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-- Lettere a Delia del Carril (1936-1949)

LETTERE A DELIA DEL CARRIL
(1936-1949)

1
Carta 1. (Pagine 976-977) Questa lettera inedita fu trovata da Edmundo Olivares nell'archivio della Fundación Neruda. - Il poeta ha lasciato Madrid e sta a Marsiglia, da dove scrive a Delia che rimase a Barcellona. Si riuniranno poco dopo.

[Marsiglia] 10 dicembre [1936]


Formichina adorata, ho appena ricevuto la tua lettera ed il tuo telegramma, non mi capisci molto bene, le tue lettere non si sono perdute, le ricevo tutte, ma naturalmente non so per quale motivo rimani per mesi a Barcellona, tu avevi piani, li hai cambiati, ti ho detto sufficientemente lo stato delle mie cose, credo che solo alla fine della settimana prossima saprò se il Governo del Cile decide di lasciarmi a Marsiglia o no. Se tu pensavi di andare a Valencia avrei potuto andare ed essere  ritornato a Barcellona già. Ti ho detto dal primo momento la mia vera situazione, non capisco ben perchè speri in Barcellona, o forse hai risolto di rimane lì. Io non potrei consigliarti; posso dirti solo quello che mi accade.
Ho portato l'altro ieri Maruca a Montecarlo, sono ritornato ieri alle cinque della mattina. La situazione non è sistemata con la sua andata, i Van Tricht hanno un appartimento molto ben posto ma piccolo, dovrà cercare pensione a 25 franchi al giorno minimo, senza contare le spese della bimba: per fortuna la bambina era migliorata, e le lasciai cantando e ridendo come prima. La questione è lottare affinché Maruca possa avere mensilmente quella somma, così starebbe tranquilla.
Sto in un hotel molto vecchio di fronte al vecchio porto, guardo ogni mattina i velieri, che bene staremmo insieme; ma credo che sia migliore trattenersi un poco di tempo; qui sono arrivati Cadíz e tutti gli altri cileni, i cileni pullulano in un ambito molto ridotto. Come ti dico non capisco bene i tuoi piani, io saprò qualcosa del mio futuro entro una settimana, e tu che cosa farai? Può essere che mi destinino al Cile benché qui nessuno lo creda, bene, verresti con me, ma e se mi lasciano qui? Pensi di venire, o stare lì o a Valencia? Io non voglio altro che tu venga, mi sento solo, questa mattina mi sono lavato interamente in un bidé portatile dell’hotel, mi sono tagliato per la prima volta le unghie solo, e nonostante le difficoltà che bello stare senza Maruca: mi sentivo vivere di nuovo. Ma qui non posso parlare con nessuno, quasi tutti sono immondi fascisti, è doloroso dovere mordersi. Van Tricht mi diede per la prima volta dal mio arrivo l'idea di quello che possono essere gli esseri umani: intelligenti e fini. Sai che la donna di Jef Last è prima cugina di Van Tricht? Pensa quanto piccolo è il mondo. Se vieni qui, se lo decidessi, anche se fosse per alcuni giorni telegrafami al Hotel Nautique. Reyes, non al Consolato, ma per altre cose solo il Consolato. Voglio che veda Iduarte e digli che ho ricevuto i libri che consegnamo a Rubén Romero, ma che non ricevo quelli che lo incaricai di comprarmi, fà che me li mandi subito. Il signore Antonio Pirretas, padre del cileno che lavorava nel Consolato, ti darà 500 pesetas del giro di Buenos Aires. Dimmi immediatamente se l'hai ricevuto, ma non per cablo, non ti abituare a telegrafare ogni giorno, lo dico per le tue finanze. Molto più ti ringrazio per scrivimi giornalmente, se le lettere si trattengono nella censura cammina a vedere a Mitatvilles e ti daranno agevolazioni. Voglio anche che mi compri la barchetta che vedemmo con Manolo Ángeles, vale 35 pesetas, a Manolo non piace ma non ci fare caso, ne ho bisogno con urgenza perché vivo nel Hotel Nautico, me lo porterai o me lo manderai attraverso il Consolato, qui le barchette valgono molto caro. Non dimenticare i miei incarichi, non mi capire male perché ti grugnisco, non è che ti dica di andare a Valencia; ma mi disgusta che cammini disorientata: non voglio proteste, congedati da loro, credo che qualche volta sarò di nuovo coi miei amici, fino ad ora del processo del Cile non si sa niente, lo saprai già. Ti abbraccio con tutto il mio cuore e ti voglio ogni giorno, spero di vederti che è la cosa unica che voglio.

Pablo


2
Cartas 2-3. (Pagine 978-983.) Scritte in un fondo commerciante di legname vicino al lago Maihue, molto al sud del Cile, ed inviate a Delia attraverso Tomás Lago, queste lettere documentano il periodo immediatamente anteriore alla fuga di Neruda attraverso la cordigliera. Incluse in Tomás Lago, Ojos y oídos. Cerca de Neruda, memorie, edizione di Hernán Soto, Santiago, LOM Ediciones, 1999.  
- Carta 2. /... / un telegrama al oliváceo ibérico /... / Probabile allusione in codice allo spagnolo Víctor Pey la cui testimonianza della sua propria partecipazione nella fuga di Neruda si legge ora in Rocinante, num. 36, Santiago, ottobre 2001. Tutto è raccontato in modo più o meno criptico (mediante codici e pseudonimi e perifrasi domestiche) per esigenze della clandestinità. Così, Bel = Jorge Bellet. - /... / tenga 2 corales listos para traerlos y si es posible todo el Mamo. 2. corales = 2 esemplari del Coral de Año Nuevo para la patria en tienieblas, edito come opuscolo clandestino alla fine del 1948 o principio del 1949, poi sarà il capitolo XIII di Canto general. - El Mamo = il Mamotreto, cioè l'insieme degli originale allora esistenti di Canto general che per il suo volume meritò questo nome in codice (familiare).

Giovedì 18 di marzo [febbraio?] del 1949


Gran Tirchia, questa lettera, dopo un telegramma all'olivastro iberico ti risponde che sto bene. Il viaggio è stato maestoso, il posto è imponderabile, l’affare del legno va avanti, benché non tanto in fretta, per gli elementi naturali, uomini, alberi, bestie.
Viaggio. Il camion si comportò imperiosamente, Bel è un gran volante, cioè vola, e è quello che necessitavo. Neanche Escoffier lo fece male, ma assenti dal suo posto in Morandé e Rosa au grand large non dà tutto il suo gioco.
Presto andai avanti, guardando villaggi, strade e cose. Nei paesi mi mettevo sotto ai cappotti, come un turista stanco. Arriviamo a Valdivia. Lì penso che un autista di cisterna mi guardò come riconoscendomi, ma "tutto passò senza che accadesse niente." Era tardi, e continuiamo un'ora di cammino nella montagna, di fronte al fiume e le sue rive popolate.
Arriviamo quando è scuro all'imbarco. Lì succederono cose. Un camion dell'invincibile Bel aveva perso tutta la sua tastiera. Il nostro carrozzone come cavallo di guerra sospirò anche e perse benzina con un buco surrettizio che si riparò ora per il ritorno. Non arrivò il vapore che aspettavamo. Una lancia ci portò per l'acqua. Stava tutto oscuro. Maneggiavano nell'oscurità, orientandosi con quello che sanno. Il lago si muoveva con ondosità. Grandi masse oscure di isole (400.000), ottanta ettari, ci sono acqua e selva vergine che uscivano dalla notte. Dopo una solitudine opprimente, aiutati da colpi di vento nelle vene (alle ore 1) arriviamo ad una riva. Sembrava un altro mondo, Tahití o più in là. Illuminavano un falò per guidare l'imbarcazione, con stoppa e legno e da lontano si vedeva l'altissima montagna che usciva dall'acqua ed alla luce unica del fuoco irregolare alcune figure minuscole che si trasformarono in uomini e donne man mano che attraccavamo. Pronto li lasciamo dietro in un trattore colosso, di quelli che portano nella coda un annesso nel quale andavamo, e davanti una specie di sedia di dentista scarlatto nella quale Bel avanzava nelle tenebre, con velocità, tra alberi colossali, foglie aggrovigliate, radici del volume di un edificio, in generale, tutta la mia poesia.
Arriviamo ad un altro imbarco, tra due alberi grandi e storti si vedeva una lancia bianca che prendiamo. Questo lago era più oscuro ma quieto, come se avanzavamo, così mi sembrava, finalmente dalla terra, e questa si presentò finalmente, con alcune tavole, un altro colosso sul quale si arrampicò Bel di nuovo, tra tronchi, e c'era qui una strada spuntata nella terra, appena estratta, con alte pareti tagliate e fresche, e nell’alto, la casa, contadina, con tronchi e sedie di rami e torrette di rovere.
Questa mattina ho conosciuto la donna di Bel, Lola, è affascinante e suo figlio Juan di dodici, col quale uscirò a pescare appena finisce questa lunga lettera, ho anche trovate madri della biscia, coleotteri del coigüe, uccelli falegnami, chu-caos, etc. Il posto non può essere descritto. È la natura migliaia di anni fa, ma con quell'eleganza di alberi e foglie del nostro paesaggio, l'acqua si scorge tra i tronchi giganti, gli ulmos è fioriti interamente, come se fosse caduta sopra loro la neve. C'è una segheria che ha installato Bel dove un anno fa non c'era niente. È un'atmosfera di lotta, di creazione personale che non è nuova per me, perché sono della frontiera, ma che ha qualcosa di titanico e sorprendente.
Ci sono novità. Mi sembra che questo si allungherà un pò, ed abbiamo pensato con Bel che lei venga con lui e sua moglie che verranno più o meno il 25. E così cominci a prepararsi, così non sarà preoccupata e saprà tutti i dettagli. Ci sarà ad ogni modo tempo per avvisare. Bel prende sul serio la sua responsabilità e ci sono dettagli come quello che mi disse oggi e lo seppe oggi solamente; gli uomini passarono, i loro cavalli si stancarono, ed a piedi camminarono mezza giornata senza trovare nessuno. Questo significa che bisogna avere cavalli nella sua terra, aspettando, ed a questo provvedrà Bel, quando sia opportuno. Per adesso dì agli amici che stiano tranquilli, le notizie arriveranno ed il commercio del legno si farà. Non mi risponda ma abbia 2 coralli intelligenti per portarli e se è possibile tutto il Mamo. Bel è un gran lettore della mia geologia, e mi ha detto alcuni cose che nessun critico ha detto. È che in verità io non scrivo per i critichi bensì per gli uomini con una segheria.
Questa notte assisterò ad un rituale araucano.
Molti baci del suo fortunato.

Antonio


3
- Carta 3. /... / al misterioso coleóptero del coigüe y de la luma /... / Secondo DRAE 1991: (1) coigüe o coihué: termine di origine araucana, usato in Argentina ed in Cile per designare un albero della famiglia delle fagacee, molto alta e dal legno simile a quello del roble, con foglie lanceolate, coriaceo, glabre e leggermente picciolate, e fiori a tre petali in un peduncolo; (2) luma: voce araucana che designa un albero cileno, della famiglia delle mirtacee che cresce fino a 20 metri di altezza ed il cui legno è duro, pesante e resistente. Bisogna correggere allora il formula "coleóptero del coigüe y de la luna”, che ereditiamo delle prime pubblicazioni di "Infancia y poesía" (1954). - /…/ y hemos fijado flecha desde el 5 de marzo que paritremos de aquí /…/  y como partimos el 5 /…/ Se queste date del testo sono corrette, bisognerebbe cambiare quelle le lettere (18 e 20 di febbraio non di marzo). – Si los amigos qieren /... / I dirigenti del Partito Comunista cileno. - /... / si no tenemos inconveniente oficial /... / Vale a dire: se non ci saranno problemi con la polizia.

Domenica 20 di marzo [febbraio?] del 1949


Aamor mio, gli mando questa lettera colla Signora di Bel che gli racconterà le cose. Qui cade da ieri una bella pioggia, e siccome io dormo al secondo piano vicino al soffitto di tessuto di tela la pioggia specialmente per me tocca le sue migliori fughe.
Ho camminato molto a cavallo, il secondo giorno fui tanto pestato che non potevo muovermi, mi doleva tutto il corpo, e le gambe non potevo alzarle, dovevo muovermi di lato nel letto per lasciarmi cadere ed alzarmi. Quindi veniva il supplizio da mettermi gli stivali di spedizioniere che mi comprai, e che io ho stesso devo annodarmi. Lei comprenderà quanto mi manca. Qui ci sono gli stivali:

(inserire Figura 1 e 2-pag. 980)

Cercai il famoso linimento, ma non c'è, e così decisi di alzarmi presto e montare cavallo dal primo momento. Così lo feci ed andai via per la strada verso la segheria da solo, perché Bel e Juanito, suo figlio, non stavano in casa. Andai tra gli immensi alberi, le felci giganti, i pali bruciati, i ruscelli che scendono tanto trasparenti che si vedono le più minuscole pietre e steli d’erba del fondo. Alla mia sinistra alzò il volo un stormo di pitíos, uccelli simili al picchio che dicono pi-tío, pi-tío, con un grido penetrante e rimangono sugli alberi posandosi non nei rami bensì perpendicolarmente al tronco. Passai a cercare il mio giovane amico Luis Humberto (9 anni) che cura un gregge di due scrofe e quindici maialini di non più di cinque giorni, specie di cururos, come foquitas lucidi. Mi passò uno che urlava come un condannato.
Invitai Luis Humberto a cacciare insetti, e specialmente al misterioso coleottero del coigüe e della luma, un insetto molto raro, il più bello della fauna cilena che io ho visto in collezione una sola volta. Salì in groppa, ma presto scendiamo perché L. H. mi condusse fino ad una selva bruciata, dove era difficile camminare tra i tronchi.
Appena attraversiamo un prato si alzarono undici bandurrias mandolas, uccelli dal meraviglioso volo, della diemnsione di un’oca, ma dal grigio e bianco delicati, che gracchiano come con trombe di bronzo, di tremendo e bel timbro. Era impressionante sentire a circa 20 metri della mia testa questi strombettii metallici immensi. Vicino ai nostri piedi il chucao lanciava le sue meravigliose grida e riusciamo a vederne da molto vicino uno, come ad un metro, somiglianza alla tapaculo, ma piccolino, che camminava solamente, tra radici e tronchi. Domandai a L. H. che uccelli conosceva e cominciò ad enumerarmi quelli che conosceva: il chucao, il tiuque, la mandola, il bandurria, il picchio, il pescado... Pensai a quale interessante uccello chiamassero qui pescado, e così gli domandai: - Come è quello? - Va nel fiume - mi rispose Luis Humberto. Gli feci una piccola lezione per spiegargli che i pesci non hanno ali.
Non troviamo nel coigüe dei suoi ricordi l'uccello sacro ed entriamo in piena selva, cercandolo. Non aveva da bambino quella impressione, sotto gli immensi alberi che non lasciano passare luce alcuna, nella semioscurità, circondato per quelli tronchi imponenti e carichi di rampicanti, muschio, barbe. Sul suolo una cappa spessa come un tappeto che non lascia fare un rumore, e quello silenzio spaventoso che paralizza.
Ritornammo allegramente, con molte incidenze, pestando il cavallo in fango e ruscelli, con la mia giacca che si perse e dovemmo tornare a cercarla, ma senza il coleottero. Lo lasciai tra i suo maialini, con la promessa di una nuova esplorazione che non si è fatto perché è piovuto.
Un gran coleottero sta per arrivare, e è il padrone di qui, chiamato José Rodríguez (si ricorda [che] O. Bontá lo nominava molto in Valparaíso, durante l'Esposizione brasiliana?). Arriva con sei o sette amici a visitare, e nel frattempo Lolita va da Santiago, perché non c'è posto nella casa, ed io vado a vivere ad una casa di indos nel bosco, sopra. Appena andrà via D. Patrón si farà il commercio del legno ed abbiamo fissato la data del 5 di marzo che partiremo di qui alle tre della mattina. I seguenti dettagli li dia immediatamente agli amici per i suoi soci al di là delle Ande: arriveremo quello giorno o il giorno dopo a Huabún, nel lago Lacán, nell'estremo opposto di S. Martín de los Andes. Lì ci presenteremo alle autorità argentine, per il commercio di legno che Bel deve fare sull'altro lato. Se gli amici vogliono, qualcuno può arrivare a Huabún, se non abbiamo inconvenienti ufficiale proseguiremo per S. Martín de los Andes in barca. Quello studiatelo voi lì sul posto, non possiamo fare un'altra cosa noi perché la strada scelta anteriormente tarderà molto e bisogna usare esplosivi e è pericoloso. (Veda Guí Veraneante). Con la cosa detta lei, mio amore, vedrà che non può venire oramai, perché i visitatori non andranno via prima dell'1, e siccome partiamo il 5, perchè venire? Appena abbia notizie positive gli manderò un cablo. E così dia tutti questi dati a Miranda affinché li metta in conoscenza dei suoi soci in tempo.
Sto molto bene, niente non mi è necessario, i vestiti me li lavano e mi sono di troppo, come pensai, dormo come sempre, questo è troppo, mi alzo alle otto e mezza, e sono a cavallo alle dieci.
Quando mi sveglio la cerco col mio braccio, e mi costa comprendere che non sta con me, mio amore, ma non importa, già ci riuniremo molto presto. Qui non c’è nessuno, né giornali. Ho voglia di sapere se si fece la riunione per decidere su quel Mamo. Se può mi scriva. Il Signora. Bel gli dirà l’indirizzo.
Più di un bacio, mio amore, tutti i miei baci.

Antonio


Le due ultime lettere, scritte in Lago (pp. 127-130), furono inviate da quello fondo
commerciale di legname, vicino al lago Malhue, molto al sud del Cile, dove
Neruda aspettava il momento della sua fuga attraverso la cordigliera. Delia stava
allora a Santiago, nascosta. Per sbaglio, Neruda datò le lettere in marzo, invece
di febbraio del 1949.



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