del bosco
come una madre al momento del parto,
e dava alla luce in mezzo
alla luce
e alla selva
squarciando le viscere
della natura,
partorendo
castelli di legname,
abitazioni per l'uomo,
scuole, bare,
tavole e manici di ascia.
Tutto
lì nel bosco
dormiva
sotto le foglie bagnate
quando
un uomo
incomincia,
torcendo i fianchi
e alzando l'ascia,
a beccucchiare la pura
solennità dell'albero
e questo
cade,
tuono e fragranza cadono
perché da essi nasca
la costruzione, la forma,
l'edificio,
dalle mani dell'uomo.
Ti conosco, ti amo,
ti vidi nascere, legno.
Per questo
se ti tocco
mi rispondi
come un corpo amato,
mi mostri
i tuoi occhi e le tue fibre,
i tuoi nodi, i tuoi nei,
le tue venature
come immobili fiumi.
Io so
ciò che essi
cantarono
con la voce del vento,
ascolto
la notte tempestosa,
il galoppo
del cavallo nella selva,
ti tocco e ti apri
come una rosa secca
che risuscita soltanto per me
offrendomi
l'aroma e il fuoco
che sembravano morti.
Sotto
la pittura sordida
indovino i tuoi pori,
affogata mi chiami
e ti ascolto,
sento
scuotersi
gli alberi
che ombreggiarono la mia infanzia,
vedo
uscir da te,
come un volo di oceano
e di colombe,
le ali dei libri,
la carta
di domani,
per l'uomo
la carta pura per l'uomo puro,
che esisterà domani
e che oggi sta nascendo
con un rumore di montagna
con una lacerazione
di luce, suono e sangue.
È la segheria
del tempo,
cade
la selva oscura, oscuro
nasce
l'uomo,
cadono le foglie nere
e ci opprime il tuono,
parlano all'unisono
la morte e la vita,
come un violino si innalza
il canto o il lamento
della montagna nel bosco,
e così nasce e comincia
il legno
a percorrere il mondo
fino ad essere costruttore silenzioso
tagliato e perforato dal ferro,
fino a soffrire e a proteggere
costruendo
l'abitazione
dove ogni giurno
si incontreranno l'uomo, la donna
e la vita.
 
 
 
Ode alla « malvenuta »
 
Pianta dei mio paese, rosa di terra
stella rampicante,
pruno nero,
petalo di luna nell'oceano
che amai con le sue disgrazie e le sue onde,
con i suoi pugnali e le sue insenature,
papavero
eretto,
garofano di madreperla nera,
perché
quando la mia coppa
traboccò e quando
il mio cuore cambiò dal lutto al fuoco,
quando non ebbi per te, da offrirti,
ciò che per tutta In vita ti aspettava,
allora
tu arrivasti,
quando lettere brucianti
ardevano nella mia fronte,
perché la linea pura
del tuo nuziale contorno
arrivò come un anello
che gira intorno alla terra?
Non avresti dovuto
di tutte e di tutte
arrivare alla mia finestra
come un gelsomino tardivo.
Non eri, oh fiamma oscura,
colei che avrebbe dovuto toccarmi
e salire con il mio sangue
fino alla mia bocca.
Che posso
risponderei ora?
Consumati,
non aspettare,
non c'è attesa
per le tue labbra di pietra notturna.
Consumati,
tu nella tua fiamma,
io nel mio fuoco,
e amami
per l'amore che non potè aspettarti,
amami in ciò che tu ed io
abbiamo di pietra o di pianta:
continueremo a vivere
di ciò che non ci demmo:
della spalla su cui non potè chinarsi una rosa,
di un fiore che la sua stessa scottatura illumina.
 
 
 
Ode al mare
 
Qui nell'isola
il mare
e quanto mare
esce da sé stesso
in ogni momento,
dice di sì, di no,
di no, di no, di no,
dice di sì nell'azzurro,
nella spuma, nel galoppo,
dice di no, di no.
Non può stare tranquillo,
mi chiamo mare, ripete
battendo su una pietra
senza ottenere di convincerla,
allora
con sette lingue verdi
di sette cani verdi,
di sette tigri verdi,
di sette mari verdi,
la percorre, la bacia,
la inumidisce
e si colpisce il petto
ripetendo il suo nome.
Oh mare, così ti chiami,
uh compagno oceano,
non perdere tempo ed acqua,
non scuoterti tanto,
aiutaci,
siamo i piccoli
pescatori,
gli uomini della riva,
abbiamo freddo e fame,
sei il nostro nemico,
non colpire così forte,
non gridare a questo modo,
apri la tua cassa verde
ed offri a tutti noi,
tra le mani
il tuo regalo d'argento;
il pesce di ogni giorno.
 
Qui in ogni casa
lo amiamo
e benché fatto d'argento,
di cristallo o di luna,
nacque per le povere
cucine della terra.
Non custodirlo,
avaro,
mentre scivola freddo come
lampo bagnato
sono le tue onde.
Vieni, ora,
apriti
e lascialo
vicino alle nostre mani,
aiutaci, oceano,
padre verde e profondo,
a dar termine un giorno
alla povertà terrestre.
Lasciaci
raccogliere i frutti dell'infinita
piantagione delle tue vite,
Ì tuoi frumenti e le tue uve,
i tuoi buoi, i tuoi metalli,
Io splendore bagnato
e il frutto sommerso.
 
Padre mare, sappiamo già
come ti chiami, tutti
i gabbiani diffondono
il tuo nome sulle spiagge:
ora, comportati bene,
non scuotere i tuoi crini,
non minacciare nessuno,
non rompere contro il cielo
la tua bella dentatura,
tralascia per un momento
le gloriose storie,
dà ad ogni uomo,
ad ogni
donna e ad ogni bambino,
un pesce grande o piccolo
ogni giorno.
Và per tutte le strade
del mondo
a distribuire pesci
ed allora
grida,
grida
perché ti odano tutti
i poveri che lavorano
e dicano,
affacciandosi all'imboccatura
della miniera:
« Ecco che viene il vecchio mare
a distribuire pesci ».
Poi torneranno giù,
nelle tenebre,
sorridendo, e per le strade
e per i boschi
sorrideranno gli uomini
e la terra
con sorriso marino.
 
Ma
se così non vuoi,
se non ne hai voglia,
aspetta,
aspettaci,
dovremo provvedere,
per prima cosa
regoleremo i problemi
dell'umanità,
dapprima i più grandi,
quindi tutti gli altri,
ed allora
entreremo in te,
taglieremo le onde
con un coltello di fuoco,
su di un cavallo elettrico
salteremo la spuma,
cantando
ci immergeremo
fino a toccare il fondo
delle tue viscere,
un filo atomico
terrà a bada i tuoi fianchi,
pianteremo
nel tuo giardino profondo
alberi
di cemento e d'acciaio,
ti legheremo
mani e piedi,
sopra la tua pelle gli uomini
passeggeranno sputando,
togliendoti grappoli,
costruendo armature,
montando sulla tua groppa per domarti
e per dominarti l'anima.
Ma questo accadrà quando
noi uomini
avremo regolato
il nostro problema,
il grande,
il grande problema.
Tutto regoleremo
poco a poco:
ti obbligheremo, mare,
ti obbligheremo, terra,
a far miracoli,
perché in noi stessi,
nella lotta,
sta il pesce, sta il pane,
sta il miracolo.
 
 
 
Ode a guardare uccelli
 
Ora
cerchiamo gli uccelli!
Gli alti rami ferrei
nel bosco,
la spessa
fecondità del suolo,
è bagnato
il mondo,
brilla
pioggia o rugiada, un astro
minuto
sulle foglie:
fresca
è la mattutina
terra madre,
l'aria
è come un fiume
che scuote
il silenzio,
odora di rosmarino,
di spazio
e di radici.
In alto
un canto pazzo,
una cascata,
è un uccello.
Come possono
da una gola
più piccola di un dito
cadere le acque
del suo canto?
 
Facoltà luminosa!
Potere
invisibile,
torrente
di musica
sulle foglie,
conversazione sacra!
 
Pulito, lavato, fresco
è questo giorno,
sonoro
come cetra verde,
io seppellisco
le scarpe
nel fango,
salto le sorgenti,
una spina
mi morde e una raffica
d'aria come un'onda
cristallina
si divide nel mio petto.
Dove
sono gli uccelli?
Fu forse
codesto
sussurro nel fogliame
o codesta fugace sfera
di grigio velluto,
o codesto spostamento
di profumo? Codesta foglia
staccatasi dalla cannella
fu un uccello?
Furono forse un volo
codesta polvere
di magnolia irritata
o codesta frutta
che cadde risuonando?
Oh piccoli cretini
invisibili,
uccelli del demonio,
andate
al diavolo
con il vostro sonaglio,
con le vostre piume inutili!
Io che soltanto volevo
accarezzarli,
vederli risplendere,
non voglio
nella vetrina
vedere i lampi imbalsamati,
voglio vederli vivi,
voglio toccare i loro guanti
di vera pelle
che non dimenticano mai sui rami,
e conversare con loro
tenendoli sulle spalle,
anche se, come accade alle statue, mi lasciano
immeritatamente imbiancato,
Impossibile.
Non si toccano,
si odono
come un celeste
sussurro o movimento,
conversano
con precisione,
ripetono
le loro osservazioni,
si vantano
di quanto fanno,
commentano
quanto esiste,
dominano
certe scienze
come l'idrografia
e sanno con esattezza
dove stanno raccogliendo
cereali.
 
Orbene,
uccelli
invisibili
della selva, del bosco,
del pergolato,
uccelli dell'acacia
e della quercia,
uccelli
pazzi, innamorati,
sorprendenti,
cantanti
vanitosi,
musicanti migratori,
un'ultima
parola
prima
di tornare
con le scarpe bagnate, le spine
e le foglie secche
a casa mia:
vagabondi,
vi amo
liberi,
lontani dallo schioppo e dalla gabbia,
corolle
fuggitive,
così
vi amo,
inafferrabili,
solidale e sonora
società dell'altezza,
foglie
in libertà,
campioni
dell'aria,
petali
del fumo,
liberi
allegri
volatori e cantatori,
aerei o terrestri,
navigatori del vento,
felici
costruttori
di morbidissimi nidi,
incessanti
messaggeri del polline,
pronubi
del fiore, zii
del seme,
vi amo,
ingrati:
ritorno
felice per aver vissuto con voi
un minuto
nel vento.
 
 
 
Ode al mormorio
 
Versi d'amore, di lutto,
di collera o di luna,
mi attribuiscono:
di quelli che con sofferenze,
mele ed allegria,
vado componendo,
dicono che non son miei,
che mostrano l'influenza
di Pitiney, di Papo,
di Sodostes.
Che posso farci!
La vita
mi ha posto nella mano
una colomba
ed un'altra.
Appresi a volare
e insegnai
volando.
Dal cielo celeste
compresi i doveri
della terra,
vidi più grandi i fatti
degli uomini
che il volo
accanito
degli uccelli.
Amai la terra, posi
nel mio cuore la trasparenza
dell'acqua che cammina,
costruii
col fango e col vento il vaso
del mio costante canto,
e allora
per villaggi,
case,
porti
e miniere,
andai conquistando una famiglia umana,
resistetti con i poveri
alla povertà,
vissi con i miei fratelli.
 
Allora
ogni attacco di onda nera,
ogni
pesante
zampata della vita
contro le mie povere ossa
furono sonoro suono di campana,
e diventai campanaro,
campanaro
della terra
e degli uomini.
Ora
sono campanaro,
mi afferro
con l'anima
alle corde,
trema
la terra
come il mio cuore nel suono,
salgo, percorro monti,
scendo,
diffondo
l'allarme, l'allegria,
la speranza.
 
Perché
quando
sono stanco,
quando dormo,
quando esco a bere con i miei amici
il vino
delle terre che amo e che difendo,
perché
mi perseguiti, infuriato,
con una pietra
con una
mascella d'asino
vuoi impaurirmi,
se nessuno
potè
prima
fare in modo che tacessi?
Credi tu
che mettendo sulla strada
una sdrucciolevole
buccia di mela
o la tua remota
produzione di saliva
potrai
por termine al mio canto di campana
e alla mia vocazione, di campanaro?
È ora
che ci comprendiamo:
va a letto presto,
preoccupati
che il tuo sarto sia pagato
da tua madre o da tuo cognato,
lasciami
salire alla campana per la scalinata:
arde il sole nel freddo,
è ancora caldo
il pane
nelle locande,
la terra è fragrante,
è l'alba,
ed io, con la mia campana,
con il mio canto,
mi sveglio e ti sveglio.
Questo è il mio compito
- anche se non li garba -,
svegliare
te e quelli che dormono,
convincere
il notturno
che s'è fatto giorno,
e ciò
è semplice
da fare,
così gradevole come
distribuire pani sulla via pubblica,
e perfino io posso farlo,
cantando come canto,
sono come l'acqua che cammina,
e come un campanaro,
inesorabile.
 
 
 
Ode alla notte
 
Dietro
al giorno,
ad ogni pietra e albero
dietro ad ogni libro,
notte,
galoppi e lavori,
o riposi,
aspettando
fino a che le tue radici nascoste
sviluppino il tuo fiore ed il tuo fogliame.
Come
una bandiera
ti agiti nel cielo
fino a riempire non soltanto
i monti e i mari,
ma le più piccole cavità,
gli occhi
ferrei del contadino Stanco,
il corallo nero
delle bocche umane
consegnate al sonno.
Libera corri
sul corso selvaggio
dei fiumi,
segreti sentieri ricopri, notte,
profondità di amori costellati
da corpi nudi,
crimini che saltano
con un grido d'ombra,
mentre i treni
corrono, i fochisti
gettano carbone notturno sul fuoco rosso,
l'affaccendato impiegato di statistica
si è messo in un bosco
di foglie pietrificate,
il fornaio impasta
la bianchezza.
Anche la notte dorme
come un cavallo cieco.
Piove
da Nord a Sud,
sui grandi
alberi della mia patria,
sui tetti
di metallo corrugato,
risuona
il canto della notte,
pioggia e oscurità sono i metalli
della spada che canta,
e stelle o gelsomini
vigilano
dall'altura nera,
segnali
che poco a poco
con lentezza di secoli
capiremo.
Notte,
notte mia,
notte di tutti,
hai qualcosa
dentro di te, rotonda
come un bambino
che nascerà, come un
seme
che s'apre,
è il miracolo,
è il giorno.
Sei più bella
perché alimenti con il tuo sangue oscuro
il papavero che nasce,
perché lavori con gli occhi chiusi
perché si aprano gli occhi,
perché canti l'acqua,
perché risuscitino
le nostre vite.
 
 
 
Ode ai numeri
 
Che sete
di sapere quanto!
Che fame
di sapere
quante
stelle ha il cielo!
 
Passiamo
l'infanzia
contando pietre, piante,
dita, spiagge, denti,
la giovinezza contando
petali, chiome.
Contiamo
i colori, gli anni,
le vite e i baci,
in campagna
i buoi, al mare
le onde. Le navi
divennero cifre che venivano fecondate.
I numeri partorivano.
Le città
erano mille, milioni,
il frumento centinaia
di unità che dentro
avevano altri numeri piccoli,
più piccoli di un grano.
Il tempo divenne numero.
La luce fu numerata
e per quanto corresse con il suono
la sua velocità fu un 37.
Ci circondavano i numeri.
Chiudevamo la porta,
di notte, stanchi,
arrivava un 800,
di sotto,
fino ad entrare con noi nel letto,
e nel sonno
i 4000 e i 77
a colpirci la fronte
con i loro martelli e le loro pinze.
I 5
a unirsi
fino ad entrare nel mare o nel delirio,
fino a che il sole ci saluta con il suo zero
ed andiamo correndo
in ufficio,
in officina,
in fabbrica
per cominciare nuovamente l'infinito
numero 1 di ogni giorno.
 
Avemmo, uomo, tempo
perché la nostra sete
si saziasse,
l'ancestrale desiderio
di enumerare le cose
e sommarle,
di ridurle fino
a farle polvere,
arenili di numeri,
Ci mettemmo
ad incartare il mondo
con numeri e nomi,
ma
le cose esistevano,
ruggivano
dal numero,
impazzivano nelle loro quantità,
evaporavano
lasciando
il loro odore o il loro ricordo
e rimanevano i numeri vuoti.
Per questo,
per te
desidero le cose.
I numeri
vadano in carcere,
si muovano
in colonne chiuse
procreando
fino a darci la somma
della totalità dell'infinito.
Per te voglio soltanto
che quei
numeri del cammino
ti difendano
e che tu li difenda.
La cifra settimanale dei tuo salario
cresca fino a coprire il tuo petto.
E dal numero due nel quale si allacciano
il tuo corpo e quello della donna amata
escano gli occhi pari dei tuoi figli
per contare ancora una volta
te antiche stelle
e le innumerevoli
spighe
che riempiranno la terra trasformata.
 
 
 
Ode all'autunno
 
Ah, quanto tempo
terra
senza autunno,
come
si poté vivere!
Ah, che oppressiva
naiade
la primavera che mostra
i suoi scandalosi
capezzoli
a tutti
gli alberi del mondo,
e poi
l'estate,
frumento,
frumento,
intermittenti
grilli,
cicale,
sudore sfrenato.
Allora
l'aria
porta nel mattino
un vapore di pianeta.
Da un'altra stella
cadono gocce d'argento.
Si respira
il cambiamento
di frontiera,
dall'umidità al vento,
dal vento alle radici.
Qualcosa di sordo, di profondo
lavora sotto la terra
immagazzinando sogni.
L'energia si aggomitola,
il nastro
delle fecondazioni
arrotola
i suoi anelli.
 
Modesto è l'autunno
come i boscaioli.
Costa molto
far cadere tutte le foglie
da tutti gli alberi
di tutti i paesi.
La primavera
le cucì volando
ed ora
bisogna lasciarle
cadere come se fossero
uccelli gialli.
Non è facile.
Occorre tempo.
Bisogna correre per tutte
le strade,
parlare lingue,
svedese,
portoghese,
parlare in lingua rossa,
in lingua verde.
Bisogna saper
tacere in tutte
le lingue
ed in tutte le parti,
sempre,
lasciar cadere,
cadere,
lasciar cadere,
cadere
le foglie.
 
Difficile
è
essere autunno,
facile essere primavera.
Accendere tutto
ciò che nasce
per essere acceso.
Ma spegnere il mondo
facendolo scivolare
come se fosse un anello
di cose gialle,
fino a fondere odori,
luce, radici,
portare il vino alle uve,
coniare con pazienza
l'irregolare moneta
dell'albero sull'altura
spargendola poi
su disinteressate
strade deserte,
è professione di mani
maschili.
 
Per questo,
autunno,
compagno vasaio,
costruttore di pianeti,
elettricista,
preservatore di frumento,
ti do la mia mano da uomo
a uomo
e ti chiedo d'invitarmi
a salire a cavallo,
a lavorare con te.
Volli sempre
essere apprendista dell'autunno,
essere parente piccolo
del laborioso
meccanico dell'altura,
galoppare per la terra
dividendo
oro,
inutile oro.
Ma, domani,
autunno
ti aiuterò affinché riscuotano
foglie d'oro
i poveri della strada.
 
Autunno, buon cavaliere,
galoppiamo
prima che ci sorprenda
il nero inverno.
È duro
il nostro lungo lavoro.
Prepariamo
la terra,
insegniamole
ad essere madre,
a custodire le sementi
che nel suo ventre
dormiranno ben custodite
da due cavalieri rossi
che corrono per il mondo:
l'apprendista dell'autunno
e l'autunno.
 
Così, dalle radici
oscure e nascoste
potranno uscire ballando
la fragranza
e il velo verde della primavera.
 
 
 
Ode all'uccello Sofré
 
Ti seppellii nel giardino:
una fossa
minuscola
con una mano aperta,
terra
australe,
terra fredda
coprì            
le tue piume,
i raggi gialli,
i lampi neri
del tuo corpo spento.
Dal Mato Grosso,
dalla fenile Goianía,
ti inviarono
rinchiuso.
Non potevi.
Te ne andasti.
Nella gabbia
con le piccole
zampe tese,
come afferrate
ad un ramo invisibile,
morto,
un povero fagotto
di piume
estinte,
lontano
dai fuochi natali,
dalla materna
foltissima selva,
nella terra fredda,
lontano,
Uccello
purissimo,
ti conobbi vivo,
elettrico,
agitato,
chiassoso,
una freccia
fragrante
era il tuo corpo,
per le mie braccia e le mie spalle
andasti
indipendente, indomito,
nero di pietra nera
e di polline giallo.
Oh selvaggia
bellezza,
la direzione eretta
dei tuoi passi,
nei tuoi occhi
la scintilla
della sfida, ma
così
come un fiore sfidante,
con la interezza
di una terrestre integrità, ricolmo
come un grappolo, inquieto
come uno scopritore,
sicuro
della sua debole arroganza.
 
Feci male, all'autunno
che comincia
nella mia patria,
alle foglie
che ora si indeboliscono
e cadono,
al vento Sud, galvanico,
agli alberi duri, alle foglie
che tu non conoscevi,
ti portai,
feci viaggiare il tuo orgoglio
in un altro sole cenerognolo
lontano dal tuo
bruciante
come cetra scarlatta,
e quando
all'aerodromo metallico
la tua gabbia
discese,
non avevi più
la maestà del vento,
eri già spogliato
della luce zenitale che ti copriva,
eri già
una piuma della morte,
e poi,
in casa mia,
andò il tuo ultimo sguardo
al mio viso, il rimprovero
del tuo sguardo indomabile.
Allora,
con le ali chiuse,
ritornasti
al tuo cielo,
al cuore esteso,
al fuoco verde,
alla terra accesa,
ai declivi,
alle piante rampicanti,
ai frutti,
all'aria, alle stelle,
al suono segreto
delle sorgenti inesplorate,
all'umidità
delle fecondazioni nella selva,
ritornasti
alla tua origine,
al fulgore giallo,
al petto oscuro,
alla terra e al cielo della tua patria.
 
 
 
Ode al pane
 
Pane,
con farina
acqua
e fuoco
lieviti.
Spesso e leggero,
coricato e rotondo,
ripeti
il ventre
della madre,
equinoziale
germinazione
terrestre.
Pane,
che facile
e che profondo sei!
Sul vassoio bianco
della panetteria
si allungano le tue file
come utensili, piatti
o carte,
e d'improvviso
l'onda
della vita,     
la congiunzione del germe
e del fuoco, 
cresci, cresci
subito
come
cintola, bocca, seni,
colline della terra,
vite,
sale il calore, ti inonda
la pienezza, il vento
della fecondità,
ed allora
resta immobile il tuo colore d’oro
e quando furono gravidi
i tuoi piccoli ventri,
la cicatrice bruna
lasciò la sua bruciatura
su tutto il tuo dorato
sistema
di emisferi.
Ora,
intatto,
sei,
azione di uomo,
miracolo ripetuto,
volontà della vita.
 
Oh pane di ogni bocca
non
ti imploriamo,
noi uomini
non siamo
mendicanti
di vaghi dei
o di angeli ignoti:
del mare e della terra
faremo pane,
coltiveremo a grano
la terra e i pianeti,
il pane di ogni bocca,
di ogni uomo,
ogni giorno
arriverà perché andammo
a seminarlo
e a produrlo
non per un uomo ma
per tutti,
il pane, il pane
per tutti i popoli
e con esso ciò che ha
forma e sapore di pane
divideremo:
la terra,
la bellezza,
l'amore,
tutto questo
ha sapore di pane,
forma di pane,
germinazione di farina,
tutto
nacque per essere diviso,
per essere consegnato,
per essere moltiplicato.
 
Per questo, pane,
se fuggì
dalla casa dell'uomo,
se ti nascondono,
se ti negano,
se l'avaro
ti prostituisce,
se il ricco
ti accaparra,
se il grano
non cerca solco o terra,
pane,
non pregheremo,
pane,
non mendicheremo,
lotteremo per te con altri uomini,
con tutti gli affamati,
per tutti i fiumi e sotto tutti i cieli
andremo a cercarti,
tutta la terra divideremo
perché tu germini,
e con noi
avanzerà Ia terra,
l'acqua, il fuoco, l'uomo
lotteranno con noi.
Andremo coronati
di spighe
a conquistare
terra e pane per tutti,
e allora
anche la vita
avrà forma di pane,
sarà semplice e profonda,
innumerabile e pura.
Tutti gli esseri
avranno diritto
alla terra e alla vita,
e così sarà il pane di domani,
il pane di ogni bocca,
sacro,
consacrato,
perché sarà il prodotto
della più lunga e dura
lotta umana.
 
Non ha ali
la vittoria terrestre:
ha pane sulle spalle,
e vola valorosa
liberando la terra
come una panificatrice
portata dal vento.
 
 
 
Ode alla coppia
 
I
Regina, è bello vedere
impressa sul mio cammino
la tua orma piccola
o vedere i tuoi occhi
che si impigliano
in tutto ciò che guardo,
vedere svegliare il tuo viso
ogni giorno,
immergersi
nello stesso
frammento
d'ombra
ogni notte.
Bello
è vedere
il tempo
che corre
come il mare
contro una sola prua
formata dai tuoi seni e dal mio petto,
dai tuoi piedi e dalle mie mani.
Passano per il tuo profilo
onde del tempo,
le stesse che mi sferzano
e mi accendono,
onde come furiosi
morsi di freddo
e onde come i grani
della spiga.
Ma
siamo insieme,
resistiamo,
custodendo
forse
spuma nera o rossa
nella memoria,
ferite
che palpitarono come labbra o ali.
Camminiamo insieme
per strade e per isole,
sotto il violino spezzato
delle raffiche,
davanti a un dio nemico,
semplicemente insieme
una donna e un uomo.
 
II
Coloro
che non hanno sentito ogni
giorno del mondo
cadere
sulla doppia
maschera della nave,
non il sale ma il tempo,
non l'ombra
ma il passo nudo
della fortuna,
come potranno chiudere
gli occhi,
gli occhi solitari, e dormire?
 
Non mi piace
la casa senza tetto,
la finestra senza vetri.
Non mi piace
il giorno senza lavoro,
né la notte senza sogno.
Non mi piace
l'uomo
senza donna,
né la donna
senza l'uomo.
 
Completati
uomo o donna, che nulla
ti intimidisca.
In qualche posto
ora
ti staranno aspettando.
Alzati:
trema
la luce sulle campane,
nascono
i papaveri,
devi
vivere
e impastare
con fango e luce la tua vita.
 
Se sopra due teste
cade la neve
è dolce il cuore
caldo della casa.
Altrimenti
nell'intemperie, il vento
ti domanda;
dov'è
colei che amasti?
e ti spinge, mordendoti, a cercarla.
Mezza donna è una
e un uomo è mezzo uomo.
In mezza casa vivono,
dormono in mezzo letto.
 
Voglio
che le vile si integrino
accendendo i baci
finora spenti.
Io sono il buon poeta
pronubo. Ho
spose
per tutti gli uomini,
Tutti i giorni vedo.
donne solitarie
che mi domandano di te.
Ti sposerò, se vuoi,
con la sorella
della sirena regina delle isole.
Purtroppo, non puoi
sposarti con la regina,
perché mi sta aspettando.
Si sposerà con me.
 
 
 
Ode al passato.
 
Oggi, conversando,
ho finito con lo svelare
il passato,
il mio passato.
Con indulgenza
le piccole
cose sporche,
episodi
vuoti,
farina nera,
polvere.
Ti nascondi
docilmente
piegato
in te stesso,
sorridi,
ti esalti,
ma
se si tratta
di un altro, del tuo amico,
del tuo nemico,
allora
diventi spietato,
aggrotti le ciglia:
Che ha fatto quest'uomo!
Questa donna, che ha
fatto!
Ti tappi
il naso,
chiaramente
ti disgusta molto
il passato altrui.
Del nostro guardiamo
con nostalgia
i giorni peggiori,
apriamo
con precauzione lo scrigno
e inalberiamo,
perché ci ammirino,
la prodezza.
Dimentichiamo il resto.
È soltanto cattiva memoria.
Ascolta, impara:
II tempo
si divide
in due fiumi:
uno
corre all'indietro, divora
ciò che vivi,
l'altro
va avanti con te
scoprendo
la tua vita.
In un solo minuto
si uniscono.
In questo minuto.
Questa è l'ora,
la goccia di un istante,
che travolgerà il passato.
È il presente.
È nelle tue mani.
Rapido, scivolando,
cade come una cascata.
Ma sei il suo padrone.
Costruiscilo
con amore, con fermezza,
con pietra e ala,
con rettitudine
sonora,
con cereali puri,
con il metallo più chiaro
del tuo petto,
camminando
a mezzogiorno,
senza temere
la verità, il bene, la giustizia,
compagni di canto,
il tempo che trascorre
avrà forma
e suono
di chitarra,
e quando vuoi
volgerti al passato,
la sorgente del tempo
trasparente
rivelerà la tua integrità cantando.
Il tempo è allegria.
 
 
 
Ode alla pigrizia
 
Ieri sentii che l'ode
non sorgeva dalla terra.
Era tempo, doveva
almeno
mostrare una foglia verde.
Granai la terra: «Esci,
sorella ode
— le dissi —,
ti ho promessa,
non aver paura di me,
non ti pesterò,
ode di quattro foglie,
ode di quattro mani,
prenderai il tè con me.
Esci,
ti coronerò fra le odi,
usciremo insieme sulla riva
del mare, in bicicletta».
Fu inutile.
 
Allora,
dall'alto dei pini,
la pigrizia
apparve nuda,
mi portò abbagliato
e sonnolento,
mi scoprì sulla sabbia
piccoli pezzi rotti
di sostanze oceaniche,
legni, alghe, pietre,
piume di uccelli marini.
Cercai senza trovare
agate gialle.
Il mare
riempiva gli spazi
ruinando torri,
invadendo
le coste della mia patria,
spingendo avanti
successive catastrofi di spuma.
Sola sulla sabbia
apriva un raggio
una corolla.
Vidi attraversare i petrelli inargentati
e come croci nere
i cormorani
inchiodati sulle rocce.
Liberai un'ape
che agonizzava in una tela di ragno,
misi una pietruzza
in tasca,
era morbida, morbidissima
come il petto di un uccello,
mentre sulla costa,
per tutto il pomeriggio,
lottarono sole e nebbia.
A volte
la nebbia si impregnava
di luce
come un topazio,
altre volte cadeva
un raggio di sole umido
lasciando cadere gocce gialle.
 
Ormai notte,
pensando ai doveri della mia ode
fuggiasca,
mi tolsi le scarpe
vicino al fuoco,
da esse scivolò la sabbia
e d'improvviso rimasi
addormentato.
 
 
 
Ode alla povertà
 
Quando nacqui,
povertà,
mi seguisti,
mi guardavi
attraverso
le tavole imputridite
dal profondo inverno.
Poi,
i tuoi occhi, furtivi,
guardavano dalle fessure.
Le grondaie,
di notte,
ripetevano
il tuo nome e cognome
o a volte erano
la saliera sbeccata,
il vestito sdrucito,
le scarpe rotte
che mi avvisavano.
Stavi lì
in agguato
coi tuoi denti di tarlo,
i tuoi occhi di pantano,
la tua lingua grigia
che taglia
i vestiti, il legno,
le ossa e il sangue,
lì mi stavi
cercando,
seguendomi
fin dalla nascita
per le strade.
 
Quando affittai una stanza
piccola, nei sobborghi,
seduta su una sedia
mi stavi aspettando,
o nel sollevare le lenzuola,
in un alberguccio,
quando ero adolescente,
non trovai la fragranza
della rosa nuda,
ma il fischio freddo
della tua bocca.
Povertà,
mi seguisti
nelle caserme e negli ospedali,
in pace e in guerra.
Quando mi ammalai bussarono
alla porta:
non era il dottore, entrava
un'altra volta la povertà.
Ti vidi mettere i miei mobili
nella strada:
gli uomini
li lasciavano cadere come pietre.
Tu, con amore orribile,
di un mucchio di abbandono
in mezzo alla strada e alla pioggia
stavi facendo
un trono sdentato
e guardando i poveri
raccoglievi
il mio ultimo piatto per fartene un diadema.
Ora,
povertà,
ti seguo.
Come tu fosti implacabile,
così io sono implacabile.
Vicino
ad ogni povero
mi troverai cantando,
sotto
ad ogni lenzuolo
di ospedale impossibile
troverai il mio canto.
Ti seguo,
povertà,
ti vigilo,
ti circondo,
ti sparo,
ti isolo,
ti accorcio le unghie,
ti rompo
i denti che ti rimangono.
Sono
dappertutto:
nell'oceano con i pescatori,
nella miniera
gli uomini
nel pulirsi la fronte,
nell'asciugarsi il sudore nero,
trovano
le mie poesie.
Esco ogni giorno
con l'operaia tessile.
Ho le mani bianche
a forza di dare pane nelle panetterie.
Dovunque tu vada,
povertà,
il mio canto
sta cantando,
la mia vita
sta vivendo,
il mio sangue
sta lottando.
Sconfiggerò
le tue pallide bandiere
dovunque si innalzino.
 
Altri poeti
anticamente ti chiamarono
santa,
venerarono la tua cappa,
si alimentarono di fumo
e sparirono.
Io
ti sfido,
con duri versi ti colpisco il volto,
ti imbarco e ti esilio.
Io con altri,
con altri, molti altri,
ti stiamo espellendo
dalla terra alla luna
perché tu lì rimanga
fredda e incarcerata
a guardare con un occhio
il pane e i grappoli
che copriranno la terra
di domani.
 
 
 
Ode alla Poesia
 
Circa cinquanta anni
che cammino
con te, Poesia.
In principio
mi impigliavi i piedi
e cadevo bocconi
sulla terra scura
o affondavo gli occhi
nello stagno
per vedere le stelle.
Più tardi ti cingesti
a me con le braccia dell'amante
ed entrasti
nel mio sangue
come un convolvolo.
Poi
ti trasformasti in coppa.
 
Bello
fu
andarli spargendo senza consumarti,
consegnare la tua acqua inesauribile,
vedere che una goccia
cadeva sopra un cuore bruciato
rivivendo dalle sue ceneri.
Ma
non mi bastò.
Tanto andai con te
che ti perdetti di rispetto.
Cessai di vederti come
una naiade vaporosa,
ti misi a lavorare come lavandaia,
a vendere pane nelle panetterie,
a filare con le semplici tessitrici,
a battere il ferro nell'industria metallurgica.
Insieme a me continuasti
a camminare per il mondo,
ma non eri più
la florida
statua della mia infanzia.
Ora
parlavi
con voce ferrea.
Le tue mani
divennero dure come pietre.
Il tuo cuore
fu un'abbondante
sorgente di campane,
elaborasti il pane a piene mani,
mi aiutasti
a non cader bocconi,
mi cercasti
compagnia,
non una donna,
non un uomo,
ma mille, milioni.
Insieme, Poesia,
andammo
al combattimento, allo sciopero,
alla sfilata, nei porti,
nella miniera,
e risi quando uscisti
con la fronte macchiata di carbone
o incoronata dalla segatura fragrante
delle segherie.
Non dormivamo più per le strade.
Ci aspettavano gruppi
di operai con camicie
appena lavate e con bandiere rosse.
 
E tu, Poesia,
prima così disgraziatamente timida,
fosti
in testa
e tutti
si abituarono al tuo vestito
di stella quotidiana,
perché sebbene qualche lampo tradì la tua famiglia
portasti a termine il tuo compito,
la tua marcia nella marcia degli uomini.
Ti chiesi di essere
utilitaria e utile,
come metallo o farina,
disposta ad essere aratro,
attrezzo,
pane e vino,
disposta. Poesia,
a lottare corpo a corpo
e a cadere dissanguandoti.
 
E ora,
Poesia,
grazie, sposa,
sorella o madre
o fidanzata,
grazie, onda marina,
fiore d'arancio e bandiera,
motore di musica,
lungo petalo d'oro,
campana sottomarina,
granaio
inestinguibile,
grazie
terra di ognuno
dei miei giorni,
vapore celeste e sangue
dei miei anni,
perché mi accompagnasti
dalla vetta più rarefatta
fino alla semplice tavola
dei poveri,
perché mettesti nell'anima mia
sapore ferruginoso
e fuoco freddo,
perché mi innalzasti
fino all'insigne sommità
degli uomini comuni,
Poesia,
perché mentre con te
andavo consumandomi
continuavi
a sviluppare la tua freschezza eterna,
il tuo impeto cristallino,
come se il tempo
che poco a poco mi trasforma in terra
lasciasse scorrere eternamente
le acque del mio canto.
 
 
 
Ode ai poeti popolari
 
Poeti nativi della terra,
nascosti nei solchi,
cantastorie di piazza,
ciechi dei vicoli, trovatori
delle praterie e dei magazzini,
se l'acqua
comprendessimo
forse parlerebbe come voi,
se le pietre
dicessero il loro lamento
o il loro silenzio,
con la vostra voce, fratelli,
parlerebbero.
Numerosi
siete, come le radici.
Nell'antico cuore
del popolo
siete nati
e da lì viene
la vostra voce semplice.
Avete la gerarchia
del silenzioso vaso di creta
perduto negli angoli,
all'improvviso canta,
quando trabocca,
ed è semplice
il suo canto,
è soltanto terra e acqua.
 
Così voglio che cantino
le mie poesie,
voglio che portino
terra e acqua,
fertilità e canto,
a tutti.
Per questo,
poeti
del mio popolo,
saluto
l'antica luce che sorge
dalla terra.
L'eterno
filo in cui si unirono
popolo
e
poesia,
mai
fu spezzato
questo profondo
filo di pietra,
viene
da tanto lontano
come
la memoria
dell'uomo.
Vide
con gli occhi ciechi
dei vati
nascere la tumultuosa
primavera,
la società umana,
il primo bacio,
e in guerra
cantò sul sangue,
era lì mio fratello,
barba rossa,
testa insanguinata
ed occhi ciechi,
con la sua lira,
lì stava
cantando
fra i morti.
Omero
si chiamava
o Pastor Pérez,
o Reinaldo Donoso.
I suoi canti tristi
erano lì, ed ora
un volo bianco,
una colomba,
erano la pace, il ramo
dell'albero dell'olio,
e la continuità della bellezza.
Più tardi
li assorbì la strada,
la campagna,
li incontrai che cantavano
fra il bestiame,
nella celebrazione
della sfida,
che raccontavano le pene
dei poveri,
le notizie
delle inondazioni,
le rovine
dell'incendio
o la notte nefanda
degli assassini!.
 
Essi,
i poeti
del mio popolo,
erranti,
poveri fra i poveri,
sostennero
sulle loro canzoni
il sorriso,
criticarono e canzonarono
gli sfruttatori,
raccontarono la miseria
del minatore
e il destino implacabile
del soldato.
Essi,
i poeti
del popolo,
con chitarra lacera
e occhi conoscitori
della vita,
sostennero
nel loro canto
una rosa
e la mostrarono nei vicoli
perché si sapesse
che la vita
non sarà sempre triste.
Giullari, poeti
umilmente altezzosi,
attraverso
la storia
e i suoi rovesci,
attraverso
la pace e la guerra,
la notte e l'aurora,
siete voi
i depositari,
i tessitori
della poesia,
ed ora
qui nella mia patria
sta il tesoro,
il cristallo di Castiglia,
la solitudine del Cile,
la maliziosa innocenza,
e la chitarra contro l'infortunio,
la mano solidale
nel cammino
la parola
ripetuta nel canto
e trasmessa,
la voce di pietra e acqua
fra le radici,
la rapsodia del vento,
la voce che non ha bisogno di libri,
tutto ciò che dobbiamo apprendere
noi orgogliosi:
con la verità del popolo
l’eternità del canto.
 
 
 
Ode alla primavera
 
Primavera
Terribile,
rosa
pazza
arriverai,
arrivi
impercettibile
appena
un tremore d’ala, un bacio
di nebbia con gelsomini,
il cappello
lo sa,
i cavalli,
il vento
porta una lettera verde
che gli alberi leggono
e cominciano
le foglie
a guardare con occhio,
a vedere nuovamente il mondo,
si convincono,
tutto è pronto
il vecchio sole supremo,
l’acqua che parla
tutto,
ed allora
escono tutte le gonne
del fogliame,
la smeraldina,
pazza
primavera,
luce sfrenata,
cavalla verde,
tutto
si moltiplica,
tutto
cerca
palpando
una materia
che ripeta la sua forma,
il germe muore
piccoli piedi sacri,
l'uomo
cinge
l'amore della sua amata,
e la terra si colma
di freschezza,
i petali che cadono
come farina,
la terra
risplende appena dipinta
mostrando
la sua fragranza
nelle ferite,
i baci delle labbra di garofani,
la marea scarlatta della rosa.
Che bellezza!
Ora,
primavera,
dimmi a che servi
e a chi servi.
Dimmi se il dimenticato
nella sua caverna
ricevette la tua visita,
se l'avvocato povero
nel suo ufficio
vide fiorire i tuoi petali
sul sudicio tappeto,
se il minatore
delle miniere della mia patria
non conobbe
altro che la primavera nera
del carbone
o il vento avvelenato
dello zolfo!
 
Primavera,
ragazza,
ti aspettavo!
Prendi questa scopa e scopa
il mondo!
Pulisci
con questo straccio
le frontiere,
spolvera
i tetti degli uomini,
rimuovi
l'oro
accumulato
e dividi
i beni
nascosti,
aiutami
quando
già
l'
uomo
è libero
dalla miseria,
dalla polvere,
dagli stracci,
dai debiti,
dalle piaghe,
dai dolori,
quando
con le tue trasformatrici mani di fata
e con le mani del popolo,
quando sulla terra
il fuoco e l'amore
toccano i tuoi ballerini
piedi di madreperla,
quando
tu, primavera,
entri
in tutte
le case degli uomini,
ti amerò senza peccato,
disordinata dalia,
acacia pazza,
amata,
con te, con il tuo aroma,
con la tua abbondanza, senza rimorso,
con la tua nuda neve
ardente,
con le tue più copiose sorgenti,
senza scartare la fortuna
di altri uomini,
con il miele misterioso
delle api diurne,
senza che i negri debbano
vivere divisi
dai bianchi,
o primavera
della notte senza poveri,
senza povertà,
primavera
fragrante,
arriverai,
arrivi,
ti vedo
venire per la strada:
questa è la mia casa,
entra,
tardavi,
era ora,
che bello è fiorire,
che lavoro
meraviglioso:
che attiva
operaia tu sei,
primavera,
tessitrice,
con cadi ria,
mungitrice,
molteplice ape.
macchina
trasparente,
mulino di cicale,
entra
in tutte le case,
avanti,
lavoreremo insieme
nella futura e pura
fecondità fiorita.
 
 
 
Ode a un orologio nella notte
 
Di notte, nella tua mano
brillò come una lucciola
il mio orologio.
Udii
la sua corda:
come un sussurro secco
usciva
dalla tua mano invisibile.
La tua mano allora
tornò nel mio petto oscuro
per raccogliere il mio sonno e il suo battito.
 
L'orologio
continuò a tagliare il tempo
con la sua piccola sega.
Come in un bosco
cadono
frammenti di legno,
minute gocce, pezzi
di rami o nidi,
senza che cambi il silenzio,
senza che la fresca oscurità termini,
così
continuò l'orologio a tagliare
dalla tua mano invisibile,
tempo, tempo,
e caddero
minuti come foglie,
fibre di tempo rotto,
piccole piume nere.
 
Come nel bosco
odoravamo radici,
l'acqua in qualche posto scioglieva
una gocciolatura grossa
come uva bagnata.
Un piccolo mulino
macinava la notte,
l'ombra sussurrava
cadendo dalla tua mano
e riscopriva la terra.
Polvere,
terra, distanza
macinava e macinava
il mio orologio di notte,
dalla tua mano.
 
Posi
iI mio braccio
sotto il tuo collo invisibile,
sotto il tuo peso tiepido,
e nella mia mano
cadde il tempo,
la notte,
piccoli rumori
di legno e di bosco,
di notte divisa,
di frammenti d'ombra,
di acqua che cade e cade:
allora
cadde il sonno
dall'orologio e dalle
tue due mani addormentate,
cadde come acqua scura
dei boschi,
dall'orologio
al tuo corpo,
da te verso i paesi,
acqua scura,
tempo che cade
e scorre
dentro di noi.
 
E così fu quella notte,
ombra e spazio, terra
e tempo,
qualcosa che corre e cade
e passa.
E così tutte le notti
vanno per la terra,
non lasciano se non un vago
aroma nero,
cade una foglia,
una goccia
sulla terra
spegne il suo suono,
dormono il bosco, le acque,
le praterie,
le campane,
gli occhi.
 
Ti ascolto e respiri,
amor mio,
dormiamo.
 
 
 
Ode a Río de Janeiro
 
Río de Janeiro, l'acqua
è la tua bandiera,
agita i suoi colori,
soffia e suona nel vento,
città,
naiade nera,
di chiarezza infinita,
di bollente ombra,
di pietra con schiuma
è il tuo tessuto,
il lucido dondolio
della tua amaca marina,
l'azzurro movimento
dei tuoi piedi sabbiosi,
l'acceso bouquet
dei tuoi occhi.
Río, Río de Janeiro
i giganti
spruzzarono la tua statua
di polvere di pepe,
lasciarono
nella tua bocca
lombi di mare, tiepide alette
turbatrici,
promontori
della fertilità, mammelle dell'acqua,
declivi di granito,
labbra d'oro,
e fra la pietra spaccata
il sole marino
che illumina
schiume stellate.
 
Oh, Bellezza,
oh, cittadella
dalla pelle fosforescente,
melograna
di carne azzurra, oh dea
tatuata in successive
onde di agata nera!
Dalla tua nuda statua
esce un aroma di gelsomino bagnato
dal sudore, un'acida
guazza
di piantagioni di caffè e di negozi di frutta
e a poco a poco sotto il tuo diadema,
fra la duplicata meraviglia
dei tuoi seni,
fra cupola e cupola
della tua natura
si affaccia il dente della sventura,
la cancerosa coda
della miseria,
sulle colline lebbrose
il grappolo inclemente
di vite umane,
lucciola terribile,
smeraldo
estratto
dal sangue,
il tuo popolo si estende verso i limiti
della selva,
e un rumore oppresso,
passi e sorde voci,
migrazioni di affamati,
oscuri piedi di sangue,
il tuo popolo,
al di là dei fiumi,
nella densa
amazzonia,
dimenticato,
nel Nord
di spine,
dimenticato,
assetato sugli altipiani,
dimenticato,
nei porti, morso
dalla febbre,
dimenticato,
sulla porta
della casa da cui lo espulsero,
ti chiede
un solo sguardo,
dimenticato.
 
In altre terre,
regni, nazioni,
isole,
la città capitale,
la coronata,
fu alveare
di lavori umani,
esposizione della sfortuna
e del successo,
fegato della povera monarchia,
cucina della pallida repubblica.
Tu sei l'accecante
vetrina
di un'oscura notte,
la gola
coperta
di acque marine
e oro
di un corpo
abbandonato,
sei
la porta
delirante
di una casa vuota,
sei
l'antico peccato,
la salamandra
crudele,
intatta
nel braciere
dei lunghi dolori del tuo popolo,
sei
Sodoma,
sì,
Sodoma,
abbagliante
con un fondo scuro
di velluto verde,
circondata
da ombra increspata, da acque
illimitate, dormi
nelle braccia
della sconosciuta
primavera
di un pianeta selvaggio.
Río, Río de Janeiro,
quante cose
devo dirti. Nomi
che non dimentico,
amori
che maturano il loro profumo,
appuntamenti con te, quando
del tuo popolo
un'onda
unirà al tuo diadema
la tenerezza,
quando
alla tua bandiera di acque
ascenderanno le stelle
dell'uomo,
non del mare,
non del cielo,
quando
nello splendore
della tua aureola
io vedrò
il negro, il bianco, il figlio
della tua terra e del tuo sangue,
elevati
fino alla dignità della tua bellezza,
uguali nella tua luce risplendente,
proprietari
umili e orgogliosi
dello spazio e dell'allegria,
allora, Río de Janeiro,
quando
un giorno
per tutti i tuoi figli,
non soltanto per alcuni,
offrirai il tuo sorriso, schiuma
di naiade bruna,
allora
sarò il tuo poeta,
arriverò con la mia lira
a cantare nel tuo aroma
e dormirò nel tuo nastro
di platino,
nella tua sabbia
incomparabile,
nella freschezza azzurra del ventaglio
che aprirai nel mio sogno
simile alle ali di una
gigantesca
farfalla marina.
 
 
 
Ode alla semplicità
 
SEMPLICITÀ, io ti domando,
mi accompagnasti sempre?
O torno ad incontrarti
sulla mia sedia, seduta?
Ora
non vogliono accettarmi
con te,
mi guardano di sbieco,
si domandano chi è
la chioma rossa.
Il mondo,
mentre ci incontravamo
e ci riconoscevamo,
si riempiva di stupidi
tenebrosi,
di figli di frutta pieni
di parole
come i dizionari,
pieni di vento
come un ventre che ci vuol giocare
un brutto tiro,
e, ora che arriviamo
dopo tanti viaggi,
siamo fuori posto
nella poesia.
Semplicità, che cosa terribile ciò che ci succede:
non vogliono riceverci
nei salotti,
i caffè sono pieni
dei più squisiti
pederasti,
io e te ci guardiamo in faccia,
non ci vogliono.
Allora
andiamocene
sulla spiaggia,
nei boschi,
di notte
l'oscurità è nuova,
ardono appena lavate
le stelle, il cielo
è un campo di trifoglio
turgido, scosso
dal suo sangue
ombroso.
Di mattina
andiamo
in panetteria,
il pane è tiepido come un seno,
il mondo
odora di freschezza
di pane appena uscito.
Romero, Ruiz, Nemesio,
Rojas, Manuel Antonio,
panettieri.
Come sono simili
il pane e il panettiere,
che semplice è la terra
di mattina,
più tardi è ancora più semplice,
e di notte
è trasparente.
Per questo
cerco
nomi
fra l'erba,
come ti chiami?
chiedo
a una corolla
che d'improvviso
piegata a terra fra le pietre povere
s'è arsa come un lampo.
 
E così, semplicità, andiamo
a conoscere
gli esseri nascosti, il segreto
coraggio di altri metalli,
a guardare la bellezza delle foglie,
a conversare con uomini e donne
che soltanto per essere tali
sono insigni,
e di tutto,
di tutti,
semplicità, mi fai innamorare.
Vengo con te,
mi immergo nel tuo torrente
di acqua chiara.
E allora protestano:
Chi è costei
che va con il poeta?
Noi non vogliamo avere
nulla a che fare
con quella provinciale.
Ma se è aria, è lei
il cielo che respiro.
Io non la conoscevo o non la ricordavo.
Se mi hanno visto
una volta
andare con misteriose
odalische,
s'è trattato soltanto di distribuzioni
tenebrose.
Ora,
amor mio,
acqua,
tenerezza,
luce luminosa o ombra
trasparente,
semplicità,
vieni con me per aiutarmi a nascere,
per insegnarmi
un'altra volta a cantare,
verità, virtù, fonte,
vittoria cristallina.
 
 
 
Ode alla solitudine
 
Oh, Solitudine, bella
parola, erbe
silvestri
spuntano fra le tue sillabe.
Ma sei soltanto pallida
parola, oro
falso,
moneta traditrice!
Io descrissi la solitudine con lettere
di letteratura,
le misi la cravatta
tolta dai libri,
la camicia
del sogno,
ma
la conobbi soltanto quando fui solo.
Bestia non vidi nessuna
come quella:
al ragno peloso
assomiglia
e alla mosca
dei letamai,
ma nelle sue zampe di cammello ha
ventose di serpente sottomarino,
ha una pestilenza di cantina
dove imputridiscono per secoli
grigie pelli di foca e di topi.
Solitudine, io non voglio
che continui
a mentire per bocca dei libri.
Arriva il giovane poeta tenebroso
e per sedurre
così l'assonnata signorina
si cerca marmo nero e ti innalza
una piccola statua
che dimenticherà
la mattina delle nozze.
Ma
nella mezza luce della prima vita
dei bambini la incontriamo
e la crediamo una dea nera
portata dalle isole,
giochiamo con il suo torso e le offriamo
la riverenza pura dell'infanzia.
Non è vera
la solitudine creatrice.
Non è solo
il seme nella terra.
Moltitudini di germi mantengono
il profondo concerto delle vite
e l'acqua è soltanto madre trasparente
di un invisibile coro sommerso.
 
Solitudine della terra
è il deserto. E sterile
come lui è
la solitudine
dell'uomo. Le medesime
ore, notti e giorni
avvolgono tutta la terra
con il loro manto
ma nel deserto non lasciano nulla.
La solitudine non riceve semi.
 
Non è soltanto sua la bellezza
di una nave nell'oceano:
il volo di colomba sull'acqua
è il prodotto
di una meravigliosa compagnia
di fuoco e di fochisti,
di stella e di naviganti,
di braccia e di bandiere riunite,
di comuni amori e destini.
 
La musica
cercò per esprimersi
la fermezza corale dell'oratorio,
e fu scritta
non soltanto da un uomo
ma da una linea
di ascendenti sonori.
E questa parola
che non lascio sospesa sul ramo,
questa canzone che cerca
non la solitudine ma la tua bocca
perché tu la ripeta,
la scrivano il vento che mi sfiora e quelli
che vissero prima di me,
e se tu leggi la mia ode,
è per vincere la tua solitudine,
come se le tue mani l’avessero scritta,
senza conoscermi, con le mie mani.
 
 
 
Ode al terzo giorno
 
Sei lunedì, giovedì,
da venire o già passato.
Agosto nel mezzo
della sua rete scarlatta
d'improvviso ti scaccia,
o Giugno,
Giugno,
quando meno credevamo
un petalo
con fiamme
spunta
nel mezzo
della settimana fredda,
un pesce rosso percorre
come un brivido
improvviso
l'inverno,
e i fiori cominciano
a vestirsi,
a riempirsi di luna,
a camminare per la strada,
a imbarcarsi
sul vento,
è un giorno
qualsiasi,
color di muro,
ma
qualcosa sale all'apice
di un minuto, orifiamma
o sale silvestre,
oro di ape spunta sulle bandiere,
il vento effonde miele scarlatto,
è un giorno senza nome,
ma
con zampe d'oro
cammina nella settimana,
il polline gli si appiccica
sui baffi,
la malta celeste
avanza nei suoi occhi,
e balliamo
contenti,
cantiamo inseguendo
i fiori del ciliegio,
leviamo la coppa
innamorati,
salutiamo l'ora
che si avvicina, il minuto
che trascorse,
che nasce
o che fermenta.
Dea del giorno,
papavero
incosciente,
rosa scapigliata,
improvvisa primavera,
Giovedì,
raggio nascosto in mezzo
alla biancheria,
ti amo,
sono
il tuo fidanzato.
Comprendo, passeggera,
passeggero,
che passi: dobbiamo
salutarci,
ma una goccia
di splendore,
un'uva
di sole immaginario
penetrò nel sangue cieco
di ogni giorno,
e noi custodiremo
questo raggio rosso
di fuoco e di ambrosia,
custodiremo
questo giorno insorgente
splendente
indimenticabile
con la sua fiamma
nel mezzo della polvere e del tempo.
 
 
 
Ode al tempo
 
Dentro di te la tua età
che avanza,
dentro di me la mia età
che cammina.
Il tempo è deciso,
non suona la sua campana,
si ingrandisce, cammina,
dentro di noi;
appare
come un'acqua profonda
nello sguardo
e, vicino alle castagne
bruciate dei tuoi occhi,
un filamento, l'impronta
di un minuscolo fiume,
una stellina secca
che sale alla tua bocca.
Il tempo porta
i suoi fili
ai tuoi capelli,
ma nel mio cuore,
come una madreselva,
rimane la tua fragranza,
viva come il fuoco.
È bello
come siamo vissuti
invecchiare vivendo.
Ogni giorno
fu pietra trasparente,
ogni notte
per noi fu una rosa nera,
e questo solco sul tuo viso o sul mio
sono pietra o fiore,
ricordo di un lampo.
I miei occhi si sono consumati nella tua bellezza,
ma tu sei i miei occhi.
Forse sotto i miei baci ho affaticato
il tuo petto,
ma tutti hanno visto nella mia allegria
il tuo segreto splendore.
Amore, che importa
che il tempo,
lo stesso che innalzò come due fiamme
o spighe parallele
il mio corpo e la tua dolcezza,
domani li mantenga
o li sgrani
e con le sue stesse dita invisibili
cancelli l'identità che ci separa
dandoci la vittoria
di un solo essere finale sotto la terra.
 
 
 
Ode alla terra
 
Non la terra prodiga
io canto,
la traboccante
madre di radici,
la scialacquatrice,
carica di grappoli e di uccelli,
di limo e di sorgenti,
patria degli alligatori,
sultana dagli ampi seni
e dal diadema eretto,
non l'origine
del giaguaro nel fogliame
né la gravida terra di lavoro
con il suo seme simile
a un minuscolo nido
che canterà domani,
no, io lodo
la terra minerale, la pietra andina,
la cicatrice severa
del deserto lunare, le spaziose
sabbie di salnitro,
io canto
il ferro,
la increspata testa
del rame e dei suoi grappoli
quando emerge
ricoperta di terra e di polvere di dinamite
appena dissotterrata
dalla geografia.
Oh terra, madre dura,
lì nascondesti
i metalli profondi,
da lì li graffiammo
e con il fuoco
l'uomo,
Pedro,
Rodríguez o Ramirez,
li ha trasformati di nuovo
in luce originale, in lava liquida,
e allora,
unito a te, terra, duro
e collerico metallo,
diventasti, ad opera
delle piccole mani di mio zio,
filo metallico o ferro di cavallo,
nave o locomotiva,
armatura di scuola,
velocità di proiettile.
Arida terra, mano
senza segni nel palmo,
te io canto,
qui non elargisti trilli
né ti nutrì la rosa
della corrente che canta
secca, dura e chiusa,
pugno nemico, stella
nera,
te io canto
perché l'uomo
ti farà partorire, ti riempirà di frutti,
cercherà le tue ovaie;
spargerà nella tua coppa segreta
i raggi speciali,
terra dei deserti,
linea pura,
a te il testo del mio canto
perché sembri morta
ma ti risveglia
la fitta dolorosa della dinamite,
ed un pennacchio di fumo insanguinato
annuncia il parto
e saltano i metalli verso il cielo.
Mi piaci, terra
di argilla e di arena,
ti ammasso e ti formo,
come tu mi formasti,
e tu ti stacchi dalle mie dita
come io, liberatemi,
tornerò alla tua ampia matrice.
Terra, d'improvviso
mi sembra di toccarti
in tutti i tuoi contorni
di medaglia porosa,
di giara minuta,
e nella tua forma passeggio
le mie mani
e trovo l'anca dell'amata,
i seni piccolini,
il vento come un granello
di morbida e tiepida avena,
e a te mi abbraccio, terra,
vicino a te dormo,
alla tua vita si stringono le mie braccia e le mie labbra,
dormo con te e semino i miei baci più profondi.
 
 
 
Ode al pomodoro
 
La strada
si riempi di pomodori,
mezzogiorno,
estate,
la luce
si divide
in due
metà
di pomodoro,
scorre
per le vie
il sugo.
In dicembre
il pomodoro
si libera,
invade
le cucine,
entra nei pranzi,
si siede
tranquillo
nelle credenze,
fra i vasi,
i piatti del burro,
le saliere azzurre.
Ha
luce propria,
maestà benigna.
Disgraziatamente, dobbiamo
assassinarlo:
si immerge
il cucchiaio
nella sua polpa vivente,
è una rossa
viscera,
un sole
fresco,
profondo,
inesauribile,
riempie le insalate
del Cile,
si sposa allegramente
con la chiara cipolla,
e per celebrarlo
si lascia
cadere
l'olio,
figlio
essenziale dell'olivo,
sui suoi emisferi socchiusi,
il pepe
aggiunge
la sua fragranza,
il sale il suo magnetismo:
sono le nozze
del giorno,
il prezzemolo
tende
il suo aroma,
le patate
bollono vigorosamente,
l'arrosto
colpisce
con il suo profumino
sulla porta,
è l'ora!
andiamo!
e sulla
tavola, nel cuore
dell'estate,
il pomodoro,
astro di terra,
stella
ripetuta
e feconda,
ci mostra
le sue circonvoluzioni,
i suoi canali,
l'insigne pienezza
e l'abbondanza
senza osso,
senza corazza,
senza squame né spine,
ci consegna
il regalo
del suo colore focoso
e la totalità della sua freschezza.
 
 
 
Ode alla tormenta
 
Ieri notte
venne
lei,
rabbiosa,
azzurra, color della notte,
rossa, color del vino,
la tempesta
portò
la sua chioma d'acqua,
occhi di freddo fuoco,
ieri notte volle
dormire sulla terra.
Arrivò d'improvviso,
appena srotolatasi
dal suo astro furioso,
dalla sua grotta celeste,
voleva dormire
e preparò il suo letto,
scopò selve, cammini,
scopò monti,
lavò pietre d'oceano,
ed allora,
come fossero piume,
rimosse i pineti
per farsi il letto.
Estrasse lampi
dal suo sacco di fuoco,
lasciò cadere i tuoni
come grandi barili.
D'improvviso
fu silenzio:
una foglia
andava sola nell'aria,
come un violino volante,
allora,
prima
di toccare terra,
tempesta, nelle tue mani
la prendesti,
mettesti tutto il vento
a soffiare la sua buccina,
la notte intera
per andare con i suoi cavalli,
tutto il gelo a fischiare,
gli alberi
selvaggi
ad esprimere la sfortuna
degli incatenati,
la terra
a gemere come madre
partoriente,
con un solo soffio
nascondesti
il rumore dell'erba
o delle stelle,
rompesti
come una tela
il silenzio inattivo,
si empì il mondo
di orchestra e di furia e di fuoco,
e quando i lampi
cadevano come capelli
dalla tua fronte fosforica,
cadevano come spade
dai tuoi fianchi marziali,
e quando ormai credevamo
che il mondo stesse per finire,
allora,
pioggia,
pioggia,
soltanto
pioggia,
tutta la terra, tutto
il cielo
riposarono,
la notte
si dissanguò cadendo
sul sonno dell'uomo,
soltanto pioggia,
acqua
del tempo e del cielo:
nulla era caduto,
se non un ramo rotto,
un nido abbandonato.
 
Con le tue dita
di musica,
con il tuo fragore d'inferno,
con il tuo fuoco
di vulcani notturni,
giocasti
sollevando una foglia,
desti forza ai fiumi,
insegnasti
ad essere uomini
agli uomini,
a temere ai deboli,
a piangere ai teneri,
a fremere
alle finestre,
ma,
quando
stavi per distruggerci, quando
come lama
scendeva dal cielo la furia,
quando tremava
tutta la luce e l'ombra
e i pini si mordevano
ululando
vicino al mare nelle tenebre,
tu, delicata,
tempesta, fidanzata mia,
furiosa,
non ci facesti del male:
ritornasti
alla tua stella
e pioggia,
pioggia verde,
pioggia piena
di sogni e di germi,
pioggia
preparatrice
di raccolti,
pioggia che lavi il mondo,
lo asciughi
e lo ricrei,
pioggia per noi
e per i semi,
pioggia
per l'oblio
dei morti
e per
il nostro pane di domani,
questo soltanto
lasciasti,
acqua e musica,
perciò
tempesta,
ti amo,
conta su di me,
ritorna,
svegliami,
illuminami,
mostrami il tuo cammino
perché a te si unisca e canti con il tuo canto
la decisa voce
tempestosa di un uomo.
 
 
 
Ode al vestito
 
Ogni mattina aspetti
su una sedia, vestito,
che
la mia vanità, il mio amore
la mia speranza, il mio corpo ti riempiano.
Appena
esco dal sonno,
appena mi accommiato dall'acqua,
entro nelle tue maniche,
le mie gambe cercano
il foro delle tue gambe
e così abbracciato
dalla tua fedeltà infaticabile
esco a calpestare l'erba,
entro nella poesia,
guardo attraverso le finestre;
le cose,
gli uomini, le donne,
gli avvenimenti e le lotte
mi vanno formando,
mi oppongono resistenza
indurendomi le mani,
aprendomi gli occhi,
sciupandomi la bocca,
e analogamente,
vestito,
anche io vado formando te
logorando i tuoi gomiti,
sdrucendo il tessuto,
sicché la tua vita cresce
ad immagine della mia vita.
Al vento
t'increspi e risuoni
come se fossi la mia anima,
nei momenti peggiori
ti attacchi
alle mie ossa
vuoto, di notte
l'oscurità, il sonno
popolano con i loro fantasmi
le tue ali e le mie.
Mi domando
se un giorno
una pallottola
nemica
non ti lascerà una macchia del mio sangue
e
morirai con me
o se il tutto
non sarà poi
così drammatico
sia più semplice,
e ti ammalerai,
vestito,
insieme a me,
invecchierai
con me, con il mio corpo
e insieme
entreremo
nella terra.
Ecco perché
ogni giorno
ti saluto
con reverenza e poi
tu mi abbracci e io ti dimentico,
perché siamo uno solo
e continueremo ad essere,
nella bufera, nella notte,
nelle piazze e nella lotta,
un solo corpo
forse, forse, un giorno immobile.
 
 
Ode alla tranquillità
 
Ampio
riposo,
acqua
quieta,
chiara, serena ombra,
uscendo
dall'azione come escono
i laghi dalle cascate,
meritata mercede,
petalo giusto,
ora
supino
guardo
correre il cielo,
scivola
il suo corpo azzurro profondo,
dove
si dirige
con i suoi pesci, con le sue isole,
i suoi estuari?
Il cielo
In alto,
sotto
un rumore
di rosa secca
scricchiolano
piccole cose, passano
insetti come numeri:
è la terra,
di sotto
lavorano
radici,
metalli,
acque,
penetrano
il nostro corpo
germinano in noi.
 
Immobili, un giorno,
sotto un albero,
non lo sapevamo:
tutte le foglie parlano,
si raccontano
notizie di altri alberi,
storie della patria
degli alberi,
alcuni ricordano ancora
la sagoma guardinga
del leopardo
che incrociava fra i propri rami,
come rigida
nebbia,
altri ricordano
la tempesta di neve,
lo scettro
del tempo tempestoso.
Dobbiamo
lasciar parlare
non soltanto
la bocca degli alberi,
ma tutte le bocche,
tacere, tacere in mezzo
al canto innumerevole.
Nulla è muto sulla terra;
chiudiamo
gli occhi
e ascoltiamo
cose che scivolano,
creature che crescono,
scricchiolii
di legno invisibile,
e poi
il mondo,
terra, celesti acque,
aria,
tutto
suona
a volte come un tuono,
altre volte
come un fiume remoto.
Tranquillità, riposo
di un minuto, di un giorno,
dalla tua profondità raccoglieremo
metalli,
dalla tua apparenza muta
uscirà la luce sonora.
Così sarà l'azione purificata.
Così diranno gli uomini, senza saperlo,
l'opinione della terra.
 
 
 
Ode alla tristezza
 
Tristezza, scarafaggio
con sette gambe spezzate,
uovo di ragnatela,
topo dalla testa rotta
scheletro di cagna:
Qui non entri.
Non passi.
Vattene.
Ritorna
al sud con il tuo ombrello,
ritorna
al nord con i tuoi denti di serpente.
Qui vive un poeta.
La tristezza non può
entrare attraverso queste porte.
Dalle finestre
entra l'aria del mondo,
le rosse rose nuove,
le bandiere ricamate
del popolo e delle sue vittorie.
Non puoi.
Qui non entri.
Scuoti pure
le tue ali di pipistrello,
io calpesterò le piume
che cadono dal tuo manto,
scoperò i pezzi
dal tuo cadavere verso
le quattro direzioni del vento,
ti torcerò il collo,
ti cucirò gli occhi,
taglierò la tua veste mortuaria
e seppellirò, tristezza, le tue ossa roditrici
sotto la primavera di un melo.
 
 
 
Ode a Valparaiso
 
Valparaiso,
che sproposito
sei,
che pazza,
porto pazzo,
che testa
con colline,
scapigliata,
non finisci
di pettinarti,
mai
avesti
il tempo di vestirti,
sempre
ti sorprese
la vita,
ti svegliò la morte,
in camicia,
con lunghe mutande
a frange colorate;
nudo,
con un nome
tatuato sulla pancia,
e con il cappello,
ti afferrò il terremoto,
corresti
impazzita,
ti spezzasti le unghie,
si mossero
le acque e le pietre,
i sentieri,
il mare,
la notte,
tu dormivi
sulla terra,
stanca
delle tue navigazioni,
e la terra
furiosa
sollevò le sue onde
più tempestose
della libecciata marina,
la polvere
ti copriva
gli occhi,
le fiamme
bruciavano le tue scarpe,
le solide
case dei banchieri
trepidavano
come balene ferite,
mentre in alto
le case dei poveri
saltavano
nel vuoto
come uccelli
prigionieri
che nel provare le ali
precipitano.
 
Ben presto,
Valparaiso,
marinaio,
ti dimentichi
delle lacrime,
ritorni
ad appendere le tue dimore,
a dipingere porte
verdi,
finestre
gialle,
tutto
trasformi in nave,
sei
la rammendata prua
di un piccolo
prode
vascello.
La tempesta corona
di schiuma
le tue sartie che cantano
e la luce dell'oceano
fa tremare camicie
e bandiere
nel tuo vacillare indistruttibile.
 
Stella
oscura,
sei,
da lontano
sull'altura della costa
risplendi
e d'improvviso
consegni
il tuo fuoco nascosto,
il viavai
dei tuoi sordi vicoli,
la spigliatezza
del tuo movimento,
la chiarezza
della tua marineria.
Termino qui, è questa
ode,
Valparaiso,
piccola
come una camicetta
abbandonata,
che pende
dalle tue finestre stracciate,
che svolazza
al vento
dell'oceano,
che si impregna
di tutti
gli odori
della tua terra,
che riceve
la rugiada
dei mari, il bacio
dell'ampio mare collerico
che picchiando con tutta la sua forza
sulla tua pietra
non poté
abbatterti
perché nel tuo petto australe
sono tatuate
la lotta,
la speranza,
la solidarietà
e l'allegria
come ancore
che resistono
alle onde della terra.
 
 
 
Ode a César Vallejo
 
 
La pietra sul tuo viso,
Vallejo,
le rughe
delle aride montagne
io ricordo nel mio canto,
la tua fronte
gigantesca
sul tuo corpo fragile,
il crepuscolo nero
nei tuoi occhi
appena disseppelliti,
giorni quelli,
bruschi,
disuguali,
ogni ora aveva
acidi diversi
o tenerezze
remote,
le chiavi
della vita
tremavano
nella luce polverosa
della strada,
tu ritornavi
da un viaggio
lento, sotto terra,
e sull'alto
delle cicatrizzate cordigliere,
io bussavo alle porte
perché si aprissero
i muri,
perché si srotolassero
i cammini,
appena arrivato da Valparaíso
mi imbarcavo a Marsiglia,
la terra
si tagliava
come un limone fragrante
nei freschi emisferi gialli,
tu
rimanevi
lì, soggetto
a nulla,
con la tua vita
e la tua morte,
con la tua arena,
cadendo,
misurandoti
e vuotandoti,
nell'aria,
nel fumo,
nei vicoli rotti
dell'inverno.
 
Eri a Parigi, vivevi
nei malconci
alberghi dei poveri.
La Spagna
si dissanguava.
Accorrevamo.
E poi
rimanesti
un'altra volta nel fumo
e così quando
non fosti più, d'improvviso,
non fu la terra
delle cicatrici,
non fu
la pietra andina
ad avere le tue ossa,
ma fu il fumo,
la brina invernale
di Parigi.
 
Due volte esiliato,
fratello mio,
dalla terra e dall'aria,
dalla vita e dalla morte,
esiliato
dal Perù, dai tuoi fiumi,
assente
dalla tua argilla.
Non mi mancasti in vita,
ma nella morte.
Ti cerco
goccia a goccia,
polvere a polvere,
nella tua terra,
giallo
è il tuo volto,
incastonato
è il tuo volto,
pieno
di vecchie gemme,
di anfore
infrante,
salgo
le antiche
scalinate,
forse
sei perduto,
impigliato
fra i fili d'oro,
coperto
di turchesi,
silenzioso,
o forse
nel tuo villaggio,
nella tua razza,
grano
di mais esteso,
seme
di bandiera.
Forse, forse ora
trasmigri
e ritorni,
vieni
alla fine
del viaggio,
in modo
che un giorno
ti vedrai al centro
della tua patria,
insorto,
vivente,
cristallo del tuo cristallo, fuoco nel tuo fuoco,
raggio di pietra porpora.
 
 
 
Ode all'estate
 
Estate, violino rosso,
nube chiara,
un ronzio
di sega
o di cicala
ti precede,
il cielo
fatto a volta,
liscio, lucente come
un occhio,
e sotto il suo sguardo,
estate,
pesce del cielo
infinito,
elitra lusinghiera,
pigro
letargo,
pancina
di ape,
sole
indiavolato,
sole terribile e paterno,
madido
come un bue al lavoro,
sole secco
sulla testa
come un'inaspettata
bastonata,
sole della sete
che cammina
sulla sabbia,
estate,
mare deserto,
il minatore
della solfara
si riempie
di sudore giallo,
l'aviatore
percorre
raggio dopo raggio
il sole celeste,
sudore
nero
scorre
dalla fronte
agli occhi
nella miniera
di Lota,
il minatore
si sfrega
la fronte
nera,
ardono
i semenzai,
scricchiola
il frumento,
insetti
azzurri
cercano
l'ombra,
toccano
la freschezza,
immergono
la testa
nel diamante.
Oh, estate
abbondante,
carro
di
mele
mature,
bocca
di fragola
nella verzura, labbra
di prugna selvatica,
sentieri
di soffice polvere
sopra
la polvere,
mezzogiorno,
tamburo
di rame rosso,
e nella sera
riposa
il fuoco,
l'aria
fa ballare
il trifoglio, entra
nella fabbrica deserta,
spunta
una stella
fresca
nel cielo
scuro,
crepita
senza bruciarsi
la notte
dell'estate.
 
 
 
Ode alla vita
 
La notte intera
con un'ascia
mi ha colpito il dolore,
ma il sonno
passò lavando come un'acqua scura
pietre insanguinate.
Oggi sono nuovamente vivo.
Di nuovo
ti sostengo,
vita,
sulle mie spalle.
 
Oh, vita,
coppa chiara,
d'improvviso
ti riempi
di acqua sporca,
di vino morto,
di agonia, di perdite,
di sorprendenti ragnatele,
e molti credono
che tu custodirai codesto colore d'inferno
per sempre.
Non è certo.
 
Passa una notte lenta,
passa un solo minuto
e tutto cambia.
Si riempie
di trasparenza
la coppa della vita.
Il lavoro spazioso
ci aspetta.
In un momento solo nascono le colombe.
Si installa la luce sulla terra.
Vita, i poveri
poeti
ti credettero amara,
non ti tolsero
dal letto
per portarti nel vento del mondo.
Accolsero le ferite
senza cercarti,
si scavarono
un foro nero
e si calarono
nel lutto
di un pozzo solitario.
 
Non è vero, vita,
tu sei
bella
come colei che amo
e fra i seni hai
odor di menta.
 
Vita
sei
una macchina piena,
felicità, suono
di tormenta, tenerezza
d'olio delicato.
 
Vita,
sei come una vigna:
tesaurizzi la luce e la distribuisci
trasformata in grappoli.
 
Colui che ti bestemmia
aspetti
un minuto, una notte,
un anno breve o lungo,
ad uscire
dalla sua solitudine bugiarda,
indaghi e lotti, unisca
le sue mani ad altre mani,
non accolga né lusinghi
la sfortuna,
la ricacci dandole
forma di muro,
come con la pietra gli spaccapietre,
tagli la sfortuna
e si faccia con essa
i pantaloni.
La vita aspetta
tutti
noi che amiamo
il selvaggio
odore di mare e di menta
che ha fra i seni.
 
 
 
Ode al vino
 
Vino color del giorno,
vino color della notte,
vino con piedi di porpora
o sangue di topazio,
vino,
stellato figlio
della terra,
vino, liscio
come una spada d'oro,
morbido
come un disordinato velluto,
vino inchiocciolato
e sospeso,
amoroso,
marino,
non sei mai contenuto in una coppa,
in un canto, in un uomo,
sei corale, gregario,
e, quanto meno, scambievole.
A volte
ti nutri di ricordi
mortali,
sulla tua onda
andiamo di tomba in tomba,
tagliapietre del sepolcro gelato,
e piangiamo
lacrime passeggere,
ma
il tuo bel
vestito di primavera
è diverso,
il cuore monta ai rami,
il vento muove il giorno,
nulla rimane
nella tua anima immobile.
Il vino
muove la primavera,
cresce come una pianta di allegria,
cadono muri,
rocce,
si chiudono gli abissi,
nasce il canto.
Oh, tu, caraffa di vino, nel deserto
con la saporosa che amo,
disse il vecchio poeta.
Che la brocca di vino
al peso dell'amore aggiunga il suo bacio.
 
Amor mio, d'improvviso
il tuo fianco
è la curva colma
della coppa,
il tuo petto è il grappolo,
la luce dell'alcool la tua chioma,
le uve i tuoi capezzoli,
il tuo ombelico sigillo puro
impresso sul tuo ventre di anfora,
e il tuo amore la cascata
di vino inestinguibile,
la chiarità che cade sui miei sensi,
lo splendore terrestre della vita.
 
Ma non soltanto amore,
bacio bruciante
o cuore bruciato,
tu sei, vino di vita,
ma
amicizia degli esseri, trasparenza,
coro di disciplina,
abbondanza di fiori.
Amo sulla tavola,
quando si parla,
la luce di una bottiglia
di intelligente vino.
Lo bevano;
ricordino in ogni
goccia d'oro
o coppa di topazio
o cucchiaio di porpora
che l'autunno lavorò
fino a riempire di vino le anfore,
e impari l'uomo oscuro,
nel cerimoniale del suo lavoro,
a ricordare la terra e i suoi doveri
a diffondere il cantico del frutto.
 
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