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-- Risposte agli intellettuali cubani (1966-1968)

Risposte agli intellettuali cubani
(1966-1968)

Il mio contatto con gli scrittori nordamericani
MI CONTACTO CON LOS ESCRITORES NORTEAMERICANOS. (Pagine 101-102.) Questa dichiarazione è anteriore alla pubblicazione della "Carta apierta." Ciò significa che l'aggressione a Neruda cominciò attraverso settori dell'estresinistra cilena, in particolare quelli vincolati alla rivista Punto Final come il MIR (Movimento di Sinistra Rivoluzionaria), in forte discrepanza con la strategia del Partito Comunista del Cile ed in visibile affinità con la linea cubana di allora.

Il mio contatto con gli scrittori nordamericani, con gli studenti, coi miei lettori e col popolo degli Stati Uniti è stato un'esperienza poetica e politica di primaria importanza.
Anche nel Congresso Mondiale del PEN Club esponemmo in una tavola rotonda i problemi dell'America Latina con scrittori come Carlos Fuentes del Messico; Martínez Moreno ed Onetti dell'Uruguay; Nicanor Parra del Cile; Sabato dell'Argentina; Mario Vargas Llosa del Perù.
Fu un gran piacere prendere parte alle discussioni generali con uomini come Arthur Miller e con poeti e romanzieri della Repubblica Democratica Tedesca, dell'Ungheria, della Cecoslovacchia e di altre nazioni socialiste.
Ebbi l'opportunità di confutare professionisti anticomunisti come l'italiano Silone.
Lessi i miei poemi lirici, antifascisti ed antimperialisti a vaste udienze del paese nordamericano, messicano e peruviano.
Espressi le mie opinioni a grandi organi di stampa, radio, televisione e cinema.
Se il compimento di questi doveri di un scrittore non piacque ad un gruppo di cileni, le cui opinioni si diffusero attraverso Radio Avana, mi dispiace molto, ma continuerò a compiere questi doveri.
In questa opportunità riconfermo la mia amicizia all'enorme numero di intellettuali degli Stati Uniti che mantengono una coraggiosa opposizione alla politica aggressiva del loro governo, alle masse della popolazione negra che difendono eroicamente i loro diritti, ed al Partito Comunista nordamericano a chi inviai il mio fraterno saluto durante la mia visita a New York.
In quanto all'Ordine del Sole, chiesta dall'Associazione di Scrittori Peruviani, e specialmente dal suo presidente, l'eminente romanziere Ciro Alegría, e che mi fu concessa per le mie poema "Alturas de Macchu Picchu", penso che è un onore ricevere questa distinzione creata dal Liberatore José di San Martin nel 1819 e che in questo momento rinforza l'amicizia imperativa ed imprescindibile dei paesi del Cile e del Perù.
Devo aggiungere che l'azione terroristica del governo nordamericano in Vietnam è il fatto più criminale della nostra epoca. Altrettanto penso, dentro l'orbita continentale, del blocco di Cuba che i governi latinoamericani mantengono obbedendo agli ordini del Dipartimento di Stato. Buona parte della mia opera e della mia azione sono dirette a denunciare questi fatti intollerabili ed a manifestare la mia adesione alla gran Rivoluzione cubana. Non abbandonerò questa linea di lotta benché questo disgusti numerosi nemici ed alcuni dei miei amici.

Dichiarazione consegnata durante una conferenza
stampa nel senato il 15,7.1966, edita in
El Mercurio
ed in El Siglo, 16.7.1966.

Cablo di risposta alla "Lettera aperta" dagli intellettuali cubani
CABLE DE RESPUESTA A LA "CARTA ABIERTA" DE LOS INTELECTUALES CUBANOS. (Pagine 102-103.) La "Carta apierta", edita inizialmente nel quotidiano Granma de L'Avana il 31.7.1966, fu riprodotta dalla rivista cubana Casa de las Américas, núm. 3 8 (settembre-ottobre 1966), pp. 131-135, e dalla rivista cilena Punto Final, núm. 10, (agosto 1966), pp. 20-23. Nel mio prologo a questo volume ho citato Roberto Fernández Retamar sull'origine e l'intenzione della "Carta apierta". Un altro dei quattro redattori di detta "Carta", Lisandro Otero, ha ricordato anche recentemente che il documento nacque da una riunione i cui partecipanti erano Nicolás Guillen, Félix Pita Rodríguez, José Antonio Portuondo, Roberto Fernández Retamar, Edmundo Desnoes, Ambrosio Fornet e lo stesso Otero. Si discusse lì l'ingenuità - secondo Otero - con cui Neruda si era lasciato strumentalizzare viaggiando a New York. "Nicolás ci propose l'idea, a sua volta suggerita dal presidente Osvaldo Dorticós, di scrivere una lettera aperta a Neruda per segnalargli le ripercussioni che il suo erroneo comportamento avrebbe potuto avere nel continente. Neruda rispose con poche righe ma non accolse autocriticamente il cordiale richiamo" (cito Otero secondo il suo Assalto all'Utopia, Roma, Tre Editori, 1998, p. 174. Retamar, Otero, Desnoes e Fornet furono gli incaricati di redigere il documento il cui significato, secondo Otero, era quello di invitare "cordialmente" Neruda all'autocritica. All'autocritica di che cosa? Pochi anni dopo uno dei redattori di tale invito, Edmundo Desnoes, non si accontentò di viaggiare a New York ma direttamente emigrò negli Stati Uniti, dove risiede fino ad oggi, come da suo intento (e non mi risulta che lo preoccupino le ripercussioni del suo gesto). In anni più recenti lo stesso Lisandro Otero - celebre fino al 1992 per la sua rigorosa ed intransigente ortodossia rivoluzionaria - cambiò bruscamente linguaggio e paese. Ora vive in Messico. La naturale ed acritica benevolenza con che Otero esamina la sua propria storia personale nel libro citato non gli impedisce, trascorsi più di trenta anni, di continuare ad essere severo con Neruda da un'ottica rivoluzionaria che egli stesso già abbandonò. Da parte sua Retamar, nel suo libro Recuerdo a (del 1998), propone di seppellire quello che egli chiama "quella polemica" (p. 129) ma lasciando irresoluto il suo vero nodo, vale dire, la riabilitazione politica di Neruda da parte di colore che lo giudicarono e condannarono. (Ed è chiaro che non mi riferisco qui ai firmatari della "Carta", perché nessuno di essi - salvo magari Juan Marinello - possedeva un curriculum che l'autorizzasse a giudicare politicamente Neruda. A parte che alcuni tra essi - per esempio Lezama Lima, Piñera, Rodríguez Feo - con ogni sicurezza avevano pochissimo o nessun interesse in farlo.) In altre parole: per seppellire definitivamente "quella polemica" sarebbe necessario un gesto di risarcimento tanto pubblico come lo fu la "Carta." C'è qui il testo del documento:

Carta aperta a Pablo Neruda

L'Avana, 25 Luglio del 1966
Anno della Solidarietà

Compagno Pablo:
Crediamo dovere nostro farti conoscere l'inquietudine che ha causato in Cuba l'uso che i nostri nemici hanno fatto di recenti le tue attività. Insisteremo anche in determinati aspetti della politica nordamericana che dobbiamo combattere, per i quali dobbiamo contare sulla tua collaborazione di grande poeta e rivoluzionario.
Non ci viene in mente di censurare meccanicamente la tua partecipazione nel Congresso del PEN Club, dal quale potevano derivare conclusioni positive; neanche la tua visita agli Stati Uniti, perché anche da quella visita potevano derivare risultati positivi per le nostre cause. Ma è stato così? Prima di rispondere, converrebbe interrogarsi sulle ragioni che hanno potuto muovere agli Stati Uniti, dopo venti anni di rifiuto, a concederti il visto. Alcuni affermano che ciò si deve al fatto che ha incominciato il fine della cosiddetta "Guerra Fredda." Tuttavia, in quale altro momento di questi anni, dalla guerra della Corea, un paese socialista sta ricevendo l'aggressione fisica sistematica che soffre oggi il Vietnam? Gli ultimi colpi di Stato organizzati con partecipazione nordamericana in Indonesia, Ghana, Nigeria, Brasile, Argentina, sono la prova che abbiamo cominciato in un periodo di armoniosa convivenza nel pianeta? Nessuno con decoro può sostenere questo criterio. Se nonostante quella situazione gli Stati Uniti concedono ora visti a determinate persona di sinistra, ciò ha, dunque, altre spiegazioni: in alcuni casi, perché tali persone di sinistra hanno smesso di esserlo, e si sono convertiti, al contrario, in diligenti collaboratori della politica nordamericana; in altri casi, in cui sì si tratta di uomini di sinistra (come è il tuo caso, e quello di alcuni partecipanti del congresso), perché gli Stati Uniti sperano di ottenere benefici dalla vostra presenza: per esempio, fare credere, con ciò, che la tensione si è allentata; far dimenticare i crimini che perpetrano nei tre continenti sottosviluppati (e quelli che stanno decidendo di commettere, come a Cuba); e soprattutto, neutralizzare l'opposizione crescente alla loro politica tra studenti ed intellettuali non solo latinoamericani, bensì del suo proprio paese. Jean-Paul Sartre respinse, qualche tempo fa, un invito a visitare gli Stati Uniti, per impedire di essere utilizzato, e dare inoltre una forma concreta al suo ripudio all'aggressione nordamericana al Vietnam. Benché sappiamo delle tue dichiarazioni politicamente giuste e di altre attività positive tue, esistono ragioni per credere, Pablo, che quello è ciò che ha voluto farsi, e si è fatto, con la tua recente visita negli Stati Uniti: utilizzarla in favore della loro politica.
In quell'organo di propaganda imperialista che è Life in Español (titolo che è tutta una definizione: un vero programma), il suo collaboratore Carlos Fuentes, la cui firma ci ha sorpresi lì, recensisce il congresso a cui assistette, sotto il titolo: "Il PEN: funerale della Guerra Fredda nella letteratura" (1 di agosto del 1966). Una delle figure più distaccate da quel suesposto funerale, si dice, che sia tu. Di passaggio, sappiamo anche, grazie a quell'articolo, che la tavola rotonda del gruppo latinoamericano fu presieduta da Emir Rodríguez Monegal, che Fuentes chiama imperterrito "U Thant della letteratura ispano-americana" e che con uguale piattezza metaforico, ma con più precisione, preferice chiamare "Quisling della letteratura ispano-americana." Come sai, Rodríguez Monegal lo ha raccomandato per dirigere la sua nuova rivista in spagnolo (dopo il fallimento di Cuadernos), il Congresso per la Libertà della Cultura, organismo finanziato per la CIA., come informò il proprio New York Times (edizione internazionale) il 28 di aprile del 1966.

È inaccettabile che intoniamo lodi ad una supposta coesistenza pacifica e parliamo della fine della Guerra Fredda in qualunque campo, nello stesso momento in cui truppe nordamericane che hanno appena aggredito il Congo e Santo Domingo, attaccano selvaggiamente al Vietnam e si preparano per farlo di nuovo in Cuba (direttamente attraverso i suoi cipayo latinoamericani). Per noi, i latinoamericani; per noi, gli uomini del terzo mondo, la strada verso la vera esistenza e la vera liquidazione della guerra (fredda e calda), passa per le lotte di liberazione nazionale, passa per le guerriglie, non per l'impossibile conciliazione. Siccome la condizione prima per coesistere è esistere, l'unica coesistenza pacifica nella quale possiamo credere è quella integrale, di cui parlò ad Il Cairo il presidente Dorticós: quella che garantisca che non cadranno bombe a New York e Mosca, ma neanche a Hanoi né a L'Avana; quella che permetta l'assoluta liberazione di tutti i nostri paesi, i più poveri e numerosi della terra. "Aspiriamo - come ha detto Fidel - ad un mondo dove l'uguaglianza di diritti prevalga ugualmente per i grandi che per i piccoli". Non siamo democratici cristiani, non siamo riformisti, non siamo struzzi. Siamo rivoluzionari. Crediamo, con la Seconda Dichiarazione di L'Avana che "il dovere di un rivoluzionario è fare la rivoluzione", e che compiendo quel dovere, e solo così, ci sarà possibile esistere - e coesistere -, dare fine a tutte le guerre.
Non basta denunciare verbalmente le aggressioni più ovvie: non basta deplorare, per esempio, la criminale guerra del Vietnam: questa è solo una forma, particolarmente orribile, della politica yankee. Altri passi, prima, le hanno rese possibili. Bisogna rifiutarsi anche di appoggiare quei passi; e, arrivato il caso, appoggiare chi, di fronte alla violenza oppressiva, scatena la violenza rivoluzionaria.
La prova che gli imperialisti nordamericani capiscono che il tuo viaggio è stato loro ampiamente favorevole, è il giubilo manifestato intorno alla visita da portavoce nordamericani come Life in Español e La Voz de los Estados Unidos de America. Se essi sospettassero che tu avessi servito con la tua visita alla causa dai paesi, si sarebbero rallegrati ugualmente? Perciò ci preoccupa che abbiano potuto utilizzarti in questo modo. Che alcuni calcolatori si prestino a questa carta, mediante prebende dirette o indirette, è rattristante, ma niente più. Ma che tu, grande davvero nel profondo ed originale compito letterario, e grande nella posizione politica; che un uomo insospettabile di corteggiare tali prebende, possa essere utilizzato per quei fini, lo crediamo più che rattristante: lo crediamo grave, e consideriamo il nostro dovere di compagni il segnalartelo.

Ma se la tua visita negli Stati Uniti fu utilizzata in quel senso, benché sembrasse aver ottenuto con essa altri risultati, che interpretazione positiva può darsi alla tua accettazione di un'onorificenza imposta dal governo peruviano, ed il tuo cordiale pranzo col presidente Belaúnde?
Che cosa avresti pensato tu, Pablo, dello scrittore della nostra America, della figura politica della nostra America, che si fosse prestato a che Gabriel González Videla l'insignisse, e che discorresse cordialmente con lui, mentre tu stavi in esilio? Avresti creduto che ciò fortificava i rapporti tra il Cile ed il paese di quello scrittore? Avresti concesso a Gabriel González Videla l'onore di rappresentare il Cile, mentre tu, per essere autentico rappresentante del tuo paese, eri esiliato? Perciò non ti costerà lavoro immaginare quello che pensano in questi momenti e sentono non solo gli esiliati, bensì i guerriglieri che, nelle montagne del Perù, lottano coraggiosamente per la liberazione del loro paese; i numerosi carcerati politici che, per pensare come quelli, giacciono nelle prigioni peruviane - alcuni, come Héctor Béjar, morendo lentamente; quelli che vivono sotto la minaccia della pena di morte imposta nella loro terra alla quale assistono i nuovi liberatori; i seguaci di Javier Heraud, Luis de la Puente, Guglielmo Lobatón, il cui sangue si è sommato a quello dei martiri che tu cantasti in grandiosi poemi. Accetteranno essi che il governo di Belaúnde, imponendoti la medaglia (a suggerimento dell'organizzazione qualunque essa sia), ha potuto farlo a nome del Perù? Non sono quei governanti con chi pranzasti amichevolmente, bensì essi, che ostentano la vera rappresentazione del Perù. Come il Cile lo rappresentano i minatori assassinati, Recabarren, il Neruda che nell'esilio ci diede l'ammirevole Canto general, i grandi leader popolari di quel gran tuo paese, e non González Videla e Frei. Quest'ultimo è stato scelto dagli yankee come capo del riformismo (perfino gli lasciano mantenere relazioni con l'URSS), allo stesso modo che i militari golpisti del Brasile, ed ultimamente dell'Argentina sono capi del militarismo: ma gli uni e gli altri, con distinti metodi, hanno uno stesso fine: frenare o schiacciare la lotta di liberazione. Non sono Perù e Cile che fortificano i loro vincoli grazie a quei tuoi atti, altro che Belaúnde e Frei: l'imperialismo yankee.
Perché è evidente, Pablo, che chi si avvantaggia con queste ultime le tue attività, non sono i rivoluzionari latinoamericani; neanche i negri nordamericani, per esempio: persino quelli che propugnano la più singolare coesistenza, a spalle delle masse di diseredati, alle spalle dei lottatori. È una coesistenza che si prenota per la piccola borghesia riformista, quelli che vogliono il marxismo senza rivoluzione, e gli intellettuali e scrittori latinoamericani, negati fino ad ora, umiliati, sconosciuti e truffati. Gli imperialisti hanno ideato una nuova maniera di comprare quella materia prima del nostro continente che è l'intellettuale. Trasportata splendidamente negli Stati Uniti, è restituita ai nostri paesi in forma di "intellettuale-che-crede-nella rivoluzione-fatta-con-la-buona-volontà e-lo-stimolo-del-Dipartimento-di-Stato". La situazione reale del tuo paese non è cambiata: quella che è cambiata è l'ubicazione dell'intellettuale nella società, o piuttosto la tua ubicazione rispetto alla metropoli.

Esiste in America Latina un stato di violenza permanente che si manifesta in costanti golp militaristi, il più recente dei quali è quello dell'Argentina, repressione in Guatemala e Perù, carneficine sistematiche in Colombia, massacro di manifestazioni operaie in Cile, "suicidi" di dirigenti guerriglieri in Venezuela, intervento armato in Santo Domingo, costante stato di minaccia a Cuba.
L'intellettuale latinoamericano ritorna alla sua terra e dichiara dando risonanza gutturale alla voce: "È cominciata la tappa della coesistenza" ... No! Quella che è cominciata è la tappa della violenza, sociale e letteraria, tra i paesi e l'impero.
Il paese continua ad essere affamato, soffocato, aspirando ad un'uguaglianza sociale, ad un'educazione, ad un benessere materiale ed a una dignità che non gli darà nessuna dichiarazione in I.ife. Si può andare a New York, naturalmente, a Washington se è necessario, ma a lottare, ad esporre le cose nei nostri propri termini, perché questa è la nostra ora e non possiamo di nessuna numera rinunciarvi; non parliamo a nome di un paese né di un circolo letterario, parliamo a nome di tutti i paesi della nostra America, di tutti i paesi affamati e vilipesi del mondo, a nome dei due terzi parti dell'umanità. La "nuova sinistra", la "coesistenza letteraria" - termini che inventano ora gli imperialisti e riformisti per i loro propri interessi, come prima inventarono quello di Guerra Fredda per le loro campane di guerra non dichiarata contro le forze del progresso - sono nuovi strumenti di dominazione dei nostri paesi.
Così come l'Alleanza per il Progresso non è più che un tentativo di neutralizzare la rivoluzione latinoamericana, la "nuova politica culturale" degli Stati Uniti verso l'America Latina non è più che una forma per neutralizzare i nostri studenti, professionisti, scrittori ed artisti nelle nostre lotte di liberazione. Robert Kennedy l'ammise chiaramente nel suo discorso teletrasmesso il 12 di maggio scorso: "Si avvicina una rivoluzione (in America Latina) ... Si tratta di una rivoluzione che verrà, vogliamolo o no. Possiamo colpire il suo carattere, ma non possiamo alterare la sua condizione di inevitabilità". Che posto prendono i nostri studenti, professionisti, scrittori ed artisti in quella rivoluzione la cui inevitabilità sottolinea perfino proprio Kennedy? Il posto di freno, di retroguardia intimidita e sottomessa? Sta quello nella lista di Martí e Mariátegui, Mella y Ponce, Vallejo e Neruda? Kennedy propone, come primo "antidoto" a quella rivoluzione, la rivoluzione reale e rivoluzionaria - e citiamo testualmente -: "Lo scambio di intellettuali e studenti tra i gli Stati Uniti e l'America Latina."

È un evidente programma di castrazione che ha cominciato già a realizzarsi. Ma quel nostro "veleno", quella violenza, è una violenza sacra: ha una giustificazione di secoli, la reclamano milioni di morti, di condannati e di disperati, la proteggono la furia e la speranza di tre continenti; hanno saputo incarnarla tra noi Tupac Amaru e Tous-saint L'Ouverture, Bolivar e San Martin, O'Higgins e Sucre, Juárez e Maceo, Zapata e Sandino, Fidel Castro e Che Guevara, Camilo Torres e Fabricio Ojeda, Turcios ed i numerosi guerriglieri sparsi per l'America i cui nomi ancora non conosciamo.
Vogliamo la rivoluzione totale: quella che dia il potere al paese; quella che modifichi la struttura economica dei nostri paesi; quella che li faccia politicamente sovrani, quella che significhi istruzione, alimenti e giustizia per tutti; quella che restauri il nostro orgoglio di indos, neri e meticci; quella che si esprima in una cultura antiaccademica e perpetuamente inquieta: per realizzare quella rivoluzione totale, contiamo sui nostri migliori uomini di pensiero e creazione, dal Messico nel nord fino a Cile ed Argentina nel sud.
Dopo la Rivoluzione cubana, gli Stati Uniti comprendono che non affrontano un continente di "latini" né di sottosviluppati: che affrontano un continente che reclama il suo posto con violenza e per ora, come i suoi propri negri, i negri nordamericani. Dopo la Rivoluzione cubana, gli Stati Uniti, così come "scoprirono" che al nostro continente era necessaria la riforma agraria, "scoprirono anche" che avevamo una letteratura di realtà. L'ultimo passo a quella scoperta l'hanno dato a proporre di comprare (o almeno, neutralizzare), i nostri intellettuali, affinché i nostri paesi rimangano, un'altra volta, senza voce. E già per quello non si tenta di servirsi da personaggi malfamati, come Arciniegas e compagnia. Bruciarono i liberali-conservatori, i reazionari, gli agenti della prima infornata. Ora devono parlare in termini di "sinistra" con uomini di "sinistra", perché se non fosse così non sarebbero ascoltati che dai peggiori circoli reazionari. Sono alla ricerca di chi, pretendendo di parlare in nostro nome, presenti la rivoluzione e la violenza come cosa di cattivo gusto. E trovano, pagando il suo prezzo, quei sensati, quelli collaborazionisti, quei traditori.

La nostra missione, Pablo, non può essere, in nessun modo, di prestarci a fare il loro gioco, bensì smascherarli ed attaccarli.
Dobbiamo dichiarare in tutto il continente uno stato di all'erta: allerta contro la nuova penetrazione imperialista nel campo della cultura, contro i piani "Camelot", contro le borse di studio che trasformano i nostri studenti in salariati o semplici agenti dell'imperialismo, contro certi tenebrosi "aiuti" alle nostre università, contro le vesti che assuma il Congresso per la Libertà della Cultura, contro riviste pagate dalla CIA, contro la conversione dei nostri scrittori in scimmie di salone e comparse di colloqui yankee, contro le traduzioni che, se possono garantire un posto nei cataloghi delle grandi case editrici, non possono garantire un posto nella storia dei nostri paesi né nella storia dell'umanità.
Alcuni di noi condividettero con te gli anni belli ed aspri della Spagna, altri, imparammo nelle tue pagine come la migliore poesia può servire alle migliori cause. Tutti ammiriamo la tua grande opera, orgoglio della nostra America. Dobbiamo saperti inequivocabilmente accanto a noi in questa lunga battaglia che non si concluderà se non con la liberazione definitiva, con quello che il nostro Che Guevara chiamò "la vittoria sempre ". Fraternamente:

Alejo Carpentier, Nicolás Guillen, Juan Marinello, Félix Fischia Rodríguez, Roberto Fernández Retamar, Lisandro Otero, Edmundo Desnoes, Ambrosio Fornet, José Antonio Portuondo, Alfredo Guevara, Onelio Jorge Cardoso, José Lezama Lima, Virgilio Piñera, Samuel Feijoo, Pablo Armando Fernández, Heberto Padilla, Payad Jamis, Jaime Sarusky, José Solere Puig, Dora Alonso, Regina Pedroso, José Zacarías Tallet, Angelo Augier, Carlos Felipe, Abelardo Estorino, José Triana, Mirta Aguirre, Miguel Barnet, Jesús Díaz, Nicolás Dorr, Cesare Leante, Antón Arrufat, Graziella Pogolotti, Rine Leal, José R. Brene, José Rodríguez Feo, Humberto Arenal, Salvatore Bueno, Roberto Branly, Luis Suardíaz, César López, Raúl Aparicio, Euclides Vázquez Candela, Luis Marré, Ezequiel Vieta, Rafael Suárez Solís, Loló de la Torriente, Gumersindo Martínez Amengual, Aldo Menéndez, David Fernández, Manuel Díaz Martínez, Armando Álvarez Bravo, Renée Méndez Capote, Jesús Abascal, Gustavo Eguren, Víctor Agostini, Jesús Orta (Naborí), Francisco de Oraá, Noel Navarro, Oscar Hurtado, José Lorenzo Fuentes, Reynaldo González, Joaquín Santana, José Manuel Otero, Rafael Alcides Pérez, Alcides Iznaga, Mariano Rodríguez Herrera.
Martha Rossi, José Manuel Valdés Rodríguez, Ernesto García Alzóla, Manuel Bruno Fraginals, Nancy Morejón, Santiago Álvarez, Fausto Canel, Roberto Fandiño, Miguel Fleitas, Jorge Fraga, Manuel Octavio Gómez, Sara Gómez, Sergio Giral, Julio García Espinosa, Tomás Gutiérrez Alea, Nicolás Guillen Landrían, Manuel Herrera, José Antonio Jorge, Luis López, José Massip, Eduardo Manet, Raúl Molina, Manuel Pérez, Rogelio París, Enrique Pineda Barnet, Rosina Pérez, Alberto Roldán, Alejandro Saderman, Umberto Solás, Miguel Torres, Harry Tanner, Óscar Vádés, Héctor Veitía, Pastor Vega, Santiago Villafuerte.
Juan Blanco, Gilberto Valdés, Manuel Duchesne, Edgardo Martín, Leo Brower, Nilo Rodríguez, Carlos Fariñas, Pablo Ruiz Castellanos, José Ardévol, Harold Gramatges, Ivette Hernández, César Pérez Sentenat, Zenaida Manfugás, Félix Guerrero, Pura Qrtiz, Isaac Nicola, Jesús Ortega, Fabio Landa, Arturo Bonachea.
Mariano Rodríguez, Tomás Oliva, Antonia Eiriz, Raúl Martínez, Carmelo González, Servando Cabrera Moreno, Sandú Darié, Lesbia Vent Dumois, Eduardo Abela Alonso, Umberto Peña, Salvatore Corratgé, José Rosabal, Antonio Díaz Peláez, Rostgaard, Morante, Guerrero, Carruana, Félix Beltrán, Chago, Enrique Moret, Luis Alonso, Adigio Benitez, Orlando Yanes, Frémez, Marta Arjona, José Luis Posada, Nuez.

Cari compagni:
Per infondata, mi stupisce profondamente la preoccupazione che per me ha espresso un gruppo di scrittori cubani.
Li invito a tenere in conto non solo le speculazioni e mutilazioni dei miei testi da parte di una certa stampa yankee, bensì con molta maggiore ragione l'opinione dei comunisti nordamericani.
Voi sembrate ignorare che la mia entrata negli Stati Uniti, come quella di scrittori comunisti di altri paesi, riuscì rompendo le proibizioni del Dipartimento di Stato, grazie all'azione degli intellettuali di sinistra.
Negli Stati Uniti e negli altri paesi che visitai mantenni le mie idee comuniste, i miei principi infrangibili e la mia poesia rivoluzionaria. Ho diritto ad aspettarmi ed a reclamare da voi che mi conoscete che non copriate né diffondiate inammissibili dubbi a questo proposito.
Negli Stati Uniti e da tutte le parti sono stato ascoltato e rispettato sulla base inamovibile di quello che sono e sarò sempre: un poeta che non occulta il suo pensiero e che ha messo la sua vita e la sua opera al servizio della liberazione dei nostri popoli.
Da parte mia, ho un'inquietudine più realistica di quella di voi per la forma in cui si stanno trattando differenze che vanno oltre la mia persona.
Mi permetto di richiamarvi ad approfondire su questo fatto ed a mettere l'accento sulla responsabilità reciproca per il mantenimento e sviluppo della necessaria unità antimperialista continentale tra gli scrittori e tutte le forze rivoluzionarie.
Un'altra volta in più esprimo attraverso di voi, come l'ho fatto attraverso la mia poesia, la mia appassionata adesione alla Rivoluzione cubana.
Fraternamente,

F.to: PABLO NERUDA
1.° agosto del 1966

Prima risposta alla "Lettera aperta" che 37 intellettuali
cubani pubblicarono sul quotidiano
Granma de L'Avana con
osservazioni critiche al viaggio di Neruda agli Stati
Uniti.
El Siglo, 2.8.1966.

Messaggio al ministro Llanusa
MENSAJE AL MINISTRO LLANUSA. (Pagine 103-106.) Testo dell'importante messaggio che inviò Neruda a José Llanusa Gobel, ministro dell'Educazione di Cuba, in risposta all'invito a partecipare al Congresso Culturale di L'Avana. Si pubblicò su Ercilla, núm. 1702, Santiago, 31.1.1968. Ringraziando per l'invito, rifiutandosi simultaneamente di viaggiare a Cuba per una "ragione di dignità umana", Neruda mise in evidenza il nodo del conflitto. L'invito del ministro Llanusa ignorava in realtà la "Carta abierta" di un anno e mezzo prima, né l'affermava né la smentiva (o rettificava), probabilmente fingendo di ridurla a mera polemica letteraria e per ciò estranea al governo che il ministro invitante rappresentava. , Ma quell'intenzione letteraria è giustamente quella che, come ho citato nel prologo, Retamar respinge per la "Carta" - rivelando invece l'intenzione politica che il mittente ultimo - dallo stesso identificato: "la direzione della Rivoluzione cubana" - gli assegnò). Pertanto era ovvio che Neruda non poteva accettare l'invito. Non era necessario che Retamar lo rivelasse per sapere chi era il vero emittente della "Carta abierta". I più delle volte il gioco di mascheramento proposto dalla "Carta", sommato alla "ragione politica", obbligarono al poeta a circoscrivere i suoi contrattacchi al trio Carpentier-Guillén-Retamar. Questa volta lo stesso gioco concedette a Neruda la possibilità di dirigersi al reale emittente della "Carta" senza disonore e con garbo. L'invito del ministro Llanusa gli permise in effetti una più diretta protesta, appena dissimulata per il riferimento ad un "gruppo di scrittori cubani". Ma gli permise anche di esprimere a chi corrispondeva, col rispetto che la Rivoluzione cubana gli ispirò sempre, quanto profondamente era stato ferito nella sua dignità di uomo e di rivoluzionario. La implicita petizione di un gesto (indispensabile) di risarcimento disgraziatamente non fu accolta. Non ci sono stati da allora cambiamenti in questa situazione. Canciòn de gesta non ha meritato in Cuba, fino ad ora, né una riedizione e neanche un articolo commemorativo durante il 2000, quando il 40° anniversario del libro offrì un'ottima occasione per tirarlo fuori dal Indice. - Cfr. il capitolo "La carta de los cubanos" in CHV", sezione II.

Vi ringrazio, Ministro e compagno, per il generoso invito.
Il programma del Congresso Culturale suggerisce fertili possibilità di discussione ed accordo. Sono sicuro che questa grande riunione dell'intelligenza contemporanea significherà un passo verso la degradazione dell'imperialismo e verso l'ascensione vittoriosa di tutti i movimenti di liberazione.
Devo confessare che non sono mio forte le disquisizioni filosofiche e politiche. Segnalerò in questa risposta alcuni punti ardenti dei conflitti attuali: credo che la nostra linea di azione deriverà dalla considerazione di questi conflitti.
Essi sono:
Vietnam - e l'aggressione armata dell'imperialismo.
Cuba - ed il blocco criminale che mantengono le nazioni dell'America Latina contro di essa, obbedendo alla politica nordamericana.
Grecia - ed il rinascimento del fascismo in Europa.
Porto Ricco - e la colonizzazione dell'America Latina da parte del nemico comune delle nostre repubbliche.
La mia esperienza nella lotta dei popoli americani mi porta ad esprimere a voi che l'intervento degli scrittori e degli artisti del continente sarà più vigoroso e più efficace come conseguenza di una maggiore unità, di una maggiore relazione, di una crescente e vera fraternità. Quanto facciamo per l'unità dell'intelligenza creativa avvicinerà la rivoluzione ai nostri popoli e debiliterà l'azione imperialista. È a questa fortificazione e grandezza dell'unità intellettuale antimperialista che io darei il maggiore spazio nelle deliberazioni e negli accordi di questo illustre Congresso.
Celebro, stimato compagno, che il suo invito a partecipare a questa riunione di intellettuali di tutto il mondo speri che "sia l'ambiente propizio per un incontro fraterno di intellettuali di tutte le nazioni." Affinché questa riunione sia effettiva quanto ai suoi propositi e possa assicurare la fraternità umana e collocata nei principi che si cercano, credo utile definire la sua condizione antimperialista ed il fatto che ella non implichi obbligatoriamente identità assolute, bensì comuni denominatori che permettano ad intellettuali di distinti pensieri su diverse materie, uniti dal loro sentimento antimperialista, di coniugare una condotta ed uno sforzo comune.
Credo che in tutto il mondo - e per certo nell'Europa socialista e capitalista - questo sentimento sia forte, con un potere e capacità di espansione anche nelle classi intellettuali che evoca l'atmosfera decisa dei giorni della Spagna. Tanto poderoso è quel risveglio antimperialista che si pronuncia perfezionato ed acuto nella propria magione della supremazia. Non è possibile prescindere dall'atteggiamento lottatore del popolo negro degli Stati Uniti, dei suoi migliori intellettuali, della sua gioventù e di altri settori che hanno alzato nel cuore della forza la bandiera della solidarietà col Vietnam, della difesa di Cuba, del richiamo dei suoi diritti civili.
In quanto alla mia presenza in Cuba, niente di più doloroso per me che stimarla impossibile nelle attuali circostanze. Una ragione di dignità umana mi impedisce di partecipare al torneo. Lo sento per il mio affetto verso Cuba, verso la sua Rivoluzione e per il significato che attribuisco a quella vasta e fraterna riunione di tanto elevati spiriti.
Io non vedo un fatto semplicemente personale nella campagna di offese, tergiversazioni e bugie redatte e propagate su scala mondiale da un gruppo di scrittori cubani contro di me. L'uomo è una vita: è fatto dalla sua opera, dai suoi atteggiamenti di lunghi anni, dalla sua posizione antimperialista di sempre. Non si può senza attentare alla verità e mancare al rispetto umano fondamentale organizzare una macchina diffamatoria contro un compagno di lotta e di ideali. Domani può essere un altro. Il tempo si incaricherà di dire la parola definitiva.
Per adesso spero che nella mia assenza da quella riunione parli al mio posto la mia opera Canción de gesta, il primo libro di poesia apparso in onore e difesa della Rivoluzione cubana, che scrissi con lo stesso affetto che continuo ad avere oggi verso i suoi eroi, il suo popolo e le sue realizzazioni.
Sono sicuro che i problemi proposti nel programma del Congresso Culturale di L'Avana, come quelli riguardanti il colonialismo ed il neocolonialismo nello sviluppo spirituale dei paesi; alla relazione tra cultura ed indipendenza nazionale; all'incidenza del processo rivoluzionario nella formazione dell'uomo; alle responsabilità dell'intellettuale davanti al dramma del mondo sottosviluppato; alla relazione della cultura coi mezzi massivi di comunicazione; alle questioni relative alla creazione artistica ed intellettuale; e, particolarmente, quelli relativi a "l'avanguardia, la tradizione ed il sottosviluppo", alla creazione ed alla formazione del pubblico, saranno studiati con profondità e rigore da molti degli alti rappresentanti della coscienza mondiale che si riuniranno nel Congresso Culturale di L'Avana. Mi interessano le loro conclusioni e le aspetto, come credo che le aspettano tutti gli intellettuali preoccupati della fortuna dei loro paesi e della migliore articolazione del combattimento contro l'imperialismo aggressivo e deformante.
Prego, stimato compagno, di far arrivare la mia adesione ed il mio pensiero a quella grande riunione, per la quale desidero tutto il successo, l'ampiezza e trascendenza di cui gli intellettuali dell'America Latina hanno bisogno:
Affettuosa e fraternamente,
Pablo Neruda

Messaggio diretto a Jóse Llanusa Gobel, ministro dell'Educazione
di Cuba, in risposta all'invito a partecipare al Congresso Culturale
di L'Avana. Edito in
Ercilla, núm. 1702, Santiago, 31.1.1968.

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