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-- Un uomo cammina sotto la luna (1919-1922)

Un uomo cammina sotto la luna
(1919-1922)

Sull'insieme dei testi di questo periodo (includendo molti di Crepusculario), ed in particolare sui contesti biografico e storico-culturale in cui furono scritti, continuano ad essere di insuperabile interesse le sezioni (o capitoli) secondo e terzo del libro Neruda, (1904-1936), di Jaime Concha, pp. 67-215.


POESIA IN VERSI ED IN PROSA
(1919-1922)

I minuti semplici

I
Desidero camminare per tutte le strade del mondo,
strade agresti di vigore e di luce,
strade cieche della notte,
strade gloriose di sole,
e divertirsi per tutte le strade, strisciare nelle sinuosità del dolore e dell'allegria, pieni del desiderio lento,
chiaro e semplice di stare da tutte le parti, di avere portato in tutte le strade la miseria nascosta dei dolori umani.

II
Fragilità enorme del cielo azzurro e del sole dorato,
profondità cantante del minuto nell'astrazione momentanea
degli uomini che guardano il miracolo del cielo, e del sole e del campo verde.
Gli occhi si stancano e guardano alla madre terra sotto il fioritura dell’entusiasmo del maschio re.
… E gli occhi lo guardano tutto, l'abbracciano tutto, alberi e cose
ciechi ed umili nella consacrazione stessa del minuto agreste.

III
Notte.
Io ed i miei amico marciamo per il sentiero illuminato dalla luna.
Nella notte delicata ed armoniosa, si traspaiono le emozioni semplici e forti; c'è una commozione di dolori      profondi e vecchi che frugano alle porte dello spirito in queste notti delicate, armoniose.
La luna, miracolo di sottigliezza divina ed allegra dopo la notte invocata, ci guarda, ci guarda...
La luna è bianca,
Il cielo azzurro.
Il minuto, miracolo di colore...
Io ed i miei amico marciamo per il sentiero illuminato dala luna...

La Mañana, Temuco, 26.9.1919.



Con le braccia aperte

CON LOS BRAZOS APERTOS. (Pagine 216-217.) Versione corretta ed ampliata del poema "La espera" del quaderno 3 di Neftalí (vedere p. 196 del presente volume). Il facsimile del manoscritto ed il testo furono pubblicati in Silva Castro 1964, pp. 137 e 236. Lo stesso facsimile in CEG.


La mia gioventù, bue lento, rumina il suo ricordo
come se in un altro piano ti avesse conosciuto.
Io non so il tuo ricordo, io non so la tua fragranza
e ti cerco nell'ombra come un bambino perduto.

Perché mi svegliai quando tu oramai non eri,
quando il cielo o la terra ti avevano occultato.
Ma saprò trovarti quando la primavera
faccia fuoco i germogli dei roseti morti.

Saprò. Saprò trovarti perché la mia vita allunga
le braccia che ti aspettano da me non so quando
e magari Dio voglia perdonare la bugia
di continuare sperando...

Versione corretta ed ampliata di "La espera" (p. 196)
probabilmente scritta nel novembre del 1920. C'è facsimile
di una copia manoscritta da Neruda in Silva Castro ed in CEG.


Egloga assurda

ÉGLOGA ABSURDA. (Pagine 217-218.) Poema escluso da Crepusculario a partire dalla seconda edizione (1926), forse per la critica piuttosto mordace di Salvador Reyes in Zig-Zag, Santiago, 6.10.1923.


Tutti i versi che non ho scritto
mi stanno cantando nel cuore
con la semplicità di un uccellino
che al risveglio dà la sua canzone.

Io ho il tempo nelle arterie
che sboccano nel mio essere,
io ho in me la notte seria,
l'alba e l'imbrunire.

Concavo bicchiere delle mie braccia
sostieni il mio aroma spirituale,
oh meraviglia questa del bicchiere
di carne unanime e sensuale
che rinasce nel pomo sanguinante
della guancia palpitante
ed il petto, scatola di vetro...

Scatola di vetro dove
sensibile e caldo si nasconde
l'uccellino del cuore
che non canta un verso mai scritto...
Oh canta e canta uccellino,
che sta la mia vita nella tua canzone!

Scritto probabilmente nel 1921, questo poema fu
incluso nella prima edizione di
Crepusculario
(1923) ed eliminato a partire dalla seconda (1926).


Degli uomini che sperano

ELOGIO DELLA SPERANZA

Ho qui che nella caverna nera della notte, un punto di luce: liquida e bianca è come una stella illuminante. Hanno alzato la testa gli uomini - prima ricurvi di angoscia e sperano... sperano...
    Che cada sulla rotta, fatta un miracolo sorridente questa promessa della lontana stella speranzosa.

DELL'INDIFFERENTE

Che cosa importa? Se non arriva ancora, che cosa importa? Ma questo uomo, freddo come un'ascia abbandonata nel mezzo alla notte, vedrà ardere il suo crepuscolo quando sia irrimediabile... Ma che cosa importa?
    Ora è l'uomo che nella sua infanzia perse un globo azzurro e non si ricorda come.

DELL'IPOTETICO

Se non vede il sole a mezzogiorno pensa che il suo dolore è tanto grande che gli copre la luce. E così continua a cullare la speranza nelle vene e dimentica la tristezza. Se l'amore non viene, se è ferito, se il giorno non prende ancora la sua lampada, saprà sperare, saprà sperare…
    E quando già è stanco, il fiore che si chiude o l'uccello dalle ali aperte, qualcosa di piccolo, grande, triste, consolatore o inaspettato lo salveranno...

DEL RASSEGNATO

Quando passasti ieri, viaggiatore, io stavo dove sto ora. Al bordo della strada, guardando il cielo ed amando l'aria che mi entra in grappoli azzurri per il petto.
    Non mi invitare, viaggiatore. Qui sto perché sono rassegnato. Non posso aspettare già niente perché mi dolgono gli occhi per aver guardato troppe cose.
    Ma qui, sull'orlo della strada, quando viene il sole nuovo, mi oltrepassa una paura, una paura molto grande.
    La mia paura non canta, né si agita, si nasconde in fondo dal mio corpo e mi fa lamentare come un albero in mezzo ai venti. Ho paura di non morire.

DELL'INQUIETO

La pioggia di ieri bagnò gli alberi saggiamente. Le foglie verdi rilucono in piccoli punti brillanti ed i tronchi diritti annunciano il cuore tutto inzuppato, ogni nuovo di freschezza.
    Per questo mordo le foglie, le più verdi, le più tenere, asse più alte foglie. È una delizia. Scricchiolano tra la mia dentatura adolescente e mi danno la sensazione delle cose  non toccate. La sensazione dei foraggi setosi di non so che paese lontano. Ci saranno lì alberi paterni, ci saranno frutti acidi e frutti maturati e donne dalla piena anima e chioma liscia.
    Mettersi a correre per le valli come un alveo aperto e nudo, mettersi a correre sui foraggi, sulle lagune... mettersi a correre per le terre generose, arrampicarsi per gli alberi, mordere le foglie bagnate di pioggia... Oh divino paese lontano, quando potrò trovarti... Uomo:
    Bisogna cimare, indovinare l'eterno senso delle cose. Accarezzo con gli occhi gli alberi amici, mordo con la bocca tutta fresca, le più tenere, le più alte, le più verdi foglie...

La Mañana, Temuco, 23.1.1921.


[Come nella notte il paese dorme benedettamente]

Come nella notte il paese dorme benedettamente
e non esistono carrozze, né magazzini, né genti,

va l'uomo nella notte con la testa al vento,
velocizzato il corpo di carne e sentimento,

si immagina pendere dalle stelle. Pensa
che se il cielo notturno fosse un bicchiere immenso

e la sua anima come un frutto si spremesse su di lei
e quel succo della sua anima lavasse le stelle

l'allegria del cielo sarebbe la sua allegria
tra gli astri il suo canto rimarrebbe

e come l'acqua di uno zampillo immaginario
il suo sangue bagnerebbe i giardini lunari.

L'uomo che cammina grida incessantemente.
L'uomo che cammina deve essere un pazzo.

Sonnambulo o ubriaco lascia che cammini
inciampando nelle pietre o pestando giardini.

Che attraversando una strada si dimenticherà del cielo
e rimarrà inchiodato come un albero al suolo.

Farfalla senza ali, clavicembalo senza note,
incurverà il suo spirito come una corda rotta,

sentendo nelle stelle la voce che non lo nomina
l'uomo che cammina singhiozzerà nell'ombra.

Manoscritto s.f., prob. 1921, conservato nella Biblioteca
Nazionale di Santiago, pubblicato per la prima volta in
Mapocho, num. 24, Santiago, 1977.


Laus Deo

I miei piedi vogliono seguire il suo sentiero,
per che il suo sentiero sia mio,
perché finisca dove io finisco,
e sia la mia allegria la sua allegria.

Le mie mani continuano a toccare quello che tocca,
per vedere se in me il suo essere continua,
la sua mano ammorbidì la roccia
e sradicò dal roveto tutte le spine.

La mia bocca cerca la parola pura
che coprirà il mio cuore nudo
quando voglia dare tutta la dolcezza
che prima volle consegnare, ma non poté.

Lodo Dio per questo e per quello.
Perché inchiodando in lei il mio desiderio
in lei riassunse tutto il bello,

per il dolore di quell'amore perduto,
perché per lei nei miei giardini vedo
fiorire un roseto già fiorito.

Perché l'amore che ho mi illumina,
perché in lei credei ed in lei credo,
ed ella saprà calmare la mia sete divina
unendo al mio desiderio il suo desiderio,
il mio cuore per la mia gola trilla:
LAUS DEO
LAUS DEO

Manoscritto s.f., prob. 1921, conservato nella Biblioteca
Nazionale di Santiago, pubblicato per la prima volta in
Mapocho, num. 24, Santiago, 1977.


Il salmo dell'amore perduto

Perché mi trapassò l'amore che ebbi
ed aprii senza ostacoli le porte del desiderio...
Perché l'amai canzone, schiuma o nuvola
Laus Deo.
Perché per lei in me non stette quasi
questa mortale angoscia di essere triste ed essere brutto...
Perché il mio amore fu grande...
E non lo seppe!...
Laus Deo.
Laus Deo.

La Mañana, Temuco, 13.3.1921


L'amore peduto

I miei desideri vanno via oltre all'amata
in alvei tranquilli o violenti
e si scuotono sotto il suo sguardo
come gli albereti sotto il vento.

I miei occhi tremano nel pomeriggio oscuro
indovinandola per i sentieri:
oramai non sanno guardare verso l'altezza,
che vedono sulla terra gli astri.

La mia bocca cerca la parola pura
che coprirà il mio cuore nudo
quando voglia dare tutta la dolcezza
che prima volle consegnare, ma non poté.

I miei piedi vogliono seguire il suo sentiero
perché il suo sentiero sia mio,
perché finisca dove io finisco
e sia la mia allegria la sua allegria.

la sua mano ammorbidì la roccia
e sradicò dal roveto tutte le spine.
Le mie mani continuano a toccare quello che tocca
per vedere se in me il suo essere continua.

Oramai non naufragherà sotto i tuoi occhi
il mio cuore come una barca povera,
ti peserà il mio amore sulle spalle
e la tua gola nasconderà il mio nome.

I miei passi calpesteranno sentieri dolenti,
estingueranno i miei occhi le stelle,
e perforando la notte in cui mi trovi
arderanno i tuoi piaceri nella mia pena.

Le mie mani prenderanno fiori e frutti,
- benché li prendano saranno vuote -
ameranno i grappoli più oscuri,
sgraneranno le ultime spighe.

E saranno i balconi stranieri,
la tua voce lontana ed il tuo sguardo sempre,
la lampada accesa del ricordo
illuminando le mani nella fronte.

Lasciami amarti più in questa ora.
... Amami ora per non pensarlo.
Nel giardino che morrà nell'ombra
lascia che lo zampillo continui a cantare...

1921? Manoscritto in Archivio R. Silva Castro.


Sesso
SEXO. (Pagine 224-225.) Tra altre influenze possibili, noto in questo testo quella di Juventud, egolatría e di altri libri di Pío Baroja, scrittore che Neruda lesse assiduamente almeno fino a che lasciò il Cile nel 1927. Una completa riproduzione di questa nota intesta il capitolo "Ancora vestito di grigio e suoni amari", affezionato alla poesia amorosa giovanile di Neruda, in Concha (pp. 186 e ss.).

È forte. E giovane. La fiammata ardente del sesso corre per le sue arterie in scuotimenti elettrici. Il piacere è stato già scoperto e l'attrae come la cosa più semplice e meravigliosa che gli avessero mostrato. Prima gli insegnarono a nascondere l'immondizia del basso ventre e la sua fronte da bambino si increspò in un'interrogazione incosciente. Poi il primo amico gli rivelò il segreto. Ed il piacere solitario andò corrompendo la purezza dell'anima ed aprendogli piaceri sconosciuti fino ad allora.
     Ma già passò quel tempo.
  Ora, forte e giovane, cerca un oggetto in chi vuotare il suo bicchiere di salute. È l'animale che cerca semplicemente un'uscita alla sua potenza naturale. È un animale maschio e la vita deve dargli la femmina in cui si completi, aumentandosi.
    Per questo cerca. La sorella è cresciuta come lui; come lui è forte e poderosa; la gioventù le fece già le anfore del petto e gli occhi che conservano il desiderio. Ma è sua sorella. Ed una legge punisce tra tutti e due l'amore.
Ma ci sono più donne. Le strade portano cento di femmine inquiete e vigorose e l'uomo cerca di nuovo. Ma scopre che la resa di una di quelle donne porta una cosa divertente e rara: il "disonore" del quale volle, come lui, godere un piacere per il quale la natura gli diede un organo.
    Allora l'uomo giovane che è onorato, impara a conoscere la moralità ipocrita che inventarono per ostacolare la schiusa piena delle sue inclinazioni fisiche.
    Ma cerca sempre. E c'è la casa del piacere. Ma l'uomo che è puro, riduce la sua necessità naturale e disprezza compatendo, la macchina che deve dargli il piacere a tanto l'ora. Ed allora l'uomo giovane e forte sente un'ondata di rabbia contro gli stupidi che fecero la cornice quadrata e rigida in cui deve mettere la sua vita. Disprezza ed odia la legge che gli sta dando nel viso una sferzata per ogni tentativo del suo essere verso quello che tutti fanno come larve oscure negli angoli nascosti e sente desiderio di rovesciare la sua rabbia sulla quale gli diedero il desiderio ancestrale che lo lega come un gancio enorme, alla vita. E smette di essere puro e vuole comprare amore.
    Ma è povero. E pensa che il piacere e tutto quello che hanno fatto sulla terra, con la terra stessa, è per  quelli tutto l'hanno e l'obbligano, fagotto di desideri naturali, ad essere un mobile incollato all'oro degli altri.


Claridad, num. 23, Santiago, 2.7.1921.


Ai poeti del Cile

A LOS POETAS DE CHILE. (Pagine 225-227.) "È frequente trovare durante l'estesa opera letteraria di Pablo Neruda, omaggi, ricordi o tributi di ammirazione per l'opera di altri poeti. [...] Il suo atteggiamento aperto e fraterno verso i poeti e la sua stessa posizione politica, hanno determinato certe preferenze in lui per la gran poesia perseguita, per la poesia emancipatrice, per la poesia imprigionata o calpestata da regimi politici corrotti. [...] In quanto ai poeti americani e cileni, la sua attività per diffonderli è stata sostenuta. A non mediare il fraterno atteggiamento di Neruda, è improbabile che fosse stato riscattati dalla dimenticanza poeti come Alberto Rojas Giménez, Joaquín Cifuentes Sepúlveda, Aliro Oyarzún ed altri molti." Jorge Sanhueza, "Pablo Neruda, los poetas y la poesía", Aurora, num. 3-4, Santiago, 1964. - Se non mi sbaglio, il presente testo è il primo chiamato solidale che scrisse Neruda in favore di un altro scrittore, il primo in cui mescolano i livelli poetico e civico  (sebbene ancora in una cornice anarchica e post-romantica reclamando dalla società una particolare giustizia, una giurisdizione speciale per i membri della sua classe, quella dei poeti). Joaquín Cifuentes Sepúlveda fu un personaggio dalla vita inquieta e bohémien che nacque in San Clemente, Cile, 1900, e morì di sifilide a Buenos Aires, 1929. quando pubblicava questa nota, nel 1921, scontava una condanna per omicidio nella prigione di Talca, della quale uscì "scrivendo innumerabili bei versi, inzuppando in alcool terribile la sua abbandonata bontà." Quando Neruda seppe della morte del suo amico a Buenos Aires, dalla Ceylon inviò il poema "Ausencia de Joaquín" (incluso in Residencia I) e queste parole a Héctor Eandi: Mi dicono "che si era sposato lì, sicuramente pensava di calmarsi, perché in realtà fece una dolorosa, sventurata vita. Tristezza! Era il più generoso ed il più irresponsabile degli uomini, ed una gran amicizia ci unì ed insieme ci dedichiamo ad una certa classe di vita infernale. Dopo, senza nessun incidente né spiegazione, coscienti lentamente delle nostre differenze, ci separiamo completamente e, ora lo vedo, per sempre. Il mio triste e buon compagno!" (in Aguirre, p. 58). Vedere più avanti la nota di Neruda su La torre, libro di poemi del suo amico Joaquín. - Domingo Gómez Rojas. Il 21 Luglio di 1920 si produsse l'assalto al club della Federazione di Studenti del Cile (nel centro stesso di Santiago) per opera di orde di giovani ed adulti di estrema destra che contavano sugli auspici e la complicità del governo del presidente Juan Luis Sanfuentes e, in particolare, di Ladislao Errázuriz, ministro della Guerra. "Il dirigente studentesco e poeta José Domingo Gómez Rojas, vicino ad operai e studenti, fu portato al penitenziario. Lo colpirono molto, lo torturarono in tale modo che perse la ragione. Trasportato alla Casa di Pazzi, morì virtualmente assassinato il 25 settembre. Era un poeta di enorme temperamento, morto quando appena incominciava la sua opera." (Teitelboim 1996, p. 54).


Joaquín Cifuentes Sepúlveda
(non è un verso questo nome da sé solo?)
sta morendo in una prigione.
Continua già ad arrivare al verso della sua bocca
il sanguinante lamento lacerato
di disperazione e di agonia.
Poeti della mia terra:
il vostro sguardo
dovrebbe accarezzare il campo pieno,
le radici feconde della vita
il sole, la luce, l'aria.
Le vostre mani devono toccare il chiaro
corpo della donna delle sue stanchezze,
la vostra bocca scoprire il ritmo vivo
degli uomini liberi della terra.
Le vostre mani devono spremere l'oro
meraviglioso delle uve bianche.
Devono sentire nel pomeriggio campagnolo
le astrali campane del crepuscolo
che cadono sul mondo come molti
cuori sonori...
Compagni,
i giudici lo tengono rinchiuso
senza sole,
senza luce,
senza aria,
per un delitto che non commise.
E se anche l'avesse commesso. Era
un poeta. Dite ai giudici
il battito di ala dei suoi versi profondi,
la soavità delle sue pene antiche,
mostrate loro l'azzurro del cielo libero,
i paesaggi enormi della terra
che i giudici non guardano. Povere anime
di timbro di imposta!
E se non sanno
ancora del cielo né del verso,
incendiate loro le loro case,
rubate loro le loro donne,
e che la dinamite miracolosa
fecondi le viscere della terra,
faccia scoppiare le muraglie della prigione!
Che gli stessi vermi che mangiarono
la carne di Domingo Gómez Rojas
continuino a mangiare carne di tribunale!

Se non ci sono giudici poeti che lo liberino
fate che i poeti siano giudici!
E Dio, su noi,
lancerà un'occhiata grata...

Juventud, num. 16, Santiago, set. - ott. del 1921.


La canzone della festa
LA CANCIÓN DE LA FESTA. (Pagine 227-228.) Poema che vinse il primo premio nel concorso annuale di poesia organizzato dalla Federazione di Studenti del Cile in occasione dei Giochi Floreali della primavera del 1921 in Santiago. Furono giurati Ernesto A. Guzmán, Roberto Meza Fuentes e Daniel Schweitzer. Il poema fu pubblicato immediatamente dalle due riviste della Federazione: Claridad, num. 38 del 15.10.1921, e Juventud, num. 16, settembre-ottobre 1921. Questa ultima fece inoltre una diligente edizione separata di 16 pagine: La canzone della festa. Facciata di Igor. Decorazioni di Isaías, Santiago, Edizioni Juventud, 1921. - Il premio scatenò la popolarità di Neruda tra gli universitari, e senza dubbio favorì i suoi successi amorosi, specialmente con Albertina Azocar. Al riguardo vale la pena rileggere il poema "1921" di Memorial de Isla Negra, II (OCGC, vol. II, pp. 1179-1180).

Oggi che la terra matura si agita
in un tremore polveroso e violento,
vanno le nostre giovani anime riempite
come le vele di una barca nel vento.

Per l'allegro cantare della fonte
che in ogni bocca di giovane spunta:
per l'onda bionda di luce che si muove
nel fruttato cuore del pomo,

tremi ed esploda la festa notturna
e che la trascinino trionfanti quadrighe
nella sua carrozza, divina e nuda,
con la sua gialla corona di spighe.

La gioventù con la sua lampada chiara
può illuminare i più duri destini,
sebbene nella notte crepitino le sue fiamme
il suo fuoco d’oro feconda la strada.

Tremi ed esploda la festa. La risata
contragga le bocche di rosa e di seta
e la nostra voce dolcifichi la vita
come l'odore di un'astrale roseto.

Uomini dalla risata vibrante e sonora,
sono quelli che portano la festa nelle braccia,
sono quelli che riempiono la rotta di rose
affinché siano più soavi i loro passi.

Ed una canzone che scuote la terra
si solleva cantando un'altra vita migliore
in cui si guardino l'uomo e la stella
come si guardano l'uccello ed il fiore.

Diventeranno acute le pietre al passo
dei nostri bianchi e biondi efebi
che seguiranno con gli occhi in alto
rovesciando semine e cantici nuovi.

Tremi ed esploda la festa. Che il piacere
sia un grappolo di bacche esimie
che si sgrani nelle bocche più nobili
e che fecondi altre belle vendemmie.

Claridad, num. 38, Santiago, 15.10.1921; e Juventud,
num. 16, Santiago, settembre-ottobre del 1921.


Lettera alla Signorina Albertina Rosa
CARTA A LA SEÑORITA ALBERTINA ROSA. (Pagine 228-229.) La data di questi versi di corteggiamento conferma l'impatto di "La canción de la festa" Testo e facsimile in CALR, in NJV=CYP ed in PAR.

Albertina Rosa,
farfalla.
Collana di fuochi su
le cose.
È
l'ora delle rose,
l'ora che non cessa.
Molesta,
bacia
la poderosa
testa
di chi ti cattura,
ti sfiora
e ti bacia
in tutte le cose,
dolce e divina
Albertina
Rosa.

12 del mezzogiorno del 10 di novembre del 1921

Facsimile del manoscritto in CMR, in NJV = CYP ed in PAR.


Amare
AMAR. (Pagina 229.) Testo e facsimile del manoscritto inviato all'amico (e datato il 4.4.1922) in Silva Castro, pp. 73 e 236-237.

Qualcuno ha detto il verso che io dovetti dirti,
in un altro cuore si strinse il mio desiderio,
la vita di altri uomini nella mia vita rivive
come un liquore antico su alcune labbra nuove.

Amo, ed Amore è questo che altri in sé ebbero
ricamo in ori duri, tatuato in solchi fermi.
Amore che è sempre lo stesso come è lo stesso cielo
quello delle albe rosse e quello dei pomeriggi grigi.

Il ricordo che nascondo, la parola che dissi,
venivano verso la mia anima dal fondo dal tempo
e tendendo loro le mie reti aspre e terribili
incantate rimasero in parola e ricordo.

Perché spremo le uve di un nascosto vigneto
- dolci sono i tuoi grappoli, vignaiolo invisibile! -
e nel cielo profondo di mezzanotte vedo
scritte le parole che non possono dirsi,

Amore, sono allegro perché altri ti ebbero,
sto allegro Amore ed ebbro e rallegri e triste.
Per te dormono nella mia anima tanti remoti sonni
che in tante anime nuove torneranno ad addormentarsi!

C'è facsimile di una copia manoscritta da Neruda,
datata "4 aprile del 1922”, in Silva Castro ed in CEG


Un uomo cammina sotto la luna
UN HOMBRE ANDA BAJO LA LUNA. (Pagine 230-231.) Uno dei testi dispersi di Neruda che ha raggiunto più fortuna e più ammiratori. E di sicuro più pubblicazioni, dato che oltre quella di Claridad, num. 49, (29.4.1922) ce ne saranno molti altre, a cominciare dalla sua inclusione nel Nuestros poetas di Armando Donoso (Santiago, Nascimento, 1924), ed in Rivista Chilena, num. 93-94; Santiago, gennaio-febbraio 1928.

Pena di brutta fortuna
che cade nella mia anima e la riempie.
Pena
Luna.

Strade bianche, strade bianche...
... Deve avere sempre luna quando
per vedere se la pena si allontana
cammino
e cammino...

Ricordo l'angolo oscuro
in cui piangevo nella mia infanzia:
i licheni nei muri,
le risate alla distanza.

... Ombra... silenzio... una voce
che si perdeva...
La pioggia nel soffitto. Atroce
pioggia che sempre cadeva...
ed il mio pianto, umida voce
che si perdeva.

... Si chiama e nessuno risponde,
si cammina per continuare a camminare...

Camminare... Camminare... Verso dove?...
E fino a quando?...
Nessuno risponde
e si continua a camminare.

Amore perduto e trovato
ed un'altra volta la vita tronca.
Quello che si è cercato sempre
non dovessi trovarsi mai!

Uno si stanca di amare...
Uno vive e deve andare...
Sognare... Perché sognare?
Vivere... Perché vivere?

... Sempre devo avere strade bianche
quando per la terra grande
per vedere se la pena si allontana
cammini
e cammini...

... Cammini in notti senza fortuna
sotto il vello della luna,
come le anime in pena...

Pena di brutta fortuna
che cade nella mia anima e la riempie.
Pena.
Luna.

Claridad, num. 49, Santiago, 29.4.1922.


Poesie [1]
POESÍAS [1]: EL BARCO DE LOS ADIOSES. [LAS ANCLAS.] (Pagine 232-235.) Questa prosa che sotto il titolo "El barco de los adioses" si pubblicò come frammento di un blocco di cinque testi in Claridad, num. 69 del 16.9.1922, riapparirà quasi un anno più tardi come testo isolato ed sotto il titolo "Las anclas" in Zig-Zag, num. 963, Santiago, 4.8.1923, con molto lievi varianti. Rimetto all'illuminante commento compreso in Concha, pp. 14-22.

LA BARCA DI GLI ADDII [LE ANCORE]

Dall'eternità navigatori invisibili vengono portandomi attraverso atmosfere strane, solcando mari sconosciuti. Lo spazio profondo ha riparato i miei viaggi che non finiscono mai. La mia chiglia ha rotto la massa mobile di icebergs luccicanti che cercavano di coprire le rotte coi  loro corpi polverosi. Poi navigai per mari di nebbia che estendevano le loro nebbie tra altri astri più chiari che la terra. Poi per mari bianchi, per mari rossi che tinsero il mio casco coi loro colori e le loro nebbie. A volte attraversiamo l'atmosfera pura, un'atmosfera densa e luminosa che inzuppò la mia velatura e lo fece fulgente come il sole. Per lungo tempo ci trattenevamo in paesi dominati dall'acqua o dal il vento. Ed un giorno - sempre inaspettato - i miei navigatori invisibili, alzavano le mie ancore ed il vento gonfiava le mie vele folgoranti. Ed era un'altra volta l'infinito senza strade, le atmosfere astrali aperte su pianure immensamente solitarie.
    Arrivai alla terra, mi ancorarono in un mare, il più verde, sotto un cielo azzurro che io non conoscevo. Abituate al bacio verde delle onde, le mie ancore poggiano sulla sabbia d’oro del fondo del mare, giocando con la flora contorta della sua profondità, sostenendo le bianche sirene che nei giorni lunghi vengono a cavalcare in esse. I miei alti e diritti alberi sono amici del sole, della luna e dell'aria amorosa che li prova. Uccelli che nessuno ha visto si trattengono in essi dopo un volo di frecce, rigano il cielo, allontanandosi per sempre. Io ho incominciato ad amare questo cielo, questo mare. Ho incominciato ad amare questi uomini...
    Ma un giorno, il più inaspettato, arriveranno i miei navigatori invisibili. Salperanno le mie ancore arborescenti nelle alghe del profondo, riempiranno di vento le mie vele folgoranti...
    E sarà un'altra volta l'infinito senza strade, i mari rossi e bianchi si estendono tra altri astri eternamente solitari.

GLI EROI

Come se li portasse dentro la mia ansietà trovo gli eroi dove li cerco. In principio non seppi distinguerli, ma già instradato negli stratagemmi della vita, li vedo passare al mio fianco ed imparo a dar loro quello che non possiedono. Ma è qui che mi sento oppresso da questo eroismo e lo respingo stanco. Perché ora voglio uomini che pieghino la schiena al la tempesta, uomini che ululino sotto le prime sferzate, eroi ombrosi che non sappiano sorridere e che guardino la vita come una gran cantina, umida, lugubre, senza fenditure di sole.
    Ma ora non li trovo. La mia ansietà è piena dei vecchi eroismi, degli antichi eroi.

LA LOTTA PER IL RICORDO

I miei pensieri si sono andati allontanando da me, ma arrivato ad un sentiero accogliente respingo i tumultuosi dispiaceri presenti e mi trattengo, gli occhi chiusi, snervato in un aroma di lontananza che io stesso ho continuato a conservare, nella mia piccola lotta contro la vita. Ho vissuto solo ieri. Ora ho quella nudità in attesa di quello che desidero, francobollo provvisorio che ci sta invecchiando senza amore.
    Ieri è un albero di lunghe ramaglie, ed alla sua ombra sono teso, ricordando.
    All'improvviso contemplo sorpreso lunghe carovane di viandanti che, arrivati come me a questo sentiero, con gli occhi addormentati nel ricordo, si cantano canzoni e ricordano. E qualcosa mi dice che hanno cambiato per trattenersi che c'è parlato per tacere, che hanno aperto gli attoniti occhi davanti alla festa delle stelle per chiuderli e ricordare...
    Teso in questa nuova strada, con gli avidi occhi fioriti di lontananza, tento in vano di intercettare il fiume del tempo che tremola sui miei atteggiamenti. Ma l'acqua che riesco a raccogliere rimane imprigionata nei nascosti stagni del mio cuore in cui domani dovranno immergersi le mie vecchie mani solitarie…

CANZONE

Mia cugina Isabela... Io la conobbi mia cugina Isabela. Ho attraversato, anni dopo, il patio rinverdito in cui, mi dicono ci vedemmo e c'amiamo nell'infanzia. È un posto di ombra: come nei cimiteri ci sono gli alberi invernali ed induriti. Un muschio giallo circonda le vite di alcune scodelle di creta bruna reclinate nel patio di questi ricordi... Lì fu, dunque, dove vidi mia cugina Isabela.
    Devo averle messo quegli occhi dei bambini che aspettano qualcosa che passa, sta passando, passò...
    Cugina Isabela, fidanzata destinata, scorre una abbondanza continua, eterna tra le nostre solitudini. Io da questo lato comincio a correre verso valli che non scorgo, le mie grida, le mie azioni, che ritornano al mio fianco in eco inutili e perduti. Tu dall'altro lato...
    Ma molte volte ti ho sfiorato, Isabela. Perché tu sarai chi sa dove! questa schiva donna che, quando cammino nel crepuscolo, conta dalla finestra, come me, le prime stelle.
    Cugina Isabela, le prime stelle.


VENTI DELLA NOTTE

Come una scena mobile la luna nell'altezza si deve scuotere… Venti della notte, tenebrosi venti! Che ruggiscono e spaccano le onde del cielo che calpestano con piedi di rugiada i soffitti. Disteso, dormiente, mentre le ebbre risacche del cielo crollano bramendo sul pavimento. Disteso, dormiente, quando le distanze finiscono e volano portando ai miei occhi quello che stava lontano. Venti della notte, tenebrosi venti! Che ali più piccole le mie in questo colpo d'ala tremendo! Che grande è il mondo di fronte al mio gola avvilita! Tuttavia, posso, se voglio, morire, distendermi nella notte affinché mi trascini la rabbia del vento. Morire,  tendermi addormentato, volare nella violenta marea, cantando, disteso dormiente! Sui tetti galoppano gli zoccoli del cielo. Un camino singhiozza... Venti della notte, tenebrosa di venti!


Claridad, num. 69, Santiago, 16.9.1922.


Il muro

1
Leggero agitato, che cosa ti ferma? Oramai non guardi l'orizzonte che ora riposa tra le tue dita, dominando nella rosa delle rotte. Le tue pupille si sono trattenute in un punto ed i ragni districano i loro ventri nel tuo sguardo estatico.

2
Facile ballerino, oramai non appresti i rotondi talloni nella nuova capriola: i tuoi muscoli non si agitano di fronte all'ostacolo e  nella partitura del tuo petto continua a cadere il francobollo di un gesto inevitabile.

3
Ti stringi tra l'ombra del muro destro, ti rifugi nella propizia mollezza della terra. L'ombra rovescerà muschi sulle tue ossa e la terra soffice riceverà le tue ossa ed il suo muschio.

4
Nel frattempo crescerà il muro. Vedrai biforcarsi l’ardito azzurro nella notte ed il giorno. Sentirai morire la melodia della tua danza plurale. Sentirai calmarsi le tue ansie imponderabili. Ti circonderà il tuo sforzo addormentato e per tutti i raccolti continueranno ad ingiallire le messe altrui. Nel frattempo crescerà il muro...

5

Crescerà il muro ed il tuo amore crescerà. Farai festival solitari di fronte alla sua estesa quiete. Roderai di dolore nelle notti senza fuoco; ed acceso il tuo cuore in una folgorata di offerta, penserai che il muro danza ardendo, ebbro della tua propria ubriachezza.


6
(È questo una canzone?) Che cosa è questo? Mi trascinano queste parole e tuttavia so che sono inutili. È questo una canzone? Mi conduce il suo ritmo che non è il frenetico ritmo della mia impotenza. Mi trascinano le sue parole che nessuno capirà, mi scuote la sua vertigine. Ed incapace di fermarmi, continuo a lasciare cadere come un contagocce, l'angoscia di queste parole uguali.)

7
Ardente cantante, non ti inquietare. L'ombra invaderà la tua gola e perché sarai muto non uscirà oscura la tua canzone.

8
Perché all'imbrunire i piccoli fuochi sono inutili. Arriva la notte. E si trattengono uno ad uno i venti che raddrizzarono la tua virtù e finisce il silenzio interminabile. La notte.

9
La notte. È ora, dunque, che appresti il salto mortale. L'uro non spererà di crescere ed i tuoi muscoli non dovranno crescere per sperare. Danza naturalmente, arde naturalmente. Grida perché il silenzio vuole intaccare la tua voce. Ma oltre il muro andrai avvolto nel vento, complicando le tue capriole nella chioma solare. Leggero agitato, che cosa ti ferma? Ti fa impazzire ora l'angoscia. Di cosa è fatta la tua frenesia? Allontana i tuoi occhi dal muro, rompi la seta di ragno che si era addormentato nei tuoi sguardi. Chiudi gli occhi, spremi e stringi il tuo cuore nel finale impulso del tuo salto finale...

10
... Perché cade la notte, cantante ardente, leggero sventato, danzatore incantato...


Claridad, num. 73, Santiago, 14.10.1922.


La rotonda dei simboli

LA GRATA

Impetuosa forza del mio cuore, rigata appena per il filo dei giorni che passano, mai potei vuotarti intera nelle mie azioni, mai potei sciogliere questa rete di ormeggi che mi disturbano per inchiodarti in un immenso grido verticale nel cielo degli uomini. Come una bestia in agguato devo aspettare piccoli fuochi, piccoli simboli, alvei piccoli che trascinino il fermento delle mie inquietudini. Dietro essi canta la mia vita come dietro una grata. Solo così possono legarsi la mia musica e le parole altrui, e solo così proseguo in solitudine con me stesso come un simbolo inedito il cui verità aspetta solo parole immense per arrendersi.

LO SPECCHIO NELLA NOTTE

La notte riempie la strada in un dolce strisciare di ombre. Dopo, curiosa di sorprendere la mia oscura vita, entra in punta di piedi nella mia camera da letto. Io, disteso di fronte all'immenso specchio murale che mi circonda, non la sento arrivare. Offesa, si nasconde allora negli angoli e da lì mi spia, pronta ad invadere in un lampo nero, la stanza intera.
    Lo fa, ora. Dalla mia finestra vedono i miei occhi addormentati le diritte strade della città. Niente vedo ora. È come se l'ombra avesse chiuso la strada. Disperando di vedere passare di fronte alla mia finestra le donne crepuscolari, disperando di vedere questo paesaggio che il mio antico tedio conosce dettaglio per dettaglio, giro gli occhi alla mia stanza circondata dal largo specchio murale che ha dimenticato nel suo sguardo unanime i miei gesti, i miei atteggiamenti di ieri, perdute per sempre.
    Ma girandoti a vedere, oh antico specchio immobile come un stagno del tempo, si rinnova nella mia camera da letto oscurata la tragedia di tutti gli imbrunire. Io sto davanti a te, e la mia immagine attuale deve riflettersi, estatico come sono, nella lamina inesorabile. Comprendo oh antico specchio, comprendo bene che la notte è arrivata, ma della mia immagine che ne è stato? Sta dentro te od oltre l'ombra od oltre l'acqua trasparente che si fermò sui tuoi vetri? Che cosa ne è stato della mia immagine? Guardami, impazzito, facendo gesti torbidi per sentirmi vivere e non credermi scomparso dalla tua palma torbida e distante. Graffio la tua lamina e cerco là lontano la mia immagine perduta. Che cosa è stato? Per caso, sciolta nella notte, legata all'ombra, sono uscito a strisciare con lei per altre strade sconosciute, ad entrare in altre camere da letto ignorate in cui uomini pazzi e disperati cercano anche la sua immagine caduta irrimediabilmente, perduta per sempre nel pozzo di un specchio notturno?...

IL PONTE CHE CAMMINA

Disteso, sotto il cielo alto, e riposando da lunghe camminate, osservavo le mie scarpe disfatte, quando lo sorpresi. Stanco, era come me. Ma la sua stanchezza era quella della immobilità. Era stanco di lasciare passare sotto il suo tendaggio di ferro l'acqua mite che fluisce e fluisce. Era stanco di guardare allontanarsi i passeggeri emigranti. Stanco di vedere cambiare il cielo e fuggire, fuggire i giorni seguiti dalle notti veloci e stellate. Stanco di essere teso come un sepolcro, perché per lui passano i treni trepidanti ed i viaggiatori inquieti.
    Fu senza amore quando lo sorpresi. Si era alzato raddrizzando le sue gambe di rotaia, ed il suo scheletro seminterrato nella terra fuggitiva. Nella pianura intraprese una frenetica corsa, una selvaggia danza in cui tremolavano immensamente le sue vertebre meccaniche. Per i monti si arrampicò a falcate e sulle cime si trattenne baciato dai venti odorosi. Saltò le strade. Ruppe i muri.
    Ma le sue impronte ignoranti continuano a distruggere le semine. Passa ed i meravigliosi fiori gialli cadono schiacciati sotto i suoi passi. Ha rotto gli alberi della strada, i suoi unici amici, gli alberi quieti e dolci, che alzavano al cielo i loro nidi ed i loro germogli. Non può camminare per le strade. Non può saltare le montagne. Non può lasciarsi portare come un ramo caduto per l'estuario azzurro che si sgrana nei campi. Quando rimane diritto su una cima, i suoi uncini di acciaio lacerano le nuvole rosseggianti impalpabili.
    Nel frattempo, la terra in riposo unisce il suo silenzio al silenzio immenso del cielo. Sono quieti i pioppeti lontani. Si sono trattenuti gli uccelli nei rami più alti ed il ponte che cammina è l'unico movimento che torce l'uguale armonia dei campi nell'imbrunire. Una stella, la prima, conficcata nel cielo, guarda dall'altezza, immobile e lontana...


COME IN IL GIOCO DEL TUGAR
COMO EN EL JUEGO DEL TUGAR. (Pagina 240.) Nella variante cilena del gioco al nascon-diglio, uno dei bambini dà l'ordine: "tugar, tugar, uscire a cercare."

Divina Allegria quella di nascondere. Come nel gioco del tugar nascondo i miei pensieri negli angoli più oscuri...
    Divina Allegria quella di nascondere. Dio è un segno nascosto tra l'immensa equazione del giorno e della notte. Come nel gioco del tugar, cerco i posti più lontani per occultare le mie inquietudini, e li copro con spine o roseti.
    Ma gli uomini li scoprono. Li scoprono nelle boscaglie più ostili, tra i roseti più fragranti. Come indovinate, cercatori? Come nel gioco del tugar...
    Ma se lascio la mia inquietudine a pieno sole, tesa in mezzo alla strada, sotto tutte le pupille, passano i cercatore e non la scoprono, passano e cercano e non la vedono. In lei si scottano e non la sentono! E si allontanano a cercarla negli angoli oscuri, nei posti lontani, dove non sta la mia inquietudine. Come nel gioco del tugar...

Claridad, num. 75, Santiago, 28.10.1922.


Tugar: gioco di bambini che consiste nel cercare un oggetto nascosto facendosi guidare da alcune indicazioni date da colui che lo nascose

Parole di amore

Nella notte di stelle ti ho baciato le mani...

Pensa, io che ti ho visto perduta e recuperata;
pensa, io che mi allontano da te quando mi aspetti;
pensa, questa dolorosa pace del campo addormentato
odoroso ai fiori e i frutti primi...

Tutto lo sai, tutto. L'hai ascoltato tutto
con gli immensi occhi persi in lontananza;
quando taccio mi guardi e della mia bocca cade
come un fiore tagliato dalla tua bocca un bacio.

(Questo è l'addio quando appena arrivava,
questo è toccare appena i porti e partire...
Che mi leghino le tue braccia che non mi lascino andare via
per toccare appena un altro amore e partire!)

Tu ascolti le mie parole e raccogli i miei baci,
e prolunghiamo insieme il silenzio del campo
rigato per il duro latrato dei cani
e per la numerosa canzone dei nostri passi.

... Nella notte di stelle ti ho baciato le mani...

Incrocio di sfuggita il tuo amore e mi fermi.
Ti dico addio e mi bruciano i tuoi occhi;
ti do l'angoscia che batte le mie tempie
e galoppa nelle mie vene come centauro pazzo,

ma la mia voce è diventata canterina ed ardente
e le mie dita rimescolano la tua chioma oscura;
nella notte di stelle le mie parole si perdono
e camminiamo ebbri della stessa dolcezza.
... Tutto lo sai, tutto. L'hai ascoltato appena,
ma lo sai tutto.

Claridad, num. 76, Santiago, 4.11.1922.


Poesie [2]

È MOLTO PRESTO

Gravi immobilità del silenzio. La sottolinea il canto di un gallo. Anche l'impronta di un uomo al lavoro. Ma continua il silenzio.
    Quindi una mano distratta sul mio petto, ha sentito il battito del mio cuore. Non smette di essere sorprendente.
    E di nuovo - oh gli antichi giorni! - i miei ricordi, i miei dolori, i miei propositi, camminano chinati a crocifiggere i sentieri dello spazio e del tempo.
    Così si può transitare con facilità.

UN AMORE

Per te vicino ai giardini appena fioriti mi affliggono i profumi della primavera.
    Ho dimenticato il tuo viso, non ricordo le tue mani: come baciavano le tue labbra?
    Per te amo le bianche statue addormentate nei parchi, le bianche statue che non hanno voce né sguardo.
    Ho dimenticato la tua voce, la tua voce allegra, ho dimenticato i tuoi occhi.
    Come un fiore al suo profumo, sono legato al tuo ricordo impreciso.
    Sto vicino al dolore come una ferita, se mi tocchi mi danneggerai irrimediabilmente.
    Le tue carezze mi avvolgono come i rampicanti i muri ombrosi.
    Ho dimenticato il tuo amore e tuttavia ti indovino dietro tutte le finestre.
    Per te mi affliggono i pesanti profumi della stagione estiva: per te torno a spiare i segni che precipitano i desideri, le stelle in fuga, gli oggetti che cadono.

LA LEBBROSA

Ho visto arrivare la lebbrosa. Rimase tesa vicino al cespuglio di azalee che sorride nell'abbandono dell'ospedale.
    Quando arriva la notte, andrà via la lebbrosa. Andrà via la lebbrosa perché l'ospedale non l'accoglie. Andrà via quando il giorno affonderà dolcemente in quell'imbrunire, ma fino al giorno prolungherà i suoi fuochi gialli per non andare via, per non andare via insieme con la lebbrosa.
    Piange, piange vicino al cespuglio di azalee. Le sorelle bionde e vestite di azzurro l'hanno abbandonata: non cureranno le sue tristi piaghe le sorelle bionde e vestite di azzurro, bambini, proibiti di avvicinarglisi, sono fuggiti per i corridoi.
    L'hanno dimenticata i cani, i cani che leccano le feriti di quelli dimenticati.
    Ma il cespuglio rosato delle azalee - sorriso unico e dolce sorriso dell'ospedale - non si è mosso dall'angolo del patio, dall'angolo del patio dove la lebbrosa rimase abbandonata.

IL TENDONE

Sistemavamo allora dei pali delle fondamenta abbattuti, in pieno campo australe. Era la stagione estiva. Nelle notti si ospitavano le bande, e stanchi, ci lanciavamo sul foraggio o sulle coperte stese. Il vento australe caricava di rugiade la campagna in estasi, e scuoteva il nostro tendone mobile come una velatura. Con quella strana tenerezza, amai in quelli giorni, il pezzo di tela che ci proteggeva, l'abitazione che voleva cullare il nostro sonno dopo la giornata spossante!
    Dopo mezzanotte, aprivo gli occhi, ed immobile, ascoltavo... Al mio fianco in ritmi uguali, la respirazione degli uomini addormentati... Per un'apertura ovale del telone passava l'ampio alito della notte nei campi... Di quando in quando l'angosciosa voce d’amore delle donne possedute; ed intermittenti e lontani, l'allucinato gracidare delle rane o il frustare della corrente del fiume contro le opere della pali delle fondamenta.
    A volte, strisciando come un bruco, uscivo furtivamente dal tendone. Al lato fuori mi stendevo sul trifoglio bagnato, la testa impegnata da nostalgie, con le pupille assorte in qualche costellazione. La notte campagnola, chiara e oceanica, mi nauseava e la mia vita galleggiava in lei come una farfalla caduta in uno stagno, stella filante mi riempiva di un'allegria inverosimile!

DONNA LONTANA

Questa donna sta nelle mie mani. È bianca e bionda, e le mie mani la porterebbero come una cesta di magnolie.
    Questa donna sta nei miei occhi. La avvolgono i miei sguardi, i miei sguardi che niente vedono quando l'avvolgono.
    Questa donna sta nei miei desideri. Nuda sta sotto l'anelante fiammata della mia vita e la brucia il mio desiderio come una brace.
    Ma, donna lontana, le mie mani ed i miei occhi ed i miei desideri conservano intera la sua carezza perché solo tu, donna lontana, solo tu stai nel mio cuore.

Claridad, num. 83, Santiago, 23.12.1922.


CRONACHE E NOTE

L'esposizione Oyarce

- Passiamo...?
    - Buono...
    Passiamo. Un spreco di colorito ci sorprende. Questo si osserva con più intensità in quello che Oyarce ha denominato "fantasie."
    Indubbiamente ha risposte giuste, disegni che sono una dimostrazione della sua capacità artistica, disegni che eseguiti sotto l'influenza diretta di Valenzuela e Meléndez, i nostri disegnatori di avamposto, hanno molto di completa perfezione; ma ci sono altri che ci danno immediatamente la sensazione di cattivo gusto, di esagerata confusione nelle immagini e di errori indubbi nella tecnica.
    Ma, dobbiamo applaudire più che tutto lo sforzo consumato da Oyarce, osando presentare le sue produzioni in un ambiente gelato dall'indifferenza e la mediocrità artistica quasi comune.

NEFTALÍ REYES

La Mañana, Temuco, 30.9.1919.


"E dolore, dolore, dolore...":
poemi di F. García Oldini
"Y DOLOR, DOLOR, DOLOR...": POEMAS DE F. GARCÍA OLDINI. (Pagine 245-247.) Dentro un testo la cui trascurata pubblicazione in La Mañana (29.12.1919) presenta non poche difficoltà di lettura, la citazione dei versi dell'amico include nel v. 4 un certo "odore di ABS" che allude al mitico assenzio (absinthe) dei poeti maledetti.

È stato battuto forte, profondo di emozioni non scoperte quello che mi sorprese nella lettura di questo libro. Passano per i suoi poemi le filtrazioni velenose del dolore e del dubbio in una stroncatura di musicalità ferme e vibranti, a volte inondate dalla febbre della sensualità o dell'ossessione, ma fatte a guisa di divini torrenti di luce, plasmate in ammirabili grida liriche.
    Mi sono ricordato amaramente di alcuni pseudo-critici che senza comprendere l'immenso pezzo di bellezza che si apre in questo libro, lo hanno ridicolizzato stupidamente.
    E dopo avere letto quei pezzi in cui è arrivato fino a deformare ed aggregare parole ridicolizzanti i versi di García Oldini, sono tornato a leggere serenamente il libro.
    Ma è stato la stessa sensazione unica, ho sentito di nuovo questo stesso aroma fatto di spasmi di dolore o dubbio che vibra in tutti i poemi che si fa soavità di seta dolorosa nella "Sinfonia desolata" ed asprezze di terra sensitiva ed umana nei "Versi della febbre".
    Come disse González Vera, questi versi non somigliano a quelli di nessun altro poeta. E perché sono unici, e perché sono tanto profondamente unti nei riti spremuti del dolore, arrivano ed aleggiano dentro a noi e vibrano, e vibrano...
    Sono i versi desolati di "Sete":

    Oggi, Signore, tranquillamente vestito di umiltà,
    vengo a battere le profonde porte della bontà
    con le mie mani di rozzo pieno di dolore...
    Odore di "ABS" per dove passa il torvo battere della fatalità:

    Sarà inutile... dovrò gettarmi
    come un acquazzone fatale verso l'abisso.
    . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
    Sarà inutile questa ansia di essere buono
    perché il male sta dentro me stesso.
    . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
    Ed a pesare che lassù non ci sarà niente
    e che la mia vita fu un dolore sterile
    che fu inutile questa ansia di essere buono,
    di consumare in fiamme di infinito
    tutto il mio interno cerca veleni.

    Primo credei in profondi errori, dopo ne trovai troppo pochi.
    E questo passerà a chiunque voglia trovare bellezze in questo libro, a chiunque non voglia trovare versificazioni e sintesi di scarsa qualità, a chiunque sappia palpitare nel profondo dolore dei suoi poemi e li legga onestamente. Benché fatti trasparenti da un'anima troppo originale, troppo complessa forse, quello che li legge sentirà sete e stanchezza bevuti nella sua stessa fonte dolorosa e dopo averli letti sentirà ostinatamente, tocchi di violini straziati e sottili, versi della "Sinfonia desolata":

E se è verità... se esisti... se sei dio... se sei forte, se tessesti la carne con cellule di fango e gli desti la                vita... ed il dolore... e la morte di Gesù Nazareno, che cosa ti costa essere buono?... che cosa ti costa essere           buono?

La Mañana, Temuco, 29.12.1919.


Le settimane [1]

LEGGENDO AZORÍN IN UN PICCOLO PAESE
LEYENDO A AZORÍN EN UN PUEBLO CHICO. (Pagine 247-248.) La lettura di Azorín sembra essere stata importante per la formazione di molti scrittori latinoamericani durante la prima metà del secolo XX. Ricordo Mario Vargas Llosa tra coloro che l'hanno confessato per iscritto.

Sepolti nella quiete di un paese molto piccolo, abbiamo letto Azorín. E questo ha un incantesimo doppio: una pagina di Azorín è un giorno di vita di paese, vita semplice e buona, quasi buona.
    Questo è un paese umile, un piccolo paese, quasi insignificante, con aromi di fiori curati e fragranti, con l'aroma triste della vita popolare, tanto falsificato, tanto oscurato da brutta letteratura.
    E noi siamo discesi all'anima da questo paese.
    Dobbiamo discendere a noi stessi se vogliamo discendere all'anima dai paesi umili. E discendere a noi stessi, vederci fatti un'astrazione notevole ed ingenua, è quasi impossibile, sta nella rotta della perfezione. Siamo troppo vigliacchi, troppo deboli, l'attrazione all’analisi, all'autoanalisi torturatrice e profonda è puramente o forma in più dell'artificiosità degli umani.
    Per questo discendere all'anima dai paesi umili è analizzare questo io triste e desolatamente grigio che c'assedia.  Siamo vigliacchi, troppo vigliacchi, troppo deboli, quasi, se ci tormentiamo più in questo amalgama pieno di grossolane allegrie in cui c'intratteniamo, senza scendere all'anima dai paesi umili, dei paesi grigi, dei piccoli paesi troppo tristi...

OYARCE E LA SUA ESPOSIZIONE

Qui in Temuco, Víctor Oyarce mantenne aperta una settimana la sua esposizione di disegni e caricature. Li visitiamo l'ultimo giorno e c'afflisse questo ragazzo vigoroso che avendo non poco di talento, è fallito chiaramente nel suo paese: Temuco. Il suo lavoro è di disegnatore, egli mette la sua anima, tutta la sua anima di ragazzo ingenuo e vigoroso, nelle sue fantasie audaci. Meléndez, l'originalissimo, lo schiavizza nelle linee e lui disegna seguendo Meléndez per inclinazione naturale, per questo che i borghesi chiamano "vocazione", per questa forza serena che lo hanno tracciato senza tracciare, quello verso la vita.
    Interpreta Baudelaire alla sua maniera, senza ricercatezze, quasi semplicemente. È che egli ha scoperto l'anima semplice di Baudelaire, l'anima semplice che non tutti vedono, non l'anima non autenticamente velenosa che ha molto di posticcio. E nient'altro. Oyarce ha molto di originale. E per quel motivo, in questo paese in cui ha vissuto tutta la sua vita, è fallita.
    Dei suoi disegni in cui egli metteva tanto della sua anima forte, non se ne vendé uno solo. E non è che siano stati brutti. Qui si sono venduto quadri sgorbieggianti di pittori con nomi uruguaiani, brasiliani, etc. È che qui hanno bisogno di nomi sonori, nomi conosciuti. E quelli borghesi che comprano quadri brutti, questi borghesi che non aiutano la nobile iniziativa di Oyarce perché è di qui, questi borghesi necessitano chiudersi la bocca con dire: io comprai un quadro di tale ...
    Ed il quadro è un fantoccio.
    A questi Oyarce  gli ha dato caricature. Ha lusingato la loro vanità riproducendo i loro gesti di immortale economicità, di aristocratici...

NIENTE DI ORIGINALITÀ

Siamo andati al teatro. Si dà un film locale in che si getta un mazzo di lodi al paese, alle genti, ai grassi tori dell'esposizione, al "progresso" infine... È una letteratura volgarmente volgare, si vanta la razza eroica, i copihues rossi come il sangue, le selve impenetrabili ed un cumulo di volgarità più.
    E si sono gettati rosoni alla gente ricca, come per esempio, si dice lì che la gente distinta è quella che passeggia tutti i pomeriggi nella piazza. E noi siamo rimasti pensando. Abbiamo pensato a questa ridicola gente che si trascina in un andare e venire senza tono né suono per un viale della piazza, per puro esibizionismo di genti frivole e volgari, di gommosi più o meno pacchiani. E ho pensato a quelli che nell'imbrunire lavorano, scrivono, leggono, nei quali fuggono per guardare la bellezza del crepuscolo lontano da una banda volgare, senza viavai esibizionisti, dando più ali alla serenità degli spiriti, dando più fermezza alla solitudine dei sogni. Questa gente, per i padroni del film, questa gente che pensa che lavora, questa non è la gente distinta...

NEFTALÍ REYES

La Mañana, Temuco, 12.4.1920.


Le settimane [2]

IN CIMA ALLA VIA ED IN FONDO ALLA VIA

C'è da camminare in cima alla via, in fondo alla via per queste strade piene di barche, piene di miseria per conoscere la tristezza di questo paese. Cade una pioggia fine in spilli di acqua uniformi e crudeli che si inchiodano nel viso, nelle mani, da tutte le parti.
    E dopo la pioggia forte, rabbiosa che ci frusta con le  suoi acquazzoni potenti mentre camminiamo in cima alla via, in fondo alla via.
    E dopo questa gente anonima che scivola da tutte le parti col suo ombrello a lutto in un trotto indifferente verso le povere vite miserabili che si consumano nella desolazione degli inverni...
    Oh! come odiamo, come tu odi, lettore giovane e forte che leggi queste righe, quella gente indifferente ed egoista che non guarda i dolori di nessuno, che scivola velenosamente sotto il suo ombrello a lutto, mentre la rabbia dell'inverno si disfa in acque...

GLI ALBERI

Gli alberi sono anime buone nell'autunno. L'oro dei soli passati fa loro fiorire nelle foglie più alte. Quello che va stanco in una strada, mentre cade la pioggia eterna, che guarda la chiarezza sanguinante delle foglie, che guarda i nobili pioppi feriti di bronzo e di sole, che sente il rinnovamento di sentire una chiarezza nella tristezza della città d’autunno.
    Sembra che gli alberi si allunghino in spasmi sereni dandoci queste ultime foglie gialle, sembra che le strade si illuminino di una pena dolce, della pena degli imbrunire fioriti di emozione, di questa pena dei viaggi brevi, di tutta questa pena vagabonda che ci fa rinascere di dolcezza i cuori. Sono passivi e buoni questi alberi gialli d’autunno, feriti di bronzo e di sole, non è vero?

UN RICORDO DI "SELVA AUSTRAL": E. SILVA ROMÁN

Hai letto i versi di Silva Román in Siembra?
    - Sì, molto belli.
    E sono rimasto pensando a quello gran ragazzo degli occhi profondi che visse tre anni in questo paese, sconosciuto quasi a tutti, facendo versi strani ed illusioni semplici. Si annoiò. Il suo spirito chiaro di giovane avventuriero si addormentò nella superba ciste che è questo paese. Ed un giorno, senza dirci addio, andò via...
    Ma prima era stato un eroe. Ero riuscito a mantenere una rivista. O meglio! Mantenere una rivista è qui un atto eroico. È scontrarsi con gente egoista, è mettersi di fronte ad uomini assurdi, di fronte a piccoli odi senza ragione, a tante cose.
    E quella rivista fu guardata facilmente da pochi: Gabriela Mistral, l'enorme poetessa, collaborò una volta, Sigura Castro ed altri. Ogni numero era sacrificio, se ne pubblicarono otto. Ma un giorno la conclusione! Fu per alcuni versi di Benjamín Velasco Reyes in cui diceva qualcosa che la "gente onesta" non poteva sentire. Questa gente onesta che divorava i numeri pornografici di Monos y Monadas, questa gente che vede i nastri quando portano raccomandazioni di immoralità, questa gente che non fu a vedere i balli bensì le gambe delle ballerine russe. Ma questi versi semplici non li tollerava questa gente. E così fu. Il diario clericale di questa città diede l'allarme a nome di "moralità", "onestà" ed altre parolone sonore... E la rivista non uscì più...
    Tutto questo ho ricordato in nome di quello gran ragazzo poeta, Ernesto Silva Román, che pubblicava lì i suoi bei versi strani.

         Il pallido poeta delle profonde occhiaie
         sorelle dei cigni e del fauno Verlaine,
         andava come era giusto dissipando chimere
         e non lasciando tranne che per la sua anima la cosa crudele...

    Non ha pubblicato nessun libro. Tempo fa annunciò uno, Por los aminos absurdos. Difficoltà materiali, tutte quelle piccole cose che si congiurano per fare fallire i progetti sognati lo fecero ritardare... Fino ad oggi. Poco se li conosci.
    I suoi versi vibranti hanno quelle rare correnti strane che con Rollinat conducono al dolore, alla notte, alla morte. Ama poco la vita, ma è orgoglioso. Ed è giovane, molto giovane ancora. Così questo gran ragazzo poeta degli occhi profondi che un giorno cadde in questo paese. Sognò. Si stancò un po' ed andò via, forse ad un altro paese grigio. Si stancherà. E forse un giorno andrà anche...

NEFTALÍ REYES

La Mañana, Temuco, 27.4.1920.


[Manuel Rojas]
[MANUEL ROJAS.] (Pagina 252.) Queste righe sono una curiosa nota a piede o commento finale ad un poema del futuro narratore di Hijo de ladrón. Indice che nella redazione di Juventud Neruda si sentiva a suo agio dato che lì era molto apprezzato tutto quello che scriveva, includendo queste piccolezze.

Nobile serenità del verso di Manuel Rojas. Sembra che germogliasse dal fondo stesso di un'anima macerata nella bellezza, sapeva spremere da sé stessa un divino e puro liquore di poesia.

Juventud, num. 15, Santiago, agosto del 1921.


Glosse della città [i]
GLOSAS DE LA CIUTAD [I]-[II]. GLOSAS DE LA PROVINCIA. (Pagine 252-258.) In particolare i testi editi in Claridad manifestano l'ottica anarchica ma anche le nuove letture dell'adolescente Neruda. Come sempre, perseguendo la sintesi poesia/azione.

CITTÀ

Le braccia cadono ai lati, come aspi stanchi. Sono molti. Vanno insieme: le larghe spalle, gli sguardi umili, gli abiti disfatti, tutto è comune, tutta è carne di un solo corpo, tutta è energia rotta di un solo corpo miserabile che sembra portare la terra intera. Perché questi uomini che vanno insieme, toccandosi le spalle robuste, non portano le vigorose braccia alzate, non alzano verso il sole la testa? Perché, se vanno insieme e hanno fame, non fanno tremare i pavimenti di pietra della città, i gradini bianchi delle chiese, col peso ombroso delle sue impronte affamate, fino a che la città rimanga immobile, ascoltando il rumore enorme delle impronte che si arrampicherebbero fino ad accecare il fuoco delle fabbriche, fino ad infiammare l'animo degli incendi? Perché questi uomini non alzano le braccia, almeno?

LAVORATORE DIPENDENTE

È chiaro, non lo sai, ma conosco la tua vita, intera. Così, senza che mi siano occultati le allegrie rare o i dispiaceri di tutti i giorni. So la tua vita febbrile: dal letto alla strada, di lì al lavoro. Il lavoro è oscuro, rozzo, micidiale. Poi il pranzo, rapido. Ed al lavoro un'altra volta. Poi il cibo, il corpo stremato e la notte che ti fa dormire. Ieri, domani, passato, successe e succederà la stessa cosa. La stessa vita, cioè quello che tu chiami vita. Ora nutri la madre, domani sarà la moglie, i figli. E passerai per la terra come un cane senza padrone. Al cane l'ammazzerà un veleno; a te anche: il lavoro.
    Ed è che non sai che sei sfruttato. Che ti hanno rubato le allegrie che per l'argento sporco che ti danno tu distò la porzione di bellezza che cadde sulla tua anima. Il cassiere che ti paga lo stipendio è un braccio del padrone. Il padrone è anche il braccio di un corpo brutale che continua ad ammazzare come te molti uomini. Ed ora, non attaccare il cassiere, no. È all'altro, è al corpo, al corpo assassino.
    Noi lo chiamiamo sfruttamento, capitale, abuso. I giornali che tu leggi, nel tram,  preci- toso, lo chiamano ordine, diritto, patria, etc. Ti trovi forse debole. No. Qui stiamo noi, noi che oramai non stiamo soli che siamo uguali a te; e come te sfruttati e doloranti ma ribelli.
    E non credere che debba leggere a Marx per questo. Ti basta che sappi che non sei libero che vuoi esserlo, che romperai, per forza o amore - che cosa importa? - i freni che ti sottomettono e ti sviliscono. E dopo bisogna dirlo, no? Ci sono molti, come te, come tutti. Bisogna dirlo. Perché non solo quello che non opera come pensa, pensa incompletamente. Anche quello che non lo dice...

IL FIGLIO

Era un petardo normale. Quando González lo portò, noi gli uomini lo riceviamo con amore e mistero. Era già l’ultimo.
    Ora che il padrone ci segue facendo lavorare quattordici ore, in quella galleria bagnata, ricurvi come bestie da soma tra il rumore diabolico del ferro pesto, che cosa importava. Ora, lì nell'angolo, sotto ad un fagotto prodotto per la nostra miseria, Egli stava. Che importava, ora! Un giorno egli si incaricherà di tutto questo, di tutto. (Ah! rompe, disfa, fallo scoppiare tutto, fà che le maledette pareti lascino entrare il sole d’oro, per duemila fessure, contrai, eleva e vara questa torbida ed canagliesca società della nostra vita, gettando al cielo l'opera di molti anni in un pugno di ossa e di ferri!).
    Noi, gli uomini, lo conoscevamo tutti. Ma delle donne solo a Marta, la più coraggiosa, volemmo mostrarlo. Era alta e vigorosa, la fabbrica non le aveva ancora rotto le vertebre, ed ebbe per Lui un sguardo d’amore.
    E quando noi, gli uomini, la guardiamo, ha un gesto di pudore segreto. È come se fosse incinta di un nostro infante, di tutti noi, quelli sfruttati di tutte le fabbriche dell'universo, di un figlio che sarà più forte, più forte, molto più forte di noi.

Claridad, num. 29, Santiago, 13.8,1921.


Glosse della città [2]

IL DOLORE DI GLI ALTRI

Al mio fianco era un'ombra nera e alta che parlava e parlava. Parlava di una tristezza amarognola ed indefinita che scavava l'inquietudine di suo esistere. Mi tentavo di fare comprendere che c'è solo l'angoscia dell'uomo che niente ha; egli l'aveva tutto. E tuttavia, qualcosa sgretolava insensibilmente la sua vitalità.
    Ma io comprendevo che era quello una compensazione naturale. Sono tanti gli uomini che niente ha e che soffrono trapanati dal desiderio e dalla necessità che quell'eccedenza, quello peso negativo del dolore della miseria umana, si scarica sugli altri che non dovrebbero soffrire. È la legge inevitabile, l’equilibrio della natura che pesa come un giogo sugli uomini e fa loro cercare una nuova giustizia che annulli il sentimento di dolore comune ai molti e purifichi la felicità degli altri, fondendoli, uguagliandoli nell'armonioso ritmo della vita.

AGENZIE

Come i giorni sono lunghi e più che mai questa ora, mi addentro per strade del quartiere. Si è già aperto l'immenso ombrello della notte e per le sue rotture incominciano a tremare, timide, le prime stelle. Per le finestre di una casa escono getti da una luce lattea che piuttosto sporca che illumina la strada. Mi avvicino: è un'agenzia. Donne, donne, sempre entrano donne: facce deformate sulla cucitura incessante, piedi vacillanti che entrano con paura. Sotto ai mantelli oscuri si nascondono gli oggetti, la cosa più nuova, la cosa migliore, la cosa unica che risplende allegramente nella casa oscurata di miseria. Nell'orrore della vita che soffre e tace, questi esseri sembrano navigatori che vanno al naufragio fatale, irrimediabile, senza violenza né disubbidienza, immergendosi nella fatalità. Arrivano uomini chini, adolescenti resi bestie dentro l’officina,  che portano i loro utensili di lavoro o i loro migliori vestiti. Uno qualunque a caso, malattia, stanchezza, detiene in essi l'impulso meccanico del corpo che lavora. E questa casa, questa maledetta casa, continua ad assorbire mentre saggia le ultime risorse, le ultime forze. Da dentro viene uno sporco odore di vestiti e corpi, di miseria ammucchiata, che esce e si diverte per la città con questi uomini che continueranno domani a fabbricare denaro per il quale fanno leggi e parlano di doveri... Doveri...
    Sopra, nel cielo, si infiammano le stelle come punte di micce di non so quali dinamiti cosmogoniche.

DISCORSO DEI POVERI UOMINI

La bellezza e lo spirito non hanno poteri capaci di annichilire in noi, la nostra vita fatta di sensazioni esteriori.
    Non potremo mai, oh Walter Pater!, fondere nel suono ed il colore il terroso dinamismo di un'esistenza che va incollata al suolo, immensamente assente dalle tue feste interne. Non seguiranno le nostre anime le pagane rotte di Gastón de Latour o di Emerald Uthwart; continueranno a vivere, come fino ad ora, vicino alla terra irsuta di case grigie, sotto un cielo che ha sempre gli stessi colori. Quando eravamo bambini, nell'età in che tu, Florián, amavi alcune valli del nord in cui tra una nebbia lacrimosa tremavano le stelle di Dio, noi avevamo intorbidati gli occhi per la malvagità di un lavoro prematuro e solitario. A volte, sui tetti, elevavamo bolentini multicolori che portavano al cielo qualcosa delle nostre povere anime. Tu non sai, pagano Florián, quanto amavamo questi giochi, queste carte bianche e verdi che dopo il vento e gli alberi rompevano. Ma l'infanzia, di piedi scalzi, passò e passò anche la gioventù che neanche incendiò le nostre anime con la sua lampada alata. Ed ora siamo uomini, uomini come tutti gli altri, senza dolori propri, senza sogni volatili. Viviamo in larghe città in cui le fabbriche c'avvelenano il corpo, già senza spirito, già disgregati. Niente può il divino tremore della musica sui nostri uditi, annullati nel risuonare delle macchine che ammazzano; niente può il colore libero e nudo sui nostri occhi oscurati dal fumo e dalla polvere dei camini e delle strade. E niente potrà mai la bellezza dolente del tuo secolo contro questo dolore di uomini, annichiliti dagli uomini stessi, rinchiusi e disfatti in un vivere di miseria e di fame. Sono come noi, siamo uguali ed andremo vivendo la vita, ancorati nella terra, senza conoscere mai la divina saggezza del tuo secolo barbaro e lontano.

Claridad, num. 31, Santiago, 27-8-1921.


Glosse della provincia

LA VITA

La vita, la vita è cosa lenta. Per quel motivo bisogna pensare senz’altro, di lasciare che passi senza sapere che passa. Bisogna lasciare fuori a tutti gli altri, bisogna mettersi più dentro a sé stesso. Quando incomincia a cadere la pioggia bisogna avere una casa ed un tetto ed un braciere. Dopo, se arriva il tempo buono, che ci sia un albereto verde dove riposare. È certo, ci sono altri uomini nel mondo. I porti lontani portano e portano altri uomini biondi, da altre terre in cui anche ci sono soli e piogge. Bene, quelli che piangano. Uno ha lavorato molto già per dar loro quello che non si può dare. Si lavora, chiaro, dopo ci si abitua a lavorare. I vizi... l'amore... tutto bisogna lasciarlo fuori. L'amore, anche l'amore. Là nella gioventù era buono; c'era sempre una cosa nascosta ed odorosa che esplodeva per la bocca e le vene; ora no.
    Ora, bambino, ora dobbiamo vivere. Lascia fuori tutto, tutto. E sistema il tuo tetto che incomincia già a cadere la pioggia...

IL PAESE

Assente, si sente affetto per il paese, perduto là lontano. Si ricordano le strade uguali, gli esseri tranquilli ed indifferenti, le grandi montagne pelose, la donna a chi si amò. Ritornare... Tutto sarà cambiato, anche se si pensa che il cielo deve essere, con la primavera, più azzurro. Ma un giorno chiunque ritorna. E si nota che tutto è lo stesso.
    Ma è meno azzurro il cielo. Si torna a pestare le strade, case brutte ed uguali. Uno passa e trova che gli esseri sono molto più tranquilli ed indifferenti di quello che si pensava. Sono troppo indifferenti e abbastanza tranquilli per non saperlo. Le montagne sono lontane e col fango non si può andare verso esse. L'amata, bah... ora non ci saluta. Neanche la primavera ha fatto niente. Ha incominciato a dipingere col suo eterno colore bianco e rosato gli alberi, i giardini. Improvvisamente una pioggia riservata e testarda l'ha rovinato il lavoro. Ha gettato sotto i fiori, ha bagnato i soffitti. Devi andartene Primavera, se non sei capace almeno di fare fiorire gli alberi, insonnoliti, non potrai mai fare germogliare un fiore, il più piccolo, nel cuore di questi uomini...

GLI UOMINI

Pablo, nell'imbrunire ha sentito su lui una gran tristezza. Ha incontrato un amico di prima e hanno vagato un poco per l'umida città. Ricorda in silenzio all'amico che come egli manteneva prima un lungo sogno di umanità esaltata.
    Ora mentre l'altra parla, lo sente cambiato, più vecchio, più piccolo. Si è incistito nel suo mestiere e vive ora pestando a quelli di sotto e leccando a quelli di sopra. Pablo gli ha parlato alcuni momenti di tutto quello che conosce, della malvagità di pochi, della sporcizia comune della nostra vita in cui il piacere e la bellezza stanno lontani sempre. Le sue parole nell'imbrunire hanno suonato soavemente e si sono spente, con lentezza. Ha stretto una mano fredda e ha sentito che un corpo amico si allontana dal suo sentimento per entrare nella brutta vita degli altri. E con la sua disubbidienza annodata alla gola, ha continuato a camminare, solo.

Claridad, num. 36, Santiago, 1.10.1921.


Della vita intellettuale del Cile

Tutto un romanziere

Quando l'abuso del potere fa riflettere la sua esistenza vivente per una nuova misura di repressione o di offesa, gli uomini giovani, che ancora conservano un po' di ottimismo dentro al corpo, si ricordano, dolcemente speranzosi, dei liberi uomini che si sono messi, per la brutta parola o l'azione, fuori dalla media morale, fuori dell’area.
    Quasi sempre, queste manifestazioni della speranza dei  giovani si dirigono agli intellettuali. L'intellettuale è una lotta costante tra il fuori ed il dentro, tra l'esteriorità appariscente e multipla, ed la ferma coscienza interiore, distruttrice di posticci e vernici. Di maneggiare le cose dello spirito, quasi sempre, hanno la visione critica che apprezza certamente la profondità della cosa brutta, la potenza dei cattivi.
    Questo avevo passato con Joaquín Edwards [Bello]. Non ho letto i suoi libri: El inútil  mi produsse tempo fa una violenta reazione che mi fece disprezzare il libro, condannando il suo autore. Ma, dissi, è giovane. Dopo, ho saputo, in altri libri ha mostrato alla faccia di quelli di sopra la bestialità dell'oppressione che soffrono quelli di sotto.
    Per questo, ora che un decreto governativo ha strangolato una libertà, io avevo presentito, vicino ad altre libere voci, quella di questo uomo, sollevandosi contro la nuova ingiustizia, gettando al vento la sua protesta vibrante davanti alla vigliaccheria ufficiale di questo governo repubblicano. Ma no. Edwards Bello, in un articolo di giornale ottuso, si lamenta che l'opinione di Vicuña Fuentes non abbia originalità... È tutta la corruzione delle stra ricche, tutta la spessa cappa di cattivo intellettualismo quella che ha parlato per bocca di Edwards Bello! Davanti ad atti così, come quelli del governo, si protesta, si grida, si tenta di spaccare a sensibilità ed il sentimentalismo giustiziere degli uomini. Edwards chiede eleganza ad un individuo schiacciato da una stupida azione governativa. Questo è l'uomo libero... Che cadano sul-lo sfruttato discepolo di Blasco Ibáñez, sul dadaista autore delle Metamorfosis, sul sostenitore di a nuova aristocrazia di canzonettisti e di pugili, gli sguardi compassionevoli dei liberi spiriti di questa terra...

Temuco

Claridad, num. 37, Santiago, 8.10.1921.


Scouts
SCOUTS. EL MAESTRO ENTRE LOS HOMBRES. VENTIUNO DE MAYO. (Pagine 260-263.) Variazioni di taglio anarchico su temi connessi tra loro: la regolamentazione autoritaria della vita, l'obbedienza alla legge, il militarismo, la guerra. Il 21 maggio è, fino ad oggi, "festa" nazionale in Cile, miscuglio di celebrazione e commemorazione: la formula "aquel sacrificio torpe y estéril (quel sacrificio rozzo e sterile)" allude in effetti alla morte eroica del capitano Arturo Prat ed all’affonda- mento della corvetta Esmeralda ad opera della corazzata peruviana Huáscar nella baia di Iquique, il 21 maggio del 1879, nel contesto di quella chiamata Guerra del Pacifico (1879-1883) che affrontò il Cile contro l'alleanza di Perù e Bolivia. Importa segnalare che questa nota di 1922 non sarà smentita nel Canto general, che ignorerà completamente la guerra fratricida: "pochi eroi di [questa] guerra, con l'importante eccezione di Arturo Prat e le vittime di La Concepción, sembrano essere ospitati in maniera tanto permanente nell'immaginazione cilena come gli eroi delle guerre di Indipendenza" (Collier & Sater, p. 137, nota). Il capitano Prat non sarà invece un'eccezione, né per il Neruda anarchico che aveva 17 anni quando si pubblicò questo "Cartel de hoy" alla vigilia del 21 di maggio del 1922., né per il Neruda comunista che ne aveva compiuti 46 quando apparve Canto general.

Non domandare dove si va via se si v, né perché si va.
    Ubbidire... Non guardare negli occhi quello che comanda. Ubbidire...
    Non parlare, né ridere, né muoversi, nelle file in cui ogni bambino si muove con una rigidità di scheletro.
    Ubbidire... E così avvelenano l'anima degli unici che possono promettere qualcosa, così corrompono l'anima degli unica che domani potranno lottare coi corrotti. E tutto quello con bandiere, con musica, con uniformi, disponendo un posto ad ogni futuro essere con la suggestione e la minaccia per ridurlo, disumanizzarlo, includerlo nell'ingranaggio del mondo che hanno fatto. Esploratori che niente esplorano, è insegnato loro a guardare il cielo, con la speranza che vedendo il bene che è fatto in alto, non guardino la deformità di quello di sotto.
    Ed il compito, il compito sordo e tenace di mettere nei bambini l'aggressività, l'odio, il patriottismo della terra, limitato ed ottuso, la preparazione lenta e continua dei manichini che rimarranno qualche giorno del futuro con le viscere disfatte tra le baionette di altri uomini che anche furono bambini e che così pure educarono, affinché così pure morissero.
    E tutto quello, compito di sangue e morte, insegnata con musiche e fiori e canti...
    Già è di non sopportare questo! I bambini, chi più possiamo amare tra gli umani, noi? Essi, infanti che domani apriranno altre rotte e cammineranno per quelle che incominciamo ad aprire noi. E sporcargli così l'anima, rimpicciolirli così, tagliare in essi tutto quello che ha ali...
    E far loro marciare così su alcuni campi che non vedono tra la polvere di quelli del branco anteriore, riuniti, stanchi, con la lingua fuori, marciare, marciare ... Se si ferma il capo, che va a cavallo, fermarsi. Se no, continuare... O fermarsi, nelle notti, per dormire, sulle stalle calde con il corpo delle vacche che lì dormono.
    E le notti, il freddo, lo scherzo scemo, il racconto più sporco che lascia cadere il grande nelle orecchie dal più piccole, la masturbazione per la forza, la parlata che abbassa l'uomo gestita per il bambino. E dietro essi, il capitano, caposquadra di innocenti, al cui risveglio devi svegliarti, al cui camminare devi camminare. E domani, morire!
    Scouts... la passività, la polvere, la guerra di grido e canto, la meccanizzazione, la stupidità.

Claridad, num. 41, Santiago, 5.11.1921.


Il Maestro tra gli uomini

- E tu che cosa fai? – gli disse.
    E l'uomo le ripose:
    - Sono operaio del ferro e del bronzo. Il mio martello schiaccia il metallo sulla bigornia e di lì esce il metallo purificato. Vivo nascosto, dietro la mia fucina, cantando mentre lavoro. Lavoro, Maestro, e questo è tutto.
    Ed egli le rispose:
    - Lavora, fratello, che nella tua fucina si sta modellando il futuro.
    - E tu chi aspetti, donna?
    - Io sono la moglie dell'agricoltore, - gli disse - e lui aspetto. Là, nella pianura, sotto la frusta del caposquadra e la furia del Sole, lui sta. Lo aspetto nei pomeriggi, in questa collina, perché il mio sorriso gli faccia dolce il ritorno. La nostra vita è triste, oh Signore, ma diedi la parola che faccia bella la vita del figlio che dorme nel mio ventre.
    Ed il Maestro le disse:
    - Ti benedico, sorella, perché dal tuo ventre nascerà il futuro.
    Seguì la sua strada il Maestro. In un'ansa solitaria un uomo meditava. Si avvicinò a lui in silenzio e l'osservò. Le sopracciglia nere divise dalla verticale ruga della saggezza, i capelli grigi, la schiena chinata, quell'uomo era Ia disubbidienza sul dolore e la fatalità.
    Ed il Maestro gli disse:
    - Pensa, uomo, che il tuo pensiero creerà il Futuro.
    Ed il Pensatore gli sorrise.
    Si trattenne ancora ad interrogare un altro uomo.
    E questo gli disse:
    - Sono soldato. Nella pace non faccio niente, nella guerra, uccido. Incarno la Forza che lotta con l'Idea. Sono il recipiente del Passato. Per due quarti di terra ammazzerò uomini, spezzerò città, ruberò, violenterò, morirò. Comando senza "perché" ed ubbidisco senza "perché." Sono soldato.
    E gli disse il Maestro:
    - Fratello, lacera il tuo paramento di guerriero, lancia le tue armi e ribellati che stai soffocando il Futuro.
    Ma il Soldato non l'ascoltava.

La Mañana, Temuco, 21.1.1922.


Il cartello di oggi [1]

VENTUNO DI MAGGIO

... Ed un'altra volta tamburi ed un'altra volta bandiere... Per fortuna, questo lo fanno ancora solo per obbligo, che già le genti si vanno dimenticando di quel sacrificio rozzo e sterile di quella guerra odiosa e crudele. Perché se qualcuno guadagnò, chi fu quello che guadagnò?
    Alcune terre che la fame ha segnato, perché lo sfruttamento e la ricchezza le avevano segnate prima. Ed il sangue di quelli di ieri... E, può essere anche, il sangue di quelli di domani. Perché, amico sconosciuto, gli stessi attori, dietro le stesse maschere, tenteranno di spronarti domani, nelle stesse inique odissee, per i loro interessi, per le loro passioni e per il tuo male. Per questo, amico sconosciuto, impara a comporre ogni tua quotidiana disubbidienza; afferma la tua negativa interiore davanti alle bugie foderate di musiche e bandiere; davanti a questo idolo della Patria Guerriera, Moloch che dopo romperà le tue ossa, perché tu non  sapesti da subito guardarlo faccia a faccia. E guardato faccia a faccia, è misurarlo e diminuirlo; e conoscerlo, piccolo come è, sostenuto solamente per il più perituro dei piedistalli, la Forza; e non perdonargli, con l'acquiescenza di oggi, la violenta brutalità del futuro.
    E per lui - ben poco, amico sconosciuto -, non sei solo, sappilo bene, stanno molti con te. Da là lontano, vengono, vengono... veniamo, in cavalcata sofferente ed eroica, a pestare la pianura del Futuro che è nostra e che può essere tua.

Claridad, num. 52, Santiago, 20.5.1922. Editorial de portada.


Il cartello di oggi [2]

Di fronte a me, la carta bianca su cui questo cartello deve essere scritto e, vicino a lui, l'incisione, questo compagno miserabile e muto che si stringe in una contrazione disperata di freddo. Ma, perché non si accende nelle mie labbra il falò della mia disubbidienza? Perché davanti a questi due esseri annodati nel simbolo stesso del mio dolore, non schiocca nel mio cuore e nella mia bocca la parola rossa che frusti e che condanni? Guardo la carta, l'incisione, li continuo a guardare e... niente! Ma, è qui che improvvisamente, sciogliendosi della sua compagna, l'uomo mi prende le mani e guardandomi negli occhi mi dice:
    - Amico, fratello, perché taci? Se non mi fossi alzato ad impedirtelo, è che avrebbe taciuto un'altra volta la tua bocca, è che nel posto del soffrire continuo avresti disprezzato un fiore che domani fruttificherebbe? Tu che conosci la grazia di illuminare le parole col tuo fuoco interno, devi cantare e cantare i tuoi piaceri piccoli e dimenticare l'abbandono dei nostri cuori, la piaga brutale delle nostre vite, lo spavento del freddo, la vergata della fame? Continua nella vita per guardare la tua sofferenza, o per elevarti su lui e gridarlo al mondo con le salive amare della tua scontentezza e la tua ribellione? Se tu non lo dici e se non lo dici in ogni momento di ogni ora si riempirà la terra di voci bugiarde che aumenteranno il male e zittiranno la protesta. Sulle ossa della marmaglia attuale germoglieranno senza tregua quelli che continueranno la sua opera. E dopo altri... Tu, io, saremo vecchi o morti, e la nostra vita schiacciata mentre incudine di maledizione, non potrà dire, non dirà mai questo che ora con la fronte al vento devi ripetere e ripetere per tutti, contro tutti...
    Tace l'uomo. Mi guarda la sua compagna. E comincio a scrivere...

Claridad, num. 56, Santiago, 17.6.1922, Editorial de portada.


Contraddizioni e categorie

DANZA DI SPECCHI

Nelle nostre conversazioni solitarie con noi stessi, scopriamo un nuovo linguaggio che non traducono mai le nostre parole. In un sottofondo conosciuto solo a noi, riposa e si muove il fatto semplice che deformerà gli uditi degli altri ricevendolo alterato della nostra bocca. Dove stiamo, cosa diciamo o cosa nascondiamo? Quale è la vera maschera? Quella della coscienza che non può esprimersi o quella del giudizio altrui?
    In questa danza di specchi, si corre il rischio di ubriacarsi e di sciogliere l'ultimo ormeggio dell'immagine, affinché questa ci sostituisca nello scenario.

CONTRO LA TRAGEDIA

Voglio...
    Devo...
    Volere dovere.

CONTRO L'AMICIZIA

L'amicizia viene ad essere un furto che si fa ai migliori a vantaggio dei buoni, dei medi o dei cattivi. Solo quello che non ruba è qui quello che riceve, e non è la vittima quello che dà, bensì la moltitudine, gli uomini soli, e l'orizzonte che cammina verso il futuro.
    Perché nel circolo ideale non esiste una conferma della conservazione dell'energia. Piuttosto esisterebbe una diminuzione, perdita, o degradazione. Un'altra volta l'individuo ab- batte dei suoi propri germogli, impotenti di aprirsi come vorrebbero. L'amicizia li fa aprire dentro la tomba più prossima come riposo, ma sarebbe una discesa per le anime che non fossero alte. Assurdo del riposo nell'amicizia.
    E per che motivo parlare della commedietta dell'interesse? È minuziosa, imbrogliona ed ubicua.

IL LIQUORE SINGOLARE

Non potei lanciare mai la mia anima accanto a me, confonderla, mescolarla. Viaggiò e viaggia ancora, silenziosa, come un barca da pescatore nella nebbia, per le anime estranee che si aprivano o chiudevano per riceverla o respingerla. Ma sempre liberata dall'ospitalità o dal rifiuto. Ti tornava a trovare, anima mia, incontaminata, sempre maggiore e sempre uguale. Per quel motivo dopo il più lungo dei viaggi voglio lodare il tuo desiderio fallito di mescolarti, cambiarti, mescolando e cambiando la tua emozione con quella del primo viaggiatore, entrando ed uscendo dalle moltitudini, guardandoti distinta e differente in qualunque anima sconosciuta che pensava di conoscerti e non faceva più che scorgere il sua immagine che tu gli offrivi. Per me fosti un liquore singolare che passò senza consumarsi per gole estranee, che se ne andò senza allontanarsi da ogni unione e che rivive ancora negli otri segreti della mia vita. Questa fu la tua solitudine, oh, anima mia, solitudine dolce e terribile. Per questo sorridevi quando ti consigliavano isolamento. Perché mentre tu, liquore singolare, rinnovato ed uguale, sciogliendo ormeggi oltrepassavi gli ultimi limiti senza uscire dalla sala del vicino, quelli che ti prescrivevano la solitudine raffiguravano scarabocchi nelle pareti della sua reclusione.

DATA

Non confondere il mio cuore con la gobba di quello pulcinella.

DESCRIZIONE SENZA IMPORTANZA

Nella notte, il fumo delle camini quotidiani ritorna dal cielo e porta a spasso la sua impronta densa e gravida per i viali della città.
    Io, Vasia, senza fissarmi in lui, guardo la torre e cerco di dimenticarmi. Perché dietro la città hanno spiegato una fantastica scena mobile colore ciliegia e la luna - burattinaia messa in pensione - volesse danzare come prima della creazione.
    Vasia, la torre è alta e diritta e nel suo rotondo impulso verticale solo possono accarezzarla alcune stelle.
    Ed i miei occhi - Vasia, stelle brune che vedono - attraverso le finestre della torre - tre quadrilateri incantati di crepuscolo.

Claridad., num. 61, Santiago, 22.7.1922.



[Nota su] " Los gemidos " [di Pablo de Rokha]
[NOTA SOBRE] "LOS GEMITOS" [DE PABLO DE ROKHA]. (Pagina 267.) Con questa nota Neruda salutò l'apparizione del primo libro di un poeta di dieci anni maggiore, Pablo de Rokha (Carlos Díaz Loyola) 1894-1968, che poco dopo diverrà il suo più accanito e tenace nemico. Vedere il testo "Aquí estoy" più avanti (1935) e "Tráiganlo pronto" di Estravagario (OCGC, vol. II, pp. 713-715). Al periodo in cui scrisse la presente nota si riferisce invece l'evocazione che comincia: "Egli passeggiava in Boroa, in Temuco, con un chiacchierone sinalefo", dentro il poema "Corona del archipiélago par Rubén Azocar" di La barcarola (OCGC) vol. III, P – 175).

Un impulso verso la radice trascendente del fatto, un sguardo e fruga e buca nello scheletro della vita ed un linguaggio di umano, di figlio di donna, un linguaggio esacerbato, quasi sempre saggio, di uomo che grida, che geme, che ulula, quella è la superficie di Los gemidos. Più dentro, libera già delle parole, delle urla, e delle bestemmie, sentiamo un amatore della vita e delle vite, frustato dalla furia del tempo, per i limiti delle cose, eroso fino al midollo per la volontà di volere e per l'orribile tristezza di conoscere. Prosecutore del coro tragico? Forse. Lontano dall'atarassia dei socratici, P. di R. lascia trapelare il suo senso della vita, in un'agitazione discontinua, che resta paralizzata da quella dei cantori di Dionysos. Canta Prometeo, greco di nascita, quando scatena la sua imprecazione al cattolico Satana. Ed il suo libro intero è un solo canto, canto di uragano in marcia che fa camminare con lui i fiori e gli escrementi, la bellezza, il tempo, il dolore, tutte le cose del mondo, in una disuguale camminata verso un sconosciuto Nadir.

Claridad, num. 82, Santiago, 16.12.1922.


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