- 1947 - Terza residenza - Pablo Neruda - Popol Vuh - Insetti

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- 1947 - Terza residenza

Terza residenza
 (1935-1945)
 
I
L'affogata del cielo
 
Intessuta farfalla, veste
appesa agli alberi,
affogata nel cielo, derivata
tra raffiche e piogge, sola, sola, compatta,
con vesti e capigliatura a brandelli
e centri corrosi dall'aria.
Immobile, se resisti
al roco ago dell'inverno,
il fiume d'acqua irata che t'incalza. Celeste
ombra, mazzo di colombe
rotto di notte tra i fiori morti:
io m'arresto e soffro
quando come un suono lento e pieno di freddo
Propaghi il tuo rossore battuto dall'acqua.
 
Alleanza (sonata)
 
Nè il cuore tagliato da un vetro
In una brughiera di spine,
le acque atroci viste negli angoli
di certe case, acque come palpebre e occhi,
potrebbero stringere la tua cintura tra le mie mani
quando il mio cuore innalza le sue querce
verso il tuo infrangibile filo di neve.
 
Notturno zucchero, spirito
delle corone,
redento
sangue umano, i tuoi baci
mi esiliano,
e un colpo d'acqua con resti del mare
balie i silenzi che li attendono
circondando le sedie consunte, consumando porte.
 
Notti con assi chiare,
divisa, materiale, unicamente
voce, unicamente
nuda ogni giorno.
 
Sopra i tuoi seni di corrente immobile,
sulle tue gambe di durezza e acqua,
sopra la permanenza e l'orgoglio
dei luci capelli nudi
voglio stare, amor mio, gettate ormai le lacrime
nel roco cesto dove si accumulano,
voglio stare, amore mio, solo con una sillaba
d'argento infranto, solo con una punta
del tuo petto di neve.
 
Non e possibile ormai, a volte
vincere se non cadendo,
non è possibile ormai, tra due esseri
tremare, toccare il fiore del fiume:
fibre d'uomo vengono come aghi,
pratiche, brani,
famiglie di corallo repulsivo, tormente
e passi duri su lappeti
d'inverno.
 
Tra labbro e labbro vi sono città
di grande cenere e umido pennacchio,
gocce di quando e come, indefinite
circolazioni:
tra labbro e labbro come per una costa
di arena e di vetro, passa il vento.
 
Per questo sei senza fine, raccoglimi come fossi
tutta solennità, tutta notturna
come una regione, finché ti confonderai
con le linee del tempo.
 
Avanza nella dolcezza,
vieni al mio fianco finché le digitali
foglie dei violini
sian taciute, finché i muschi
mettan radici nel tuono, finché dal palpito
da mano e mano scendano le radici.
 
Valzer
 
Io tocco l'odio come petto diurno,
io senza sosta, di veste in veste vengo
dormendo lungi.
 
Non sono, non servo, non conosco nessuno,
non ho armi di mare né di legno,
non vivo in questa casa.
 
Di notte e d'acqua è piena la mia bocca.
La durevole luna determina
quel che non ho.
 
Ciò che posseggo è in mezzo alle onde.
Un raggio d'acqua, un giorno per me:
un fondo ferreo.
 
Non c'è diga, né scudo, non c'è vestito,
non c'è speciale soluzione insondabile,
né palpebra viziosa.
 
Vivo d'improvviso e altre volle continuo.
Tocco d'improvviso un volto e m'assassina.
Non ho tempo.
 
Non mi cercate allora scorrendo
l'abituale filo selvaggio o
l'insanguinato rampicante.
 
Non mi chiamate: la mia occupazione è questa.
non domandatemi il mio nome né la mia condizione.
Lasciatemi in mezzo alla mia stessa luna,
nel mio terreno ferito.
 
Pervinche
 
Di tutto ciò che ho fatto, di tutto ciò che ho perduto..
di tutto ciò che ho guadagnalo con sussulto,
di ferro amaro, di foglie, posso offrirtene un poco.
 
Un sapore spaventato, un fiume che le penne
delle brucianti aquile vanno coprendo, un solfurico
regresso di petali.
 
Non mi perdona ormai il sale integro
né il pane continuo, né la piccola chiesa divorata
dalla pioggia marina, né il carbone morso
dalla schiuma segreta.
 
Ho cercato e trovato, pesantemente,
sotto la terra, tra i corpi temibili,
come un dente di pallido legno
che va e viene sotto l'acido duro,
vicino ai materiali
dell'agonia, tra luna e coltelli,
morendo di notturno.
 
Ora, in mezzo
alla velocità disprezzata, vicino
ai muri senza fili,
nel fondo tagliato dai limiti,
son qui con ciò che perde stelle,
vegetalmente, solo.
 
L'abbandonato
 
Non chiese di te nessun giorno, uscito
dai denti dell'alba, nato dal rantolo,
non cercò la tua corazza, la tua pelle, il tuo sembiante
per lavare i tuoi piedi, la tua salute, la tua abilità,
un giorno di grappoli segnalati?
Non nacque per te solo,
per te sola, per te la campana
con i suoi gravi circuiti di primavera azzurra:
l’estensione delle grida del mondo, lo sviluppo
dei germi freddi che tremano nella terra, il silenzio
della nave nella notte, tutto ciò che visse pieno di palpebre
da far morire e diffondere?
Ti domando:
a nessuno, a te, a ciò che sei. alla tua parete, al vento,
se nell'acqua del fiume vedi correre verso te
una rosa magnanima di canto e di trasparenza,
o se nella sbrigliata primavera aggredita
dal primo tremore delle corde umane
quando canta la caserma alla luce della luna
che invade l'ombra del ciliegio selvatico,
non hai visto la chitarra che ti era destinata,
e il fianco cieco che voleva baciarli?
 
Io non so, io solo soffro di non sapere chi sei
e di aver la sillaba conservata per la tua bocca,
di avere i giorni più alti e di sotterrarli
nel bosco sotto le foglie aspre e bagnate,
a volte, riparalo sotto il ciclone, scosso
dagli alberi più spaventati, dal petto
trapanato delle terre profonde, tumefatto
dagli ultimi chiodi boreali,
sto scavando oltre gli occhi umani,
oltre le unghie della tigre, ciò che alle mie braccia giunge
per essere distribuito oltre i giorni glaciali.
 
Ti cerco, cerco la tua effigie tra le medaglie
che il cielo grigio modella e abbandona,
non so chi sei ma ti devo tanto
che la terra è piena del mio tesoro amaro.
Qual sale, qual geografia, qual pietra non innalza
il suo stendardo segreto di ciò che proteggeva?
Qual foglia cadendo non fu per me un libro lungo
di parole da qualcuno dirette e amate?
Sotto qual mobile oscuro non nascosì i più dolci
sospiri sepolti che cercavano segnali
e sillabe che a nessuno appartennero?
 
Sei, sei forse, l'uomo o la donna
o la tenerezza che non decifrò nulla.
O forse non stringesti il firmamento oscuro
degli esseri, la stella palpitante, forse
caIpestando non sapevi che dalla terra cieca
emana il giorno ardente di passi che ti cercano.
 
Ma ci troveremo inermi, stretti
tra i doni muti della terra finale.
 
Nascendo nei boschi
 
Quando il riso ritira dalla terra
i granelli della sua farina,
quando il frumento indurisce i suoi piccoli fianchi e alza il suo viso dalle mille mani,
accorro alla pergola dove la donna e l'uomo si abbracciano,
per toccare il mare innumerevole
di ciò che continua.
 
Io non sono fratello dell'utensile portato nella marea
come in una culla di madreperla contrastata:
non tremo nella regione dei resti agonizzanti,
non mi sveglio nel colpo delle tenebre spaventate
dal roco picciolo della campana improvvisa.
non posso essere, non sono il passeggero
sotto le cui scarpe palpitano le ultime ridotte del vento
e rigide tornano a morire le onde del tempo.
 
Reco in mano la colomba che dorme reclinata sul seme
e nel fermento suo denso di calce e di sangue
vive Agosto,
vive il mese tratto dalla sua coppa profonda:
con la mano circondo la nuova ombra dell'ala che cresce:
la radice e la penna che domani formeranno la selva.
 
Mai non declina, non presso il balcone dalle mani di ferro
non nell'inverno marino degli abbandonati, non nel mio passo tardivo,
il crescere immenso della goccia, la palpebra che vuoi essere aperta;
perché per nascere sono nato, per rinchiudere il passo
di quanto si avvicina, di quanto batte al mio petto come un nuovo
cuore tremante.
 
Vite distese presso le mie vesti come colombe parallele,
contenute nella mia esistenza, nel suono disordinato
per tornare a essere, per garantire l'aria nuda della foglia
e la nascita umida della terra nella ghirlanda: fino a quando
dovrò tornare a essere, fino a quando l'odore
dei fiori più sepolti, delle onde più triturate
sulle alte pietre, hanno in me la loro patria
per ritornare a essere furia e profumo?
 
Fino a quando la mano del bosco nella pioggia
mi avvicinerà con tutti i suoi aghi
per possedere gli alti baci del fogliame?
Di nuovo
ascolto avvicinarsi come il fuoco nel fumo,
nascere dalla cenere terrestre,
la luce colma di petali,
e scostando la terra
in un fiume di spighe giunge il sole alla mia bocca
come una vecchia lacrima sepolta che ritorni a essere seme.
 
II
 
(Questo poema fu scritto ne! 1934. Quante cose sono sopravvenute da allora! La Spugna dove lo scrissi è una cintura di rovine. Ahi! se con solo una goccia di poesia o d'umore potessimo placare l'ira del mondo, ma questo lo possono solo la lolla e il cuore deciso.
Il mondo è cambialo e la mia poesia è cambiala. Una goccia di sangue caduta su queste righe rimarrà a vivere su di esse, indelebile come l'amore.
                                                                                                                                 Marzo 1939)
 
Le furie e le pene
 
... Vi sono nel mio cuore furie e pene...
QUEVEDO
 
Nel fondo del petto siamo uniti,
nel canneto del petto percorriamo
un’estate di tigri,
all'agguato di un metro di pelle fredda,
all'agguato di un mazzo d'inaccessibile cute,
annusando con la bocca sudore e vene verdi
ci troviamo nell'umida ombra che lascia cadere baci.
 
Tu mia nemica di tanti sogni spezzati nello stesso modo
di irte piante di vetro, allo stesso modo di campane
disfatte in modo minaccioso, come scoppi
d’edera nera in mezzo al profumo,
nemica dai larghi fianchi che i miei capelli hanno toccato
con una roca rugiada, con una lingua d'acqua,
nonostante il mondo freddo dei denti e l'odio degli occhi,
e la battaglia di agonizzanti bestie che curano l'oblio,
in qualche luogo dell'estate siamo uniti
spiando con labbra che la sete ha invaso.
 
Se c'è qualcuno che trapassa
una parete con circoli di fosforo
e ferisce il centro di dolci membra
e morde ogni foglia di un bosco gridando,
ho anche i tuoi occhi di sanguinaria lucciola
capaci d'impregnare e di attraversare ginocchia
e gole circondate di seta generale.
 
Quando nelle riunioni
il caso, la cenere, le bevande,
l'aria interrotta,
ma lì sono i tuoi occhi odoranti di selvaggina,
di fulmine verde che trapassa i petti,
i tuoi denti che aprono mele dalle quali cade sangue,
le tue gambe che aderiscono al sole gemendo.
e le tue mammelle di madreperla e i tuoi piedi di papavero,
come imbuti pieni di denti che cercano ombra,
come rose fatte di sferza e di profumo, e ancora,
ancor più, ancor più,
anche dietro le palpebre, anche dietro il cielo,
anche dietro i vestiti e i viaggi, nelle strade dove la gente orina
indovini i corpi,
nelle acri chiese mezzo distrutte, nelle cabine che il mare reca nelle mani,
spii con le tue labbra tuttavia fiorite,
rompi a coltellate il legno e l'argento,
crescono le tue grandi vene che spaventano:
non v'è buccia, non v'è distanza né ferro,
toccano mani le tue mani,
e cadi facendo crepitare i fiori neri.
 
Indovini i corpi!
come un insello ferito d'ordini,
indovini il centro del sangue e vigili
i muscoli che ritardano l'aurora, assalti scuotimenti,
lampi, teste,
e tocchi lungamente le gambe che ti guidano.
 
Oh condotta ferita di frecce speciali!
 
Fiuti ciò ch'è umido in mezzo alla notte?
 
O un brusco bicchiere di roseti bruciati?
 
Odi cadere le vesti, le chiavi, le monete
nelle dense case dove giungi nuda?
 
Il mio odio è una sola mano che t'indica
la silenziosa strada, le lenzuola in cui qualcuno ha dormito
con sussulto: giungi
e rotoli in terra palpeggiata e morta,
e il vecchio odore del seme come un rampicante
di cinerea farina scivola alla tua bocca.
 
Ahi lievi pazze coppe e ciglia,
aria che inonda un dischiuso fiume
come una sole-colomba di collerico alveo,
come attributo d'acqua ribelle,
ahi sostanze, sapori, palpebre d'ala viva
con un tremito, con un cieco fiore temibile,
ahi gravi, seri seni come volti,
ahi grandi cosce piene di miele verde,
e talloni e ombra di piedi, e trascorsi
respiri e superfici di pallida pietra,
e dure onde che innalzano la pelle verso la morte
piene di celestiali farine inzuppate.
 
Allora, questo fiume
scorre tra noi e lungo una riva
vai tu mordendo bocche?
É allora che sono veramente, veramente lontano
e un fiume d'acqua ardente passa nell'oscuro?
Ahi quante volte sei quella che l'odio non nomina,
e in qual modo affondato nelle tenebre,
e sotto quali piogge di sterco ammaccato
la tua statua divora nel mio cuore il trifoglio.
 
L'odio è un martello che batte il tuo vestito
e la tua fronte scarlatta,
e i giorni del cuore cadono nelle tue orecchie
come vaghi gufi dal sangue eliminato,
e i collari che goccia a goccia si formarono con lacrime
circondano la tua gola bruciandoti la voce come un gelo.
 
È perché mai, mai
tu parli, è perché mai, mai
esca una rondine dal nido della lingua
e perchè le ortiche distruggano la tua gola
e un vento di nave aspra ti abiti.
 
Dove ti svesti?
In un treno, vicino a un peruviano rosso
o con un mietitore, tra le zolle, alla violenta
luce dei frumento?
O corri con certi avvocati dallo sguardo terribile
lungamente nuda, sulla riva dell'acqua della notte?
 
Guardi: non vedi la luna né il giacinto
né l'oscurità gocciolata d'umidità,
né il treno di fango, né l'avorio diviso:
vedi cinture sottili come ossigeno,
seni che attendono accumulando peso
e identica allo zaffiro di lunare avarizia
palpiti dal dolce ombelico fino alle rose.
 
Perché si? Perché no? I giorni scoperti
apportano rossa arena senza sosta disfatta
alle eliche pure che inaugurano il giorno,
e passa un mese con corteccia di tartaruga,
passa uno sterile giorno,
passa un bue, un defunto,
una donna chiamata Rosalia,
e non resta nella bocca che un sapore di capelli
e di lingua dorata che di sete s'alimenta.
Null'altro che quella polpa degli esseri,
null'altro che quella coppa di radici.
 
Io inseguo come in un tunnel rotto, a un'altra estremità,
carne e baci che devo dimenticare ingiustamente,
e nelle acque sconvolte, quando ormai gli specchi
ravvivano l'abisso, quando la fatica, i sordidi orologi
battono alla porta di alberghi suburbani, e cade
il fiore di carta dipinta, e di velluto defecato dai topi e il letto
cento volte occupato da miserabili coppie, quando
tutto mi dice che un giorno è terminato, tu ed io
siamo stati insieme abbattendo corpi,
costruendo una casa che non dura né muore,
tu ed io abbiamo corso insieme uno stesso fiume
con incatenate bocche piene di sale e di sangue,
tu ed io abbiamo fatto tremare di nuovo le luci verdi
e abbiamo sollecitato nuovamente le grandi ceneri,
 
Ricordo solo un giorno
che forse mai mi fu destinato,
era un giorno incessante,
senza origine. Giovedì.
Io ero un uomo trasportalo a caso
con una donna trovata vagamente,
ci denudammo
come per morire o nuotare o invecchiare
e ci mettemmo l'uno dentro l'altro,
lei circondandomi come un buco,
io spezzandola come chi
balte una campana,
poiché lei era il suono che mi feriva
e la cupola dura decisa a tremare.
 
Era una sorda scienza con capelli e caverne
e ammaccando punte di midollo e di dolcezza
son rotolalo alle grandi corone genitali
tra pietre e affari sottomessi.
Questo è un racconto di porti dove
si giunge, a caso, e si sale alle colline,
succedono tante cose.
 
Nemica, nemica
e possibile che l'amore sia caduto nella polvere
e non vi sia altro che carne e ossa velocemente adorati
mentre il fuoco si consuma
e i cavalli vestiti di rosso galoppano all'inferno?
 
Io voglio per me l'avena e il lampo
a fondo d'epidermide,
e il divorante petalo sviluppalo in furia,
e il cuore labiale del ciliegio di Giugno,
e il riposo di lente pance che ardono senza direzione,
ma mi manca un suolo di calce con lacrime
e una finestra dove attendere schiume.
 
Così è la vita,
corri tu tra le foglie, un autunno
nero è giunto,
corri vestita con una gonna di foglie e un cinturone di metallo giallo,
mentre la nebbia della stagione rode le pietre.
Corri con le tue scarpe, le tue calze,
con il grigio suddiviso, con il vuoto del piede, e con quelle mani che il tabacco selvaggio
[adorerebbe,
batti scale, abbatti
la carta nera che protegge le porte,
ed entra in mezzo al sole e all'ira di un giorno di pugnali
a sdraiarti come colomba a lutto e di neve sopra un corpo.
 
È una sola ora lunga come una vena,
e tra l'acido e la pazienza del tempo corrugato
trascorriamo,
scostando le sillabe della paura e della tenerezza,
interminabilmente sterminati.
 
III
 
Riunione sotto le nuove bandiere
 
Chi ha mentito? II piede del giglio
rotto, insondabile, oscurato, tutto
pieno di ferita e di splendore oscuro!
Tutto, la norma dell'onda nell'onda nell’onda,
l'impreciso tumulo dell'ambra
e le aspre gocce della spiga!
Ho fondato il mio petto su questo, ho ascoltato tutto
il sale funesto: di notte
sono andato a piantare le mie radici :
ho indagato l'amaro della terra:
tutto fu per me notte o lampo:
cera segreta stette nella mia testa
e sparse ceneri sulle mie orme.
 
E per chi cercai questo palpito freddo
se non per una morte?
E quale strumento persi nelle tenebre
abbandonate, dove nessuno m'ascolta?
No,
era ormai tempo, fuggite
ombre di sangue,
geli di stella, retrocedete al passaggio dei passi umani
e allontanate dai miei piedi la nera ombra!
 
Io ho degli uomini la stessa mano ferita.
io sostengo la stessa coppa rossa
e uguale stupore infuriato:
un giorno
palpitante di sogni
umani, un selvaggio
cereale è giunto
alla mia notte divoratrice
perché unisca i miei passi di lupo
ai passi dell'uomo.
                   E così, riunito,
duramente centrale, non cerco asilo
nei vuoti del pianto: mostro
il ceppo dell'ape: pane radiante
per il figlio dell'uomo: nel mistero l'azzurro si prepara
per guardare un frumento lontano dal sangue.
 
Dov'è il tuo posto nella rosa?
Dov'è la tua palpebra di stella?
Dimenticasti quelle dita di sudore che impazziscono
per raggiungere l'arena?
                        Pace per te, sole cupo,
pace per te, fronte cieca,
c'è un luogo bruciante per te nelle strade,
vi sono pietre senza mistero che ti guardano,
vi son silenzi di carcere con una stella pazza,
nuda, sbrigliata, che contempla l'inferno.
 
Uniti, davanti al singhiozzo!
                           È l'ora
alta di terra e di profumo, guardate questo volto
appena uscito dal sale terribile,
guardate questa bocca amara che sorride,
guardate questo nuovo cuore che vi saluta
col suo fiore traboccante, determinato e aureo.
 
IV
 
LA SPAGNA NEL CUORE
inno alle glorie del popolo in guerra
(1936-1937)
 
Invocazione    
Per cominciare, si libra sopra la rosa
pura e divisa, si libra sopra l'origine
di cielo e aria e terra, la volontà di un canto
con esplosioni, il desiderio
d'un canto immenso, d'un metallo che raccolga
guerra e nudo sangue.
Spagna, cristallo di coppa, non diadema,
sì macchiata pietra, combattuta tenerezza
di frumento, di pelle e d'animale ardenti.
 
Domani, oggi, per i tuoi passi
un silenzio, uno stupore di speranze
come un'aria più grande: una luce, una luna,
luna sciupata, luna di mano in mano,
di campana in campana!
Madre natale, pugno
d'avena indurita,
pianeta
secco e insanguinato degli eroi!
Chi?, per strade, chi
chi, chi? in ombra, in sangue, chi?
in lampo,
 
Bombardamento         
chi? Cade
cenere, cade
ferro
e pietra e morte e pianto e fiamme,
chi, chi, madre mia, chi, dove?
Patria solcata, giuro che nelle tue ceneri
nascerai come fiore d'acqua perpetua,
 
Maledizione
giuro che dalla tua bocca di sete usciranno all'aria
i petali del pane, la sparsa
spiga inaugurata. Sian maledetti,
maledetti, maledetti quelli che con scure e serpente
giunsero alla tua arena terrestre, maledetti quelli
che attesero questo giorno per aprire la porta
della casa al moro e al bandito:
che avete ottenuto? Portate, portate la lampada,
guardate il suolo inzuppato, guardate l'ossicino nero
mangiato dalle fiamme, la veste
della Spagna fucilata.
 
La Spagna povera per colpa dei ricchi
Maledetti quelli che un giorno
non guardarono, maledetti ciechi maledetti,
quelli che non porsero alla solenne patria
il pane ma le lacrime, maledette
uniformi macchiate e sottane
di acri, fetidi cani da tana e da sepoltura.
La povertà era per la Spagna
come cavalli pieni di fumo,
come pietre cadute dalla
sorgente della sventura,
terre cereali non
aperte, cantine segrete
d'azzurro e di stagno, ovari, porte, archi
chiusi, profondità
che volevan partorire, tutto era custodito
da triangolari guardie con doppietta,
da preti del color di triste topo,
da lacche del re d'immenso culo.
Spagna dura, paese di meli e di pini,
ti proibivano i tuoi vaghi signori:
di seminare, di far partorire le miniere,
di far montar le vacche, di raccoglierti
sulle tombe, di visitare ogni anno
il monumento di Cristoforo il marinaio, di nitrire
discorsi con macachi venuti dall'America,
uguali per «posizione sociale» e marciume.
Non costruite scuole, non fate scricchiolare la corteccia
terrestre con gli aratri, non empite i granai
d'abbondanza di frumento: pregate, bestie, pregate,
che un dio dal culo immenso come il culo del re
vi attende. «Là mangerete la minestra, fratelli miei».
 
La Tradizione  
Nelle notti di Spagna, per i vecchi giardini
la tradizione, piena di muco morto.
gocciolando pus e peste passeggiava
con una coda in bruma, fantasmale e fantastica,
vestita d'asma e di vuote finanziere insanguinate,
e il suo volto dagli occhi profondi fissi
era di verdi lumaconi che mangiavano tombe,
e la sua bocca senza denti mordeva ogni notte
la spiga non nata, il minerale segreto,
e passava con la sua corona di cardi verdi
seminando vaghe ossa di defunto e pugnali.
 
Madrid (1936)  
Madrid sola e solenne. Luglio ti sorprese con la tua gioia
d'alveare povero: chiara era la tua strada,
chiaro era il tuo sonno.
 
Un vomito nero
di generali, un'onda
di sottane rabbiose
sbattè tra le tue ginocchia
le sue fangose acque, i suoi fiumi di sputo.
 
Con gli occhi feriti ancora di sonno,
con doppietta e pietre, Madrid, appena colpita,
li difendesti. Correvi
per le strade
lasciando scie del tuo sangue,
riunendo e chiamando con una voce di oceano,
con un volto mutato per sempre
dalla luce del sangue, come una montagna
vendicatrice. come una sibilante
stella di coltelli.
 
Quando nette tenebrose caserme, quando nelle sacrestie
del tradimento entrò la tua Spada ardente,
non vi fu che silenzio d'alba, non vi fu
che il tuo passo di bandiere,
e un'onorevole goccia di sangue nel tuo sorriso.
 
Spiego alcune cose
 
Domanderete: E dove sono i lillà?
E la metafisica coperta di papaveri?
E la pioggia che spesso colpiva
le sue parole empiendole
di buchi e d'uccelli?
 
Vi conterò lutto ciò che mi accade.
 
Io vivevo in un quartiere
di Madrid, con campane,
con orologi, con alberi.
 
Da lì si vedeva
il volto secco della Castiglia
come un oceano di pelle.
 
La mia casa era chiamata
la casa dei fiori, perché da ogni parte
scoppiavano i gerani: era
una bella casa
con cani e ragazzini.
 
Raúl, ti ricordi?
 
 
Ti ricordi, Rafael?
 
Federico, ti ricordi
sotto la terra,
ti ricordi della mia casa con balconi dove
la luce di Giugno affogava fiori nella tua bocca?"
 
Fratello, fratello!
 
Tutto
era grandi voci, sale di mercanzie,
agglomerazioni di pane palpitante,
mercati del mio quartiere di Arguelles con la sua statua
come un calamaio pallido tra i merluzzi:
l'olio giungeva ai cucchiai,
un profondo palpito
di piedi e di mani empiva le strade,
metri, litri, essenza
acuta della vita,
pesci ammassati,
connessioni di tetti con sole freddo nel quale
la freccia si stanca,
delirante avorio fine delle patate,
pomodori ripetuti fino al mare.
 
E una mattina tutto stava ardendo
e una mattina i fuochi
uscivano dalla terra
divorando esseri,
e da allora fuoco,
scoppi da allora,
e da allora sangue.
 
Banditi con aerei e con mori,
banditi con anelli e duchesse,
banditi con frati neri benedicenti
venivano per il cielo a uccidere bimbi,
e per le strade il sangue dei bambini
correva semplicemente, come sangue di bambini.
 
Sciacalli che lo sciacallo respingerebbe,
pietre che il cardo secco morderebbe sputando,
vipere che le vipere avrebbero odiato!
 
Davanti a voi ho visto il sangue
della Spagna innalzarsi
per affogarvi in una sola onda
d'orgoglio e di coltelli!
 
Generali
traditori:
guardate la mia casa morta,
guardale la Spagna distrutta:
ma da ogni casa morta esce metallo ardente
invece di fiori.
ma da ogni buco di Spagna
esce la Spagna,
ma da ogni bimbo morto esce un fucile con occhi,
ma da ogni crimine nascono pallottole
che vi troveranno un giorno il posto
del cuore.
 
Domanderete perché la sua poesia
non ci parla del sogno, delle foglie,
dei grandi vulcani del suo paese natale?
 
Venite a vedere il sangue per le strade,
venite a vedere
il sangue per le strade,
venite a vedere il sangue
per le strade!
 
Canto alle madri dei miliziani morti
Non sono morti! Stanno in mezzo
agli spari,
in piedi, come micce ardenti.
Le loro ombre pure si sono unite
nella prateria color rame
come una cortina di vento blindato,
come una barriera di color di furia,
come lo stesso invisibile petto del cielo.
 
Madri! Essi stanno in piedi nel frumento,
alti come il profondo mezzogiorno,
dominando le grandi pianure!
Sono un rintocco dalla voce nera
che attraverso i corpi d'acciaio assassinato
suona la vittoria.
Sorelle come la polvere
caduta, cuori
spezzati,
abbiate fede nei vostri morti!
Non solo sono radici
sotto le pietre tinte di sangue,
non solo le loro povere ossa abbattute
definitivamente lavorano nella terra,
ma ancora le loro bocche mordono polvere secca da sparo
e attaccano come oceani di ferro, e ancora
i loro pugni levali contraddicono la morte.
 
Perché da tanti corpi una vita invisibile
si leva. Madri, bandiere, figli!
Un solo corpo vivo come la vita:
un volto dagli occhi spezzati vigila le tenebre
con una spada piena di speranze terrestri!
 
Lasciate
i vostri scialli a lutto, riunite tutte
le vostre lacrime fino a farne metalli:
che lì battiamo giorno e notte,
lì scalciamo giorno e notte,
lì sputiamo giorno e notte
finché cadranno le porte dell'odio!
 
Io non dimentico le vostre disgrazie, conosco
i vostri figli,
e se sono orgoglioso delle loro morti,
son pure orgoglioso delle loro vite.
 
Il loro riso
lampeggiava nelle sorde officine,
i loro passi nella Metropolitana
risuonavano al mio fianco ogni giorno, e vicino
alle arance del Levante, alle reti del Sud, vicino
all'inchiostro delle stamperie, sopra il cemento delle architetture
ho visto fiammeggiare i loro cuori di fuoco e d'energia.
 
E come nei vostri cuori, madri,
c'è nel mio cuore tanto lutto e tanta morte
che mi sembra una selva
bagnata dal sangue che uccise i loro sorrisi,
ed entrano in esso le rabbiose nebbie dell'insonnia
con la straziante solitudine dei giorni.
 
Ma
più che la maledizione alle iene assetate, al rantolo bestiale
che ulula dall'Africa le sue patenti immonde,
più che la collera, più che il disprezzo, più che il pianto,
madri trafitte dall'angoscia e dalla morte,
guardate il cuore del nobile giorno che nasce,
e sappiate che i vostri morti sorridono dalla terra
levando in allo i pugni sopra il grano.
 
Com'era la Spagna
Era la Spagna tesa e secca, diurno
tamburo dal suono opaco,
pianura e nido d'aquile, silenzio
di sferrale intemperie.
 
Come, fino al pianto, fino all'anima
amo il tuo duro suolo, il tuo pane povero,
il tuo popolo povero, come fino al profondo
del mio essere sta il fiore perduto dei tuoi villaggi
rugosi, immobili di tempo,
e le tue campagne minerali
distese in luna ed in età
e divorate da un dio vuoto.
 
Tulle le tue strutture, il tuo animale
isolamento vicino alla tua intelligenza
circondala dalle pietre astratte del silenzio,
il tuo aspro vino, il tuo dolce
vino, le tue violente
e delicate vigne.
 
Pietra solare, pura tra le regioni
del mondo. Spagna percorsa
da sangue e metalli, azzurra e vittoriosa
proletaria di petali e pallottole, unica
viva e sonnolenta e sonora.
 
Huélamo, Carrascosa,
Alpedrete, Buitrago.
Palencia. Arganda, Galve,
Galapagar, Villalba.
 
Peñarrubia, Cedrillas,
Alcocer, Tamurejo,
Aguadulce, Pedrera,
Fuente Palmera, Colmenar, Sepúlveda.
 
Carcabuey, Fliencaliente,
Linares, Solana del Pino,
Carcelen, Alaiox,
Mahora, Valdeganda.
 
Yeste, Riopar, Segorbe,
Orihuela, Montalbo,
Alcarai, Caravaca,
Almendralejo, Caslejón. de Monegros.
 
Palma del Rio, Peralta,
Granadella, Quintana
de la Serena, Atienza, Barahona.
Navalmoral, Oropesa.
 
Alborea, Monovar,
Almansa, San Benito,
Moralalla, Moniesa,
Torre Baja, AÌdemuz.
 
Cevico Navero, Cevico de la Torre,
Albalale de las Nogueras.
Jabaloyas, Teruel,
Camporrobles, la Alberca.
Pozo Amargo, Candeleda,
Pedroñeras, Campillo de Altobuey,
Loranca de Tajuña, Puebla de la Mujer Muerta,
Torre la Cárcel, Játiva. Alcoy.
 
Puebia de Obando, Villar del Rey,
Beloraga, Brihuega,
Cetina, Villacañas, Palomas,
Navalcán, Henarejos, Albatana.
 
Torredonjimeno, Trasparga,
Agramón, Crevillente,
Poveda de la Sierra, Pedernoso,
Alcolea de Cinca, Matallanos.
 
Ventosa del Rio, Alba de Tormes,
Horcajo Medianero, Piedrahita,
Minglanilla, Navamorcuende, Navalperal,
Navalcernero, Navalmorales, Jorquera.
 
Argora, Torremocha, Argecilla,
Ojos Negros, Salvacanete, Utiel,
Laguna Seca, Cañamares, Salorino,
Aidea Quemada, Pesquera de Duero.
 
Fuenteovejuna, Alpedrete.
Torrejón, Benaguacil,
Valverde de Júcar, Vallanca,
Hiendelaencina, Robledo de Chavela.
 
Miñogalindo, Ossa de Montiel,
Méntrida, Valdepeñas, Titaguas,
Almodóvar, Gestalgar, Valdemoro,
Almoradiel, Orgaz.
 
 
Arrivo a Madrid della Brigata internazionale
Una mattina di un mese freddo,
di un mese agonizzante, macchiato dal fango e dal fumo,
un mese senza ginocchia, un triste mese d'assedio e di sventura,
quando attraverso i vetri bagnati della mia casa si udivano gli sciacalli africani
ululare con i fucili e i denti pieni di sangue, allora,
quando non avevamo altra speranza che un sonno di scoppi, quando ormai già
[credevamo
che il mondo fosse pieno solo di mostruosi divoratori e di furie,
allora, rompendo la brina del mese freddo di Madrid, nella nebbia,
dell'alba
ho visto con i miei occhi, con questo cuore che guarda,
ho visto giungere i chiari, i dominatori combattenti
della sottile e dura e matura e ardente brigata di pietra.
 
Era l'angoscioso tempo in cui le donne
portavano un'assenza come un carbone terribile,
e la morte spagnola, più acida e acuta di altre morti,
empiva i campi fino allora onorati dal frumento.
 
Per le strade il sangue rotto dell'uomo si univa
all'acqua che esce dal cuore distrutto delle case:
i buchi dei bimbi straziati, lo straziante
luttuoso silenzio delle madri, gli occhi
chiusi per sempre degli indifesi,
erano come la tristezza e la perdita, erano come un giardino sputacchiato,
erano la fede e il fiore assassinati per sempre.
 
Compagni,
allora
vi ho visto,
i miei occhi sono ancor oggi pieni d'orgoglio
perché vi vidi attraverso il mattina di nebbia giungere alla fronte pura di Castiglia
silenziosi e fermi
come campane prima dell'alba,
pieni di solennità e d'occhi azzurri venire da lontano, lontano,
venire dai vostri angoli, dalle vostre patrie perdute, dai vostri sogni
pieni di dolcezza bruciata e di fucili
a difendere la città spagnola in cui la libertà incalzata
avrebbe potuto cadere e morire morsa dalle bestie.
 
Fratelli, che fin d'ora
la vostra purezza e la vostra forza, la vostra storia solenne
sia nota al bimbo e all'uomo, alla donna e al vecchio,
giunga a tutti gli esseri senza speranza, scenda nelle miniere corrose dall'aria solfurica,
salga alle scale inumane dello schiavo,
che tutte le stelle, che tutte le spighe di Castiglia e del mondo
scrivano il vostro nome e la vostra aspra lotta
e la vostra vittoria forte e terrestre come una quercia rossa.
Perché avete fatto rinascere col vostro sacrificio
la fede perdute, l'anima assente, la fiducia sulla terra,
e per la vostra abbondanza, per la vostra nobiltà, per i vostri morti,
come per una valle di dure rocce di sangue
passa un immenso fiume con colombe d'acciaio e di speranza.
 
Battaglia del rio Jarama
 
Tra la terra e il platino soffocato
d'olivi e di morti spagnoli,
Jarama, pugnale puro, hai resistito
all'onda dei crudeli.
 
Lì da Madrid giunsero uomini
dal cuore dorato dalla polvere da sparo
come un pane di cenere e di resistenza,
lì giunsero.
 
Jarama, stavi tra ferro e fumo
come un ramo di cristallo caduto,
come una lunga linea di medaglie
per i vittoriosi.
 
Né scavi di sostanza ardente,
né collerici voli esplosivi,
né artiglierie di tenebra torbida
dominarono le tue acque.
 
Acque tue bevvero gli assetati
di sangue, acqua bevvero con la bocca verso l'alto:
acqua spagnola e terra di uliveti
li empirono di oblio.
 
Per un secondo d'acqua e di tempo il corso
del sangue di mori e traditori
palpitava nella tua luce come i pesci
d'una sorgente amara.
 
L'aspra farina del tuo popolo era
tutta irta di metallo e d'ossa,
formidabile e fruttifera come la nobile
terra che difendevano.
 
Jarama, per parlare delle tue regioni
di splendore e di dominio, la mia bocca
non basta, ed è pallida la mia mano:
lì restano i tuoi morti.
 
Lì restano il tuo cielo doloroso,
la tua pace di pietra, la tua stellare corrente,
e gli eterni occhi del tuo popolo
vigilano le tue rive.
 
Almeria
Un piatto per il vescovo, un piatto triturato e amaro,
un piatto con resti di ferro, con ceneri, con lacrime,
un piatto sommerso, con singhiozzi e pareti cadute,
un piatto per il vescovo, un piatto di sangue d'Almeria.
 
Un piatto per il banchiere, un piatto con guance
di bimbi del Sud felice, un piatto
con detonazioni, con acque pazze e rovine e spavento,
un piatto con assi spezzate e teste calpestate,
un piatto nero, un piatto di sangue d'Almeria.
 
Ogni mattina, ogni mattina torbida della vostra vita
l'avrete fumante e ardente sulla vostra tavola:
lo scosterete un po' con le vostre dolci mani
per non vederlo, per non digerirlo tante volte:
lo scosterete un poco tra il pane e l'uva
questo piatto di sangue silenzioso
che sarà Iì ogni mattina, ogni
mattina.
 
Un piatto per il Colonnello e per la sposa del Colonnello,
in una festa della guarnigione, in ogni festa,
sopra i giuramenti e gli sputi, con la luce di vino dell'alba
perché lo vediate tremante e freddo sopra il mondo.
 
Sì, un piallo per tutti voi, ricco di qui e di là,
ambasciatori, ministri, commensali atroci,
signore dal confortevole tè e poltrona:
un piatto spezzato, traboccante, sporco di sangue povero,
per ogni mattina, per ogni settimana, per sempre sempre,
un piatto di sangue d'Almeria, davanti a voi, per sempre.
 
Terre offese
Regioni sommerse
nell'interminabile martirio, dall'inesauribile
silenzio, palpito
d'ape e roccia sterminala,
terra che in luogo di frumento e di trifoglio
rechi segno di sangue secco e crimine:
Galizia opima, pura come la pioggia,
salata per sempre dalle lacrime:
Estremadura, sulla cui riva augusta
di cielo e alluminio, nero come buco
di pallottola, tradito, perito, distrutto,
Badajoz senza memoria, tra i suoi figli morti
giace mirando un cielo che ricorda:
Málaga arata dalla morte
e inseguita per i precipizi
fino a che le madri impazzite
sferzavano la pietra con i neonati.
Furore, volo di lutto
e morte e collera,
finché le lacrime e il dolore uniti,
parole, svenimento e ira
non son che un mucchio d'ossa su una strada,
una pietra sepolta dalla polvere.
 
È tanto, tanta
tomba, tanto martirio, tanto
galoppo di bestie nella stella!
Nulla, neppure la vittoria
cancellerà il buco terribile del sangue:
nulla, neppure il mare, neppure il passo
dell'arena e del tempo, né il geranio ardente
sulla sepoltura.
 
Sanjurjo all'Inferno
Legato, fumigante, stretto dai lacci
al suo aereo traditore, ai suoi tradimenti,
si brucia il traditore tradito.
 
Come fosforo bruciano i suoi reni
e la sua bocca sinistra di soldato
traditore si scioglie in maledizioni,
dalle fiamme eterne pilotato,
condotto e bruciato da aerei,
di tradimento in tradimento bruciato.
 
Mola all'Inferno
É trascinato il torbido mulo Mola
di precipizio in precipizio eterno
e come va il naufragio d'onda in onda,
disfatto dallo zolfo e dal corno,
cotto in calce e fiele e dissimulazione,
anticipatamente atteso nell'inferno,
va l'infemal mulatto, il Mola mulo
definitivamente torbido e tenero,
con fiamme nella coda e nel culo.
 
II Generale Franco all'Inferno
Sciagurato, né il fuoco né l’aceto scottante
in un nido di streghe vulcaniche, né il gelo divoratore,
né la tartaruga putrida che latrando e [piangendo con voce di donna morta ti
[raspi la pancia
cercando un anello nuziale e un giocattolo di bimbo sgottato,
altro non saranno per te che una porta oscura,
distrutta.
 
Infatti.
Da inferno a inferno che c'è? Nell'ululato
dette tue legioni, nel santo latte
delle madri di Spagna, nel latte e nei seni calpestati
per te strade, c'è un villaggio in più, un silenzio in più, una porta spezzata.
 
Sei qui. Triste palpebra. Sterco
di sinistre galline da sepolcro, pesante sputo, segno
di tradimento che il sangue non cancella. Chi, chi sei,
oh miserabile foglia di sale, oh cane della terra,
oh mal nata pallidezza d'ombra.
 
Retrocede la fiamma senza cenere,
la sete salina dell'inferno, i cerchi
del dolore impallidiscono.
 
Maledetto, che solo l'umano
ti perseguiti, che entro l'assoluto fuoco delle cose
non ti consumi, che non ti perda
sulla scala del tempo, e che non ti trafori il vetro ardente
né la feroce schiuma.
 
Solo, solo, per le lacrime
tutte riunite, per un'eternità di mani morte
e d'occhi marciti, solo in una grotta
del tuo inferno, mangiando silenzioso pus e sangue
per un'eternità maledetta e sola.
 
Non meriti di dormire
sia pure pieni d'aghi conficcat gli occhi: devi restare
sveglio, Generale, sveglio eternamente
tra il marciume delle neopartorienti,
mitragliate in Autunno. Tutte, tutti i tristi bimbi squartati,
rigidi, stanno appesi, attendendo nel tuo inferno
quel giorno di festa fredda: il tuo arrivo.
 
Bimbi neri per l'esplosione,
pezzi rossi di cervello, corridoi
di dolci intestini, ti attendono tutti, tutti, nello stesso atteggiamento
di attraversar la strada, di colpire la palla,
d'inghiottire un frullo, di sorridere o di nascere.
 
Sorridere. Vi son sorrisi
ormai demoliti dal sangue
che attendono con dispersi denti sterminati,
e maschere di confusa materia, volti vuoti
di polvere da sparo perpetua, e i fantasmi
senza nome, gli oscuri
nascosti, quelli che mai uscirono
dal loro letto di macerie. Tutti ti attendono
per passare la notte. Empiono i corridoi
come alghe corrotte.
 
Son nostri, furono la nostra
carne, la nostra salute, la nostra
pace di ferriera, il nostro oceano
d'aria e di polmoni. Attraverso loro
le secche terre fiorivano. Ora, oltre la terra,
fatti sostanza
distrutta, materia assassinata, farina morta,
ti attendono nel tuo inferno.
 
Poiché l'acuto spavento o il dolore si consumano,
né spavento né dolore ti attendono. Solo e
maledetto tu sia,
solo e sveglio tu sia fra tutti i morti,
e che il sangue cada su di te come la pioggia,
e che un agonizzante fiume di occhi tagliali
ti scivoli addosso e ti percorra guardandoti senza fine.
 
Canto su alcune rovine
 
Questo che fu creato e dominato,
questo che fu inumidito, usato, visto,
giace — povero fazzoletto — tra le onde
di terra e nero zolfo.
Come il bocciolo o il petto
si levano al cielo, come il fiore che sale
dall'osso distratto, così le forme
del mondo apparvero. Oh palpebre,
oh colonne, oh scale.
Oh profonde materie
aggregate e pure: quanto fino a essere campane!
quanto fino a essere orologi! Alluminio
d'azzurre proporzioni, cemento
appiccicato al sogno degli esseri!
La polvere si riunisce,
la gomma, il fango, gli oggetti crescono
e le pareti s'innalzano
come pergole di oscura pelle umana.
Lì dentro in bianco, in rame,
in fuoco, in abbandono, le carte crescevano,
in pianto abominevole, le ricette
portate nella notte in farmacia mentre
qualcuno aveva febbre,
la secca tempia della mente, la porta
che ['uomo costruì
per non aprirla mai.
Tutto se n'è andato, è caduto
brutalmente appassito.
Utensili feriti, tele
notturne, schiuma sporca, orine giustamente
versale, guance, vetro, lana,
canfora, cerchi di filo e di pelle, tutto,
tutto da una ruota trasformato in polvere,
nel disorganizzato sogno dei metalli,
tutto il profumo, tutto l'ammaliato,
tutto riunito in nulla, tutto caduto
per non nascere mai.
Sete celeste, colombe
con cintura di farina: epoche
di polline e di grappolo, guardate come
il legno si sfascia
fino a giungere al lutto: non vi sono radici
per l'uomo: tutto riposa appena
sopra un tremore di pioggia.
Guardate come è marcita
la chitarra sulla bocca di una fragrante sposa:
guardate come le parole che tanto costruirono,
ora sono sterminio: guardate sopra la calce e il marmo distrutto
la traccia — ormai con muschio — del singhiozzo.
 
La vittoria delle armi del popolo
Ma, come il ricordo della terra, come il petreo
splendore del metallo e del silenzio,
popolo, patria e avena, è la tua vittoria.
 
Avanza la tua bandiera bucherellato
come il tuo petto sulle cicatrici
di tempo e di terra.
 
Le associazioni sindacali al fronte      
Dove sono i minatori, dove sono
quelli che fanno la corda, quelli che maturano
la suola, quelli che comandano la rete?
Dove sono?
 
Dove quelli che cantavano sull'alto
dell'edificio, sputando e bestemmiando
sopra il cemento aereo?
 
Dove sono i ferrovieri
caparbi e notturni?
Dov'è il sindacalo del vettovagliamento?
Con un fucile, con un fucile. Tra i
grigi palpiti detta pianura.
guardando sopra le macerie.
 
Dirigendo fa pallottola verso il duro
nemico come verso le spine,
come verso le vipere, così.
 
Di giorno e di notte, nella cenere
triste dell'alba, nella virtù
del mezzogiorno calcinato,
 
Trionfo         
Solenne è il trionfo del popolo.
Al tuo passo di grande vittoria
la cieca patata e l'uva
celeste brillano sulla terra.
 
Paesaggio dopo una battaglia   
Spazio morso, truppa sfregata
contro i cereali, ferri
rotti, gelali tra brina e pietre,
aspra luna.
 
Luna di cavalla ferita, calcinata,
avvolta in stanche spine, minacciante, affondato
metallo o osso, assenza, panno amaro,
fumo di affossatori.
 
Dietro l'acre nembo dei nitrati,
di sostanza in sostanza, d'acqua in acqua,
rapidi come frumento sgranato,
bruciati e divorati.
 
Fortuita corteccia soavemente dolce,
nera cenere assente e dispersa,
ora solamente sonoro freddo, abominevoli
materiali di pioggia.
 
Lo conservino le mie ginocchia sotterrato
più di questo fuggitivo territorio,
l'afferrino le mie palpebre fino a nominare e ferire,
conservi il sangue mio questo sapore d'ombra
perché non esista oblio.
 
Anticarristi     
Rami tutti di classica madreperla, aureole
di mare e di cielo, vento d'allori
per voi, eroi di quercia,
anticarristi.
Siete stati nella notturna bocca
della guerra
gli angeli del fuoco, i temibili,
i figli puri della terra.
 
Così stavate, sparsi
nei campi, oscuri, come semina, distesi
aspettando. E davanti al ferro d'uragano, nel petto del mostro
avete lanciato, non solo un pezzo pallido di esplosivo,
ma il vostro profondo cuore fumante,
sferza distruttrice e azzurra come polvere da sparo.
Vi siete levati,
dolci celesti contro le montagne
della crudeltà, figli nudi
della terra e della gloria.
 
Voi non avete mai visto
prima altro che l'oliva, altro che le reti
piene di squame e d'argento: voi riuniste
gli strumenti, il legno, il ferro
dei raccolti e delle costruzioni:
nelle vostre mani fiorì la bella
melagrana forestale o la cipolla
mattutina, e d'improvviso
siete qui carichi di lampi
stringendo in pugno la gloria, scoppiando
di poteri furiosi,
soli e duri di fronte alle tenebre.
 
La libertà vi raccolse nelle miniere,
chiese pace per i vostri aratri:
la Libertà si levò piangendo
per le strade, gridò nei corridoi
delle case: nelle campagne
la sua voce passava tra arancia e vento
chiamando uomini dal petto maturo, e accorreste,
e siete qui, preferiti
figli della vittoria, molte volte caduti, molte volte
cancellate le vostre mani, rotte le più occulte cartilagini, silenziose
le vostre bocche, frantumato
fino alla distruzione il vostro silenzio:
ma sorgete all'improvviso, in mezzo
al turbine, di nuovo, voi, tutta
la vostra insondabile, la vostra bruciante
razza di cuori e di radici.
 
Madrid 1937
In quest'ora ricordo tutto e tutti,
nelle fibre, nel profondo, nelle
regioni che — suono e penna —
battendo un poco, esistono
oltre la terra, ma nella terra. Oggi
comincia un nuovo inverno.
Non v'è in questa città.
dove sta ciò che amo,
non v'è pane, né luce: un vetro freddo cade
su gerani secchi. Di notte sogni neri
aperti da obici, come buoi insanguinati:
nessuno nell'alba delle fortificazioni,
altro che un carro rotto: già muschio, già silenzio di età
invece di rondini nelle case bruciate,
dissanguate, vuote, con porte volte al cielo:
già il mercato sta aprendo i suoi poveri smeraldi,
e le arance, il pesce,
ogni giorno portati attraverso il sangue,
si offrono alle mani della sorella e della vedova.
Città a lutto, scavata, ferita,
rotta, battuta, bucherellata, piena
di sangue e di vetri rotti, città senza notte, tutta
notte e silenzio, e scoppi ed eroi,
ora un nuovo inverno più nudo e più solo,
ora senza farina, senza passi, con la tua luna
di soldati.
A tutto, a tutti.
Sole povero, sangue nostro
perduto, cuore terribile
scosso e piangente. Lacrime come pesanti pallottole
son cadute sulla ma terra scossa col suono
di colombe che cadono, mano che chiude
la morte per sempre, sangue di ogni giorno,
di ogni notte, di ogni settimana e di ogni
mese. Senza parlar di voi eroi addormentati
e svegli, senza parlar di voi che fate tremare l'acqua
e la terra con la vostra volontà insigne,
in quest'ora ascolto il tempo in una strada,
qualcuno mi parla, l'inverno
giunge di nuovo agli alberghi
in cui ho vissuto,
tutto è città ciò che ascolto e distanza
circondala dal fuoco come da una schiuma
di vipere, assalila
da un'acqua d'inferno.
È ormai più di un anno
che i mascherati toccano la tua riva umana
e muoiono al contatto del tuo elettrico sangue:
sacchi di morì, sacchi di traditori,
sono rotolati ai tuoi piedi di pietra: né il fumo, né la morte
han conquistalo i tuoi muri ardenti.
Allora.
che c'è, allora? Sì, sono quelli dello sterminio,
sono i divoratori: ti spiano, città bianca,
il vescovo dalla torbida cervice, i signorini
fecali e feudali, il generale nella cui mano
suonano trenta denari: stanno contro le lue mura
un cinturone di piovigginose beghine,
uno squadrone di ambasciatori putridi
e un triste singhiozzo di cani militari.
Lode a te, lode di nube, di fulmine.
di salute, di spade,
fronte sanguinante il cui filo di sangue
si riflette sulle pietre colpite,
fluire di dolcezza dura,
chiara culla di lampi armata,
cittadella materiale, aria di sangue
da cui nascono api.
Oggi tu che vivi, Juan,
oggi tu che guardi. Pedro, concepisci, dormi, mangi:
oggi nella notte senza luce vigilando senza sonno e senza riposo,
soli nel cemento, per la terra tagliata,
dai luttuosi fili, al Sud, in mezzo, intorno,
senza cielo, senza mistero,
uomini come un collare di cordoni difendono
la città circondata dalle fiamme: Madrid
indomita
per colpo astrale, per commozione del fuoco:
terra e vigilia nell'alto silenzio
della vittoria: scossa
come una rosa rotta: circondata
di alloro infinito!
 
Ode solare all’Esercito del Popolo
Armi del popolo! Qui! La minaccia, l'assedio
spargono ancora la terra mischiandola di morte
aspra di punture!
Salve, salve,
salve ti dicono le madri del mondo,
le scuole ti dicono salve, i vecchi falegnami,
Esercito del Popolo, ti dicono salve, con le spighe,
il latte, le patate, il limone, l'alloro,
tutto ciò che è della terra e della bocca
dell'uomo.
Tutto come una collana
di mani, come una
cintura palpitante, come un'ostinazione di lampi,
tutto a te si prepara, tutto verso te converge!
Giorno di ferro,
azzurro fortificato!
Fratelli, avanti,
avanti per le terre arate,
avanti nella notte riarsa e senza sonno, delirante e consunta,
avanti tra viti, calpestando il freddo colore delle rocce,
salute, salute, continuate. Più taglienti della voce dell'inverno,
più sensibili della palpebra, più sicuri della punta del tuono,
esatti come il rapido diamante, nuovamente marziali,
guerrieri secondo l'acqua gelida delle terre del centro,
secondo il fiore e il vino, secondo il cuore spirale della terra,
secondo le radici di tutte le foglie, di tutte le mercanzie fragranti della terra.
Salve, soldati, salve, maggesi rossi,
salve, trifogli duri, salve, popoli fermi
nella luce del lampo, salve, salve, salve,
avanti, avanti, avanti, avanti,
sulle mine, sui cimiteri, davanti all'abominevole
appetito di morte, davanti all'irto
terrore dei traditori,
popolo, popolo efficace, cuore e fucili,
cuore e fucili, avanti.
Fotografi, minatori, ferrovieri, fratelli
del carbone e della pietra, parenti del martello,
boschi, festa di allegri spari, avanti,
guerriglieri, maggiori, sergenti, commissari politici,
aviatori del popolo, combattenti notturni,
combattenti marini, avanti:
di fronte a voi
non c'è che una mortale catena, un buco
di pesci marci: avanti!
non vi sono lì che morti moribondi,
stagni di terribile pus sanguigno,
non vi sono nemici: avanti, Spagna,
avanti, campane popolari,
avanti, regioni di mela,
avanti, stendardi cereali,
avanti maiuscole di fuoco,
perché nella lotta, nell'onda, nel prato,
nella montagna, nel crepuscolo carico di acre aroma,
recate una nascita di permanenza, un filo
di difficile durezza.
Frattanto,
radice e ghirlanda sale dal silenzio
per attendere la vittoria minerale:
ogni strumento, ogni ruota rossa,
ogni manico di sega o impugnatura di aratro,
ogni estrazione dal suolo, ogni tremore di sangue
vuoi seguire i tuoi passi. Esercito del popolo:
la tua luce organizzata giunge ai poveri uomini
dimenticati, la tua definita stella
inchioda i suoi rochi raggi nella morte
e stabilisce i nuovi occhi della speranza.
 
V
 
Canto a Stalingrado
 
Nella notte il contadino dorme, si sveglia e affonda
la sua mano nelle tenebre interrogando l'aurora:
alba, sole di domani, luce del giorno che viene,
dimmi se ancora le mani più pure degli uomini
difendono il castello dell'onore, dimmi aurora,
se l'acciaio sulla tua fronte rompe il suo potere,
se l'uomo è al suo posto, se il tuono è al suo posto,
dimmi, dice il contadino, se non ascolta la terra
come cade il sangue degli arrossati
eroi, nella grandezza della notte terrestre,
dimmi se sopra l'albero ancora sta il cielo,
dimmi se ancora risuona di spari Stalingrado.
 
E il marinaio in mezzo a! mare terribile guarda
cercando tra le umide costellazioni
una, la rossa stella della città ardente,
e trova nel suo cuore quella stella che brucia,
quella stella d'orgoglio vogliono toccare le sue mani,
quella stella di pianto la costruiscono i suoi occhi.
 
Città, stella rossa, dicono il mare e l'uomo,
città, chiudi i tuoi raggi, chiudi le tue porte dure,
chiudi, città, il tuo illustre alloro insanguinato,
e che la notte tremi con il lucore cupo
dei tuoi occhi dietro un pianeta dì spade.
 
E lo spagnolo ricorda Madrid e dice: sorella,
resisti, capitale della gloria, resisti:
dal suolo si leva tutto il sangue sparso
di Spagna, e per la Spagna si alza di nuovo,
lo spagnolo domanda, vicino al muro
delle fucilazioni, se Stalingrado vive:
c'è nel carcere una catena di occhi neri
che traforano le pareli col tuo nome,
e la Spagna si scuole col tuo sangue e coi tuoi morti,
perché tu le offristi l'anima, Stalingrado,
quando la Spagna partoriva eroi come i tuoi.
 
Lei conosce la solitudine, la Spagna,
come oggi tu, Stalingrado. conosci la tua.
La Spagna lacerò la terra con le sue unghie
quando Parigi era più bella che mai.
La Spagna dissanguava il suo immenso albero di sangue
quando Londra pettinava, come ci racconta Pedro
Garfias, i suoi giardini e i suoi laghi di cigni.
 
Oggi ormai tu conosci questo, forte vergine,
oggi ormai conosci, Russia, la solitudine e il freddo.
Quando migliaia di obici straziano il tuo cuore,
quando gli scorpioni con crimine e veleno,
Stalingrado, corrono a mordere le tue viscere,
Nuova York balla, Londra medita, e io dico «merde»,
perché il mio cuore non ne può più e i nostri
cuori
non ne possono più, non ne possono più
in un mondo che lascia morire soli i suoi eroi.
 
Li lasciate soli? Verranno in cerca di voi!
Li lasciate soli?
Volete che la vita
fugga alla tomba, e il sorriso degli uomini
sia cancellato dalla latrina e dal calvario?
Perché non rispondete?
 
Volete altri morti sul fronte dell'Est
che empiano totalmente il vostro cielo?
Ma allora non vi resterà altro che l'inferno.
Il mondo si sta stancando di piccole imprese,
che nel Madagascar i generali
uccidano con eroismo cinquantacinque scimmie.
 
Il mondo è stanco di autunnali riunioni
presiedute ancora da un ombrello.
 
Città, Stalingrado, non possiamo
arrivare alle tue muraglie, siamo lontani,
Siamo i messicani, siamo gli araucani,
siamo i patagoni, siamo i guarani,
siamo gli uruguaiani, siamo i cileni,
siamo milioni di uomini.
per fortuna abbiamo già parenti nella famiglia,
ma ancora non giungiamo a difenderti, madre.
Città, città di fuoco, resisti finché un giorno
arriveremo, indios naufraghi, a toccare le tue muraglie
con un bacio di figli che attendevano di giungere.
 
Stalingrado, ancora non c'è un Secondo Fronte,
ma non cadrai anche se il ferro e il fuoco
ti morderanno giorno e notte.
 
Anche se morirai, non muori!
 
Perché gli uomini più non hanno morte
e devono continuare a lottare dal luogo dove cadono
finché la vittoria non sia che nelle tue mani
anche se sono stanche e trapassate e morte,
perché altre mani rosse, quando le vostre cadranno,
semineranno per il mondo le ossa dei tuoi eroi
perché il tuo seme empia tutta la terra.
 
Nuovo canto d'amore a Stalingrado
 
Io scrissi del tempo e dell'acqua,
descrissi il lutto e il suo metallo violetto,
io scrissi del cielo e della mela,
ora scrivo di Stalingrado.
 
Ormai la fidanzata ripose col suo fazzoletto
il raggio del mio amore innamorato,
ora il mio cuore è sulla terra,
nel fumo e nella luce di Stalingrado.
 
Io toccai con le mie mani la camicia
del crepuscolo azzurro e sconfitto:
ora tocco l'alba della vita
che nasce con il sole di Stalingrado.
 
Io so che il vecchio giovane transitorio
di penna, come un cigno rilegato,
squaderna il suo dolore notorio
per il mio grido d'amore a Stalingrado.
 
Io metto la mia anima dove voglio.
lo non mi nutro della carta stanca,
guernita di inchiostro e calamaio.
San nato per cantare Stalingrado.
 
La mia voce è stata coi tuoi grandi morti
contro le lue stesse mura maciullati,
la mia voce suonò come campana e vento
vedendoli morire, Stalingrado.
 
Adesso americani combattenti
bianchi e oscuri come i melograni,
nel deserto uccidono il serpente.
Ormai più non sei sola, Stalingrado.
 
La Francia torna alle vecchie barricate
con vessillo di furia inalberato
sopra le lacrime appena asciugale.
Ormai non sei più sola, Stalingrado.
 
E grandi leoni d'Inghilterra
volando sopra il mare tempestoso
affondano gli artigli nella grigia terra.
Ormai non sei più sola, Stalingrado.
 
Oggi sotto le tue montagne di esempio
non stanno solo i tuoi sepolti:
tremando sta la carne dei morti
che toccarono la tua fronte, Stalingrado.
 
Disfatte vanno le invasore mani,
triturati gli occhi dei soldato.
sono piene di sangue le scarpe
che calpestarono la tua porta, Stalingrado.
 
Il tuo acciaio azzurro d'orgoglio costruito,
la tua chioma di pianeti coronati,
il tuo baluardo di pani divisi,
la tua cupa frontiera, Stalingrado.
 
La tua Patria di martelli e di allori,
il sangue sullo splendore candido,
lo sguardo di Stalin alla neve
tessuta col tuo sangue, Stalingrado.
 
Le decorazioni che i tuoi morti
han posto sopra il petto trapassato
della terra, e il brivido
della morte e della vita, Stalingrado.
 
Il sale profondo che di nuovo rechi
al cuore dell'uomo angosciato
con il ramo di rossi capitani
usciti dal tuo sangue, Stalingrado.
 
La speranza che sboccia nei giardini
come il fiore dell'albero atteso,
la pagina incisa di fucili,
le lettere della luce, Stalingrado.
 
La torre che concepisci sull'altura,
gli altari di pietra insanguinati,
i difensori della tua età matura,
i figli della tua pelle, Stalingrado.
 
Le aquile ardenti delle tue pietre,
i metalli dalla tua anima allattati,
gli addii dalle lacrime immense
e le onde d'amore, Stalingrado.
 
Le ossa di assassini gravemente feriti,
le invasore palpebre chiuse,
e i conquistatori fuggitivi
dietro la tua scintilla, Stalingrado.
 
Quelli che umiliarono la curva dell'Arco
e hanno trapanato le acque della Senna
con il consenso dello schiavo,
si fermarono a Stalingrado.
 
Quelli che su Praga la Bella, sulle lacrime,
sull'ammutolito e tradito,
passarono calpestando le sue ferite,
morirono a Stalingrado.
 
Quelli che nella grotta greca hanno sputato,
le stalattiti di cristallo reciso
e il suo classico azzurro rarefatto,
dove son ora, Stalingrado?
 
Quelli che bruciarono e spezzarono la Spagna
lasciando incatenalo il cuore
di quella madre di querce e di guerrieri,
imputridiscono ai tuoi piedi, Stalingrado.
 
Quelli che in Olanda macchiarono
di fango insanguinato tulipani e acqua
e seminarono la frusta e la spada,
dormono ora a Stalingrado.
 
Quelli che nella notte bianca di Norvegia
con ululato di sciacallo sciolto
bruciarono quella gelida primavera,
ammutolirono a Stalingrado.
 
Onore a te per ciò che l'aria reca,
ciò che è da cantare ed è cantalo
onore alle lue madri ed ai tuoi figli
onore ai tuoi nipoti, Stalingrado.
 
Onore al combattente della bruma,
onore al Commissario e al soldato,
onore al cielo dietro la tua luna,
onore al sole di Stalingrado.
 
Conservami un pezzo di violenta spuma,
conservami un fucile, conservami un aratro,
e che lo mettano nella mia sepoltura
con una spiga rossa del tuo stato,
perché sappiano, se esiste qualche dubbio,
che sono morto amandoti e che mi hai amato,
e se non ho combattuto alla tua cintura
lascio in tuo onore questa melagrana oscura,
questo canto d'amore a Stalingrado.
 
Tina Modotti è morta
 
Tina Modotti, sorella, non dormi, no, non dormi:
Forse il tuo cuore ode crescere la rosa
di ieri, l'ultima rosa di ieri, la nuova rosa.
Riposa dolcemente, sorella.
 
La nuova rosa è tua, la nuova terra è tua:
ti sei messa un nuovo vestito di seme profondo
e il tuo dolce silenzio si empie di radici.
Non dormirai invano, sorella.
 
Puro è il tuo dolce nome, pura è la tua fragile vita.
D'ape, d'ombra, di fuoco, di neve, di silenzio, di schiuma,
d'acciaio, di linea, di polline, si costruì la tua ferrea,
la tua sottile struttura.
 
Lo sciacallo al gioiello del tuo corpo addormentato
ancora affaccia la penna e l'anima insanguinata,
come se tu potessi, sorella, levarti,
sorridendo sopra il fango.
 
Ti porto nella mia patria perché non ti tocchino,
nella mia patria di neve perché alla tua purezza
non giunga l'assassino, né lo sciacallo, né il venduto:
là starai tranquilla.
 
Odi un passo, un passo pieno di passi, qualcosa
di grande dalla steppa, dal Don, dal freddo?
Odi un passo fermo di soldato nella neve?
Sorella, sono i tuoi passi.
 
Passeranno un giorno per la tua piccola tomba
prima che le rose di ieri si disperdano,
passeranno a vedere quelli di un giorno, domani,
dove sta ardendo il tuo silenzio.
 
Un mondo si dirige al luogo ove tu andavi, sorella.
Avanzano ogni giorno i canti della tua bocca
sulla bocca del popolo glorioso che amavi.
Il tuo cuore era forte.
 
Nelle vecchie cucine della tua patria, sulle strade
polverose, qualcosa si dice e passa,
qualcosa torna alla fiamma del tuo popolo dorato,
qualcosa si sveglia e canta.
 
Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi dicono il tuo nome,
quelli che da ogni parte, dall'acqua e dalla terra,
col tuo nome altri nomi taciamo e diciamo.
Perché il fuoco non muore.
 
17 novembre
Ode a un giorno di vittorie
 
Questo doppio anniversario, questo giorno, questa notte,
troveranno un mondo vuoto, troveranno un rozzo
vuoto di cuori desolati?
No, più che un giorno con ore,
è un passo di specchi e di spade,
è un doppio fiore che batte la notte
fino a strappare l'alba dal suo ceppo notturno!
 
Giorno di Spagna che dal Sud
vieni, valoroso giorno
di piumaggio ferreo,
giungi da là, dall'ultimo che cade con la fronte spezzata
con la tua cifra di fuoco ancora sulla bocca!
 
E vai lì col nostro
ricordo sommerso:
tu fosti il giorno, tu sei
la lotta, tu sostieni
la colonna invisibile, l'ala
da dove nascerà, col tuo numero, il volo!
 
Sette, Novembre, dove sei?
Dove ardono i petali, dove il tuo fischio
dice al fratello: sali!, e al caduto: alzati!
 
Dove il tuo alloro cresce dal sangue
e trapassa la povera carne dell'uomo e sale
a costruire l'eroe?
 
In te di nuovo. Unione
in te, di nuovo, sorella dei popoli del mondo
Patria pura e sovietica, torna a te il tuo seme
grande come un fogliame sparso sulla terra!
 
Non v'è pianto per te. Popolo, nella tua lotta!
Tutto dev'essere di ferro, tutto deve camminare e colpire,
tutto, persino l'impalpabile silenzio, persino il dubbio,
persino il dubbio stesso che con mano d'inverno
ci cerchi il cuore per gelarlo e affondarlo,
tutto, persino l'allegria, tutto sia di ferro
per aiutarti, sorella e madre, nella vittoria!
 
Che colui che oggi rinnega sia sputacchiato!
Che il miserabile oggi abbia il suo castigo nell'ora
delle ore, nel sangue totale,
che il vigliacco ritorni
alle tenebre, che gli allori passino al valoroso,
ai valoroso cammino, alla nave valorosa
di neve e di sangue che difende il mondo!
 
Io ti saluto, Unione Sovietica, in questo giorno,
con umiltà: sono scrittore e poeta.
mio padre era ferroviere: fummo sempre poveri.
Ieri fui con te, lontano, nel mio piccolo
paese dalle grandi piogge. Là crebbe il tuo nome
caldo, ardendo nel petto del popolo,
fino a toccare l'alto cielo della mia repubblica!
 
Oggi penso a loro, tutti sono con te!
di officina in officina, di casa in casa,
vola il tuo nome come un uccello rosso!
 
Siano lodati i tuoi eroi, e ogni goccia
del tuo sangue, lodata
sia la traboccante marea di petti
che difendono la tua pura e orgogliosa dimora!
 
Sia lodato l'eroico e amaro
pane che ti nutre, mentre le porte del tempo si aprono
perché il tuo esercito di Popolo e di ferro marci cantando
tra cenere e pioggia, sopra gli assassini,
a piantare una rosa grande come la luna
nella fine e divina terra della vittoria!
 
Un canto per Bolívar
 
Padre nostro che stai nella terra, nell'acqua, nell'aria
di tutta la nostra vasta latitudine silenziosa,
tutto porta il tuo nome, padre, nella nostra dimora:
il tuo nome la canna innalza alla dolcezza,
lo stagno bolívar ha un fulgore bolívar,
l'uccello bolívar sul vulcano bolívar,
la patata, il salnitro, le ombre speciali,
le correnti, le vene di fosforica pietra,
tutto il nostro viene dalla tua vita spenta,
la tua eredità furono fiumi, pianure, campanili,
la tua eredità è il pane nostro di ogni giorno, padre.
 
Il tuo piccolo cadavere di capitano valoroso
ha disteso nell'immenso la sua metallica forma,
d'improvviso escono dita tue tra la neve
e il pescatore australe porta alla luce d'improvviso
il tuo sorriso, la tua voce palpitante nelle reti.
 
Di che colore la rosa che presso la tua anima alzeremo?
Rossa sarà la rosa che ricorderà il tuo passaggio.
Come saranno le mani che toccheranno la tua cenere?
Rosse saranno le mani che nascono dalla tua cenere.
E com'è il seme del tuo cuore morto?
É rosso il seme del tuo cuore vivo.
 
Per questo oggi un gran cerchio di mani ti circonda.
Vicino alla mia mano ve n'è un'altra e un'altra vicino ad essa,
e un'altra ancora, fino al fondo del continente oscuro.
E un'altra mano che tu allora non conoscesti
viene anch'essa, Bolívar, a stringere la tua
da Teruel, da Madrid, dal Jarama, dall'Ebro,
dal carcere, dall'aria, dai morti di Spagna
giunge questa mano rossa che è figlia della tua.
 
Capitano, combattente, dove una bocca
grida libertà, dove un orecchio ascolta,
dove un soldato rosso rompe una fronte grigia,
dove un alloro di liberi sboccia, dove una nuova
bandiera si orna del sangue della nostra insigne aurora,
Bolívar, capitano, si scorge il tuo volto.
Di nuovo tra gli scoppi e il fumo la tua spada sta nascendo.
Di nuovo la tua bandiera s'è ricamata col sangue.
I malvagi attaccano di nuovo il tuo seme,
inchiodato su un'altra croce sta il figlio dell'uomo.
 
Ma verso la speranza ci conduce la tua ombra,
l'alloro e la luce del tuo esercito rosso
attraverso la notte d'America guarda col tuo sguardo.
I tuoi occhi che vegliano oltre i mari,
oltre i popoli oppressi e feriti,
oltre le nere città incendiate,
la tua voce nasce di nuovo, la tua mano di nuovo nasce:
il tuo esercito difende le bandiere sacre:
la Libertà scuote le campane insanguinate,
e un suono terribile di dolori precede
l'aurora arrossata dal sangue dell'uomo.
Liberatore, un mondo di pace nacque tra le tue braccia.
La pace, il pane, il grano del tuo sangue nacquero,
dal nostro giovane sangue venuto dal tuo sangue
usciran pace, pane, frumento per il mondo che faremo.
 
Io conobbi Bolívar una lunga mattina,
a Madrid, sulla bocca del Quinto Reggimento,
Padre, gli dissi, sei o non sei, o chi sei?
E guardando la Caserma della Montana, disse;
« Mi sveglio ogni cent'anni quando si sveglia il popolo ».
 
Canto ai fiumi della Germania
 
Sopra il Reno, nella notte, reca l'acqua una bocca
e la bocca,una voce e la voce una lacrima
e una lacrima corre per tutto il Reno dorato
dove più la dolcezza di Lorelay non vive,
una lacrima inzuppa le viti cineree
perché anche il vino abbia sapore di lacrime.
Sopra il Reno, nella notte, reca l'acqua una lacrima,
una voce, una bocca che lo empie di sale.
 
Tutta la primavera s'è bagnata di pianto
perché il fiume la copre di salate radici
e le lacrime salgono all'albero lentamente
fino a brillare in cima come fiori di ghiaccio:
passa la madre e guarda la sua lacrima sull'alto,
passa l'uomo e il suo lungo silenzio è fiorito:
e il prigioniero dal suo martirio conosce
ciò che la primavera gli dice dall'aria.
 
L'Elba ha percorso tutta la tua fredda terra:
qualcosa vuoi dirti la sua lingua congelata,
tace sotto i ponti dell'ultima città
e parla nei campi, solo, senza dire il suo messaggio,
errante e vacillante come un bimbo perduto.
 
Ma l'Oder non ha trasparenza né canto,
l'Oder porta sangue che non canta né brilla,
sangue segreto portano verso il nord le sue acque
e l'Oceano attende ogni giorno il suo sangue:
il vecchio fiume trema come una nuova arteria,
raccoglie dal martirio il suo testimonio e corre
Perché non si perda il nostro sangue nella terra.
 
Ormai più non portano i fiumi un petalo di freddo
ma la sanguinaria rosa dei carnefici
e l'illustre seme dell'albero di domani:
albero strano, mescolanza di frusta e di alloro.
Sotto la terra l'acqua della vendetta cresce
e la vittoria deposita la frutta del suo parto
sopra le vecchie vene azzurre della terra,
perché così si lavi vicino all'acqua insanguinata
il cuore dell'uomo quando nascerà di nuovo.
 
Germania Libera, chi dice
che non lotti? I tuoi morti parlano sotto la terra.
Germania, chi dice che sei solamente la collera
dell'assassino? E con chi incominciò l'assassino?
Non legarono le tue pure mani di pietra, un giorno,
per bruciarle? Non sollevò il carnefice
i suoi primi incendi
sopra la tua pura fronte di musica e di freddo?
Non ruppero il petalo più profondo dell'Europa
estraendolo con sangue dal tuo cuore rosso?
Chi è il combattente che osa
toccare il tuo lignaggio di dolori?
 
Brigate
di tedeschi fratelli:
attraversaste tutto il silenzio del mondo
per mettere l'ampio petto vicino a noi,
le vostre prigioni erano come un fiume di notte
che verso la Spagna portavano la vostra voce segreta,
perché quella era la grave patria che difendemmo
dagli affamati lupi che vi mordevano l'anima.
 
La voce di Einstein era una voce di fiumi.
La voce di Heine cantava come l'acqua in noi.
La voce di Mendhelsson, dalle vecchie montagne
scendeva, a rinfrescare le nostre gole secche.
 
La voce di Thaelmann come un fiume sotterrato
palpitava nell'arena del combattimento dell'uomo,
e tutte le vostre voci di cattedrale e di fiume
dalle alte rocce d'Europa si udivano
cadere come un'immensa cateratta fluviale.
 
Tutti i fiumi parlano di ciò che precipiti.
Sorde vene di sangue attraversano il tuo territorio
E l’anima incatenata si scuote nella tua terra.
 
Libera Germania, madre di questo fiume segreto
che sboccia dall'ascia, giunge dal carcere
rinfrescando i passi del soldato invisibile:
nella notte, nella nebbia s'ode la tua voce soffocata
crescere, unirsi, farsi, diffondersi e correre
e cantare con la tua voce antica il vecchio canto.
 
Un nuovo fiume scorre profondo e possente
dal tuo cuore torturato, Germania,
e dalla felicità le sue acque s'innalzano.
La voce segreta cresce vicino alle rosse rive
e l'uomo sommerso si leva e cammina.
 
Canto alla morte e resurrezione di Luis Companys
 
Quando per la collina dove altri morti continuano
a esser vivi, come semi insanguinati e sotterrati
crebbe e crebbe la tua ombra fino a spegnere l'aria
e si raggrinzì la forma della mandorla candida
e si distese il tuo passo come un suono freddo
che cadeva da una cattedrale congelata,
il tuo cuore bussava alle porte più eterne:
la casa dei morti capitani di Spagna.
 
Giovane padre caduto col fiore sul petto,
col fiore sul petto della luce catalana,
col garofano bagnato di sangue inestinguibile,
col papavero vivo sopra la luce spezzata,
la tua fronte ha ricevuto l'eternità dell'uomo
tra i cuori sepolti della Spagna.
 
La tua anima ebbe l'olio virginale del villaggio
e l'aspra rugiada della tua terra dorata
e tutte le radici di Catalogna ferita
ricevevano il sangue dalla fonte della tua anima,
le grotte stellari dove il mare combattuto
disfa i suoi azzurri sotto la schiuma infuriata,
e l'uomo e l'olivo dormono nel profumo
che lasciò sulla terra il tuo sangue sparso.
 
Lascia che rotta a rotta della rossa Catalogna,
e che da punta a punta delle pietre di Spagna,
passeggino i garofani della tua viva ferita
e bagnino i fazzoletti nel tuo sacro sangue
i figli di Castiglia che non possono piangerti,
perché sei nell'eterno di pietra castigliana,
le bimbe di Galizia che piangono come fiumi,
i bimbi giganteschi della miniera asturiana,
tutti, i pescatori di Euzkadi, quelli del Sud, quelli che hanno
un altro capitano morto da vendicare a Granada,
la tua patria guerrigliera che gratta il territorio
trovando le vecchie sorgenti della Spagna.
 
Guerriglieri di tutte le regioni, salve,
toccate, toccate il sangue sotto la terra amata:
è la stessa, caduta sull'estensione piovosa
del Nord e sul Sud dalla corteccia riarsa:
attaccate gli stessi amari nemici,
levate in alto una sola bandiera illuminata:
uniti per il sangue del capitano Companys
riunito nella terra al sangue della Spagna.
 
Dura elegia
 
Signora, hai fatto grande, più grande la nostra America.
Le hai dato un fiume puro, di colossali acque:
le hai dato un albero alto di infinite radici:
un figlio tuo degno della sua patria profonda.
 
Tutti l'abbiamo amato vicino a questi orgogliosi
fiori che copriranno la terra in cui riposi,
tutti abbiamo voluto che venisse dal fondo
dell'America, attraverso la selva e l'altipiano,
perché così la tua fronte stanca toccasse
la sua nobile mano piena di allori e di addii.
 
Ma altri sono venuti per il tempo e per la terra,
signora, e l'accompagnano in questo addio amaro
per il quale ti rifiutarono la bocca di tuo figlio
e a lui, l'acceso cuore che custodivi.
Per la tua sete rifiutarono l'acqua che creasti,
scostarono la sorgente remota della sua bocca.
E non servono le lacrime su questa pietra rotta,
in cui dorme una madre di fuoco e di garofani.
 
Ombre d'America, eroi coronati di furia,
di neve, di sangue, d'oceano, di tempesta e di colombe,
qui: venite al buco che questa madre conservava
nei suoi occhi per il chiaro capitano che attendiamo:
eroi vivi e morti della nostra grande bandiera:
O'Higgins, Juárez, Cárdenas, Recabarren, Bolívar,
Martí, Miranda, Artigas, Sucre, Hidalgo, Morelos,
Belgrano, San Martín, Lincoln, Carrera, tutti,
venite, empite il buco del vostro grande fratello
e che Luis Carlos Prestes senta nella sua cella l'aria,
le ali torrenziali dei padri dell'America.
 
La casa del tiranno ha oggi una presenza
grave come un immenso angelo di pietra,
la casa del tiranno ha oggi una visita
dolorosa e addormentata come una luna eterna,
una madre percorre la casa del tiranno,
una madre di pianto, di vendetta, di fiori,
una madre di lutto, di bronzo, di vittoria,
guarderà eternamente gli occhi del tiranno
fino a inchiodare in essi il nostro lutto mortale.
 
Signora, oggi ereditammo la tua lotta e la tua angoscia.
Ereditammo il tuo sangue che non ebbe riposo.
Giurammo alla terra che ora ti riceve,
di non dormire né sognare finché non torna tuo figlio.
E come nel tuo grembo il suo capo ti mancava
ci manca l'aria che il suo petto respira,
ci manca il cielo che la sua mano indicava.
Giuriamo di continuare le vene arrestate,
le trattenute fiamme che nel tuo dolore crescevano.
Giuriamo che le pietre che ti vedono arrestarti
ascolteranno i passi dell'eroe che ritorna.
 
Non v'è carcere per Prestes che nasconda il suo diamante.
II piccolo tiranno vuol nascondere il suo fuoco
con le sue piccole ali di pipistrello freddo
e s'avvolge nel torbido silenzio del topo
che ruba nei corridoi del palazzo notturno.
 
Ma come una bragia di scintilla e di folgore
attraverso le sbarre di ferro calcinato
la luce del cuore di Prestes spicca,
come nelle grandi miniere del Brasile lo smeraldo,
come nei grandi fiumi del Brasile la corrente,
e come nei nostri boschi di natura possente
spicca una statua di stelle e di fogliame,
un albero delle terre assetate del Brasile.
 
Signora, hai fatto grande, più grande la nostra America.
E tuo figlio incatenato combatte con noi,
al nostro fianco, pieno di luce e di grandezza.
Nulla può il silenzio del ragno implacabile
contro la tempesta che da oggi ereditiamo.
Nulla possono i lenti martiri di questo tempo.
contro il suo cuore di legno invincibile.
La frusta e la spada che le tue mani di madre
passeggiarono per la terra come un sole giustiziere
illuminano le mani che oggi ti coprono di terra.
Domani cambieremo quanto ferì i tuoi capelli.
Domani romperemo la spina dolorosa.
Domani inonderemo di luce il tenebroso
carcere che è sulla terra.
 
Domani vinceremo.
E il nostro capitano sarà con noi.
 
Canto all'esercito rosso al suo arrivo alle porte di Prussia
 
Questo è il canto tra la notte e l'alba, questo è il canto
uscito dagli ultimi rantoli come dalla pelle
battuta di un tamburo insanguinato,
sbocciato dalle prime gioie simili al ramo
fiorito nella neve e al raggio del sole sopra il ramo fiorito.
 
Queste sono le parole che impugnarono l'agonico,
e che sillaba a sillaba spremettero le lacrime come un panno macchiato
fino a seccare le ultime umidità amare del singhiozzo,
e a far di tutto il pianto la treccia indurita,
la corda, il filo duro che sostenga l'aurora.
Fratelli, oggi possiamo dire: l'alba viene,
ormai possiamo battere sul tavolo col pugno
che fino a ieri sostenne la nostra fronte con lacrime.
Ormai possiamo guardare la torre cristallina
della nostra possente cordigliera nevosa
perché nell'alto orgoglio delle sue ali di neve
brilla il fulgore severo d'una neve lontana
dove stanno sepolti gli artigli invasori.
 
L'Esercito Rosso alle porte della Prussia. Udite, udite!
oscuri, umiliati, eroi raggianti di corona caduta,
udite!, villaggi disfatti e demoliti e rotti,
udite!, campi d'Ucraina dove la spiga può rinascere con orgoglio,
udite!, martirizzati, impiccati, udite!, guerriglieri morti,
rigidi sotto la brina con le mani che mordono ancora il fucile,
udite!, ragazze, fanciulli abbandonati, udite!, ceneri sacre
di Pushkin e di Tolstoy, di Pietro e di Suvorov,
udite!, in questa altezza meridiana il suono
che alle porte della Prussia batte come un tuono.
 
L'Esercito Rosso alle porte della Prussia. Dove sono
i collerici assassini, gli scavatori di tombe,
dove sono quelli che all'abete impiccarono le madri,
dove sono le tigri con odore di sterminio?
Stanno dietro i muri della loro casa tremando,
attendendo il lampo del castigo, e quando tutti i muri cadranno
vedranno giungere l'abete e la vergine, il guerrigliero e il bimbo,
vedranno giungere i morti e i vivi a giudicarli.
 
Udite, cecoslovacchi, preparate le tenaglie
più dure e le forche, e le ceneri di Lídice
perché siano inghiottite domani dal boia,
udite, impazienti lavoratori di Francia, preparate i Vostri fiumi immortali
perché navighino in essi gli invasori affogati.
Preparate la vendetta, spagnoli, dietro la montagna
e presso la costa del Sud ardente
pulite la piccola carabina ossidata perché
è giunto il giorno.
 
Questo è il canto del giorno che nasce e della notte che termina.
Uditelo bene, e che dalla sofferenza indurita esca la voce sicura
che non perdona, e che non tremi il braccio che castiga.
prima di iniziare domani le cantiche di pietà umana
avete ancora tempo per conoscere le terre inzuppate di martirio.
 
Non innalzate domani la bandiera del perdono
sopra i maledetti figli del lupo e fratelli del serpente,
sopra coloro che giunsero fino all'ultimo filo del coltello e distrussero la rosa.
 
Questo è il canto della primavera nascosta
sotto le terre di Russia, sotto le distese
della taiga e la neve, questa è la parola
che sale fino alla gola dalla radice sepolta.
Dalla radice coperta di tanta angoscia, dallo stelo rotto
dall'inverno più amaro della terra, dall'inverno
del sangue sulla terra.
 
Ma le cose passano, e dal fondo
della terra la nuova primavera cammina.
Guardate i cannoni che fioriscono sulla bocca della Prussia.
Guardate le mitragliatrici e i carri armati che
sbarcano a quest'ora a Marsiglia.
Ascoltate il cuore aspro della Jugoslavia
che palpita di nuovo nel petto dissanguato dell'Europa.
Gli occhi spagnoli guardano verso qui, verso il Messico e il Cile,
perché attendono il ritorno dei loro fratelli erranti.
 
Qualcosa succede nel mondo, come un soffio che prima
non sentivamo tra le onde della polvere da sparo.
 
Questo è il canto di ciò che passa e di ciò che sarà.
Questo è il canto della pioggia che cadde sopra la campagna
come un'immensa lacrima di sangue e di piombo.
Oggi che l'Esercito Rosso batte alle porte della Prussia
ho voluto cantare per voi, per tutta la terra,
questo canto di parole oscure,
perché siamo degni della luce che giunge.
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