- 1935 - Residenza sulla terra - vol. II - Pablo Neruda - Popol Vuh - Insetti

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- 1935 - Residenza sulla terra - vol. II

Residenza sulla terra  - Volume 2
(1931-1935)
 
I
Un giorno ascende
 
Dal sonoro escono numeri
numeri moribondi e cifre con sterco,
fulmini inumiditi e lampi sudici.
Dal sonoro, che cresce, quando
la notte esce sola, quale nuova vedova,
quale colomba, papavero o bacio,
e le sue stelle meravigliose si dilatano.
 
Nel sonoro la luce si avvera:
le vocali s'inondano, il pianto cade in petali,
un vento di suoni come un'onda rimbomba,
brilla e pesci di freddo e di elastico l'abitano.
 
Pesci nel suono, lenti, acuti, umidi,
inarcate masse d'oro con gocce sulla coda,
squali di squame e schiuma tremante,
salmoni azzurrini di occhi congelati.
 
Utensili che cadono, carri di legumi,
rumori di grappoli schiacciati,
violini colmi d'acqua, detonazioni fresche,
motori sommersi e ombra polverosa,
fabbriche, baci,
bottiglie palpitanti,
gole,
intorno a me la notte risuona,
il giorno, il mese, il tempo,
suonano come sacchi di campane bagnate
o bocche paurose di sali fragili.
 
Onde del mare, precipizi,
unghie, passi del mare,
travolte correnti di animali disfatti,
fischi nella nebbia roca
decidono i suoni della dolce aurora
che si desta nel mare abbandonato.
 
Al sonoro l'anima rotola
cadendo dai sogni,
ancora circondata dalle sue nere colombe,
ancora foderata dei suoi stracci d'assenza.
 
Al sonoro l'anima accorre
e le sue nozze veloci celebra e precipita.
 
Gusci del silenzio, di torbido azzurro,
come flaconi di oscure farmacie chiuse,
silenzio avvolto nei capelli,
silenzio che galoppa su cavalli senza zampe,
e macchine addormentate e vele prive di atmosfera,
e treni di gelsomino scoraggiato e cera,
e navi oppresse piene d'ombre e di cappelli.
 
Dal silenzio sale l'anima
con istantanee rose,
e nel mattino del giorno si abbatte
e affonda bocconi nella luce che risuona.
 
Brusche scarpe, bestie, utensili,
onde di galli duri che si disperdono,
orologi che lavorano come stomachi secchi,
ruote che si svolgono su rotaie abbattute,
e water-closets bianchi che si svegliano
con occhi di legno, come colombe guerce,
le loro gole annegate
risuonano d'improvviso come cateratte.
 
Guardate come si alzano le palpebre della ruggine
e si scatena la serratura rossa
e la ghirlanda svolge i suoi temi,
cose che crescono,
i ponti oppressi dai grandi trams
cigolano come letti d'amore,
la notte apre le sue porte di piano:
il giorno corre come un cavallo pei suoi tribunali.
 
Dal sonoro esce il giorno
di aumento e di grado
e anche di viole tagliate e di cortine,
di estensioni, di ombre appena fuggite
e gocce che dal cuore del cielo
cadono come sangue celeste.
 
Solo la morte
 
Vi sono cimiteri soli,
tombe piene di ossa senza suono,
il cuore che attraversa una galleria
oscura, oscura, oscura,
come un naufragio nell'intimo moriamo
come se affogassimo nel cuore,
come se andassimo cadendo dalla pelle all'anima.
 
Vi sono cadaveri,
vi sono piedi di appiccicosa pietra fredda,
v'è la morte nelle ossa,
come un suono puro,
come un latrato senza cane,
che esce da certe campane, da certe tombe
crescendo nell'umidore come il pianto o la pioggia.
 
Io vedo, solo, a volte,
bare a vela
salpare con defunti pallidi, con donne dalle trecce morte,
con panettieri bianchi come angeli,
con bimbe pensierose sposate a notai,
bare che risalgono il fiume verticale dei morti,
il fiume violetto,
verso l'alto, con le vele gonfiate dal suono della morte,
gonfiate dal suono silenzioso della morte.
 
Al sonoro giunge la morte
come una scarpa senza piede, come un vestito senz'uomo,
giunge a battere con un anello senza pietra e senza dito,
giunge a gridare senza bocca, senza lingua, senza gola.
 
E tuttavia i suoi passi risuonano
e il suo vestito risuona silenzioso, come un albero.
 
Io non so, io poco conosco, io vedo appena,
ma credo che il suo canto abbia colar di viole umide,
di viole assuefatte alla terra,
perché il volto della morte è verde,
e lo sguardo della morte è verde,
con l'acuta umidità di una foglia di viola
e il suo grave colore d'inverno esasperato.
 
Ma la morte anch'essa va per il mondo vestita di scopa,
lambisce il suolo cercando defunti,
la morte è nella scopa,
è la lingua della morte che cerca morti,
è l'ago della morte che cerca il filo.
 
La morte sta nelle brande:
nei materassi lenti, nelle coperte nere
vive distesa, e d'improvviso soffia:
soffia un suono oscuro che gonfia lenzuola,
ed esistono letti che navigano verso un porto
dove lei sta in attesa, vestita da ammiraglio.
 
Barcarola
 
Se solamente mi toccassi il cuore,
se solamente posassi la tua bocca sul mio cuore,
la tua fine bocca, i tuoi denti,
se posassi la tua lingua come una freccia rossa
lì dove il mio cuore polveroso batte,
se soffiassi nel mio cuore, presso il mare, che piange,
risuonerebbe con un rumore oscuro, un suono di ruote di treno in sogno,
come acque vacillanti,
come l'autunno sulle foglie,
come sangue,
con un rumore di fiamme umide che bruciano il cielo
che suonano come sogni o rami o piogge,    :
o sirene di porto triste,
se tu soffiassi nel mio cuore presso il mare,
come un fantasma bianco,
sull'orlo della schiuma,
in mezzo al vento,
come un fantasma scatenato, sulla riva del mare, che piange.
 
Come assenza distesa, come campana improvvisa,
il mare diffonde il suono del cuore,
piangendo, annottando su una costa sola:
la notte cade indubbiamente,
e il suo lugubre azzurro di stendardo in naufragio
si popola di pianeti d'argento arrochito.
 
E il cuore suona come una conchiglia aspra,
fiamma, oh mare, oh lamento, oh diffuso spavento
sparso in disgrazie e onde sconvolte:
dal sonoro il mare accusa
le sue ombre riverse, i suoi papaveri verdi.
 
Se tu esistessi d'improvviso, su una costa lugubre,
circondata dal giorno morto,
dinanzi a una notte nuova,
colma di onde,
e soffiassi nel mio cuore freddo di paura,
se soffiassi nel sangue solo del mio cuore,
se soffiassi nel suo movimento di colomba in fiamme,
risuonerebbero le sue nere sillabe di sangue,
crescerebbero le incessanti acque rosse,
e suonerebbe, suonerebbe d'ombre,
suonerebbe come la morte,
chiamerebbe come un tubo pieno di vento e di piano,
o una bottiglia che gorgogli spavento.
 
E i lampi coprirebbero le tue trecce
e la pioggia entrerebbe dai tuoi occhi aperti
a preparare il pianto che sordamente rinserri,
e le ali nere del mare girerebbero intorno
a te, con grandi artigli, e gracidii, e voli.
 
Vuoi essere il fantasma che soffia, solitario,
presso il mare il suo sterile, triste strumento?
Se solamente chiamassi,
il suono prolungato, il fischio malefico,
l'ordine di onde ferite,
forse qualcuno verrebbe,
qualcuno verrebbe,
dalle vette delle isole, dal fondo rosso del mare,
qualcuno verrebbe, qualcuno verrebbe.
Qualcuno verrebbe, soffia con furia,
che suoni come sirena di nave spezzata,
come lamento,
come un nitrito tra schiuma e il sangue, come un’acqua feroce che si morde e suona.
 
Nella stagione marina
La sua conchiglia di ombre circola come un grido,
gli uccelli del mare la disprezzano e fuggono,
le sue righe di suono, le sue lugubri sbarre
si levano sulle rive dell’oceano solo.
 
II sud dell'oceano
 
Di consumato sale e di gola in pericolo
son fatte le rose dell'oceano solo,
l'acqua tuttavia spaiata,
e uccelli temibili,
e non v'è che la notte accompagnata
dal giorno e il giorno accompagnato
da un rifugio, da uno
zoccolo, dal silenzio.
 
Nel silenzio cresce il vento
con la sua foglia unica e il suo fiore battuto,
e l'arena che ha solo tatto e silenzio,
non è nulla, è un'ombra,
un'orma di cavallo vago,
non è che un'onda che il tempo ha ricevuto,
perché tutte le acque vanno agli occhi freddi
del tempo che sotto l'oceano ci guarda.
 
Ormai i suoi occhi son morti d'acqua morta e di colombe,
e son due buchi di latitudine amara
per dove entrano i pesci dai denti insanguinati
e le balene che cercano smeraldi,
e scheletri di pallidi signori disfatti
dalle lente meduse, e inoltre
varie associazioni di mirto velenoso,
mani isolate, frecce,
revolver di squama,
interminabilmente scorrono sulle sue guance
e divorano i suoi occhi di sale destituito.
 
Quando la luna consegna i suoi naufragi,
le sue casse, i suoi morti
coperti di papaveri maschili,
quando nel sacco della luna cadono
i vestiti seppelliti nel mare,
con i loro lunghi tormenti, le loro barbe abbattute,
le loro teste che l'acqua e l'orgoglio chiesero per sempre,
nell'estensione si odono cadere ginocchia
verso il fondo del mare portate dalla luna
nel suo sacco di pietra sciupato dalle lacrime
e dai morsi di pesci sinistri.
 
È vero, è la luna che discende
con crudeli scosse di spugna, è, tuttavia,
la luna che barcolla tra le tane,
la luna rosa dalle grida dell'acqua,
i ventri della luna, le sue squame
d'acciaio accomiatato: e da allora
al fine dell'Oceano discende,
azzurro e azzurro, trafitta da azzurri,
ciechi azzurri di materia cieca,
trascinando il suo carico corrotto,
palombari, legni, dita,
pescatrice del sangue che sulle vette del mare
è stato sparso da grandi sventure.
 
Ma parlo di una riva, è li dove sferza
il mare con furia e le onde battono
i muri di cenere. Che è questo? É un'ombra?
Non è l'ombra, è l'arena della triste repubblica,
è un sistema d'alghe, vi sono ali, v'è
una beccata nel petto del cielo:
oh superficie ferita dalle onde,
oh sorgente del mare,
se la pioggia assicura i tuoi segreti, se il vento interminabile
uccide gli uccelli, se solamente il cielo,
solo voglio mordere le tue coste e morire,
solo voglio guardare la bocca delle pietre
da dove escono i segreti pieni di schiuma.
 
È una regione sola, ho già parlato
di questa regione così sola,
dove la terra è piena di oceano,
e non v'è altri che il vento, non v'è altri
che la pioggia che cade sopra le acque del mare,
altri che la pioggia che cresce sopra il mare.
 
II
 
Walking around
 
Avviene che mi stanco di essere uomo.
Avviene che entro nelle sartorie e nei cinematografi
avvizzito, impenetrabile, come un cigno di feltro
che navighi in un'acqua di origini e di cenere.
 
L'odore delle barberie mi fa piangere gridando.
Voglio solo un riposo di pietre o di lana,
voglio solo non vedere stabilimenti né giardini,
né merci, né occhiali, né ascensori.
 
Avviene che mi stanco dei miei piedi e delle mie unghie,
dei capelli e della mia ombra.
Avviene che mi stanco di essere uomo.
 
Tuttavia, sarebbe delizioso
spaventare un notaio con un giglio reciso
o dar morte a una monaca con un colpo d'orecchio.
Bello sarebbe
andare per le strade con un coltello verde,
gridando fino a morire di freddo.
 
Non voglio continuare a essere radice nelle tenebre,
vacillante, disteso, tremante di sonno,
giù, in basso, nei muri bagnati della terra,
assorbendo e pensando, mangiando ogni giorno.
 
Non voglio per me tante disgrazie.
Non voglio continuare a essere radice e tomba,
sotterraneo solo, cantina di morti,
intirizzito, morente di pena.
 
Per questo il giorno lunedì arde come il petrolio
quando mi vede giungere col mio volto di carcere,
e ulula nel suo corso come una ruota ferita,
e muove passi di sangue caldo verso la notte.
 
E mi spinge in certi angoli, in certe case umide e ospedali
dove le ossa escono dalla finestra,
in certe calzolerie con odore d'aceto,
in strade spaventose come fenditure.
 
Vi sono uccelli color di zolfo e orribili intestini
pendenti dalle porte delle case che odio,
dentiere dimenticate in una caffettiera,
specchi
che avrebbero dovuto piangere di vergogna e di spavento,
ombrelli in ogni luogo, e veleni, e ombelichi.
 
Io passeggio con calma, con occhi, con scarpe,
con furia, con oblio,
passo, attraverso uffici e negozi di ortopedia,
e cortili dove c'è biancheria appesa a un filo:
mutande, asciugamani e camicie che piangono
lente lacrime sporche.
 
Disincartamenti
 
La colomba è piena di carte cadute,
il suo petto è macchiato di gomme e settimane
di carte asciuganti più bianche di un cadavere
e d'inchiostri spaventati dal loro colore sinistro.
 
Vieni con me all'ombra delle amministrazioni,
al debole, delicato colore pallido dei capi,
ai tunnel profondi come calendari,
alla dolente ruota di mille pagine.
 
Esaminiamo ora i titoli e le condizioni,
gli atti speciali, le ansie,
le domande con i loro denti d'autunno nauseabondo,
la furia di cinerei destini e di tristi decisioni.
 
È un racconto di ossa ferite,
di amare circostanze e d'interminabili vestiti,
e di calze improvvisamente serie.
È la notte profonda, la testa senza vene
da dove cade il giorno d'improvviso
come una bottiglia rotta da un lampo.
 
Sono i piedi e gli orologi e le dita
e una locomotiva di sapone moribondo,
e un acre cielo di metallo bagnato,
e un giallo fiume di sorrisi.
 
Tutto giunge alla punta di dita come fiori,
a unghie come lampi, a poltrone appassite,
tutto giunge all'inchiostro della morte
e alla bocca violetta dei timbri.
 
Piangiamo la defunzione della terra e del fuoco,
le spade, l'uva,
i sessi con i loro duri domini di radici,
le navi d'alcool naviganti tra navi
e il profumo che danza di notte, in ginocchio,
trascinando un pianeta di rose perforate.
 
Con un vestito da cane e una macchia sulla fronte
cadiamo nella profondità delle carte,
nell'ira delle parole incatenate,
nelle manifestazioni tenacemente defunte,
in sistemi avvolti in foglie gialle.
 
Rotolate con me negli uffici, all'incerto
odore di ministeri, e di tombe e di marche da bollo.
Venite con me al giorno bianco che muore
lanciando grida da fidanzata assassinata.
 
La strada distrutta
 
Sul ferro ingiuriato, sugli occhi del gesso
passa una lingua di anni diversi
dal tempo. È una coda
d’aspri crini, mani di pietra piene d'ira,
e il colore delle case ammutolisce, e scoppiano
le decisioni dell'architettura,
un piede terribile insudicia i balconi:
con lentezza, con ombra accumulata,
com maschere morse d’inverno e lentezza,
passeggiano i giorni d’alta fronte
tra case senza luna.
 
L'acqua e l'abitudine e il fango bianco
che la stella emana, e specialmente
l'aria che le campane han battuto con furia
sciupano le cose, toccano
le ruote, si fermano
nelle tabaccherie,
e crescono i capelli rossi con le cornici
come un lungo lamento, mentre al profondo
cadono chiavi, orologi,
fiori assimilati all'oblio.
 
Dov'è la viola appena partorita? Dove
la cravatta e il verginale zeffiro rosso?
Sugli abitanti
avanza una lingua di polvere marcia
rompendo anelli, rodendo pittura,
facendo ululare senza voce le sedie nere,
coprendo i rosoni del cemento, i bastioni
di metallo infranto,
il giardino e la lana, gli ingrandimenti di fotografie ardenti
ferite dalla pioggia, la sete delle alcove, e i grandi
cartelloni dei cinematografi dove lottano
la pantera e il tuono,
le lance del geranio, le botteghe piene di miele perduto,
la tosse, i vestiti di tessuto brillante,
tutto si copre di un sapore mortale
di retrocessione e d'umidità e di ferita.
 
Forse le conversazioni annodate, l'attrito dei corpi,
la virtù delle stanche signore che annidano nel fumo,
i pomodori assassinati implacabilmente,
il passo dei cavalli di un triste reggimento,
la luce, la pressione di molte dita senza nome,
sciupano la fibra piatta della calce,
circondano d'aria neutra le facciate
come coltelli: mentre
l’aria del pericolo rode le circostanze,
i mattoni, il sale si sparge come acqua
e i carri dai grossi assi traballano.
 
Onda di rose rotte e di buchi! Futuro
della vena odorosa! Oggetti senza pietà!
Nessuno circoli! Nessuno apra le braccia
dentro l'acqua cieca!
Oh movimento, oh nome gravemente ferito,
oh cucchiaiata di vento confuso
e di colore sferzato. Oh ferita dove cadono
fino a morire le chitarre azzurre!
 
Malinconia nelle famiglie
 
Conservo un'ampolla azzurra,
entro essa un orecchio e un ritratto:
quando la notte costringe
le penne del gufo,
quando il roco ciliegio
si spezza le labbra e minaccia
con gusci che il vento dell'oceano spesso perfora,
io so che vi sono grandi estensioni sommerse,
quarzo in lingotti,
fango,
acque azzurre per una battaglia,
molto silenzio, molti
filoni di regressi e di canfora,
cose cadute, medaglie, tenerezze,
paracadute, baci.
 
Non è che il passaggio di un giorno verso l'altro,
una sola bottiglia che gira per i mari,
e una sala da pranzo dove arrivano rose,
una sala da pranzo abbandonata
come una spina: mi riferisco
a un bicchiere sbriciolato, a una cortina, al fondo
di una sala deserta per dove passa un fiume
che trascina le pietre. È una casa
situata sulle fondamenta della pioggia,
una casa a due piani con finestre obbligatorie
e rampicanti strettamente fedeli.
 
Vado per i meriggi, arrivo
pieno di fango e di morte,
trascinando la terra, le sue radici,
e la sua vaga pancia dove dormono
cadaveri con frumento,
metalli, elefanti abbattuti.
 
Ma su tutto c'è una terribile,
una terribile sala da pranzo abbandonata,
con le oliere rotte
e l'aceto che corre sotto le sedie,
un raggio imprigionato della luna,
qualche cosa di oscuro, e cerco
un paragone dentro di me:
forse è un negozio circondato dal mare
e panni rotti che gocciolano salmastro.
È solo una sala da pranzo abbandonata,
e intorno vi sono distese,
costruzioni sommerse, legni
che io solo conosco,
perché sono triste e viaggio,
e conosco la terra, e sono triste.
 
Maternità
 
Perché ti precipiti verso la maternità e verifichi
il tuo acido oscuro con grammi spesso fatali?
È giunto l'avvenire delle rose! Il tempo
della rete e del lampo! Le dolci richieste
delle foglie perdutamente alimentate!
Un fiume rotto a dismisura
percorre stanze e canestri
infondendo passioni e disgrazie
col suo pesante liquido e il suo colpo di gocce.
 
Si tratta di un'improvvisa stagione
che popola certe ossa, certe mani,
certi vestiti marini.
 
E giacché il suo fulgore fa variare le rose
dandogli pane e pietre e rugiada,
oh madre oscura, vieni,
con una maschera nella mano sinistra
e con le braccia piene di singhiozzi.
 
Per corridoi dove nessuno è morto
yoglio che passi, per un mare senza, pesci,
senza squame, senza naufraghi,
per un hotel senza passi,
per un tunnel senza fumo.
 
É per te questo mondo dove nessuno nasce,
in cui non esistono
né la corona morta né il fiore uterino,
è tuo questo pianeta pieno di pelle e di pietre.
 
V’è ombra lì per tutte le vite.
Vi sono circoli di latte ed edifici di sangue,
e torri d'aria verde.
V’è silenzio sui muri, e grandi vacche pallide
con zoccoli di vino.
 
C'è ombra lì perché continui
il dente nella mandibola e un labbro davanti all'altro,
e perché la tua bocca possa parlare senza morire,
e perché il tuo sangue non precipiti invano.
 
Oh madre oscura, feriscimi
con dieci coltelli nel cuore,
da quella parte, verso quel tempo chiaro,
verso quella primavera senza ceneri.
 
Finché tu rompa i suoi neri legni
bussa al mio cuore, finché una mappa
di sangue e di capelli traboccati
macchi i buchi e l'ombra,
bussa finché piangono i suoi vetri,
finché si spargono i suoi aghi.
 
Il sangue ha dita e apre gallerie
sotto la terra.
 
Malattie nella mia casa
 
Quando il desiderio di gioia con i suoi denti di rosa
gratta gli zolfi caduti per molti mesi
e la sua rete naturale, i suoi capelli sonanti
alle mie estinte stanze con roco passo giungono,
lì la rosa di filo metallico maledetto
batte con ragni le pareti
e il vetro rotto osteggia il sangue,
e le unghie del cielo si accumulano,
in tal modo che non si può uscire, non si può dirigere
un tema apprezzabile,
è tanta la nebbia, la vaga nebbia defecata dagli uccelli,
è tanto il fumo convertito in aceto
e l'aria acre che perfora le scale:
nell'istante in cui il giorno cade con le penne disfatte,
non c'è che pianto, altro che pianto,
solo sofferenza, solo sofferenza,
e nient'altro che pianto.
 
Il mare si è messo a battere per anni una zampa d'uccello,
e il sale batte e la schiuma divora,
le radici di un albero trattengono una mano di bimba,
più grande di una mano del cielo,
e tutto l'anno lavorano, ogni giorno di luna
sale sangue di bimba verso le foglie macchiate della luna,
e c'è un pianeta dai terribili denti
che avvelena l'acqua in cui cadono i bimbi,
quando è notte, e non v'è che la morte,
solo la morte, e nient'altro che pianto.
 
Come un grano di frumento nel silenzio, ma
a chi chiedere pietà per un grano di frumento?
Guardate come stanno le cose: tanti treni,
tanti ospedali con ginocchia spezzate,
tante botteghe con gente moribonda:
allora, come? Quando?
Chi supplicare per occhi del colore di un mese freddo,
e per un cuore della grandezza del frumento che vacilla.
Non vi sono che ruote e considerazioni,
alimenti progressivamente distribuiti,
linee di stelle, coppe
in cui non altro cade che la notte,
non altro che la morte.
 
Bisogna sostenere i passi infranti.
Passare in mezzo a tetti e tristezze mentre arde
una cosa bruciata con fiamme di umidità,
una cosa tra stracci tristi come la pioggia,
qualche cosa che arde e che singhiozza,
un sintomo, un silenzio.
Tra conversazioni abbandonate e oggetti respirati,
tra i fiori vuoti che il destino incorona e abbandona,
c'è un fiume che cade come una ferita,
l'oceano che batte un'ombra di freccia spezzata,
c'è tutto il cielo che perfora un bacio.
 
Aiutatemi, foglie che il mio cuore ha adorato in silenzio,
dure traversate, inverni del sud, capigliature
di donne bagnate nel mio sudore terrestre,
luna del sud del cielo sfogliato,
venite a me con un giorno senza dolore,
con un minuto in cui possa riconoscere le mie vene.
Sono stanco di una goccia,
sono ferito solamente in un petalo,
e da un buco di spillo ascende un fiume di sangue senza consolazione,
e affogo nelle acque della rugiada che marcisce nell'ombra,
e per un sorriso che non cresce, per una bocca dolce,
per delle dita che il roseto vorrebbe
scrivo questo poema che è solo un lamento,
solamente un lamento.
 
III
 
Ode con un lamento
 
Oh bimba tra le rose, oh peso di colombe,
oh fortezza di pesci e di roseti,
la tua anima è una bottiglia colma di sale assetato
e la tua pelle una campana colma d'uva.
 
Sfortunatamente non ho da darti che unghie
o ciglia, o pianoforti sciolti.
o sogni che escono dal mio cuore gorgogliando,
sogni polverosi che corrono come neri cavalieri,
sogni colmi di velocità e di disgrazie.
 
Posso amarti solamente con baci e con papaveri,
con ghirlande bagnate dalla pioggia,
guardando cinerei cavalli e cani gialli.
Posso amarti solamente con onde alle spalle,
tra vaghi colpi di zolfo e acque assorte,
nuotando contro i cimiteri che corrono in certi fiumi
con erba bagnata che cresce sulle tristi tombe di gesso,
nuotando attraverso cuori sommersi
e pallidi strati di bimbi insepolti.
 
Molta morte, molti avvenimenti funebri, stanno
nelle mie passioni indifese e nei miei baci desolati,
l’acqua che cade sulla mia testa,
mentre i miei capelli crescono,
un'acqua come il tempo, un'acqua nera scatenata,
con una voce notturna, con un grido
di uccello nella pioggia, con una interminabile
ombra d'ala bagnata che protegge le mie ossa:
mentre mi vesto, mentre
interminabilmente mi guardo negli specchi e nei vetri,
sento che qualcuno mi segue chiamandomi a singhiozzi
con una voce triste marcita dal tempo.
 
Tu stai eretta sulla terra, piena
di denti e di lampi,
propaghi i baci e uccidi le formiche,
piangi di salute, di cipolla, di ape,
di abbecedario che arde.
Tu sei come una spada azzurra e verde
e ondeggi al toccarti, come un fiume.
 
Vieni all'anima mia di bianco vestita, con un mazzo
di rose insanguinate e di coppe di ceneri,
vieni con una mela e un cavallo,
perché c'è una sala oscura e un candelabro rotto,
sedie contorte che attendono l'inverno,
e una colomba morta, con un numero.
 
Materia nuziale
 
Eretto come un ciliegio senza corteccia né fiori,
speciale, acceso, con vene e saliva,
e dita e testicoli,
guardo una bimba di carta e di luna,
orizzontale, tremante e respirante e bianca,
e i suoi capezzoli come due cifre separate,
e la rosate riunione delle sue gambe dove
il suo sesso dalle ciglia notturne ammicca.
 
Pallido, traboccante,
sento affondare parole nella mia bocca,
parole come bimbi soffocati,
e rotte e rotte e denti crescono navi,
e acque e latitudine come bruciate.
 
La metterò come una spada o uno specchio,
e aprirò fino alla morte le sue gambe timorose,
e morderò le sue orecchie e le sue vene,
e farò che retroceda con gli occhi chiusi
in un denso fiume di seme verde.
 
L'inonderò di papaveri e di lampi,
l'avvolgerò in ginocchia, in labbra, in aghi,
le entrerò con pollici di epidermide piangendo
e pressioni di crimine e peli inzuppati.
 
La farò fuggire scappando per unghie e sospiri,
verso mai, verso nulla,
arrampicandosi al lento midollo e all'ossigeno,
afferrandosi a ricordi e ragioni
come una sola mano, come un dito diviso
che agita un'unghia di sale abbandonato.
 
Deve correre dormendo per strade di pelle
in un paese di gomma cinerea e di cenere,
lottando con coltelli, e lenzuola, e formiche,
e con occhi che cadono in lei come morti,
e con gocce di nera materia che scivola
come pesci ciechi o palle d'acqua densa.
 
Acqua sessuale
 
Rotolando a goccioloni soli,
a gocce come denti,
a densi goccioloni di marmellata e di sangue,
rotolando a goccioloni,
cade l'acqua,
come una spada in gocce,
come uno straziante fiume di vetro,
cade mordendo,
battendo l'asse della simmetria, picchiando sulle cuciture dell'anima,
rompendo cose abbandonate, inzuppando l'oscuro.
 
È solo un soffio, più umido del pianto,
un liquido, un sudore, un olio senza nome,
un movimento acuto,
che si fa, che si addensa,
cade l'acqua,
a goccioloni lenti,
verso il suo mare, verso il suo secco oceano,
verso la sua onda senz'acqua.
 
Vedo l'estate disteso, e un rantolo che esce da un granaio,
cantine, cicale,
paesi, stimoli,
stanze, fanciulle
che dormono con le mani sul cuore,
che sognano banditi, incendi,
vedo navi,
vedo alberi di midollo
irti come gatti rabbiosi,
vedo sangue, pugnali e calze da donna,
e peli d'uomo,
vedo letti, vedo corridoi dove grida una vergine,
vedo coperte e organi e hotels.
 
Vedo i sogni cauti,
lascio entrare gli ultimi giorni,
e anche le origini, e anche i ricordi,
come una palpebra atrocemente sollevata a forza
sto guardando.
 
E allora c'è questo suono:
un rumore rosso di ossa,
un appiccicarsi di carne,
e gambe gialle come spighe che si uniscono.
E ascolto tra lo scoppio dei baci,
ascolto, scosso tra respiri e singhiozzi.
 
Sto, guardando, ascoltando,
con la metà dell'anima nel mare e la metà dell'anima sulla terra,
e con le due metà dell'anima guardo il mondo.
 
E benché chiuda gli occhi e mi copra interamente il cuore,
vedo cadere un'acqua sorda,
a goccioloni sordi.
È come un uragano di gelatina,
come una cateratta di spermi e di meduse.
Vedo correre un arcobaleno torbido.
Vedo passare le sue acque attraverso le ossa.
 
IV
 
TRE CANTI MATERIALI
 
Introduzione al legno
 
Con la mia ragione appena, con le mie dita,
con lente acque lente inondate,
cado sotto il potere dei nontiscordardimé,
in una tenace atmosfera di lutto,
in una dimenticata sala decaduta,
in un grappolo di trifogli amari.
 
Cado nell'ombra, in mezzo
a cose distrutte,
e guardo ragni, e pascolo boschi
di segreti legni inconclusi,
e cammino tra umide fibre strappate
al vivo essere di sostanza e silenzio.
 
Dolce materia, oh rosa d'ali secche,
nel mio affondare i tuoi petali sollevo
con piedi pesanti di rossa fatica,
e nella tua dura cattedrale m'inginocchio
battendomi le labbra con un angelo.
 
È che io sono davanti al tuo colore di mondo,
davanti alle tue pallide spade morte,
davanti ai tuoi cuori riuniti,
davanti alla tua silenziosa moltitudine.
 
Io sono davanti alla tua onda d'odori che muoiono,
avvolti d'autunno e di resistenza:
son io che inizio un viaggio funerario
tra le tue cicatrici gialle:
son io coi miei lamenti senza origine,
senza alimenti, insonne, solo,
che entro in oscurati corridoi,
che giungo alla tua materia misteriosa.
 
Vedo muoversi le tue correnti secche,
vedo crescere mani interrotte,
odo i tuoi vegetali oceanici
scricchiolare scossi da notte e furia,
e sento morire foglie nell'intimo,
incorporando materiali verdi
alla tua immobilità abbandonata.
 
Pori, vene, circoli di dolcezza,
peso, temperatura silenziosa,
frecce appiccicate alla tua anima caduta,
esseri addormentati nella tua bocca densa,
polvere di dolce polpa consumata,
cenere piena d'anime spente,
venite a me, al mio sonno senza misura,
cadete nel mio letto in cui la notte cade
e cade senza sosta come acqua rotta,
e alla vostra vita, alla vostra morte aggrappatemi,
ai vostri materiali sottomessi,
alle vostre morte colombe neutrali,
e facciam fuoco, e silenzio, e suono,
e ardiamo, e taciamo, e campane.
 
Apogeo del sedano
 
Dal centro puro che i rumori mai
attraversarono, dall'intatta cera,
escono chiari lampi lineari,
colombe con destino di volute,
verso tarde strade con odore
d'ombra e di pesce.
 
Sono le vene del sedano! Sono la schiuma, il riso,
i cappelli del sedano!
Sono i segni del sedano, il suo sapore
di lucciola, le sue mappe
di colore inondato,
e cade la sua testa d'angelo verde,
e suoi sottili riccioli si angosciano,
ed entrano i piedi del sedano nei mercati
del mattino ferito, tra singhiozzi,
e si chiudono le porte al suo passaggio,
e i dolci cavalli s'inginocchiano.
 
I suoi piedi tagliati vanno, i suoi occhi verdi
van sparsi, per sempre affondati
in essi i segreti e le gocce:
le gallerie del mare da dove emergono,
le scale che il sedano consiglia,
le sventurate ombre sommerse,
le decisioni nel centro dell'aria,
i baci nel fondo delle pietre.
 
A mezzanotte, con mani bagnate,
qualcuno batte alla mia porta nella nebbia,
e odo la voce del sedano, voce profonda,
aspra voce di vento incarcerato,
si lamenta ferito d'acque e di radici,
affonda nel mio letto i suoi amari raggi,
e le sue disordinate forbici mi colpiscono nel petto
cercandomi la bocca del cuore soffocato.
 
Che vuoi, ospite dal fragile corsetto,
nelle mie stanze funebri?
Quale ambiente spezzato ti circonda?
 
Fibre di oscurità e di luce piangenti,
orli ciechi, energie crespe,
fiume di vita e di fibre essenziali,
verdi rami di sole accarezzato,
son qui, nella notte, ad ascoltare segreti,
ansie, solitudini;
entrate, in mezzo alla nebbia affondata,
fino a crescere in me, fino a comunicarmi
la luce oscura e la rosa della terra.
 
Statuto del vino
 
Quando a regioni, quando a sacrifici
molte dimore come piogge cadono,
il vino apre le porte con stupore,
e nel rifugio dei mesi vola
il suo corpo d'inzuppate ali rosse.
 
I suoi piedi toccano i muri e le tegole
con umidità di lingue annegate,
e sul filo del giorno nudo
le sue api in gocce van cadendo.
 
Io so che il vino non fugge gridando
all'arrivo dell'inverno,
né si nasconde in chiese tenebrose
a cercar fuoco in stracci abbattuti,
ma vola sopra la stagione,
sopra l'inverno che è appena giunto
con un pugnale tra le ciglia dure.
 
Io vedo vaghi sogni,
io riconosco lontano,
e osservo davanti a me, dietro i vetri,
riunioni di vesti sventurate.
 
A loro la pallottola del vino non giunge,
il suo papavero efficace, il suo raggio rosso,
muoiono affogati in tristi tessuti,
e si versa per canali soli,
per strade umide, per fiumi senza nome,
il vino amaramente sommerso,
il vino cieco e sotterraneo e solo.
 
Io sto eretto nella sua schiuma e nelle sue radici,
piango nel suo fogliame e nei suoi morti,
accompagnato da sarti caduti
in mezzo all'inverno disonorato,
salgo scale d'umidità e di sangue
tentando le pareti,
e nell'angoscia del tempo che giunge
sopra una pietra m'inginocchio e piango.
 
Verso gallerie acri m'incammino
vestito di metalli transitori,
verso cantine sole, verso sogni,
verso asfalti verdi che palpitano,
verso ferriere disinteressate,
verso sapori di fango e di gola,
verso imperiture farfalle.
 
Allora sorgono gli uomini del vino
vestiti di violacei cinturoni
e di cappelli d'api sconfitte,
e recan coppe piene d'occhi morti,
e terribili spade di salmastro,
e con roche trombe si salutano
cantando canti d'intenzione nuziale.
 
Mi piace il canto rauco degli uomini del vino,
e il rumore di monete bagnate sulla tavola,
e l'odore di scarpe e d'uva,
e di vomiti verdi:
mi piace il canto cieco degli uomini,
e quel suono di sale che batte
le pareti dell'alba moribonda.
 
Parlo di cose che esistono. Dio mi salvi
dall'inventare cose quando sto cantando!
Parlo della saliva sparsa sui muri,
parlo di lente calze di puttana,
parlo del coro degli uomini del vino
che batte sulla bara con un osso d'uccello.
 
Sono in mezzo a quel canto, in mezzo
all'inverno che rotola per le strade,
sono in mezzo ai bevitori,
con gli occhi aperti verso luoghi dimenticati,
o ricordando in delirante lutto,
o dormendo tra le ceneri abbattute.
 
Ricordando notti, navigli, seminati,
amici morti, circostanze,
amari ospedali e fanciulle socchiuse:
ricordando un colpo d'onda su una certa roccia
con un ornamento di farina e di schiuma,
e la vita che si fa in certi paesi,
su certe coste sole,
un suono di stelle sulle palme,
un colpo del cuore nei vetri,
un treno che passa oscuro di ruote maledette
e molte cose tristi di questo genere.
 
All'umidità del vino, nei mattini,
nelle pareti spesso morse dai giorni d'inverno
che cadono in cantine senza dubbio solitarie,
a quella virtù del vino giungono lotte,
e stanchi metalli e sorde dentature,
e v'è un tumulto di obiezioni rotte,
v'è un furioso pianto di bottiglie,
e un delitto, come una frusta caduta.
 
II vino conficca le sue spine nere,
e passeggia i suoi lugubri ricci spinosi,
tra pugnali, tra notti colme,
tra roche gole trascinate,
tra sigari e contorti peli,
e come onda di mare la sua voce cresce
ululando pianto e mani di cadavere.
 
Allora corre il vino inseguito
e i suoi tenaci otri si sfasciano
contro i ferri, e va il vino in silenzio,
e le sue botti, su navi ferite dove l'aria morde
volti, equipaggi di silenzio,
il vino fugge per le strade,
per le chiese, tra i carboni,
e cadono le sue penne d'amaranto,
si camuffa di zolfo la sua bocca,
e il vino arde tra strade usate
cerca pozzi, gallerie, formiche,
bocche di tristi morti,
per cui andare all'azzurro della terra
dove si confondono la pioggia e gli assenti.
 
 
V
 
Ode a Federico Garcia Lorca
 
Se potessi piangere di paura in una casa sola,
se potessi strapparmi gli occhi e mangiarmeli,
lo farei per la tua voce d'arancio a lutto
e per la tua poesia che esce gridando.
 
Perché per te dipingono d'azzurro gli ospedali
e crescono le scuole e i quartieri marini,
si popolano di penne gli angeli feriti,
si coprono di squame i pesci nuziali,
e van volando al cielo i ricci:
per te le sartorie con le loro nere membrane
si empiono di cucchiai e di sangue,
e inghiottono cinture rotte, e si uccidono a baci
e si vestono di bianco.
 
Quando voli vestito di pesco,
quando ridi con risate di riso d'uragano,
quando per cantare scuoti le arterie e i denti,
la gola e le dita,
morirei tanto sei dolce,
morirei per i laghi rossi
dove in mezzo all'autunno vivi
con un corsiero caduto e un dio insanguinato,
morirei per i cimiteri
che come cinerei fiumi passano
con acqua e tombe,
di notte, tra campane affogate:
fiumi densi come camerate
di soldati ammalali, che d'improvviso crescono
verso la morte in fiumi con numeri di marmo
e corone marce, e oli funerari:
morirei per vederti di notte
guardar passare le croci annegate,
in piedi e piangendo,
perché davanti al fiume della morte piangi
abbandonatamente, feritamente,
piangi piangendo, con gli occhi colmi
di lacrime, di lacrime, di lacrime.
 
Se potessi di notte, perdutamente solo,
accumulare oblio e ombra e fumo
sopra ferrovie e vapori,
con un imbuto nero,
mordendo le ceneri,
lo farei per l'albero in cui cresci,
per i nidi d'acque dorate che riunisci,
e per il rampicante che ti copre le ossa
comunicandoti il segreto della notte.
 
Città con odore di cipolla bagnata
attendono che tu passi cantando rocamente,
e silenziose navi di sperma ti inseguono,
e rondini verdi fanno nido nei tuoi capelli,
e inoltre conchiglie e settimane,
alberi maestri arrotolati e ciliege
definitivamente circolano quando s'affacciano
la tua pallida testa dai quindici occhi
e la tua bocca di sangue sommersa.
 
Se potessi empire di fuliggine i municipi
e, singhiozzando, abbattere orologi,
sarebbe per vedere quando alla tua casa
giunge l'estate con le labbra rotte,
giungono molte persone dal vestito agonizzante,
giungono regioni dal triste splendore,
giungono aratri morti e papaveri,
giungono seppellitori e cavalieri,
giungono pianeti e mappe con sangue,
giungono palombari coperti dì cenere,
giungono mascherati trascinando donzelle
trafitte da grandi coltelli,
giungono radici, vene, ospedali,
sorgenti, formiche,
giunge la notte con il letto dove
muore tra i ragni un ussaro solitario,
giunge una rosa d'odio e di spilli,
giunge un'imbarcazione giallastra,
giunge un giorno di vento con un bimbo,
giungo io con Oliverio, Norah,
Vicente Aleixandre, Delia,
Maruca, Malva Marina, Maria Luisa e Larco,
la Rubia, Rafael, Ugarte,
Cotapos, Rafael Alberti,
Carlos, Bebé, Manolo Altolaguirre,
Molinari,
Rosales, Concha Méndez,
e altri che dimentico.
Vieni perché t'incoroni, giovane della salute
e della farfalla, giovane puro
come un nero lampo perpetuamente libero,
e conversando tra noi,
ora, quando non resta nessuno tra le rocce,
parliamo semplicemente come sei tu e come sono io:
a che servono i versi se non per la rugiada?
A che servono i versi se non per quella notte
in cui un pugnale amaro ci verifica, per quel giorno,
per quel crepuscolo, per quell'angolo rotto
dove il percosso cuore dell'uomo si dispone a morire?
 
Soprattutto di notte,
di notte vi sono molte stelle,
tutte dentro un fiume
come un nastro vicino alle finestre
delle case piene di povera gente.
 
Qualcuno gli è morto, forse
han perduto il loro posto negli uffici,
negli ospedali, negli ascensori,
nelle miniere,
soffrono gli esseri duramente feriti
e vi sono propositi e pianto in ogni parte:
mentre le stelle corrono entro un fiume interminabile
c'e molto pianto alle finestre,
le soglie sono sciupate dal pianto,
le alcove sono bagnate dal pianto
che giunge in forma d'onda a mordere i tappeti.
 
Federico,
tu vedi il mondo, le strade,
l'aceto,
i commiati nelle stazioni
quando il fumo innalza le sue ruote decisive
verso dove non v'è altro che
separazioni, pietre, strade ferrate.
 
Vi sono tante persone che fanno domande
da ogni parte.
C'è il cieco sanguinante, e l'iracondo e lo
scoraggiato,
e il miserabile, l'albero delle unghie,
il bandito con l'invidia addosso.
 
Così è la vita, Federico, ecco
le cose che ti può offrire la mia amicizia
di malinconico uomo virile.
Tu sai da solo molle cose,
e altre le apprenderai lentamente.
 
Alberto Rojas Jiménez viene volando
 
Tra penne che spaventano, tra notti,
tra magnolie, ira telegrammi,
tra il vento del Sud e dell'Ovest marino,
vieni volando.
 
Sotto le tombe, sotto le ceneri,
sotto le conchiglie congelate,
sotto le ultime acque terrestri,
vieni volando.
 
Più sotto, tra bimbe sommerse,
e piante cieche, e pesci rotti,
PIù sotto, tra nubi nuovamente,
vieni votando.
 
Oltre il sangue e le ossa,
oltre il pane, oltre il vino,
oltre il fuoco,
vieni volando.
 
Oltre l'aceto e la morte,
tra putrefazioni e viole,
con la tua voce celeste e le tue scarpe umide,
vieni volando.
 
Sopra deputazioni e farmacie,
e ruote, e avvocati, e navigli.
e denti rossi appena strappati,
vieni volando.
 
Sopra città dai tetti sfondati,
in cui grandi donne si sciolgono le trecce
con ampie mani e pettini perduti,
vieni volando.
 
Vicino a cantine dove il vino cresce
con tiepide mani torbide, in silenzio,
con lente mani di legno rosso,
vieni volando.
 
Tra aviatori scomparsi,
al lato di canali e di ombre,
al lato di gigli sotterrati,
vieni volando.
 
Tra bottiglie di colore amaro,
tra anelli d'anice e di sventura,
levando in alto le mani e piangendo,
vieni volando.
 
Sopra dentisti e congregazioni,
sopra cinema, e gallerie e orecchie,
con vestito nuovo e occhi estinti,
vieni volando.
 
Sopra il tuo cimitero senza pareti
dove i marinai si perdono,
mentre la pioggia della tua morte cade,
vieni volando.
 
Mentre la pioggia dalle tue dita cade,
mentre la pioggia dalle tue ossa cade,
mentre il tuo midollo e il tuo riso cadono,
vieni volando.
 
Sopra le pietre in cui ti sciogli,
correndo, giù per l'inverno, giù per il tempo,
mentre il tuo cuore discende in gocce,
vieni volando.
 
Non sei lì, circondato di cemento,
e di neri cuori di notai,
e d'infuriate ossa di cavalieri,
vieni volando.
 
Oh papavero marino, oh parente mio,
oh chitarrero vestito d'api,
non è vera tanta ombra nei tuoi capelli:
vieni volando.
 
Non è vera tanta ombra che t'insegue,
non sono vere tante rondini morte,
tanta regione oscura con lamenti:
vieni volando.
 
Il vento nero di Valparaiso
apre le sue ali di carbone e di schiuma
per spazzare il cielo dove passi:
vieni volando.
 
Ci son vapori, e un freddo di mar morto,
e fischi, e mesi, e un odore
di mattino che piove e di pesci sporchi:
vieni volando.
 
C'è rhum, tu ed io, e la mia anima dove piango,
e nessuno, e nulla, altro che una scala
dai gradini rotti, e un ombrello:
vieni volando.
 
Lì è il mare. Scendo di notte e ti odo
venir volando sotto il mare senza nessuno,
sotto il mare che mi abita, oscurato:
vieni volando.
 
Odo le tue ali e il tuo lento volo,
e l'acqua dei morti mi colpisce
come colombe cieche e bagnate:
vieni volando.
 
Vieni volando, solo, solitario,
solo tra morti, per sempre solo,
vieni volando senza ombra e senza nome,
senza zucchero, senza bocca, senza roseti,
vieni volando.
 
II dissepolto
 
Omaggio al Conte di Villamediana
 
Quando la terra colma di palpebre bagnate
si farà cenere e dura aria depurata,
e le zolle secche e le acque,
i pozzi, i metalli,
renderanno alfine i loro morti sciupati,
voglio un orecchio, un occhio,
un cuore ferito che fa tonfi,
un buco di pugnale da molto tempo affondato
in un corpo da tempo sterminato e solo,
voglio delle mani, una scienza di unghie,
una bocca di spavento e di papaveri morenti,
voglio vedere alzarsi dalla polvere inutile
un roco albero dalle vene scosse,
io voglio dalla terra più amara,
tra zolfo e turchese e onde rosse
e turbini di carbone silenzioso,
voglio una carne, risvegliare le sue ossa
ululando fiamme,
e uno speciale olfatto che corra in cerca di qualcosa,
e una vista accecata dalla terra
che corra dietro a due occhi oscuri,
e un udito, d'improvviso, come un'ostrica furiosa,
biondastra, smisurata,
che si levi verso il tuono,
e un tatto puro, tra sali perduti,
che esca toccando petti e gigli, d'improvviso.
 
Oh giorno dei morti! oh distanza verso dove
la spiga morta giace col suo odore di lampo,
Oh gallerie che affidano un nido
e un pesce e una guancia e una spada,
tutto consumato tra le confusioni,
tutto senza speranze decaduto,
tutto nell'abisso secco alimentato
tra i denti delta terra dura.
 
E la penna al suo dolce uccello,
e la luna al suo nastro, e il profumo alla sua forma,
e, tra le rose, il dissepolto,
l’uomo pieno d'alghe minerali,
e ai suoi due buchi gli occhi che ritornano.
 
È nudo,
le sue vesti non si trovano nella polvere
e la sua armatura rolla è scivolata al fondo dell'inferno,
e la sua barba è cresciuta come l'aria d'autunno,
e persino il suo cuore vuol mordere mele.
 
Pendono dalle sue ginocchia e dalle spalle
aderenze d'oblio, fibre del suolo,
zone di vetro rotto e d'alluminio,
gusci di cadaveri amari,
tasche d'acqua convertita in ferro:
e riunioni di terribili bocche
sparse e azzurre,
e rami di corallo angosciato
fanno corona alla sua testa verde,
e tristi vegetali morti
e legni notturni lo circondano,
e in lui ancora dormono colombe socchiuse
con occhi di cemento sotterraneo.
 
Conte dolce, nella nebbia,
oh appena risvegliato dalle minilire,
oh appena asciutto dall'acqua senza fiume,
oh appena senza ragni!
 
Scricchiolano minuti nei tuoi piedi che nascono,
il tuo sesso assassinato s'innalza,
e alzi la mano dove vive
ancora il segreto della schiuma.
 
VI
 
L'orologio caduto nel mare
 
C'è tanta luce così cupa nello spazio
e tante dimensioni d'improvviso gialle,
perché non cade i! vento
né respirano le foglie.
 
E un giorno di domenica trattenuto sul mare.
un giorno come una nave sommersa,
una goccia di tempo che assalgono le squame
ferocemente vestite d'umidità trasparente.
 
Vi sono mesi seriamente accumulali su un vestito
che vogliamo odorare piangendo con gli occhi chiusi,
e vi son anni in un solo cieco segno dell'acqua
depositata e verde,
v’è l'età che le dita né la luce afferrarono,
molto più stimabile d'un ventaglio rotto,
molto più silenziosa d'un piede dissepolto,
y’è la nuziale età dei giorni disciolti
in una triste tomba che i pesci percorrono.
 
I petali del tempo cadono immensamente
come vaghi ombrelli somiglianti al cielo,
crescendo intorno, è appena
una campana mai vista,
una rosa inondata, una medusa, un lungo
palpito spezzato:
non e questo, è qualcosa che tocca e sciupa appena,
una confusa orma senza suono né uccelli,
un venir meno di profumi e di razze.
 
L'orologio che nel campo si distese sopra il muschio
e colpì un fianco con la sua elettrica forma
corre sconnesso e ferito sotto l'acqua temibile
che ondeggia palpitando di correnti centrali.
 
Torna l'autunno
 
Un luttuoso giorno cade dalle campane
come una tremolante tela di vaga vedova,
è un colore, un sogno
di ciliege affondate nella terra,
è una coda di fumo che viene senza riposo
a cambiare il colore dell'acqua e dei baci.
 
Non so se mi si capisce: quando dall'alto
si avvicina la notte, quando il solitario poeta
alla finestra ode correre il corsiero dell'autunno
e le foglie della paura calpestata scricchiolano nelle sue arterie,
c'è qualcosa nel cielo, come lingua di bue
denso, qualcosa nel dubbio del cielo e dell'atmosfera.
 
Tornano le cose al loro posto,
l'avvocato indispensabile, le mani, l'olio,
le bottiglie,
tutti gli indizi della vita: i letti, soprattutto,
sono pieni di un liquido sanguigno,
la gente deposita le sue confidenze in sordide orecchie,
gli assassini scendono scale,
ma non è questo, è il vecchio galoppo,
il cavallo del vecchio autunno che trema e perdura.
 
Il cavallo del vecchio autunno ha la barba rossa
E la schiuma della paura gli copre le guance
E l’aria che lo segue ha forma di oceano
E profumo di vaga putredine sepolta.
 
Ogni giorno scende dal cielo un color cinereo
e le colombe devono suddividere sulla terra:
la corda che l'oblio e le lacrime tessono,
il tempo che ha dormito lunghi anni entro le campane,
inno,
i vecchi vestiti morsi, le donne che vedon venire la neve,
i papaveri neri che nessuno può contemplare senza morire,
tutto cade nelle mani che innalzo
in mezzo alla pioggia.
 
Non v’è oblio (sonata)
 
Se mi domandate dove son stato
devo dire « Accade ».
Devo parlare del suolo che oscurano le pietre,
del fiume che durando si distrugge:
altro non so che le cose che gli uccelli perdono,
il mare lascialo indietro, o mia sorella piangente.
Perché tante regioni, perché un giorno
si unisce con un giorno? Perché una nera notte
si accumula nella bocca? Perché morti?
 
Se mi domandate da dove vengo, devo conversare con cose rotte,
con utensili troppo amari,
con grandi bestie spesso marce
e col mio cuore angosciato.
 
Non sono ricordi quelli passati
né è la colomba giallastra che dorme nell'oblio,
ma sono volti con lacrime,
dita nella gola,
e ciò che si abbatte tra le foglie:
l'oscurità di un giorno trascorso,
di un giorno alimentato col nostro triste sangue.
 
Ecco viole, rondini,
tutto quanto ci piace e compare
nelle dolci cartoline dalla lunga coda
per dove passeggiano il tempo e la dolcezza.
 
Ma non penetriamo oltre quei denti,
non mordiamo i gusci che il silenzio accumula,
perché non so cosa rispondere:
vi sono tanti morti.
e tanti moli che il sole rosso spaccava,
e tante teste che colpiscono le navi,
e tante mani che han racchiuso baci,
e tante cose che voglio dimenticare.
 
Josie Bliss
 
Colore azzurro di devastate fotografie,
colore azzurro con petali e passeggiate sul mare,
nome definitivo che cade nelle settimane
con un colpo d'acciaio che le uccide.
 
Che vestito, quale primavera passa,
che mano senza posa cerca seni, teste?
L'evidente fumo del tempo cade invano,
invano le stagioni,
i commiati dove cade il fumo,
i precipitosi avvenimenti che attendono con spada:
d'improvviso c'è qualcosa,
come un confuso attacco di pellirosse,
l'orizzonte del sangue trema, c'è qualcosa,
qualcosa senza dubbio agita i roseti.
 
Color azzurro di palpebre che la notte ha lambito,
stelle di cristallo scardinato, frammenti
di pelle e rampicanti singhiozzanti,
colore che il fiume scava sbattendo sulla sabbia,
azzurro che ha preparato le grandi gocce.
 
Forse continuo a esistere in una strada che l'aria fa piangere
con un determinato lamento lugubre in tal modo
che tutte le donne vestono di sordo azzurro:
io esisto in quel giorno suddiviso,
esisto lì come una pietra calpestata da un bue,
come un testimonio senza dubbio dimenticato.
 
Color azzurro d'ala d'uccello d'oblio,
il mare ha inzuppato completamente le penne,
il suo acido degradato, la sua onda dal peso pallido
insegue le cose ammucchiate negli angoli dell'anima,
e invano il fumo batte le porte.
 
Son lì, son lì
I baci trascinati dalla polvere vicino a un triste naviglio,
son lì i sorrisi scomparsi, i vestiti che una mano
scuote chiamando l'alba:
sembra che la bocca della morta non voglia mordere volti,
dita, parole, occhi:
son lì di nuovo come grandi pesci che completano il cielo
col loro azzurro materiale vagamente invincibile.
 
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