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SANGUE A SANTO DOMINGO (1964-1966)

I
TESTI POLITICI

Versetto popolare

Un sacco di peccati capitali
riceve il Cile dei liberali.
Allende, ha avuto a lungo questo dolore
conservato dal il conservatore...

Allende, già la patria è stanca
della miseria radicalizzata.
Ed ora con le cose stanno come
vogliono peggiorarle con Durán.

Questi corvi di grandi dimensioni
accaparrarono le brutte azioni.
Per sedersi in scarse riunioni
cadono loro come mosche i milioni.

Poverini, sono tanto sacrificati:
avere tanto denaro è tanto pesante
che pensano con atroce malinconia
di tirarci fuori ancora più il succo.

Si estenua il minatore nei suoi carboni
e rammenda il professore i suoi pantaloni.
La madre appena pensa al mercato
sente come una lancia nel fianco.

Ed il Fronte Democratico prospera:
nel Club dell'Unione è la zuppiera:
lì comunicano i conservatori
con gli atei, nelle sale da pranzo
e come lustrascarpe speciali
stanno i dirigenti radicali.
Tutto è pronto, il tavolo è benedetta
dai Matta ed anche da Santa Rita.

Non mi parlare di ideali che mi uccido
e non si parli di onore ma di argento.
Il Fronte Democratico è semplice
tre partiti, tre unghie, tre tasche
ed un solo essere... il capitale obeso
che rode la nostra patria fino alle ossa.

Per favore, camerata Salvador,
liberaci da questa piaga e da questo odore.

Cento cinquanta anni di regno
hanno i cavalieri delicati.

E tanto sgranarono al paese
che è già una pannocchia sgranata di mais.
E mentre si riempivano la giacca
il povero rimase senza pane.

Già la Riforma Agraria l'hanno data
ai proprietari terrieri e latifondisti
che è come chiedere senza condizioni
che ripartiscano il formaggio i topi.

Lo Zio Sam con altri pulcini
si interessano al nostro sviluppo:
mi metto a cavillare e non comprendo
di come scese da loro questo amore tremendo.

Non sarà che i nordamericani
vogliono toccare il rame a quattro mani?...
Per quanto studio non mi danno le cervella
per capire l'Alleanza del Progresso.

Quanto più "prosperiamo" si profila
un continente pieno di gorilla.

Forse in questo tema delicato
non devo intromettermi troppo.
Questo è l'unico che fino ad oggi distinguo,
sudiamo affinché prosperi il gringo.

Per fortuna Cuba disse loro di no
E l'affare fu finito per loro.

Sono rivoluzionari sovraumani
i curati democraticocristiani.

Per favore se mi chiariscono queste cose
compagni vi pago in farfalle.

Solo il ricco raccoglie adeguamenti
per il povero è il bastone e la bugia.
Spiegatemi, signori, una sola colpo:
mi sembra che il mondo stia alla rovescia.

Salvaci, Salvador, da questa paura
che ci riempie di freddo e di caldo.

Dall'aristocratico divoratore
liberaci, compagno Salvador.
Dell'arrivista che si capisce con lui
liberaci, Salvador Allende.

Da questa piaga dello speculatore
tu, ci salvi, Allende Salvador.

Che sappiano che la patria non si vende:
Tu la difendi, Salvador Allende.
E contro gli impuri reazionari
che soffi il vento rivoluzionario.

In settembre vedrà la primavera
vittoriose vibrare le nostre bandiere
ed il Cile si aprirà come un teatro
alla vittoria del 64.

Paese, questa volta bisogna rischiare tutto
per Allende il patriota vero.
E che lo sappia già tutta la gente...

ALLENDE, ALLENDE, ALLENDE: PRESIDENTE.

Ed affinché conoscano questa storia
in Curicó comincia la vittoria.
Compagni, la lotta è cominciata
Naranjo sarà il nostro deputato.

Contributo al trionfo del Dr. Naranjo nelle elezioni
parlamentari di Curicó. Edita in foglio volante, Curicó,
Imprenta Hispania, 1964, ed in
El Siglo, Santiago, 7.3.1964.


Un murale elevato dall'amore è distrutto dall'odio

Il bel murale di Puente Capuchinos è stato distrutto.
    Parleremo di ciò, parleremo di quella distruzione, ci dirigeremo ai suoi autori.
    Ma il meglio della vita è la costruzione, è la creazione, è l'amore. E parleremo allora del significato di questa opera d'arte che tutti gli abitanti di Buenos Aires conobbero.
    Non è qualcosa di volgare la sua creazione, ma è molto volgare la sua distruzione. Le forze distruttrici sono conosciute nella storia umana, ed il mondo avanza contro di esse, alzando, crescendo, edificando. Per la prima volta nella storia politica dell'America si era portata la propaganda ad un'altezza straordinaria. Non si può pensare senza tenerezza ai ragazzi e ragazze che di notte, alle fredde intemperie, con linee e colori, tracciarono in piena strada questa stampa meravigliosa. Non si può pensare senza un profondo senso patriottico che le strade che servirono prima per l'anonima indecenza, si videro all'improvviso abbellite, fiorirono nel nebbioso inverno. Sorsero le figure di bambini e donne, di operai e contadini che marciavano. Tutto il mondo si tratteneva a guardare questa trasfigurazione della patria. Davamo una lezione al mondo con questo murale. Una lezione di serena dignità e di bellezza, una lezione che significava in fondo le stesse idee del movimento popolare: il rispetto per la bellezza e per la creazione umana.

Io mi ricordo che dapprima quando apparvero per strada i murali, si alzò una certa opposizione ad essi, e questi venti arrivarono alla municipalità da Viña del Mar. Lì, alcuni esseri furibondi non tolleravano questa dimostrazione estetico-politica e volevano che si cancellassero. "Come è possibile accettare queste belle pitture?", "Non abbiamo posto se non per l'odio", dicevano questi furibondi. Io mi recai allora dal sindaco di Viña del Mar, esprimendo la mia ammirazione per l'opera collettiva di Puente Capuchinos. Mi hanno raccontato che il sindaco, di molto differente tendenza politica che la mia, ebbe tutta la comprensione dell'intelligenza affinché si rispettasse la bella opera nella strada. Magari molti avessero imitato questa opera, magari molti avessero tentato di superarla. Ne saremmo usciti guadagnando tutti. Ma ora la città ha perso. La nostra cultura si è abbassata, un'intenzione di grande altezza si è vista degradata dalla barbarie.
    Parliamo dei distruttori. Si sa già chi sono. Prima furono i colonialisti e stettero contro l'indipendenza del Cile. Quindi furono possibilmente nazisti o fascisti. Ora sono semplicemente quello che furono sempre: oscuri ritardati, turbolenti retrogradi, nemici della luce e della vita. Nemici del progresso e della cultura.
    Poiché accade che solo due candidature sono possibili, dobbiamo esigere le responsabilità. Se i pittori seguaci di Allende di Valparaiso crearono questa opera d'arte, dobbiamo pensare che settori vicini a Frei furono quello che lanciarono l'inchiostro dall'attentato, quelli che lo distrussero. Questa è un'avvertenza per tutti ed una lezione per tutti. Si sono presentati agli uomini del movimento popolare, ai sostenitori di Allende come rappresentanti della violenza e della sommossa: questo attentato mette le cose al loro posto. Due volte si è tolto la maschera il  Freismo. Prima quando corteggiò ed accettò l'appoggio delle 600 famiglie che sono padrone di due milioni di ettari delle migliori terre del Cile, terre che appena coltivano. Per la seconda volta vedemmo il vero viso reazionario del Freismo quando riconosce che non nazionalizzerà il rame. Così mostrò la sua convivenza coi poderosi interessi stranieri che intervengono nella nostra vita politica e causano il ritardo del continente intero.

Ma questa volta è una terza volta. È una terza maschera che cade e mostra a tutti gli abitanti del litorale e del Cile il viso della violenza: un murale elevato dall'amore è distrutto dall'odio. D'ora in poi le masse operaie, le donne e gli impiegati, gli intellettuali e le autorità, i professionisti e gli studenti, i marinai ed i minatori hanno davanti a sé il vero viso di quello che fu sempre l'estrema destra politica: il murale distrutto è la migliore lezione politica che potessero ricevere i cileni. Ora bisogna scegliere tra quelli che con sacrificio, con passione creativa, diedero vita ed armonia ad un frammento della strada, ad una parete morta, o scegliere quelli che eseguirono dall'ombra la distruzione abominevole.
    In questo senso, questo fatto è più eloquente della fantastica propaganda di quella candidatura, questo è in realtà il primo cambiamento in libertà che ha fatto la candidatura reazionaria: con ogni libertà ha fatto schegge un'opera d'arte.
    Che cosa fare davanti all'insolenza? Io chiedo ai pittori seguaci di Allende che moltiplichino le loro pitture. È già nato un altro murale, fortunato figlio dall'iniziativa abitante a Buenos Aires, dato che i pittori di Santiago rivaleggiarono e crearono l'immenso murale del Mapocho che ha stupito a tutto il popolo di Santiago. Sarà anch'esso distrutto? Sarà anch'esso spianato dalla barbarie?
    Io ricordo quando in Curicó arriviamo con gruppi orchestrali, col venerabile professore Lipschütz e con l'attrice María Maluenda e con altri attori, con economisti e poeti, con saggi e con pittori. La reazione aveva portato oscuri bulli che subito furono identificati dalla polizia. In quella battaglia disuguale si sa già chi guadagnò: guadagnò il paese del Cile e Curicó fu per alcuni brevi giorni non solo un palpitante angolo politico bensì un posto prediletto dalla cultura nazionale.

Artisti, scrittori, scientifici, professionisti, creatori, gente semplice di Valparaiso, promettiamo di continuare a dare la capacità maggiore del nostro sforzo per la nobilitazione di questa lotta. Contro gli avversari della cultura, pubblicheremo più libri, scriveremo più poemi. Dipingeranno di più i nostri pittori, la musica riempirà le strade ed i parchi del Cile. Questo è l'impegno che assumiamo noi intellettuali del Movimento Popolare. Allende significherà la venuta di un'ora senza pari affinché tutta la cultura si rovesci nel nostro paese e lo elevi ad un'altezza universale.
    Contro l'odio continueremo ad essere i campioni dell'amore. Contro la violenza continueremo ad essere i difensori dell'intelligenza. E su tutte le cose comprendiamo con questa lezione che siamo solidali con tutto un paese che dipende da noi, dal Movimento Popolare, per difendersi dalla non cultura e per raggiungere la piena dignità che vogliamo per tutti i cileni.

Articolo di protesta per la distruzione volontaria del
murale allendista di Puente Capuchinos in Valparaíso,
edito in
El Siglo, Santiago, 15.6.1964.


Parlando in prosa di Cuba

Parleremo in prosa di Cuba, delle relazioni diplomatiche tagliate, delle promesse democraticocristiane che non sono mantenute, perché sembra essere il principale impegno del governo attuale impoverire i cileni e fare più ricchi i nordamericani.
    La politica dell'attuale governo su Cuba è zizzagante, misteriosa e contraddittoria. È una politica di gente che vuole ingannarsi da sé stessa e che vuole ingannare gli altri.
    Il signore Bernstein disse nelle Nazioni Unite alcuni parole positive sulle nostre relazioni con l'Isola Eroica. Il ministro di Relazioni signor Valdés, invece di confermarle, ha detto più o meno tutto il contrario. Questo riflette il caos dell'attuale governo.
    Questo rivela quello "voglio e non posso" di un governo che da un lato autorizza il saccheggio più colossale della storia, la consegna totale del nostro rame ai pirati nordamericani, e dall'altro tocca ad allarme le campane, annunciando che il rame è di proprietà cilena.

Mentre il signore Bernstein, delegato del ministro signor Valdés, faceva un passo verso Cuba, il ministro signor Valdés faceva un passo verso il Dipartimento di Stato. Con questo ballo di passi invertiti non si rischiara niente. Ma in questo senso di non chiarire niente ed oscurare tutto, stanno dimostrando i democraticocristiani che sono maestri. Per fortuna il paese cileno sta vedendo sempre di più chiaro in questa politica di ambiguità e di mistificazione.
    Il cancelliere signor Valdés ha avvolto le sue opinioni davanti al senato in una veste di filosofia politica che non riuscirà a convincere neanche il signori Valdés.
    Egli sostiene che la Rivoluzione cubana non è originale né autonoma. IO domando al signor Valdés, la rivoluzione dell'America latina del 1810, fu originale ed autonoma? Bolivar, San Martin, O'Higgíns, portarono le loro idee dall'Europa rivoluzionaria. Così come allora partirono dalla Francia le idee di liberazione, oggi soffia da altre parti del mondo, il vento del socialismo, le idee comuniste e l'ascesa del proletariato universale. Dice il signor ministro che "Cuba forma parte di un sistema che in realtà è estraneo all'America Latina".
    Domando al signor ministro, questo sistema dell'America Latina lo comandano le idee del signor ministro o l'evoluzione e la rivoluzione dei nostri paesi?
    Questo sistema dell'America Latina è la dittatura paraguaiana, o la repressione venezuelana, o il gorilismo brasiliano, o la caudillismo militare dell'Ecuador attuale, o è la prepotenza dei militari boliviani che governano ora, o è l'insanguinato governo di Santo Domingo, la corrotta dinastia dei Somoza in Nicaragua? O il sistema coloniale che obbliga  Porto Rico ad essere vassallo nordamericano? Tutti questi sistemi possono votare nell'OEA, ma Cuba non può parlare né votare lì. Il suo sistema latinoamericano, signore ministro, è il governo imposto dagli USA in Guatemala o in El Salvador? O è il ritardo, la nudità e la miseria feudale di quasi tutti i nostri paesi, ritardo scomparso da Cuba per opera e grazia della Rivoluzione? Questo vuole dire che noi i latini abbiamo questi sistemi di governo, e che il signor ministro vuole che siamo solidali di questo strano sistema?
    Ma, che cosa è questo sistema latinoamericano? Da dove nasce questa pellegrina idea? Chi ha classificato i sistemi del pensiero o della conduzione dei paesi?
    C'è un sistema europeo? Chi ha sentito parlare del sistema asiatico di governo?
    Il sistema latinoamericano è per lei la riunione dei pittoreschi rappresentanti dei satrapi nell'OEA che sanno solo dire "yes"?
    Continua il signor ministro nella sua esposizione al senato: "Nella misura in cui Cuba ritorni al senso originario della sua Rivoluzione, qualunque sia il regime socioeconomico che imperi lì, il Cile sarà pronto per cooperare attivamente nella reintegrazione di quello Stato nella famiglia americana."
    Se la confusione era confusa il signore ministro arrivò in questo paragrafo ad un grado più avanzato in essa. Arrivò a confondere la confusione.
    Perché quale è quel "senso originario" della Rivoluzione cubana e con che diritto andiamo noi a giudicare che ritorni a quel senso "originario" la sua Rivoluzione? Chi ha determinato quello senso originario, chi l'ha stabilizzato e perché vuole decretare il signor ministro che ritorni Cuba a quello che chiama il suo "senso originario?" Non sarà questo "senso originario" della Rivoluzione cubana un'invenzione del Dipartimento di Stato?
    Ed in questo che qualunque sia il regime socioeconomico, mi sembra che si imbarazzasse. Dovette dire il signor ministro Valdés: "Sia come sia fuori il regime purché sia capitalista." L'esigenza attuale degli Stati Uniti nel loro sforzo di colonizzazione dell'America Latina è che apparteniamo al "sistema", al "Mondo libero", cioè, al capitalismo e che questo capitalismo delle nazioni latinoamericane continui fortemente legato il predominio economico e politico nordamericano.
    Cuba ha avuto la forza di non accettare queste imposizioni. Ha commesso l'insolenza di non accettare la frusta dell'imperialismo, di non obbedirgli.
    Questa lezione di sovranità, accada quello che accada, sarà eternamente una torcia di luce per i nostri popoli.
    Dico, accada quello che accada nel resto dell'America, perché il mio cuore ed il mio pensiero mi dicono che i nemici dei nostri paesi non riusciranno a schiacciare l'indipendenza cubana incarnata nella Rivoluzione di Cuba.
    Le agenzie di stampa mentono ogni giorno, e hanno battezzato come castro-comunisti  tutti i movimenti liberatori dei nostri paesi. I poliziotti dei satrapi latinoamericani credono di vedere castro-comunisti perfino quando dormono. Questo li serve nel suo antico compito di martirio e persecuzione.
    D'altra parte i governi dell'America latina, collaborano nel blocco contro Cuba, imposto dal governo nordamericano.
    Si tratta che non lavorino le sue industrie, gli è negato il petrolio e l'acciaio. Si tratta che non mangino gli uomini né le donne né i bambini. Si proibisce alle barche che portino alimenti ai cubani affinché uomini, bambini e donne muoiano di fame, e di questo non protesta il nostro governo che si fa chiamare democratico e cristiano.

Discorso nel Teatro Imperio, Valparaíso, 10.1.1965,
edito in
El Siglo, Santiago, 12.1.1965.


Sangue a Santo Domingo
SANGRE EN SANTO DOMINGO. (Pagine 53-55.) VERSAINOGRAMA A SANTO DOMINGO DESDE tSLA NEGRA (CHILE) EN FEBRERO DE 1966. (Pagine 61-65.) Dopo la morte di Trujillo si ebbero finalmente le elezioni nel 1963. Il paese votò in massa per lo scrittore progressista Juan Bosch, eleggendolo presidente della Repubblica. Bosch si rifiutò di comprare aeroplani di guerra, annunciò la riforma agraria e la legge sul divorzio, aumentò i salari operai. Sette mesi durò nella sua carica. I generali Imbert e Wessin y Wessin lo deposero col beneplacito del governo dei gli Stati Uniti che si affrettò a riconoscere il nuovo governo. Nel 1965 il colonello Francisco Caamaño comandò una insurrezione  per il ritorno del presidente democraticamente eletto (allora esiliato a Porto Rico), ordinò di aprire gli arsenali e riuscì a consegnare alcuni fucili al paese in ribellione contro i generali. "La gente si lancia alle strade di Santo Domingo, armata con quello che ha, con quello che viene, e si getta contro i carri armati. Che vadano via gli usurpatori, vuole la gente. Che ritorni Juan Bosch, il presidente legale. [...] Né per aria, né per terra, né per mare. Né gli aeroplani del generale Wessin y Wessin, né i carri armati del generale Imbert sono capaci di spegnere la rivolta della città che arde. Neanche le navi: sparano cannonate contro il Palazzo di Governo, occupato da Caamaño, ma ammazzano casalinghe. L'Ambasciata degli Stati Uniti informa che non c'è modo di fermare il disordine e chiede aiuto urgente a Washington. Sbarcano allora marines. [...] Il presidente Lyndon Johnson nota che non tollererà un'altra Cuba nei Caraibi. E più soldati sbarcano. E di più. Venti mila, trentacinque mila, quaranta e due mila. [...] La dittatura militare del Brasile, la dittatura militare del Paraguay, la dittatura militare del Honduras e la dittatura militare del Nicaragua inviano truppe nella Repubblica Dominicana per salvare la democrazia minacciata dal popolo. Rinchiuso tra il fiume e la mare, nel quartiere vecchio di Santo Domingo, il paese resiste. [...] 132 notti è durata questa guerra di bastoni e coltelli e carabine contro mortai e mitragliatrici. La città odora di polvere da sparo e spazzatura e di morte. [...] E dopo tanta notte di orrore e di gloria, le truppe d'invasione non riescono ad installare nel potere né il generale Imbert, né il generale Wessin y Wessin, né nessun altro generale." (Galeano *, pp. 118-131.) Fu necessario ricorrere a molto discutibili elezioni nel maggio del 1966: Balaguer presidente.

È difficile per me parlare con calma di quello che sta accadendo a Santo Domingo. Tenterò di farlo. Quello che ha spaventato l'umanità in questa dimostrazione di violenza non è forse solo la sua crudezza, bensì il fatto che gli imperialisti, immersi fino alle ginocchia nel sangue vietnamita, abbiano aperto contemporaneamente un altro fronte di stupida violenza.
    Ma a noi latinoamericani questo fatto non ci prende di sorpresa. Si potrebbe dire che abbiamo le ferite aperte. È difficile dimenticare che con un solo colpo di mano si impadronirono di vasti territori del Messico, più grandi che alcuni paesi dell'Europa. Brandirono anche allora il pretesto che era necessario imporre l'ordine, salvare vite nordamericane; con questo trucco che non ingannò mai nessuno, insanguinarono il Nicaragua, si impadronirono del canale del Panama, invasero Cuba più di una volta, bombardarono dalle sue navi di guerra all'indifesa città di Veracruz, umiliarono la bandiera del Cile in Valparaíso, facendo che fosse ammainata dalla propria marina del Cile. E dopo di più di un centinaio di aggressioni sono rimasti con Puerto Rico dove hanno installato un traditore alla causa dell'indipendenza di quel paese.
    Sappiamo già che esiste una gran indignazione nel mondo intero. L'Unione Sovietica ha presentato davanti al Consiglio di Sicurezza proposte ben chiare e categoriche affinché gli invasori vadano via da Santo Domingo.
Perfino governi tanto lontani dall'arena internazionale, come quello del Cile, per esempio, hanno fatto dichiarazioni contundenti contro la politica selvaggia dai nordamericani. Anche il Partito Socialista del Cile dichiarò ufficialmente che dopo avere commesso queste aberranti azioni, si giustifica il sospetto che il texano Lyndon Johnson sarebbe l'autore intellettuale della tragica morte di Kennedy. Il governo messicano ha esposto con crudezza i suoi concetti contrari a questo grave oltraggio. Per le strade di Mosca, di Calcutta, di Jakarta, di Montevideo, di Pechino, di Caracas, di Guayaquil, gli studenti hanno realizzato manifestazioni straordinarie nelle quali si mise in rilievo come il giovane di cuore della nostra epoca si angoscia e respinge i criminali invasori.
    Ma il fatto è che feriti e morti coprono le strade di Santo Domingo e che gli assalitori, diretti ed armati dai nordamericani vanno di casa in casa assassinando uomini, donne e bambini. Tanta è la furia di queste furie che non si ritirano i cadaveri ed i feriti agonizzano alle intemperie.
    Che cosa accade coi politici nordamericani? Sappiamo già che essi dipendono dagli oscuri vincoli coi fabbricanti di armi, con gli interessi di quelli che si avvantaggiano con la guerra e la distruzione. Ma, è possibile che senza prendere appena il tempo per tessere alcuni pretesti superficiali, violino, davanti alle aspettative del mondo intero, non solo tutti i diritti all'indipendenza, acquisiti dalle piccole nazioni, ma anche tutte le giurisdizioni della dignità personale?
    Una strana onda di pazzia sembra inondare la mente di questi uomini. Mentre uno Stevenson giustifica i fatti atroci, un Nixon si converti in avvocato di una parte della famiglia Trujillo, il despota bestiale che i nordamericani mantennero nel trono di Santo Domingo per più di trenta anni.
    Il presidente Juan Bosch mostrò in un'occasione ai giornalisti uno dei sessanta palazzi che apettavano sempre Trujillo col tavolo pronto e la cucina pronta se arrivava. Mostrando loro la stanza da bagno, scoprirono con stupore che il WC era di oro massiccio. Questo era il favorito dei nordamericani che per trenta anni strangolò tutte le libertà nella sua patria, riempì le prigioni e mantenne un record elevatissimo di assassini. Adesso i nordamericani sentono la mancanza di un dittatore così. E per questo, per installare di nuovo un esemplare simile, spianano a ferro e fuoco questo territorio. Se lo trovano e riescono ad installarlo, gli regaleranno sicuramente un altro WC di oro massiccio.
    Il presidente Frei, del Cile, nel suo discorso davanti al nuovo congresso, il 21 maggio, assicurò che gli atti nordamericani a Santo Domingo sono contrari alla morale politica e conducono all'Organizzazione di Stati Americani ad un crollo imminente.
    La verità è che queste parole sono certe benché tardive. Tempo fa precipitò all'Organizzazione di Stati Americani. Due anni fa, per raggiungere una maggioranza in Montevideo e mascherare la sua politica di aggressione contro Cuba, il Dipartimento di Stato aveva bisogno di un voto in più. L'ottennero. Quel voto lo dette il delegato del Haiti ed i nordamericani pagarono al presidente Duvalier nove milioni di dollari per questo voto di maggioranza. Così elaborano la loro politica internazionale gli attuali governanti nordamericani: sanguini, dollari e di quando in quando qualche artefatto di oro massiccio.
Ma è tanto sfacciata, tanto vile, tanto selvaggia, tanto cinica questa politica che non può essere tollerata più. Per adesso, ricevono il disprezzo di tutti i popoli, di tutta la gente con sentimenti umani che c'è nel mondo. Speriamo che col tempo ricevano qualche altra cosa.

El Popular, Montevideo, 4.6.1965,
ed El Siglo, Santiago, 17.6. 1965.


Impresa in nome della libertà

MOSCA. - Poco più di un mese fa passavo per Montevideo e la città era scossa da un misterioso evento. In una casa vuota, in un elegante sobborgo, avevano trovato un grande baule. Questo baule colava sangue. Dentro il baule c'era un morto.
    Presto si scoprì che si trattava di uno dei peggiori boia nazisti. Sembra che fosse stato colpevole di migliaia di assassini di cittadini della Lettonia. La sua morte non è stata ancora chiarita. Non si sa se l'ammazzarono i suoi propri camerata nazisti o qualche commando che decise di farsi giustizia con le sue mani.
    Questo uomo si chiamava Cúkurs. La fantasia popolare degli uruguaiani e brasiliani si è liberata intorno al crimine del baule.
    Io non sono romanziere poliziesco, benché legga frequentemente romanzi di quel tipo. La mia riflessione va più lontano. Se avessero successo quelli che ammazzarono l'uomo del baule con tutti i capi, capetti nazisti e criminali di guerra che sono liberi in America Latina, finirebbe forse la provvista di bauli in quei paesi.

RAUFF, L'UOMO DI I CAMION

Poco tempo fa in Cile fu fermato uno dei maggiori criminali della passata guerra. Credo che si chiamasse Rauff. Sì, si chiamava Hermann Rauff. Da anni viveva tranquillamente nella Patagonia cilena. Era un commerciante accreditato. Ma è curioso: il suo commercio che era prospero, consisteva nella vendita e trasporto di camion. Perché questo prospero commerciante si dedicò anche nella guerra passata al trasporto di camion. Dentro i suoi camion viaggiavano esseri umani, pacifici abitanti di Ucraina o ebrei portati dall'Europa centrale verso i campi di morte. Rauff scoprì un piccolo accorgimento che gli valse molte promozioni. Collegò i tubi di scappamento del camion con l'interno dello stesso, e così, mentre trasportava uomini, donne e bambini, questi venivano ad essere assassinati durante il viaggio. Niente complicazioni. Siccome egli stesso dirigeva questi trasporti, lavorarono molte centinaia di camion, e centinaia di migliaia di persone furono sacrificate dentro i camion, grazie all'invenzione di Rauff.
    La giustizia cilena ha fama di essere molto scrupolosa. In effetti, l'abbiamo vista condannare un ladro di galline a quattro anni di prigione. E più ancora a chi ha rubato un agnello. Ma in quanto al criminale di guerra Rauff, lo esonerarono da ogni responsabilità. Vive liberamente in Cile e continua ad essere un prospero commerciante nel trasporto di camion. Non può negarsi che questo uomo si intende di camion. Non posso negare neanche che la giustizia del mio paese, la sua Corte Suprema, ha un concetto ben regolato della realtà! Deve proteggere le persone che organizzano con efficienza l'assassinio collettivo ed il trasporto di camion.
    Ebbene, tutto questo lo dico perché dopo la guerra mondiale, l'America Latina si riempì di criminali di guerra. Quelli che continuino o no a godere della esistenza di questi criminali non è tema del mio articolo. Perché non si tratta della casualità. Se la Germania nazista avesse vinto la guerra, si sarebbe riempita anche di nazisti. Ma questi non avrebbero viaggiato in paesi tanto lontani per sviluppare la vendita di camion o finire morti dentro un baule, bensì per stabilirvisi in una maniera più definitiva.

SVASTICHE NEL SUD

Noi, gli abitanti del Cile, abbiamo nell'estremo meridionale del nostro paese grandi colonie di discendenti di famiglie tedesche. Queste famiglie si integrarono alla nostra nazionalità dopo le rivoluzioni del 1848. In considerazione dell'oppressione delle minoranze liberali della Germania, il governo decise di mandare in quegli anni una missione diretta da uno scrittore notevole, chiamato Pérez Rosales, per invitare quelli che volessero ad emigrare verso il Cile. Lì furono date loro proprietà nella parte più bella del territorio cileno, nella regione dei vulcani, dei grandi laghi e dei maestosi fiumi. Fino ad ora, città come Valdivia, Osorno, La Unión, hanno abitudini, sangue e linguaggio di quei tedeschi che arrivarono più di un secolo fa. Questi tedeschi perseguiti dall'oppressione prussiana, scelsero ed accettarono la forma di vita del mio paese. Ma esplodendo l'ultima guerra mondiale, un'immensa maggioranza di essi si trasformò in ardenti sostenitori di Hitler. Ogni vittoria di Hitler in Europa era celebrata da essi in forma rombante, e mi toccò vedere, coi miei propri occhi, le strade di queste città della mia patria interamente coperte con boschi di bandiere con la fatidica svastica che si preparava per divorare il mondo. Sono sicuro che altrettanto accadeva in altri paesi della vasta America, come Brasile ed Argentina, senza parlare del Messico, Venezuela e Colombia. Le minoranze germaniche studiavano dappertutto accuratamente la strategia che avrebbero seguito dopo la vittoria delle tenebrosi legioni hitleriane.
    Non c'è dubbio che un vasto piano di impadronirsi dell'America Latina era allo studio. I documenti e le conversazioni che si sono raccolte in Cile non lasciano posto a dubbi che lì, nell'estremo australe, si stava preparando, con elementi politici e militari inviati della Germania, un'insurrezione che prima darebbe autonomia alle minoranze tedesche, dopo avrebbe finito per divorare il Cile intero coi suoi abitanti e le sue immense risorse minerali. Da questo sogno si svegliarono gli hitleriani con le vittorie dell'Esercito Rosso.
    Se l'Unione Sovietica non avesse dato il suo sangue, la sua intelligenza, il suo coraggio disperato e la sua fermezza inesauribile per porre fine all'impero nazista, l'indipendenza dei paesi latinoamericani sarebbe in questa ora un sogno del passato.

QUELLE BANDIERE, SARANNO BEN RIPIEGATE?

Oramai non riescono a rilucere in Cile per le strade le bandiere con la fatidica svastica. Ma non siamo sicuri che quelle bandiere siano ben ripiegate e con palline di naftalina in qualche baule, preservate dell'umidità dell'estremo meridionale, nella mia patria.
    Perciò è necessario ricordare, davanti alla sovranità crescente della Germania Federale, quello che accadeva dopo tanti anni coi coloni tedeschi che vissero pacificamente in Cile ed in America Latina per tanto tempo. Il vento di rivincita fece si che le sue bandiere si agitassero e contribuissero alla tempesta di odio e morte che dissanguò la nostra epoca.
    Nessuno deve dimenticarlo. Ma innanzitutto, i paesi latinoamericani, nazioni piccole che ancora non finiscono di costruirsi, sempre minacciate da altre poderose nazioni, devono ricordare, studiare ed approfondire quello che avrebbe accaduto se la vittoria fosse stata da parte degli implacabili squadroni nazisti. E quando questo sia ricordato e studiato che comprendano queste nazioni il significato dell'immensa battaglia vittoriosa che, in piena steppa, nel freddo, nel vento pieno di neve, ebbero i figli dell'Unione Sovietica per preservare la dignità e la libertà di tutti i paesi.

El Siglo, Santiago, 2. 7.1965.


Il colore del mondo nel 1966
EL COLOR DEL MUNDO EN 1966. (Pagine 59-61.) En el mes de marzo de 1965 mis últimos trabajos (Nel mese di marzo del 1965 i miei ultimi lavori) /... / I dieci mesi fuori dal paese sembrano essere, questa volta, la causa di un'ennesima confusione cronologica: la traduzione di Romeo e Giulietta fu completata durante la prima metà del 1964 (marzo?) e stampata in settembre di quello stesso anno (e non nel 1965) da Losada; y ese largo poema de amor en ritmo anticuado /.../ inconcluso (e quel lungo poema di amore in ritmo antiquato... incompiuto) allude sicuramente a "Amori: Matilde" che chiuse la prima edizione di Memorial de Isla Negra, edita nel Luglio del 1964 (nell'ambito dei 60° compleanno del poeta), e che dopo passò a mettre l'intestazione a La barcarola (1967).

Di ritorno alla patria mi trovo col telegramma dell'agenzia Novosti. Come vedi il mondo in questo anno che comincia?
    In questo momento esatto vedo il mondo interamente rosa ed azzurro. Questo non ha implicazione letteraria, politica né soggettiva. Questo significa che dalla mia finestra prima mi colpiscono la vista le grandi aiuole di fiori rosati e, più lontano, l'oceano Pacifico ed il cielo si confondono in un abbraccio azzurro.
    Ma comprendo, e lo sappiamo che altri colori esistono nel panorama del mondo. Chi può dimenticare il colore di tanto sangue umano versato ogni giorno, inutilmente, in Vietnam, ed il colore dei villaggi bruciati dal napalm?
    Non tutto è rosa ed azzurro nel mondo in questo anno che comincia.
    Ho vissuto dieci mesi fuori dal mio paese e mi sento un po' nauseato.
    Ancora sento le vibrazioni degli aeroplani, i treni e barche che mi trasportarono in tanti posti.
    Mi rendo conto che andavo saltando come una mosca attorno ad un globo, di regione in regione.
    Fui a Spoleto con poeti di tutte le latitudini.
    Perfino toccarono i miei piedi il suolo antico di Samarcanda.
    Fui a Montevideo ed ad Oxford, a Parigi ed a Helsinki, nel lago Bied, ed a Budapest, a Vigo ed a Buenos Aires, ad Amburgo ed a Rio de Janeiro. Il mondo vibra ancora dentro me con la trepidazione di queste città.
    Ma passò tutto l'anno, coi suoi mesi passati, le sue nervose settimane ed i suoi giorni sfortunati. In Vietnam ed a Santo Domingo fece loro la guerra un paese chiamata gli Stati Uniti: alcuni decine di migliaia di morti...
Santo Domingo continua ad essere diviso, oltraggiato ed invaso.
    Risuonano spari per strade, nessuno sa che cosa fare e non si sa quando andranno via gli invasori e lasceranno tranquillo quello povero paese.
    Ma in un modo o nell'altro gli yankee dovranno fare le loro valigie. Ma, frequentemente, nelle valigie sta il pericolo. Non si ritirano mai con le valigie vuote. In ognuna delle loro valigie si portano un pezzo della nostra indipendenza.
    Ma se vanno via da Santo Domingo non è perché lo desiderino. È perché fallirono. Si diedero un colpo a se stessi. Le loro invasioni in Vietnam e nella Repubblica Dominicana si sono trasformate in un boomerang che dopo li colpisce in una forma per essi, inaspettata. Quel boomerang li perseguita quando viaggiano per il mondo dando spiegazioni.
    Devono spiegare, farci comprendere, chiarirci, illuminarci, affinché capiamo la loro offensiva di pace. Noi semplici mortali dobbiamo inghiottirci la crudeltà, il terrore e la distruzione di un paese e contemporaneamente comprendere i meravigliosi propositi pacifici di quelli quali dirigono le azioni interventiste degli USA.
    Per il momento non continuiamo a parlare di questo tema. Non dobbiamo perdere le speranze.
    Tre giorni fa tornai ad entrare, per la prima volta dopo l'assenza, a casa mia. Grandi crepe nelle pareti... Tutti i vetri fatte schegge formavano un doloroso arazzo nel suolo delle stanze. Gli orologi, anch'essi dal suolo, mi segnalavano l'ora del terremoto. Quante cose belle che ora Matilde scopava con una scopa, perché una scossa della terra li trasformò in spazzatura.
    Tuttavia, dobbiamo pulire, ordinare e cominciare di nuovo. Costa trovare la carta, e dopo è difficile trovare i pensieri.
    Nel mese di marzo del 1965 i miei ultimi lavori furono una traduzione allo spagnolo di Romeo e Giulietta, ed un lungo poema di amore in ritmo antiquato, poema che rimase incompiuto.
    Andiamo, poema d'amore, alzati dai vetri rotti che è arrivata l'ora di cantare, a ristabilire l'integrità, a cantare sul dolore umano.
    È vero che il mondo non si è ripulito delle guerre, non si è lavato dal sangue, non si è corretto dall'odio. È vero.
    Ma è vero che noi ci avviciniamo a quell'evidenza: i violenti si ritraggono nello specchio del mondo ed il loro viso non è bello neppure per loro stessi.
    Siamo nel gennaio del 1966. Questo anno raggiungerò forse sessantadue anni di vita.
    E continuo a credere nella possibilità dell'amore. Ho la certezza della comprensione tra gli esseri umani sui dolori, sul sangue e sui vetri rotti.
    Si unirono alla mia finestra aiuole di fiori rosati che brillano al sole con intensità di pietre preziose.
    Più in là il mare è azzurro e si allontana verso il distante azzurro dal cielo.
    Perdonatemi se credo che, nonostante tutto, il mondo brilla infinitamente rosa. Infinitamente azzurro.

Isla Negra, gennaio


El Siglo, Santiago, 11.2.1966.


Opera in versi a favore di Santo Domingo da Isla Negra, Cile, nel febbraio del 1966

Perdonino se dico loro alcune pazzie
in questo dolce pomeriggio di febbraio
e se va via il mio cuore cantando
verso Santo Domingo, compagni.

Ricordiamo quello che ha passato
da quando Don Cristoforo marinaio
sbarcò e scoprì l'isola.
Ahi migliore non l'avrebbe scoperta!
Perché ha sofferto tanto da allora
che sembra che il Diavolo e non Gesù
si intese con Colombo su questo aspetto.

Questi conquistatori spagnoli
che arrivarono dalla Spagna con i ferri
cercavano oro, e lo cercavano tanto,
come se gli servisse da alimento.

Inalberando Cristo con la sua croce
le bastonate furono argomenti
tanto poderosi che gli indios vivi
si trasformarono in cristiani morti.

Benché di secoli fa questa storia amara
per amaro e per vecchio sia il racconto
perché le cose non si rischiarano mai
con la dimenticanza né col silenzio.

E c'è tanta iniquità senza commento
nell'America irsuta che ci dettero
che se perfino noi poeti taciamo
non parlano gli altri perché hanno paura.

Si sa già che un giorno dichiariamo
l'indipendenza azzurra dei nostri paesi
uva per uva America Latina
si sgranò come un grappolo nero
di nazionalità minute
con molto aspetto e con poco denaro.

(Camminiamo con orgoglio e senza scarpe
e ci crediamo tutti cavalieri.)

Quando avemmo pantaloni lunghi
ci scegliemmo pessimi governi
(rivaleggiamo molto in questo tema:
Santo Domingo estrasse i premi).

Ebbe di presidenti singolari
despoti sani, despoti malati,
tiranni tonti e tiranni ricchi,
prepotenti pazzi e prepotenti vecchi.

In questa varietà un tanto triste
ebbero Trujillo sempiterno
che grazie ad un colpo si ammalò
dopo quaranta anni di governo.

Potremmo dire di questo Trujillo
(a giudicare dalle cose che sappiamo),
che fu l'uomo più brutto di questo mondo
(e non esistesse Johnson, ovviamente).

(Si saprà chi è stato più malvagio
quando i due staranno nell'inferno.)

Quando morì Trujillo respirò
quella povera patria di tormenti
ed in un brivido di speranze
portò sulla luna sulla sofferenza.

Corre per le strade la notizia,
Santo Domingo esce dall'inferno,

finalmente sceglie un presidente puro:
è Juan Bosch che ritorna dell'esilio.

Ma non conviene loro un uomo onesto
ai gorilla né gli usurai.
Decretarono un colpo a New York:
lo gettano sotto con qualunque pretesto,
lo confinano con la sua Costituzione,
installano qualunque becchino
nel trono del comando e della punizione.
Ed i boia ritornano ai suoi posti.

"La democrazia rappresentativa
è stato restaurata in quel paese"
disse El Mercurio in un editoriale
scritto nell'ambasciata che sappiamo.

Ma questa volta le cose non andarono.
In un modo inaspettato benché severo
a nordamericani e gorilla
uscirono loro viti nel formaggio.
E con voce di fucili per strada
uscì a cantare il cuore del paese.

Santo Domingo col suo popolo armato
cancellò l'imposizione dei violenti:
prese città, campi, e nel ponte,
col petto nudo e scoperto,
schiacciò carri armati, sfidò cannoni.

E correva impetuoso come il vento
verso la libertà e la vittoria,
quando il texano Johnson, il funesto,
col sangue di molti nelle mani,
fece sbarcare i suoi marinai.

Quarantacinque mila figli di cagna
scesero con le loro armi ed i loro canti,
con mitragliatrici e napalm,
con obiettivi chiari e concreti:
"mettere in libertà ai ladri!
ed agli altri bisogna metterli carcerati!."

E lì stanno sparando ogni giorno
contro dominicani indifesi.

Come in Vietnam, l'assassino è forte,
ma alla lunga vinceranno i popoli.

La morale di questo racconto amaro
Ve la dico in un momento
(non lo raccontate a nessuno:
sono pacifista di fuori e di dentro):

Lì va:

Mi piace a New York lo yankee vivo
e le sue ragazze carine, ovviamente,
ma in Santo Domingo ed in Vietnam
preferisco nordamericani morti.

Versetti di protesta per lo sbarco di marines in Santo
Domingo, edite in fogli volanti in Valparaíso ed in Santiago, 1966.


II
DI GABRIELA, COLOANE ED ALTRI

Davanti alla tomba di Gabriela Mistral in Montegrande

Sono contento di avere ascoltato in questo posto, che significa una palpitazione contenuta nel cuore della nostra patria, i bei versi che dedicò Roberto Flores alla mia grande compagna, alla compagna errante che, camminando per il mondo intero, sempre sembrò prigioniera di questi monti opprimenti, di questa dolce valle, dei ricordi della sua trascurata infanzia. Da tutte le parti dove la vidi ella mi parlò dei suoi colli, dei suoi pioppi, dell'acqua che correva nell'estensione pietrosa di queste valli.
    Ella fu tanto grande come questi grandi monti. Ella fu tanto trasparente ed abbondante come l'acqua del fiume che feconda questa regione. Ella fu tanto grande nella sua generosità che divise la voce di questa terra per tutti i confini del pianeta. E quando rimase silenziosa, compimmo il dovere di portarla al posto da dove partì la sua lunga strada piena di stelle.
    Penso che abbiamo solo alcuni brevi minuti. Ebbene, penso che in questi secondi sto conversando con lei, lei col suo accento inimitabile tratto da questa terra ed io col mio del sud piovoso, penso che per questo ricordo è bello ed ampio l'orizzonte, il cielo immenso, azzurro: la corona di nevi che qui si scorge e gli occhi di alcuni compagni che stanno qui venerando il suo ricordo e desiderando come ella lo desiderò, un cambiamento per la nostra patria. Ella fu la prima, tra tutti i poeti, che fece una poesia sociale commovente e profonda. Ella richiamò l'attenzione sopra i piedi dei bambini scalzi, che sono ancora scalzi. Perciò, il più grande omaggio alla nostra grande amica, alla mia grande compagna ed alla grande figura di Gabriela Mistral, è che diamo il 4 di settembre il trionfo alla candidatura popolare che simbolizza tutti gli aneliti che ella cantò, tutta la volontà di trasformazione in cui si impegnò la sua poesia. Tutta la sua arte starà sublimata quando Salvador Allende sia presidente di tutte queste valli e di questa intera Repubblica. Perciò, il più grande omaggio, l'unico forse che possiamo renderle, è la trasformazione della nostra patria, l'arricchimento della stessa, il benessere per i suoi figli e la lotta costante affinché il maggiore benessere di un futuro fiorito spetti ai figli della sua piccola patria e di tutte le patrie.
    Addio Gabriela, proseguiremo per il cammino del Cile con Salvatore Allende ricordandoti e ricordando anche quanto lottasti per la tua patria, e possiamo dirti, i tuoi sogni saranno realizzati.

Parole pronunciate il 29 Luglio di 1964 nel
cimitero di Montegrande, il luogo di origine
di Gabriela Mistral dove ella chiese essere
seppellita, ed edite in
El Siglo, Santiago, 9.8.1964.


Lì in Montegrande, la mia compagna errante

Questo per raccontare che alcuni giorni fa passai per il posto dove riposano i resti della poetessa. Tutto è abbandono in quella tomba.
    Io stesso ottenni il terreno affinché ella riposasse lì, a Montegrande, nel villaggio in cui nacque. Io stesso scelsi quello posto su una collina.
    Gabriela visse da tutte le parti: in Italia, in Brasile, in Spagna, negli Stati Uniti. E dentro il Cile nel nord del deserto di Atacama e nelle solitudini della Patagonia. Ma lasciò scritto nel suo testamento che la seppellissero nel suo villaggio, a Montegrande. Io compii i suoi desideri. Cercai un angolo di terra e noi scrittori consegnammo quel posto al governo. Noi scrittori mettemmo una grande lapide di pietra e lo Stato trasportò la sepoltura di lei. E lì la lasciò abbandonata.
    Qualcosa di peggiore accadde coi suoi libri, coi suoi originali, coi suoi manoscritti, coi suoi diritti d'autore.
    Lì, dunque, è addormentata, lì a Montegrande, la mia compagna errante. In quella terra rinsecchita. Non piove mai. I monti si alzano come immense mani dalla terra. Non c'è più vegetazione nelle alture che i giganteschi e spinosi cactus.
    Ma sotto si uniscono due valli che il fiume Elqui ha tagliato nella pietra. Pioppi e fichi senza foglie, come sentinelle nude, costeggiano il magro torrente. Dalla tomba guardando verso l'altezza non si vedono animali né esseri umani. Solo le spine dei cactus, i monti metallici, le grandi pietre verdi e grigie, il duro cielo azzurro che non ha mai una nuvola. Poche volte il viaggiatore sente il peso di una solitudine tanto schiacciante. Ma questa solitudine la cui grandezza ha tanto contatto con la poesia di Gabriela Mistral, starebbe bene se non fosse per la miseria della sua tomba. Non cìè un fiore né un sedile per il viaggiatore; non c'è nient'altro che quella pietra dimenticata col suo nome. E qui vengono le scuole e bambini, cantano i versi di lei contemplando il totale abbandono del suo sonno.

Testo del 1964, raccolto in Teitelboim 1991, pp. 321-322.


Messaggio a Coloane

Per abbracciare Coloane bisogna avere braccia lunghe come fiumi o essere un ventaccio che l'avvolga con barba e tutto oppure sedersi ad esaminare il problema, stimarlo nelle sue dimensioni, misurarlo in forma sistematica e finalmente prendersi unisca bottiglia di vino con lui e lasciare l'impresa per un'altra volta. Lascio questi piani, questo abbraccio, queste misurazioni, questa bottiglia per un'altra volta e gli mando ora alcune parole fraterne che lo circondino, lo rallegrino e lo rendano disponibile a venire a Isla Negra a sfidare e competere con l'oceano.

Facsimile di un messaggio manoscritto a Francisco Coloane,
premio Nazionale di Letteratura 1964, edito nella rivista Larice,
organo della Società di Scrittori del Cile (SECh), num. 6,
primavera del 1964.


Sergio Hernández: piccolo prologo per la sua poesia

Di quanto si è iscritto, e tanto, il poeta che più leggo è l'acqua che corre.
    Ogni pagina tra le pietre o sotto il fogliame o sommando o sommergendo nel suo alveo la luce e la notte, ogni pagina ha canto e vetro.
    La poesia di Sergio Hernández è canto che corre, vetro che canta.
    Proclama semplici rive in cui si intrecciano la menta e l'origano.
    O compie incursioni tra i muri e ci racconta minimi segreti, gocce dell'anima, carte dell'oblio.
    O attraversa l'angoscia senza che si perturbino i suoi alati carati perché cantando continuano la loro freschissima bellezza.
    Io lodo questo poeta fraterno che tra provincia e provincia conserva il cuore rilucente di una stella.
    E non mi stanco di ascoltare la luce dell'acqua né mi affatica vedere il suo canto che sillaba a sillaba ci va sillabando la sua cristallina verità.

Isla Negra, gennaio del 1965


Prologo a Sergio Hernández, Registro
(1959-1964), poemi, Santiago, Nascimento,
1965. Raccolto in PLG, p. 76.


Da quando Thiago arrivò in Cile...

Da quando Thiago arrivò in Cile si produssero varie alterazioni territoriali degne di essere prense in considerazione. Il chiamato vento puelche cambiò invisibilmente rotta e formò figure romboidali nella cordigliera. Il polso del paese si riprese come se si svegliasse da una letargica tristezza. Verso Angostura de Paine si vide sorvolare un stormo di uccelli gialli che non erano canarini né limoni e volavano in forma strana, come nuotando nell'acqua celeste. Si osservò anche nella sabbia di Isla Negra un precipitato calcareo contemporaneamente trasparente e sonoro. Possiamo attribuire queste variazioni all'influenza di Thiago de Mello nelle nostre anime. Contemporaneamente le nostre anime fanno cambiare il paesaggio.
    Thiago de Mello è un trasformatore dell'anima. Da vicino o da lontano, di fronte o di profilo, per contatto o trasparenza, Thiago ha cambiato le nostre vite, ci ha dato la sicurezza dell'allegria. Il tempo e Thiago de Mello lavorano in senso contrario. Il tempo erode e continua. Thiago de Mello ci aumenta, c aggrega, ci fa fiorire e dopo va via, ha altre faccende. Il tempo aderisce alla nostra pelle per consumarci. Thiago passa per le nostre anime per invitarci a vivere.
    In questo poeta che ci nviò come rappresentante il fiume Amazzoni, canta il largo fiume selvaggio e la moltitudine dei suoi uccelli. Vogliamo noi cileni che continui a cantare nella nostra patria.
    Se in quelle regioni forestali del magno Brasile ci sono anche serpenti e gigantesche scimmie che non amano Thiago, ad essi, diciamo loro. Noi lo vogliamo e lo conserveremo. Se sono tanto sciuponi del talento, noi accogliamo il suo abbagliante talento. Se sono tanto ingrati con l'opera dei loro compatrioti eccelsi, noi gli offriamo una patria chiara come la luce ed aperta come la palma della mano.
     Là essi con le loro gigantesche scimmie che si sono trasformati in governanti, noi guardiamo a Thiago affinché la sua intelligenza e la sua allegria continuino a risplendere. Il Cile accolse sempre al pensiero perseguito. In questo siamo di accordo governatori e governati. L'asilo contro l'oppressione non è solo un verso, è l'alloro del Cile, il nostro comune orgoglio.
    Se questo asilo si serve, Thiago de Mello, qui stiamo tuoi amici e fratelli per dartelo, benché senza chiederci il permesso ti ospitasse già per sempre il cuore del nostro bel Anamaría [Vergara].
    Io continuo a camminare per i mari in questa ora. Lontano ma non separato, distante ma infinitamente vicino.
Vicino ai miei compatrioti di sempre e del nostro nuovo compatriota, il poeta THIAGO DE MELLO.

Nel mare, marzo 1965

Saluto letto durante l'omaggio di addio a quel poeta
e diplomatico brasiliano Thiago de Mello, edito in
El Siglo, Santiago, 1.4.1965.


Saluto a Jorge González Camarena

Rimasi attonito davanti alla gran opera.
    È che non la vidi cominciare, non l'ebbi tra ciglio e ciglio, e quando la vidi mi lasciò stupefatto.
    Era all'improvviso già fatta, già tracciata, già scritta, dipinta, sviluppata: esisteva già.
    Era fiorita la parete.
    Si era riempita di grigi incessanti, di verdi e di ocre, di giallo e violetta. Si era riempito di caschi e spine, di mani e nasi, di occhi morti e vivi.
    C'era il fico d'India ingarbugliato coi copihues ed pugnalato dalle aggressioni. C'erano i vecchi conquistatore sepolti e la porta della silenziosa geologia. C'era il mais coi suoi dei, il fecondo raccolto, i grandi visi razziali, e un angolo di idolatria colorata ardeva coi suoi rubini. C'erano anche i vulcani sulla naiade violetta.
    È difficile dipingere il silenzio, ma lì c'era: era dipinto il silenzio. Io so che in questo murale ci sono molte altre cose, innumerevoli radici, terrena abbondanza. So che ci sono opinioni e canti, ideologie ed incantesimo, supreme ragioni e pietà, riposo e movimento.
    Ma tutto questo si precipitò al mio sguardo, si dispiegò abbagliante e vivente, senza che io l'avessi saputo prima, come se della mattina alla notte questo mondo luminoso fosse nato con tutte le sue forze e colori.
Ora so che il lavoro è l'espressione ed il frutto del maestro messicano Jorge González Camarena.
Questo nome, corno quello di David Alfaro Siqueiros che ci desse l'eroico pittura murale di Chillán, deve essere amato e venerato dai cileni. Questa opera è la tranquilla maturità di una vita. In questa tranquillità è contenuta l'essenza delle lotte dell'America per creare il nostro. In questa maturità si coniugano ed equilibrano, senza rovinarsi, le tendenze sovrane del nostro tempo. Il murale ha quella riposata bellezza di quello che lo materrà vivente oltre le nostre vite.
    Saluto il gran pittore, il gran lavoratore, il compagno.
    Saluto i suoi giovani aiutanti venuti dal Messico e dalla provincia cilena, collaboratori nell'opera memorabile.
    Saluto un'altra volta il Messico, la sua generosità di fratello ed il suo inestinguibile umanesimo nazionale e creatore.

Isla Negra, marzo del 1965


Presentazione del murale Presencia de América,
Università di Concepcion, Cassa dell'Arte,
settembre del 1965.


Sonetto a Homero Arce
SONETO A HOMERO ARCE. (Pagine 71-73.) "Sonetto per Hornero Arce, scritto da Pablo Neruda aspettando un amico nel Quartiere Latino, a Parigi, il 19 settembre del 1965" (epigrafe al sonetto in Hornero Arce, El árbol y otras hojas, Santiago, Zig-Zag, 1966).

Homero, nella verità del tuo diamante
ci sono un fulgore di pietra e firmamento,
perché ha ragione il viandante
quando scopre il mondo nella sua stanza.

Di tanta stella pura sei amante
e con tanta grandezza sei contento
che solo col tuo cuore cantante
continui a scoprire la tua scoperta.

Quanti ti vedono e non conoscono quanto
tu conosci, e non sanno l'incantesimo
della tua tranquillità in movimento.

Al tuo fianco è piccolo l'arrogante,
è povero il ricco, e è il tuo onore costante
essere segreto e sonoro, come il vento.

Scritto a Parigi il 19 settembre del 1965 e dopo incluso in
Homero Arce,
El árbol y otras hojas, sonetti.
Santiago, Editora Zig-Zag, 1967. Raccolto in PLG, p. 82.


Enrique Huaco

Giusto sul punto di partire per un altro viaggio, il vento mi portò questi versi di Enrique Huaco che vive non so dove, che fa non so che cosa. Si vede di sicuro che è peruviano, per il suo canto, per quel canto che viene da lontano.
    Io scrivo immediatamente per presentarlo, per riceverlo qui, in queste pagine bianche del Cile. Perché mi sembrò tanto vivo, tanto dolente. Mi sembrò il giovane poeta uno che stia aspettando, seduto alla porta, e qui arrivò. Arrivò con questa cesta di anfore che suonano a pioggia e odorano di terra. Si notano nella malta le dita fini ed antiche che conoscono l'argilla. Sono versi fragranti di terra antica, di terra profonda.
    A me piacque il poeta perché ci sono tristezza, trasparenza e purezza in questo canto che si sgrana o si sfoglia nelle mani, che si sente, estatico ed aperto, tra i suoni dei rami, come un canto di uccello puro che rimase lì fermo, cristallino, sul ramo.
    Perché quando tutti rimescolano la nuvola egli sembra puro cielo, quando tutti si vestono di colori francesi egli si mostra nudo come se stesse camminando per il bordo di un fiume.
    E tali requisiti stellati sono essenziali nella nascita della poesia. Perché la nostra poesia si mette ad agonizzare improvvisamente, grida chiedendo soccorso. Mi asfissiano - dice -, mi incartano! Salvatemi! Mi stanno rendendo simile a Eliot! Mi stanno rendendo simile a Saint- John! Mi rendono rettangolare, mi stirano!
Perciò, attenzione a questa poesia che nasce impregnata delle nostre essenze e che sostiene la sua misteriosa e chiara gravità senza difficoltà, sicura di sopravvivere.

Nota per presentare il poeta peruviano, cu AUCh, num. 136.
Santiago, ottobre-dicembre del 1965. Riprodotto come
prologo ad Enrique Huaco,
Piel de tiempo, Santiago,
Universitaria, 1967, e raccolto in PLG, p. 85.


Poeti dei popoli

L'America del Sud fu sempre terra di vasai. Un continente di anfore. Queste anfore che cantano le fece sempre il popolo. Le fece con fango e con le sue mani. Le fece con argilla e con le sue mani. Le fece di pietra e con le sue mani. Le fece d'argento e con le sue mani. Ho voluto sempre che nella poesia si vedano le mani dell'uomo. Ho desiderato sempre una poesia con impronte digitali. Una poesia di creta, affinché canti in essa l'acqua. Una poesia di pane, affinché se la mangi tutto il mondo. Solo la poesia dei popoli contiene questa memoria manuale. Mentre i poeti si rinchiusero nei laboratori, il popolo continuò a cantare col suo fango, con la sua terra, coi suoi fiumi, coi suoi minerali. Produsse fiori prodigiosi, sorprendenti epopee, impastò melodrammi, raccontò catastrofi. Celebrò gli eroi, difese i suoi diritti, incoronò i santi, pianse i morti.
    E tutto questo lo fece a pura mano. Queste mani furono sempre rozze e sagge. Furono cieche, ma ruppero le pietre. Furono piccole, ma tirarono fuori i pesci dal mare. Furono oscure, ma cercavano la luce. Perciò questa poesia ha quel sortilegio di quello che è stato creato tra le cose naturali. Questa poesia del popolo ha quel marchio di quello che deve vivere all'intemperie, sopportando la pioggia, il sole, la neve, il vento. È poesia che deve passare di mano in mano. È poesia che deve muoversi nell'aria come una bandiera. Poesia che è stata bastonata che non ha la simmetria greca dei visi perfetti. Ha cicatrici nel suo viso allegro ed amaro. Io non do un alloro a questi poeti del popolo. Essi sono quelli che mi regalano la forza e l'innocenza che deve informare ogni poesia. Essi sono quelli che mi fanno toccare la sua nobiltà materiale, la sua superficie di cuoio, di foglie verdi, di allegria.
    Essi sono, i poeti popolari, gli oscuri poeti, quelli che mi insegnano la luce.

Isla Negra, 6 marzo di 1966

Prologo al volume compilativo
Lira popular, Monaco,
F. Bruckmann RG Verlag, 1968.



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