- 1926 - Anelli - Pablo Neruda - Popol Vuh - Insetti

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- 1926 - Anelli

 
L’autunno dei rampicanti
 
            Giallo, fuggitivo, il tempo che decapita le foglie avanza verso l'altro lato della terra, pesante, facendo scricchiolare il fogliame caduto. Ma prima di andarsene, si arrampica su
Per le pareti, si aggrappa ai crespi viticci e illumina i taciturni rampicanti. Essi attendono  tutto l'anno il suo arrivo, perché lui li veste di crespo e di bronzo. È quando l'autunno si allontana che i convolvoli ardono, colmi di gioia, invasi da un'ultima e disperata resurrezione. Tempo pieno di disperazione, tutto corre verso la morte. Allora tu forgi sulle
umide muraglie il cordame cupo dei rampicanti. Immobili ragni, azzurri, cicatrici violette e gialle, medaglie insanguinate, giocattoli dei venti del nord. Dove il vento formerà ogni ricamo, dove andrà completando il suo lavoro l'acqua delle nubi.
            Sono ormai emigrati gli uccelli, hanno fissato il loro tradimento cantando, e le bandiere dimenticate orlano i muri diroccati. Il terribile scultore incomincia a ricoprire l'intonaco, e a poco a poco la solitudine si fa profonda. Acqua infinita che porta l'inverno, che nulla impedisca il tuo passo silenzioso. Piccole foglie che, come uccelli sulla riva del
grano, vi raggruppaste per meglio morire, è ora di discendere dai vostri nidi, di rotolare e di farvi polvere, di ballare nel freddo delle strade. Steli induriti, legami pertinaci, questa nave si scioglie. Ecco lì spezzate le vele e distrutto il mascherone pensieroso, che passa sopra le stagioni sempre in fuga. Rimanete voi che stringete un corpo che non esiste tra le vostre serpi glaciali. Mai non ritorna questa nave; colui che si allontana ritorna cambiato dal tempo e dalla lotta. Il tempo del sole non apporta mai al muri le stesse foglie. Dapprima spuntano nelle ascelle, nascoste come api di smeraldo e sbocciano parlandosi un linguaggio da neonati. È che mai. mai ritornala nave spezzata che fugge verso il Sud,
portando il mascherone accecato dai rampicanti taciturni. Lo spinge il vento, lo affretta la pioggia, per i sentieri del mare, lo spinge il vento, lo affretta la, pioggia, e la scia di quel naviglio è seminata di uccelli gialli.
 
Imperiale del Sud
 
            Le risonanze del mare si slanciano contro la lama del cielo; splende d'improvviso la schiena verde; scoppia in violenti ventagli; si ritira, ricomincia; campane di onde azzurre dispiegano e incalzano la costa solitaria; la ginnastica del mare dispera il senso degli uccelli in viaggio e intimorisce il cuore delle donne. Oh mare-oceano, vacillazione di acque cupe. andata e ritorno dei movimenti incalcolabili, il viandante si ferma sulla tua riva di pietra distruggendosi e innalza il suo sangue fino alla tua sensazione infinita!
            Egli è sdraiato a lato del tuo spettacolo, e tu esci e le tue trasparenze si innalzano sopra la sua fronte; i tuoi cori attraversano l'ampiezza dei suoi occhi, la tua solitudine gli
colpisce il cuore e dentro di lui i tuoi richiami si scuotono come i pesci disperati nella rete che innalzarlo i pescatori.
            Il giorno brillante come un'arma ondeggia sopra il movimento dei mare, sulla penisola di sabbia saltano e risaltano giochi dell'acqua, grandi corde si trascinano accumulandosi, rifuggono d'improvviso le loro umide scintille e diguazza l’ultima onda, raggiungendo se stessa.
            Volontà misteriosa, insistente moltitudine del mare, muta condannata al pianeta, qualcosa v'è in te di più oscuro della notte, di più profondo del tempo. Incalzi i gialli giorni,
le sere d'aria, t'infrangi contro i lunghi inverni della costa, t'affatichi tra scogliere e baie, sbatti la tua pazzia di acque contro la riva insormontabile, oh mare-oceano dagli immensi
venti verdi e dalla rumorosa vastità.
Il porto è ammassato nella baia, punteggiato di tatti rossi, interrotto da luoghi senza case, e io e la mia amica da lontano l'osserviamo ornato della sua cintura di nubi bianche, a ridosso dell'acqua marina che spinge la marea. Tratti di pini e sullo sfondo i contrafforti delle montagne; rifulge l'amorosa purezza dell'aria; sopra il fiume passano gabbiani di
schiuma, la mia amica me li mostra ogni volta e osservo il cerchio dell'acqua azzurra e i vecchi moli che si estendono dietro la sua mano aperta.
Lei ed io siamo sulla coperta delle piccole navi, il vento freddo s’infrange contro di noi, una voce di donna si appiccica alla tristezza delle fisarmoniche; il fiume è ampio, color argento, e le rive si piegano sotto il verde fiorito, dove comunicano le terre collinose del Sud. Il letto del fiume, profondo, silenzioso, attira; la sera impressiona per le sue risonanze, da riva a riva, per la linea dell'acqua che cammina, attraversa il pensiero del viandante. I maggesi brillano seccamente all'ultimo sole; attraccata, protetta dalla scogliera cupa, una barca a vela sorride con le sue due fiamme bianche; d'improvviso appaiono case isolate sulle rive, imbrunisce grandemente e cassano sulla prua le grida dei tricaos (1) d'auspicio.
Moli di Carahue, dove si ormeggiano le grosse spighe e sbarcano i viaggiatori; palmo a palmo conosco le tue grosse tavole disfatte, ricordo giorni d'infanzia all'ombra del legname bagnato, dove l'acqua verde e nera lambisce e sconvolge.
Quando lei ed io ci nascondiamo nel treno di ritorno, i vecchi giorni reclamano ancora qualcosa malgrado il cuore duro che crede di averli lasciati indietro.
 
(1) Grossi pappagalli verdi
 
 
Primavera d'agosto
 
Gioielleria delle mattine del mondo, la rugiada albeggia questa volta sopra corolle illuminate. Ah, primavera! Puntellandoti sui prismi del sole, come ti vedo sorgere di tra le cose! Ti parlerò col mio linguaggio che nasconde segni, della mia gioia profonda, dopo la chiusa tristezza. Torcitrice di giacinti, animatrice di farfalle azzurre, primavera d'Agosto, il viandante li celebra. Sei salita sui monti del mio paese, hai sciolto sopra il pallore delle strade la passionale foresta delle gaggíe. Gaggíe, oh, gioia del mio cuore! Padiglioni di seta gialla, chioschi pesanti costruiti di profumo, nella terra, del Sud, dove canto, emergono a ogni angolo di strada, come un oblio di candelabri. Oh, gaggíe da cinquecentomila volts, dense di fiori, semplici, intensi, orchestrali!
Oh, primavera, chi se non tu, coronò i sonnolenti peschi, d'ali rosee? Senza dubbio fosti tu colei che ammucchiò nel suo grembiule le dolci e schive chiome de! ciliegio! Ho pure udito nelle strade, sopra i fili del telegrafo, cantare gli uccelli! O anche i tetti dell'inverno, canali di pioggia, che hanno incominciato a ingiallire i loro muschi scontenti.
È che dietro le cose ci sei tu. Primavera, che incominci a scrivere nell'umidità, con dita di bambina giocherellona, il delirante alfabeto del tempo che ritorna.
 
Lode del giorno migliore
 
II giorno migliore incomincia prima dall'alba, termina dopo la notte. Il giorno migliore fa fiorire le sue prime frecce tra le spugne notturne, ed ecco il giorno migliore, come un buon compagno, piantato in mezzo alla strada.
E’ che questo tempo felice lo annunciano segni che nessuno raccoglie. Chi legge l'alfabeto delle stelle fuggenti? Non ti sei mai fermato a decifrare i piccoli segni attirati nelle
strade. Non hai scrutato neppure i segni zodiacali degli ultimi venti.
Che importa, oh profondo, gioioso giorno. Ti sei issato sui limite dell'asta dell'aurora, e così sei apparso, guerriero sorridente. Fai tremare la rugiada dei campi di frumento appena desti. La tua luce colora i frutti e distende le ali delle api sperdute. Non v'è nulla come quel fiore giallo del burrone perché lo vegliano le tue dita sì chiare.
Disteso, aperto cielo; la ragazza scende a lenti passi tra l'odore delle foglie. Non si scolora l'aria respirata, conserva nell'alto il suo colore di viola vera. Nel villaggio, ah provincia trasparente, inaugurano la campana di bronzo che non si riusciva mai a comperare, e il padrone della barca, sulla riva della povertà, osserva galleggiare tra gli umidi smeraldi del mare la vela che attendeva la sua imbarcazione. Piccola, mia piccola, è il giorno della passeggiata, in cui non devi essere triste, e nel tuo seno, dietro i! vestito teso, emergono due profondi boccioli bianchi. Buon amico, compagno lontano, mozzo amatissimo, oggi ricevi la lettera che ti reca la gioia, le notizie: Gerardo migliora, l'ubriaco. Tomàs ha una casa. Federico, Juanita, tutti sono contenti. In questo giorno gli operai non sentono la delusione del giorno di festa, e un poco si commuovono udendo gridare i ragazzini. La casa povera ha un fiore in quel giorno tranquillo e nella casa in rovina, là dove pendono i ragni, entrano nel mattino o all'imbrunire, due innamorati che nascondevano una speranza senza rifugio.
 
Provincia dell'infanzia
 
Provincia dell'infanzia, dal balcone romantico ti dispiego come un ventaglio. Come prima, abbandonato per le strade, esamino le vie abbandonate. Piccola città che ho forgiato a forza di sogni, risorgi dalla tua immobile esistenza. Grandi passi lenti sulla riva del muschio, calpestando terre ed erbe, passione dell'infanzia rivivi ogni volta. Cuore mio raggomitolato sotto questo cielo appena dipinto, tu fosti l'unico capace di gettare le pietre che fanno fuggire la notte. Cosi ti facesti, tormentato dalla solitudine, ferito d'angoscia, camminando, camminando per villaggi desolati. Perché parlare di cose vecchie, perché indossare vesti d'oblio? Tuttavia, grande oscura è la tua ombra, provincia della mia infanzia. Grande oscura, la tua ombra di villaggio, baciata dalla fredda vicenda stinta, dai vento del nord. Anche i tuoi giorni di sole, incalcolabili, delicati; quando di tra l'umidità emerge il tempo vacillando come una spiga. Ah, pauroso inverno delle piene, quando mia madre ed io tremavamo nel vento frenetico. Pioggia caduta da ogni parte, oh triste prodigatrice inesauribile. Ululavano, piangevano i treni sperduti nel bosco. Scricchiolava la casa di legni incalzati dalla notte. Il vento, con l'impeto di un corsiero, saltava le finestre, abbatteva le staccionate; disperato, violento, disertava verso il mare. Ma che notti pure, foglie del buon tempo, cupo ciclo incastonato di stelle eccellenti. Io fui l'innamorato, colui che condusse per mano la fanciulla dai grandi occhi attraverso lenti sentieri, in crepuscoli, in mattini senza oblio. Come non ricordare tante parole trascorse. Baci svaniti, fiorì galleggianti, malgrado il fatto che tutto finisce. Il bimbo che affrontò la tempesta e crebbe sotto le sue ali amare la bocca, ora ti sostiene, paese umido e silenzioso, come un grande albero dopo la tempesta. Provincia dell'infanzia scivolata da ore segrete, che nessuno
Conobbe. Regione di solitudine, coricalo su impalcature bagnate dalla pioggia recente, ti propongo al mio destino quale rifugio di ritorno.
 
Solitudine dei villaggi
 
 Nella notte oceanica latrano i cani disorientati, aprono i loro cori le coigüillas dall'acqua, e quel rumore di acque, e quel respiro di esseri si distende e s'intercetta tra i grandi rumori del vento. La notte passa cos’, sbattuta da riva a riva dal rifiuto dei venti, come un anello di metalli oscuri lanciato dal nord verso i campanili del Sud.
L’alba solitaria, spinta e trattenuta come una barca legata, oscilla fino a mezzogiorno e appare nella solitudine del villaggio la sera dai tetti azzurri, bianca vela maggiore dell’imbarcazione scomparsa.
Di fronte elle mie finestre dietro i frutteti verdi, oltre le case del fiume, tre monti si appoggiano sul cielo tranquillo. Bruni, giallastri parallelogrammi di terre arate e seminate, strade maestre, cespugli, alberi isolati. La collina grande, di cerali dorati, rompe lente onde uniformi contro la vetta.
Compare la pioggia nel paesaggio, cade intrecciandosi da ogni parte del cielo. Vedo appiattirsi i grandi girasoli dorati e oscurarsi l'orizzonte dei monti per la sua palpitante velatura. Piove sopra il villaggio, l'acqua danza dai sobborghi di Coilaco fino alla parete dei monti; il temporale corre per i tetti, entra nelle case di campagna, nei recinti dei giochi; lungo il fiume, tra cespugli e pietre, il maltempo riempie i campi di apparizioni di tristezza.
Pioggia, amica dei sognatori e dei disperati, compagna degli inattivi e dei sedentari, agita, sbriciola le tue farfalle di vetro sui metalli della terra, corri per le antenne e per le torri, infrangiti contro le case e i tetti, distruggi il desiderio d'azione e aiuta la solitudine di coloro che tengono le mani sulla fronte dietro le finestre che sollecita la tua presenza. Conosco il tuo volto innumerevole, distinguo la tua voce e sono la tua sentinella, colui che si sveglia al tuo richiamo nella terrificante tempesta terrestre e lascia il sonno per raccogliere le tue collane, mentre cadi sopra le strade e i casolari, e risuoni come incalzare di campane, e bagni i frutti della notte, e sommergi profondamente i tuoi rapidi
viaggi senza senso. Cosi danzi sostenendoti tra il cielo livido e la terra come un gran  fuso d'argento che va girando tra i suoi fili trasparenti.
Tra le foglie bagnate, pesanti gocce come frutti pendono dai rami; odore di terra, di caprifogli inumiditi; apro il portone calpestando le prugne abbattute, cammino sotto i rami
verdi e bagnati. Attraverso ad essi appare d'improvviso il cielo, come il fondo della mia tazza azzurra, appena pulito di pioggia, sostenuto dai rami e pericolosamente fragile. Il cane accompagnatore cammina, coperto di gocce come un vegetale. Passando tra il granoturco schiaccia piccole piogge e piega i grandi girasoli che mi mettono d'improvviso le loro grandi coccarde sul petto.
Giorno sconvolto appari poi, rassicurato dalla fuga dell'acqua e corri cautamente sotto il temporale, incontro ai monti, comprendi due anelli d'oro che si perdono nelle pozzanghere del villaggio.
C'è un viale di eucalipti, vi son pozzanghere sotto di essi, piene della loro forte fragranza d'inverno. Il grande dolore, la tristezza delle cose gravita a mano a mano che procedo. La solitudine è grande intorno a me, le luci incominciano ad arrampicarsi su per le finestre e i treni piangono lontano, prima di entrare nelle campagne. C'è una parola che spiega la tristezza di quest'ora, cercandola cammino sotto gli eucalipti taciturni, e piccole stelle incominciano ad affacciarsi alle pozzanghere che si oscurano.
Ecco la notte che scende dai monti di Temuco.
 
L’imbrunire
 
Imbrunire pieno di innamorati, porto di imbarco degli oceani notturni, ti annunciano le campane dei villaggi e i fiori vespertini ti aprono la strada. Imbrunire pieno di nostalgia, sartie insostenibili, e le grandi presenze delle tue alberature misteriose tremolano sul capo del viandante, e la fronte di un'incudine gialla suda verso Io zenit lunghe strisce di commiato. Sei il gran circo dalla tenda infinita, e nel metallo del sole donne azzurre battono fino a che appaiono i trapezi ardenti. Non ancora iniziato lo spettacolo, gli uffici del mondo illuminano i loro vetri, e  ribolle tra le tue acque sottili l'incertezza della tua cupola che s'oscura.
Allora tu ordini alle squadriglie di uccelli senza rifugio che attraversino lamentandosi le confuse moltitudini, e d'improvviso invadono, fuggendo per la solitudine dei campi, i tuoi molli pipistrelli che improvvisamente ingigantiscono. Sciogli dai forni rurali le colorate farfalle della notte, e il prigioniero ancora scorge la sua parte di spettacolo attraversato da sei inesorabili righe.
Le sue pallide cortine si alzano e incolli la figura senza limiti sotto la tua profonda tenda. Isoli dapprima i grandi anelli d'oro e li suddividi a lenti strappi. Le barche d'argento
passano senza vacillare Ira i folgoranti ostacoli e i remi salgono e scendono gettando stracci che svaniscono. Sulla pista dura borbotta il cavallo dalle ali nere. e sopra una cascata si libra il pappagallo fuggitivo.
Cori di sorde onde incalzano alle estremità della tua riva, e amaro e avido è il loro canto. Avido della luna il loro esercizio si alza e si abbatte, e rompe palpitanti statue di sale, e suonano i loro lenti ventri di vetro, e prolungano nel mondo solo le loro costanti scopate, e le loro cateratte distanti si abbattono su fiumi lontani. Tra timpano e timpano, cadendo, il vento passa spezzandosi, e attira e allontana il rumore della costa assalita. Di grandi caldaie di nave è il mormorio e di acque che si ripetono, di onde che s'infrangono, di oceano che cresce, d'imbarcazioni in naufragio è il va e vieni, e il fuggire e il ritornare dei tuoi rumorosi echi. Frattanto sulla pista i trapezi lascian cadere nani scorrevoli, e le vestiture verdi dei pappagalli assumono altri colori e si perdono. Saltellanti, verticali si lanciano da parte a parte, lenti pagliacci gialli si scambiano i metalli da lungi palle di porpora, gomitoli di fil di ferro attirati, bandiere e segnali di riposo, si accumulano e risaltano alla luce dei razzi inquieti.
La tua tenda, tramonto, nasconde fiere furiose, e gli sguardi scorgono dietro la pista i ritti ferri della gabbia, e si unisce al rumore dei cori di onde il recente muggito dei leoni guardiani.
Imbrunire pieno d'innamorati, ora fiorita di nostalgia, la tua luce timorosa cade sui parchi e bacia loro le bocche unite, e i viandanti ritardatari alzano le visiere verso il tuo spettacolo così vasto.
D'improvviso cancelli le tue figure e spruzza la marea dei grandi mari.
La festa si assottiglia. Diminuita, non è altro che uno zampillo, non è altro che una foglia, non è altro che una scanalatura d'olio tra le acque inondate.
Dietro il giorno estinto, tramonto, triste e nero frenatore a lutto agiti, tendi le lunghe mani, le ginocchia stanche e ti distendi di colpo sul convoglio della notte violenta.
 
Sparizione o morte di un gatto
 
Anche la vita ha misteri semplici e inaccessibili, esistono i rumori del granaio interminabilmente, il perpetuo finire delle noci verdi e amare, la caduta delle pere odorose che maturano, rinviene il sale trasparente, sparisce o muore il gatto di Maria Soledad. Persino la sua coda veniva usata come strumento, il colore era di reticoli neri e bianchi, era una forma familiare e animata che camminava su quattro piedi di cotone, fiutando la notte fredda e avversa, russando il suo atteggiamento misterioso nelle direzioni del tappeto.
II gatto e scivolato via con silenzio d'aria, nessuno lo trova nella striscia di sole che si mangiava all'imbrunire, non compare la sua coda di legno flessibile e neppure brillano  i verdi sguardi, incollati all'ombra come se li inchiodasse negli angoli della casa.
Maria Si^ledad è lì, con i quadri del grembiule, che gioca a dadi con gli occhi. Pensando agli angoli preferiti del gatto alla sua fuga o alla sua morte di cui lei non è colpevole, Maria Soiedad, a cui pure costa vegliare i suoi occhi grandi. Per i giorni che durerà l'assenza cessa di essere allegra, come se il colore del gatto fosse stato inanellato con le sue risate d'acqua. Nella notte li sta forse facendo rabbrividire il fulgore della luna, lui ai piedi di lei, passerebbero le ronde della notte, suonerebbero le grandi ore solitarie; allora Maria Soledad, è più lontana, con quella lontananza d'occhi chiusi, passano campi e paesi, scendono ponti, cieli, non si arriva mai, mai ad ancorare il tuo sogno in nessuna distanza, con nessun movimento, Maria Soledad, solo il tuo gatto fa brillare gli occhi e ti segue, mettendo in fuga farfalle strane. E lì d'improvviso, sull'orlo di un vecchio mobile, appare con la sua povertà vera, con la sua realtà di animale morto. Allora stai piangendo di nuovo, Maria Soledad, le tue lacrime cadono, ristagnano sull'orlo del compagno, la sola morte indica il pianto caduto, più oltre il balcone dei sogni senza ritorno.
 
T. L.    (Tomás Lago)
 
A cavallo di Solveigs Lied, cuore tatuato a cinghiate con profumi e essenze, è lì con la mano, che stringe conterie, tristemente, tendendo lacci d'infiniti, corre a caccia degli uccelli che l’alba risveglia, o staccando chiocciole insanguinate dalla parete della notte le porta all'orecchio e i loro alti echi stordiscono e ha il cuore attraversato da una velatura di partenza e da un'ancora di scandaglio, colui ch'è mio compagno, grande, grande, col suo sorriso ampio di compagno amato, Io vedo appoggialo solitamente a un albero maestro, che scrive in terra i suoi numeri di nostalgia, lungamente triste, il mio amico con la bottiglia nera e il coltello e la solitudine di cui abbisogna per le sue reti profonde. Albeggia d'improvviso, egli è li al mio fianco, va cantando al mio fianco i ritornelli sonanti, oppure le coppe vuote gli tagliano il sembiante, o almeno lo vedo nel suo ritratto di gala, nudo il bel corpo e la visiera volta verso l'alto, dorato di forze gioiose, e tuttavia con la tristezza di una croce nera sulla riva del petto. Ha anche l'anima fatta di quadrati immobili, rompono allora, tasti che si ripetono, come una strada di un continente distante, ha in esso le stagioni inconcluse o gettiamo nel fondo del giorno conversazioni senza oggetto come le monete di un paese scomparso. Li è dove incomincia il suo cuore a divertirsi, ragno di metalli notturni, jazz band di sonnambuli e una fidanzala sotterrata, che è la notte profonda, che egli adorna di lucciole nere, gli pongo in fretta sulla fronte una rosa. Poi ci riconoscemmo da lungi, voltando per una strada, e si scorge la mano oscura di Pablo tra la mano bianca di Tom, passano sotto le gallerie e il sole le attraversa e le loro oscillazioni gravitano. Lui
ed io, di nuovo trafitti abbattiamo pesanti mele, è notte, è notte, mettono in fuga le misteriose velature del ciclo, ma d'improvviso non mi ricordo più di quale dei due sto parlando.
 
Tristezza
 
Dorme il guardiano del faro di Ilela sotto le lanterne immobili, discontinue, il mare investe le estensioni del ciclo, fanno fuggire verso l'ovest le risonanze ripetute, vedo più in alto, mentre appena si costruisce, l'hangar di rugiade che cadono. Nella mano mi cresce una pianta selvatica, penso alla figlia del guardiano del faro, Mele, che io amavo tanto. Posso dire che mi trovavo ogni volta la sua presenza, me la trovavo come le chiocciole di questa costa. Ancora è la notte, paurosa di vuoti, che cova l'alba e i pesci di tutte le reti. Dai suoi occhi alla bocca c'è la distanza di due baci, che stringe, troppo uniti, nella fragile porcellana. Aveva il pallore degli orologi anche lei, la povera Mele, dalle sue mani usciva la luna, ancora calda come un uccello prigioniero. Parlano le acque nere, avanzando e rotolando, lamentano l'oscuro concerto fin le pareti lontane, le notti del Sud inquietano le
sentinelle in veglia e si muovono a grandi salti azzurri e rimuovono i gioielli del cielo. Dirò che la ricordo, la ricordo; per non infrangere lo spuntare del giorno veniva scalza e ancora non si ritirava la marea dai suoi occhi. Si sono allontanati gli uccelli dalla sua morte come dagli inverni e dai metalli.
 
L’amante del sottotenente
 
Cosi vestiti di nero gli occhi di Carmela (Hotel Welcome, di fronte alla prefettura) sfavillano sulle armi del sottotenente! Egli smonta dall'imbrunire e supino resta silenzioso. Il suo cuore è fatto di quadrati neri e bianchi, scacchiera di giorni e di notti. Ne uscirò da questo una buona volta, cantano i treni del nord, del sud e delle diramazioni. II vento riempie di uccelli e di foglie, i fili del telegrafo, i viali del villaggio.
Per riconoscerla (Hotel Welcome, a sinistra nel corridoio) basta l'ape colorata che ha in bocca. Un inverno di vetri bagnati, il suo pallido ventaglio.
C'è qualcosa da perdere dietro l'ostacolo di ogni giorno. Un anello, un pensiero, qualcosa si perde. Come malattia aveva quell'amore silenzioso.
Apparizioni desolate, i pianerottoli e le tegole lasciano cadere l'acqua dell'inverno dalla casa di fronte. Lo specchio tuttavia la chiamava nel mattino. L'alba spinge innanzi il suo paesaggio indeciso. Lei sta alzandosi all'orlo dello specchio, sistemando i suoi ricordi. Conosco una donna triste in questo continente, dal suo cuore emigrano uccelli, l'inverno, la fredda notte (Hotel Welcome, è una casa di mattoni).
Lei è una macchia nera alla riva del sottotenente. Il resto è la sua fronte pallida, una rosa sul tavolino da notte. lui è supino e a volte non si scorge.
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