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-- Interviste scelte (1926-1969)

INTERVISTE SCELTE (1926-1971)


Chiacchierata di un’ora con Pablo Neruda
Raúl Silva Castro

UNA HORA DE CHARLA CON PABLO NERUDA. (Pagine 1047-1053.) Raúl Silva Castro, giornalista e saggista di idee piuttosto conservatrici, fu tuttavia un leale amico di Neruda, al quale dedicò un libro: Pablo Neruda, Santiago, Editorial Universitaria, 1964. Nel  momento di questa intervista - pubblicata con rilievo e perfino con una buona caricatura del poeta fatta da Geo - Neruda aveva solo 22 anni.

Vicino a mezzogiorno arriviamo fino all’alloggio in cui vive Pablo Neruda. Ci aspetta sollevato nel suo letto, sorridendo debolmente. Promette di incominciare a vestirsi presto, e mantiene la sua promessa dopo pochi momenti. Nel frattempo, conversiamo di diverse cose. Per una finestra socchiusa filtra nella camera da letto un vento freddo. Tutto è triste in questa stanza, tutto meno una bottiglia di un azzurro splendente che si incontra appoggiata nella cornice di una finestra cieca. Neruda ci racconta la sua storia. La vide un giorno nel negozio di un parrucchiere di Temuco, e si innamorò di essa. Era disposto a comprarla fino a cinque pesos, e si sorprese molto quando il suo noncurante padrone gliela diede per sessanta centesimi. "È di un colore - dice il poeta - che riposa la vista."
Ci sono pochi mobili in questa stanza troppo grande, con due finestre verso il ponente, attraverso i cui polverosi vetri la prospettiva si interrompe per una casa di due piani e per i ferri rossi, incrociati, del gasómetro. Ci troviamo in un quartiere vicino alla Stazione Centrale. Il giorno è torbido e grigio, ed alla sua luce filtrata vediamo trasformarsi il poeta. Abbandona il letto, si veste, si prepara grossolanamente, pettina i suoi capelli neri di onde grandi e si mette un sombrero. I suoi occhi neri le cui palpebre si trovano ancora arrossate per il sonno recente, ci guardano nonostante la gran muraglia del naso, che avanza nel suo profilo di sperone.
Andiamo verso la Almeda ed dopo poco camminare entriamo ad un ristorante pulito con l’accuratezza dei giorni festivi e pieno dei suoni di un'orchestra che assassina vecchi pezzi di musica. Mentre mangiamo e sentiamo parlare Pablo Neruda di cose di minore importanza, pensiamo all'opera che a compiuto questo uomo tanto giovane.
All'anno 1920 risale la sua conoscenza per il pubblico di Santiago, la sua popolarità di buona stirpe. Era un bambino in quei giorni, ed arrivò alla capitale a studiare nell'Istituto Pedagogico, con alcuni quaderni di versi sotto il braccio e con un aspetto di tristezza concentrada che non hanno, in generale, le persone della sua età. Pubblicò in 1923 il suo libro
Crepusculario, scrisse in riviste di ogni tipo, studiò, lottò visse. La sua opera era ed è strana. In quello libro si vede balbettare cose grandiose da un poeta che ancora non possiede interamente la sua lingua né sa ancora bene in forma chiara verso dove va. E tuttavia, nonostante le vacillazioni, è un'opera che lo definisce integramente e che per l'età in cui fu scritta - sedici e diciassette anni - indica al suo autore un futuro straordinario.
Più avanti pubblica un nuovo libro
Veinte poemas de amor y  una canción desesperata che serve per consacrarlo. Non è oramai un poeta che inizia un passo di marcia. È un cantore che sa dire con pienezza energica, con vigore personale, i suoi sogni e le sue immagini. I più restii all'opera dei giovani salutano il suo libro con espressioni di elogio. Ma spunta qualche critica. È che in quelli versi si è notato l'innovazione, il soffio poderoso di novità che agita la fronda della poesia di Neruda e che si è trasformata in uragano nelle sue opere posteriori.
Quindi vengono, in effetti,
Tentativa del hombre infinito
e El habitante y su esperanza, libro di prosa quest’ultimo, ed ambedue rompono con tutti i modelli ed ostacoli. Nel primo il poeta ha lasciato non solo la zavorra della rima e del ritmo, ma anche la divisione non necessaria tra maiuscole e minuscole, la punteggiatura, le parole che indicano relazioni, etc. È poesia? Evidentemente, è poesia, ma è la nuova poesia, come El habitante y su esperanza ci annuncia la nuova prosa.
Frattanto sorgono nuovi poeti, e - cosa curiosa ed inaudita! - tutti loro, salvo contate eccezioni, seguono l’esempio di questo maestro di venti anni, cantano come lui, dimenticano come lui le maiuscole, i punti e le virgole, i ponti della sintassi e l'intelaiatura obiettiva del poema. Tentano di fare una poesia pura, come in altri paesi del mondo si cerca la maniera di liberare all'arte dal peso inutile della logica, della retorica, della grammatica, di ogni tecnica obiettiva ed esteriore.
Ma non dimentichiamo la nostra chiacchierata. Diciamo al poeta che abbiamo sentito Pedro Prado che gli piace più la prima che la seconda parte di
El habitante. Ci risponde:
PABLO NERUDA: Non mi stupisce. Feci questo romanzo in due volte, e non credetti che notasse la divisione. È curioso. Nonostante ciò, per me entrambe le parti presentano la stessa identità.
Gli domandiamo qualcosa sui giovani scrittori e ci dice:
P.N: Alcuni come Díaz Casanueva hanno un talento straordinario e studiano con entusiasmo, tentando di stare aggiornati su tutto. La stessa cosa si può dire di Rosamel del Valle che legge molto che conserva quello che legge che è sempre ben informato. Ambedue scrivono abbastanza. Gerardo Seguel è anche un ragazzo di temperamento. Gli altri nomi preferiti dentro tutta questa generazione, sono quelli di Tomás Lago e di Rubén Azocar.
RAÚL SILVA CASTRO: Qualcuno ci diceva l'altro giorno che la sua poesia ricorda quella di Paul Valéry...
P.N: È curioso perché io non ho letto Valéry. Non ci sono libri di lui in Cile, o quando si riesce a vederli, uno non può comprarli. L’unica cosa che conosco di Valéry è la sua definizione della poesia, non per averla letta, bensì perché me la disse Hoppenot: «La poésie est une hésitation tra le sens et le son» ("La poesia è una vacillazione tra il senso ed il suono"). Mi sembra la cosa più precisa ed azzeccata sulla poesia, quello che più la riguarda. Io ho pensato molte volte alla stessa cosa e nei miei versi credo che si noti questa vacillazione tra il senso ed il suono.
All'improvviso, per un caso chiunque, la conversazione salta dalla poesia alla prosa, da Valéry a Baroja. Ambedue siamo buoni e vecchi estimatori di Baroja.
P.N: L'ultimo libro di Baroja, El gran torbellino del mundo, mi piacque moltissimo. Il suo protagonista, Larrañaga, è lo stesso Baroja, più lui che mai.
R.S.C: È curioso che leggiamo ancora con tanto gusto Baroja, essendo che ci dice le stesse cose da tanti anni e ci presenta gli stessi uomini attraverso i quali non cessa di scorgersi lui stesso.
P.N: Apparentemente niente c’è in Baroja che possa piacere in modo speciale, e tuttavia, egli è letto con un piacere enorme. Io mi sono domandato molte volte: perché lo leggo? Non so perché, ma lo leggo sempre. Una cosa interessante: la sua amicizia con Ortega y Gasset. Non possono esserci uomini più distinti. Che curiose devono essere le loro conversazioni!
Ritorniamo alla poesia. Domandiamo al poeta quale è il suo concetto dell'arte, e ci dice:
P.N: Nella mia opinione l'unico scrittore che rimane è lo scrittore soggettivo. Maupassant, per esempio, scrittore perfetto ma obiettivo, si affonda. Apollinaire, invece, è sempre più alto. La mia intenzione è spogliare la poesia di tutta l’obiettivo e dire quello che devo dire nella forma più seria possibile. Perfino al nome proprio mi sembra posticcio, elemento estraneo alla poesia. Nel primo frammento del Tentativa c’è un verso che dice:

solo una stella immobile il suo fosforo azzurro

Al principio aveva messo:

solo una stella Sirio il suo fosforo azzurro

ma dovetti tirare fuori di lì il nome, Sirio, che era molto necessario, che era l’obiettivo, non il poetico del poema.
R.S.C: Ha versi inediti? Che cosa sta scrivendo ora?
P.N: Non ho quasi niente di inedito: scrivo molto poco perché mi costa molto scrivere. Ogni giorno mi costa di più. Mi sento stanco, dominato dall'indolenza.
R.S.C: Forse si sentirà stanco perché lei cominciò molto presto a scrivere.
P.N: Non è raro; lei ha detto già in un articolo che avevo non più di sei anni quando mostrai ad un mio fratello alcuni versi. La cosa divertente è che non si credette allora, bensì molti anni dopo che ero io stesso l'autore di essi. Supponeva che li avessi copiati. Ed io, tuttavia, scrivevo già molto. Quando arrivai da Santiago portavo un libro voluminoso che intitolava Helios, al quale appartiene il poema iniziale di Crepusculario che comincia:

Sono andato sotto Helios che mi guarda sanguinante
[…]

Poi non mi piacquero quei versi e li dimenticai e ruppi quasi tutti.
Parliamo di letture nuove, e Pablo Neruda ci dice che ha letto con singolare interesse un libro della sorella del poeta Rimbaud, intitolato Réliques, pieno di informazioni sulla strana vita dello sventurato scrittore simbolista. Ci dice che nell'opera ci sono tratti di amore straordinario, appassionato che sorpassano all'ammirazione che le sorelle di Pascal, di Renán e di altri scrittori hanno sentito per questi. La sorella di Rimbaud esclama in una delle sue confessioni: «Come potrò dimenticarlo, quando fece nascere la mia anima ad una vita divina». Nella sua passione arriva a chiedere la morte nella stessa forma del suo sventurato fratello. Una nota al piede della pagina nota che effettivamente morì dello stesso male.
All'improvviso Pablo Neruda ci dice:
P.N: Un giorno scriverò circa trenta pagine su Rimbaud il cui figura mi interessa molto.
R.S.C: Perché non fa lei un libro di opinioni letterarie, di note artistiche, di saggi brevi?
P.N: Non scrivo quasi prosa e meno quel tipo di prosa che mi sembra inferiore. Posso scrivere solo versi.
Vecchi ricordi ci visitano, mescoliamo nomi di amici antichi e ricordiamo episodi della nostra vita di alcuni anni fa. Portato in questa quantità sorge il nome da un poeta spagnolo morto molto giovane: Tomás Morales, autore di alcuni bei versi. Era delle Canarie ed aveva cantato con accenti di forza unica il mare Mediterraneo. Diciamo a Pablo Neruda che Néstor de la Torre ha fatto alcuni affreschi del mare che hanno fatto ricordare i poemi di Morales. Ambedue hanno la stessa giocondità di colori, una forza misteriosa ed evocano le ombre dei mostri marini. Aggiungiamo anche che Victorio Macho ha fatto un progetto di monumento a Morales.
Usciamo dal ristorante ed andiamo verso la Stazione Centrale, entrando nei cortili delle locomotive per la porta della calle Exposición. Molte locomotive si muovono lì. Nell'atmosfera si respira fumo di carbone. Il cielo grigio chiaro di questo pomeriggio si vede oscurato per le macchie che lanciano verso il cielo i comignoli. Il rumore delle manovre, la respirazione delle macchine, le repentine evacuazioni di vapore, ci fanno parlare quasi con urla.
Parliamo di diversi scrittori ed artisti. Tótila Albert, Walt Whitman, Vicente Huidobro, Guglielmo de Torre, Marta Brunet e molti più appaiono un istante e fuggono dopo, trascinati dal fumo spesso e nero.
Un momento ci troviamo dopo camminando per il viale Latorre. Si parla dell'arte nuova.
P.N: Un individuo che fa versi stava parlando l'altro giorno dell'arte nuova. Io gli dissi che cosa intendeva per quello, e mi rispose più o meno: «Se io scrivo sulla radio, sugli aeroplani, sugli sport, faccio arte nuova perché scrivo su cose nuove che non si sono cantati mai che non conobbero i poeti di prima». Ccertemente non potevo continuare a parlare con lui, e così glielo dissi. E ci sono molti così che credono di capire e si sbagliano. Ora, ad alcuni di essi, è dato di fingere che scrivono per puro divertimento e che non costa loro niente scrivere. Parlano anche contro i bohémien e dimostrano disprezzo per poeti che hanno seguito per anni e di cui hanno approfittato di tutto quello che hanno potuto, perché ebbero una vita avventurosa, triste e disordinata. Perciò, come una reazione contro questa moda stupida, scrissi il mio prologo di El habitante y su esperanza. A me costa scrivere; io credo che l'arte sia una cosa seria; non ho vergogna di dire che sono scrittore, e preferisco gli uomini insoddisfatti, anche se si trovino tra i criminali.
Quindi ricordiamo Anatole France - Pablo Neruda è autore di una selezione di pagine scelte di France, pubblicate da Nascimento - e la reazione si è scatenata in Francia contro di lui e la sua opera. Fa parte questo movimento di una corrente spirituale cattolica che ha le sue forze tra i più giovani scrittori ed artisti. Pablo Neruda, con sano scetticismo, pensa alla reazione che verrà dopo contro questa moda, ricordando il poco che durano in Francia quelle preferenze subitanee.
Poco più tardi ci separiamo dal poeta che comincia a camminare con un passo stanco, sonnolento e che si perde attraverso gli alberi della Alameda verso una viuzza angusta ed imprecisata.

El Mercurio, Santiago, 10.10.1926.



Il mondo si fa in pezzi
Alardo Prats


ALARDO PRATS: Quale deve essere, a suo giudizio, l'atteggiamento del poeta nei nostri tempi?
PABLO NERUDA: Scrivere versi...; quello di tutti i tempi.
Pablo Neruda, poeta di accento ed energia personalissimi tra tutti i poeti della Spagna e Sud-America, è ora il nostro interlocutore. Pablo Neruda è inoltre diplomatico: addetto culturale all'ambasciata del Cile in Spagna. Ha quell'aria stanca delle genti che stanno di ritorno da tutti i viaggi.
A.P: Si ricorda lei dei versi di Martín Fierro?
Lentamente, Neruda va alla ricerca di un libro. Il poema gaucho, magnificamente pubblicato con illustrazioni in legno. Il poeta segnala una pagina. È quella che recita:

Cantandomi devo morire.
Cantando devono seppellirmi.  
E cantando devo arrivare
al piede dell'Eterno Padre.
Dal ventre di mia madre
venni a questo mondo a cantare.

Ed aggiunge:
P.N: Che si canti in un senso o in altro mi sembra indifferente.
A.P: Ma la vita contemporanea, non offre ardue difficoltà per quelli che vengono a cantare dal ventre della loro madre?
P.N: In tutto il mondo ed in ogni tempo ci sono state difficoltà. Non credo che i nostri tempi arrivino a spegnere le vocazioni se queste sono forti ed impetuose.
A.P: Il poeta appare in molte incarnazioni contemporanee non come cifra che riunisce un dono naturale e l'impulso del quid divinum che lo incoraggia, bensì come l'alchimista di spaziose e sofisticate essenze intellettuali.
P.N: Per me, il poeta è anti intelettuale per eccellenza. Potrà sentire tutti i problemi ed esprimere il suo sentimento: per quello vive il poeta; per paragonarli, delucidarli e risolverli, non credo che il poeta, salvo in molto rare eccezioni, abbia capacità. Quello che si lascia trascinare e schiacciare per l'intellettualismo non è poeta. Qui in Spagna esiste e vibra una forte intellettualità. Si potrà rimproverare gli intellettuali se non si preoccupano dei problemi che agitano il nostro tempo. Ma il poeta intuitivo non ha idee di nessuna classe; sta fuori di ogni rimprovero; vive in un tunnel, cieco di oscurità o di luce...
A.P: Tuttavia, già il vecchio Aristotele situava la poesia ed il poeta al di sopra di tutte le più alte gerarchie intellettuali: nell'apice ideale della filosofia.
P.N: E così è. Il poeta è la concrezione assoluta dell’invisibile, dell’illimitato. Tutta il resto è limitazione tecnica, politica, problemi concreti.

IL MONDO SI FA IN PEZZI


A.P: Tra tutti i problemi contemporanei, quale è quello che gli causa più profonda impressione?
P.N: Sicuramente il più visibile e quello che più si lascia sentire: questa sensazione di sconfitta che si stacca da tutto, questa sensazione che il mondo si fa in pezzi. Sembra che occupiamo un veicolo condotto da gente che sembra molto esperta, ma che va per una strada molto difficile.
A.P: Come poeta, non la attrae la forma drammatica?
P.N: No; la credo inferiore, perché bisogna accondiscendere con forme e con regole; bisogna fare aneddoti. Il teatro dipende da una moltitudine di circostanze che turbano il poeta e rompono molte volte il suo equilibrio interno. Neanche mi attrae il romanzo. Ho fatto e faccio prosa; ma prosa poetica. Bisogna rispettare le qualità degli esseri; quella del poeta è cantare lì dove si trovi. Si può essere poeta e scalpellino, per esempio. In generale credo che il contatto con le idee dell'habitat abbia influenza spregiativa sull'opera poetica e che finisce per ammazzare l'artista. Rimane quello riservato per l'uomo di pensiero o per l'uomo di azione. Io non ho l'ambizione dell'estensione della mia opera in quanto agli altri. Voglio essere rivoluzionario dentro la mia opera. Per altre cose non ho capacità per muovere neppure un filo. Rafael Alberti e García Lorca mi sembrano due principi della poesia, non solamente della Spagna, bensì dell'Europa. Ognuno ha davanti alle cose un atteggiamento differente. Nessuno dei due ammiro in questo aspetto come esempio, bensì come temperamenti poetici. Che vivano tutti i poeti, compresi i brutti poeti! Mi piace che questi esistano, benché siano solo capaci di creare una goccia di poesia.

I POETI DELL'AMERICA


A.P: Pablo Neruda, sotto il titolo unico di Residencia en la tierra, prepara la pubblicazione in Spagna di due libri di poemi. In essi raccoglie gran parte della sua opera poetica dal 1925. Parliamo dei poeti spagnoli.
P.N: C'è in Spagna una generazione di poeti molto brillanti, come non ce ne è in nessun paese americano. Mi sembra la generazione di poeti giovani più ammirevoli che abbia visto, con temperamento, con carattere, con ogni tipo di dimostrazioni personali.
A.P: E di quei gruppi di giovani poeti americani che tante inquietudini proiettarono nella poesia castigliana moderna, che cosa è stato?
P.N: Quello fervore poetico si attenuò. Sono disorientati. Ci furono movimenti di poesia e di pittura di carattere politico, perché, rivoluzionario, nella maggioranza delle cose non lo erano gli artisti di là che hanno perso il loro impeto. Risulta che, in generale, in America le arti si vedono molto poco protette. Quelli che possono proteggerle, generalmente, sono genti della peggiore classe di snobs che c'è nel mondo. Si è arrivati fino ad a rinnegare la lingua, per credere più elegante e vistoso scrivere in francese. Ci sono persone che si fanno tradurre al francese le loto opere e che credono che Rubén Darío è un poeta pacchiano. Ci sono signori distinti che corrono dietro alle celebrità europee o agli scrittori già famosi; ma invece vivono completamente estranei ai valori americani o ai valori della stessa lingua castigliana.
A.P: In questo aspetto, esercitano maggiore influenza in America le creazioni francesi e la cultura francese che i valori spagnoli?
P.N: Disgraziatamente, sì. L'ideale della gente giovane normalmente è Parigi e non i valori spagnoli, i valori eterni della razza.
Pablo Neruda fa queste affermazioni con una sfumatura di amarezza nelle sue parole.

Intervista pubblicata originariamente su El Sol di Madrid nel 1935.
Riprodotta in Repertorio Americano, num. 753, Zanjóse, Costa
Rica, 23.4.1936, da dove la prendiamo.



Cose della Spagna
Manuel Seoane

COSAS DE ESPAÑA. (Pagine 1057-1066.) Alcuni intellettuali peruviani trovarono in Cile, durante gli anni trenta, rifugio politico e spazio nella stampa (le riviste Hoy ed Ercilla) e nell'attività editoriale. Uno di essi fu Manuel Seoane. La cordialità tra il peruviano ed il cileno non durerà molto, come vedremo nell'intervista successiva. La presente conversazione tra Seoane e Neruda ebbe luogo nell’appartamento che Pablo e Delia affittarono ritornando, nel 1937, dalla Spagna in guerra.

Quella mattina il poeta si svegliò raffreddato, perché neanche i bacilli rispettano gerarchie né fanno distinzioni sociali. Nell’appartamento di Pablo Neruda nessun orologio segnala le due del pomeriggio, ma si presenta l'aroma del pranzo prossimo. Delia del Carril e Amparo Mom, due scrittrici argentine, rivaleggiano in ospitalità e gentilezza.
- Lei rimane a pranzare con noi. Aspetti alcuni minuti e Pablo lo riceve...
Ispeziono questo alveare da un sesto piano di fronte al Parco forestale. Le pareti sono piene di poster. Qua, questo insegna a premunirsi dal bombardamento degli aeroplani: "si getti al suolo e non si muova: correre è un suicidio". Quell'altro indica: "non propaghi dicerie, la paura assomiglia al tradimento". Più in là una oleografia della Vergine del Carmen, davanti alla quale si inginocchiano umili due militari armati. Una mappa della Spagna suggerisce in righe tutta la tragedia di sangue. Libri sparsi nei divani, sollevati in piramidi negli angoli, allineati come muraglie sui tavoli. Piccoli oggetti, ricordi di viaggio, maschere cinesi, esotismi orientali. Il mondo in oggetti. Vuole passeggiare come De Maistre se è annoiato?
All'improvviso la voce sotterranea del poeta che mi chiama cordiale.
PABLO NERUDA: Passa, Manuel, passa subito. Sto con un po' di febbre.
E proteggendosi con il copriletto di vigogna comprato in Moliendo:
P.N: Fidati, fidati, è una fiammata della tua terra.
Mi commuove il patriottismo. Lì sta il mio animale meticcio, stilizzato, che decora il letto del poeta, invito alla fantasia. Pablo Neruda teso nel letto si assicura dal freddo con una vestaglia verde. Sulla fronte ampia, che prolunga i capelli di ogni giorno, c'è anche la presenza di una visiera verde. Nelle mani un libro: Biografía de O'Higgins, di Viguña Mackenna.

UN LIBRO CHE SEMBRA DI OGGI


P.N: È ammirevole questo, lo trovai nella mia casa e sto rileggendolo. Ieri sera all'una della mattina trovai una lettera del precursore Miranda ad O'Híggins ed era disperato per telefonare a qualcuno per leggerla. Sembra scritta per oggi. Vedi questa parte...
Il poeta legge con voce monoritmica, leggermente nasale, una voce che viene più in là della gola e che sembra marcata da campane di mistero:
P.N: «Diffidi degli uomini che hanno più di quaranta anni»...
Pablo Neruda sorride con occhi maliziosi. Sicome normalmente è parco in parole, a volte convertita coi gesti.
MANUEL SEOANE: E come trovasti questo?
P.N: Che ti dico? Mi piace leggere la vita di O'Higgins. Trovo un'identità storica tra l'epoca dell'indipendenza e la nostra epoca. Ora ci minacciano diverse epidemie e dobbiamo ingaggiare una lotta simile, salvate le distanze di tempo e specie.

NON È COMUNISTA


Pablo Neruda viene dalla Spagna, della guerra spagnola, che è come dire della radice della Spagna. Nelle mie brevi ferie di lettore letterario, imparai ad ammirarlo come a poeta. Ora l'ammiro come ad uomo che viene dalla Spagna, dell'unica Spagna che c'interessa.
Viene dalla Spagna accesa, di Spagna ricreatrice, alba del mondo nata da sangue generoso. E Pablo Neruda è il suo autentico ambasciatore. Non è l'ambasciatore di routine e tarme, agganciato alla coda dei fatti. Pablo viene nell'avanguardia, col suo canto nel braccio, il suo dolore nel profondo e la sua tremenda decisione di servire ad un mondo nuovo. E così dice nel suo libro magnifico,
España en el corazón:

Spagna, vetro di bicchiere, non diadema,
sì pesta pietra, combattuta tenerezza
di grano, cuoio ed animale ardendo.
Madre natale, pugno
di avena indurita,
pianeta secco e sanguinante degli eroi!

M.S: Sei comunista?
E la voce rotonda, come se la sciogliesse un grilletto, spara rimprovero:
P.N: No.
Guarda con certezza e continua a sgranare frasi con la sua cadenza di recitante di rosario:
P.N: Non sono comunista. Sono un intellettuale che difende le giurisdizioni della cultura minacciata. Credo che sia un dovere degli uomini di oggi. La cultura sta col governo di Valencia. Con il denominato governo di Burgos stanno coloro che tentano di schiacciarla rivivendo l'Inquisizione, annullando la personalità umana, angosciando lo spirito. Chiamarci comunisti noi che difendiamo questi principi è un trucco degli avversari. Se no come si spiega che José Bergamín, il grande scrittore cattolico, stia risolutamente col governo spagnolo?
M.S: Il cattolico Bergamín? Ricordo l'immagine della Vergine del Carmen...
P.N: Ah, no! Per che motivo la fotografasti? Mi interessa come un'oleografia cilena curiosa. Vestisti i militari? Io sono agnostico e ho letto Nietzsche. Credo che il cristianesimo ha conformato il criterio con cui giudichiamo le norme usuali e nessuno può negare la sua influenza. Questo stesso Bergamín che ho appena menzionato considera che non c'è incompatibilità tra essere comunista ed essere cristiano. Ma io sono agnostico...

COME FU FAMOSO CONSOLE


E chi parla così fu molti anni console del Cile nella nebbiosa Calcutta, ed ancora più in là nella perduta Rangoon, città della Birmania. Poi fino a Java. Si ricorda bene della geografia, amico lettore? Quindi Buenos Aires, Barcellona, Madrid.
P.N: Sì, attualmente sono console del Cile a Madrid e sono a disposizione del governo, benché non guadagni stipendio. Ti sembra stano? Credo che abbia un perfetto diritto a pensare e così lo faccio apportando attestazioni morali di un uomo di bene, che non ha portata politica. Non posso accettare che si continui a calunniare la Spagna, e difendo il regime democratico che anche esiste in Cile, ed credo che le forze democratiche cilene devono tentare di conservarlo e svilupparlo.
Quando gli domando se la sua preoccupazione per le questioni sociali nasce con lo spettacolo dalla guerra spagnola, Pablo Neruda atterra risolutamente nella realtà ed il suo tono diventa più vivo. Ho detto atterrare? Lettore: non ho preso l'aria di lieve distrazione, di mezza assenza che ha Pablo Neruda? Vari suoi libri si chiamano Residencia en la tierra. E prima dove risiedette? Da lì gli viene quell'aspetto di senzadomicilio astrale con cui ambula di fronte ai terrestri quando viaggia sotto alla sua visiera verde socchiudendo le palpebre. Ma ora sta qui Pablo in carne, in ossa, in nervi.
P.N: No, no. Ho sentito queste cose da prima. Ora, per antipatie, pretendono di presentarmi come un intruso. Ma fui fondatore di Claridad nel 1921, senza dubbio l'epoca di più agitazione ideologica che attraversò il Cile. Scrissi molti degli editoriali. Da quel gruppo studentesco sorsero grandi leader come García Oldini che oggi ha abbandonato le file, Juan Gandulfo, Óscar Schnake e tanti altri. C'era un soffio di disubbidienza che era anche di vitalità. Credo che quell'agitazione ebbe influenza sull'Argentina e anche sopra Haya de la Torre, che visitò il Cile in quegli anni. Poi ho seguito sempre e da vicino la lotta sociale. Nel giugno del 1935 fui delegato al Primo Congresso di Scrittori. Ultimamente agii come organizzatore di quello realizzato a Parigi. Inoltre, in tutti i miei libri corre una linfa di umanità. Io indifferente? No, Manuel, quelli che dicono quello non mi vogliono bene.
M.S: Ed il consolato?
P.N: Lo devo a Manuel Bianchi, il nostro attuale ambasciatore in Messico. Io avevo desideri di uscire dal Cile per conoscere il mondo. Alcuni possono farlo col loro denaro ed altri no. Era l'epoca di Ibáñez a cui deve riconoscersi che portò in posti pubblici elementi della classe mezza che, fino ad allora, non potevano calpestare neppure il Ministero di Relazioni Esterne. Ti ricordi di Diego Muñoz? Ibáñez significò un cambiamento in quello senso. Molti altri scrittori furono famosi in quell'epoca: Eduardo Barrios, come direttore della Biblioteca Nazionale; Pedro Prado, ministro in Colombia; Tomás Lago, direttore della rivista Educación. Ma io non mi allontanai da niente né da nessuno. Ed è per quello che ho potuto comprendere l'attuale situazione spagnola e percepire il divorzio delle sue generazioni molto prima dell'esplosione.

CI FURONO SOLO DUE DISERTORI...


Il poeta si spoglia della vestaglia verde che gli impedisce di muoversi con libertà. Quando si immerge nel dramma spagnolo sembrano vibrare archi addizionali che lo trasformano. La sua voce cambia diapason.
P.N: Prima della rivoluzione militare c'era un abisso tra i vecchi valori ed i nuovi. Ramiro de Maeztu, che prima era anarchico, arrivò ad essere ambasciatore di Primo de Rivera in Argentina. Pío Baroja, il terribile Don Pío, accettava una poltrona dell'Accademia e le benedizioni del vescovo di Tarragona. Nella gente giovane si produsse un disprezzo per tutti loro. L'inquietudine politica prese tutti e tutti i nuovi fecero i loro sentieri di definizioni sociali. Ci furono solo due disertori: Ernesto Giménez Caballero ed Eugenio Montes, entrambi amareggiati per il fallimento della loro rivista La Gaceta Literaria. Ma García Lorca, Cernuda, Alberti, Altolaguirre, tutti rimasero nella sinistra. Ernesto Giménez Caballero, che prima era socialista, passò alla Falange Spagnola, con la quale litigò in poco tempo e fondò il Partito PEPE, che fu la risata di tutta la Spagna. Fallì come candidato a deputato e dopo ritornò alla FE. Ora sta col denominato governo di Burgos e chiede l'espulsione degli ebrei. E questo stesso Giménez Caballero che scrisse un libro di 300 pagine elogiando Azaña, paragonandolo con Felipe II, che predicò prima il ritorno dei sefarditi in Spagna e perfino a viaggiò ai Balcani per gestire il ritorno degli antichi ebrei spagnoli. Tutto quello risulta nei suoi libri ed in La Gaceta Literaria.

CHI STA CON IL GOVERNO


Nella stanza vicina, dove il pranzo inizia la sua sinfonia di maioliche e posate, sono vari visitatori: scrittori, poeti, critici, giornalisti. Il poeta sta monologando con sé stesso e prega la meravigliosa Delia del Carril:
P.N:   Formichina, chiudimi le porte che non entrino rumori.
Rimangono solo la Formichina, Diego Muñoz, che assente taciturno, ed io.
P.N: Col governo spagnolo stanno tutti gli altri, il meglio della gente giovane, alcuni con la loro presenza e la loro azione, altri come Federico con la sua assenza feconda. È ammirevole quello che fanno in piena guerra. Vedi questa rivista: Madrid. È stata fatta nella Casa della Cultura di Valencia, da dove si portò a tutti gli intellettuali. Guarda i temi: istologia, architettura, filosofia. Fotografa la maschera. Qua c’è un altro libro che non posso regalarti: Poetas de la España leal. Prendigli anche una foto. Che si conosca tutto questo. E appunta, appunta Manuel: col governo spagnolo stanno Juan Ramón Jiménez, il migliore poeta dell'antica generazione; Antonio Machado; il famoso biologo Pio del Río Ortega; il maggiore degli scultori, Victorio Macho; il più grande pittore dei tempi moderni, Pablo Picasso; il migliore poeta della gente giovane, Rafael Alberti, con tutto il suo gruppo nel quale ci sono valori come Aitolaguirre, Cernuda, Vicente Aleixandre, etc.; l'eminente medico psichiatra Gonzalo R. Lafora; il drammaturgo conosciutissimo, premio Nobel di Letteratura, Jacinto Benavente; i famosi commediografi, fratelli Álvarez Quintero; il professore Márquez, eminenza mondiale nella medicina, l'architetto costruttore Luis Lacasa; il gran scrittore cattolico José Bergamín; l'eminente filologo Ramón Menéndez Pidal, il…
M.S: Rozza, Pablo, rozza. Questo è opprimente.
Ed il poeta esaltato:
P.N: È che c’è un'idea sbagliata di queste cose! Ho l'obbligo morale di apportare la mia testimonianza. Che mi siano dati nomi di scrittori che stanno contro il governo della Spagna! Scrittori in realtà e non perditempo letterari. Appunta, appunta che mi indirizzino lettere pubbliche per vedere se mi smentiscono...
M.S: Ma, in un reportage, il generale Franco menziona scrittori fucilati dai lealis...
Il poeta chiama la Formichina mentre mi dà ordini di attendere.
Delia del Carril va e ritorna nella stanza fino a che esce un ritaglio di quotidiano.
P.N: Qua sta il reportage di Franco. Vediamo i nomi: Calvo Sotelo è politico e non scrittore. Maeztu? Ma parlare di Maeztu? Nel meglio dei casi è anche politico. Salazar Alonso? No, no; quello no: vincolato alla famosa affair di straperlo a cui si seguì un processo pubblico che durò due mesi. Al contrario, Manuel, il governo della Spagna ha troppo rispetto come prima ebbe eccessiva fiducia. Vedi già quei rifugiati, in virtù di una legge inventata nei 1936, secondo la quale 607 mila persone si alimentavano con prodotti portati dell'esterno, mentre il paese di Madrid moriva di fame e mitraglia. E lì nelle sue narici... E nessuno assaltò le missioni. Questo è il regime rosso?

ROSSI E CATTOLICI


Torna Pablo Neruda al suo viaggio interiore. Magari è stato in Spagna lasciandomi davanti i suoi occhi insonnoliti, la sua aria di stanchezza di risiedere nella terra. Lo faccio ritornare con un'affermazione a bruciapelo:
M.S: Ma gli avversari sostengono che se la Russia appoggia al governo, questo è comunista...
Pablo Neruda ritorna a tutta la grossezza della voce.
P.N: Questa è una grossolana bugia! Fino a questo momento il denominato governo di Burgos non ha potuto esibire un solo prigioniero sovietico. Invece il legittimo governo della Spagna ha pubblicato un Libro Bianco documentando l'invasione italiana. Perché la guerra in Spagna è questo: una guerra di invasione. Ed è tanto falso richiamare comunista il regime di Azaña come richiamare "nazionalista" al sistema che dirige Franco. Nazionalista un gruppo che porta i mori, i tedeschi, gli italiani e che lancia su bambini e donne spagnoli le squadriglie straniere di bombardamento?
M.S: Ma il Partito Comunista ha un'influenza notoria...
P.N: L'influenza a cui ha diritto dato il suo volume politico. Ma la sua partecipazione nel potere non significa che il governo della Spagna sia comunista. Su queste cose non può giudicarsi con criterio di malizia, bensì con criterio di giudizio dei fatti. Che dicono questi? Che il Partito Comunista difende legittimamente il regime repubblicano spagnolo di fronte all'invasione fascista ed agisce legittimamente nell’ambito delle istituzioni democratiche. Così dà un esempio di comprensione del momento storico. Che differenza con altre entità democratiche che, col Comitato di Non-intervento, hanno aiutato i ribelli! Il governo della Spagna è solo, e salvo l'aiuto dell’URSS e del Messico, non fa conto che sulle sue proprie forze.

CHI EBBE LA COLPA

P.N: È molto curioso - prosegue il poeta - quello che succede in Spagna! È certo che all'inizio ci furono  disordini come è accaduto con tutte le rivoluzioni. Ma precisamente il ministro di Agricoltura, Vicente Uribe, che è comunista, fece rispettare la piccola proprietà agraria e limitò l'azione di confisca ai grandi latifondi abbandonati dai loro proprietari che aiutarono il tradimento. Perché chi ebbe la colpa furono i proprietari terrieri spagnoli che non vollero obbedire al rialzo delle imposte sull'agricoltura. E queste erano tre volte minori di quelli che pagano i proprietari terrieri inglesi! Per caso a questi è stato necessario protestare, ribellarsi, portare nel suo aiuto agli indù per infiammare un guerra come quella che dissangua la Spagna? E la stessa cosa succedè con la Chiesa cattolica che significava prima in Spagna un potere politico prima che un potere spirituale. Durante il biennio nero di Gil-Robles ogni convento fu un deposito di armi e munizioni e quando esplose la guerra i ministri del Signore furono i primi a partecipare ai massacri. Questo non succedè nei Paesi Baschi il cui clero si era identificato con le aspirazioni del loro paese. Lì non si fucilò nessun sacerdote cattolico, fino a quando entrarono le truppe di Franco, che sì lo fecero.

Banditi con aeroplani e con mori
banditi con anelli e duchesse,
banditi con frati neri benedicendo
venivano dal cielo ad ammazzare bambini.
E per le strade il sangue dei bambini
correva semplicemente, come sangue di bambini.

Ed invece si tace sulle fucilazioni di pastori protestanti accaduti nella regione dominata dai ribelli. Chi voglia comprovarlo che scriva alle società protettive di Parigi e Londra e saprà la forma inumana in cui si è proceduto con questi uomini che, essi sì, non rappresentano potere politico. Così si spiega che cattolici eminenti come José Bergamín, Ossorio e Gagliardo, il mio illustre amico il canonico di Cordova, Galiziano Rocaful, stiano decisamente dalla parte del governo spagnolo.
Il poeta ritorna alla sua vita interiore. Il dolore della guerra, che senza dubbio aguzza la sua sensibilità, lo ha fatto parlare con un disabituato brio. Ritorna ora alla sua cadenza naturale e come un aneddoto di epilogo mi racconta:
P.N: E metti, metti che una cilena magnifica, una maestra di 25 anni, Conchiglia Zardoya, sia la direttrice delle biblioteche di cultura popolare che stanno realizzando un'opera straordinaria. I soldati chiedono libri e più libri. C'è una grande sete di cultura. E non credere che chiedano di letteratura o sociali. Chiedono anche trattati di astronomia, di chimica, di geografia. È ammirevole! E la piccola cilena, il cui fratello fu uno dei primi in morire nel fronte di Madrid, lavora con una abnegazione che è un esempio. Scrivi, scrivi questo affinché qui sappiano di Conchiglia Zardoya...

Hoy, num. 317, Santiago, 16.12.1937.



Neruda uomo e poeta
Settimanale «Qué Hubo»

NERUDA HOMBRE Y POETA. (Pagine 1066-1074.) Intervista realizzata al ritorno di Neruda dall'Europa, compiuta l'operazione Winnipeg.

PABLO NERUDA: Al contrario di quello che si è detto sempre, nacqui in Parral nel 1904. I miei genitori e parte della sua famiglia sono della gente che si trasferì alla frontiera quasi 40 anni fa. Il viaggio da Concepción lo fecero in automobile, perché a quel tempo non c'era treno.
Questo è importante perché io sono cresciuto con spirito contrario a quello dal centro del Cile. Quelle famiglie essendo trapiantate, diventarono atee, anticlericali, liberali, irriducibili in una parola.
I miei trisnonni paterni - i Reyee - arrivarono dalla Spagna e si stabilirono nello stesso posto che continua ad avere la mia famiglia, in quello fondo "Belén", vicino a Parral. Erano campagnoli e, per l'enorme quantità di figli che si usava in quell'epoca, emigrò, in parte, la generazione dei miei genitori al sud del Cile, alla frontiera. Essi sono quelli che producono i primi tipi di creoli frontalieri, gente molto dura ed allegra che già quasi è scomparsa.
Andando al sud, andò con essi un yankee, personaggio dei più interessanti che ha visitato Cile, una specie di patriarca, difensore degli oppressi e pessimo commerciante, Don Carlos Mason, che si sposò con Micaela Candia, imparentata coi Reyes, la nostra famiglia arriva a possedere in un momento grazie alla sua prosperità varii meli che prima occupò solo la selva. Parte di queste proprietà ho ereditato per la morte di mio padre.
Da lì l'enorme quantità di Reyes Candia, di Reyes Mason, di Ortega Mason, di Fernández Mason, di Candia Reyes, che esistono nella frontiera. Tutti gli uomini militano nel Partito Radicale; le donne, conservando ancora le forme esterne del cattolicesimo, hanno una mentalità molto più spregiudicata che le donne del centro del Cile della loro epoca.
La mia piccola patria è interamente il Sud del Cile e la sua configurazione di ambiente e clima è stata qualcosa di molto importante nella mia poesia e nella mia persona.
QUÉ HUBO: Che elemento della natura la pressiona di più e quale è il punto del mondo che lo sintetizza?
P.N: Il mare per me sarà sempre - malgrado abbia percorso buona parte di tutti i mari esistenti - Puerto Saavedra. Bajo Imperial, quell'immensa costa che comincia nelle colline del Maule che continua fino a Toltén, una costa tanto liscia e tanto solitaria che sembra si galoppasse sull'orlo di un pianeta, quando la percorri.
In tutta la mia poesia ci sono allusioni al mare di quella regione. Il poema "Barcarola" che è stato tanto studiato ora per ultimo da Amato Alonso, "El Sur del Océano" e gran parte del mio Canto general de Chile che sto scrivendo, sono dedicati ad esso.
A Puerto Saavedra andava con tutta la mia famiglia durante le estati. In quel tempo i meridionali non avevano altro mondo che il mondo del Sud. I viaggi a Santiago erano sempre un avvenimento. Io mi immaginai sempre Rudecindo Ortega Mason, mio cugino ed attuale ministro di Educazione Pubblica, come un navigatore ed esploratore audace, che si arrischiava nei pericoli del centro del paese.
I Barrenechea che stanno imparentati con la mia famiglia, sono meridionali di adozione. Don Julio César Barrenechea, il poeta padre di Julio, era un uomo molto eminente, molto conosciuto; ma che non concepiva la vita più oltre San Rosendo. I suoi arrivi a Temuco erano ricevuti con feste interminabili, essendo considerato fratello dei miei zii e figlio della frontiera. La stessa cosa è accaduta con Julio Barrenechea, suo figlio. Andò per la prima volta a Temuco durante la sua campagna di deputato e è altrettanto caro e stimato come meridionale.
Queste disquisizioni sembrano essere inutili; ma credo che in Cile non si prenda in considerazione la regione. In Francia e la Spagna ha somma importanza. Lì l'uomo è patriota della sua regione come io lo sono della mia.
Un prodotto del sud nella politica è Abraham Ortega, dotato di una mentalità distinta di tutti i ministri avuti in Cile con una franchezza ed una fermezza che non si vide mai in nessuno dei Tocornal o Gutiérrez Alliende che ci hanno governati.
Q.H: Trova Lei cambiamenti favorevoli nella situazione politica cilena?
P.N: I passi più importanti nella politica nazionale dell'ultimo tempo sono i discorsi di Marmaduke Grove e Carlos Contreras Labarca che tendono a fare sparire la stupida lotta che è venuta ad esistere tra i partiti socialisti e comunisti.
In generale, noto che in Cile la gente è pessimista e superficiale. C'è un barometro molto facile da comprendere su questo tema ed è lo stato di aggressività delle destre. Io fui insultato all'arrivo del Augustus da alcune "signore distinte." Questo segno non può essere migliore. Significa che al contrario di quello che si dice, non si è andati a destra. Significa che siamo fermi, che la destra è disperata. Durante tutta la traversata i passeggeri reazionari screditarono il Cile arrivando a divulgare che il dollaro si quotava a $60 cileni. Questo significa che si stanno realizzando i punti contemplati nel programma della Fronte Popolare. Se andassimo all'indietro, quella gente sarebbe felice.
Q.H: Crede che la destra è cementata in un'ampia base sociale?
P.N: Non sono a favore che un paese viva in perpetua divisione tra due settori. Penso che deve esistere una convivenza basata nella nazionalità, abitudini e sviluppo delle istituzioni del nostro paese.
Ma credo che il gruppo direttivo dell'oligarchia cilena, cioè, il cuore chiuso di essa è molto piccolo, tanto piccolo che se portasse il paese ad un stato di guerra civile, sparirebbe nel primo giorno dalla lotta.
Q.H: Che giudizio meritano le recenti dichiarazioni dell'arcivescovo monsignore José María Caro?
P.N: Precisamente, un altro dei buoni segni che ho trovato al mio ritorno sono state le parole dell'arcivescovo, che si può definire come un uomo puro che sta a capo del movimento di liberazione del popolo cileno. Tanto la sua figura morale come fisica ricordano quella di uno dei fondatori della patria, Camilo Henríquez.
Q.H: Che opinione si ha all'estero della nuova politica estera cilena?
P.N: La politica del ministro di Relazioni Esterne, signor Abraham Ortega, che è la politica del presidente della repubblica, dà una sensazione di indipendenza, grandezza ed adesione integra alla coscienza popolare del Cile. Prima questi due concetti erano distanti.
Erano i nostri propri ambasciatori quelli che spargevano per il mondo la testimonianza di un Cile tanto atroce e tanto crudele come erano i nostri rappresentanti. Ricordo che quando l'ambasciatrice della Spagna a Londra, la signora di Don Pablo Azcárate (gente democratica, appartenente all'alta aristocrazia dei Paesi Baschi), fece la visita protocollare all'ambasciatrice del Cile durante la guerra spagnola, questa gli disse:
- So già quello che accade in Spagna. Anche noi siamo stati governati dalla "marmaglia."
Questo non si produrrà. Questo insulto, provocazione e brutta educazione rappresentano solo all'oligarchia cilena.
Q.H: Deve lo scrittore intervenire in politica?
P.N: Una rivista scandalosa ha pubblicato recentemente un'intervista falsa, con dichiarazioni che non ho fatto, tra esse che l'intellettuale non deve fare politica.
Al contrario, l'intellettuale che non nutre le sue radici nei problemi del suo paese sarà sempre di più prezioso, più interessante e nauseabondo. Quanto ha a che vedere con il popolare rimane fresco e vivo. Più che tutta la poesia cilena mi piace "Il copihue rojo", di Ignacio Verdugo Cavada. Più mi piace El cautiverio feliz di Pineda e Bascuñán.
Se io stesso, Pablo Neruda, non do l'espressione della mia razza, non sarà perché alla mia razza manchi ricchezza e qualità, bensì perché il mio cuore fu troppo piccolo. Il primo poeta del Cile sta per uscire.
Q.H: Che cosa pensa dei suoi nemici letterari?
P.N: Io non ho inimicizie letterarie. Mi odiano senza che io odi. Non odiano esattamente me, bensì il posto che occupo nello spazio. Io mi vendico scrivendo versi e mandando spagnoli in Cile, cioè, vivendo senza tenebre, alla luce del giorno. Non c'è peggiore insulto per chi mi odia che la goccia di rugiada - sia ammirazione, riconoscimento o amicizia - che mi cade nella mano e viene da tutte parti.
Non ho compreso mai perché nella terra non deve esserci posto per molti poeti quando gli elefanti occupano più spazio e, tuttavia, c'è posto per tutti essi.
Odio l'insulto e l'aggressione e non perché sia incapace di praticarli. Ho dimostrato il contrario le poche volte che ho avuto occasione di agire. Da alcuni anni due o tre provocatori espulsi da quasi tutti i conglomerati cileni, il nostro sporcano la nostra vita letteraria ed agitano tutta lo sporco delle loro persone per dimostrare che esistono.
Non li odio né li ammiro: ma credo che quando seccheranno, il Cile diventerà più fragrante.
Q.H: Che cosa può dirci rispetto agli attacchi all'immigrazione spagnola?
P.N: Posso dire che sull'immigrazione spagnola ogni discussione è finita. Credo che l'immigrazione spagnola è un trionfo in più per il governo del Cile, un nuovo alloro per il nostro ministro Abraham Ortega.
Non bisogna rivivere le polemiche che non ebbero mai neanche ragione di esistere né importanza. L’editoriale di martedì 2 di questo mese di El Diario Ilustrado in cui si fa il più grande elogio che si sia mai scritto in nessun editoriale anteriore alla commissione di tecnici spagnoli che mi è toccato mandare, compiendo le istruzioni del presidente della Repubblica e del ministro di Relazioni, chiude questo capitolo tanto dibattuto.
Ma bisogna ricordare che migliaia di uomini continuano in Francia ad essere circondati da recinti di filo spinato e che sono persone avide di lavoro. Nel disordine del mondo attuale hanno solo una speranza: il Cile.
Q.H: Nel suo viaggio di ritorno passò Lei per la Spagna? Impressioni?
P.N: Scesi in Las Palmas. Due aneddoti diranno più di tutto. Vidi alcuni mori in un angolo. Domandai allora ad un passante.
- Ci sono molti mori?
- Sì - mi rispose -. Così è la vita della Spagna. Prima noi bastonavamo loro, ora essi ci bastonano.
Più in là interrogai un autista sullo stato della Spagna. Mi rispose come segue:
- Quì c'è solo fame, preti e mori. Questa gente dice "Spagna Una, Grande e Libera". Una quando la metà degli spagnoli sta nell'esilio; Grande, tanto grande che non ha che cosa mangiare, e Libera, in metà comandano gli italiani e nell'altra i tedeschi.
Per il resto il Capo ha dichiarato nel suo "Messaggio dell’Anno Nuovo" che la situazione della Spagna è disastrosa. Frequentemente tornano dalla Francia persone che attraversano a piedi i Pirenei. Arrivano feriti e sono gli stessi che essendo fuggiti dal terrore franchista, tornano alla Spagna indotti dalla propaganda faziosa.
Q.H: Che cosa pensi Lei della situazione europea? È popolare la guerra? Che cosa verrà dopo essa?
P.N: La guerra è abbastanza fredda. Nel territorio alleato nessuno combatte con entusiasmo. Suppongo che nel lato tedesco succeda la stessa cosa. Francia ed Inghilterra hanno calpestato tutti i trattati e hanno lasciato conquistare gli Stati indipendenti deboli tante ripetute volte che i paesi non hanno fede alcuna nella guerra attuale. Credo che Francia ed Inghilterra vinceranno la guerra o che l'hanno vinta già tecnicamente; ma in questo conflitto non si tratta della guerra bensì della pace.
Che pace impongono gli alleati? Che soluzione futura daranno ai problemi tedeschi? È che basta promettere al mondo che si vanno a restiture i territori ai governi assolutamente reazionari dell'Austria, della Polonia, etc.?
Come sarebbe possibile la divisione della Germania senza un suo giudizio con la forza e, pertanto, con l'agitazione e disubbidienza dei tedeschi?
La verità è che da questa guerra non può uscire un'altra cosa che gli Stati socialisti europei con l'assenso dell'Unione Sovietica, ma alle potenze ed ai banchieri inglesi e francesi non conviene nessun cambiamento sociale. Per questo le misure difensive dell'URSS trovano molta più resistenza della stessa forza di combattimento della Germania.
Q.H: Che cosa gli sembra l'atteggiamento della cancelleria cilena?
P.N: La guerra europea produrrà un nuovo stato di cose se l'Unione Sovietica non è vinta in questa vera guerra mondiale (questa è realmente una guerra mondiale), la guerra del popolo per ottenere le sue libertà e suoi diritti e non la guerra dei commercianti e degli imperialisti.
Quando l'Inghilterra armò il braccio di Casado per soffocare la libertà della Spagna nel piccolo territorio in cui si difendeva, finirono anche le ultime illusioni sulla sua carta democratica nel mondo.
Le uniche speranze degli operai di tutti i paesi continuano basandosi sul destino dell'Unione Sovietica. Se si contribuisce alla cospirazione mondiale contro di lei, se arrivasse ad essere possibile il crollo del grande Stato socialista, una feroce regressione si impadronirebbe di tutta l'umanità e tutti le aspettative sociali della nostra epoca si annullerebbero.
Q.H: Si è detto frequentemente che Lei è militante comunista? Quale è la verità?
P.N: Davanti alle informazioni tendenziose della rivista Ercilla, devo chiarire la mia situazione riguardo a questo. Non milito in nessun partito politico. Sarebbe per me un orgoglio militare nel grande Partito Comunista cileno. Disgraziatamente, non sono all'altezza della disciplina, devozione, maturità e sacrificio che ha raggiunto l'immensa maggioranza dei suoi militanti. Nella politica cilena i comunisti sono stati un esempio il cui eco va oltre le frontiere. Non ho meriti per aspirare a quella onorificenza né sono politico professionista perché questo possa interessare a qualcuno.
Allora io sono di quel partito nuovo nella storia di Cile che si chiama frontismo. Sono di famiglia di radicali, ho simpatie per i comunisti e mi sembra grandioso il Partito Socialista cileno, oggi che comincia a staccarsi da quelli che hanno predicato l'odio ai altri due grandi partiti di sinistra.
Q.H: A che cosa si devono gli inganni di Ercilla sul suo contro?
P.N: Gli attacchi di Ercilla non sono attacchi alla mia persona, bensì al Fronte Popolare del Cile. Ricorderemo che il signor Seoane sette giorni prima dell'elezione presidenziale, pubblicò un paragrafo "dimenticato" di un cileno molto eminente, ma molto appassionato contro la prima figura del nostro paese, Don Pedro Aguirre Cerda. Non potevamo, tuttavia, identificare il signor Seoane, secondo il mio criterio, col partito aprista* peruviano.
Credo che il signor Seoane, rifugiato politico, che ha incoraggiato dalla sua rivista tutti i movimenti che portavano germi di divisione al Fronte Popolare cileno, opera da solo e senza autorizzazione del suo capo, Víctor Raúl Haya de la Torre. Forse il lungo esilio ha separato Seoane dal suo paese, impedendogli di vedere le realtà politiche.
Colgo questa occasione per dire che ho ed ammiro a molti amici apristi*, alcuni dei quali lavorano rinomatamente, aumentando il patrimonio culturale cileno.
La cosa più pericolosa dell'atteggiamento del signor Seoane è che intorbida la grande fraternità esistente tra i paesi del Cile e del Perù, che dalla sistemazione della controversia di Tacna ed Arica non fu offuscata da nessuna differenza.
La rivista Ercilla mi dice per lettera privata di essersi espresso bene su di me 66 volte. Disprezzo ugualmente questa forma di mollezza.
Q.H: Il suo lavoro poetico?
P.N: Lavoro con impegno nel mio poema Canto general de Chile in cui parlerò di tutto quello che è vivo nella mia terra, dagli eroi antichi fino alla geologia botanica, produzione mineraria, tutto.
Credo di essere nell'età in cui devo adempiere al debito che ho col mio paese, debito che viene da molto lontano. Durante lunghi anni noi intellettuali ci siamo ricordati di tutto, meno che del Cile.
I miei libri tradotti sono stati accolti gentilmente in Europa e ho potuto constatare che questo mi ha lasciato completamente freddo. Recentemente, quando Paul Éluard mi ha chiesto un poema per suo nuovo riveda L'Usage de la Parole gli ho consegnato "Atacama" ed un frammento del mio Canto general de Chile.
Q.H: Che scrittori verranno in Cile?
P.N: Tornano al Cile i cileni che stettero molti anni fuori. È arrivata gente molto interessante. Pronto avremo tra noi alla famiglia di Don Antonio Machado, Rafael Alberti e María Teresa León, Nancy Cunard.
Tra i cileni che arrivano ci sono persone tanto importanti come il pittore Luis Vargas Rosa, lo scultore Tótila Albert, il poeta Juvencio Valle, etc.
Questo non è tanto casuale. Questo rifugio che si chiama Cile e comincia a brillare nell'umanità deve essere per noi cileni la cosa più cara, la cosa più indiscussa, la cosa più sacra, la cosa più dolce.
Sono orgoglioso di essere cileno.

Elaborato da un intervistatore anonimo, questo testo si pubblicò
sul settimanale Qué Hubo, num. 31, Santiago, 9.1.1940.

*
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
La 'Alleanza popolare rivoluzionaria americana’ (Alianza Popular Revolucionaria Americana, APRA) è un partito politico di Centro-sinistra del Perù fondato nel 1924 da Víctor Raúl Haya de la Torre.
Il partito è noto anche con l'acronimo APRA, da cui deriva il nome Partido Aprista Peruano ("partito aprista peruviano").


Pablo Neruda parla
Volodia Teitelboim

PABLO NERUDA HABLA. (Pagine 1075-1084.) Intravista realizzata al ritorno di Neruda in Cile dal Messico, dopo tre anni di assenza e dopo un viaggio di ritorno - per i paesi della costa del Pacifico - molto istruttivo. C'è un notevole differenza di tono e di prospettiva rispetto all'intervista precedente, in particolare circa il corso della guerra. La posizione antifascista di Neruda si è radicalizzata visibilmente. Dal 1941, El Siglo è il quotidiano dei comunisti cileni. Sarà il portavoce privilegiato del poeta.

GLI OCCHI DELL'AMERICA CI GUARDANO


VOLODIA TEITELBOIM: La parola preliminare ai cileni?
PABLO NERUDA: Sono molto contento di ritornare in Cile. Noi cileni abbiamo un compito molto elevata da compiere, poiché gli occhi dell'America intera sono fissi guardando le nostre azioni. Molte volte nei paesi fratelli ho formulato dichiarazioni che esprimevano con la maggiore franchezza il mio pensiero su diversi problemi della vita internazionale e americana. La gente cilena non si rende conto che all'estero non possiamo mantenerci silenziosi. Ci è chiesto di parlare, non solo come democratici, ma anche come cileni.
Nella grande e commovente riunione dei 20.000 operai di Coronel che si unirono per sentire, tra gli altri, il senatore Contreras Labarca e me, le mie prime parole furono per dire ai lavoratori del carbone la responsabilità che pesa su noi portando nelle mani la bandiera della democrazia in America. Accanto a me, delegazioni di intellettuali e di operai dei più reconditi angoli dell'America, vennero ad ascoltare una voce cilena, una voce che li confortasse nei loro dolori, nelle loro lotte e nelle loro speranze. Il Cile, dal trionfo del Fronte Popolare, simbolizza tutta la lotta antifascista ed i desideri di miglioramento sociale di tutta la popolazione operaia e della classe mezza del continente intero. Ed è, naturalmente, odiato e temuto dagli sfruttatori ed oppressori di tutto il continente.

IN QUESTO MOMENTO SONO UNA MITRAGLIATRICE


V.T: Caratteristiche della sua più recente produzione?
P.N: I miei poemi di questi ultimi anni sono stati affezionati esclusivamente agli avvenimenti del nostro tempo e sono stati accolti in tutti i paesi latinoamericani con la stessa eco con che furono ricevuti i miei Veinte poemas de amor y una canción desesperada, ciò significa che sono stati profondamente in accordo col sentimento dell'epoca presente. Ho avuto anche l'onore che i miei versi fossero incollati in quantità immensa alle pareti di città del Messico.
Nei momenti di maggiore angoscia, quando il mondo tremava davanti all'imminenza della caduta di Stalingrado, i miei versi furono un grido di fede che arrivò direttamente al cuore dal popolo. Da quell'istante un gruppo di poeti puristi dell’arte e di ragazzini affezionati alla letteratura mi attaccarono violentemente, invocando il cielo per la profanazione che si faceva attaccando la mia poesia nelle pareti. A tutti loro risposi scrivendo, accomiatandomi da quel grande paese, il mio poema "En los muros de México". Ad un'intervista che mi fu fatta in Colombia su quali erano i miei progetti in poesia, risposi che essi prenderebbero la forma degli eventi di questa epoca. Non sono un poeta - risposi -: in questo momento sono una mitragliatrice, e sparo quando è necessario.

LA PITTURA MESSICANA


V.T: Verso dove si incammina il movimento artistico messicano?
P.N: Tutto il panorama intellettuale del Messico si orienta da tempo verso il terreno della lotta sociale e verso la valorizzazione delle essenze indigene e popolari. In questo campo il successo migliore riuscito fino ad oggi sta nella pittura. La pittura murale messicana, coi suoi grandi esponenti, dei quali abbiamo conosciuto in Cile il lavoro di due agguerriti rappresentanti, Siqueiros e Guerrero, continua ad essere la manifestazione più alta della vita artistica messicana. Possiamo dire, senza paura di sbagliarci che il gruppo di pittori messicani viventi non ha paragone in nessun altro paese negli attuali momenti, e che costituisce la più forte e trascendente corrente della pittura mondiale di questo tempo. Ai nomi già conosciuti, possiamo aggiungere quello della meravigliosa pittrice María Izquierdo, sposata col pittore cileno Raúl Uribe; Gabriel Fernández Ledesma, stimolante generoso in molti altri campi della vita artistica messicana; Guerrero Calvan, Chávez Morado e sua moglie, Olga Costa; il nordamericano Pablo O'Higgins, parente del liberatore del Cile; e Leopoldo Méndez che continua la tradizione dell'incisione dell'illustre Posada; il giovane e splendido pittore Gutiérrez, Carlos Orozco Romero e centinaia di altri nomi che bisognerebbe cercare in un catalogo.

I MIGLIORI PRODOTTI DEL MESSICO: PITTORI ED AGRONOMI


Accomiatandomi dal Messico e domandarmi i giornalisti su quali erano, al mio giudizio, i migliori prodotti della vita sociale messicana, io risposi, e continuo a crederlo che questi sono i pittori e gli agronomi. Questa risposta produsse commenti molto irritati di alcuni settori, ma io risposi come cileno, tentando di mettere in rilievo quello che io trovavo più assente in Cile e più avanzato in Messico. In effetti, se parliamo dell'agronomo messicano troviamo che questo non è un strumento di un latifondista nello sfruttamento dell'uomo e della terra. L'agronomo messicano è l'anello tra lo Stato ei campi comuni del villaggio. È, in realtà, parte integrale ed essenziale del meccanismo della Riforma Agraria e la maggiore importanza dell'agronomo continua ad accentuare la maturità delle conquiste del contadino. È l'agronomo messicano quello che consiglia la distribuzione delle terre, la loro coltivazione, importa le macchine moderne ed adeguate, insegna l’uso di queste macchine e lavora, infine, nelle istituzioni di credito agricolo, sulle quali si basa l'evoluzione della Riforma Agraria e che sono quasi totalmente comandate da agronomi. Se l'agronomo cileno conoscesse la possibilità straordinaria che gli riserva la distruzione del latifondismo e la sua incorporazione diretta ai nuovi sensi sociali, si interesserebbe forse per studiare, senz’altro, il lavoro degli agronomi messicani. Con questo oggetto, ho il proposito che siano invitate in Cile alcuni delle figure distaccate dell'agronomia messicana, come sono il grande amico del Cile ingegnere César Martino ed altri ingegneri notevoli come Foglio Miramonte, Julián Rodríguez Adame, José López Bermúdez ed alcuni ancora la cui venuta in Cile costituirebbe forse l’inizio più interessante della comprensione tra i nostri paesi.

«LA CORONELA», TIPO DI BALLETTO AMERICANO


Il senso nazionale e sociale ha raggiunto anche per la prima volta in questi anni il balletto, con la fondazione del Balletto del Teatro delle Arti e con la creazione Di quella che considero un'opera maestra, La Coronela, con libretto di Gabriel Fernández Ledesma, con la musica del geniale e perduto Silvestre Revueltas [di chi Neruda nel "Oratorio Menor", vicino alla sua bara, disse:

Silvestre è morto, Silvestre è entrato nella sua musica totale, nel suo silenzio sonoro.

Figlio della terra, bambino della terra, da oggi entri nel tempo.
Da oggi il tuo nome pieno di musica volerà quando si tocchi la tua patria, come da una campana].

La scenografia fu a carico dell'insigne direttore giapponese antifascista Seki Sano, e la direzione coreografica del gran artista Waldeen. È, in realtà, la più interessante congiunzione estetica che mi sia toccato vedere in molti anni e segna la fine del balletto russo pavloviano in quello che aveva di decadente e debole, per cedere il passo ad una concezione veramente nostra e rivoluzianaria, alzata verso la sua esecuzione col più grande decoro artistico immaginabile.

UN GOYA MESSICANO


Forse la cosa più interessante de La Coronela è che si prendono come punti di partenza le celebri incisioni dello straordinario Guadalupe Posata, un artista popolare del 1900 che fissò la vita della sua epoca a piccole illustrazioni per i canti di ciechi, per i racconti infantili, per i cartelli in che si annunciavano i crimini che più terrorizzavano la vita cittadina. Posada finì anche per essere il maggiore critico della sua epoca lasciando un ricordo corrosivo degli abusi dei potenti e della sofferenza di operai e contadini. Così arrivò ad essere, con la sua immensa opera popolare (più di 22.000 incisioni) una specie di Goya messicano. Molto pochi fenomeni della vita messicana rimasero fuori della sua opera prodigiosa. Si è realizzato in Messico, grazie agli sforzi del pittore Fernando Gamboa, l'esposizione dell'opera di questo artista popolare nella Sala di Onore del Palazzo di Belle Arti, esposizione modello di presentazione moderna e di buon gusto.
Con questo il grande Posada è entrato definitivamente in quello che forse mai sognò: al posto di onore riservato ai creatori dell'anima del suo paese. Ho invitato Fernando Gamboa a portare in Cile l'esposizione Posata e spero che la mia iniziativa trovi accoglienza nei circoli artistici del nostro paese.

UN NUOVO SENSO DEL ROMANZO


V.T: La nuova generazione nella letteratura messicana?
P.N: Gli scrittori giovani di maggior futuro nella poesia messicana mi sembrano essere Alberto Fittavolo Álvarez, Enrique Guerrero, Efraín Huerta, Guzmán Araujo e Marco Millán. Nella prosa si profila un nuovo senso del romanzo, in cui si uniscono una lingua di un classicismo fresco e vivente con le tendenze nazionali che formano il lievito del Messico. Questi nuovo grandi scrittori che dovrebbero essere ampiamente conosciuti in Cile, sono Juan de la Cabada, Ermilo Abreu Gómez, José Revueltas ed Andrés Henestrosa.
Anche, sempre nel posto di combattimento, stanno l'eccellente romanziere José Mancisidor e l'illustre gran poeta e scrittore Enrique González Martínez, figura segnatrice della vita intellettuale e civica del Messico.

GUERRERO E SIQUEIROS


V.T: Che cosa fanno i nostri conosciuti Xavier Guerrero e David Alfaro Siqueiros?
P.N: Xavier Guerrero è stato ricevuto molto bene ed ha avuto riconoscimento il suo magnifico lavoro in Cile. Gli è stato comandata una pittura murale di enormi proporzioni.
Il gran pittore Siqueiros sta a L'Avana, lavorando affannosamente e con molti desideri di ritornare alla sua patria. In innumerabili occasioni ho parlato della sua preziosa pittura. Ed ebbi il piacere di riferirmi a lui nel discorso che pronunciai nel pranzo che a Marta Brunet ed a me ci offrì la Società di Scrittori del Cile alcuni giorni fa. Manifestai in detta occasione, tracciando una specie di relazione della mia attuazione consolare, che mi si era offerta l'opportunità e l'onore di agire in due avvenimenti di importanza storica per il mio paese, cioè: l'immigrazione di repubblicani spagnoli in Cile e l'aiuto che prestai al gran pittore Siqueiros affinché lasciasse in Cile la sua opera di importanza mondiale.

UN LIBRO RESPINTO DA UNA CASA EDITRICE CILENA È LA SENSAZIONE DEGLI STATI UNITI


V.T: La situazione degli scrittori rifugiati in Messico?
P.N: In Messico c'è un interessante gruppo di scrittori di lingua tedesca. Tra essi, emerge il grande romanziere Anna Seghers, autrice del meraviglioso libro La séptima cruz. Prima che io uscissi dal Messico soffrì un grave incidente che quasi le fece perdere la vita. Per fortuna per la letteratura mondiale, sta lentamente recuperando. Mi dispiace che il libro di Anna Seghers sia stato respinto da alcuni case editrici cilene, i cui direttori letterari provano così la sua assoluta incompetenza, e che le selezioni di libri si lascino all'arbitrio di funzionari falangisti o agenti naturali o vergognosi del regime hitleriano che tenteranno di intorpidire lo sviluppo della cultura nel nostro paese, come lo fecero in Spagna. Il libro di Anna Seghers poco dopo di essere stato respinto per una casa editrice cilena, fu scelto negli Stati Uniti come "il libro del mese", quello che ha prodotto una vendita superiore a duecentomila esemplari, ed inoltre è appena stato acquisito dalla Metro Goldwyn Mayer, al prezzo di un'elevata somma di migliaia di dollari.
Sono anche amico, da molti anni del grande scrittore cecoslovacco di lingua tedesca Egon Erwin Kisch, che conobbi in Spagna, un meraviglioso autore di doloroso umorismo. Un'altra delle figure più interessanti tra i tedeschi esiliati è quella di Eudwig Renn, antico ufficiale prussiano, uscito della nobiltà tedesco, grande scrittore e focoso combattente antinazista. Emerge anche il giornalista ceco di parlata francese, André Simone, autore del migliore libro sulla Francia: J'accuse, di Hombres de Europa e La battla de Rusia, anche lui vive in Messico e lavora nel gruppo dell'Alemania Libre.

L'AIUTO ALLA RUSSIA IN MESSICO


V.T: L'aiuto alle Nazioni Unite in Messico e la sua partecipazione in esso?
P.N: Negli ultimi anni, fuori dalle attività consolari, ho dedicato gran parte del mio tempo al lavoro nel Comitato di Aiuto alla Russia in Guerra, gran organizzazione messicana simile al Russian War Relief degli Stati Uniti. Questa società di aiuto, nella quale condividono membri il gabinetto ed altri alti funzionari messicani, ha già raccolto molte migliaia di dollari, medicine, alimenti e vestiti. Poco tempo fa facemmo un interessante invio di sulfamidici, droga specialmente necessaria negli ospedali della retroguardia e negli aiuti nello stesso campo di battaglia.

TRA IL VOLO DEI CONDOR, IN UNA CIVILTÀ DI FA I2.OOO ANNI


V.T: Accoglienza ed impressioni nel viaggio di ritorno in Cile?
P.N: Fu un viaggio emozionante in cui il nome e l'amore per il Cile erano sempre presenti. Fui dichiarato ospite di onore in Manizales (Colombia), nell'antica città di Cuzco ed in Puno, sulle rive del lago Titicaca.
A Cuzco fui invitato dal senatore peruviano Uriel García. Benché conoscessi da ragazzo notizie sulla bellezza imponente della capitale dell'Impero degli Inca, mi lasciò attonito la magnificenza e l'impressionante ricchezza e bellezza dei suoi monumenti. Dopo, anche col senatore García, andammo a visitare, ad un'ora da Cuzco, le rovine preincaiche di Macchu Picchu, la cui esistenza è ignorata di tanti di noi e che costituiscono il gruppo archeologico più importante del mondo intero. È qualcosa di stupendo sedersi nelle sue panche di pietra, circondati da un anfiteatro di costruzioni immense nella cima delle montagne più alte d'America. Giustamente lì, tra il volo dei condor, che fanno il loro nido in quello posto, nella solitudine delle rovine, alcuni archeologi hanno fissato in 12.000 anni l'età di Macchu Picchu.

ALTEZZA E RISONANZA DI JUVENCIO VALLE


V.T: Quale è la sua impressione davanti al panorama intellettuale cileno?
P.N: Un fatto che deve segnalarsi all'attenzione nazionale è l'altezza letteraria a cui è arrivato il gran poeta Juvencio Valle, letto, rispettato ed ammirato in tutto il continente. La sua condizione poetica è già un fatto di importanza continentale, e molto pochi poeti nella nostra lingua raggiungono oggi una purezza ed una qualità uguale.
Voglio anche ringraziare tra le molte voci che mi hanno ricevuto un articolo molto generoso e molto degno di Benjamín Subercaseaux, scrittore ogni giorno più letto e commentato in tutta nostra l'America.
Tra le iniziative di importanza continentale nate in Cile, vicino al grande lavoro che sta realizzando il ministro di Educazione, Benjamín Claro, di spirito tanto rivoluzionario e rinnovatore, merita speciale attenzione la creazione del Museo di Arte Popolare Interamericana. In tutti i posti dove stetti chiesi aiuto ai governi ed artisti per la creazione di questo museo che sarà un onore per il Cile, poiché non ne esiste un altro di questa classe in nessun altro paese americano. In questo campo, come in tante altre cose, siamo stati noi cileni i pionieri.

SUL PREMIO NAZIONALE DI LETTERATURA


V.T: Che opinione merita l’agitazione provocata attorno al premio Nazionale di Letteratura?
P.N: Comprendo che in un paese in cui gli scrittori e la maggior parte della popolazione vivono tanto poveramente, esistano serie rivalità per raggiungere i premi letterari; ma queste discordie non devono arrivare a cancellare ogni decoro ed a fare di una nobile emulazione una lotta di lupi e squali. Da parte mia, stimo che il premio Nazionale di Letteratura deve essere concesso ad Angelo Cruchaga Santa María, senza pregiudizio che scrittori tanto meritori e considerevoli come Alberto Romero, Mariano Latorre, Gabriela Mistral, Pedro Prado, lo ricevano in una prossima occasione, poiché la qualità e quantità delle loro rispettive opere lo giustifica pienamente.

GLI EDITORI PIRATI


V.T: Che mezzi adotterà davanti alla recrudescenz della pirateria editoriale con la sua opera?
P.N: Hanno continuato a circolare per il continente edizioni non autorizzate dei miei libri, come quelle fatte in Colombia ed Argentina. L'ultimo calcolo dei librai sulle edizioni pirati di Veinte poemas fanno portare il numero di esemplari a 40.000. Finito il mio contratto con l'editorie Ercilla, i miei libri saranno pubblicati dall'editore Losada di Buenos Aires.

Il Secolo, Santiago, 5.12.1943.



Reportage su Neruda
Enrique Bello

REPORTAJE A NERUDA. (Pagine 1084-1093.) Anche questa intervista ebbe luogo al ritorno di Neruda al paese dopo avere vissuto tre anni di esilio in Messico ed in Europa. Il periodico Pro Arte svolse un ruolo importante nella promozione e visibilità delle attività culturali progressiste durante il governo reazionario del presidente González Videla. Il suo direttore Enrique Bello fu un distaccato intellettuale cileno ed amico personale di Neruda. Questa intervista rappresenta l'ideologia poetica di Neruda durante la fase più radicale del suo compromesso politico (1947-1955).

ENRIQUE BELLO: Come potrebbe sintetizzarsi l'idea del realismo socialista nella letteratura e nell'arte?
PABLO NERUDA: Sorpassando i canoni antichi, il realismo socialista mostra la trasformazione dell'uomo nel periodo di nascita della nuova società. Cioè, non si limita a ritrarre l'uomo ed il paesaggio, ma contribuisce alla formazione ed alla costruzione del futuro. In questa maniera, l'arte della nostra epoca arriva a compiere un ruolo fondamentale, come una materia tanto necessaria come l'acciaio o il mattone delle nuove costruzioni. Il libro e la pittura devono segnalare la prossimità e la fecondità dell'epoca socialista che viene, e devono mostrare i fondamenti umani sociali e naturali della speranza contemporanea. In questa maniera, lo scrittore si trasforma in creatore della storia, assumendo, per la prima volta, un compito diretto nella costruzione di un'epoca.
E.B: In che misura credi che tale tendenza è esistita o esiste nella letteratura?
P.N: In generale abbiamo una nobile tradizione nella nostra America, specialmente nel romanzo. Questo romanzo ebbe l'influenza di Tolstói e di altri protagonisti di una gran epoca; ma se contiamo strettamente le inclinazioni del nostro racconto americano, troviamo il naturalismo soddisfatto o il realismo pessimistico. Il naturalismo soddisfatto è, in generale, la visione dei proprietari terrieri proiettata agli ambienti popolari del campo americano. Ed il realismo pessimistico è l'incursione della borghesia delle città per deformare l'anima ed il contenuto della letteratura.
Romanzi straordinari come Huasipungo o El señor presidente sono veri buchi scavati dalla disperazione.
Nelle mie conversazioni con gli scrittori sovietici, mi raccontavano come essi in mezzo alla repressione, dopo la rivoluzione del 1905 Gorki scriveva La madre, monumento alla fede nel destino umano. Non possiamo pensare che le terribili condizioni del nostro paese giustifichino le opere atroci. È piuttosto l'influenza delle cappe retrograde dell'attuale società, che chiede agli artisti un mondo ombroso e sanguinante, per mostrare che l'uomo non ha uscita né soluzione.
A parte questo abbiamo l'influenza di romanzieri come Faulkner, pieni di perversità, o poeti come Eliot, falso mistico reazionario che dispone di un cielo particolare per la nobiltà britannica. E non è per caso che questi due scrittori ricevono il premio Nobel, incoronazione e premio che dà una società agonizzante ai suoi propri sotterratori.
Se leggi una le riviste della nostra America, dell'Uruguay o di Panama, si vede la preoccupazione cosmopolita, il desiderio di non lasciare numero senza menzionare l'ideologo nazista Heidegger, o il distruttivo Sartre. Questo è il riflesso del cosmopolitismo e della denazionalizzazione degli attuali dirigenti della nostra società creola. La castra superintelettuale si allontana dai nostri problemi e della lotta del paese coi suoi episodi commoventi e la sua grandezza. Vediamo riviste, come Sur, di Buenos Aires, che consacrano numeri interi a spie internazionali e colonialista, come Lawrence d'Arabia, a traditori come Drieu La Rochelle, che si avvelenò prima di essere impiccato nei momenti della liberazione di Parigi, e che ora apre le sue pagine ad un giovane poeta polacco che ha cambiato la sua patria - dove tanto si è sofferto e si è costruito - con i dollari del Dipartimento di Stato. La rivista Sur non si è preoccupata mai di Julius Fucik, l'eroe immortale, che prima di essere assassinato dai nazisti, scrisse nella sua cella, su carte di sigarette, la sua grandiosa professione di fede Memorias escritas bajo la horca, e che sono, oltre ad un gran libro di tutte le epoche, un canto alla speranza ed una conferma di fede nel destino.
E.B: Tuttavia non è possibile sperare in un cambiamento radicale di posizione, in scrittori ed artisti che si sono nutriti di un sistema come quello che tu denunci. Che stimoli propone questo realismo?
P.N. : Non possiamo pensare al cambiamento repentino, attraverso una formula ripetuta dell'espressione e del contenuto degli attuali artisti e scrittori. Questo cambiamento deve svilupparsi con i propri mezzi personali e seguendo lo sviluppo più profondo e più sincero. Non tireremmo fuori niente catalogando l'esteriorità passeggera con nomi progressisti, se non abbiamo il cambiamento stesso della concezione, prodotto attraverso una lotta personale.
Non credo che forzosamente sia legato ad un'attività politica questo sviluppo; ma sì ad un cambiamento di criterio, ad una rivalutazione delle distinte parti della società.
Se durante il periodo di agonia del feudalesimo si fossero condannati gli artisti a continuare i lavori di tappezzeria galante o di poemetti per le nobili dame, senza vedere il risveglio della borghesia nelle città, e conseguentemente il progresso umano, avrebbero perso questi artisti il loro diritto ad esistere, perché non avrebbero visto l'alba di una nuova classe dirigente.
Nel momento attuale del mondo, le forze di avanzamento, di progresso e di creazione, si trovano nel proletariato. Il risveglio di questi milioni di uomini, la resurrezione del mondo coloniale, i nuovi pubblici incredibilmente numerosi, devono trasformare forzosamente tutti gli ordini dell'arte. Davanti a questo fenomeno, è interamente futile discutere su arte diretta o arte libera. Si tratta di arte viva o arte morta.
Solo alcuni mesi fa io conversavo a Ginevra col direttore Ansermet. Egli mi dicevo le conclusioni del suo nuovo libro che pronto apparirà. "La musica è morta - mi diceva -. L'abbiamo seppellita." Io gli risposi che la musica non è morta nell'Unione Sovietica, e questo credo che può essere ben come chiaro per tutti, lo fu per Ansermet. La musica attraversò una crisi, anche nell'Unione Sovietica, tese a diventare geroglifica, atonale, dissonante, ermetica, difficile ed antipopolare. Questo veniva dall'influenza cosmopolita dei maestri europei, che stanno ammazzando la musica. Il Partito Comunista dell'URSS che naturalmente, al contrario di quello che accade col Partito Liberale o Radicale del Cile, si preoccupa di tutta la vita del suo paese, ed anche della scienza e delle arti, notò il pericolo, e segnalò la gravità della situazione. In un paese eminentemente musicale in cui milioni di uomini riempiono le sale da concerto, ed in cui ora è difficile ottenere biglietti senza prenderli in anticipo, le sale continuavano a rimanere semivuote, il paese si allontanava dalla musica.
I grandi compositori che ho avuto l'onore di conoscere, come Prokófiev, Shostakóvich, Jachaturian, dedicano ora la totalità del loro sforzo ad una musica legata con la tradizione russa e col futuro della terra sovietica. Prokófiev ha appena ricevuto un nuovo premio Stalin per la sua "Cantata dei boschi" che è considerata la sua opera più importante. E così, il riconoscimento di un debito verso il suo paese e verso il futuro, invece di essere, come si è detto, una sterilizzazione della materia artistica, è, precisamente, la porta della fecondità.
E.B: Deve considerarsi, in generale, che esiste un abbandono della linea umanistica dei grandi creatori?
P.N: Nella letteratura vediamo sparire davanti al pubblico più colto nomi che, come quelli di Tolstói, Balzac, Hugo, sono i nomi titanici della creazione artistica. Questi nomi partono dalla tradizione umanistica di secoli, e si uniscono a quelli di Dante, Bacon, Cervantes e Shakespeare, Rabelais e Montaigne, cioè, ad una linea diretta di progresso nella conoscenza. L'influenza che questi uomini ebbero su un'epoca, in cui la borghesia non aveva la continuità del pensiero, servì a tutto il risveglio dalla nostra letteratura americana. Oggi si desidera deviare questa linea umanistica, e confondere gli spiriti con movimenti di ritardo, come l'esistenzialismo o l'astraziinismo. Queste correnti, invece di dare uscita ai conflitti umani, portano al labirinto della negazione o dell'inutilità.
Io credo nel BENE, e non credo che il MALE sia il terreno della fecondità artistica. Io credo nelle idee indignate dalle false correnti attuali, che finiscono già la loro effimera vita, come la verità e la bellezza. Credo che l'arte deve contenere il bene, la verità e la bellezza. La coltivazione del male, nel senso byroniano o baudeleriano, è la reazione individuale di un artista davanti all'ostilità compatta di una società. Ma, come sentire questa ostilità in un momento di aurora del mondo? Un nuovo mondo sta nascendo davanti ai nostri occhi, l'Unione Sovietica trasforma la natura con le più vaste concezioni, per raggiungere la prosperità e la pace, cinquecento milioni nella Cina cambiano i loro modi di vita ritardati, e si mettono con entusiasmo infinito a cambiare il fondo e la forma del loro paese. Ho visto le stamperie più grandi del mondo in antichi paesi feudali, come Polonia e Romania; ho visto trattenersi il traffico per strade di Mosca, dai sottoscrittori di una nuova edizione delle opere complete di Balzac, ho visto gli operai del Baltici passare le loro ferie sul mare Nero in Romania; infine, tutto ci dice che un concetto più razionale, più elevato e più degno della vita si è stabilito con una fermezza indistruttibile. Gli artisti non hanno diritto a chiudere gli occhi, e sì, devono aprirli.
E.B: Volessimo che ci parlassi, ora, di quello che hai affermato, come la necessità di semplificare i mezzi di espressione, e che si osserva ogni volta in maniera più notevole nella tua ultima poesia.
P.N: La mia propria esperienza letteraria mi indica come si trasforma lo stile per adattarlo ad un nuovo pubblico. Anni fa, dovetti scrivere un poema per leggerla davanti a centoventimila persone. Fu in Brasile, quando Prestes parlò per la prima volta al popolo di San Paolo. Questo poema mi insegnò molto. Doveva contenere realismo, romanticismo rivoluzionario ed assoluta semplicità. Ed inoltre doveva essere capito da quell'immenso numero di persone, impiegati, professionisti, artisti, operai del porto di Santos, e contadini negri delle tenute del caffè. Ogni verso fu ricevuto con un alto mormorio dalla massa, e ciò mi indicava come arrivava ad un'immensa maggioranza di quelli che lì stavano. Studiai dentro me, quello che si era prodotto; più tardi scrissi "Los muertos de la plaza", e più tardi, questo sviluppo verso la semplicità, mi permise di abbracciare quasi tutto il Canto general. Ma credo che il mio prossimo libro sarà ancora più semplice.
Conversiamo subito con Neruda circa la situazione mondiale, in relazione con la pace e la guerra il cui dialogo terribile egli ha dovuto ascoltare in Europa durante questi due ultimi anni. I suoi racconti sono un'accusa sostenuta contro la politica internazionale ufficiale dei nostri giorni. Ci dice, tra altre cose:
P.N: Il senato nordamericano ha votato recentemente in credito per provocare insurrezioni nei paesi del socialismo, e per inviare missioni di spionaggio e di sabotaggio in questi paesi. Il comandante in capo della forza aerea del Cile, generale Celedón, che ritornò non molto tempo fa, ha dichiarato in El Mercurio: "Gli Stati Uniti si preparano in forma intensiva per la guerra".
In queste condizioni, è ben difficile, ma non impossibile, mantenere o aumentare l'amicizia tra i paesi. Il fascismo nordamericano impedisce che escano universalmente dalle sue frontiere uomini universalmente amati, come Paul Robeson, o chiudono le loro porte alla più grande gloria hanno dato gli Stati Uniti, il gran commediante Charles Chaplin. È difficile per tutto il mondo entrare nel territorio nordamericano. Una inquisizione, nuova forma della Gestapo, si è introdota nel cinema, nei giornali e nelle ambasciate nordamericane. Gli istituti nordamericani di cultura in ogni paese, si dedicano alla penetrazione nei media intellettuali e studenteschi, esportando le sue idee belliche ed i suoi concetti brutali di dominazione del mondo, occultandoli con false agevolazioni ai nostri giovani studenti. L’ambasciata nordamericana distribuisce nelle scuole del Cile propaganda contro l'Unione Sovietica; questa propaganda è esattamente la stessa di Goebbels. A nessun giovane progressista o che abbia nella sua famiglia qualche parente di idee liberali, si sono dispensate borse di studio dalle fondazioni nordamericane.
E.B: Osservasti quella tensione di cui parla costantemente la stampa attraverso la denominata cortina di ferro?
P.N: La cortina di ferro è un'invenzione nordamericana per occultare o dissimulare i suoi preparativi di guerra. Essi vogliono ostacolare ogni contatto con paesi nuovi, che hanno risolto a loro modo problemi che li affliggevano da tempo. In questo senso, il blocco del Cile è quasi completo. Non possiamo commerciare né con la Cina, né vendere rame alla Polonia, né ricevere libri di quasi nessuna parte, mentre Visión ed il Reader's Digest sono violentemente scaricati sul nostro pubblico, per deformare ed avvelenare la nostra nazionalità.
Poco tempo fa, nella rivista Time si pubblicò una grossa calunnia in contro di me. Non credetti necessario smentire, perché calunnie di questo tipo si sono fatte contro molti cileni, in quella stessa rivista. Citerò i casi del presidente Aguirre Cerda e del presidente signor Ibáñez. A questa rivista non piace smentire le sue calunnie che formano la parte principale del suo testo. Io ricordo che a Mosca, avendomi fatto una rivista letteraria un'intervista, feci sapere che alcuni dei concetti riportati dal giornalista, come espressi da me, non stavano nelle mie dichiarazioni. I colleghi di quel giornalista, lo citarono e lo processarono, facendolo rinunciare al suo posto, per essersi permesso di alterare le mie dichiarazioni. Quello è un esempio di morale giornalistica che la rivista Time starebbe molto lontana da seguire; al contrario, lì si premierebbe il tergiversatore.
Il peggio è che questa cortina nordamericana inonda il mondo occidentale, ed isola sempre di più i paesi. Bisogna ricordare che l'espressione più alta dell'arte coreografica sovietica, la ballerina Ulánova, con tutta la sua troupe, fu espulsa dell'Italia dopo avere dato un Romeo e Giulietta come mai più potranno vederlo gli italiani, e per ordine dell'ambasciata nordamericana. Questi sono crimini contro la cultura, e questo è il cammino di Hitler.
L'ultima volta che ascoltai Ehrenburg, a Berlino, egli ci diceva:
«Si è appena formato un comitato presieduto per un antico ambasciatore nordamericano a Mosca per la liberazione della Russia. Negli Stati Uniti si vuole liberare i russi dai russi. Ufficialmente io posso assicurare che nell'Unione Sovietica, non permetteremmo nessuna istituzione che volesse liberare il Nordamerica dai nordamericani».
La politica di guerra dei proprietari del salnitro e del rame del Cile, politica di colonizzazione, è arrivata ad offrire sintomi di pazzia. Non dimentichiamo che il signore Forrestal, ministro di Guerra yankee, dopo avere proclamato l'installazione di basi aeree nella luna, per bombardare all'URSS, finì per lanciarsi da una finestra.
Io sostengo che è possibile la convivenza tra i sistemi ed i regimi differenti, nel nostro mondo attuale, e che è solo possibile la competenza pacifica di essi. A questo proposito, un milionario yankee, diceva con franchezza ad un mio amico sovietico:
«Non temiamo i vostri carri armati, bensì le vostre pentole».
Noi non dobbiamo temere né i carri armati che schiacciarono i nazismi né le pentole in cui si prepara il cibo per milioni di uomini.
E.B: L'intervista col poeta del Canto general ha seguito un po' l'ordine disordinato delle nostre domande. Improvvisamente si trattiene, sorridente, di fronte al reporter con gesto di rimprovero, quando la conversazione si prolungava già troppo sulla situazione mondiale:
P.N: Tu non farai che io dimentichi il mio grande interesse per riferirmi alla nostra poesia.
E.B: È che quello intimo rimane sempre per il finale...
P.N: La mia impressione è che la poesia segua il suo corso felice nel nostro paese. Le pubblicazioni che arrivavano dal Cile - malgrado non ce ne sia nessuna strettamente letteraria -, raramente le aprivo senza trovare un nuovo nome. Le tendenze della poesia cilena nei giovani poeti, sono una franca aspirazione verso la chiarezza (insiema, possibilmente, alla maggiore difficoltà anche da vincere) ed una preoccupazione grande sul Cile e sulle cose del paese, verso quello che chiameremmo con titolo da emporio: "i frutti del paese." C'è anche un crescente tentativo di prendere parte ai problemi del paese, e anche una certa precipitazione in ciò. In un paese tanto straordinariamente politico come quello nostro, la poesia politica è qualcosa di naturale, che ci viene non solo dei classici come Quevedo e Lope, bensì da poeti come Pezoa Veliz, Pedro Antonio González e Dublé Urrutia.
L’interessante in questa situazione è lo sviluppo di ognuna delle personalità poetiche, la maturazione delle sue qualità, la stessa lotta individuale di ognuno dei giovani poeti per arrivare ad esprimere il considerevole regno che i poeti di questo tempo dobbiamo conquistare, ed il linguaggio più diretto e più bello.
È, naturalmente, una cosa stabilita: è finito il ciclo della poesia oscurantista, o per lo meno stiamo nel suo momento crepuscolare. Le tenebre non hanno niente a che vedere, né devono avere niente a che vedere con la nostra vita. Non c'è neanche posto per la "angoscia", in un mondo in cui il maggiore numero di uomini ogni volta condividono la lotta, la liberazione e l'allegria. Le angosce metafisiche sono ben piccole di fianco alla terribile condizione materiale della gente. Tuttavia, se i poeti non possono, per incapacità, condividere i dolori e le lotte generali di tutti gli uomini, non abbiamo guerra contro essi. Lo stesso corso della vita mostrerà loro la strada, se in realtà sono poeti, cioè, se sono generosi. Ci sarà sempre il caso degli irriducibile divoratori di carta. Quelli si tappezzeranno all'interno fino alla morte senza umiltà e senza eroismo.
E.B: Che opinione hai degli artisti cileni che trovasti all'estero?
P.N: Ho trovato anche lì esempi della vitalità giovanile della nostra patria. Voglio segnalare specialmente lo straordinario successo del pittore Nemesio Antúnez, che ha appena fatto una nuova esposizione in Europa, questa volta a Oslo. È un giovane maestro che cerca la sua strada, e che ha acquisito già i mezzi di espressione e l'orientamento del nostro tempo. Venturelli ha fatto alla Cina un regalo degno della nostra patria. L'unica pittura che adorna il Comitato Nazionale della Pace della Cina è un murale del nostro gran pittore. D'altra parte, mi ha stupito l'opera realistica e splendida della giovane pittrice Carmen Cereceda.
E.B: E Matta?
P.N: Sento Matta molto inquieto. Le onde elettriche del tempo che viene non possono smettere di arrivare ad un esploratore tanto intelligente.

L'intervista ebbe luogo in Isla Negra l’11 di ottobre del
1952 e fu pubblicata nella rivista
Pro Arte, num. 160,
Santiago, 28.11.1952. L'intervistatore Enrique Bello era
il direttore di
Pro Arte ed amico personale di Neruda.


Pablo Neruda a Parigi
Claude Couffon


Nuovamente di passaggio per Parigi, Pablo Neruda segue fedele le sue banchine della Senna. Il grande poeta cileno mi riceve cordialmente nella sua piccola stanza di hotel, non lontano da quel dipartimento nel Quai dell'Horloge dove visse nel 1939, quando fu console per l'immigrazione spagnola. Sul tavolo, vicino ad un gran ramo di rose rosse, vedo nella sua scatola i cinque volumi del Memorial de Isla Negra, ultima opera del poeta. Il titolo evoca una regione cilena di spiagge e rocce, ma dietro quella menzione si nasconde una poesia metà biografica, metà sensoriale, nella quale Neruda - secondo la propria dichiarazione - riprende tutti i suoi "temi favoriti":
PABLO NERUDA: C'è un libro sull'infanzia, un'altro sulla guerra, un altro sui viaggi, un altro sulla natura che mi segue chiamandomi con la sua voce innumerabile. L'ultimo- una Sonata critica - è contemporaneamente un riassunto tragico e burlesco di tutto questo riunito, nel quale ho tentato di esprimere la sensazione di ogni giorno. Partendo da avvenimenti della mia propria vita, incalzato da essi se lei vuole, volli ricostituire nel Memorial vari cicli della vita umana.
Alcuni mesi fa, giornali e riviste del mondo intero celebrarono con entusiasmo i sessanta anni di Pablo Neruda: l'interprete della solidarietà umana che - secondo la sua propria espressione - ha lasciato la sua parola "nella porta di numerosi sconosciuti, di numerosi prigionieri, solitari e perseguiti", ha ricevuto di tutti un caloroso omaggio. Gli domando allora quali sono state le sue reazioni di fronte a tali dimostrazioni di simpatia.
P.N: Naturalmente mi sono sentito molto orgoglioso e commosso. Ma credo che il mio migliore stimolo è l'adesione del mio paese alla mia poesia, da molti anni. Per un poeta è un'impressione contemporaneamente molto forte  e molto strana quella di sapersi circondato dall'affetto di tutto un popolo, benché si tratti di un paese piccolo.
C.C: Mi piacerebbe che facesse  un salto di una decina di anni all'indietro e che conversassimo un po' sui suoi ultimi libri. A proposito della sua raccolta Las uvas y el viento, edita nel 1954, l'ispanista francese Pierre Darmangeat scrisse che quello libro rivelava "una poesia nuova, quella della terra vista da un aeroplano." Sia lei di accordo con questa definizione?
P.N: Le definizioni letterarie non sono mai completamente esatte né assolute, ma confesso che Pierre Darmangeat mi ha fatto un gran onore situando la mia poesia di poeta provinciale in un'epoca tanto avanzata come quella dell'aeroplano ... Naturalmente, senza l'aeroplano, che mi ha permesso spostarmi rapidamente di un posto ad un altro, io non avrei potuto mai scrivere Las uvas y el viento. Tuttavia, quando guardo il mondo che sorvolo, ho l'impressione di vederlo da un angolo singolare: la mia visione, mi sembra, è differente a quella degli altri viaggiatori che mi accompagnano. Las uvas y el viento è in qualche modo la mia personale immagine della terra vista da un aeroplano.
Il poeta riflette:
P.N: Quel mio libro ha ricevuto diverse critiche, tanto di amici come di nemici. Le critiche dei nemici professionali non mi interessano perché fanno parte della sua professione. Ma credo che alcuni dei miei amici non abbiano visto il sentimento di unità del mondo che essenzialmente mi sono impegnato ad esprimere lì. Alcuni hanno affermato che Las uvas y el viento è un libro-reportage, ciò che per loro ha un senso spregiativo. Personalmente non temo al parola reportage, come neanche temo alla parola cronaca. Io ho amato essere, in piena coscienza, un cronista del mio tempo. È uno dei doveri del poeta.
C.C: Nel 1957 lei cominciò a scrivere i Cien sonetos de amor, libro che prossimamente sarà pubblicato in Francia in una traduzione di Jean Marcenac. Non c'è lì un ritorno ad un tema antico, in questione a quello dei Veinte poemas de amor del 1924?
P.N: Io sono stato sempre un poeta dell'amore. Per il resto, quei cambiamenti di stile o di temi sono frequenti nella storia della mia poesia. Se lei preferisce, io voglio esaurire tutte le forme e tutti gli stili per ogni tema. Nei Cien sonetos de amor, la cosa più difficile è stata sottrarre le rime a quelli sonetti affinché non fosseto di bronzo o argenteria, bensì di legno. È per questa ragione precisa che io ho tirato fuori la rima, quella rima che suona come diavoli in spagnoli. Il libro lo scrissi per Matilde, mia moglie, e riflette un momento di riposo, di calma - di relativa calma - nella mia vita.
C.C: Estravagario che lei compose in quello stesso anno 1957, non è tuttavia un libro sereno.
P.N: Quello si deve senza dubbio perchè mi lasciai invadere per una reazione insolita. Estravagario è un'opera burlesca che risponde ad un'altra ingiunzione della mia età. Nella mia adolescenza, nella mia gioventù, io fui un essere pessimista e profondamente triste. Con l'età sono venuto acquisendo quel senso dell'umorismo che unisce vita alla vita. Non so se quell'umore corrisponda interamento al mio carattere, almeno a quello che io credo che è il mio...
C.C: Che cosa può lei dirmi circa Canción de gesta, pubblicato a Cuba nel 1960?
P.N: Io stavo scrivendo alcuni poemi sullo strano destino delle isole dei Caraibi quando sopravvenne la Rivoluzione cubana. Allora la mia intenzione primordiale era quella di evocare la tragedia di Porto Ricco, repubblica latinoamericana che si è trasformata in una colonia nordamericana, minacciata semplicemente di annessione. La situazione di quello paese fratello mi commuove profondamente. È qualcosa già ben conosciuto che quando gli Stati Uniti piantano il suo stivale da qualche parte, occorrono molte lacrime per espellerli da lì. Molte lacrime e molto sangue! Il clamoroso successo della Rivoluzione cubana alterò un tanto il corso del mio libro.
C.C: Mi parli dei restanti libri che Lei ha scritto da quella data.
P.N: Pubblicai nel 1961 i miei Cantos cerimoniales, estesi poemi di tono liturgico, e Las piedras de Chile, libro ispirato dal litorale cileno e dalle sue immense montagne rocciose. All'anno seguente, nel 1962, apparve Plenos poderes, volume di poesia quotidiana, intima e soggettiva. Più di una volta l'arte soggettiva è stata messa in discussione. A me sembra che se l'arte non è soggettiva, semplicemente non sia niente. Il soggettivismo è un obbligo, la stessa cosa che la realtà.
C.C: Pablo Neruda, che cosa deve essere, secondo lei, la poesia?
P.N: Non credo nei consigli e meno ancora nelle ricette letterarie. Tutti gli insegnamenti dogmatici prontamente invecchiano e si rovinano. Pertanto, mi è impossibile dare una ricetta che vada contro le ricette. In quello che mi riguarda, sono un uomo compromesso, ma il mio compromesso è solo con una cosa: con la poesia. Quel sentimento civico che c'è nella mia poesia, o "volontà civica" come dicono alcuni, è un sentimento autonomo. Sentimento che prende accenti differenti secondo ognuno. Il poeta latinoamericano che vedi l'abbandono del nome del suo continente, combattuto dalla natura e schiavizzato da altri nomi, non può sentirsi se non in piena comunione con suo fratello. Quando così non succede, è che quel poeta ha solo un cuore di pietra ed una lira di pietra dalla quale non uscirà nessun suono.
C.C: Che cosa pensa lei della poesia pura?
P.N: Io comprendo una poesia come quella di Mallarmé. Ho visto quelle sue fotografie dove appare tra arazzi di spesso velluto, circondato da quelli ventagli che gli piacevano tanto. La sua poesia la difenderò sempre, come un frutto squisito. La leggo costantemente, e costantemente estraggo da essa poderose lezioni. Ma nelle nostre case americane, dove penetrano il freddo e la neve ed il sole bruciante, la poesia deve essere differente!

Questa versione castigliana dell'intervista (versione riveduta
ed approvata per Neruda) si pubblicò su El Siglo, Santiago,
il 10.4.1966. Il testo originale apparve in Lettres Françaises,
num. 1076, Parigi, 15 aprile del 1965.


Dieci domande a Pablo Neruda
Patricio Ríos S. e Jorge Román Lagunas


PATRIZI RÍOS E JORGE ROMÁN LAGUNAS: La maniera di sentire la poesia come "una violenta volontà di agire attraverso il suo canto lirico" (Hernán Lodola) evidenziata già in Crepusculario, cristallizzò molto più tardi in una poesia di combattività sociale. Questa tappa della sua creazione coincide col suo periodo di maggiore attività civica che culmina con la sua unzione come senatore della Repubblica.
Significò questo ultimo fatto, in qualche modo, una diminuzione della sua fede nella poesia come un strumento di cambiamento?
PABLO NERUDA: Strana domanda! In me i doveri poetici ed i doveri civili non si contraddicono.
P.R. e J.R.L: Nel piano sociale, gli anni che corrono sono fondamentalmente differenti ai quali abbiamo alluso. Oggigiorno, la necessità di una rivoluzione sociale autentica si fa travolgentemente largo nella nostra America. Come può un poeta in Cile rimanere in un posto di avamposto del processo rivoluzionario?
P.N: Solo nel Partito Comunista.
P.R. e J.R.L.: Davanti al Congresso di Pace celebrato in Messico in 1949, Lei dichiarò, a proposito dell'apparizione di un'antologia della sua opera poetica in ungherese e riferendosi alla sua produzione anteriore a España en el corazón la cosa seguente:«Una per una sfilarono quelle pagine, e né una sola mi sembrò degna di uscire a vivere di nuovo. Nessuna di quelle pagine portava in sé il metallo necessario alle ricostruzioni, nessuno dei miei canti portava la salute ed il pane di cui lì avevano bisogno. Non volli che nuovi dolori portassero lo scoraggiamento a nuove vite. E li rinunciai a esse».
Nell'anno 1957, la casa editrice Losada lanciò per tutto il mondo di lingua spanola un tomo con le sue
Obras completas che raccoglie integramente i poemi ai quali Lei aveva rinunciato.
Ha Lei qualcosa da dichiarare al riguardo?
P.N: Rinunciai ad un tono, ad un stile, ad una tematica che, per il resto, esaurii. Non rinunciai alla pubblicazione dei miei libri.
P.R. e J.R.L: Il critico letterario Raúl Silva Castro, analizzando nel libro Pablo Neruda la sua posizione ideologica e constatando la classe sociale della quale Lei proviene, conclude: "Neruda rimane, dunque, tra i borghesi inclinati a condividere per filantropia i dolori del prossimo, per il quale comincia da supporrli stupendi e, in definitiva, incompatibili con l'adeguata conservazione dell'esistenza umana."
Concorda Lei con la qualifica e l'atteggiamento che il signor Silva Castro gli conferisce?
P.N: Gli scrittori non devono discutere qualificativi ed atteggiamenti conferiti dai critichi. Questo corrisponde ad altri critichi.
P.R. e J.R.L: Sui premi nazionali di letteratura si dice che non ci sono tutti quelli che si trovano né si trovano tutti quelli che ci sono. Per esempio, assicura che non concederlo a Luis Durand fu un'ingiustizia; d'altra parte, conferendolo a Pablo de Rokha si sentirono alcuni voci dissidenti (Alone, Edmundo Concha, tra gli altri).
Vorremmo conoscere la sua opinione sui casi citati ed altri che la domanda non menziona.
P.N: Questo è un tipo di conversazione di fonte alla soda o in caffè letterario. Io vivo alle intemperie.
P.R. e J.R.L: Sulla sua opera poetica si è iscritto molto.
Numerosi saggi cercano di spiegare e stimare il suo mondo poetico. Altri cercano di disistimarlo.
C'è alcuno che le abbia richiamato l'attenzione per la sua acutezza, per la sua parzialità?
Che cosa chiede ai critichi e studiosi della letteratura?
P.N: (1.^ domanda.) Quasi tutti sono più intelligenti di me.
(2.^ domanda.) Niente.
P.R. e J.R.L.: Che opinione merita il nuovo premio Nobel di Letteratura? [Miguel Ángel Asturias.]
P.N: È un scrittore ammirevole ed uno dei miei migliori amici. Poco tempo fa scrivemmo insieme un libro [Cominedo en Hungria]. Si sta pubblicando in cinque lingue.
P.R. e J.R.L.: Tra i tre grandi della nostra poesia normalmente sono compresi: Gabriela Mistral, Pablo Neruda, Vicente Huidobro.
Esiste oggigiorno, secondo la sua opinione, un altro poeta cileno che meriti questa qualifica?
Sarebbero su quella strada Nicanor Parra, Efraín Barquero, per esempio?
Che cosa pensa della nuova poesia cilena?
P.N: (1.^ domanda.) Non mi piacciono queste qualifiche né per me, né per gli altri.
(2.^ domanda.) Più di una volta ho scritto in lode di questi due eccellenti poeti.
(3.? domanda.) Ci sono in realtà poeti ed entusiasti simulatori. Il tempo li definirà.
P.R. e J.R.L.: Più di un critico e studioso e più di un poeta hanno visto nella sua poesia una disattenzione formale non necessaria. Che cosa pensa lei su questo punto?
P.N: Niente.
P.R. e J.R.L.: Per dichiarazioni che Lei ha formulato, è conosciuto il fatto che ebbe grandi difficoltà per decidersi a scrivere il dramma Joaquín Murieta. Questa è già ora un'opera inaugurata e veduta da numerose persone. L'esperienza artistica che significò crearla è, dunque, completa.
Lei compierà di nuovo incursioni nel genere drammatico dopo avere conosciuto espressamente quello che significa scrivere teatro?
Ha Lei qualche nuovo libro in preparazione?
P.N: (1^. domanda.) Tante volte sono caduto in contraddizioni che ho paura di rispondere. L'esperienza è stata straordinaria da molti angoli. Il più importante e che mi ha significato un vero insegnamento è la portata di opera collettiva che ha il teatro, per lo meno come l'ho visto nel montaggio di Fulgor y muerte de Joaquín Murieta. Del mio lavoro col direttore, il compositore, l'arredatore, il designer, l'illuminatore, gli interpreti, etc., ho tirato fuori una lezione di responsabilità collettiva che difficilmente dimenticherò.
(2.? domanda.) Molti.

La Nación, Santiago, 31.12.1967.




Intervista-lampo con Pablo Neruda
Clarice Lispector

ENTREVISTA-RELÁMPAGO CON PABLO NERUDA. (Pagine 1100-1103.) Tra agosto del 1967 e dicembre del 1973 1a straordinaria narratrice brasiliana Clarice Lispector scrisse settimanalmente per il Jornal do Brasil, di Rio de Janeiro, testi memorabili e singolari, includendo cronache, brevi racconti, riflessioni, note, ed anche interviste come questa. Paulo e Pedro Gurgel Valente riunirono quelle collaborazioni in volume: Clarice Lispector, A descoberta do mondo, Rio de Janeiro, Editorial Nova Fronteira, 1984. La entrevista-relámpago con Pablo Neruda è nelle pagine 273-278. Mia traduzione. - I versi citati da Neruda sono del suo poema "Que despierte el leñador" (CGN *, IX), benché investisse l'ordine: «Pero yo amo hasta las raíces / de mi pequeño país frío. / Si tuviera que morir mil veces / allí quiero morir: / si tuviera que nacer mil veces / allí quiero nacer, / cerca de la araucaria salvaje, / del vendaval del viento sur, / de las campanas recién compradas» (Ma io amo fino alle radici / il mio piccolo paese freddo. / Se dovesse morire mille volte / lì voglio morire: / se dovesse nascere mille volte / lì voglio nascere, / vicino all'araucaria selvaggia, / dell'uragano del vento meridionale, / delle campane appena comprate" (OCGC, vol. I, p. 700).

[Rio de Janeiro, aprile del 1969]


1


Arrivai alla porta dell'edificio di appartamenti dove vive Rubem Braga e dove Pablo Neruda con sua moglie Matilde si alloggiavano, arrivai esattamente alla porta quando dall'automobile che aveva appena spento il motore scaricavano grandi valigie. Quello fece dire a Rubem: "È grande il bagaglio letterario del poeta." Ed il poeta ribattè: Il "mio bagaglio letterario deve pesare circa due o tre chili."
Neruda è eccessivamente simpatico, soprattutto quando porta il suo berretto ("ho pochi capelli, ma molti berretti", disse). Non scherza, tuttavia, sui temi di lavoro: mi avvertì che se facevamo l'intervista quella stessa notte non avrebbe risposto a più di tre domande, ma che se venivo a parlare con lui la mattina seguente, avrebbe risposto ad un numero maggiore. E mi chiese di vedere le domande che mi proponevo di porgli. Senza nessuna fiducia in me stessa, gli passai la pagina dove, aveva annotato le domande, aspettando Dio sa solo che cosa. Ma il
che cosa fu un'approvazione confortante. Mi disse che erano molto buone e che mi aspettava al giorno dopo. Andai via col cuore leggero perché la mia timidezza di fare domande era stata aggiornata. Ma sono una timida sfrontata, lo sono stata sempre, e ciò, sebbene mi abbia procurato dispiaceri, mi ha procurato anche qualche ricompensa. Chi soffre di timidezza sfrontata capirà quello che voglio dire.
[...]
Ritornai alla mattina seguente. Aveva risposto già alle mie domande, disgraziatamente, ma una risposta provoca sempre o quasi sempre una nuova domanda, a volte precisamente quella alla quale volevamo arrivare. È tanto frustrante ricevere una risposta breve ad una domanda lunga.
Gli raccontai della mia timidezza nel chiedere interviste, e rispose: "Che sciocchezza!."
Gli domandai quale dei suoi propri libri preferiva e perché.
PABLO NERUDA: Tu sai bene che tutto quello che facciamo ci piace perché siamo noi - tu ed io - che lo facemmo.
CLARICE LISPECTOR: Ti consideri più un poeta cileno o dell'America Latina?
P.N.: Poeta locale del Cile, provinciale dell'America Latina.
C.L.: Che cosa è l'angoscia?
P.N.: Sono felice - fu la sua risposta.

2

C.L: Scrivere allevia l'angoscia di vivere?
P.N.:  Sì, naturalmente. Lavorare nel tuo mestiere, se ami il tuo mestiere, è celestiale, Se no, è infernale.
C.L.:  Chi è Dio?
P.N.: Tutto a volte. Niente, sempre.
C.L.: Come descriveresti un essere umano posibilmente completo?
P.N.: Politico, poetico, Fisico.
C.L.: Come è una donna bella per te?
P.N.: Fatta di molte donne.
C.L.: Scrivi qui il tuo poema prediletto, almeno il prediletto in questo esatto momento.
P.N.: Sto scrivendolo. Puoi aspettare circa dieci anni?
C.L.: In che posto ti piacerebbe vivere se non vivessi in Cile?
P.N: Giudicami tonto o patriottico, ma già tempo fa scrissi in un poema:

Se dovessi nascere mille volte
lì voglio nascere.
Se dovessi morire mille volte
lì voglio morire.

C.L.: Quale è stata la maggiore allegria che si ha dato il fatto di scrivere?
P.N.: Leggere la mia poesia in posti desolati: nel deserto ai minatori del nord del Cile, nello Stretto di Magellano ai tosatori di pecora riuniti in un capannone con odore di lana sporca, sudore e solidarietà.
C.L.: In te, quello che precede la creazione è l'angoscia o un stato di grazia?
P.N.: Non conosco bene quei sentimenti, ma non per ciò mi creda insensibile.
C.L.: Dimmi qualcosa che mi sorprenda.
P.N.: "748."
(E mi ha sorpresa davvero: non mi aspettavo un'armonia di numeri.)
C.L.: Segui la poesia brasiliana? Chi è tuo preferito tra i nostri poeti?
P.N.: Ammiro Drummond, Vinicius e quel gran poeta cattolico, claudelino, Jorge de Lima. Non conosco i più giovani, arrivo fino a Paulo Mendes Campos e Geir Campos. Un poema che mi piace è "Defunto", di Pedro Nava. Lo leggo sempre in alta voce ai miei amici, da tutte le parti.
C.L.: Che cosa pensi della letteratura compromessa?
P.N.: Ogni letteratura è compromessa.
C.L.: Quale dei tuoi libri ti piace più?
P.N.: Il prossimo.
C.L.: A cosa attribuisci che i tuoi lettori ti considerino "il vulcano dell'America Latina"?
P.N.: Ignoravo quell'immagine di me, forse non conoscono i vulcani.
C.L.: Quale è il tuo libro più recente?
P.N.: Fin de mundo. Tratta del secolo XX.
C.L.: Come si sviluppa in te la creazione?
P.N.: Con carta e inchiostro. Per lo meno quella è la mia ricetta.
C.L.: La critica è costruttiva?
P.N.: Per lo più, non ferma il creatore.
C.L.: Hai scritto poemi su incarico? Se li hai già fatti, fanne uno ora, purchè sia molto breve.
P.N.: Molti. Sono i migliori. Questo è un poema.
C.L.: Il nome Neruda fu casuale o fu inspirato per Jan Neruda, il poeta della libertà ceca?
P.N.: Nessuno riuscì fino ad ora a verificarlo.
C.N.: Quale è la cosa più importante nel mondo?
P.N.: Tentare che il mondo sia degno per tutte le vite umane, non solo per alcune.
C.L.: Che cosa è quello che più desideri per te come individuo?
P.N.: Dipende dall'ora del giorno.
C.L.: Che cosa è l'amore? Qualunque tipo di amore.
P.N.: La migliore definizione sarebbe: l'amore è l'amore.
C.L.: Hai sofferto molto per amore?
P.N.: Sono disposto a soffrire ancora più.
C.L.: Quanto tempo ti piacerebbe rimanere in Brasile?
P.N.: Un anno, ma dipende dai miei lavori.
E così finì un'intervista con Pablo Neruda. Magari avesse parlato di più. Avrei potuto prolungarla quasi all'infinito, pure ricevendo solo risposte rapide come saette. Ma era la prima intervista del giorno dopo al suo arrivo, ed io so quanto può stancare un'intervista. Spontaneamente mi regalò un libro, Ciento sonetos de amor. Nella dedica, sotto il mio nome scrisse: "dal tuo amico Pablo". Anch’io sento che egli potrebbe arrivare ad essere il mio amico, se le circostanze lo permettessero. Nella sopraccoperta del libro si legge: "Un tutto manifestato con una specie di sensualità casta e pagana: l'amore come una vocazione dell'uomo e la poesia come il suo compito."
In queste ultime frasi c’è Pablo Neruda, completamente.

Si pubblicò su Jornal do Brasil, edizioni del 12 e del 19 di aprile
del 1969. Raccolta in Clarice Lispector,
A descoberta do mondo.


Con Neruda nel 9
Julio Lanzarotti, Augusto Olivares, Emilio Filippi e Carlos Jorquera


JULIO LANZAROTTI: Lei è un poeta da una produzione tanto ampia e tutto il mondo si domanda che cosa starà scrivendo oggi. Sig. Neruda, quale è il suo più recente lavoro, che cosa può dirci di esso?
PABLO NERUDA: Io direi che sto sempre scrivendo lo stesso poema, sempre ritornando al mio libro unico. Ma comprendo la sua domanda ed allora gli dico che dopo La barcarola che è un libro sistematico nel quale mi proporsi certi obiettivi di ritmo, di forma e di contenuto, mi volli fare un regalo per il mio prossimo compleanno con un libro di gran sforzo che ho appena finito. Questo libro si chiama Fin de mundo ed appare attorno al 12 di Luglio: è il regalo che farò a me stesso compiendo 65 anni. Ha più di 280 pagine, un lungo poema. È l’ultimo che ho scritto? Non potrei dirlo perché ho molte divagazioni, in una lotta con le ombre e con me stesso, incominciando altro lungo poema che non so bene come comincia, non sono ancora bene orientato. Questo nuovo lavoro si riferisce ad un fatto storico poco conosciuto, ad una gran insurrezione di neri nel sud del Cile, quella che ispirò una delle opere maestre di Hermán Melville, Benito Cereno. Orbene, mi toccò per caso trovare in Vicuña Mackenna ed in altri cronisti una contropartita del libro di Melville, ed allora, appoggiandomi ad essi, io voglio sottolineare il significato e l'importanza della ribellione di quelli neri schiavi, e non quella del personaggio Benito Cereno, come fece Melville.
J.L.: Sento che inoltre lei sta preparando un volume sul Cile per la serie My Country che si pubblica negli Stati Uniti.
P.N.: Sono sorpreso, come lo sa lei? Ma sì, è vero, benché ancora non abbia cominciato a lavorare seriamente in quello libro. È diretto ai molto giovani, a quelli che stanno entrando nell'adolescenza ma che non sono oramai bambini. Dovrà essere qualcosa di didattico, ma esigei libertà assoluta per scrivere sul Cile di meno sull'ordine dei dati e di più sull piano della fantasia e dell'amore che ho per il mio paese.
AUGUSTO OLIVARES: Mi permetta di insistere su qualcosa che uscì un momento fa. Essendo lei un poeta di tanti libri che ha scritto su tanti vari temi che presenta tanto vari aspetti davanti ai suoi lettori, che cosa vuole significare dicendo che sta scrivendo sempre lo stesso poema?
P.N.: Chi legga con attenzione i miei libri noterà che ci sono grandi temi costanti, temi che sempre stanno girando in un modo o in un altro. La mia poesia la sento come un solo ed unico libro che scrivo e faccio crescere ogni giorno. La differenziazione di titoli per i miei diversi libri mi è imposto come qualcosa di relativamente esteriore. Questo che noi poeti stiamo sempre scrivendo lo stesso libro, il nostro libro unico, non è un fatto raro. Lei pensi a Whitman, per esempio. Ci sono in me un antico proposito di nominare tutte le cose che ho visto e che conosco, di abbracciare con le mie parole la diversità infinita del mondo, come se io volessi scoprirlo e nominarlo e rivelarlo di nuovo, ma siccome questo compito non ha limiti, forse questo che mi fa sentire che sto sempre nello stesso, sempre ricominciando lo stesso poema.
EMILIO FILIPPI: Come definirebbe lei il poeta?
P. N.: Io non so bene chi è un poeta, ma penso che in qualche modo la poesia ha a che vedere con tutte le arti, le riassume, è capace di rappresentarle in quello che hanno di unità. L'uomo comune, davanti ad un avvenimento o ad uno spettacolo che lo spaventa o che provoca la sua ammirazione, normalmente esprime la sua commozione intima dicendo che poetico! o qualcosa così, col quale riconosce un elemento di bellezza che egli tende a chiamare poesia. È ciò esattamente poesia? Forse no, ma tutto questo mi aiuta a spiegare perché per me la poesia è come il centro delle altre arti, il sistema centrale che riunisce e riassume l'unità fondamentale che collega tra loro la musica, la pittura, il teatro, il folclore e tutte le manifestazioni quotidiane della bellezza.
E.F.: Come lavora lei, quale è il suo sistema di lavoro?
P.N.: Io direi che il mio sistema di lavoro è carta bianca e inchiostro verde. Più sul serio: io lavoro solamente alla mattina, mi è impossibile dopo mezzogiorno, ma lo faccio tutte le mattine, o quasi tutte, perché mi sono imposto un'abitudine o una disciplina, come lei voglia chiamarla. Non va con me il concetto boemienne dell'esercizio letterario, tanto in voga ancora in America Latina. Mi sembra che lo scrittore debba avere un senso del mestiere, un chiara coscienza professionale.
J.L.: Io credo che lei fu il primo, o uno dei primi poeti che in Cile si propose di vivere della poesia e per la poesia. In tutti questi anni, dal 1921 fino a qua, crede lei di essere riuscito nel suo proposito ed in quale misura? Ha fatto lei fortuna con la sua poesia?
P.N.: Che io mi sia proposto di vivere per la poesia, sì: non sapevo né so fare un'altra cosa. In quanto a vivere della mia poesia, è un incidente fortuito che alcuni dei miei libri abbiano raggiunto una diffusione considerevole. Ma si tenga presente che per quanto i miei libri sorpassino il livello abituale di vendite dei libri di poesie (il quale è sempre ridotto, qui in Cile, in America o in qualunque posto del mondo), in nessun caso quello livello di vendite è paragonabile a quello di un romanzo di successo. Orbene, siccome io ho vissuto pubblicando i miei libri, e questi sono già più di trenta, succede che in complesso sommano una quantità di volumi la cui vendita regolare mi permette di vivere, non come un pezzo grosso ma sì con un certo grado di decoro e di sicurezza per la mia famiglia e per me. In nessun caso con quella gran fortuna che alcuni suppongono.
J.L.: Se non fosse stato poeta, che cosa gli sarebbe piaciuto essere e perché?
P.N.: Costruttore: nel fare poesia e nel fare case c'è sempre qualcosa che sta nascendo, crescendo e costruire implica anche una sensualità del legno, delle vernici, dei colori degli oggetti che si riconoscono e si distribuiscono in un proposito di architettura. Tutto quello ha a che vedere con la mia anima.
CARLOS JORQUERA: Perché vive in Cile?
P.N.: È certo che a momenti mi è venuta la tentazione da andare con la mia musica ad un'altra parte, specialmente quando la sciocchezza o l'invidia mi hanno infastidito di più. A parte il legame diretto ed intuitivo che ci sono tra la mia poesia e la mia patria, col suo mare, il suo cielo, i suoi uccelli, i suoi uomini ed anche tutto quello che la abita, c’è anche in me un sentimento nazionale riflessivo e cosciente. Penso che i nostri paesi latinoamericani, tanto deformati nella coscienza di se stessi per influssi dell'imperialismo e dei suoi derivati "culturali", impongono al poeta, impongono a me almeno, il dovere di contribuire all'esaltazione genuina e profonda del nazionale. Ma più importante di questo sentimento riflessivo è stata per me questa adesione naturale alle mie radici, l'impossibilità di trapiantarmi ad un altro posto che non sia il Cile. Quando vado per il mondo mi sento molto entusiasmato i primi giorni, ma ogni volta mi viene molto presto una irresistibile ansia di ritornare... e qui rimango.
J.L.: Potrebbe darci un giudizio autocritico sulla sua poesia? Quale dei suoi libri o poemi gli sembra il più riuscito?
P.N.: Il carattere ed estensione della mia opera mi rende difficile rispondere. Inoltre, è qualcosa che cambia con l'età. Quando io ero un giovane poeta, ogni volta che scrivevo un poema questo mi sembrava francamente meraviglioso, incredibile, insuperabile. Dopo, al contatto con la vita, uno nota come si logora quel sentimento originale. Adesso io non saprei dirgli quale è quello che preferisco tra tutti i miei libri o poemi. Io so che neanche i miei lettori sono d’accordo. Alcuni di loro pensano che non ho mai scritto un libro migliore di Veinte poemas, altri mi stimano solo per Residencia en la tierra, e c’è chi rompe lance con entusiasmo per Canto general, o per Memorial de Isla Negra. Infine, ho qualcosa per il gusto di ognuno dei miei lettori, ed in quel senso sono contento. Per lo meno qualcosa di buono trovano in tutto quello che ho fatto. È chiaro che dentro i miei libri ce ne sono alcuni che sono quasi interamente sconosciuti, che non hanno raggiunto una reale attenzione né della critica né dei lettori. Per essi ho qualcosa come una tenerezza, quella che si sente verso un anatroccolo brutto, specialmente per il mio Tentativa del ombre infinito.
A.O.: Alcuni lettori si dolgono che lei esprima nella sua poesia le sue convinzioni politiche. Che cosa pensa lei al riguardo?
P.N.: In questa società in cui viviamo fare astrazione dalla politica è sempre il risultato di una pressione politica. È richiesto agli scrittori che non esprimano le loro opinioni civili dentro la loroa opera. Penso che la gente ha diritto a pensare quello che voglia circa la mia opera ed a preferire questo o quel settore di essa. Ma io non potrei, e penso che nessun poeta potrebbe, in un paese dai tanto gravi conflitti come il nostro, in cui la ripartizione della ricchezza è stabilita con tanta ingiustizia, non potrebbe rimanere indifferente, sarebbe mancare ad un dovere essenziale.
E.F.: Mi permetta che mi riferisca ad un tema personale, alla sua polemica con Pablo de Rokha. Ora che egli è morto, come lei vede la sua poesia?
P.N.: Io parlo molto poco di queste cose. Durante la mia vita ho voluto seguire l'esempio di un scrittore che vive lontano dalla guerriglia letteraria. Penso che tutti possano vivere in pace. In una certa occasione dissi, giustamente a proposito del personaggio che lei nomina: perché tanta avversione e tanta rivalità? Gli elefanti sono molto più grandi dei poeti e tuttavia stanno tutti nella selva. La verità è che io non incominciai né alimentai quella polemica di cui lei parla: non risposi mai ai vituperi che mille volte lanciò Pablo de Rokha contro me. Quella fu una guerra unilaterale. Io mi difesi con un arma abbastanza offensiva tuttavia: col silenzio. Fu una guerra non corrisposta, ma naturalmente che non smise di amareggiare la vita di quelle due persone: lui e me. Che cosa fare? Non solo io, tutti dobbiamo valutare la poesia di Pablo de Rokha, leggerla, ammirarla in quello che abbia di ammirevole.
J.L.: La sua condizione di militante di un partito politico, ha influenza sul suo lavoro poetico in un modo limitatore, taglia le ali alla sua ispirazione o modella la strada che deve seguire la sua poesia?
P.N.: Mai il mio partito si è diretto  a me per censurare qualcosa o per chiedermi di scrivere in una maniera determinata. Questo è piuttosto una leggenda che esiste. Ammetto che certe situazioni conflittuali possono presentarsi agli scrittori negli Stati socialisti, perfino nei più recenti, ma ciò si deve all'imperiosa spinta di una società nuova che vuole contare su tutti i suoi elementi, non solo con quelli che stanno lavorando nelle miniere o trasformando l'agricoltura e l'industria, ma anche con gli intellettuali. Tali conflitti possono essere dolorosi, ma in qualsiasi caso sono spiegabili.
E.F.: Alcuni giovani di sinistra la accusano di essere un borghese, di vivere molto comodamente e di vedere passare solamente la rivoluzione con occhi di poeta. Che cosa pensa lei circa tali critiche?
P.N.: Mi hanno fatto tante critiche nella mia vita che una in più non mi inquieta molto. Io ho una posizione politica, appartengo ad un partito, e vivo intensamente ciascuna campagna politica che il mio partito conduce nel paese. Durante l'ultima campagna elettorale io percorsi da San Felipe fino all'Aysén parlando nelle strade, nei mercati, nelle piazze e nelle scuole. Questo lo fa un poeta borghese? È questo rimanere comodamente seduto vedendo come passa la rivoluzione? Quelli che mi accusano, continua no a paragonare, che cosa fanno loro e che cosa faccio io? Per caso non sto dedicando in una maniera cosciente tutto il mio sforzo, e la mia vita, e gran parte della mia opera alla causa delle trasformazioni politiche e sociali del mio paese? In quanto al mio sentimento di militanza, è che non comprendete voi che un poeta impegnato come me ha dovuto affrontare molti tentativi di seduzione e di corruzione da quelli dell'altra parte? E dove stanno le mie rese? Intendiamoci allora. È molto facile, soprattutto per i giovani, dire che siamo vecchi, che noi ci imborghesiamo. Allora, io li metterei a fare tutto quello che io ho fatto e quello che continuo a fare, nel terreno letterario e nel politico. Io ho 65 anni. Se possono mostrarmi l'esempio di un altro poeta che alla mia età stia facendo quello che io faccio, avanti, per favore!

Il lunedì 30 di giugno del 1969, davanti alle camere di Canal
9 della televisione cilena, Neruda fu intervistato dai giornalisti
Lanzarotti, Olivares, Filippi e Jorquera. La conversazione
si pubblicò su
El Siglo, Santiago, il 13.7.1969.


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