-- Il ritorno del soldato errante (1952-1955) - Pablo Neruda - Popol Vuh - Insetti

Vai ai contenuti

Menu principale:

-- Il ritorno del soldato errante (1952-1955)

Il ritorno del soldato errante
(1952-1955)

I
L'ODORE DEL RITORNO
(1952)

Parole al Cile
PALABRAS A CHILE. PEQUEÑA CANCIÓN PARA MATILDE. (Pagine 837-840.) Combattimento ed amore sono i propositi con cui Neruda ritorna in Cile: li riassumono questi due testi. Sull'imbarco a Cannes e sul viaggio nel transatlantico Giulio Cesare ci sono dettagli tanto nelle memorie di Neruda, (CHV *, pp. 302-303), come in quelle di Matilde (capitolo 12 "Regresamos a Chile en el Giulio Cesare", in Urrutia * *, pp. 135-149), e dalla prospettiva dei Mantaras - gli uruguaiani Alberto ed Olga, compagni di viaggio - in Varas, pp. 131 e ss.

Ritorno alla mia patria chiamato dal mio paese. Sarò in Cile a metà di agosto.
    Durante questi anni di esilio ho portato il nome del Cile scritto nella mia fronte. Sulla mia fronte l'hanno letto milioni di uomini e hanno imparato ad amarlo e rispettarlo.
    Nella Cina nuova, spaziosa e feconda i coltivatori di riso dei campi ed i villaggi ascoltarono con silenzio religioso la storia di O'Higgins e di Recabarren.
    Nel mare Baltico raccontai ai lavoratori dei cantieri navali come vivono e lottano gli uomini di Coronel e Lota.
    Agli uomini e le donne della poderosa ed amata Unione Sovietica parlai delle nostre donne e dei nostri uomini, e disegnai per essi in una lavagna, molte volte, un fiore di copihue, fiore di sangue e di libertà.
    Dissi agli operai rumeni orgogliosi di costruire l'edifico più grande dell'Europa per la pubblicazione di libri e giornali: "Anche il mio lontano paese, con le sue lotte, ha aiutato ad alzare questi mattoni."
    Ai lavoratori di Katowice, nella regione mineraria della Polonia raccontai per ore la vita e le vittorie dei nostri, gli eroes di Chuquicamata, della pampa e del Nord Grande.
    Non dimenticai neanche la nostra gente delle città, gli intellettuali, gli impiegati, i professionisti.
    In Italia in dieci città ed in fabbriche raccontai la semplice ed eroica vita del paese cileno.
    Questo l'ho fatto senza riposo perché credo nel mio paese e nel destino della mia patria.
    Siamo un piccolo paese ricco che vive nella povertà, minacciato e sfruttato, ma indomabile.
    Ci sono paesi con dozzine di stelle nella loro bandiera, ma non sono soddisfatti, vogliono impadronirsi di altre terre, dominare altri paesi ed aggregare nuove stelle alle loro bandiere.
    Noi cileni abbiamo una sola stella nella nostra, e quella ci basta. Amiamo la nostra stella sul suo azzurro meraviglioso. Amiamo la nostra bandiera, la più lontana di tutti i paesi.
    Ma non amiamo la solitudine. Vogliamo conoscere, commerciare, scambiare la cultura e l'amicizia con tutti i paesi, senza perdere un atomo dell'indipendenza che conquistò il sangue del Cile.
    Per quel motivo vogliamo la pace e la difenderemo.
    Io ho insegnato da tutte le parti l'amore per la mia patria ma ho imparato anche molto. Ho imparato ad amare e rispettare gli altri paesi. Da tutte le parti ho visto un'ansietà per comunicare, per capirsi. Sono alcuni quelli che aspirano alla separazione tra gli uomini, quelli che vogliono la distruzione, la guerra e la morte.
    I paesi, in tutti i posti, sono tanto semplici e generosi come il paese cileno. Noi uomini semplici siamo più numerosi e migliori, e per questo motivo vinceremo.
     Vinceremo la bomba atomica, i microbi intrepidi dall'aria, vinceremo il crimine.
    Il futuro dell'umanità può stare in pericolo in mano ad alcuni malvagi, ma non appartiene loro. È nostro il futuro dell'uomo, perché siamo noi la speranza.
    Abbiamo molto da fare noi cileni. Con voi, tra voi, uno più di voi, starò lavorando.
    Ritornando alla mia patria, dopo tanto lungo esilio vi dico solamente: "Consacrai la mia vita a difendere l'onore del Cile. Ora torno a mettere un'altra volta la mia vita nelle mani del mio paese."

Costa dell'Africa, in viaggio di ritorno
al Cile, 27 Luglio 1952.

Democracia, Santiago, 9.8.1952.


Piccola canzone per Matilde

Le onde vanno, il vento
sparge azzurro ed odore.
Io con amore ti amo,
con amore.

Dove vanno le onde
con noi, al piacere?
Al piacere, o al dolore?
Non lo sappiamo, ahi!
Io con amore ti amo,
con amore.

Così vanno via i giorni,
così li divoriamo
in frutta e fiore.

Sei mia e ti amo,
e con amore ti amo,
con amore.

Non temere le onde
benché vadano rotolando
verso il dolore.

Tutto si andrà perdendo.
Tu ed io noi rimarremo.
Perché, mio amore, ti amo,
con amore.

Tu ed io fioriremo
fino all'ultimo fiore,
fino all'ultima ora
ed al'ultimo tremore.

Perché tu ed io, mio amore,
con amore c'amiamo,
con amore.

Poema scritto a bordo del transatlantico Giulio
Cesare il 1.8.1952. Raccolto in FDV, pp. 88-89.


Io sono cileno del Sud
YO SOY CHILENO DEL SUR. (Pagine 840-844.) Si allude alla prima candidatura presidenziale di Salvatore Allende, quella del 1952. Ce ne saranno altre tre: nel 1958, nel 1964 e nel 1970, nella quale finalmente risulterà vincitore. In quelle quattro postulazioni il candidato Salvatore Allende contò sull'appoggio dei comunisti e, in particolare, su quello del suo amico Pablo Neruda.

Io sono cileno del Sud, i miei pensieri nacquero tra San Rosendo e Carahue. Io devo alla Frontiera, alle terre bagnate del Sud, la mia poesia.
    A Santiago devo alcuni gocce di pazzia e di saggezza. Gli devo anche la cosa più importante: la scoperta del mio partito, il Partito Comunista del Cile. Perciò gli devo l'orgoglio di essere un comunista.
    Al nord, al Nord Grande, agli arenili e le altezze del rame, a María Elena e Chuquicamata devo una rivelazione, avere conosciuto gli uomini, avere lottato nel più profondo e nel più vivo delle file del popolo.
     Devo, dunque, a tutta la terra cilena, e sono ritornato per questo, per pagare il mio debito, per pagare quello che devo a tutta la terra del Cile ed a tutto il popolo della mia patria.
    Vengo ad esprimere la mia gratitudine a voi, perché so quello che si è lavorato per il mio ritorno.
    E queste sono le mie parole per abbracciarli a tutti, avvolgendovi tutti nel vasto amore della patria.
    Che nessuno aspetti da me in questa ora espressioni di rancore o di odio. Dobbiamo imparare la lezione della vita e soffrire in noi stessi le sofferenze di tutti noi, ed in questi anni molta gente semplice ha sofferto più di me. Ma quello che rimane indietro nella storia dobbiamo lasciarlo affinché domani sia studiato e giudicato, cioè, per estrarre dai fatti più dolorosi, la lezione che c'insegni il cammino verso la vittoria.
    È questo il nostro lavoro di oggi. Dobbiamo marciare uniti e costruire la nostra vittoria, la vittoria del Cile.
    Quale è questa vittoria? Che cosa desideriamo? Come dobbiamo marciare? Come vinciamo?
    Siamo uno dei paesi più ricchi del mondo, il nostro paese è uno dei più poveri del mondo. Abbiamo la maggiore quantità di rame che esiste nel pianeta. Ma i bambini del popolo non hanno scarpe. Col nostro rame, col nostro salnitro, col nostro ferro, col nostro iodio, col nostro manganese, e col sudore ed il dolore del popolo del Cile non si costruirono case per i figli della patria, bensì edifici di cinquanta piani nella città di New York.
    La miseria del Cile non è qualcosa di accidentale, non è una maledizione del cielo, né una circostanza dolorosa, né meschinità della terra. La miseria del Cile è un coscienzioso lavoro dei nemici del popolo. E questi nemici non stanno solo dentro il paese, ma anche lontano dalle nostre frontiere.
    Io ho visto le città spianate dalla guerra, e ho visto nei paesi del socialismo nascente come delle rovine si edifica la costruzione e la speranza. Ma nella guerra contro il nostro paese, ci sono migliaia di vittime: mancano i soffitti, come nelle città bombardate, manca il pane ed i vestiti. E non si costruisce niente per il nostro popolo.
    Io sono appena stato nella città di Shanghai, nella nuova Cina Popolare. È una città di 7 milioni di abitanti. È stata spianata e saccheggiata dagli imperialisti giapponesi e nordamericani. E, tuttavia, l'enorme città vive di nuova, costruisce più che mai, produce più che mai. Prima, le corazzate dei colonialisti miravano coi suoi cannoni verso la popolazione. Oggi il fiume Yang-tse è stato ripulito di questi rettili. L'immensa città continua a lavorare e palpitare.
    A noi si vuole fare credere che se i nordamericani imperialisti abbandonano Chuquicamata non uscirà più rame dalle nostre miniere. Quella è una bugia. Produrremo più rame. E col prodotto della nostra propria ricchezza potremo fare case, scuole, biblioteche per tutta la popolazione del Cile, che è minore della popolazione della città di Shanghai.
    E se i telefoni smettono di essere stranieri, non smettiamo di comunicare per telefono. E se l'energia elettrica smette di essere proprietà straniera, non viviamo nelle tenebre per questo motivo. Io credo che, al contrario, abbiamo più luce, e per tutti.
    Stiamo in un momento straordinario della vita nazionale. Stiamo in una crocevia della storia. Non possiamo seguire la strada tracciata per i nemici del Cile; non possiamo continuare a mantenere l'indegna miseria dei contadini e degli operai; dobbiamo continuare a ripudiare grotteschi patti militari; non possiamo continuare ad essere un paese satellite di un imperialismo spietato; non possiamo continuare ad aizzare la mortale malattia della guerra. Vogliamo sottoscrivere un patto di pace con tutte le nazioni e comprendiamo che, benché la nostra patria sia molto piccola nel concerto delle grandi nazioni, se esaa esprime la sua volontà di pace, sarà ascoltata con rispetto da tutti i paesi del mondo.
    I milionari ed i generali nordamericani ordinarono, già tempo fa che il nostro paese rompesse relazioni con la grande e generosa Unione Sovietica e con le democrazie popolari. Non intavoliamo ancora relazioni con la Cina Popolare, questa nazione di 475 milioni di abitanti, che estende le sue coste di fronte alle nostre, lavate dall'oceano che non deve separarci, bensì unirci.
    Non è questo isolamento interamente irrazionale? Non è questo un incubo?
    Io ho conversato con quegli uomini, e nelle lontananze della Cina, nelle coste del mare Baltico, in Polonia, nel meraviglioso rumore della ricostruzione di Stalingrado, io ho parlato di queste cose; io ho parlato di voi, quelli che mi ascoltate; ho parlato con orgoglio della mia patria; ho parlato di tutta la gente semplice della nostra terra, ed essi non mi diedero, per il mio paese, per voi, un messaggio di rancore, né una parola di guerra o di odio, ma mi dissero: "Amiamo al tuo paese. Vogliamo conoscerlo di più. Vogliamo la pace, perchè tutti i paesi si conoscano, si rispettino e si amino".
    Io voglio salutare, anche, quello portavoce popolare e candidato del Fronte del Popolo, senatore Salvatore Allende.
    Il programma suo e del paese, meritano l'attenzione e l'adesione dei cittadini.
    Nel primo giorno del mio ritorno io gli do la mia adesione e comprendo che egli incarna, in questo momento, le aspirazioni popolari.
    Ma questa elezione è una tappa in più nel cammino del Cile verso l'indipendenza, la dignità e la libertà. Ci siamo proposti di conquistare la vittoria, ma questa lotta continuerà, sia chi sia il candidato trionfante, dal momento stesso in cui finiscano le elezioni presidenziali.
    Perciò io chiamo tutti i cileni a lavorare insieme in una prospettiva sempre più ampia che ci porti all'incoronazione del destino storico del Cile. Io chiamo tutti i cileni, i quali oggi sono separati davanti alla vicinanza delle elezioni, per lavorare in comune per la pace del mondo e per la felicità della nostra patria.
    Mi sento orgoglioso di appartenere ad un paese che tanto ha lottato per la libertà; mi sento orgoglioso di essere cileno tra i cileni, come mi sentii nell'esilio unito alla mia terra, alla mia bandiera, al mio paese, ai boschi ed i fiumi, ai fiori dei campi ed alle stelle del cielo della patria.
    Mi sento orgoglioso di essere un comunista. Respirando l'aria della terra che amo, io saluto il mio partito, il più nazionale di tutti i partiti, quello che uscì dal pampa di salnitro, il partito che non ha potuto essere vinto, perché ha nelle sue mani indomabili, il futuro e la difesa del nostro paese.
    Io saluto tutti i cileni senza partito, tutti quelli che vegliano, si inquietano e difendono il destino del nostro paese.
    Io saluto gli scrittori ed i minatori, i soldati ed i contadini, gli impiegati e gli artigiani. Io dico loro:
    Oggi è un giorno molto grande per me. Oggi, dopo anni, ho respirato l'aria e ho pestato la terra del Cile. Io mi sento come in una festa, e questa festa la devo a tutti voi. Io voglio pagare il debito che ho e che avrò, e che abbiamo tutti verso la terra che amiamo, lavorando affinché la nostra patria sia ogni giorno più bella, affinché si estirpi di essa la miseria, affinché riconquistiamo il nostro patrimonio nazionale, affinché dentro la pace del mondo ricostruiamo l'onore e la grandezza della nostra patria, dandole maggiore progresso, felicità, dignità, libertà ed allegria.

Parole alla moltitudine riunita nella piazza Bulnes,
di Santiago il 12.8.1952 per celebrare il ritorno in
Cile del poeta, dopo tre anni di esilio. Edito in
Democracia, Santiago, 13.8.1952.


Questa è una nuova tappa che comincia

È largo il mare, è larga la terra, ma l'ho percorsa due volte. Ora sono ritornato per reintegrar- mi con voi in questa nuova giornata; alla ricerca della libertà, del pane, della pace, del progresso e della cultura per tutta la nostra patria.
    È lontana la Polonia, ma le mie parole la porteranno in rapidi momenti con voi. Perché ci sono lì genti come noi, ci sono uomini come noi, ma il popolo governa e quello Stato è sempre di più fiorente ed è più brillante la vita e più piena di speranze. Quando arrivai in Polonia, mi invitarono in molti posti, mi invitarono nei posti di riposo speciali per i lavoratori e per gli scrittori che esistono nel regime socialista. Io chiesi una visita che volevo fare. Fu quella di visitare le miniere di carbone della Polonia: alle grandi miniere di Katowice. Una volta arrivato, potei visitare le grandi miniere del carbone e complessi siderurgici che occupano trecentomila operai. Queste grandi miniere e queste imprese siderurgiche annesse erano proprietà dei capitalisti internazionali. Lì stava l'angolo di maggiore oppressione di tutta l'Europa. Quella era la carne di cannone del lavoro dell'Europa e di lì usciva anche l'acciaio per la guerra. Ebbene, ora, col regime popolare, con la nuova Repubblica Democratica della Polonia non si è fermato il lavoro; più di trecentomila operai lavorano, non c'è nessun brutta abitazione, non c'è fame, non ci sono cattivi vestiti, non c'è lavoro spossante. Ci sono luoghi di riposo per i lavoratori nei mari caldi della Romania, ci sono ferie espressamente date ai lavoratori; esiste l'attenzione medica più perfetta; è, in realtà, un nuovo regime di lavoro. Ma di lavoro con calma e con speranze. E chi governa questa immensa impresa di miniere del carbone e siderurgia? Sono grandi tecnici stranieri o grandi acculturati? Tutta questa impresa di trecentomila uomini lavorativi è governata per un comitato di fabbrica, tutti usciti della miniera e tutti usciti della siderurgia. E quello prova a tutti il falso secondo cui il popolo e la classe operaia non possono dirigere le più grandi imprese umane. Il popolo ha in sé tutte le forze creative per costruire, per stabilire il meglio sulla terra e lì hanno quell'impresa di Katowice che funziona meravigliosamente e se non fosse abbastanza, lì sta la vasta, poderosa, grande e gloriosa Unione Sovietica. Lì, la Cina Popolare con la sua classe lavoratrice davanti al suo governo, che in questo momento segnano le rotte della nuova umanità, producendo sempre di più per l'allegria e la felicità dei suoi popoli.
    Potei conversare coi dirigenti di fabbriche e con un gruppo numeroso dei minatori. Allora raccontai loro la vostra vita, la vita dei minatori, degli uomini, delle donne e dei bambini della zona del carbone e di Lota in particolare. Molte volte, quando raccontai l'eroico atteggiamento vostro, vidi come si inumidivano gli occhi degli uomini del socialismo, dei nuovi lavoratori della Polonia. E come tracciando le mie parole le tappe culminanti della lotta contro la repressione, e raccontandoloro come Lota non fu mai sconfitta, essi irruppero in applausi e terminando il mio racconto sulle vostre vite, sulle vostre lotte, sui vostri dolori e le vostre vittorie, si alzarono unanimi, in una grande canzone, le voci di tutti i lavoratori. Cantarono in onore a voi una Internazional con le loro voci alte e poderose che erano dedicate alle vostre lotte, alle vostre future vittorie. E quella Internazional, cantata in quello posto, in cui tutti gli sforzi dei lavoratori erano stati segnati dalla vittoria, mi sembrò il più grande omaggio alle lotte di voi, e mi sembrò la più bella Internazional che mai avevo ascoltato nella mia vita. Dappertutto dissi il nome di Lota e lo dissi, perché era orgoglioso di voi.
    Fu in Cina, nella vasta Cina, davanti a gruppi di lavoratori o di intellettuali. Fu anche vicino al fiume Danubio in Ungheria, repubblica socialista. Fu nell'Unione Sovietica tra i lavoratori vittoriosi. Fu anche in Cecoslovacchia nelle officine di Kladno, produttrici di acciaio, da tutte le parti, il nome di Lota fu associato al meglio delle lotte del paese in tutto il mondo. E quella è la responsabilità che avete ora; perché il nome di Lota è conosciuto nelle lotte dei lavoratori, da tutte le parti. Ed a questo nome ed a questa tradizione della quale voi fate parte col vostro antico eroismo, in questa nuova giornata dovete dargli nuovo lustro e splendore. Dovete continuare a sostenere il nome di Lota, come un pilastro, come una colonna nella lotta per la liberazione, non solo della nostra patria, bensì di tutti i paesi.
    Viene tra i miei bagagli, e la porterò già dopo la campagna, una statua fatta in carbone dai minatori polacchi. Quella statua la regalarono a me e da quello stesso momento promisi di consegnarla un giorno a voi. Già Arriva. E dovete sapere anche che molti bambini nel mondo, molte bambine appena nate, sono stati chiamato Lota. E c'è Lota polacchi, ci sono bambine Lota cinesi, ci sono bambine Lota russe, ci sono bambine Lota cecoslovacche.
    [...]
    Questa è una nuova tappa che comincia, è molto lungo questa strada. Lo conoscete; perché avete sofferto in questa strada; ma se stiamo insieme e possiamo riunire tutte le volontà popolari contro la miseria, contro l'imperialismo sfruttatore, contro i disertori e traditori politici, contro il feudalesimo e contro questa casta ricca che c'opprime, si uniamo tutte le volontà del Cile. È possibile compagni che non andiamo in avanti? Io vi dico, non è possibile. E questa è la strada che c'indica il Fronte del Popolo. È una strada lunga e larga, è quella verso la liberazione nazionale.
    Io vi dico compagni, buona sera!; già vado via; ma ritorno presto. Sembrava molto tempo fa quando ci vedemmo l'ultima volta, che non saremmo più ritornati a vederci insieme. Ma vedete già, è stato difficile e lungo; ma le vostre lotte, le vostre speranze, la fermezza con che abbiamo sostenuto i nostri ideali, l'unità dei lavoratori, l'unità socialista e comunista, tutto questo ha permesso il mio ritorno. Il mio ritorno io lo devo al mio popolo. Non lo devo a nessun incidente gratuito del governo. Io so perfettamente a chi devo lo stare parlando di fronte a voi. Lo devo solamente alla vostra lotta, alla lotta del popolo cileno. Ed allora molto presto ci vedremo per raccontarvi e parleremo più in dettaglio di quello che ho visto. Io oggi sono venuto solo in missione del Fronte del Popolo, per stabilire il primo contatto e darvi il primo saluto e vi dico: Buona sera, compagni! Saluto anche la vostra giornata di sciopero di domani. Ella, anche con la simpatia del Fronte del Popolo, conta sull'adesione di tutti i cittadini patrioti del nostro paese che conoscono le vostre abbandonate vite e le vostre immense lotte.
    Io vi dico: state molto pronti; ma in questa attenzione, in ogni giorno che passa, dobbiamo affermare questi sentimenti di lotta senza quartiere verso il futuro e di unità sempre di più ampia, affinché possiamo presto arrivare alla vittoria che speriamo non si fermi solo al nostro paese, bensì per tutti i paesi, la felicità, la pace ed il progresso per tutta la terra.

Democracia, Santiago, 6.9.1952.


Parole del compagno Neruda

Uscii dal Cile in un momento oscuro per la nostra patria. Non pensavamo alla sconfitta. Noi non conosciamo la sconfitta. Ma sentivamo ed accusavamo il golpe. Ora, ritornando, ascoltando questa relazione del compagno Gallo, ho visto come gira la chiarezza alla nostra patria.
    Siamo nel grave momento della preparazione della terza guerra mondiale da parte degli imperialisti. Questi si propongono di perdurare del capitalismo, schiacciare all'Unione Sovietica ed i paesi di democrazia popolare, mantenere il sistema coloniale, impedire il trionfo della classe operaia e del popolo nei paesi capitalisti. Perciò motivo la difesa della pace è il più nobile e grande compito. Attraverso lei ci uniamo ad altri paesi ed aiutiamo la liberazione del nostro proprio paese.
    La nostra lotta è seguita con attenzione per i combattenti della pace e della democrazia di tutto il mondo. Molte volte riferii i nostri combattimenti. E se è verità che non dobbiamo insuperbirci, è anche verità che non dobbiamo sottovalutarci. E secondo distaccati lottatori antimperialisti noi abbiamo il peccato di essere troppo modesti. La lotta del nostro paese contro il patto militare ha attraversato tutte le censure, è stata celebrata in tutto il mondo. Altre volte, le notizie di Cile che hanno occupato le prime pagine dei quotidiani europei, si sono riferite a terremoti che frequentemente scuotono la nostra terra. Ora infine quelle pagine sono state occupate dalle azioni dei patrioti cileni contro il patto militare con gli Stati Uniti.
    In Francia fui invitato un giorno a raccontare le nostre lotte davanti alla Commissione di Relazioni Esterne del Partito Comunista francese. Seduto tra Cachin e Thorez parlai del nostro paese, degli operai del carbone, del salnitro e del rame, del nostro partito, di Recabarren, della Fronte Popolare, del tradimento di González Videla, della repressione e del modo in cui l'affrontiamo. Dopo avermi ascoltato, Thorez disse: "Il Partito Comunista cileno è un gran partito operaio. Un partito che ha imparato tante lezioni come il cileno, non sarà mai vinto. Ha un gran futuro."
    Molto tempo dopo, in una conversazione con un distaccato compagno nell'Unione Sovietica, dove la sobrietà nel parlare è caratteristica, aveva nelle mie mani un esemplare del quotidiano Democracia. Nella sua prima pagina si parlava di un sciopero di più di 40 giorni nel salnitro. Si esaltò ed esclamò: "Che lottatori indomabili!": In Romania, in Polonia, in Italia, da tutte le parti dove parlai delle nostre lotte, ascoltai grandi elogi per il nostro paese ed il nostro partito.
    Ma non ci elogiano solo i nostri compagni ed amici. Un giorno lessi nei rivista Times un commento che più o meno diceva come segue: "Wall Street non è in realtà tanto preoccupata dei prezzi del rame cileno, bensì dell'attività dei comunisti cileni." Questa menzione dei nostri nemici dimostra anche quello che valiamo.
    Tuttavia, devo dire che da tutte le parti mi domandavano: e come cammina il movimento contadino cileno? Confesso che arrossivo un po' perché questo è il nostro lato debole. Trovo che questo lavoro non ha progredito e penso che dobbiamo volgerci effettivamente al campo.
    In questa riunione ho ascoltato con molto interesse quello che si è detto rispetto allo studio. Nel mio ultimo viaggio all'URSS e democrazie popolari vidi intensificarsi lo studio a tal punto che tutto il mondo cammina con libri. A Stalingrado fui un giorno ad un negozio. Avwva le tende semichiuse. Suonai alla porta. Mi aprirono e vidi che tutti i dipendenti stavano a lezione di marxismo. Mi trovai nell'URSS con vecchi compagni spagnoli. Uno di essi che ebbe gran influenza nella mia entrata al partito e che conobbi a Madrid già più di quindici anni fa, aveva già la chioma bianca. E stava assistendo a lezioni di marxismo, e la stessa cosa sua moglie e sua nipote. Assistei un giorno ad una funzione di balletto. Agiva la prima ballerina dall'Unione Sovietica. Uno dei miei accompagnatori mi invitò a conoscerla il giorno dopo. L'aspettavamo con un tè. E quella ballerina che prima la notte avevo visto vestita di farfalla o di fiore, veniva ora, coi suoi libri sotto il braccio, da una lezione di marxismo. Penso che se nell'Unione Sovietica si studia tanto, con maggiore ragione si deve fare tra noi.
    Sono di accordo in cui dobbiamo ingrandire il partito, reclutare nuovi militanti, usando nuovi metodi, come quelli che vidi a Napoli, dove si fanno riunioni aperte e si recluta casa per casa.
    Dobbiamo preoccuparci anche per fare più solido e fraterno il lavoro con i nostri alleati socialisti e con tutti i nostri alleati. Avere alleati è molto importante.
    Attualmente sto lavorando in un nuovo libro, sulle lotte di tutti i popoli del mondo. Mi sono fatto un'autocritica. Ho cambiato il mio stile, per scrivere più semplice. A poco a poco sono stato spogliando delle forme complicate, affinché tutti capiscano la mia poesia. Con la pubblicazione dei miei libri nell'Unione Sovietica, in Cina, in quasi tutti i paesi e lingue, comprendo che bisogna scrivere affinché tutti ci capiscano.

Testo dell'intervento di Neruda in una riunione del
Comitato Centrale del Partito Comunista del Cile,
pubblicato in
Principios, Santiago, settembre 1952.


[Tutto è nuovo sotto il sole]

Tutto è nuovo sotto il sole, e tra tutte le cose, la poesia. Passano e girano le stagioni, ma in primavera o in inverno cresce, fiorisce e si raddoppia questa rosa di tutti i tempi.
    Perciò noi poeti cantiamo tutto quello che esistè, quello che esiste e quello che vivrà domani. La terra e l'uomo hanno perpetua profondità e fecondità per noi. Non respingeremo mai niente tranne la complicità col male, con quello che danneggia gli esseri, con l'oppressione o il veleno. È questa relazione tra la terra, il tempo e l'uomo quella che ha bisogno di irrigazione e fulgore, cioè, la poesia, per risplendere e fruttificare, affinché la fortuna universale sia il nostro regno comune.
    Per quel motivo sono nemici della poesia quanti escludono da essa la lotta che è anche il nostro pane di ogni giorno. Quelli che ci pongono una frontiera, vogliono distruggere tutto il castello. Quelli che, politicamente, vogliono allontanare la poesia dalla politica, vogliono imbavagliarci, vogliono spegnere il canto, l'eterno canto.
    Io voglio che tutti i poeti cantino la rosa rossa e la rosa bianca, gli occhi azzurri e gli occhi neri, i giorni di sole sulla sabbia e le notti di ombra tempestuosa. Io voglio che tutti cantino i loro amori.
    Se non lo facessero, starebbero tradendo i loro propri mandati imperiosi. Ma c'è un tradimento più terrificante, ed è che il nostro canto non condivida, non raccolga o non guidi le strade dell'uomo. La società umana ed il suo destino è materia sacra per il cittadino, ma per il poeta è massa crescente, creazione profonda, obbligo originale. Non c'è poesia senza contatto umano. Nel pane di domani devono distinguersi le mani del poeta.
    Ahi a quelli che non compresero altro che il silenzio, quando la poesia è parola, ed a quelli che compresero solo l'ombra, quando la poesia è luce di ogni giorno ed ogni notte degli uomini!
    Perciò la strada non va verso il dentro agli esseri, come una rete di sonni. Il verso la poesia esce fuori, per strade e fabbriche, ascolta in tutte le porte degli sfruttati, corre e nota, sussurra e congrega, minaccia con la voce pesante di tutto il futuro, sta in tutti i luoghi delle lotte umane, in tutti i combattimenti, in tutte le campagne che annunciano il mondo che nasce, perché con forza, con speranza, con tenerezza e con durezza lo faremo nascere.
    Noi i poeti?
    Sì, noi, i popoli.

Los Guindos, novembre 1952

Prologo a Pablo Neruda,
Poesía política,
antologia, Santiago, Austral, 1953.


L'odore del ritorno
EL OLOR DE REGRESO. (Pagine 851-854.) La casa in riferimento - situata nel viale Lynch del quartiere Los Guindos, a Santiago Oriente - è quella che Neruda condivise con Delia del Carril da quando ritornarono dal Messico nel 1943 e che il poeta, in ricordo dei tre anni abitati in quello paese, battezzò Michoacán. Dalla fine del 1955, l'anno della separazione, Michoacán smetterà di essere la "mia casa." Sarà la casa di Delia del Carril fino alla sua morte il 26.7.1989, quando stava per compiere i suoi 105 anni di vita. Sul periodo post-nerudiano di Michoacán, vedasi Sáez, pp. 171 e seguenti.

La mia casa è profonda e ramosa. Ha angoli nei quali, dopo tanta assenza, mi piace perdermi ed assaporare il ritorno. Nel giardino sono cresciuti cespugli misteriosi e fragranze che io ignoravo. Il pioppo che piantai in fondo e che era snello e quasi invisibile è ora adulto. La sua corteccia ha rughe di saggezza che salgono al cielo e si esprimono in un tremore continuo di foglie nuove nell'altezza.
    I castagni sono stati gli ultimi in riconoscermi. Quando arrivai, si mostrarono impenetrabili ed ostili con le loro frasche nude e secche, alti e ciechi, mentre attorno ai loro tronchi germinava la penetrante primavera del Cile. Ogni giorno andai a visitarli, perché comprendevo che avevano bisogno del mio omaggio, e nel freddo della mattina rimasi immobile sotto i rami senza foglie fino a che un giorno, un timido germoglio verde, molto lontano in alto, uscì a guardarmi e dopo ne vennero altri. Così si trasmise la mia apparizione alle diffidenti foglie nascoste del castagno maggiore che ora mi salutano con orgoglio ma già abituate al mio ritorno.
    Negli alberi gli uccelli rinnovano i trilli antichi, come se niente fosse avrebbe passato sotto le foglie.
La biblioteca mi prenota un odore profondo di inverno e tramonti. È tra tutte le cose quella che più si impregnò di assenza.
    Questo aroma di libri rinchiusi ha qualcosa di mortale che va diritto alle narici ed ai luoghi impervi dell'anima perché è un odore di oblio, un ricordo sepolto.
    Vicino alla vecchia finestra, di fronte al cielo andino bianco ed azzurro, dietro di me sento l'aroma della primavera che lotta coi libri. Questi non vogliono staccarsi dal lungo abbandono, esalano ancora raffiche di oblio. La primavera entra nelle stanze con un vestito nuovo ed odore di madreselva.
    I libri si sono dispersi follemente nella mia assenza. Non è che manchino ma hanno cambiato posto. Vicino ad un tomo dell'austero Bacone, vecchia edizione del secolo XVII, incontro La capitana del Yucatán, di Salgari, e non si sono trovati male, nonostante tutto. Invece, un Byron sciolto, alzandolo, lascia cadere la sua copertina come un'ala oscura di albatro. Torno a cucire con lavoro dorso e copertina, non senza prima ricevere negli occhi una boccata di freddo romanticismo.
    Le lumache sono i più silenziosi abitanti della mia casa. Tutti gli anni dell'oceano passarono prima ed indurirono il loro silenzio. Ora, questi anni hanno aggregato tempo e polvere. Senza dubbio, i loro freddi scintillii di madreperla, le loro concentriche ellissi gotiche o le loro valve aperte mi ricordano coste ed eventi lontani. Quell'inestimabile lancia di luce arrossata è la Rostellaria che il malacologo di Cuba, mago di profondità, Carlos de la Torre, mi concedè una volta come un'onorificenza sottomarina. Qui è un po' più scolorita ed impolverata, la "oliva" nera dei mari della California e, della stessa provenienza, l'ostrica di spine rosse e quella di perle nere. Lì quasi naufraghiamo, in quello mare di tanti tesori.
    Ci sono nuovi abitanti, libri e cose che escono da cassoni per lungo tempo chiusi. Questi di pino vengono dalla Francia. Le sue tavole hanno odore del Mezzogiorno, e, alzandoli scricchiolano e cantano mostrando un interno di luce dorata da dove escono le copertine rosse di Víctor Hugo. Los miserables, nella sua antica edizione, arrivano a popolare con multiple e strazianti esistenze i muri della mia casa.
    Ma di questo lungo cassone simile ad una bara esce un dolce viso di donna, alti seni di legno che tagliarono il vento, alcune mani intrise di musica e salamoia. È una figura di donna, una statua di prua. La battezzo María Celeste perché porta il mistero di un'imbarcazione persa. Io trovai la sua bellezza radiante in un bric à brac di Parigi, seppellita sotto la ferramenta in disuso, sfigurata per l'abbandono, nascosta sotto i sepolcrali stracci del sobborgo. Ora, posizionata in alto naviga un'altra volta viva e fresca. Si riempiranno ogni mattina le sue guance di una misteriosa rugiada o lacrime marine.
    Le rose fioriscono precipitosamente. Dapprima io fui nemico della rosa, delle sue interminabili aderenze letterarie, del suo orgoglio. Ma vedendole sorgere, resistendo all'inverno senza vestiti né cappelli, quando spuntarono i loro petti innevati o i loro fuochi  di zolfo tra i tronchi duri e spinosi, mi sono riempito a poco a poco di intenerimento, di ammirazione per la loro salute da cavallo, per la provocatoria onda segreta di profumo e luce che estraggono implacabilmente della terra nera, nell'ora dovuta, come miracoli del dovere, come esercizi esatti di amore all'intemperie. Ed ora, le rose si alzano in tutti gli angoli con serietà commovente che corrispondo, lontane, esse ed io, della pompa e della frivolezza, ognuno lavorando nel suo personale lampo.
    Ma di tutte le cappe dell'aria arriva un soave e tremulo viavai, una palpitazione di fiore che entra nel cuore. Sono nomi e primavere andate, e mani che appena si toccarono ed arroganti occhi di pietra gialla e trecce perse nel tempo: la gioventù che batte coi suoi ricordi ed il suo più affascinante aroma.
    È il profumo delle madreselve, sono i primi baci della primavera.

Los Guindos, 22 ottobre del 1952

Vistazo, num. 12, Santiago, 11.11.1952, e
Novedades,
Messico, 16.11.1952. Raccolto con lievi varianti in
PNN, pp. 161-163,
versione qui riprodotta.


Con questa primavera, girano le foglie di "El Siglo"
CON ESTA PRIMAVERA VUELVEN LAS HOJAS DE "EL SIGLO". (Pagine 854-855.) Quotidiano ufficiale del Partito Comunista del Cile, El Siglo fu fondato nel 1941 e messo fuori legge da González Videla nel 1948. I comunisti che elusero la persecuzione del governo riuscirono a mantenerlo in vita con difficoltà attraverso il quotidiano Democrazia, che svolse un ruolo decisivo in quegli anni. El Siglo riapparve nel 1952 (è quello che Neruda celebra in questa nota) e fu un quotidiano importante e di buon livello giornalistico fino al 1973, quando la giunta militare di nuovo lo mise fuori legge. Cadendo la dittatura dal generale Pinochet, El Siglo riapparve un'altra volta, fino ad oggi, ma non come quotidiano bensì come periodico settimanale.

El Siglo è stato per molti di noi la luce ed il pane di ogni giorno. In questa epoca in cui solo la violenza sostiene i resti di un sistema caduco e la bugia è l'elemento naturale della stampa capitalista che osa chiamarsi "libera", questo quitiduano fermava l'oscurità e ci dava la luce.
    Ci mostrò i conflitti del popolo organizzato ed anche la vita dei piccoli esseri, della gente più semplice.
    È stato una lezione di poesia quotidiana.
    Ed anche un forte clarino di lotta in pieno sole.
    Io presenziai come nasceva ed era commovente vedere gli occhi inumiditi dei vecchi militanti. Dietro la grande rotativa che incominciò a muoversi apparvero il viso di Recabarren, la prima ed umile stampa operaia, i viaggi di Lafertte per la pampa, gli arenili ed il sangue, i colpi della repressione alle macchine, le piccole stampe imprigionate, tante vite e tante cose, tanti combattimenti e tanti martirii, e, finalmente, la gigantesca opera che nasceva, la carta stampata per tutto il popolo, la dignità raggiunta nella continuità inflessibile della nostra lotta.
    Quindi arrivarono i Pobletes, i Corteses, i Brun, i ballerini di samba, i Truccos, ed un vento di delatori spense la nostra luce. Io vidi come si dilettavano strappando ad El Siglo editoriali, avvisi, pezzi e frammenti, con gioia sporca, con la loro oscenità beffarda, e credevano che ci stessimo uccidendo, quando essi sono, poveri diavoli, i morti che puzzano o i topi che gioiscono affrettatamente, mentre la luce splendida della verità ritorna a marciare per le strade del Cile.
    Non possono fermare la storia.
    Col silenzio di questi anni anche El Siglo, il nostro quotidiano, ha aiutato a scrivere la storia, ma a noi mancava la sua voce grande e la sua grandezza di gran albero cileno.
    Con questa primavera ritornano i fogli de El Siglo, questo si popolerà di voci, di canto di speranza ed il vento del futuro spargerà per tutti gli angoli della patria i semi della verità. Nel nostro quotidiano dobbiamo insegnare ed apprendere ogni giorno.
    In questi giorni di ottobre lungo la patria si sentono tutte le voci delle acque e dei boschi. È qualcosa di naturale e primaverile che si unisca l'antica e poderosa voce del paese ad esse.

Los Guindos, 25 ottobre 1952

El Siglo, Santiago, 26.10.1952.


Il mio amico è morto

È molto difficile per me scrivere su Paul Éluard. Continuerò a vederlo vivo vicino a me, accesa nei suoi occhi l'elettrica profondità azzurra che guardava tanto largo e da tanto lontano.
    Questo uomo tranquillo era una torre fiorita della Francia. Usciva dal suolo in cui allori e radici intessono le loro fragranti eredità. La sua altezza era fatta di acqua e pietra, ed in essa salivano antichi rampicanti portatori di fiore e fulgore, di nidi e canti trasparenti.
    Trasparenza, è questa la parola. La sua poesia era cristallo di pietra, acqua immobilizzata nella sua costante corrente.
    Poeta dell'amore zenitale, falò puro di mezzogiorno, nei giorni disastrosi della patria mise in mezzo ad essa il suo cuore e da lui uscì fuoco decisivo per le battaglie.
    Così arrivò naturalmente alle file del partito. Per Éluard essere un comunista era confermare con la sua poesia e la sua vita i valori dell'umanità e dell'umanesimo.
    Non si creda che Éluard fu meno politico che poeta. Spesso mi stupì la sua chiara visione e la sua formidabile ragione politica. Insieme esaminiamo molte cose, uomini e problemi del nostro tempo e la sua lucidità mi servì per sempre.
    Non si perse nell'irrazionalismo surreale perché non fu un imitatore, bensì un creatore e sparò sul cadavere del surrealismo spari di chiarezza ed intelligenza.
    Fu il mio amico di ogni giorno e perdo la sua tenerezza che era parte del mio pane. Nessuno potrà darmi ora quello che egli si porta via perché la sua fraternità attiva era una dei pregiati lussi della mia vita.
    La Francia di Pinay, dedita ai saccheggiatori yankee, la Francia prima orgogliosa ed oggi nicaraguanizzada, affrettò la sua fine. Egli sosteneva con la sua colonna azzurra le forze della pace e l'allegria mentre di nuovo i nemici della Francia la corrompono e la divorano. Egli è morto con le sue mani fiorite, soldato della pace, versifica del suo paese.
    Torre della Francia, fratello! Mi inchino sui tuoi occhi chiusi che continueranno a darmi la luce e la grandezza, la semplicità e la rettitudine, la bontà e la semplicità che impiantasti sulla terra.

El Siglo, Santiago, 23.11.1952.


II
VIAGGI 5
(1952)
VIAJES 5. VIAJE DE VUELTA. (Pagine 857-885.) Questo testo sembra essere lo sviluppo di una conferenza tenuta a Temuco nel 1952, alcuni settimane dopo il suo ritorno, o vuelta, al paese. - [...] y crucé a caballo la cordillera nevada (ed attraversai a cavallo la cordigliera innevata): questo racconto anticipa, in embrione, quello che Neruda scriverà sullo stesso episodio in Las vidas del poeta (1962) e nel "Discurso de Stoccolma", 1971, al ricevimento del premio Nobel di Letteratura. Vedere anche il poema "Sólo el hombre", UVT, I, I (OCGC vol. I, pp. 913-915). - Vi la ciudad de Shangai con sus siete millones de hombres y mujeres (Vidi la città di Shangai coi suoi sette milioni di uomini e donne): cfr. la cronaca "Invierno en los puertos", datata Shangai, febbraio del 1928, in questo stesso volume, pp. 349-352. - ... y nada se ha reconstruido, nada se ha edificado, salvo, naturalmente, La Serena (e niente si è ricostruito, niente si è edificato, salvo, naturalmente, La Serena). Allusione ironica a quella che era allora la capitale della provincia di Coquimbo (ed oggi della Quarta Regione) nel Nord Chico cileno. La Serena era la città natale, e perciò prediletta, del presidente González Videla. - Questa conferenza fu una specie di introduzione alla lettura del libro Las uvas y el viento, allora in preparazione, al quale appartengono i poemi di Neruda compresi nel testo. Prima fu pubblicata solo nel volume Viajes, Santiago, Nascimento, 1955, pp. 117-162.

Viaggio di ritorno

Questo già quattro anni fa. Passai per Temuco a mezzogiorno, non mi trattenni in nessun posto, nessuno mi riconobbe, portavo barba ed occhiali e mi disporsi ad uscire dal Cile. Per semplice caso era la mia rotta di uscita.
    Passai il ponte e Padre las Casas. Mi trovavo già lontano dalla città a mangiare qualcosa durante il tragitto, nella stessa strada, seduto su una pietra. Lì passava un estuario basso, e le acque suonavano. Erano acque di Temuco, suonavano e cantavano le acque nelle pietre e mi dicevano: "Arrivederci." Era la mia infanzia che si congedava.
    Pensai che strano era il mio destino. Io crebbi in questa città, la mia poesia nacque tra la collina ed il fiume, prese la voce della pioggia, si impregnò come legno dei boschi, ed ora durante il tragitto verso la libertà, dopo la lotta, mi toccavo di fianco a Temuco, solo, seduto su una pietra, a sentire la voce dell'acqua che mi insegnò a cantare.
    Io sapevo che molte porte si sarebbero aperte se io fossi apparso tra la gente, io sapevo che solo amici, conosciuti e sconosciuti, c'erano dietro le porte, ed era strano per me passare senza vedere nessuno, senza che mi vedesse nessuno, senza impegnare nessuno. Perché per me la vita è stata sempre un compromesso ed il nostro dovere è impegnarci ogni giorno.
    Tutto si fece, impegnandosi gli uomini e la vita. Così si alzarono le costruzioni nella vasta Frontera, così avanza l'umanità, così si costruisce, in altri posti, il socialismo.
    Seguii la mia strada. Poi passai le isole ed attraversai a cavallo la cordigliera innevata.
    Non c'era rotta, bisognava farla e segnare sii tronchi degli alberi, con l'ascia, la strada affinché potessero tornare quelli che mi accompagnarono. Ma la selva era spaziosa e soffice, come un salone. I grandi alberi lasciavano solo spazio per il passo delle cavalcature. Sopra si chiudevano gli alberi. Più lontano, gli alberi erano bassi e tozzi. Erano gli alberi che ricevono la neve ed era strano vederli dall'alto come migliaia di piccoli ombrelli. All'improvviso, tutto diventava ripido, tutto diventava pietra, burroni, fiumi vertiginosi, tutto doveva essere superato. Tutto doveva essere vinto.
    Già, nell'altezza della cima, i mulattieri mi dissero di prendere alcuni rami secchi, e li tiravamo ai mucchi di rami che al bordo della nostra orma indicavano i morti, i morti di freddo, quelli che non poterono passare. Più lontano cambiò il paesaggio. Scendevamo già dall'altro lato, e nell'ultimo albero del Cile scrissi col mio coltello il mio addio: alcune iniziali. Scendiamo dai cavalli. Tutto era verde ed un'acqua serena sorgeva dai ruscelli argentini. Mi dissero i miei compagni: "Qui bisogna fare il ballo." C'era lì un cranio di bue su un bastone, e lì demmo il giro tre volte su un piede. Quindi bisognava gettare alcune monete nell'occhio del bue, alcune monete per quelli che attraversassero di là a qua, un aiuto allo sconosciuto conquistatore della cordigliera, della distanza e del freddo.
    Più tardi, attraversai la pampa. Stava già lontano, già potevo continuare la mia strada con calma, ma, prima di uscire mi impregnai per tutti gli anni che sarebbero venuti di terra fredda e di cordigliera del sud. Temuco mi aveva salutato alla sua maniera, senza parole, perché ci conoscevamo molto, e mi portai per il mondo questo silenzio e questo odore dei boschi e l'acqua del sud che sempre stavo cantando nel mio cuore.

Appena uscii dal Cile, mi misi stivali da sette leghe, cammini verso il nord, navigai verso l'est, volai verso il sud. Scoprii quanto larga è la terra, e scoprii anche come la terra era cresciuta all'improvviso, per me, e come gli uomini erano più numerosi, la mia famiglia era più grande: trovai all'improvviso milioni di fratelli.
    Per il vecchio scrittore esisteva un piccolo mondo fuiri della nostra patria e quello era Parigi: appena si affacciava con passi rapidi ad altre città e paesi. La leggenda della cortina di ferro ci assicura che da Praga fino a Vladivostok ci sono tenebre sconosciute. Forse, io ho visto solo chiarezza, io ho fatto un viaggio attraverso la luce.
    Arrivai tardi nel crepuscolo al mio appuntamento con una dalle città più belle del mondo, la perla fredda del Baltico, l'antica e nuova, la nobile ed eroico Leningrado, la città di Pedro il Grande e di Lenin il Grande. Quella città, come Parigi, ha "angeli", ha "angeli grigi", viali di colore di acciaio, palazzi di pietra grigia e mare di acciaio verde. I musei più meravigliosi del mondo, tutti i tesori degli zar, tutti i loro quadri e le loro uniformi, tutti i loro gioielli abbaglianti ed i loro vestiti di cerimonie, le loro armi e le loro stoviglie stavano davanti alla mia vista. Ed i nuovi ricordi immortali: la cannoniera Aurora i cui cannoni vicino al pensiero di Lenin abbatterono i muri del passato ed aprirono le porte della storia.
    Città del Baltico gelato, città del futuro!
    Io accorsi ad un appuntamento con un vecchio poeta morto 100 anni fa, Alexandr Pushkin, autore del Borís Godunov, autore di tante immortali leggende e romanzi. Quello principe di poeti popolari occupa il cuore della grande Unione Sovietica. In quelli giorni si celebrava il suo centenario. Ed i russi avevano ricostruito pezzo per pezzo il palazzo degli zar per fare un museo di Pushkin. Ogni muro era stato alzato come prima esisteva. I nazisti avevano distrutto con l'artiglieria gran parte della città, ed il palazzo era rimasto ridotto a rottami polverizzati. Ebbene, tutto lo avevano costruito di nuovo i sovietici ed avevano utilizzato i vecchi piani del palazzo, tutti i documenti di un'epoca, costruendo le vetrate di nuovo, i ricamati cornicioni, i capitelli fioriti. Tutto per onorare il loro meraviglioso poeta di un altro tempo. Nel frattempo a Mosca io potei vedere come nella statua di Pushkin si accumulavano i fiori e come la statua riceveva lettere e poemi del popolo. È questo fatto quello che voglio che conosciate voi, genti di Temuco che siete come io sono, genti semplici, e dobbiamo vedere quello che passa alle genti come noi. Ci hanno spaventati molto con la gente sovietica che sono gente simili a noi, gente che lascia fiori e lettere ad un poeta morto cento anni fa, genti che cantano e lavorano come noi.
    E nell'immenso palazzo ricostruito vive ora un abitante, che molto torturarono, nel suo tempo, i despoti dell'antica Russia: il poeta romantico, realista e rivoluzionario: Alexandr Pushkin. Dopo essere stato confinato per il suo attività antizarista, il creatore della moderna lingua russa morì in un dolore, in una provocazione, veramente assassinato da uno spadaccino della corte imperiale. Ed ora, l'Unione Sovietica celebrava l'anniversario della sua nascita. Tutte le stazioni delle ferrovie, i teatri, le scuole si trasformarono in musei di Pushkin, con fotografie e con libri. Nei campi, vicino alle strade, nel posto dove vediamo qui gli annunci della Coca-Cola, si alzavano grande cartelloni con strofe dai poemi di Pushkin. I ritratti di Pushkin fluttuavano nel vento su tutta la vasta terra sovietica. Ma in quello gran museo, con le sue immense sale dedicate a tutti i libri nazionali e stranieri del poeta, agli abiti delle opere che egli ispirò, ai personaggi dei suoi libri, alle marionette e figure popolari che ricordavano le sue opere, alle sue lettere ed i suoi ricordi, ai ritratti dei suoi più celebri contemporanei, ai suoi amori e la sua morte, in quel grande museo stava tutta la vita del paese russo. Lì si celebrarono le serate e balli della nobiltà, dei nemici di Pushkin. Per quelle finestre entrò la fiamma della Rivoluzione di ottobre e salì il popolo, per volta prima, le sue scalinate di marmo per alzare in alto la bandiera rossa della liberazione. Gli imperialisti prussiani lo ridussero a cenere, e dalla cenere, dall'incendio e dalla morte, le mani sovietiche avevano alzato di nuovo la grandezza del vecchio palazzo affinché lì vivesse, alta e risplendente, popolare ed eterna, indistruttibile e vincitrice, la memoria di un poeta.
    Orbene, voglio che comprendiate che Leningrado stette due anni sotto i cannoni del nemico, interamente assediata e tagliata dappertutto. Non c'era luce. La razione di pane era di 15 grammi al giorno, ed il doppio per i soldati, come unico alimento. Ho visto nel museo come le suole di scarpe conservavano l'orma dei denti. Non c'era più acqua che quella degli stagni delle strade, non c'erano finestre perché tutti i vetri furono rotti dalle esplosioni. Per effetto del freddo i cadaveri si conservavano, e così le mogli continuavano a dormire coi loro mariti morti, le madri vicino ai cadaveri dei loro piccoli figli. Solo di quando in quando arrivavano i soldati di ritorno dal fronte, morti di fatica. Potevano appena seppellire ai morti. E durante questi due anni, voglio che mi ascoltiate: gli architetti di Leningrado si riunivano nelle cantine della città e programmavano la ricostruzione di tutto quanto distrutto, di tutto quello che si andava distruggendo ogni giorno, e sulla base di quei piani tracciati sotto la pioggia delle bombe, sotto il terrore e sotto la morte, lo stesso giorno che finì la guerra, cominciò la ricostruzione di Leningrado.
    Io domando a quelli che vogliono fare la guerra, a quelli che sono a favore del fuoco: è possibile distruggere un paese tanto eroico? Ci sono bombe atomiche per distruggere questo seme sacro? Non è possibile e per questo motivo, noi, tutti gli uomini di Temuco, modestamente come cittadini del sud del mondo, gli uomini di New York e gli uomini di Leningrado e di Pechino, dobbiamo lottare per la preservazione della pace, perché la guerra non distruggerà l'indistruttibile.

E così visitai anche Stalingrado. Lì mi condussero i miei antichi canti di amore alla città eroica, e vidi anche lì crescere la nuova città bianca e raggiante, dalle sue rovine, e come prima uscirono armi per la sua difesa, mi vidi montare davanti ai miei occhi, pezzo per pezzo, i trattori, ed uscire verso i campi col loro profondo messaggio di fecondità. Ed allora scrissi il mio terzo canto a Stalingrado.
    Sette giorni viaggiai nella ferrovia transiberiana. Era autunno nella piana siberiana. Vicino alla via le betulle di tronco bersaglio si erano coperte di oro. Le nuove città della Siberia respiravano nelle stazioni. Il treno era pieno di architetti, di ingegneri sovietici, di uomini che andavano a perforare le isole artiche cercando petrolio, o costruendo centrali idroelettriche nelle solitudini più remote. Vicino al lago Baikal mangiai con gli investigatori della vita biologica del lago, gente semplice come tutta la gente sovietica. Essi mi fecero provare pesce raccolto a 1.500 metri di profondità. È il lago più profondo che esiste nel pianeta, vecchio lago romantico la cui estensione di mare significò per gli evasi di Siberia l'orizzonte della libertà. Le vecchie canzoni popolari menzionano sempre il lago Baikal. La Siberia era, durante il regime zarista, una steppa di prigionieri, il pianeta dei dimenticati. Questi attraversavano, per liberarsi, le pianure immense ed arrivati al lago ed attraversate le sue acque, erano liberi. Quanto è cambiato il mondo. Oggi la Siberia anticamente terrificante è un campo di germinazione e di vita. Grandi città nuove, magnetiche centrali idroelettriche, nuove coltivazioni che adattano le piante alla natura d'accordo coi rivoluzionari successi della scienza sovietica, la Siberia è oggi la steppa della speranza. Invano vogliono intorbidare questo processo di creazione i fomentatore della guerra con l'invenzione di campi di schiavi e di milioni di uomini che lavorano obbligatoriamente. È precisamente l'Unione Sovietica la terra del lavoro, ed il lavoro e l'allegria sono il centro della vita, non solo in Siberia, bensì in tutta la terra sovietica.
    Attraversai allora tutta la terra sovietica. Era autunno in Siberia. Le betulle brillavano il loro tremulo pizzo di oro. Veniva il freddo dal nord. Le nuove città colossali trepidavano di attività, i kolckoz duplicavano i loro raccolti, tutto lo splendore della nuova prosperità inondava il vasto territorio.

Vidi in Mongolia gli antichi monaci buddisti rispettati nella loro religione dalla Repubblica Socialista, vidi le carovane di cammelli e le tende degli erranti mongoli del deserto, ma vidi anche gli istituti di biologia, l'università luminosa e gli studenti che imparavano le più moderne strade della scienza in quello posto che prima fu solo teatro della superstizione e della miseria.
    Di lì volai verso la Cina. Vidi come la terra delle fame nera e le inondazioni si converte in terra dell'abbondanza. Il primo ministro della Cina, Chou En-lai, mi disse: "abbiamo oramai problema di sovrappopolazione." Quattrocento settanta cinque milioni di uomini che aumentano un milione per anno, nella terra delle catastrofi e del ritardo, quando anticamente gli scheletri umani coprivano chilometri di carrozzabili.
    Vidi la città di Shangai coi suoi sette milioni di uomini e donne risplendente di attività, con tutte le sue fabbriche tessili ed i suoi mercati aperti. Non vidi ad un solo straccione. Tuttavia, il Cile ha meno abitanti che la città di Shanghai e non ci sono stanze né scarpe, né vestiti, né scuole, né alimenti per il nostro paese. Io avevo visitato molti anni fa quella nazione ed aveva visto le navi da guerra di tutte le potenze occidentali vicino al fiume, minacciando il cuore di Shangai. Era la città che viveva come un gran postribolo, come il luogo di estrazione di tutte le ricchezze cinesi per i colonialisti sfrenati. Era la città del crimine e dell'oppio, la città del gioco e della prostituzione. Ed ora mi raccontava il sindaco, con orgoglio, che non si era prodotto un solo atto criminale in quella città di sette milioni di abitanti da sei mesi. Il cammino del socialismo può produrre disorientamento in molti uomini, può trasformare le idee di molti che pensavano ai sistemi sociali come a una routine inesorabile, ma c'è qualcosa di più importante che nessuno può negare: è la pulizia morale, il risanamento della vita, delle abitudini, dell'intelletto. È molto diverso sentire la musica nordamericana (la contorsione grottesca, sessuale e paranoica) che sentire per esempio la musica sovietica, musica nella quale i più nobili accenti, le più alte modulazioni dello spirito sono espresse.
    Il sindaco di Pechino mi raccontavo come del Lago dei Loti, vicino al Palazzo dell'Imperatrice, per tre mesi interi estrassero l'immondizia accumulata per secoli. Nel cuore di Pechino i loti fiorivano negli immensi stagni nei quali si accumulavano i rifiuti. La pestilenza cresceva, le malattie decimavano alla popolazione, ma l'imperatrice, i turisti, Chiang Kai-shek erano contenti. Ora ci sono meno loti a Pechino, ma non ci sono malaria né pestilenza. La città è pulita. Così deve succedere con la nostra arte. Probabilmente dovremo sacrificare molti fiori, dovremo eliminare molte seducenti apparenze, ma troveremo un contenuto più puro, seguiremo il cammino della pulizia e della verità.
    Abbiamo abbandonato le grandi linee dell'umanesimo. La gente dimentica Cervantes e Romain Rolland e vuole immergersi nelle fangose acque dell'esistenzialismo, della perversità creata per i nemici dei paesi.

Dobbiamo comprendere il fenomeno che si sviluppa nel mondo attuale. Prima della seconda guerra mondiale la Cina era schiavizzata, non esistevano le democrazie popolari, il mondo socialista era limitato all'Unione Sovietica, circondata questa dai suoi più accaniti nemici. In questo momento più di 600 milioni di uomini vivono nello sviluppo e nella cultura socialisti. Questo ha cambiato il bilancio economico e culturale il mondo, il mondo capitalista produce cannoni, il mondo socialista produce libri. Orbene, il fatto che milioni di uomini di campagna ed operai abbiano raggiunto un nuovo livello culturale nel mondo socialista significa che tutti i canoni antichi con cui misuravamo l'estensione della cultura sono finiti bruscamente. Uno scrittore non scrive già per duemila persone, bensì per molti milioni. Un musicista o un pittore dovranno affrontare un pubblico nuovo ed un'esigenza più spaziosa. Pertanto devono esaminare la loro azione creativa e dirigerla verso i nuovi consumatori di arte, verso le grandi masse popolari e queste vogliono e chiedono due canoni eterni: la verità e la bellezza.
    Questo è un compito molto antico per gli artisti, ma non per essere antico è meno perentorio.
    Questo mondo ci minaccia? Questa esigenza della verità e della bellezza significa il crollo di qualche cosa eterna? Sì. Significa il crollo del male e la bugia.
    Questo mondo del futuro vuole sopprimere l'amore e la tenerezza, vuole sopprimere lo spirito nazionale, vuole sopprimere le patrie?
    Io voglio rispondere con due incidenti della mia lunga strada. In Cecoslovacchia, in una città, vidi un nuovo edificio di gente lavoratrice. Era durante le ore del giorno e molte madri si erano presentate ai loro lavori. Il piano di sotto era pieno di creature. Una dottoressa e due infermiere avevano a loro carico l'asilo infantile dell'edificio. Vidi i bambini più piccoli dormire nelle loro culle. Vidi i più grandi giocare nel giardino. Vidi tutta la protezione di una società per le madri ed i bambini. Pensai alle nostre madri, nei loro terribili problemi per curare i loro figli e guadagnarsi il pane di ogni giorno. E pensai che l'amore in una nuova società ha una nuova dimensione: il futuro. Ha una nuova proiezione: la responsabilità di tutti. Il bambino non ha perduto sua madre, ma ha guadagnato in maternità, ha la società intera come vigilanza e come azione difensiva.
    Nella Cina Popolare andai per le strade ed arrivai ad un villaggio in cui le terre dei latifondisti erano state ripartite tra i contadini. In quei paesi tanto indietro per secoli le madri avevano venduto le loro piccole figlie, e perfino esisteva il posto in cui li precipitavano, li tiravano in un burrone di pietra perché l'avere una figlia in più era una maledizione. Io arrivai a quel villaggio e trovai l'orgoglio dei nuovi colonizzatori. Mi mostrarono i loro maiali e le loro vacche, i loro granai e le loro case, le loro scuole e le loro fattorie. Tutto era tanto semplice ed era stato tanto difficile. La produzione si era raddoppiata. Ma quando io entrai nel patio dove i bambini e le donne cantavano e mi ricevevano con bracciate di fiori osservai una piccola gabbia con dozzine di cicale, cicale... Queste cicale della Cina sono più carine delle nostre, hanno visi dipinti di verde e di ocra e cantano molto alto, con un suono di violoncello. Per quel motivo i cinesi li mettono in piccole gabbie di bambú, affinché i bambini le ascoltino e le amino. E bene, io diedi più attenzione a quell'estranea gabbia di insetti che cantavano che agli innumerabili progressi del villaggio socialista. Mi diedero dopo da mangiare riso e tè, carne di papero e frutta deliziosa e mi portarono da ogni parte mostrandomi tutto e sorridendo. Mi mostrarono anche la casa dell'antico proprietario, che conobbi, ed a cui avevano lasciato la sua antica casa e la stessa quantità di terra che a tutti gli altri. Nessuno si lamentava lì di niente. Quando salutai mi circondarono i bambini, quegli irresistibili bambini cinesi, che sembrano bambini di un negozio di giocattoli, e che gridare:  "Adiós, Neluda", "Viva il Cile."
    Più tardi, quando salii all'automobile che mi portava di ritorno, mi trovai che lì stava la gabbia di cicale, il castello delle cicale sonore che lì si chiamano cicada. Io domando: si è soppresso in quel mondo la tenerezza? Ricordiamo che fa tanto poco tempo quei contadini lottarono con le armi nelle mani sconfiggendo Chiang Kai-shek e gli imperialisti. E, tuttavia, avevano la delicatezza di pensare ad un regalo per me e per la mia poesia. Per lungo tempo mi accompagnarono le cicale che cantavano ad ogni ora nel mio hotel e non lasciavano dormire a nessuno. Ma per me era qualcosa di molto grande, erano la terra cinese.
    Allora scrissi:

Riempiva la mattina del villaggio
l'autunno stridente
delle cicale sonore.
Mi avvicinai: le prigioniere
nelle loro piccole gabbie
erano la compagnia dei bambini,
erano il violoncello innumerevole
del piccolo villaggio
e della Cina il rumore
ed il movimento d'oro.
Scorsi appena le prigioniere
nelle sue gabbie minuscole
di bambú fresco,
ma quando tornai per partire
i contadini
misero il castello di cicale
nelle mie mani.

Io ricordo nella mia infanzia gli operai
del treno in cui mio padre lavorava,
i collerici figli
delle intemperie, appena
vestiti con stracci,
i visi maltrattati dalla pioggia o dalla sabbia,
le fronti divise
da cicatrici aspre,
e quelli mi portavano
uova colorate di pernice,
cantaridi dal colore di luna,
e tutto quel tesoro
dalle mani giganti rovinate
alle mie mani da bambino,
tutto quello
mi fece ridere e piangere,
mi fece pensare e cantare,
là nei boschi
piovosi
della mia infanzia.

Ed ora
queste cicale
nel loro castello di bambú odoroso,
dal fondo della terra cinese,
grattando la loro stridente
nota d'oro,
venivano alle mie mani
per mani battezzate dalla polvere da sparo
che conquistò la libertà, arrivavano
dalle larghe terre
liberate,
ma erano le mani del popolo,
le grandi mani,
che nelle mie lasciavano
il loro tesoro.
[...]

Dovete sapere voi che la Cina era una dei più importante mercati del nostro salnitro nel mondo. Ma arrivò la Guerra Fredda e da Washington ordinarono al governo satellite del Cile che non riconoscesse alla nuova Cina Popolare. Il governo che si dice cileno, di questi ultimi anni, ubbidì senza fiatare ed allora per opera e grazia di questa servile obbedienza non esiste per noi l'immensa Cina, coi suoi 475 milioni di abitanti ed il suo desiderio di comprarci al miglior prezzo, tutto il nostro salnitro. Sembra che ci sia un ambasciatore di Formosa, che è come se avesse all'estero, per rappresentare al Cile, un ambasciatore di Chiloé, se Chiloé potesse essere, qualche volta, come lo è Formosa, governata per burattini dei nordamericani.
    Come può progredire il nostro paese se possono prodursi tali assurdi? Si pretende che ignoriamo l'esistenza della metà della terra con danno della nostra economia e della nostra indipendenza. Nel frattempo, Stalingrado si ricostruisce, e la Cina intera è l'alveare prodigioso di un nuovo rinascimento umano. Nuove fabbriche, nuove università, la guerra contro la miseria e l'analfabetismo, la guerra contro le epidemie e le inondazioni, la vittoria dell'uomo tanto largamente sperata per quello nobile paese.

Sapete quanto di meno detti al Cile, conoscete alcuni dei miei versi e delle mie ansietà, sapete che il mio cuore non si allontanò mai dalle sue radici che qui rimasero sepolte tra le zolle della patria. Sapete che le lotte del mio paese, del nostro paese, sono il centro della mia vita, e che quelle lotte mi accompagnarono, mi sostennero e mi fecero ritornare.
    Ma sono appena ritornato. Sono grigi questi giorni, la nostra primavera miracolosa comincia solo a sbattere le palpebre. Trovai come se l'oscurità avesse tinto le pareti e schiacciato le case. Solo quartieri di lusso si costruiscono nella città di Santiago. I tuguri ed i porcili ci spiano da tutte le parti. Santiago mi sembrò screpolata, come se sei anni di male governo gli avessero passato sopra col peso di tutti i dolori e della fame del nostro paese. A Lota, vicino ad alcune casette fiammanti per brillare davanti agli stranieri, tornai a trovare i nostri indomabili minatori, esempio di eroismo nelle lotte popolari del mondo intero, e che continuano a vivere nelle sue fatidiche, scalcinate e terribili abitazioni. Ed un gran dolore mi entrò per il costato, e mi portò su alla bocca un sapore di sale.
    Perché compresi che le città bombardate si alzano di nuovo, con amore e con forza, compresi che gli effetti della guerra si cancellarono nelle città ed i paesi del socialismo, e qui trovai un paese bombardato, case senza soffitti, tane invece di stanze, e vidi che di questa guerra, di questa guerra terribile contro il paese del Cile, sono rimaste le rovine e niente si è ricostruito, niente si è edificato, salvo, naturalmente, La Serena.
    Ma che gli autori di questa Guerra Fredda, gli imperialisti ed i feudali, sappiano che in Cile ci sono forze che li sconfiggeranno: c'è un esercito di pace, ci sono tutte le prospettive dell'unità in difesa della patria e soprattutto esiste nel paese cileno, vicino al suo indomabile spirito, la stessa forza di creazione di quei grandi paesi di cui vi ho parlato. E con queste forze ricostruiamo la patria.
    Raddoppieremo ora la lotta contro l'isolamento. Non accetteremo che ci si apparti. Vogliamo conversare col mondo intero. Vogliamo fraternizzare con tutti i paesi. Nessuno ci disputerà il nome di patrioti, nessuno romperà i lacci che ci vincolano alla lotta o alla costruzione degli uomini di tutti i paesi. E così, profondamente nazionali, siamo estesamente internazionalisti. Viviamo il progresso umano in tutta la sua estensione e lotteremo con tutti i paesi contro l'isolamento e perché la pace riunisca ed incoroni tutti gli sforzi umani.
    Nei prossimi giorni si celebrerà a Pechino una Conferenza della Pace dei paesi asiatici e dei paesi del Pacifico. Il nostro paese è invitato. Lì accorreremo. Andranno i nostri intellettuali ed i nostri minatori, industriali e studenti, donne e giovani. La nostra Canzone Nazionale, in una delle sue belle strofe, dice:

              e quel mare che tranquillo ti bagna
              ti promette futuro splendore...

    Fino ad ora è stato enigmatico questo verso, e non passava di essere un frammento di visione poetica. Ma la Conferenza della Pace di Pechino sarà il primo passo verso quello "futuro splendore". Gli imperialisti nordamericani che hanno perso centomila giovani vite preziose lanciandoli all'invasione criminale della Corea, si sono riuniti alle Hawai, nel territorio rubato ai dolci polinesiani, per fissare il campo di guerra del Pacifico, cioè, affinché i nostri porti e le nostre città siano colonizzate in primo luogo e dopo distrutte dalla guerra che preparano. In Cina si riuniranno i paesi del Pacifico, e lì, con l'assistenza dei nostri rappresentanti, si studieranno le forme della lotta per la pace e la felicità dei paesi del Pacifico. Forse, in un giorno non lontano, imbarcazioni cilene e cinesi si incroceranno in alto mare portando nella pacifica merce la fraternità che ci hanno voluto negare e che ci è necessaria.

Quando uno esce dalla sua terra comincia a cercarsi amici che più tardi sono simili. In Temuco, nel cimitero del dorso Ñienol giace molta della mia gente. E per il mondo io allora stavo ricomponendo la mia famiglia, fabbricandomi zii, riconquistando cugini, facendomi fratelli.
   Non è stato per me compito difficile. Prima i cileni partivano a vedere i monumenti meravigliosi del passato, la Torre di Eiffel, le piramidi, le vecchie strade dell'Europa. Io sono uscito a cercare dappertutto un monumento strano: l'uomo nuovo, l'uomo che esce dalle rovine della guerra e dall'odio, per ricostruire le sue città e progettare il futuro. Quello è il mio prossimo parente. Quello è mio fratello. Per quel motivo la mia famiglia si è ingrandita, n solo la ho a Temuco, ma anche nei sobborghi di Varsavia, nelle fabbriche della Romania, vicino ai fiumi della Cina. Di tutte parti sono arrivate uomini e donne che mi hanno riconosciuto. Mi hanno detto: "Vieni da lontano, abbiamo letto i tuoi versi, sappiamo che esistono l'operaio del carbone e del salnitro, conosciamo le lotte del tuo popolo." Ora presento uno dei miei nuovi fratelli, il poeta turco Nazim Hikmet. Stette 18 anni nella prigione. È un risuscitato.
    Nazim Hikmet visse nel suo paese, la Turchia, che con Yugoslavia, Grecia e Spagna, sono i paesi della maggiore crudeltà, del maggiore terrore, del maggiore dispiacere. Nazim l'accusarono di voler far ribellare la marina del suo paese, e lo condannarono a tutte le pene dell'inferno. Lo giudicarono in una barca di guerra. Mi raccontavo come lo fecero camminare attorno alla barca, fino ad affaticarlo, e dopo lo misero nel posto degli accusati, in cui le latrine e gli escrementi si alzavano mezzo metro sul piano. Allora mio fratello, il poeta, si sentì svenire, la pestilenza lo faceva barcollare. Ma pensò: i boia stanno osservandomi da qualche punto, vogliono vedermi cadere, vogliono contemplarmi nella disgrazia. Ed allora le sue forze risorsero, accese una rigaretta e cominciò a cantare, dapprima a voce bassa, con voce più alta dopo e dopo con tutta la sua gola. E così cantò tutte le canzoni, tutti i versi di amore che ricordava, e tutti i suoi poemi e tutte le canzoni dei contadini e delle lotte del suo popolo. Cantò tutto quello che sapeva. E così trionfò sulla pestilenza e sul martirio. Io gli dissi, quando mi raccontava queste cose: "Fratello mio, cantasti una volta, cantasti per tutti noi. Non dovremo oramai pensare a quello che faremo, tutti sappiamo già quando dobbiamo incominciare a cantare". "Cantasti per tutti noi, buon amico, buon camerata, buon poeta."
    È il canto vittorioso che i tiranni non possono sommergere nel suo marciume, nella sua pestilenza o nel suo terrore. Il canto di mio fratello Nazim Hikmet, lì, tanto vicino alla morte, era un canto di vittoria, era il canto della vittoria dell'uomo, vittorioso tra i nemici dell'uomo.
    Nelle nostre lunghe conversazioni, e quando io gli parlavo delle terribili condizioni di vita della nostra gente, delle miserabili capanne della popolazione mineraria, delle popolazioni delle baraccopoli, anche lui mi raccontava i dolori del suo paese.
    I contadini sono brutalmente perseguiti dai signori feudali della Turchia. Nazim li vedeva arrivare dalla prigione e cambiare dopo alcuni giorni, il pezzo di pane che per unica razione gli davano, con tabacco. Dopo, mi raccontava, cominciavano a guardare il foraggio del patio, prima con una certa distrazione e dopo con più intensità, alcuni filamenti di foraggio si portavano alla bocca nei primi giorni, dopo lo strappavano a mazzi che divoravano frettolosamente. Più tardi già mangiavano il foraggio a quattro piedi, come gli animali. Quell'era il loro unico alimento.

La Turchia è una dei paesi favoriti dell'imperialismo. Le basi fasciste per la guerra più sicure sono, secondo loro Spagna, Yugoslavia, Grecia e Turchia. In tutti questi paesi la repressione è crudele, la vita è miserabile. Questi poveri campagnoli che mangiano foraggio nelle prigioni della Turchia sono, come il nostro paese, la carne di cannone con la quale sperano i nordamericani di fare la guerra affinché prosperino i loro palazzi e le loro banche.
   Quei contadini mangiando foraggio nelle prigioni, i tuguri e la tirannia in America Latina, le regímenes fasciste di Franco e di Tito, i buffoni sanguinanti come Somoza e Trujillo, 40.000 uomini privati dei suoi diritti nel nostro piccolo paese, i massacri di prigionieri indifesi in Corea, il bastone coloniale contro i popoli di colore, la discriminazione contro i cittadini neri negli Stati Uniti, la miseria, l'inflazione, la prostituzione, l'analfabetismo, la delinquenza infantile, questo, questo è chiamato "la cultura occidentale, la cultura cristiana" e sembra che bisogni armarsi immediatamente e firmare patti militari per difendere questi orrori.
    È grande Nazim Hikmet, ha quasi due metri di statura, ha occhi azzurri ed è l'uomo più allegro che ho visto. È chiaro che si dimentica tutte le notti di spegnere la luce della sua stanza, perché per 18 anni dormì con un'ampollina accesa sulla sua cella, è chiaro che si dimentica da tutte le parti le chiavi, perché per 18 anni altri aprirono e chiusero la serratura della sua cella, ma con tutti quei vantaggi e svantaggi presento questo nuovo membro della mia famiglia il gran poeta Nazim Hikmet. Questo è uno dei suoi poemi:

Se col signore Nuri, quello commissionario,
la mia città, Istanbul, mi rimettesse
un baule di cipresso, di quelli di nozze,
quando lo aprissi, suonerebbe schinnnn...
la campana della serratura.
Due pezzi di tessuti provenienti dal Cile,
due paia di camicie,
alcuni fazzoletti bianchi con ricami di argento,
i fiori di lavanda in sacchi di tulle
e tu.

E quando da lì dentro tu uscissi,
io ti farei sedere sull'orlo del mio letto,
stenderei ai tuoi piedi la mia pelle di lupo
e, davanti a te, rimarrei
le mani giunte, la testa china...
ti guarderei - oh, giubilo! - ti guarderei affascinato:
che bella sei, il mio Dio, che bella sei!
Di Istanbul, la mia città,
l'atmosfera e l'acqua giocando nel tuo sorriso,
la sua voluttuosità nel tuo sguardo...
Oh, la mia sultana, mia Signora!
E, se lo permettessi
ed il tuo schiavo Nazim si decidesse,
sarebbe come se egli aspirasse
e baciasse d Istanbul nella tua guancia.
Ma, attenzione!
Attenzione con dirmi "Avvicinati":
credo che se toccassi la mia mano con la tua mano,
sul piano di cemento cadrei morto.

    A Berlino è dove ebbi la visione più chiara di come sta dividendo l'umanità per lo stesso sistema differente di vita. Di un lato, la modesta vita di lavoro e di pace che trionfa ogni giorno ricostruendo vasti settori di Berlino. E dell'altro lato, meglio leggerlo in questo poema scritto dopo il mio passaggio per la Germania:

Svegliati. Era Berlino. Per la finestra
vidi il cuore sdentato,
la pazza sepoltura,
la cenere,
le rovine più pesanti,
con rosoni e fregi
malridotti,
balconi avulsi ad una nera mandibola,
muri che già persero, che non trovano
le loro finestre, le loro porte,
i loro uomini, le loro donne,
ed una montagna dentro
di rottami ammucchiati,
sofferenza e superbia confusi
nella farina finale, nel mulino
della morte.

Oh, cittadella, oh sanguini
inutilmente scomparsa,
forse è questa, è questa
la tua prima vittoria,
ancora tra rottami neri
la pace che hai conosciuto,
pulendo le ceneri ed elevando
la tua cittadella verso tutti gli uomini,
tirando fuori delle tue rovine
non i morti,
bensì l'uomo comune,
il nuovo uomo,
chi edificherà le strutture
dell'amore e della pace e della vita.
[...]

Berlino tagliata
continuava sanguinando
secerne sangue, oscura
la notte andava e veniva.
Lo splendore del tempo
come un lampo a Berlino dall'Est
illuminava il passo
dei giovani liberi
che alzavano la città di nuovo.
Nell'ombra passai di lato a lato
e la tristezza di un'età antica
mi riempì il cuore come una pala
carica di immondizia.
A Berlino custodiva l'Occidente
la sua "Libertà" immonda,
e lì anche stava
la statua colla sua falsa
lanterna, la sua maschera lebbrosa
dipinta di alcolico carminio,
e nella mano il bastone
appena sbarcato di Chicago.
[...]

    In India trovai quasi il mondo di prima. La moltitudine riempiva le città ed i villaggi, le cerimonie strane, i monasteri sbucciati, gli idoli di pietra dipinti di colori violenti. La fame passeggia per i campi e le strade dell'antico Indostán, ma ancora la popolazione si inginocchia vicino agli idoli di pietra, chiedendo inutilmente qualcosa ai dei immobili.
    Io non smetterò mai di ricordare la mia visita anni fa al tempio dalla dea Kali, a Calcutta. Io coincisi coi poveri pellegrini venuti degli angoli dell'India. Entrando al tempio, dopo aver camminato per giorni sotto il sole terribile, li rinchiudevano, i sacerdoti gridavano loro, tirando fuori le loro ultime monete che essi goffamente, con mani tremule, cercavano slegando i loro fazzoletti. Ed allora il colpo dei tamburi, il rumore dei gong di bronzo, il grido dei cantanti sacri, il fumo pesante dell'incenso, tutto li stordiva. Appena avevano passato un velo, una porta, una tenda. E lì i sacerdoti sacrificavano capretti in onore della dea della morte, con un solo taglio tagliavano le magre gole ed il sangue spruzzava le pareti. Già il terrore li dominava, arrivavano davanti alla dea vuoti, rovinati per l'attacco dell'idolatria e lo sfruttamento. Allora, alta vari metri, con una lingua rossa fino alle ginocchia, dipinta di nero e con una collana di teschi al collo, lì stava la dea della morte e della fertilità. E per la porta uscivano gli sfruttati pellegrini, mentre la miseria dell'India, la fame, la malattia e l'ignoranza passeggiano per le strade ed i campi.
    Ma i poeti che mi circondarono per dirmi le loro canzoni ed i loro versi non erano gli stessi. Accompagnandosi coi loro tamburelli, vestiti coi loro talari vesti bianche, seduti coccoloni sul foraggio, ognuno di essi lanciava un roco, intermittente grido e saliva una canzone che avevano composto con la stessa forma e metro delle canzoni antiche, millenarie. Ma il senso delle canzoni non era lo stesso. Erano già molto poche le canzoni di amore, di sensualità o di piacere. Queste erano le canzoni di protesta, canzoni contro la fame, canzoni scritte nelle prigioni. Molti di questi giovani poeti che trovai in tutta l'India ed i cui sguardi ombrosi non potrò dimenticare, erano appena usciti dalla prigione, nella quale tornavano ad entrare forse domani di nuovo. Perché questi poeti pretendevano di ribellarsi contro la miseria e contro gli dei, ed allora devono andare nella prigione a comporre le loro canzoni. Questa è l'epoca in cui ci è toccato vivere. E questo è il secolo d'oro della poesia universale. Mentre i nuovi cantici sono perseguiti, per la periferia di Bombay un milione di uomini dorme ogni notte vicino alla strada. Dormono, nascono e muoiono. Non ci sono stanze, né pane, né medicine. Così ha lasciato il suo impero coloniale l'antica orgogliosa Inghilterra. Ha salutato i suoi antichi sudditi senza lasciare né scuole, né ingegni, né abitazioni, né ospedali, bensì prigioni e montagne di bottiglie vuote di whiskey.

Appena arrivato all'Italia, cominciai a notare intorno a me una specie di mosca oscura con differenti visi e baffi. Era la polizia. La trovava perfino a nella zuppa. Un giorno mi comunicarono che dovevo abbandonare l'Italia. Protestai. Dissi loro quanto io amavo la loro terra. Mi fecero molte scuse, ma mi portarono in treno verso la frontiera. La poesia è abbastanza pericolosa per i brutti governi. La parola pace sta essendo tanto grave che molti non osano pronunciarla. E siccome io scrivo poesia e pronuncio a voce alta la parola pace, mi succedono questi incidenti. Sul treno, i poliziotti mi dissero: "Siamo genitori di famiglia, dobbiamo eseguire questi ordini ripugnanti. Per favore, ci lasci un autografo per i nostri figli poiché essi non saranno poliziotti."
    Arriviamo da Roma, e lì mi aspettavano centinaia di scrittori, di artisti e di operai. Ad un certo punto, mi strapparono alla polizia. Tutti gridavano: "Evviva la pace"... e mi agitavano tra la polizia ed i miei amici. Lì si batterono gli scrittori e le scrittrici, ed una di esse, il dolce Elsa Morante, ruppe il suo piccolo ombrello sulla testa della polizia.
    Pochi giorni dopo potevo rimanere in Italia. "Quanto tempo lei voglia", mi dissero. Era una lotta in più del popolo italiano in difesa della pace. Ed era anche un omaggio al Cile che stava lì presente. Un omaggio a tutti voi, al paese del Cile, a tutti quelli che lottate e sostenete gli ideali migliori di questo tempo.
    Risiedetti in Italia gli ultimi mesi. Grandi lotte si sviluppano nelle città e nella bella campagna coltivata italiana. I contadini avanzano verso le terre, se le ripartiscono, essi hanno seminato ed alzato le loro case prima che arrivino i carabinieri a sloggiarli.
    Questa lotta per la terra acquisisce, così, una tragica intensità. Passando per le strade, i villaggi ci mostrano le abitazioni miserabili dei contadini senza terra. I vestiti sistemati ad asciugare, penzoloni da tutti i balconi, è la vera bandiera dell'Italia, una bandiera di pace, di povertà e di lavoro. Così, dunque, la Riforma Agraria è stata imposta dai contadini al governo falsamente democratico e falsamente cristiano del signor Di Gasperi. Ed il motore di questa conquista della terra è l'unità di due grandi partiti popolari, il Partito Comunista ed il Partito Socialista italiani.
    La povertà aumenta ogni giorno a causa dell'intervento nordamericano in tutta la vita italiana. Ma contadini ed operai si raggruppano vicino ai loro partiti e lottano con straordinaria disciplina ed eroismo. Così io ho visto una tappa di queste lotte, la presa delle terre dai contadini.
    Sì, stetti in Italia, non come lo disse uno spiritoso deputato della destra, nell'isola di Capri in cui solo, secondo lui, possono vivere i potentati come il re Farouk ed io. L'Italia è terra di gran povertà, e tutti potremmo vivere lì, re, poeti in esilio o contadini straccioni. Ma c'è una minaccia per l'Italia e è la guerra. Non c'è un paese più pacifico di questa terra dell'olio e della zagara. Ascoltavo nelle strade cantare i viandanti solitari. Dappertutto mi strinsero le generose mani dell'Italia popolare.

Si capisce che quando essi, cinesi o mongoli, italiani o russi, turchi o polacchi, mi strinsero la mano, salutavano il Cile e questo è il saluto che io porto per tutti. Io porto il saluto del mondo, io porto il fiore della terra, io porto il canto della pace, per tutti.
    Per queste strade, vicino al fiume Cautín, uscì la mia poesia a conoscere le terre e gli uomini. Lì stavo fondando il mio pensiero sotto la pioggia di tutti i giorni, lì mi sedetti su una pietra nella prima tappa del cammino verso l'esilio, ma in realtà non uscii mai da lì, non mi abbandonò mai l'araucaria, né i copihues, né i monti del sud, né lo sbocco del fiume Imperial, né i ricordi degli uomini e donne di Temuco, né l'ombra e la terra della mia patria, né del mio paese in cui sotto l'irsuta flora dal colle Ñielol giacciono dormendo i miei genitori e le origini della mia poesia. Mai dimentico né dimenticheremo quello che fu fatto con amore, perché usciamo dall'amore e lo gireremo per la strada della pace. Perciò, prima di abbandonare l'Europa, prima di lasciare agli europei coi loro drammatici conflitti, io lasciai loro questo messaggio di addio:

Parole all'Europa

Io, americano delle terre povere,
delle metalliche mesete,
dove il colpo dell'uomo contro l'uomo
si unisce a quello della terra sull'uomo,
io, americano errante,
orfano dei fiumi e dei
vulcani che mi procrearono,
a voi, semplici europei
delle strade storte,
umili proprietari della pace e l'olio,
saggi tranquilli come il fumo,
io vi dico: qui sono venuto
ad imparare di voi,
da alcuni e da altri, da tutti,
perché a cosa mi servirebbe
la terra, per quale motivo si fecero
il mare e le strade,
se non per continuare a guardare ed imparare
da tutti gli esseri un po'.
Non mi chiudiate la porta
(come le porte nere, picchiettate di sangue,
della mia materna Spagna).
Non mi mostriate la falce nemica,
né lo squadrone blindato,
né le antiche forche per il nuovo ateniese,
nelle larghe vie consumate
dallo splendore delle uve.
Non voglio vedere un soldatino morto
con gli occhi mangiati.
Mostratemi da una patria ad un'altra
l'infinito filo della vita
cucendo l'abito della primavera.
Mostratemi una macchina pura,
azzurra di acciaio sotto il grosso olio,
pronta per avanzare nei campi di grano.
Mostratemi il viso pieno di radici
di Leonardo, perché quel viso
è la vostra geografia,
e nell'alto dei monti,
tante volte descritti e dipinti,
le vostre bandiere unite
che riceveno
il vento elettrizzato.

Portate acqua del Volga fecondo
all'acqua dell'Arno dorato.
Portate semi bianchi
della resurrezione della Polonia,
e dalle vostre vigne portate
il dolce fuoco rosso
al Nord della neve!
Io, americano, figlio
delle più larghe solitudini dell'uomo,
venni ad imparare la vita di voi
e non la morte, e non la morte!
Io non attraversai l'oceano,
né le mortali cordigliere,
né la pestilenza selvaggia
delle prigioni paraguaiane,
per venire a vedere
vicino ai mirti che conosceva solo
nei libri amati,
le vostre orbite senza occhi ed il vostro sangue secco
nelle strade.

Io al miele antico ed il nuovo
splendore della vita sono venuto.
Io alla vostra pace e le vostre porte,
alle vostre lampade accese,
alle vostre nozzi sono venuto.
Alle vostre biblioteche solenni
da tanto lontano sono venuto.
Alle vostre fabbriche abbaglianti
arrivo a lavorare un momento
ed a mangiare tra gli operai.
Nelle vostre case entro ed esco.
A Venezia, in Ungheria la bella,
a Copenhagen mi vedrete,
in Leningrado, conversando
col giovane Pushkin, in Praga
con Fucik, con tutti i morti
e tutti i vivi, con tutti
i metalli verdi del Nord
ed i garofani di Salerno.

Io sono il testimone che arriva
a visitare la vostra dimora.
Offritemi la pace ed il vino.

Domani presto vado via.

Sta aspettandomi da tutte le parti
la primavera.

    Per questo motivo sono venuto. Larga e vasta è la terra. Gli oceani ci separavano, ma io sono ritornato per compiere un dovere: il dovere di lottare in mezzo al mio popolo.
     Vidi i porti italiani pieni di truppe nordamericane. Vidi i marinai ebbri disturbare le donne, violare le case. La prostituzione e la violenza segnano il posto dove arrivano gli istigatori della guerra. Il processo di colonizzazione del mondo dai fascisti nordamericani comincia in un periodo di esasperazione. La resistenza dei paesi è sempre di più grande.
    Credo che possiamo vincere la guerra, la miseria e la repressione nei paesi. Il denaro consumato in armamenti si occuperà nobilmente in nobilitare la condizione umana. Perciò, non mi dirigo agli uomini di partiti, bensì a tutti gli uomini e donne e giovani. Voglio che siamo rispettosi di molte idee, ma inflessibili nella nostra volontà di pace.
    Oggi, esiste un mondo della pace. E è una fortezza che difenderanno la maggior parte degli abitanti della terra.      E sono molto semplici le ragioni. Sono piccole e grandi cose che io ho visto coi miei occhi.
    Nell'Unione Sovietica, nelle democrazie popolari quando si fanno notificazioni ufficiali su prezzi è per ridurrli. Immaginiamoci paesi in cui questo ribasso dei prezzi degli alimenti, dei vestiti, delle medicine, di tutto, si ripete periodicamente. Non stanno lì le donne disperate per comprare prima del prossimo rialzo, ma coscienti che ogni articolo ha il suo giusto prezzo e che scenderà col maggior consumo e produzione.
    Trovai interrotta la circolazione nel viale Gorki vicino all'hotel dove abitualmente risiedo a Mosca. E sapete perché migliaia di persone occupavano la più grande arteria della città? Si apriva quella mattina la sottoscrizione di una nuova edizione delle opere di Balzac, e quegli erano i primi sottoscrittori del primo volume che volevano assicurarselo prima che vertiginosamente si esaurisse. Perché questo amore della pace porta uno svolgimento travolgente della cultura. Tutti i grandi valori dell'Occidente sono conosciuti lì e si legge più  Shakespeare che in Inghilterra e più  Cervantes che in Spagna. Il nuovo pubblico che si incorpora alla cultura chiede immense quantità di libri, di musica, di teatro e di musei. Sono milioni di operai e di contadini che hanno aperto le porte di un mondo che nell'Occidente è chiuso per essi, il mondo della cultura universale e nazionale.
    Per questo motivo la volontà di pace si trasforma in forza creatrice. I volontari accorrono a migliaia alle nuove opere. Vidi una casa di appartamenti in Stalingrado costruita dai giovani di Leningrado. Appena finita la guerra gli studenti universitari e giovani operaio regalarono questa casa costruendola loro stessi alla città eroica di Stalin. Lì dormirono in caverne, difficilmente passarono i materiali sui rottami, ma delle mani di quella gioventù incomparabile uscì il primo edificio bianco ed allegro dalle rovine. Ed in Romania, dove si sono formati più di centomila gruppi folcloristici che cantano e ballano per il paese, vidi come si cambiava corso al fiume Danubio affinché fertilizzasse le terre sterili. E vidi anche come una parte delle gigantesche opere le facevano molti volontari, allegri ed orgogliosi di avere messo le loro mani nella costruzione di un'opera di pace e di fecondazione.
    Io lasciai agli europei, prima di abbandonare l'Italia, con rispetto e con amore, il mio messaggio contro la morte. In esso sono contenute le mie ansietà ed il mio addio.

Un'altra volta continueremo a conversare. Ho visto per strade e negli sguardi dei cileni, come non si è spento la luce accesa nel 1810. Vedo le prospettive sempre più larghe e sicure per una maggiore unità e risolvere così i nostri problemi alla luce della pace che conquisteremo. Sono sicuro del destino del Cile. Le strade ed i giorni oscuri passeranno. E così, dunque, col messaggio che lasciai agli europei dell'ovest come addio, va il mio saluto a quelli che non smisero mai di ricordarmi, a tutti voi ed a quelli che arriveranno senza cessare ad esaltare la nostra patria ed a condurrla ad una vittoria che sarà anche la vittoria di tutti i paesi.

Io attraversai le ostili
cordigliere,
tra gli alberi passai a cavallo.
L'humus ha lasciato
nel suolo
il suo tappeto di mille anni.
Gli alberi si toccano nell'altezza,
nell'unità tremula.
Sotto oscura è la selva.
Un volo breve, un grido
l'attraversano,
gli uccelli dalla elettrica coda,
una gran foglia che cade,
ed il mio cavallo pesta il soffice
letto dell'albero addormentato,
ma sotto la terra
gli alberi di nuovo
si capiscono e si toccano.
La selva è una sola,
un solo grande pugno di profumo,
una sola radice sotto la terra.

Le punte mi mordevano,
le dure pietre ferivano il mio cavallo,
il ghiaccio stava cercando sotto i miei vestiti rotti
il mio cuore per cantargli e addormentarlo.
I fiumi che nascevano
davanti alla mia vista passavano veloci
e volevano ammazzarmi.
All'improvviso un albero occupava la strada
come se si fosse
lasciato andare ed allora
l'avrebbe abbattuto
la selva, e lì stava
grande come mille uomini,
pieno di chiome,
pullulato di insetti,
imputridito dalla pioggia,
ma dalla morte
voleva fermarmi.

Io saltai l'albero,
lo ruppi con l'ascia,
accarezzai le sue foglie, belle come mani,
toccai le poderose
radici che molto più di me
conoscevano la terra.

Io passai sull'albero,
attraversai tutti i fiumi,
la schiuma mi conduceva,
le pietre mi mentivano,
l'aria verde che creava
gioielli ad ogni minuto
attaccava la mia fronte,
bruciava le mie ciglia.
Io attraversai le alte cordigliere
perché con me un uomo,
un altro uomo, un uomo
andava con me.
Non venivano gli alberi,
non andava con me l'acqua
vertiginosa che voleva uccidermi,
né la terra spinosa.

Solo l'uomo,
solo l'uomo
stava con me.
Non le mani dell'albero,
belle come visi, né le gravi
radici che conoscono la terra
mi aiutarono.
Solo l'uomo.
Non so come si chiama.
Era tanto povero come me, aveva
occhi come quelli miei, e con essi
scopriva il cammino
affinché un altro uomo passasse.

E qui sto.
Perciò esisto.

Credo
che non c'uniremo
nell'altezza.
Credo
che sotto la terra niente c'aspetta,
ma sulla terra
andiamo insieme.
La nostra unità sta sulla terra.

Prima pubblicato solo sul volume Viajes,
Santiago, Nascimento, 1955.



III
ALLA PACE CON LA POESIA
(1953-1954)

Le due sirene

Di fronte al mare di Isla Negra due sirene,
Marta opulenta e Margarita alata
pettinavano fibre bionde e brune,
affascinati soavi ed affascinate.

Una era rubiconda luna piena,
l'altra come pesce o come spada:
una col sorriso ti incatena
mentre l'altra sogna, sveglia.

Ma c'è un punto chiaro da citare
all'incantesimo di Marta e Margarita
e le riunisce in un rumoroso abbraccio:

quando dimenticando forme e sfumature
si suonano, rombanti, le narici,
e ci stordiscono coi loro strombettii.

Sonetto umoristico di circostanza, probabilmente
scritto all'inizio di 1953 in Isla Negra. Le sirene
erano Marta Jara e Margarita Aguirre.
Raccolto in
Varas, p. 22.


Alla pace con la poesia
A LA PAZ POR LA POESÍA. (Pagine 887-894.) Hace tiempo, en el Uruguay, un joven crítico (Tempo fa, nell'Uruguay, un giovane critico) [...] Neruda alludeva ad Emir Rodríguez Monegal, che più tardi svilupperà la tesi della relazione Bello-Neruda (la "Oda a la agricultura de la zona tórrida" come antecedente dell'americanismo di Canto general), nel suo libro El viajero inmóvil, Buenos Aires, Losada, 1966. - [...]uno de los más notables escritores del continente, que en una editorial de gran difusión dirige una colección [...] de novelas de crímenes y de terror [...] (uno dei più notevoli scrittori del continente, che in una casa editrice di grande diffusione dirige una collezione di romanzi di crimini e di terrore). Trasparente allusione a Jorge Luis Borges che allora dirigeva la collezione El Séptimo Circulo dell'editore Emecé di Buenos Aires. Il "settarismo" di quel periodo fa di questo paragrafo un'autocritica indiretta, e non del tutto sincera, perché si sa che Neruda fu sempre un gran lettore di romanzi polizieschi e thrillers.

    Benché sembri strano, la suprema prova di una razza è la sua propria poesia. La presenza della poesia o la sua assenza,            qualunque delle due cose, ci rivela un paese. Come la fioritura della rosa o l'iris, come il frutto maturo, copiosi o estesi i rami,          questo è, in fin dei conti, il sine qua non, il brevetto di intera e risoluta grandezza di qualunque nazione, deve essergli                     severamente presa in consegna fino a che abbia prodotto poemi originali di prima classe. Le imitazioni non serviranno a
    niente.

Con queste parole di Walt Whitman voglio cominciare il mio intervento di oggi, la mia conversazione con voi sulla poesia. E perciò è questa la verità. La fisionomia del nostro continente la lavoreranno nella sua profondità minatori ed ingegneri, contadini e pescatori, guerriglieri e sostenitori, ma il viso del nostro continente sarà quello che gli danno i poeti.
    Stiamo scavando, scoprendo ed intagliando la gran statua dell'America. Vogliamo lavare le macchie di sangue e di martirio che in tutte le epoche hanno spruzzato la sua statura. Vogliamo splendido il suo viso tra i grandi mari, pieno di luce e di allegria. Vogliamo dare ai suoi occhi un'espressione, un senso indimenticabile, vogliamo mettere nella sua bocca le più nobili parole.
    Parlerò ora delle mie esperienze. Alcuni di voi sanno che il mio ultimo libro, il Canto general, fu scritto nella sua maggiore parte in giorni di persecuzione e difficoltà. Io non stavo nella prigione, ma era difficile scrivere senza avere comunicazioni con nessuno. Mi sembra che quei giorni che non voglio ricordare specialmente, erano ombrosi per i cileni. Io trovai che lavorare nella mia poesia era scavare nel tunnel oscuro per il quale pensavamo, era andare verso la luce.
    Così andai componendo il mio lungo libro. Ebbi grandi difficoltà con me stesso. Il problema maggiore di questi anni nella poesia, e naturalmente nella mia poesia, è stato quello dell'oscurità e della chiarezza. Io penso che scriviamo per un continente in cui tutte le cose si stanno facendo e, soprattutto, in cui vogliamo fare tutte le cose. Le nostre genti stanno appena imparando professioni, artigianati, arti e mestieri. Per lo meno recuperandoli. I nostri antichi scalpellini, scultori e ceramisti furono quasi sterminati dalla Conquista: Le nostre città devono costruirsi. Abbiamo bisogno di case e scuole, ospedali e treni. Desideriamo averle tutte. Siamo nazioni composte da genti semplici che stanno imparando a costruire ed a leggere. Per quelle genti scriviamo.
    Io ricordo che in un paese dell'Europa, un mio verso che causò le più grandi difficoltà per essere tradotto, fu quello frammento "Che di desti il boscaiolo", lì dove dice:

Ma io amo fino alle radici
il mio piccolo paese freddo.
Se dovessi morire mille volte
lì voglio morire:
se dovessi nascere mille volte
lì voglio nascere,
vicino all'araucaria selvaggia,
dell'uragano del vento meridionale,
delle campane appena comprate.

    Questo di "le campane appena comprate" non potevano capirlo. Io parlavo dei paesi del sud del Cile, neonati, con campanile nuovo, con campane nuove. I miei traduttori domandarono agli spagnoli che cosa questo enigma poteva essere. Gli spagnoli rimasero perplessi. È chiaro, in Spagna, in Italia, in Polonia, è da secoli che si comprarono le campane.
    Noi scriviamo per genti semplici che ora stanno comprando campane. Scriviamo per genti modeste che molte volte, molte volte, non sanno leggere. Tuttavia, sulla terra, prima della scrittura e della stampa, esistè la poesia. Perciò sappiamo che la poesia è come il pane, e deve condividersi fra tutti, gli avvocati ed i contadini, per tutta la nostra vasta, incredibile, straordinaria famiglia di paesi.
    Io confesso che semplicemente scrivere è stato il mio più difficile impegno. Per quei giorni di persecuzione, nascosto in tante case di genti generose, con pochi libri alla mia portata, senza nessuno con cui consultarsi, mi trovai con me stesso. Non credo - e capite bene - di avere inventato mai niente. Tempo fa, nell'Uruguay, un giovane critico, lamento che non sia ora presente con noi, mi disse che la mia poesia somigliava più che a nessun altra a quella di un poeta venezuelano. Io non so se voi riderete quando ascolterete il nome di questo poeta, ma io risi di gusto: è Andrés Bello.
   Ebbene, è Andrés Bello, il cui illustre nome decora questa sala vicino a quello di Sarmiento, che cominciò a scrivere prima di meil mio Canto general. E sono molti gli scrittori che sentirono primordiali doveri verso la geografia e la cittadinanza dell'America.
    Unire il nostro continente, scoprirlo, costruirlo, recuperarlo, quello fu il mio proposito. Parlare con semplicità era il primo dei miei doveri poetici. Gli antichi pensatori patrizi, severi come Bello che come rettore non fu né opportunista né codardo, o come Rubén Darío, cascata inalterabile della lingua, c'indicarono questo verso semplicità e di costruzione continentale che ora ci riunisce.
    Perché vorrei lasciare ben detto che, per i poeti, America o chiarezza, devono essere un solo nome equivalente.
    Mi costò molto uscire dall'oscurità alla chiarezza, perché l'oscurità verbale è passata ad essere tra noi un privilegio di casta letteraria, ed i pregiudizi di classe hanno tenuto come plebea l'espressione popolare, la semplicità del canto. Qui sta tra noi un discendente tropicale del patrizio Martín Fierro, un gran plebeo, un poeta popolare cristallino ma pieno di saggezza che si chiama Nicolás Guillen. Egli può insegnarci molto. Il fatto è che, in tutta l'America, insieme alle caratteristiche dello sradicamento, di contrapatria, di irrealtà, va sempre unita nella nostra poesia americana un'espressione di casta, un desiderio di essere superiori facendoci oscuri. Questo fatto è il risultato della distanza tra i signori feudali col suo splendore e l'oscurità della gleba trasportata nel territorio della poesia. È il riflesso ed il trasferimento delle abitudini eleganti al materiale dell'intelligenza affinché questo conservi in qualche modo i segni signorili.
    È, dunque, sulla base di chiarezza che possiamo comprenderci tra noi e farci comprendere dai nostri paesi L'oscurità di linguaggio della poesia è il vestigio dell'antico servilismo.
Lottai contro l'oscurità in quei giorni dentro la mia coscienza e del mio libro nascente, ma non credo di averlo meritato. Mi proposi di essere più semplice, ogni giorno, nei miei nuovi canti. Mi proporsi anche di abbracciare la nostra immensità americana senza avere la folgorazione degli eroi né passar sopra i crimini che ci hanno insanguinati. Ebbi seri dubbi se nominare o no vicino ai progenitori delle nostre patrie i piccoli villani che transitoriamente li macchiano, e decisi che sì, e così lo feci. Ma comprendo che né di eroi né di mascalzoni è completo il ruolo nel mio libro.
    Così lavorai nel terreno della cronaca o memoriale che, in un principio, mi sembrò pietroso ed inospitale. Ma pronto trovai che quella cronaca poetica era stata fatta per tutti. Non c'è materiale antipoetico se si tratta delle nostre realtà. E noi dobbiamo compiere quel compito. I fatti più oscuri dei nostri paesi devono essere portati alla luce. Le nostre piante ed i nostri fiori devono essere per la prima volta contati e cantati. I nostri vulcani ed i nostri fiumi rimasero nei secchi spazi dei testi. Che il loro fuoco e la loro fertilità siano consegnate al mondo dai nostri poeti. Siamo i cronisti di una nascita ritardata. Retardata dal feudalesimo; dal ritardo, dalla fame. Ma non si tratta solo di preservare la nostra cultura, bensì di consegnargli tutte le nostre forze, di alimentarla e di farle fiorire.

Abbiamo parlato del cinema ed anche delle danze, dei canti e delle abitudini delle nostre terre americane. Sul cinema voglio aggiungere, benché esca da me materia essenziale che quello importato di Hollywood è, in generale, una terribile droga non solo contro le nostre abitudini, bensì contro la nostra morale. Non credo come Subercaseaux che il protestantesimo abbia dato ai paesi anglosassoni una superiorità etica. Credo che in tutti gli ambiti del mondo capitalista la morale sociale e la morale politica siano in grave crisi; ma credo che fare ostentazione di quella in immensa scala, con un macchinario tanto poderoso, è stato solo dato all'industria nordamericana del cinema. Non c'è dubbio che grandi artisti, come Chaplin - al quale oggi è impedito di ritornare negli Stati Uniti -, contribuirono col loro genio ad elevare in forma meteorica la cinematografia nordamericana. Ma questa, oggi, ricorre quasi esclusivamente alla pornografia e la violenza per sedurre le masse, alterando così brutalmente la formazione del nostro pubblico. Lo stesso succede con le riviste, false storie infantili e romanzi polizieschi. Tutta questa convulsione di sangue, di perversità e di orrore sciolta sui nostri paesi non può lasciarci indifferenti.
    Ed all'ombra di tali alluvioni commerciali si va sterminando la manifestazione popolare e l'espressione delle nostre culture. Abbiamo il caso straordinario di uno dei più notevoli scrittori del continente, che in una casa editrice di gran diffusione dirige una collezione, non di classici o di maestri, bensì di romanzi di crimini e di terrore tradotti dall'inglese.
    Non possiamo per tali obiezioni fondamentali stare contro le culture straniere alla nostra America. Al contrario, la saggezza del mondo c'insegna a trovarci ed abbiamo bisogno di tutta la creazione. Ma respingiamo la deformazione deliberata della mentalità del nostro paese fatta da grandi organizzazioni mercantili estranee.
    Ho camminato molto con Walt Whitman in questo ultimo tempo. Già in 1880 il gran poeta nordamericano scriveva:

    Io chiederei un programma di cultura tracciato non ferma una sola classe o per i saloni di conferenze, bensì con un occhio           verso la vita pratica, all'ovest, ai lavoratori, ai fatti delle fattorie e degli ingegneri... Io chiederei di questo programma o teoria           un'ampiezza tanto generosa che includesse la più larga area umana.

    Naturalmente, questo è il vivo pensiero di un gran poeta che corrisponde alla salute intellettuale del continente.

    Ma ritornando ai miei lavori, dopo il mio Canto general ed i miei viaggi per il mondo, ho scritto un libro, ancora senza nome, in cui raccolgo quello che più ho amato dell'antica e della nuova Europa. Richiamo nuova Europa l'Europa socialista Voglio che questo libro sia la mia contribuzione alla pace. In lui cerco i migliori fatti dell'Europa occidentale e dell'Europa orientale, cerco gli eroi ed i paesi, paesaggi e prodotti, terre, ponti, paesi, vini. Voglio che questo canto riunisca questa unità minacciata: il nostro mondo di oggi.
    Perché noi poeti abbiamo doveri verso le essenze nazionali e verso la comunicazione con tutti gli esseri. Abbiamo anche un dovere supremo e è quello di contribuire alla pace del mondo. La non cultura è la guerra. La pace è la cultura.
    Ed in questa tappa, il nostro dovere verso la cultura ci impone di preservarla, non solo dalla deformazione velenosa, bensì dalla distruzione totale. Perciò la nostra riunione è opera di pace. Io credo che questo congresso ha le presenze di esseri eminenti e cari, di rappresentanti di paesi fraterni, ma c'è qui un'assenza che mi tocca più direttamente. Io avrei voluto che stesse tra noi, col suo capello grigio, irsuto e la sua saggezza, il grande scrittore ed il nostro amico Ilyá Ehrenburg, come i suoi compagni, cinematografari e scienziati sovietici che, per ragioni che tutti conoscono, non poterono venire.
    Io sento che senza di loro ci manca un elemento profondo nella nostra riunione. Conosco ed ammiro al popolo sovietico ed i suoi dirigenti per i loro straordinari fatti incancellabili nella storia umana. Ma quello che più ammiro di quella terra è la sua consacrazione alla cultura. Forse fra tutti, questo è il tratto più fondamentale e più impressionante della vita sovietica, con la fioritura piena dell'individuo, mai raggiunto prima nella storia.
    Io vorrei che l'invito che facemmo questa volta ai nostri amici russi possa realizzarsi nella nostra terra prossimamente e mi piacerebbe che in qualche nazione dell'America, in una qualunque di esse, potessero riunirsi, magari entro alcune settimane o mesi, intellettuali venuti dell'Unione Sovietica con intellettuali venuti degli Stati Uniti del Nordamerica. Il mondo sta respirando con ansietà l'aria di una futura pace in Corea e del termine della spaventosa Guerra Fredda che ci sta gelando le anime. I grandi scrittori degli Stati Uniti hanno il dovere di dialogare coi valori culturali dell'Unione Sovietica. Il 20 dicembre del 1881, Walt Whitman scriveva: "Voi russi e noi americani, i nostri paesi tanto distanti, tanto differenti in condizioni sociali e politiche... e tuttavia, in certi tratti, e molto vasti, tanto simili l'uno all'altro... L'informe e nebuloso stato di molte cose che ancora non stanno permanentemente fissate, ma che stanno d'accordo sull'essere la preparazione di un futuro infinitamente più grande... sono in realtà caratteristiche che voi russi e noi americani possediamo in comune...."
    Che queste parole di buona volontà e di ampiezza generosa possano confrontarsi nella nostra propria terra e grazie al nostro sforzo comune.

Io so che molti intellettuali impressionati dall'intensa propaganda contro la nostra riunione, o sinceramente convinti della cosa perniciosa dei nostri pensieri, non sono qui per conversare con noi o per ascoltarci. Io mi dispiaccio. È senza dubbio una perdita per noi, ma è una perdita molto maggiore per essi. È possibile che anche essi desiderino affermare il loro antagonismo con ragioni che devono interessarci.
    Io credo che il passato ed il futuro si difendono e lottano in ogni uomo ed in ogni gruppo umano. Io credo sinceramente che quelli gruppi ostili, in un modo o nell'altro, sono legati ad un passato di accanimento, di divisione, di rancore e di ignoranza. Questo passato continuerà a lottare per sussistere.
    Io credo nello splendore che viene. Credo nell'uomo e negli uomini. Io so molto bene che in tutti gli angoli della nostra America ci sono persecuzioni e violenze. Io so che le prigioni ci racconteranno terribili cose quando si aprono e si scriva in maniera onesta la martirizzata storia dei nostri paesi.
    Ma io so che tutto questo passerà.
   Io so che il nostro amato amico, uno dei più grandi artisti che sono esistiti in questo mondo, Paul Robeson, è stato ostacolato colla forza per assistere al nostro congresso.
Io sono sicuro che Paul Robeson sarà con noi nella nostra prossima riunione, a L'Avana, a Lima, a Bogotà o forse a New York.
    Io ho fiducia nel tempo che viene. Questo tempo si costruisce davanti alla nostra vista, si costruisce davanti alla nostra vista la fraternità del futuro. La fraternità, figlia della pace, grappolo del gran vigneto umano.
    Io so che in Spagna, in Turchia, in Grecia da anni, scrittori, artisti come maestri vivono imprigionati. Nell'isola di Makronisos, da molti anni, scrive dietro il fil spinato il gran poeta della Grecia Juan Ritsos. Io credo che tutto questo passerà.
    Pochi anni fa io dovetti attraversare a cavallo la frontiera del Cile, clandestinamente, dovetti passare la gelata cordigliera mentre qui la persecuzione aumentava, la falsità ed il delitto erano armi ufficiali contro il popolo.
    Una gran fraternità ed amicizia mi accolse da tutte le parti. Ed ora posso parlare a voi, delegati del continente, dal cuore stesso di Santiago di Cile che c'accoglie.
    Questo non è un miracolo, bensì il tempo che avanza.
    Questa fiducia in tutti gli uomini ci fa confidare ma, sperare più in noi stessi. Questa sicurezza di un destino umano è quello che ci congrega.
    Alla chiarezza che risplenderà sulla terra si va unendo d'ora in poi la voce dei poeti, il canto universale dei miei fratelli. Perché il tempo che viene impianterà, tra molti doni, la ripartizione di tre tesori comuni a cui aspiriamo tutti gli uomini: il pane, la giustizia e la poesia.

Testo del discorso letto nel Teatro Caupolicán di
Santiago il 26.5.1953, davanti all'Assemblea
Plenaria del Congresso Continentale della
Cultura. Pubblicato in
El Siglo, Santiago, 31.5.1953.


[Credo che Diego Muñoz...]

Credo che Diego Muñoz sia lo scrittore più interessante del Cile. Ci sono nella nostra piccola letteratura figure maestose o singolari, ma nessun sviluppatore come Diego Muñoz. Scrisse improvvisamente anni fa la discordante nouvelle De repente, specie di Oblomov cileno, racconto ineguagliato in cui il protagonista principale è la miseria. Nonostante le concessioni di stile di quel breve romanzo, credo che questa descrizione estremista di un esasperato ambiente di sopore e rovina sarà considerata qualche giorno come un classico della nostra letteratura. È un'opera maestra del realismo pessimistico, cioè del passato.
    Giorni dopo gli eventi che condussero alla caduta della dittatura, nel luglio del 1931, Diego Muñoz scrisse La avalancia (La valanga), testimonianza diretta di chi visse ora per ora quegli eventi, reportage vivo della lotta che si sviluppò di giorno e di notte, fino alla vittoria clamorosa. Per le pagine di quello romanzo fuggono o aggrediscono le moltitudini e gli individui la cui disubbidienza si slega per strada ed impera finalmente in lei per rimanere come avvertenza storica. Il realismo, l'obiettività di questo libro ansiosamente scritto ed edito, hanno fatto che lo si segnali, qui ed in altri paesi dell'America, come documento di quei cinque giorni di commozione.
    Ma Diego Muñoz è un scrittore invisibile che sparisce all'improvviso, collocato in multiple azioni generose. Se lo è divorato un'ombra feconda. Riappare all'improvviso alzando alla luce alcuni racconti di mare e terre lontane, abbaglianti alcuni, col fulgore di cieli caldi, col raggio verde imprigionato nelle sue navigazioni.
    Lo scrittore invisibile non se ne sta quieto. Patriota attivo, si fa scopritore e fertilizzante dell'intima leggiadria della patria: di dimenticata la poesia popolare. Apparve un giorno nella mia casa, dopo una qualunque delle sue assenze, con in braccio un albero. Questo albero antico e nobile si chiamò Abraham Jesús Brito, l'ultimo dei grandi poeti popolari del Cile. Grazie a Diego avemmo i poeti colti, il piacere di conoscere ed amare questo semplice e gigantesco albero del popolo e grazie a Diego potè il gran poeta analfabeta sedersi nel tavolo col presidente della Repubblica (naturalmente era Don Pedro Aguirre Cerda). Arrivò molto più lontano ancora che quel tavolo onorevole. Il libro delle poesie e canti di Brito edito e commentato da Diego Muñoz, fu conosciuto lontano dal Cile ed onorato nell'Unione Sovietica come pochi altri libri cileni, con l'attenzione, il rispetto e l'amore che lì si dispensa alle grandi opere da tutti i paesi.
    Da allora Diego Muñoz unì il suo destino alla poesia popolare della nostra patria, contribuendo allo sviluppo inaspettato che oggi la caratterizza.
    Diego è all'improvviso nel fondo piovoso della provincia, nel funerale di un bardo, aiutando nella solitudine del cimitero a scaricare la bara silvestre. Quindi nella redazione della Lira Popular, ordinando quantità di decime e sentenze che come fiume bello continua ad accumulare tristezze, birichinate, predilezioni, proteste ed avventure amorose del nostro popolo. Niente prima si ordinò e si pubblicò in forma viva di questa portata come lo fa Diego dalle foglie di El Siglo nella sua "Lira" e nessun paese della nostra lingua può vantarsi di tanto depurato e vivente tesoro.
    Ed ora Diego Muñoz ci consegna la sua più poderosa impresa, il suo romanzo Carbon. Sono lunghe le vicissitudini di questo libro. Non è fresco l'inchiostro delle sue pagine. Lo sorprese la repressione nel periodo di quello clown sanguinario chiamato González Videla, Gabriel, come continuano a chiamarlo alcuni smemorati. Il libro fuggì come molti altri manoscritti. Gli artigli sporchi di quello governo continuavano a mettersi sulle nostre carte. Anche quel tirannello lanciò i suoi calci di ballerino di conga alla cultura, col desiderio di ferirla.
    Ma la cultura albeggia dopo la notte persecutoria con viso di buona salute e nuove opere dello spirito nella mano. Una di esse è questo romanzo, purificato e fecondato da una di quelle assenze fertili dell'autore.
    Questa è la storia con date e con nomi di uno dei settori più eroici del paese nella lotta di tutti i popoli per raggiungere la dignità che gli spetta. La storia che mostra per la prima volta nel nostro romanzo le lotte organizzate della classe operaia. In effetti qui non troverete il facile tema dell'uomo stanco per le fatalità della vita, né la disperazione suicida dell'eroe unico che si dibatte tra successive e malefiche trasformazioni. Questo è stato il tema dei migliori scrittori americani della borghesia che guardarono al paese con gli occhi della loro propria crisi e disorientamento politico. Piace alla classe dominante che, nelle epopee del paese che devono iscriversi forzosamente, il sentimento di impotenza davanti al male sia predominante. Così si nasconde o si posticipa nella letteratura l'uscita vittoriosa che incoronerà le lotte umane.
    Questo libro ha un'altra concezione. È nato sfiorandosi coi minatori, nel fronte del lavoro, nelle case scalcinate frustate dall'inverno australe. È cresciuto con lo sciopero, coi movimenti della sua sorprendente resistenza. Ha la bellezza uguale di quelli passi sicuri, delle vittorie guadagnate corpo a corpo, con sacrificio inesauribile, con indurite organizzazioni del proletariato, con lo spirito indomabile del suo ferreo e generoso partito.
Per me risultava difficile scrivere su Diego Muñoz. Lo voglio troppo. Le nostre vite sono cresciute vicine in un'amicizia alla quale non ha mancato mai né il combattimento né la tenerezza.
    Ma queste non sono solo parole del cuore bensì di una gioia comune: appaiono finalmente i frutti del realismo che necessitavamo come il pane. La storia della speranza, la verità nascosta ed i fatti dei nostri infiniti eroi non rimarranno nell'ombra.
    Diego Muñoz ed altri scrittori, in tutto il mondo, hanno compreso ed intrapreso i doveri veri della creazione.

Isla Negra, novembre 1953

Prologo a Diego Muñoz,
Carbón,
Santiago, Editora Austral, 1953.


[Tutte le bandiere erano uscite alla strada]

Tutte le bandiere erano uscite nella strada. Le strade erano fiorite di rosso. A tutti gli alberi erano accorsi, i verdi germogli della primavera. Sembrava che tutta la popolazione dell'immensa città si fosse riunita lì, fiorendo anche, coi suoi sorrisi e rallegri movimenti.
    Era un 1° di maggio a Mosca.
    Allora si produsse un sussurro molto grande, un silenzio molto grande ed un'ovazione come immensa esplosione: era Stalin che saliva alla tribuna.
    Io lo vidi solo quella volta. Era quell'uomo semplice che contemplava la sfilata del suo popolo.
    Solo quella volta lo vidi.
    Ma è passato il tempo e continuo a vedere quella mattina della primavera russa.
    Alzarono un bambino alla tribuna. Un piccolo bambino con un ramo grande di fiori. E Stalin alzò nelle sue braccia al bambino ed i fiori.
    Forse questo era accaduto molte volte, con molti uomini, con molti bambini e con molti fiori. Ma per me quello era differente.
    Lì, nella sua urna, dormiva Lenin, il costruttore di paesi. Dietro, le belle antiche cupole del Cremlino erano i testimone del passato. Milioni di uomini, sicuri e sorridenti, come onde successive, avanzavano con rami, con bandiere, con stendardi e colombe.
    Più in là la solenne terra russa si estendeva fino all'Asia. Migliaia di nuove coltivazioni, di nuove scuole, di nuove officine, la popolavano. Un vasto vento di fraternità veniva dalla steppa.
    Io venivo da Occidente ed ogni giorno leggevo come leggiamo fino ad ora questa torva minaccia della guerra. Allora, come questa mattina nel giornale, cablogrammi da New York parlavano di "rappresaglie" atomiche sopra Mosca. In quei giorni uscivano piani da Mosca nei quotidiani, segnando il posto esatto dove devono lasciare cadere la distruzione atomica. Allora, come oggi, la voce minacciante della guerra pretendeva di spegnere tutte le voci.
    Perciò, nella solennità della primavera, con tutta la grandezza della sua storia personale, di fronte allo stesso popolo che sopportò tanti dolori e compì tante pure imprese, mi sembrò che Stalin con quel semplice gesto, fermasse la guerra.
    Mi sembrò che quel bambino che saliva al suo petto fosse la nuova umanità felice e che i fiori che confondevano la sua serena testa e quella dal bambino, erano la pace futura.
    Forse per tutti quello non aveva più significato che il cerimoniale, e la sfilata non era più che il passo riunito di una patria felice.
    Per me tutto era la solennità dei fatti più memorabili: mi sembrava che lì, in quello scenario di maestà imponderabile, si siglava un patto di pace tra l'intelligenza, la saggezza, il lavoro, la gioventù e la primavera. E questo accadeva nella nazione più grande e poderosa della terra.
    Da allora pensai che la mia poesia doveva portare quel patto in tutte le parti, doveva propagare la pace con la mia propria lingua, con le mie parole di poeta.
    Pensai che questa doveva avere un contenuto più chiaro che doveva avere il colore delle bandiere ed assicurare nei cuori la speranza.
    Pensai che la mia poesia dovesse costruire ed attraverso la mia opera compiere un compito di paese: camminare costruendo, costruire cantando.
    Perciò, ricevendo questo gran onore che uomini di molti Paese mi conferiscono, penso al nome che ha questa ricompensa, penso alla parola Stalin.
    Io vidi nell'Unione Sovietica molte volte le piccole medaglie d'oro del premio Stalin nazionale sul petto di ingegneri e musicisti, di saggi e poeti. Ma niente mi emozionò tanto quanto vederli sul petto degli eroi del lavoro, dei minatori, dei ferrovieri, delle campagnoli koljosianas.
    Condividevo il pane, il latte, la carne, il vino, la fecondità della terra sovietica, con quei campioni della pace e del lavoro.
    E solo volevo che quello che io scrivo fosse tanto abbondante, tanto generoso e tanto fragrante come il pane che mi dettero. Vorrei che il mio lavoro, come quello di quegli uomini e donne portasse l'allegria a molti esseri.
    Ho avuto la fortuna che solo questa epoca può procurare ai poeti, che le mie parole potessero arrivare alle più remote lingue e regioni, e ho coscienza che tra tutti i messaggi umani, quelli che possono raggiungere più profondamente l'umanità, sono i messaggi della poesia e della pace.
    Non credo che sia facile scrivere sui sentimenti di tutti o sulla verità più visibile. Ma più che insegnare ai paesi, i poeti dobbiamo imparare la semplicità dei popoli.
    Io mi trovai con l'orribile viso della guerra nel più inaspettato posto. Mi avevano invitato a visitare i boschi ed i laghi masuri, nel nord della Polonia. Le immense pinete ci circondavano. Sotto il soffice tappeto della selva profonda.
    All'improvviso vidi le forze dello Stato Maggiore tedesco costruite lì per l'attacco all'Unione Sovietica. I cubi di cemento mi sembrarono più sinistri in mezzo alla pace silvestre.
    Tutto quanto ho visto il ho trasformato in poesia per tutti voi. E un giorno appare il mio libro Las uvas y el viento. Come nelle mie opere anteriori, ho voluto che tutto il mondo passeggiasse per il Cile e conoscesse i cileni che i bulgari ed i cinesi conoscessero i nomi di O'Higgins e Recabarren, di Lautaro e Lafertte che i rumeni conoscessero, come me, come è la notte nella pampa o l'inverno in Coronel e Lota, come parlai con altri versi degli alberi e degli uccelli, delle strade e dei cammini, degli uomini, dele donne e dei bambini della mia patria, fino a che l'amassero, fino a che gli uomini più distanti sentissero la parola il Chile come una raffica marina che gli rinfrescasse il cuore, così con questo nuovo libro voglio che i cileni, che gli americani di tutto il continente, amino i paesi e le terre che percorsi nei miei viaggi e che vogliono solo essere conosciute ed amate.

Intervento nel Teatro Caupolicán, Santiago,
17.1.1954, ringraziando per l'omaggio per il premio
Stalin della Pace. Edita in
El Siglo, 18.1.1954.


I nemici del Guatemala
LOS ENNEMIGOS DE GUATEMALA. (Pagine 901-913.) La preoccupazione di Neruda per la minaccia che incombeva sul governo di Arbenz si manifestò in diversi testi, di modo particolare nella "Oda a Guatemala" di Odas elementales (OCGC, vol. II, pp. 111-117).

In un paese dell'America Latina, vicino agli Stati Uniti, poteva ammirarsi nel secolo scorso uno straordinario monumento. Era nel cimitero generale ed era un monumento ad una gamba.
    La gamba appartenne, prima di stare nel monumento, ad un generale avventuroso che si fece padrone di tutto. Si faceva chiamare la Sua Altezza Serenissima. Fu un despota megalomane. Aveva una guardia personale con le uniformi copiate della guardia svizzera del Papa.
    Questo dittatore visse circondato della lusinga e dei patimenti del suo popolo. In una certa occasione dovettero amputargli una gamba. Non c'era un altro rimedio. I medici procederono all'operazione. Tuttavia non volle il tiranno l'anestesia e si apprestavano i chirurghi a gettare la gamba amputata nella spazzatura, quando intervenne uno degli adulatori di palazzo, quello che espresse un'idea che nessuno osò contraddire: "Non poteva gettarsi in un immondezzaio una parte di Sua Altezza Serenissima". Non è questo corpo pieno di saggezza? Non si era questo corpo guadagnate innumerabili battaglie? Non era la gamba un importante frammento di quel corpo glorioso? L'idea si diffuse rapidamente. Bisognava dargli un funerale meritorio. Un monumento! suggerì l'adulatore. Un monumento! assentirono gli adulatori. Un monumento per la gamba illustre! pubblicarono i giornali del tiranno.
    Poco dopo, verso il cimitero, su un affusto, andava la gamba seguita dal gabinetto, tutti in finanziera: seguivano gli ambasciatori stranieri e tre o quattro reggimenti alle cui bande toccavano gli inni funebri. Dopo il discorso dell'ambasciatore inglese e del direttore di informazioni della Repubblica, alla decima cannonata delle salve ufficiali discese nella terra la gamba dal generale. Lì rimase rinchiusa nel bel monumento di marmo.

ESPLODE LA RIVOLUZIONE E FUGGE IL DITTATORE

Alcuni anni dopo esplose la rivoluzione. Il paese era stato dissanguato per la dittatura. Il paese, stanco della sua oppressione, si alzò iracondo. Ma fece un errore. Gli abitanti si recarono in massa al cimitero e spianarono il monumento della gamba immortale.
    Nel frattempo il dittatore, molto rapido di pensiero, e con la gamba che gli rimaneva era fuggito per sempre. Dove era fuggito? Chi l'aveva protetto?
    L'ambasciata degli Stati Uniti dell'America del Nord. Lì fu ben albergato. In quel paese visse fino al fine della sua seconda gamba.

LA DITTATURA DI MACHADO A CUBA ED ALTRE

Non molto tempo fa, solo alcuni anni fa, governava Cuba una bestia sanguinaria. Si chiamava Machado. Comandò di assassinare in Messico, dove si era rifugiato, al giovane leader del paese cubano José Antonio Mella. Sparivano i leader dalla resistenza o i nemici personali di Machado. Molte volte erano messe in sacchi e dopo gettati vivi in mare. Negli stomachi degli squali che si pescavano nella baia si trovavano dopo gli orologi o gli anelli dei morti.
    Un'insurrezione popolare abbattè a Machado. E sapete voi dove si nascose questo cannibale? Io me lo dico.
Nell'ambasciata nordamericana, e, tranquilito, visse fino alla fine dei suoi giorni nel migliore hotel di Miami.
In San Salvador governò fino a pochi anni fa un tiranno terribile. Si chiamava Martínez. C'era agitazione tra i contadini. La fame li martirizzava. Il dittatore proclamò lo stato di assedio. Disse che i comunisti volevano impadronirsi del governo. Lanciò il suo esercito contro i villaggi indifesi. Fu il maggiore massacro dell'America Centrale. Ammazzarono trentamila contadini, uomini, donne e bambini. I villaggi rimasero pieni di morti insepolti. Non si poteva passare per le strade. L'odore dei cadaveri arrivava a chilometri di distanza.
    Più tardi, quando Martínez fu abbattuto da una rivoluzione popolare, fu ricevuto immediatamente ed occultato nella democratica ambasciata nordamericana. Non so se il signor Beaulac, ambasciatore nordamericano in Cile che già allora era diplomatico, lo riceverebbe offrendogli caffè e sigari. Forse farebbe altro. Gli ambasciatori nordamericani sono straordinariamente cortesi con questa classe di ospiti. Il tiranno Martínez, di El Salvador, finì i suoi giorni a Miami, in una buon palazzina.

IL TIRANNO ESTRADA IN GUATEMALA

In Guatemala governò per più di 20 anni un certo Estrada Cabrera. C'è un gran romanzo che potete trovare da tutte le parti e che descrive la vita di Estrada Cabrera e le terribili sofferenze della Guatemala in quegli anni. È El señor presidente, di Miguel Ángel Asturias.
    Quando stetti in Guatemala mi raccontarono due fatti che vado a raccontarvi.
    Il paese viveva già molti anni di terrore: i giovani cadetti della Scuola Militare complottarono contro il tiranno.      L'insurrezione doveva esplodere durante una visita del presidente alla Scuola Militare. I giovani andavano ad essere in formazione affinché il dittatore passasse loro in rivista. Quando abbassavano la bandiera per salutarlo sarebbe stato il segno per catturarlo.
    Qualcosa mancò nel piano. Prima di abbassare la bandiera, le truppe circondarono la scuola. Quindi entrarono. La carneficina durò tutto il giorno. Ammazzarono tutti i cadetti, gli assistenti, le infermiere, i medici e gli ufficiali. Cercarono nelle loro case quegli studenti che erano malati o in ferie e lì, nel seno delle sue famiglie, nei punti più distanti della capitale, li uccidevano. Quindi il dittatore fece demolire la Scuola Militare. Il posto vuoto rimase lì per anni e anni, per monito dei guatemaltechi. Solo poco tempo fa si ricostruì questa scuola.
    Orbene, anche il dittatore Estrada Cabrera fu abbattuto. Miguel Ángel Asturias era molto piccolo allora. Mi raccontò, tuttavia, come ricordava i fatti. Estrada Cabrera era ragazzetto e sempre foderato nel suo mantello nero. La moltitudine infuriata l'aveva perseguitato. Gli incendi segnavano l'orizzonte. Un rumore di furia usciva da tutte le case. In tutte quelle case qualcuno era stato assassinato. Il paese si affollava nel suo collera. Allora, con passetti brevi, uscì verso l'automobile diplomatica, Estrada Cabrera. Il vecchio sciacallo andava al braccio dell'ossequioso ambasciatore nordamericano. Entrarono insieme all'automobile. Ci fu un silenzio di stupore.
    Estrada Cabrera passò negli Stati Uniti i suoi ultimi anni, confortato dalla democrazia nordamericana, tanto generosa nel suo asilo!
    Io arrivai nel Guatemala quando governava un despota che aveva il complesso napoleonico. Si lasciava un ciuffo come Bonaparte. Si chiamava Jorge Ubico.
    Era un despota ombroso. Guatemala, la terra della luce sorridente, era ombrosa sotto gli stivali di Ubico. Lì stavano i miei amici. La poesia era solo un sussurro. Alle mie domande si rispondeva in maniera strana, guardando da tutti lati, all'indietro, verso il tavolo vicino nel ristorante. Le pareti sentono. Finalmente compresi. E per conversare di qualcosa, inventiamo il picnic. Quando eravamo ben lontani della città conversavamo. Ma prima i miei amici guatemaltechi guardavano verso tutti i lati, e benché gli alberi stessero a trenta metri da loro, davano una passata rapida per accertarsi che nessuno ci spiava. Si temeva dell'aria. Perfino gli uccelli della selva potevano ripetere qualcosa.
    Potei vedere da molto vicino al dittatore Ubico. Fui col ministro del Cile alla sfilata militare delle festività nazionali. Di fronte alla nostra tribuna scese da un puledro bianco, mentre i cortigiani correvano incontro a lui. Quando passò vicino a noi, il ministro del Cile si avvicinò a salutarlo. L'uomo gli strinse freddamente la mano. Il ministro tornò verso me per presentarmelo. Io gli dissi all'orecchio: "Se lei me lo presenta lo lascerò con la mano allungata." Il ministro, molto agitato, mi rispose in un mormorio: "Questo è molto grave; il nome del Cile sta in mezzo". Gli risposi in voce più alta: "Io rappresento il nome del Cile, e non gli darò la mano." Il giorno dopo, il ministro arrivò radiante al mio camera di hotel. "Il signore Ubico - mi disse - è un uomo geniale: non sa solo di cavalli, ma anche di poesia. Ha deciso di pagare il suo viaggio di ritorno al Messico. Questo è un onore per il Cile."
    Io viaggiavo senza denaro. Ero stato sospeso delle mie funzioni di console per avere dato il visto di entrata al Cile del gran pittore messicano David Alfaro Siqueiros. Il ministro che aveva preso questa misura contro me fu Juan Bautista Rossetti.
   Dissi al ministro che non accettavo il viaggio. Allora i miei amici propiziarono un recital delle mie poesie. Questo recital riempì il teatro e con questo pagai il mio ritorno. Ma i miei amici mi raccontarono, molto tempo dopo che mentre io leggevo i miei versi, il teatro era circondato da distaccamenti con mitragliatrici.

PAESE DI BELLEZZA INCOMPARABILE

Mai dimenticherò il Guatemala. Viaggiando dal Messico, rimangono dietro le selve del Chiapas e si entra in una delle regioni di maggiore bellezza nel pianeta. Tutto lo copre la straripante sovranità della selva. Saliamo e si elevano gole incredibili, Vegetazione, fiumi come valanghe rompono la loro schiuma contro le liane, grida spettrali di uccelli, fiori favolosi nell'altezza gigante degli alberi, uccelli di lucentezza accecante, fragranze di mogano. La nostra terra americana diede al piccolo Guatemala tutto il campionario della sua grandezza. Ad una grande altezza i laghi di inquietante profondità guardano al cielo con vecchi occhi di turchese impassibile. E nel bordo di questi laghi ostentano giornalmente i loro vestiti di colore straordinario le più colte ed antiche razze di uomini americani. Sotto la selva ancora dormono i tesori sacri, le steli, gli altari, gli edifici della gran civiltà maya. In Quetzaltenango, in Totonicapán vidi gli indios dentro la cattedrale accendere centinaia di candele nel suolo e conversare coi loro antichi dei che ispirarono i gioielli e le costruzioni, i tessuti e la poesia. Negli altari delle chiese gli dei cristiani sono solo decorativi, e con le loro barbe, sono il ricordo dei crudeli conquistatori.
    Io non potrei entrare nella politica senza parlare dell'imponderabile bellezza del Guatemala. Forse per quel motivo mi faccia più male che a nessuno l'unghiata che pretende di lacerarlo le viscere di nuovo. Chi è entrato per il Fiume Dulce della pululante notte del tropico, chi ha visto attraversare i grandi pesci fosforescenti vicino all'imbarcazione, mentre tutti i suoni della selva e dell'acqua si concertano e si alzano, mentre tutti i profumi penetrano nel cuore, mentre tutte le stelle accumulano il loro platino tremulo nell'oscuro cielo; chi si è sentito muto e piccolo circondato dalla bellezza primordiale della nostra America, concentrata in Guatemala, non può dimenticarlo mai.
    Ma non trovai solo una gran bellezza in Guatemala, bensì una bontà d'ambienti, una volontà creativa. Ritornai alla piccola repubblica quando l'ultimo dittatore era stato accolto nell'ambasciata nordamericana e quando per la prima volta un governo intelligente ed umano, quello del signor Arévalo, elevava alla dignità e la coscienza la piccola repubblica dimenticata.

UNA NUOVA VITA E FEDE IN LA LIBERTÀ

Sono belle le rovine degli antichi tempii, sono degne di ogni poesia gli alberi ed i fiumi della terra americana, ma non c'è nient'altro più bello che vedere rinascere la libertà nelle regioni dove l'oppressione fu più costante. Io ho visto parlare di nuovo il paese del Guatemala, avere fede in sé stesso, ho visto la speranza sorridere sulle sue labbra.
    Ho visto negli stadi costruiti da Arévalo ed Arbenz, le moltitudini senza paura, proclamando la loro fede nella rinascita della loro patria. Ho dato la mano ai contadini che hanno ricevuto terre e che hanno smesso di essere schiavi, sono entrato nei nuovi ospedali e nelle nuove scuole, costruiti contro l'avidità e la collera delle compagnie nordamericane. Nelle terre in cui l'oppressione, il martirio ed il silenzio sembravano endemici, io ho visto di nuovo la libertà creativa, ho confermato lì la mia profonda fede nell'uomo.
    Dobbiamo comprendere che i presidenti Arévalo ed Arbenz sono per il Guatemala quello che i padri della patria sono per i cileni. In una terra incatenata sono i costruttori della giustizia, in una nazione saccheggiata da stranieri senza scrupoli sono i capitani dell'indipendenza, in un paese che sembrava abituato al vassallaggio sono i rettori di una nuova morale. Hanno dato alla loro patria quello che gli sottraevano da un secolo: coscienza nazionale, giustizia, volontà ed allegria.

AFFILANO GLI ARTIGLI DI L'INTERVENTO

Per noi gli americani, non ci stupisce che il governo terroristico di Washington affili gli artigli per distruggere la libertà del Guatemala. Tentandolo per mezzo dei governi satelliti della riunione di Caracas, non fa altro che continuare la tradizione impudica, famelica e bestiale dei nordamericani in America Centrale. Nessuno si sbaglia in questa gran commedia. Dai bordelli che dirigevano, il compagnie imperialiste estrassero al sanguinante Trujillo, che da trenta anni schiavizza la nazione dominicana. Con le mani bagnate dal sangue dell'eroe Augusto Sandino il governo degli Stati Uniti installò sul trono del Nicaragua il depravato Tacho Somoza.
    Questi sono i governanti che la Casa Bianca nomina come ideali per tuttala nostra America. Quando un paese resiste e vuole riconquistare insieme al suo rame, il suo stagno, il suo caffè, le ricchezze del suo territorio, i suoi diritti e la sua sovranità il governo di Washington tocca il tam-tam e riunisce a Caracas o in un altro posto ai suoi servi delle Americhe per legger loro un racconto di fate in cui egli appare difendensore la libertà. Noi latinoamericani conosciamo la libertà che desiderano per noi i padroni dei monopoli, i fabbricanti di cannoni ed il signor Foster Dulles. Che ricordino quelli che dicono sì a Washington, i nicaraguensi mitragliati dai fucilieri nordamericani nelle spiagge del Nicaragua, gli uomini di Texas e Porto Rico, fino ad oggi obbligati a riverire una bandiera che odiano che ricordino i sudamericani a Caracas come a Valparaíso i pirati della Nordamerica umiliarono la bandiera del Cile, e come a Veracruz distrussero coi loro cannoni i monumenti storici del Messico, massacrando le donne ed i bambini messicani.
    Ma se non vogliono ricordare questi capitoli ombrosi, che almeno ricordino il prezzo del rame, dello zucchero, dello stagno, del salnitro, dei prodotti del sottosuolo dell'America che i governanti venali consegnarono al dominio dello Shylock nordamericano. E che ricordino le nostre moltitudini straccione, i nostri bambini senza scuole e senza scarpe.

QUELLO CHE DEVE RICORDARSI A CARACAS

Se i governi dell'America Latina rappresentassero come quello del Guatemala i nostri paesi, questa conferenza di Caracas avrebbe un'opportunità meravigliosa. Sarebbe quella di affrontare a governo degli Stati Uniti e chiedergli che finisca la sua politica di Guerra Fredda e saccheggio. Da anni noi andiamo alle ambasciate nordamericane intervenendo in beneficio dei paesi dell'America. Ci ricevono solo nelle cancellerie le visite di quei diplomatici per far pressione senza misericordia sui governi latinoamericani con maggiori esigenze per le compagnie sfruttatrici, oppure per esigere nuove leggi repressive, nuovi tributi di sangue.
    Non possiamo aspettare gran cosa della nostra missione a Caracas. Solo che mantenga la promessa ufficiale di non intervento in Guatemala. Ma vicino alla voce della Guatemala, che fa onore all'America, vicino alla voce di Morazán, sarebbe stato bello ascoltare la voce di O'Higgins. Ma, per lo meno, possiamo dire al Guatemala e tutti i patrioti dei paesi dell'America: la voce del Cile non sta a Caracas, sta in questo consesso, sta nel campo e nelle miniere, sta per strade di Santiago, sta nei patimenti del nord, nei minatori di Chuquicamata, negli operai della costruzione, nei balenieri dell'Antartide, nei nostri operai di fabbriche, nei nostri impiegati agguerriti, nei nostri professionisti, nei nostri scrittori ed artisti. E sta con il Guatemala e con la liberazione dell'America Latina, sta col paese della Guayana inglese oppresso dall'Inghilterra, e col paese di Porto Rico oppresso dal governo nordamericano. Il paese cileno conosce già questa zuppa velenosa dell'anticomunismo. Non se la divora. Che se la servano con piacere gli eleganti delegati che sono andati a Caracas a rappresentare a nome dell'America Latina gli interessi nordamericani.

CADONO LE TENEBRE SUGLI USA

Stiamo attraversando una tappa sventurata della storia. I poderosi monopoli nordamericani hanno installato un regime di terrore dentro gli Stati Uniti. Dal Nordamerica non possono uscire le migliori figure dal pensiero di quello Paese. Einstein è vigilato per la polizia, la Gestapo agisce già dentro l'esercito. Il maggiore genio della cinematografia, l'attore più illustre della storia, creatore del cinema nordamericano, Chaplin, non può ritornare in Nordamerica, e sua moglie, la figlia del famoso drammaturgo O'Neill, ha rinunciato alla sua nazionalità. Centinaia di processati politici arrivano ogni giorno nelle prigioni da quel paese. Gli investigatori scientifici si vedono minacciati. Gli scrittori non possono parlare.
    Le tenebre stanno cadendo sugli Stati Uniti dell'America del Nord.
    Le colonne costruite per Jefferson e Lincoln sono corrotte e tarlate dai grandi monopolisti, dai criminali della Guerra Fredda.
    Pensiamo alle sofferenze del paese nordamericano. Tuttavia, trecentomila giovani morti in Corea non soddisfano i nuovi cannibali.
    Sappiamo che nelle case della Nordamerica si agitano la paura ed il dolore. Dedichiamo la nostra più profonda simpatia a quel grande popolo che per la volontà di alcuni estorsori deve convertirsi in boia di altri paesi.
Vogliono trasformare il Guatemala in una nuova Corea. Di punto in bianco inventeranno l'invasione del Nicaragua come inventarono l'invasione della Corea del Sud. Per spegnere la libertà e la luce in Guatemala sono ricorsi già a tutta la loro stampa mercenaria, alla stampa che come El Mercurio di Santiago del Cile riceve mensilmente i dollari necessari per sotterrare l'indipendenza delle nazioni latinoamericane.
    Ma non lo permetteremo.
    Che il nome del Guatemala sia portato di bocca in bocca, di orecchio in orecchio, di casa in casa, di paese in paese, per le strade dell'America, che questo nome simbolizzi la resistenza di tutte le nostre nazioni.
Che la parola Guatemala significhi David contro Golia, la vittoria dell'uomo sul mostro e sulla coscienza dei diritti e dei destini dei nostri paesi.

SOLIDARIETÀ AMERICANA CON IL GUATEMALA

Che conosca il Guatemala, in questa ora di minaccia, la solidarietà del continente. Che esca qui da un messaggio per il presidente Arbenz.
    Che sappiano i contadini come si sono ripartite lì le terre a coloro che le lavorano, e che sappiano gli studenti come un piccolo paese sfidò le poderose compagnie di forca e coltello, quelle che solevano subodirnare e terrorizzare quasi a tutti i governi centroamericani.
    Che si conosca in tutti gli ambiti la lotta che per la sua vita e per la sua indipendenza sostiene la nazione guatemalteca. Io mi rivolgo agli operai e contadini del Guatemala, e dico loro:
"Fino ad oggi vi siete battuti valorosamente. Ma più che mai in questa ora avete bisogno dell'unità del paese. La bandiera dell'indipendenza deve stare nelle mani di tutti i patrioti."
    Ai grandi artisti e scrittori della Guatemala, a Miguel  Ángel Asturias, a Cardoza ed Aragón, a Carlos Mérida, al gruppo Saker Ti, a Raúl Leiva, ed ad altri gli dico: "ammiriamo la dignità delle vostre opere, conosciamo con quale fervore avete abbracciato la causa popolare della vostra patria, e vi salutiamo con emozione ed affetto. Sappiamo che lotterete sommando tutte le forze dello spirito affinché il Guatemala non sia fermato durante il tragitto della sua libertà."

ONORIAMO CON AMORE IL GUATEMALA

Io cominciai da raccontarvi le storie tragiche e grottesche del dispotismo nelle terre del nord. Finirò raccontandovi un'ultima storia.
    Quando nel secolo XV i conquistatori spagnoli scaricarono la loro furia e la loro avidità nel nostro continente, uno di essi, forse il più crudele di tutti, invase il Guatemala. Si chiamava Alvarado ed era il luogotenente di Hernán Cortés.
    I pacifici principi indigeni uscirono in strada a riceverli e cantarono i giovani nel suo onore. Con ghirlande li incoronarono.
    Dopo il banchetto imperiale, Alvarado chiese per quella notte ragazze della nobiltà per i suoi capitani. Molto si turbarono i principi indigeni, ma gliele concedettero.
    Alla mattina seguente Alvarado imprigionò i figli dei principi e richiamando questi disse loro: "Se questo pomeriggio non mi riempite d'oro questa stanza, i vostri figli saranno bruciati vivi."
    Da quello giorno i conquistatori spagnoli rasero al suolo quanto esisteva ed insanguinarono la dolce terra che li ricevè con tanti doni.
    Passano i secoli e nuovi conquistatori invadono l'America centrale. Si instabillano le compagnie della frutta.            Sono ricevuti con danze e con brindisi dai governi. Chiedono le ferrovie. Gliele danno. Esigono le dogane.
Gliele consegnano.
    Allora installano i loro governi, i loro burattini sanguinari.
    E per riempire di oro le banche di New York ed affinché ci sia più lusso nella Quinta Strada sono dissanguate senza povertà le terre centroamericane. Sappiamo che il Guatemala, il suo popolo ed il suo governo, significano in questa ora la resistenza contro gli ostinati despoti sfruttatrici di quelle terre meravigliose. Il Guatemala ha detto che si ferma ora questo stato di cose e qui ci riuniamo per celebrare il significato e l'insegnamento che il Guatemala ci trasmette.
    Ma sappiamo anche che i nemici del Guatemala sono gli stessi che minacciano la pace nel mondo. Sono quelli che installano una cintura di bombe atomiche col proposito di abbattere le costruzioni del mondo socialista. Sono quelli che rinnovano il militarismo tedesco e lo spirito di rivincita delle antichi formazioni hitleriane. Sono gli stessi che sostengono Franco seduto su un milione di morti spagnoli. Sono gli stessi che aiutano gli ipocriti imperialista francesi a soggiogare agli eroici paesi dell'Indocina. Sono gli stessi che sostengono a Formosa un pugno di corrotti briganti sloggiati della Cina dalla volontà del popolo. Sono gli stessi che nell'Iran, nell'Egitto ed in Arabia si impadroniscono del petrolio e di altre materie prime attraverso l'intrigo, la violenza e la corruzione.
    Ha, dunque, l'onore il Guatemala di avere contro le poderose ed ooscure forze regressive della nostra epoca. Ha l'onore il Guatemala, piccola, bella e luminosa nazione della nostra America di far precipitare l'odio di coloro che maneggiano l'odio, di sopportare la guerra di coloro che preparano la guerra.
    Onoriamo la piccola ed eroica nazione sorella con l'amore di coloro che credono nell'amore, con l'onore di coloro che difenderanno l'onore della loro PATRIA con l'adesione di tutti quelli che sanno che la sua indipendenza e la sua libertà sono questione di amore e di onore per tutti i paesi dell'America.

Discorso letto nel Teatro Caupolicán, Santiago,
febbraio 1954. Edito in
El Siglo, Santiago, 1.3.1954.


Prologo per Nicanor Parra

Tra tutti i poeti del sud dell'America, poeti eccessivamente terrestri, la poesia versatile di Nicanor Parra si distacca per il suo fogliame singolare e le sue forti radici. Questo gran trovatore può di un solo volo attraversare i più ombrosi misteri o arrotondare come una stoviglia il canto con le sottili linee della grazia.
    La vocazione poetica in Nicanor Parra è tanto poderosa come lo fu in Miguel Hernández.
    La sua maturità lo porta alle esplorazioni più difficili, mantenendolo tra il fiore e la terra, tra la notte ed il suono, ma ritorna di tutto con piedi sicuri. In tutto lo spessore della poesia rimarranno marcate le sue orme australi.
Questa poesia è una delizia di oro mattutino o un frutto consumato nelle tenebre. In ogni caso il poeta Nicanor ci lascerà intrisi di freschezza o di stelle.

Isola Nera, giugno 1954

Nota-prologo a Nicanor Parra,
Poemas y
antipoemas, Santiago, Nascimento, 1954.


IV
TESTI DEL 50.° COMPLEANNO
(Gennaio-Luglio 1954)


Infanzia e poesia
INFANCIA Y POESÍA. (Pagine 914-928.) Allí había un retrato de mi madre (C'era lì un ritratto di mia madre): quello si perse, ma pochi anni prima della sua morte Neruda ebbe un altro ritratto di sua madre, forse un altro esemplare della stessa fotografia. Glielo inviò una signora, figlia o nipote di un'amica di Rosa Basoalto che l'aveva conservato. È il ritratto che appare in diverse pubblicazioni recenti, in Adios, poeta... (1990) di Jorge Edwards. - un penetrante aroma de lilas conventuales (un penetrante aroma di lilla conventuali): cfr. il poema "Sensación de olor" del 1920 con la sua fragranza di lilla (in questo stesso volume, p. 177). - A veces me llamaban mis tíos para el gran rito del cordero asado (A volte mi chiamavano i miei zii per il gran rito dell'agnello arrosto): questo passaggio riprende come aneddoto l'esperienza drammaticamente evocata in "La copa de sangre" del 1938, in questo stesso volume, pp. 417-418, e la mia nota al testo. - El verano es abrasador en Cautín. (L'estate è bruciante in Cautín) Attenzione all'episodio delle prugne mangiate con sale su un albero: il simbolismo positivo del sale in Residencia proviene senza dubbio da questo sapore di infanzia.

Per sapere e raccontare e raccontare per sapere... devo incominciare così questa storia di acque, piante, boschi, uccelli, paesi, perché è questa la poesia, per lo meno la mia poesia. Ma innanzitutto, se qualcuno si sente scomodo, quello sono io. Non solo perché devo parlare di me stesso, bensì perché devo parlare mentre voi potete pensare a quello che vi piace, che è quello che mi piacerebbe fare a me.
    Il cuore dei poeti è, come tutti i cuori, un interminabile carciofo, ma in esso non ci sono solamente foglie per donne in carne ed ossa, per amori veri o sogni persistenti, bensì per tutte le tentazioni della vita, anche per la vanità. Non c'è vero poeta senza qualche vanità, come non ci sono neanche grandi poeti inediti. Allora continuerò a tirare fuori le foglie dalla vanità per consumarle tra noi, poiché così me lo hanno chiesto. Spero che sia una delle ultime volte e che tutto il resto, le altre foglie che tiro fuori dal cuore, siano puro prodotto, alimenti vegetali, celesti e terrestri, poesia...
    I miei trisnonni arrivarono ai campi di Parral e piantarono vigne. Ebbero alcune terre scarse e quantità di figli. Nel decorso del tempo questa famiglia si accrebbe con figli che nascevano dentro e fuori della casa. Produssero sempre vino, un vino intenso ed acido, vino povero, senza raffinare. Si impoverirono a poco a poco, uscirono dalla terra, emigrarono, tornando per morire alle terre polverose del centro del Cile.
    Mio padre morì in Temuco, perché era un uomo di altri climi. Lì è sepolto in uno dei cimiteri più piovosi del mondo. Fu cattivo agricoltore, mediocre operaio della diga di Talcahuano, ma buon ferroviere. Mio padre fu ferroviere di cuore. Mia madre poteva distinguere nella notte, tra gli altri treni, il treno di mio padre che arrivava o usciva dalla stazione di Temuco.

Pochi sanno quello che è un treno da ghiaia. Nella regione australe, di grandi uragani, le acque si porterebbero le rotaie, se non gettassero loro piccole pietre tra le traversine, senza trascurarle in nessun momento. Bisogna tirare fuori con sporte la zavorra dalle cave e rovesciare la pietra minuta nei carri piani. Quaranta anni fa l'equipaggio di un treno di questo tipo doveva essere formidabile. Doveva rimanere nei posti isolati sminuzzando pietre. I salari dell'impresa erano miserabili. Non si chiedevano i precedenti di quelli che volevano lavorare nei treni da ghiaia. La squadra era formata da giganteschi e muscolosi uomini. Venivano dai campi, dei sobborghi, delle prigioni, mio padre era il conducente del treno. Si era abituato a comandare ed ad ubbidire. A volte mi portava via dalla scuola ed io andavo nel treno da ghiaia. Sminuzzavamo pietre a Boroa, cuore silvestre della frontiera, scenario dei terribili combattimenti tra spagnoli ed araucani.
    La natura mi dava lì una specie di ubriachezza. Io avevo circa dieci anni, ma ero già poeta. Non scrivevo versi, ma mi attraevano gli uccelli, gli scarabei, le uova di pernice. Era miracoloso trovarli nelle gole, colorati, oscuri e rilucenti, con un colore simile a quello della canna di un fucile. Mi meravigliava la perfezione degli insetti. Raccoglievo le madri della culebra. Con questo nome stravagante si designa il maggiore coleottero, nero, brunito e forte, il titano degli insetti del Cile. Fa tremare vederlo all'improvviso sui tronchi dei maquis e dei meli silvestri, dei coigües, ma io sapevo che era tanto forte che poteva fermarmi coi miei due piedi sopra di lui e non si romperebbe. Con la sua gran durezza difensiva non aveva bisogno di veleno.
    Questi mie esplorazioni riempivano di curiosità ai lavoratori. Presto cominciarono ad interessarsi alle mie scoperte. Appena mio padre si distraeva si allontanavano per la selva vergine e con più destrezza, più intelligenza e più forza di me trovavano per me tesori incredibili. C'era uno che si chiamava Monge. Secondo mio padre, il più pericoloso col coltello... Aveva due grandi linee nel suo viso bruno. Una era la cicatrice verticale di una coltellata e l'altra il suo sorriso bianco, orizzontale, piena di simpatia e di furbizia. Questo Monge mi portava copihues bianchi, ragni pelosi, piccoli di colombo torcaza, ed una volta scoprì per me la cosa più abbagliante, il coleottero del coigüe e della luna. Non so se voi lo avete mai visto qualche volta. Io lo vidi solo in quell'occasione, perché era un lampo vestito di arcobaleno. Il rosso ed il viola ed il verde ed il giallo abbagliavani sul suo guscio e come un lampo mi scappò delle mani e ritornò alla selva. Non c'era Monge affinché me lo cacciasse. Ma non mi sono ripreso mai da quell'apparizione abbagliante. Neanche ho dimenticato quell'amico... Mio padre mi raccontò la sua morte. Cadde dal treno e rotolò per un precipizio. Si fermò il convoglio, ma mi diceva mio padre, era solo un sacco di ossa. Piansi una settimana.

È difficile dare un'idea di una casa come quella mia, casa tipica della frontiera, quaranta anni fa.
    In primo luogo, le case familiari intercomunicavano. Per il fondo dei pati i Reya e gli Ortega, i Candia ed i Mason, si scambiavano attrezzi o libri, torte di compleanno, unguenti per frizioni, ombrello, tavoli e sedie.
    Queste case pioniere coprivano tutte le attività di un paese.
    Don Carlos Mason, nordamericano di bianca chioma, somiglianza ad Emerson, era il patriarca di questa famiglia.
    Il suo figli Mason erano profondamente creolo.
    Don Carlos Mason aveva codice e bibbia. Non era un imperialista, bensì un fondatore originale.
    In questa famiglia, senza che nessuno avesse denaro crescevano stampe, hotel, macellerie. Alcuni figli erano direttori di giornali ed altri erano operai nella stessa stamperia.
    Tutto questo passava col tempo e tutto il mondo rimaneva tanto povero come prima. Solo i tedeschi mantenevano quell'irriducibile conservazione dei loroi beni che li caratterizzava nella frontiera.
    Le nostre case avevano, dunque, qualcosa di accampamento. O di imprese scopritrici. Entrando si vedevano barilotti, attrezzi e cavalcature ed oggetti indescrivibili.
    Rimanevano sempre stanze da finire, scale incompiute. Si parlava tutta la vita di continuare la costruzione. I genitori cominciavano a pensare all'università per i suoi figli.
    Nella casa di Don Carlos Mason si celebravano i grandi festeggiamenti.
    In ogni pranzo di onomastico avevano tacchini con sedano, agnelli arrostiti allo spiedo e latte montato per dolce. Sono già molti anni che non provo latte montato. Il patriarca di capelli bianchi si sedeva alla testa del tavolo interminabile, con sua moglie, signora Micaela Candia. Dietro lui c'era un'immensa bandiera cilena, alla quale era stata inchiodata con uno spillo una minuscola bandiera nordamericana. Quell'era anche la proporzione del sangue. Prevaleva la stella solitaria del Cile.
    In questa casa di Mason c'era anche un salone nel quale non dovevano entrare i bambini se non in contate occasioni. Non seppi mai il vero colore dei mobili, perché furono coperti con federe bianche fino a che li portò via un incendio. C'era lì un album con fotografie della famiglia. Queste foto erano più fini e più delicate dei terribili ingrandimenti che dopo invasero la frontiera.
    C'era lì un ritratto di mia madre, morta in Parral, poco dopo che io nacqui. Era una signora vestita di nero, magra e pensosa. Mi hanno detto che scriveva versi, ma non ho mai visto niente di lei, se non quel bel ritratto.

Mio padre si era sposato in seconda nozze con la signora Trinidad Candia, mia matrigna. Mi sembra incredibile dover dare questo nome all'angelo della mia infanzia. Era diligente e dolce, aveva senso di umore campagnolo, una bontà attiva ed infaticabile.
    Appena arrivava mio padre, ella si trasformava soltanto in un'ombra soave come tutte le donne di allora e di là.
In quel salone vidi ballare mazurke e quadriglie.
    C'era nella mia casa anche un baule con oggetti affascinanti. In fondo riluceva un calendario con un meraviglioso pappagallo. Un giorno che mia madre rimescolava quella cassapanca sacra io vi caddi a capofitto dentro per raggiungere il pappagallo. Ma quando fui cresciuto lo aprivo in segreto. C'erano alcuni ventagli preziosi ed impalpabili.
    Conservo un altro ricordo di quel baule. Il primo romanzo d'amore che mi appassionò. Erano centinaia di cartoline postali, tutte dirette da qualcuno che li firmava che non so se era un Enrique o un Alberto, e scritte tutte a María Thielman. Questi biglietti erano meravigliosi. Erano ritratti delle grandi attrici dell'epoca con vetrini incastonati ed a volte capelli incollati. C'erano anche castelli, città e paesaggi lontani. Per anni mi compiacqui solo nelle figure. Ma, man mano che crescevo, leggevo quelli messaggi d'amore scritti con una perfetta calligrafia. Mi immaginai sempre che il pretendente era uomo colla bombetta, bastone e brillante nella cravatta. Ma quelle righe erano di travolgente passione. Erano inviate da tutti i punti del globo dal viaggiatore. Erano piene di frasi abbaglianti, di audacia innamorata. Io cominciai ad innamorarmi di María Thielman. Me la immaginavo come una sdegnosa attrice, incoronata di perle. Ma come erano arrivati nel baule di mia madre queste lettere? Come aveva abbandonato il suo tesoro la dea sconosciuta? Non potei saperlo mai.

I ragazzi nel Liceo non conoscevano né rispettavano la mia condizione di poeta. La frontiera aveva quel francobollo meraviglioso di Far West senza pregiudizi. I miei compagni si chiamavano Schnakes, Schelers, Hausers, Smiths, Taitos, Seranis. Eravamo uguali tra gli Aracenas ed i Ramírez ed i Reyes... Non c'erano cognome baschi. C'era sefarditi: Albalas, Francos; c'era irlandesi McGuintys; polacchi, Yanichewskys. Brillavano con luce oscura i cognomi araucani, odorosi di legno e di acqua, Melivilus, Catrileos.
    Combattevamo nel gran capannone chiuso con ghiande di quercia. Nessuno che non l'abbia ricevuta sa quanto duole una ghianda. Prima di arrivare dal Liceo che stava vicino al fiume, ci riempivamo le tasche di armamenti. Io avevo scarsa capacità, nessuna forza e poca astuzia. Portavo sempre la peggiore parte. Mentre mi intrattenevo osservando la meravigliosa ghianda, verde e levigata, col suo cappuccio rugoso e grigio, mentre tentava goffamente di fabbricarmi con essa una di quelle pipe che mi commuovevano, già mi ero caduto nella testa un diluvio di ghiande. Quando stavo nel secondo anno mi fu successo portare un cappello impermeabile di colore verde vivo. Questo cappello apparteneva a mio padre, come la sua coperta di Castiglia, i suoi lampioni dei segnali verdi e rossi, che erano carichi di fascino per me ed appena potevo li tirava fuori alla scuola per pavoneggiarmi con essi... Qualche volta pioveva implacabilmente e nient'altro era formidabile come il cappello di tela cerata verde che sembrava un pappagallo. Appena arrivai al capannone in cui correvano come pazzi trecento fuorilegge, il mio cappello volò come un pappagallo. Io lo inseguivo e quando lo andava a calzare di nuovo volava tra gli ululati più assordanti che mai ascoltai... Mai lo tornai a vedere.

La mia poesia mi difese poco a poco.
    Nel Liceo faceva un freddo polare. Quaranta anni fa io tremavo come devono tremare ora i ragazzi nel nuovo Liceo di Temuco. Hanno fatto un gran edificio, moderno, con grandi finestre ma senza riscaldamento. Così sono le cose lì nella frontiera... Al mio tempo bisognava farsi uomini. Le occasioni non ci mancavano. Le case del sud erano scalcinate, affrettatamente fatte di legni appena tagliati e soffitti di zinco. Le grandi piogge eterne erano la musica nel soffitto. A volte, nella mattina, la casa del fronte si risvegliava senza soffitto. Il vento l'aveva portato a duecento metri di distanza. Le strade erano grandi fiumi di fango. Le carrette si impantanavano. Per i sentieri, passando da una pietra ad un'altra, con freddo e pioggia, camminavamo verso la scuola. L'ombrello ce li portava via il vento. Gli impermeabili erano cari, i guanti non mi piacevano, le scarpe si inzuppavano. Ricorderò sempre i calzini bagnati vicino al braciere e molte scarpe che facevano vapore, come piccole locomotive. Quindi venivano le inondazioni che si portavano via le popolazioni dove viveva la gente più povera, vicino al fiume. Anche la terra si scuoteva, tremori. Altre volte nella cordigliera spuntava un pennacchio di luce terribile: il vulcano Llaima si svegliava.
    Ma la cosa peggiore erano gli incendi. Nell'anno 1906 o 1907, non ricordo bene, fu il gran incendio di Temuco. Le case ardevano come scatoline di fiammiferi. Si bruciarono ventidue meli. Non rimase niente, ma se i meridionali sanno fare in fretta qualcosa, sono le case. Non le fanno bene, ma le fanno. Ogni meridionale ha tre o quattro incendi totali nella sua vita. Forse il ricordo più remoto della mia persona è vedermi seduto su alcune coperte di fronte alla nostra casa che ardeva per seconda o terza volta.

    Ma le segherie cantavano. Si accumulava il legno nelle stazioni e di nuovo si odorava di legno fresco nei paesi. Lì rimangono ancora miei versi scritti sulle pareti. Mi tentavano perché le tavole erano lisce come la carta, con vene misteriose. Da allora il legno è stato per me, non una ossessione, perché non conosco le ossessioni, bensì un elemento naturale della mia vita.

[...]
Ahi, di quanto conosco
e riconosco
tra tutte le cose
è il legno
il mio migliore amico,
io porto per il mondo
nel mio corpo, nei miei vestiti
aroma
di segheria,
odore di tavola rossa,
il mio petto, i miei sensi
si impregnarono
nella mia infanzia
di alberi che cadevano,
di grandi boschi pieni
di costruzione futura,
io sentii quando frusta
il gigantesco larice,
l'alloro alto quaranta metri...

    Queste genti delle case di tavola hanno un'altra maniera di pensare e sentire che quelle del centro del Cile. In una certa forma somigliano alla gente del nord grande, degli abbandonati arenili. Ma non è la stessa cosa essere nato in una casa di mattoni crudi o in una casa di legno appena uscito del bosco. In queste case non era nato prima nessuno. I cimiteri erano freschi.
    Non c'era per quel motivo qui poesia scritta, né religione. Mia madre mi teneva la mano affinché la accompagnassi alla chiesa. La chiesa del Cuore di María aveva alcuni lillà piantati nel patio e per la novena tutto era intriso di quell'aroma profondo.
    La chiesa era sempre vuota di uomini. Io avevo quasi dodici anni ed era l'unico uomo nel tempio. Mia madre mi insegnò a fare quello che volevo dentro alla chiesa. Siccome io non ero religioso, non seguivo il rito e stavo quasi sempre in piedi quando si cantava e si inginocchiava la gente. Non imparai mai a farmi il segno della croce, non richiamò mai l'attenzione nella chiesa di Temuco che un ragazzo irriverente stesse in piedi in mezzo ai fedeli. Forse è stato questo che mi ha fatto entrare sempre con rispetto in tutte le chiese. In quella piccola parrocchia cominciarono i miei primi amori. Mi sembra ricordare che si chiamava María, non sono sicuro. Ma sì ricordo che tutto quel confuso primo amore o cosa similare fu folgorante, doloroso, pieno di commozioni e tomenti ed impregnato in tutti gli spiragli da un penetrante aroma di lillà conventuali.
    La gente era molto miscredente in quella città. Mio padre, i miei zii, gli innumerabili cognati e compari, del tavolo grande nella sala da pranzo, neppure si segnavano. Si raccontavano racconti di come il meticcio Ríos, quello che passò il ponte di Malleco a cavallo, avesse legato uno a san José.
    C'erano molti martelli, seghe e gente che lavorava il legno e falciava i primi frumenti. Come sembra, i pionieri non sentono molto la mancanza di Dio. Blanca Hauser che è di Temuco, la sua casa stava nella piazza del Manzano sui cui banchi io scrissi fiumi di povera poesia, mi raccontava che una volta in un terremoto uscirono correndo un vecchio ed una vecchia. La signora si batteva il petto gridando: misericordia! Il vecchio la raggiunse, domandandole: come si dice signora, come si dice? "Misericordia, ignorante", gli disse la vecchia. Ed il vecchio, trovandolo molto difficile, continuò a trottare e battendosi il petto, ripetendo: "quella è la cosa, quella è la cosa."

A volte mi chiamavano i miei zii per il gran rito dell'agnello arrosto. Questi Mason, l'ho detto già, avevano sangue nordamericano, ma erano grandi creoli. La forte terra vergine inzuppava con le loro emanazioni il sangue nordico o mediterraneo, trasformandola in sostanza araucana. Correva molto vino sotto i salici e le chitarre suonavano a volte una settimana. L'insalata di fagioli verdi si faceva nei recipienti per lavare. Di mattina si sentiva il terribile lamento dei maiali sacrificati. Per me la cosa più spaventosa era la preparazione del ñachi. Tagliavano il collo dell'agnello ed il sangue cadeva in una bacinella che conteneva forti condimenti. I miei zii mi chiedevano che bevessi il sangue.
    Io andavo vestito da poeta, di rigoroso lutto, lutto per nessuno, per la pioggia, per il dolore universale. E lì i barbari alzavano il bicchiere di sangue.
    Io mi sforzai e bevvi con loro. Bisogna imparare ad essere uomini.
    I centauri avevano la loro festa, la vera festa dei centauri: i combattimenti. Quando due puledri diventavano famosi, come quando due uomini erano noti per le loro forze, si cominciava prima a conversare ed a poco a poco cominciava a profilarsi il torneo. Fu famoso l'incontro di El Trueno ed El Condor, uno nero e l'altro grigio, due puledri colossali. Fino a che arrivarono alla sfida.
    Ma erano discesi gli uomini, i fantini cavalcavano da ogni parta, da Chonchol e Curacautín, da Pitrufquén e Gorbea, da Loncoche e Lautaro, da Quepe, da Quitratúe, da Labranza, da Boroa e da Carahue. E lì i centauri, forza contro forza, tentavano di sopraffarsi o di passare per primi per la bacchetta. I puledri tremavano dagli zoccoli fino ai musi pieni di schiuma. Erano mortali quelli minuti in che non si muovevano. Poi era El Trueno o El Condor il vittorioso e vedevamo passare l'eroe coi suoi grandi speroni luccicanti sul puledro bagnato. La gran festa seguiva con centinaia di commensali. Così è scritta per i saggi meridionali:

Di oliva una,
di vino una laguna
e stare attaccato
fino a rimanere schiacciato.

    Tra questa gente violenta apparve un uomo romantico che ebbe molta influenza su me: Orlando Mason. Fu il primo lottatore sociale che conobbi. Fondò un giornale. Lì si pubblicarono i miei primi versi e lì appresi l'odore di stampa, conobbi i compositori, mi macchiai le mani con l'inchiostro.
    Questo uomo faceva violente campagne contro gli abusi dei potenti. Con la crescita veniva lo sfruttamento. Con pretesto di sterminare i banditi si privava delle loro terre ai colonizzatori, agli indios erano ammazzati come se fossero conigli. Io non credo che gli araucani siano stati né ombrosi, né timidi, né deviati. Così si fecero a forza delle esperienze terribili. Dopo l'indipendenza, dopo il 1810, i cileni si dedicarono ad ammazzare indios collo stesso entusiasmo che gli invasori spagnoli. Temuco fu l'ultimo cuore dell'Araucanía.
    Orlando Mason protestava per tutto. Era bello vedere quello giornale tra gente tanto barbara e violenta che difendeva i giusti contro i crudeli, i deboli contro i prepotenti.

L'ultimo incendio che vidi in Temuco fu quello del giornale di Orlando Mason. Lo incendiarono di notte. L'incendio nella frontiera era un'arma notturna.
    Orlando Mason scriveva e pubblicò il primo libro di poesia stampato tra il fiume Bío Bío e lo stretto di Magellano. Il volume si intitolava Flores de Arauco. Lessi quei versi con grande emozione. Orlando Mason recitava i suoi monologhi o monologhi cantati nel teatro. "El artista" e "El mendigo" erano quelli di maggior successo. Per " El mendigo ", nella mia casa, mia madre e le mie zie, si strappavano i vestiti.
    Era un uomo allegro, pieno di battaglie.

L'estate è bruciante in Cautín. Brucia il cielo ed il grano. La terra vuole rimettersi del suo letargo. Le case non sono preparate per l'estate, come non lo furono per l'inverno. Io me ne vado per il campo alla ricerca della mia poesia. Cammino e cammino. Mi perdo nella collina Ñielol. Sono solo, ho la tasca piena di scarabei. In una scatola porto un ragno peloso, appena cacciato. Sopra non si vede il cielo. La selva è sempre umida, scivolo, improvvisamente protesta pubblico un uccello, è il grido spettrale del chucao. Cresce dai miei piedi come un'avvertenza terrificante. Appena si distinguono come gocce di sangue i copihue. Passo minuscolo, sotto le felci giganti. Vicino alla mia bocca passa un colombo torcaza con un rumore secco di ali. Più su altri uccelli ridono di me con risata roca. Ritrovo difficilmente la mia strada. È già tardi.
    Mio padre non è arrivato. Arriverà alle tre o le quattro della mattina. Vado di sopra, nella mia stanza. Leggo Salgari. Si scarica la pioggia come una cascata. In un minuto la notte e la pioggia coprono il mondo. Lì sono solo e sul mio quaderno di aritmetica scrivo versi. Alla mattina seguente mi alzo molto presto. Le prugne sono verdi. Salto gli steccati. Porto un pacchettino con sale. Salgo ad un albero, sto molto comodo, colgo con cura una prugna, la mordo e ne sputo un pezzetto, poi la intingo nel sale. Me la mangio. Così fino a cento prugne. Lo so già che è troppo.
    Come è incendiata la nostra casa, questo è un mistero. Salto lo steccato e guardo i vicini. Non c'è nessuno. Alzo alcuni pali. Nient'altro che alcuni miserabili ragni piccoli. In fondo c'è la latrina. Gli alberi vicino a quella hanno bruchi. I mandorli mostrano la loro frutta foderata di felpa bianca. So come cacciare i calabroni senza far loro danno, con un fazzoletto. Li mantengo prigionieri un momento e li alzo alle mie orecchie. Che prezioso ronzio!
    Che solitudine quella di un piccolo bambino poeta vestito di nero, nella frontiera spaziosa e terribile. La vita ed i libri a poco a poco mi stanno lasciando intravedere misteri opprimenti.
    Non posso dimenticarmi di quello che lessi ieri sera: il frutto del pane salvò Sandokán ed i suoi compagni in una lontana Malesia.
    Non mi piacere Bufalo Bill, perché ammazza gli indiani, ma, che buon corridore a cavallo! Che belle le praterie ed le tende coniche dei pellerossa! Ora comincio a leggere voracemente, saltando da Jules Verne a Vargae Vila, a Strindberg, a Gorki, a Felipe Trigo, a Diderot. Mi ammalo di sofferenza e di pietà con I miserabili e piango d'amore con Bernardino de Saint-Pierre.
    Il sacco della saggezza umana si era rotto e si sgranava nella notte di Temuco. Non dormivo né mangiavo leggendo. Non dico mai a nessuno che leggevo senza metodo. Chi legge con metodo? Solo le statue.
    Per tutti gli angoli della terra si entra nella conoscenza. Per alcuni è un manuale di geometria la rivelazione, per altri le righe di un poema. Per me i libri furono come la stessa selva in cui mi perdevo in cui continuava a perdermi. Erano altri fiori sorprendenti, altri alti fogliami ombrosi, misteriosi silenzi, suoni celestiali, ma anche, la vita degli uomini oltre le colline, più là delle felci, oltre la pioggia.

In quel tempo arrivò da Temuco una signora alta, con vestiti molto lunghi e scarpe dal tacco basso. Andava vestita di colore della sabbia. Era la direttrice del Liceo. Veniva dalla nostra città australe, delle nevi di Magellano. Si chiamava Gabriela Mistral.
    La vidi molte poche volte, perché io temevo il contatto degli estranei col mio mondo. Inoltre, non parlava. Ero intristito, affilato e muto.
    Gabriella aveva un sorriso largo e bianco nel suo viso bruno per il sangue e le intemperie. Riconobbi il suo viso. Era la stessa dell'operaio Monge, gli mancavano solo le cicatrici Era lo stesso sorriso tra burlesco e fraterno e gli occhi che si corrugavano, punti per la neve o la luce della pampa.
    Non mi stupivo quando dai i suoi vestiti sacerdotali tirava fuori libri che mi consegnava e che divoravo. Ella mi fece leggere i primi grandi nomi della letteratura russa che tanta influenza ebbe su me.
    Quindi andò al nord. Non ne sentii la mancanza perché avevo già migliaia di compagni, le vite tormentate dei libri. Sapevo già dove cercarli.

Indugiai forse troppo negli inizi di questi ricordi. Voglio finire presto, ho fretta. Non riesco oramai a prendere il treno notturno a Santiago per imbarcarmi più largamente nella vita.
    Retrocedo alcuni anni per raccontarvi qualche storia di uccelli. Nel lago Budi perseguitavo i cigni con ferocia. Ad essi si avvicinavano segretamente nelle scialuppe e dopo rapido, rapida remavano. I cigni, come l'albatro, intraprendono difficilmente il volo, devono correre pattinando sull'acqua. Alzano con difficoltà le grandi ali all'inizio del volo. Ma li raggiungevamo ed a bastonate li uccidevamano.
    Mi portarono un cigno mezzo morto. Era uno di quelli meravigliosi uccelli che non sono riuscito a vedere più nel mondo, il cigno dal collo nero. Un uccello di neve ed il collo come messo in una stretta calza di seta nera. Il becco arancione e gli occhi rossi.
    Questo fu vicino al mare, a Porto Saavedra, Imperiale del Sud.
    Me lo consegnarono quasi morto. Io lavai le sue ferite e spinsi pezzetti di pane e di pesce nella sua gola. Tutto vomitava. Tuttavia, andò riprendendosi dalle sue ferite, cominciò a comprendere che io ero il suo amico. Ed io cominciai a comprendere che la nostalgia lo uccideva. Allora caricai il pesante uccello nelle mie braccia per le strade lo portai al fiume. Lui nuotava un po', vicino a me. Io volevo che pescasse e gli indicavo le pietruzze del fondo, le sabbie dove stavano gli argentati pesci del sud. Ma egli guardava con occhi tristi la distanza.
Così ogni giorno, per più di venti giorni, lo portai al fiume e lo riportai a casa mia. Il cigno era tanto grande quasi come me. Un pomeriggio stavo più assorto, nuotò anche vicino a me, non si distrasse coi toporagni con cui io volevo insegnargli di nuovo a pescare. Si fece molto quieto e lo presi di nuovo in braccio per portarmelo a casa. Allora, quando lo tenevo all'altezza del mio petto, sentii che si srotolava un nastro, qualcosa come un braccio nero mi sfioravo il viso. Era il suo lungo ed ondeggiato collo che cadeva.
    Così seppi che non cantano i cigni morendo, quando muoiono di tristezza.

Non ho parlato gran che della mia poesia. In realtà capisco ben poco di questa materia. Perciò sto camminando con le presenze della mia infanzia. Forse, da tutte questi piante, solitudini, vita violenta, escono i veri, i segreti, i profondi trattati di poesia che nessuno può leggere perché nessuno li ha scritti. Si impara il poesia passo a passo tra le cose e gli esseri, senza separarli bensì aggregandoli a tutti in una cieca estensione dell'amore.
    Una volta cercando i piccoli oggetti ed i minuscoli esseri del mio mondo della mia casa in Temuco, trovai un buco in una tavola del recinto. Guardai attraverso il vuoto e vidi un terreno uguale a quello della mia casa, incolto e silvestre. Mi ritirai alcuni passi, perché vagamente seppi che andava a succedere qualcosa. All'improvviso apparve una mano. Era la mano piccolina da un bambino della mia stessa età. Quando accorsi non c'era la mano perché al posto suo c'era una meravigliosa pecora bianca.
    Era una pecora di lana sbiadita. Le persone erano fuggite. Tutto la faceva più vera. Io non avevo visto mai una pecora tanto carina. Guardai nel buco, ma il bambino era sparito. Andai a casa mia e ritornai con un tesoro che gli lasciai nello stesso posto; una pigna di pino, socchiusa, odorosa e balsamica che io adoravo. La lasciai nello stesso posto ed andai via con la pecora.
    Non vidi mai più né la mano né il bambino. Non sono riuscito neanche a vedere mai una pecorella come quella. La persi in un incendio.  Ed ancora ora in questo 1954, molto vicino ai cinquanta anni quando passo per un negozio di giocattoli, guardo ancora furtivamente alle finestre. Ma è inutile. Mai più si fece un pecora come quella.
    Io sono stato un uomo fortunato. Conoscere la fraternità dei nostri fratelli è una meravigliosa azione della vita. Conoscere l'amore di quelli che amiamo è il fuoco che alimenta la vita. Ma sentire l'affetto di quelli che non conosciamo, degli sconosciuti che stanno vegliando il nostro sonno e la nostra solitudine, i nostri pericoli o i nostri mancamenti, è una sensazione ancora più grande e più bella perché estende il nostro essere e abbraccia tutte le vite.
    Quell'offerta portava per la prima volta alla mia vita un tesoro che mi accompagnò più tardi: la solidarietà umana. La vita andava a metterla più tardi sulla mia strada, sottolineandola contro l'avversità e la persecuzione.
Non sorprenderà allora che io abbia tentato di pagare con qualcosa di balsamico, odoroso e terrestre la fraternità umana. Come lasciai lì quella pigna di pino, ho lasciato alla porta di molti sconosciuti, di molti prigionieri, di molti solitari, di molti perseguiti, le mie parole.
    Questa è la gran lezione che raccolsi nel patio di una casa solitaria, nella mia infanzia. Forse fu solo un gioco di due bambini che non si conoscevano e che vollero comunicarsi i doni della vita. Ma questo piccolo scambio misterioso rimase forse depositato come un sedimento indistruttibile nel mio cuore e ad infiammare il mio animo.

Prima conferenza del ciclo la Mi Poesia, letta nel Salone
di Onore dell'Università del Cile il 20.1.1954. Testo edito
in
Capricornio, num. 6, Buenos Aires, giugno-luglio 1954.
Riprodotto in OC, !^ e 2^ edizioni, Buenos Aires 1957 e
1962, e parzialmente in CHV.


Qualcosa sulla mia poesia e la mia vita
ALGO SOBRE MI POESÍA Y MI VIDA. (Pagine 929-945.) Allí [en Macchu Picchu] comenzó a germinar mi idea de un canto general americano. (Lì [a Macchu Picchu] cominciò a germinare la mia idea di un canto generale americano). Neruda salì a Machu Picchu nel 1943 ed il poema risultante fu scritto nel 1945-1946. Il canto generale americano era cominciato prima anni, in Messico, Guatemala e Cuba tra il 1940 ed il 1943 (il capitolo "América, no invoco tu nombre en vano", di CGN, è del 1942). - La idea de un largo poema rimado, en sextinas reales, me pareció imposible para los temas americanos. (L'idea di un lungo poema rimato, in sestine reali, mi sembrò impossibile per i temi americani). Neruda pensava sicuramente agli ottavi reali (e non sestine) di La Araucana di Alonso de Ercilla e Zúñiga. - Yo me firmé Neruda por primera vez a los catorce años. (Io mi firmai per la prima volta Neruda a quattordici anni). In realtà fu a sedici (ottobre del 1920). - Una vez leí un cuento de ]an Neruda. (Una volta lessi un racconto di Jan Neruda): sulla veracità di questo ricordo, ed in generale sull'origine del nome Pablo Neruda, rimetto all'indispensabile prova di Robertson. - A propósito de estas líneas interminables... Hay gente que pone en parangón las "Alturas de Macchu Picchu" con otros fragmentos panfletarios de mi obra. (A proposito di queste linee interminabili... C'è gente che mette in paragone le "Alturas de Macchu Picchu" con altri frammenti brevi, satirici e polemici della mia opera) Che lo stesso Neruda alluda a fragmentos panfletarios della sua opera è rivelatore dell'alto grado di coscienza che aveva dell'arte poetica (e dei rischi concomitanti) che governava la sua scrittura in quel periodo. Poche linee più sotto: No quise empequeñecer mi poesía sino entregarla con la vida. (Non volli rimpicciolire la mia poesia bensì consegnarla alla vita). Così nella pubblicazione originale della rivista Aurora (1954), ma tendo a pensare di "consegnarla" come errore, invece di "integrarla" che mi sembra più congeniale.

Quasi tutti voi conoscte la Vega Central.
    Anch'io la conoscevo. Era andato come molte altre genti dalla città a comprare pomodori o stuoie o piani.
    Lì continuano a vendersi quelli bei piani di foglie di palma e le crete di Pomaire e di Quinchamalí. Più addentro si vedono montagne di cavoli cappucci, fiumi di galosce, cordigliere di patate.
    Io adoro i mercati. La prima cosa che feci a Shanghai fu andare al mercato. La stessa cosa feci nella Martinica, in Colombo ed in Batavia. I mercati tropicali ci sconfiggono esternamente come le farfalle ed i poeti del tropico.
Tutto ha colore violento ed aroma che turba.
    Ma i nostri mercati, le nostre fiere, sprovvisti dello splendore equatoriale, hanno solidi e saporiti tesori, gloriosi frutti di terra e mare australi.
    Riconosco che, come facevo prima, come normalmente facciamo, guardai molto i  frutti ed i legumi illustri della nostra Vega Central. Senza vedere uomini né donne. Non avevo mai fatto attenzione alla moltitudine di gente che trasporta che sale e scende coi sacchi che pullula e si sparge vicino alla cattedrale della verdura.
    Fino a che un giorno nel 1938 ebbi una rivelazione, di quelle che qui devo confessare.
    Giravo della Spagna. Mi invitavano in posti molto diversi per fare una chiacchierata, per ascoltarmi. C'era curiosità, quella santa ed inestinguibile curiosità dei cileni per conoscere e sapere.
    Un giorno di inverno era arrivato a casa mia deciso a mettermi in letto, stanco e infreddolito, quando mi resi conto che a quella stessa ora stavano aspettandomi per ascoltarmi da qualche parte.
    Rapidamente presi il mio cappello ed il mio cappotto, il mio libro che ebbi più vicino. Dett la carta in cui era annotata il direzione ad un amico che mi portò velocemente al posto in cui mi aspettavano.
    Era la Vega Central. Quando entrai nel locale del Sindicato ebbi un momento tremendo di vacillazione. Mi resi conto che stava tra gli scaricatori della Vega e che io non ero preparato per parlar loro.
    Ebbi la stessa sensazione che aveva turbato a Madrid, quando invitarono nell'università Federico García Lorca e me a leggere i nostri ultimi versi agli alunni di letteratura. Federico aveva preparato accuratamente il suo discorso in cui mi presentava. Quando saliamo alla tribuna ci rendemmo conto che eravamo circondati, non da un pubblico letterario, bensì per centinaia di collegiali di scuole preparatorie che facevano un rumore infernale.
Federico si alzò per parlare e rapidamente mi disse all'orecchio "Pablito che grande assurdità."
    Qui di fronte agli scaricatori della Vega, io non avevo nessuno a cui sussurrare.
    Mi sedetti di fronte a loro. Avevo solo il mio libro España en el corazón con me. Di fronte a me vedevo i tratti duri dei loro visi, le loro tremende mani sullo schienale delle panche. Quasi tutti avevano sistemati sacchi da imballo come di grembiuli. Sotto le panche scorsi quantità di sandali.
    Non mi venne in mente che cosa dir loro. Cominciai a legger loro dal libro che portavo con me. Lessi loro quelli versi della guerra della Spagna in cui tanta passione e tanti dolori si erano depositati. Passai di un verso ad un altro. Lessi quasi tutto il libro.
    Io non ho pensato mai che España en el corazón fosse un libro facile. Lì c'è l'interesse verso il mondo dell'uomo, verso la verità insanguinata dal martirio. Ma il nodo dell'oscurità sta incominciando a tagliarsi da solo.
In quel posto compresi che dovevo tagliare in definitiva con molti pregiudizi.
    Tuttavia, continuavo a leggere. Sentii all'improvviso una terribile impressione di vuoto. I caricatori mi ascoltavano in un silenzio rigoroso.
    Quelli che non sono stati in contatto col nostro popolo non sanno quello che è il silenzio del cileno. È il silenzio totale, tu non sai se è quello della riverenza o quello della riprovazione assoluta. Nessun viso ti dice niente. Se vuoi pescare un indizio galleggiante sei perduto. È il silenzio più pesante del mondo. È un silenzio di maomettani che meditano nel deserto.
    Finii la lettura dei miei versi. Allora si produsse il fatto più importante della mia carriera letteraria. Alcuni applaudivano. Altri abbassavano la testa. Quindi tutti guardarono un uomo, forse il dirigente sindacale. Questo uomo si alzò uguale agli altri col suo sacco alla vita, con le sue grandi mani sulla panca, guardandomi mi disse: "Compagno Pablo, noi siamo gente molto dimenticata, noi, posso dirglielo, non avevamo mai sentito un'emozione tanto grande. Noi vogliamo dirle...."
    E scoppiò a piangere, con singhiozzi che lo scuotevano. Anche molti di quelli che stavano vicino a lui piangevano. Io sentii la gola annodata da un sentimento incontenibile.
    Si parla molto di se la poesia deve essere questa o quello, se deve essere politica o non politica, pura o impura.
    Io non so leggere queste discussioni. Non posso prendere parte ad esse.
    La retorica e poetica del nostro tempo non esce dei libri.
    Esce da queste riunioni strazianti in cui il poeta si confronta per la prima volta col popolo. Non si tratta che qualcuno esiga da lui niente. Quando io leggo le osservazioni sulla mia poesia devo mettere nella bilancia molti fatti. Sarebbe lungo contarli.
    Quale pagina può pesare in questa bilancia di più che quell'impressionante riunione umana?
    Cominciai allora a pensare non solo alla poesia sociale. Sentii che stavo in debito col mio paese, col mio popolo.

La mia prima idea del Canto general fu solo un canto cileno, un poema dedicato al Cile.
    Volli estendermi nella geografia, nell'umanità del mio Paese, definire i suoi uomini ed i suoi prodotti, la natura vivente.
    Molto presto mi sentii complicato, perché le radici di tutti i cileni si estendevano sotto alla terra ed uscivano in altri territori. O'Higgins aveva radici in Miranda. Lautaro si imparentava con Cuauhtémoc. La terracotta di Oaxaca tu nía lo stesso fulgore nero delle crete di Chillán.
    Il 1810 era una data magica. Fu una data comune a tutti, un anno generale delle insurrezioni, un anno come un poncho rosso di ribellione che ondulava in tutte le terre dell'America.
    Quando passai per l'Alto Perù andai al Cuzco, ascesi a Macchu Picchu.
    Era da tempo che io ero ritornato dall'India, della Cina, ma Macchu Picchu è ancora più grandioso.
    Tutte le civiltà dei manuali di storia ci parlavano di Assiria, degli ariani e dei persiani e delle loro colossali costruzioni.
    Dopo avere visto le rovine di Macchu Picchu, le culture favolose dell'Antichità mi sembrarono di cartone pietra, di papier maché.
    L'India stessa mi sembrò minuscola, imbrattata, banale, fiera popolare di dei, di fronte alla solennità arrogante delle abbandonate torre incaiche.
    Oramai non potevo separarmi da quelle costruzioni. Comprendevo che se pestavamo la stessa terra ereditaria, avevamo qualcosa a vedere con quegli alti sforzi della comunità americana, che non potevamo ignorarli, che la nostra ignoranza o silenzio non solo era un crimine, bensì la continuazione di una sconfitta.
Il cosmopolitismo aristocratico c'aveva portato a riverire il passato dei paesi più lontani e ci aveva messo una benda sugli occhi per non scoprire i nostri tesori.
    Pensai molte cose dopo la mia visita al Cuzco. Pensai all'antico uomo americano. Vidi le sue antiche lotte allacciate con le lotte attuali.
    Lì cominciò a germinare la mia idea di un canto generale americano. Prima era persistita in me l'idea di un canto generale del Cile, come di cronaca. Quella visita cambiò la prospettiva. Ora vedevo lìAmerica intera dalle altezze di Macchu Picchu. Questo fu il titolo del primo poema con la mia nuova concezione.
    Precisai quello che ci era necessario. Doveva essere un poema straordinariamente locale, parziale. Doveva avere una coordinazione interrotta, come la nostra geografia. La terra doveva essere invariabilmente presente.
Scrissi molto tempo più tardi questo poema di Macchu Picchu. Com'è la preparazione di una nuova tappa del mio stile e di una nuova preoccupazione nei miei propositi, questo poema uscì troppo intriso di me stesso. Il principio è una serie di ricordi autobiografici. Volli anche toccare lì per ultima volta il tema della morte. Nella solitudine delle rovine la morte non può allontanarsi dai pensieri.
    Scrissi "Macchu Picchu" a Isla Negra, di fronte al mare.

Il mio contatto con le lotte popolari continuava ad essere sempre di più stretto. Compresi la necessità di una nuova poesia epica che non si restringesse all'antico concetto formale. L'idea di un lungo poema rimato, in sestine reali, mi sembrò impossibile per i temi americani. Il verso doveva comprendere tutti i contorni della terra aggrovigliata, rompersi in arcipelago, alzarsi e cadere nelle pianure.
   Stavo cercando sempre il tempo per scrivere il libro. Ogni giorno aveva meno possibilità di farlo. In quei giorni arrivò dal Cile una di quelle onde persecutorie che caratterizzano la nostra povera America. Questa volta mi raggiunse e dovetti andare di luogo in luogo affinché non mi trovassero.
    Nel nostro continente la libertà è un articolo superfluo, è come un pezzetto di bandiera che i nostri paesi potessono toccare appena, ogni tanto, e che è prontamente lo porta via il vento.
    Per sfuggire alla persecuzione non potevo uscire da una stanza e dovevo cambiare molto spesso posto. La prigione ha qualcosa di definitivo in sé, una routine ed un termine. La vita clandestina è più senza tranquillità e non si sa quando finisce. Dal primo momento compresi che era arrivata l'ora di scrivere il mio libro. Studiai i temi, disposi i capitoli e non smisi di scrivere neppure per cambiare rifugio.
    In un anno e due mesi di questa vita strana fu finito il libro. Era un problema tirare fuori gli originale dal paese. Gli feci una bella facciata in cui non c'era il mio nome. Gli misi come falso titolo Risas y lágrimas di Benigno Espinoza. In realtà non gli stava male questo titolo.
    Molte cose curiose stavano in questo libro. Fu anche nuovo per me arrivare a scrivere poesia sei, sette otto ore di seguito. A metà strada mi mancarono libri. Man mano che approfondivo la storia americana mi erano necessarie fonti informative. È curioso come apparvero sempre come per miracolo quelle di cui io avevo bisogno. In una casa ospitale ed un po' contadina in cui stetti, trovai dentro un vecchio armadio una Enciclopedia Ispano-americana. Ho detestato sempre questi libri che si vendono a rate. Non mi piace vedere quelli tomi, rilegati per studi. Questa volta il ritrovamento fu un tesoro. Quanti cose che non sapevo, nomi di città, fatti storici, piante, vulcani, fiumi!
    In una casa di gente di mare in cui dovetti rimanere circa due mesi, domandai se avevano qualche libro. Ne avevano uno solo e questo era il Compendio de la historia de América, di Barros Arana. Proprio quello che mi necessitava.
    I capitoli che scrivevo erano portati immediatamente e copiati a macchina. C'era il pericolo che se mi scoprissero si perdessero gli originali. Così si potè preservare questo libro. Ma io, negli ultimi capitoli, non avevo nessuno dei precedenti, e così non mi resi conto esattamente di quanto avevo fatto fino a pochi giorni prima di uscire dal Cile. Mi fecero anche una copia speciale che potei portarmi nel mio viaggio. Così attraversai la cordigliera, a cavallo, senza più vestiti che il ricambio, col mio buon grosso libro e due bottiglie di vino nelle bisacce.
    Benché molti di voi non lo sappiano, il libro si stampò anche in Cile. È forse il fatto più straordinario successo ad un libro di poesia. Sono frequenti le stampe illegali, non molte quelle di versi, ma stampare un libro di cinquecento pagine, con illustrazioni, clandestinamente, è qualcosa di memorabile.
    Si presero molte precauzioni e tra le altre quelle di tirare fuori delle stampe i fascicoli stampati e conservarli in altri posti. Poi fu un lungo lavoro riunirli per l'a rilegatura. Questo durò più due anni. È curioso che, dopo me, sia stato il mio libro quello che continuò a vivere gli stessi episodi della vita clandestina che io vissi. Come è difficile nascondermi, poiché sono riconosciuto tanto facilmente, fu difficile occultare quel grosso volume, tirarlo fuori di notte all'improvviso quando il pericolo si avvicinava, depositare le enormi quantità di carta in un posto più sicuro, fare che si unisse colle sue copertine, cucirlo e distribuirlo uno alla volta.
    Passando la cordigliera in quelli giorni, aiutato, come il mio libro, dall'insuperabile fraternità, pensai in che nonostante tutto il mio amore per le piante e gli alberi che mi circondavano, non avevo aiuto di esse. L'uomo è la cosa centrale. È l'uomo l'avvenimento. Più tardi scrissi il primo capitolo di Las uvas y el viento ricordando tutto quello.

Il Canto general è stato tradotto integramente da una persona, Alice Ahrweiler, in francese, da Dario Puccini in italiano, da Erich Arendt in tedesco. Questa è una bella edizione. Lo dico perché mi è appena arrivato in questi giorni il primo esemplare e sono felice di vedere tanto bene il mio libro vestito, pubblicato dall'Editoriale Paese e Mondo della Repubblica Democratica Tedesca. Nell'Unione Sovietica esce in questi giorni l'edizione russa. Lì si fece la traduzione in forma collettiva. Ci sono undici traduttori, tra essi, Ehrenburg, Tíjonov, maestri della letteratura russa. Ci sono ispanisti come Kelin nel gruppo e poeti famosi come Kirsánov, discepolo ed amico di Mayakovski.
    L'Unione Sovietica è il paese che compensa meglio il lavoro intellettuale nel mondo contemporaneo. E così la traduzione del Canto general, nell'aspetto economico, risulterà per voi astronomica. Me la calcolo come cosa curiosa. Sono tredicimila versi, mi sembra. Ad ogni traduttore è pagato credo 10 rubli per riga, salvo ai premi Stalin che devono ricevere doppia quantità. Questi sono sette del gruppo di undici traduttori. Tredici mille per dieci sono centotrentamila, più settantacinquemila, sono duecentocinquemila rubli solamente nella traduzione, senza contare le spese di stampa, né i diritti d'autore. Questa somma equivale a cinquantunomila dollari, cioè, più di dodici milioni della nostra moneta.
    Anche in Polonia il Canto general è stato tradotto da una squadra di traduttori. Il sistema è così. Ci sono uno o due traduttori letterali. Questi predispongono una brutta copia che l'Unione di Scrittori distribuisce nella squadra di poeti. Il caporedattore è il gran poeta Jaroslav Iwaskiewicz.
    Con questo stesso sistema di brutta copia letterale preventiva traduce il libro a Praga il più grande poeta ceco Vitevold Nezval. Il gran Nezval è un poeta molto occupato, e così credo che mai leggeranno interamente i cechi il Canto general. Tuttavia lì ho molti lettori e c'è una strada Neruda. Ma non si tratta di me bensì dello scrittore Jan Neruda. Questo Jan Neruda scrisse molta sopra l'umile gente dei quartieri poveri di Praga. Col cambiamento di regime, le democrazie popolari hanno fatto un culto da quelli scrittori ed artisti che rifletterono la vita del popolo. Jan Neruda è, dunque, un eroe centrale nella nuova vita della Cecoslovacchia. Ed io per i cechi sono un po' suo nipote.
    Quando io fui eletto senatore mi scrissero i cechi di Chicago: "Siamo orgogliosi col governatore Czermak (che credo che fosse qualche gangster). Con lei abbiamo due cechi nella vita pubblica delle Americhe."
    Neruda è un cognome abbastanza corrente in Praga. Io mi firmai per la prima volta Neruda a quattordici anni. Aveva bisogno di un nome affinché mio padre non vedesse i miei poemi nei giornali. Egli gettava la colpa ai miei versi delle mie cattive note in matematica. Una volta lessi un racconto di Jan Neruda che mi impressionò moltissimo. Quando ebbi bisogno di uno pseudonimo ricordai quello scrittore sconosciuto da tutti e come un omaggio, e per proteggermi dalle ire di mio padre, firmai Pablo Neruda. Poi questo nome proseguì con me.
    La traduzione vera e completa che prende l'impeto poetico e che non perde un dettaglio, è quasi impossibile. Io lo vedo nelle traduzioni dei miei versi. Ci sono a volte errori gravi. In una che tradussero "disparo" per "disparu" che significa scomparso. E questo fu un traduttore francese di grande categoria letteraria.
    A volte mi arrivano interminabili liste di parole il cui senso mi domanda il traduttore bulgaro, o cinese, o italiano. Che cosa vuole dire copihue? Che cosa vuole dire loica? Che cosa vuol dire Poblete?
Raconto a voi tutti questi dettagli delle traduzioni perché sono parte dell'intimità e dell'ambito espansivo di un libro di questa epoca.
    Prima i libri cadevano come pietre in un pozzo. Ora hanno nuove e larghe strade.

A proposito di queste linee interminabili che mi arrivano dei traduttori, voglio trattare un altro problema del Canto general. Molta gente mi rimprovera di avere messo in esso incidenze e personaggi minimi della vita del Cile e del continente. C'è gente che mette in paragone le "Alturas de Macchu Picchu" con altri frammenti parziali della mia opera.
    Vediamo come stanno le cose.
    In primo luogo, la vita di un'epoca non la fanno solo le cose alte ed i nobili personaggi. La corrente di un paese nel suo sviluppo è formata da infiniti grani differenti, da azioni sconosciute, da ostacoli che sembrarono a volte piccoli e vili, ma che sono parte del grande tutto. Pensai molte volte scrivendo su Martí ed O'Higgins se avrei scritto i nomi di Ubico, di Machado, di Melgarejo, dei tirannelli americani e la loro coorte cortigiano.
   Credei che dovessi farlo in quello libro.
    Non potevo fare un libro solo su cose sublimi, su alte montagne ed alti eroi. Dovevo cambiare il tono, come cambia la vita e la terra del continente. Dovevo fermarmi nel minuscol e per questo scelsi un tono di cronaca, un stile deliberatamente prosaico, che contrastasse con le splendenti visioni. Scrissi passo a passo, come chi cammina per strade storte, contando le pietre e gli incidenti stradali. Non volli rimpicciolire la mia poesia bensì integrarla con la vita.
    Non sono queste difese del mio libro. Un libro vasto come Canto general piacerà in parte ad alcuni, in un'altra parte ad altri. A molti non piacerà loro niente. La mia ambizione è riuscita lasciandolo come un vasto paesaggio.
    In qualche posto c'è acqua che corre, in un altre pietre e pozzanghere. Ognuno cerchi in esso la sua strada, in accordo col suo amore per la realtà o i sogni.
    Prima di lasciare dietro il Canto general non voglio dimenticare un altro libro di consultazione, uno dei che più mi servirono: è il libro Les aves de Chile, dei signori J.D. Goodall, A.W. Johnson, Dr. R.A. Philippi B., pubblicato solo nell'anno 1951. Conosco pochi libri tanto belli su un paese come questo. Da allora mi accompagna dappertutto. È uno dei miei libri di testata ed un'opera che, a parte il suo sedimento scientifico, è una feconda, prolissa ed attiva azione di amore.

I miei amici più costanti in Francia furono Aragon e Paul Èluard. È curioso che questi due surrealisti sfrenati arrivassero per diverse strade ad un'uguale comprensione dei fatti e la vita.
    Furono molto differenti sempre.
    Aragon ha un'intelligenza tagliente ed una destrezza polemica travolgente. Non è solo un gran poeta, un gran saggista ed un romanziere straordinario del nuovo realismo, bensì un organizzatore scrupoloso. Non so come può fare contemporaneamente tante cose. In realtà, mezza Francia intellettuale sta aspettando qualche nuovo progetto da Aragon, con quello che questi portano di irritazione, di illuminazione e di vita. Ha appena scritto ora un lungo studio sostenendo che la poesia rimata è la poesia nazionale della Francia. Questo articolo è caduto come una bomba tra i giovani poeti. Si è prodotto l'impatto. Ora a lavorare con questa nuova agitazione in marcia.
    È tremenda la passione intellettuale dei francesi. Perciò, nella pittura, per esempio, i nostri giovani pittori americani si attaccano come mosche alle teorie. Girano parlando molto e dipingendo poco.
    La cosa grave per noi è che i pittori ben dotati della nostra America che prima hanno dipinto paesi, alberi e cieli americani, tornano da Parigi dipingendo circoli e linee. Il cosmopolitismo li ha schiacciati. Gli ha tagliato la radice. La cosa bella è sostenere lì le cordigliere e la nostra visione estesa della vita reale. Sta bene che la gente delle città di nove milioni di abitanti che vedono appena cavalli, non li dipingano. Ma noi dobbiamo vedere dipinto quello che conosciamo ed amiamo. Inoltre, si dipinsero già abbastanza le cattedrali e mai le araucarie, si dipinse già abbastanza Neuilly-sur-Seine e mai Lota e Coronel, etc.
    È terribile pensare ai dolori della nostra America, ma è meraviglioso pensare a tutto quello che dobbiamo fare in lei. Abbiamo responsabilità e partecipazione in tutto quello che si fa.
    Differente ad Aragon era Paul Éluard.
    È solo un anno che è morto. Ancora la Francia è commossa per la sua perdita. Aveva una maturità visibile e dolce che saliva fino ai suoi grandi occhi chiari, come una frutta azzurra. Quasi giornalmente ci visitavamo ed io lo convinsi affinché venisse in Messico al Congresso della Pace.
    Siccome fui malato in Messico, tutti i miei desideri di mostrargli quel paese grandioso e sorprendente fallirono. Si lamentava tutti i giorni nella mia stanza "... non faccio che andare dall'hotel al Congresso... tutti i giorni la stessa cosa... questo è come Parigi... è tanto brutto come il mio quartiere...."
    Un anno prima era rimasto vedovo e si sentiva terribilmente solo. Ma in Messico un giorno arrivò cambiato. Aveva conosciuto a Dominique. Si sposarono poco dopo in Francia.
    Morì scrivendo versi d'amore.
    Amava straordinariamente il suo paese. Il ricordo del surrealismo passò una volta tra noi. Stavamo nel balcone della mia casa, nel Quai d'Orléans, dietro Notre Dame. Cadeva lentamente il pomeriggio d'inverno. Quanto ho amato quello punto di Parigi. Le grandi barche passavano sulla Senna, quiete e lente. Una nebbia stava avvolgendo l'abside della gran cattedrale. La guglia gotica risaltava contro il cielo come un insetto d'argento.
    - Che bellezza! - mi disse Paul, guardando la cattedrale.
    - Tuttavia, durante il surrealismo tu proponesti che si distruggesse Notre Dame - gli dissi ridendo.
    Un largo sorriso lo riempì il viso:
    - Niente di cose piccole - mi disse. "Niente di meno che la Cathédrale" - e rideva a crepapelle come un ragazzino.
    Stavo scrivendo a Los Guindos, un anno fa, quando mi arrivò un telegramma. L'aprii. Paul Éluard era morto.
Sono abituando a questi messaggi. L'albero dell'amicizia si va sfogliando, continuano a cadere i più alti frutti, l'inverno e la morte continuano a lasciare i rami nudi. Anch'io, è naturale, qualche giorno.
    Ma Paul... La metà della Francia è finita per me. Girare a Parigi era per me ritornare alla nobile amicizia di Paul Éluard, alla sua intransigente intimità, alla sua fede nella vita.

Ehrenburg lo conosco da molti anni. È un uomo che sempre risveglia interesse. È un maestro mondiale della polemica. Mi ricorda un po' Swift per il suo stile demolitore sempre inatteso. Quasi tutti i giorni lo vedo nella sua casa, a Mosca. Ha quantità di cani. I suoi amici dall'Inghilterra gli scrivono su gravi temi e sui cani. All'improvviso riceve una lettera di un famoso scienziato o di una lord laburista. Si tratta quasi sempre di cani.
    Mangiamo questa notte con gli Ehrenburg. Le pareti sono coperte da litografie di Picasso. Sembrano vetrate nere, visi bizantini che stanno meglio che mai lì, nel cuore di Mosca.
    Nel tavolo russo si mette tutto sopra di lei. Io tanto mi sono seduto in questa che conosco tutto quello che c'è. I russi mangiano molto ed Ehrenburg è molto esigente, inoltre. I suoi amici dei posti più lontani gli portano golosità. Io gli porto qualche bottiglia dal Cile. Ride molto di me, perché è francofilo nel vino fino all'esagerazione. Gli parlo di nostri Santa Ritas, Tocornales, ma invano. Alza il bicchiere di vino cileno: "Passabile", mi dice. Io gli dico che non vuole convincersi. Questa discussione continua in vari continenti quando viaggiamo insieme. Dovremo invitarlo qualche volta a provare con più ampiezza e più intimità il nostro orgoglio nazionale.
Sul tavolo ci sono tutte le cose che mi piacciono e molte che ignoro. Ci sono bottiglie piccole con vodka trasparente. Ci sono cetriolini freschi, adorabili, come solo li produce la terra russa. C'è un gran fiasco di caviale in mezzo al tavolo e molto burro. Ci sono alcune sardine di cattivo aspetto che sono meravigliose, che si chiamano Sprats. Ehrenburg dice sempre: "Come puoi mangiare questa porcheria." Si vede che sono stanchi degli Sprats. Mi piacciono alla follia. "Lascialo tranquillo che gli piacciono", dice Luba, sua moglie. Ehrenburg mi sta sempre rimproverando. Dice che sono un americano male educato. Ha ragione. Sul tavolo c'è inoltre, prosciutto ineguagliabile, salmone affumicato in pezzi magri, colore di melone, ci sono alcune tortore grasse, fredde, che si chiamano Gelinottes, grandi come polli. Ci sono infinite cose nei piatti piccoli sul tavolo. Porteranno anche della cucina un gran pesce del Volga, avavvolto in vapore dorato. I vini sono del Caucaso e della Georgia. La gente gli manda vini dei kolchoz.
    Arrivano gli amici. Arriva Sávich. È l'uomo che più conosce la mia poesia nell'Unione Sovietica. È intelligente e fine. Arriva Símonov col suo viso di abitante di Chillan, bruno e dai brevi baffi, con la sua bella moglie, qui famosa. Arrivano altri.
    Ehrenburg è il gran conversatore classico, quello che sta sparendo dal mondo. Comincia a parlarci di un domatore di animali. Questo uomo adorava le fiere ed aveva comunicazione perfino coi più piccoli animali. Era una grande personalità nel mondo dello zarismo e passò con tutta la sua ménagerie attraverso la rivoluzione e la guerra. Faceva che i cani facessero cose incredibili che arrotolassero e srotolassero tappeti che formassero nomi con lettere separate. Aveva studiato questo uomo le scoperte di Pávlov sui riflessi condizionati. Questo gli dava una conoscenza profonda della vita animale. Durante la rivoluzione stava in un hotel vicino agli Ehrenburg. Luba Ehrenburg che è molto elegante, portava un carino cappello. All'improvviso una scimmia si sedette nella sua testa. Immobilizzata dal terrore e dal rispetto non potè dire niente quando la scimmia lasciò il suo ricordo. Secondo il domatore i suoi animali non avevano mai la colpa. Più tardi era necessario ottenere una magione per i suoi animali. Ce n'era una di alcuni nobili che emigrarono. Il domatore aveva dato un'occhiata a questa bellissima casa.

Nel tavolo russo non si parla se non di cose gradevoli ed allegre. Quello paese terrorizzato, quello paese di tenebre, esiste solo nei cablogrammi dell'United Press. Stanno facendo sempre scherzi e raccontando storie.
    Símonov ha la sua casa in Georgia e lì scrive teatro e poesia. Ci dice che in Georgia i brindisi sono storici. Mi racconta molti bei e poetici brindisi georgiani. Al tavolo georgiano bisogna portare sempre un nuovo brindisi sentimentale o picaresco. Ricordo uno che ci raccontò quella notte. È il brindisi per la vera amicizia:
    Iván non è arrivato a casa quella notte. Inquieta, Tatiana manda dodici telegrammi a dodici dei suoi migliori amici: "Sono molto inquieta. Iván non arrivò ieri sera a casa. Dimmi se l'hai visto." Alla mattina seguente ricevè dodici telegrammi dei dodici differenti amici e tutti dicevano la stessa cosa: "Rimaniti tranquilla, cara Tatiana. Iván dormì molto bene nella mia casa tutta la notte." Il brindisi è allora: "Beviamo per la vera amicizia."
    Niente di quello che racconto loro ha gran importanza. Potrei parlar loro della più grande università del mondo che ho visto lì, o del mare o delle selve artificiali che hanno creato i sovietici. Gli racconto queste cose minuscole perché lì la gente è tanto semplice come da tutte le parti. Si ride delle stesse cose. Per dir loro che i russi, dopo tante guerre ed incredibili patimenti, sono, ancge i più eminenti, gente piena di allegria, di bontà e di semplicità.
Anche Ehrenburg sta sempre cercando piante. Un giorno nella sua casa mi disse, mostrandomi un vaso da fiori: "Che cosa è questo?"-"È è un gelsomino", gli risposi. "A vedere, annusalo", mi disse. "Che annuso?" me l'avvicinai al naso ed immediatamente gli dissi: "Odora di fragole." "Sei sicuro?"
    Il fiore esalava un forte odore, un penetrante aroma di fragola. "Decisamente" odora di fragola, gli dissi.
    "Che buono! Lo portai ieri dalla Siberia. Come sarebbe contento di sentirti il vecchio Lysenko. Da dieci anni sostiene che i gelsomini hanno odore di fragola!"
    Sono i miracoli della scienza sovietica. Le nuove coltivazioni sono le più grandi ambizioni dell'uomo.

Tra i miei nuovi amici di là lontano voglio parlarvi del poeta turco Nazim Hikmet. Non vedranno mai voi questo nome nelle strane riviste culturali che qui leggiamo. Tuttavia, è il primo poeta, il poeta nazionale della sua patria, la Turchia. Io lo considero come uno dei più grandi poeti viventi.
    Il popolo turco sa a memoria i suoi versi, ma il suo nome non può pubblicarsi in Turchia.
    Parlo loro di lui perché dei miei nuovi amici è come se ci avessimo allevati insieme. Tutti voi lo vorreste. Mi piacerebbe vederlo qui, in questa tribuna, con la sua alta statura ed i suoi occhi chiari (non sembra turco) recitando i suoi versi in quella lingua strana. I poeti orientali dicono i loro versi come se cantassero.
    Come darvi idea della bontà, l'interezza e la simpatia di Nazim Hikmet?
    Il gran patriota turco, molestato dalla tempesta politica della sua patria, vive esiliato a Mosca. Quando io sono passato per di lì, abbiamo dovuto accettare insieme inviti di studenti ed operai per leggere i nostri versi e conversare con loro.
    Ride di me perché dice che io incomincio sempre allo stesso modo:
    - Cile, il mio paese, sta lontano e è il paese più bello del mondo. È lungo, magro come un filo di spada, tra la cordigliera più alta e l'oceano più largo...
    - Già con quello ti conquisti alla gente - mi dice -. Che cosa posso io dire della Turchia, allora?
    Ma dice molte cose...
   Circa da quindici anni l'ebbero imprigionato, per alcuni versi scritti nella sua gioventù. Solo uno sciopero della fame di molti giorni ed i richiami del mondo intero gli diedero la libertà.
    Mi racconta che ancora ora dopo due anni che vive nel mondo libero non acquisisce ancora le nozioni della chiave e della luce elettrica.
    Si dimentica le chiavi perché per quindici anni altri aprirono e chiusero la sua cella.
    Si dimentica di spegnere la luce nella notte, coricandosi, perché per quindici anni dormì sotto un'ampollina accesa.
    È il più allegro degli uomini. Sta sempre chiedendo del Cile. Gli racconto le grandi lotte del paese nel nord, nel salnitro, gli faccio la descrizione dai miei amici, gli dico che belle sono le cilene, e gli racconto come una volta per strada, essendo molto giovane, mi guardò una ragazza tanto bella che mi rialzarono perché la sua bellezza mi aveva fatto cadere.
    - Sei un esagerato - mi dice -, dovrò andare a vedere tutto quello.

Incominciai parlandovi del Canto general e finii raccontando le storie dei miei amici di altri mondi viventi.
È uguale. Questa è stata la continuità della mia vita e da questa nasce la mia poesia tanto direttamente come una pianta dalla terra. Voglio dirvi che nessuna cosa di fuori cancellò mai il mio senso essenziale. Portai in le tutte parti il nostro, affermai in tutti i posti la mia coscienza americana, la mia condizione di poeta cileno. Forse per questo mi vollero molto e mi lessero in posti lontani. Se ho portato questi ricordi per finire questa chiacchierata è perché la mia poesia si estese per quelle regioni e lì lasciò numerosi, freschi e fermi amici per la mia patria.
    Non solo essi ricordo.
    Se avesse più tempo...
    Vi racconterei come sono andato col cantore nordamericano Paul Robeson parlando per pomeriggi interi, come raccantò per me solo in un temporale di neve e come egli mi promise che ascolteremo qualche volta in Cile la sua voce sovrana.
    Che cosa dovete vedere voi nel motivo di queste conversazioni? Che cosa dovete vedere voi con la mia poesia?
La mia nuova poesia vuole unire gli uomini più distanti. Vuole finire con l'incomunicabilità diretta.
Vorrei che il mio paese compiesse solo quella missione nel mondo. Intromettersi davanti alle grandi potenze e far loro una ferma chiamata di conoscenza, di intelligenza e di amicizia.
    Che si ascoltino nella nostra patria tutte le voci del pianeta. Che un piccolo paese riconquisti in sé stesso la convivenza perduta.
    E se non si può farlo immediatamente e dai suoi ministeri, permettete che un poeta, con ricordi di pioggia e battesimo di lotte, si decida a compiere colla sua poesia questi doveri di fraternità e lo faccia da questa università anche se piccola non minore università. Ho proposto come compito alla mia poesia che lavori con tutta sua la forza e la sua tenerezza perché gli uomini più distanti e le nazioni più differenti vivano in pace, scambino la loro saggezza, si rispettino e si amino.
    Io so che se la mia poesia riesce ad avanzare un poco in questa strada, avrò compiuto i doveri più puri di un poeta ed i mandati più profondi della mia patria.

Seconda conferenza del ciclo la Mi Poesia, letta nel Salone
di Onore dell'Università del Cile il 21.1.1954. Testo
edito in
Aurora, núm. 1, Santiago, Luglio 1954.


[Il Rettore ha avuto parole magnifiche]

Il Rettore ha avuto parole magnifiche. Tra esse sottolineo quelle che nel suo discorso si riferirono al poeta ed al suo paese.
    Io sono, una volta ancora, quel poeta.
    Dico una volta ancora, perché fu dovere di tutti, attraverso la storia, adempiere a questa relazione. Adempierla con devozione, con sofferenza e con allegria.
    La prima età di un poeta deve raccogliere con attenzione appassionata le essenze della sua patria, e dopo deve restituirle. Deve restituirle, deve donarle. Il suo canto e la sua azione devono contribuire alla maturità e la crescita del suo popolo.
    Il poeta non può essere sradicato, neanche con la forza. Anche in quelle circostanze le sue radici devono attraversare il fondo del mare, i suoi semi seguire il volo del vento, per incarnarsi, un'altra volta, nella sua terra.      Deve essere deliberatamente nazionale, assennatamente nazionale, maturamente patriota.
    Il poeta non è una pietra persa. Ha due obblighi sacri: partire e ritornare.
Il poeta che parte e non ritorna è un cosmopolita. Un cosmopolita è appena un uomo, è appena un riflesso della luce moribonda. Soprattutto in queste patrie solitarie, isolate tra le rughe del pianeta, testimoni integrali dei primi segni dei nostri paesi, tutti, tutte dai più umili fino ai più orgogliosi, abbiamo quella di continuare a creare la nostra patria, di essere un po' tutti essa.
    Io raccolsi in questi libri della cultura universale, queste conchiglie di tutti gli oceani, e questa schiuma dei sette mari la consegno all'università per dovere di coscienza e per pagare, in parte minima, quello che ho ricevuto del mio popolo. Questa università non nacque per decreto, bensì dalle lotte degli uomini, e la sua tradizione progressista, rinnovata oggi dal rettore Gómez Millas, viene dalle scosse della nostra storia e è la stella della nostra bandiera. Non si arresterà nel suo cammino. Sarà qualche giorno l'università futura più larga e popolare, conseguenza delle trasformazioni profonde che aspettiamo. Raccolsi questi libri da tutte le parti. Hanno viaggiato tanto quanto me, ma molti hanno quattro o cinque secoli più che i miei attuali cinquanta anni. Alcuni me li regalarono in Cina, altri li comprai in Messico. A Parigi ne trovai centinaia. Dell'Unione Sovietica porto alcuni dei più preziosi. Tutti fanno parte della mia vita, della mia geografia personale. Ebbi lunga pazienza per cercarli, piacere indescrivibile scoprendoli e mi servirono con la loro saggezza e bellezza. D'ora in poi serviranno più esattamente, continuando la generosa vita dei libri.
    Quando qualcuno attraverso il tempo percorra questi titoli saprà che cosa pensare di quello che li riunisse, né si spiegherà perché molti di essi si riunirono.
    C'è qui un piccolo almanacco Gotha dell'anno 1838. Questi almanacchi Gotha portavano al giorno i titoli di caduche aristocrazie, i nomi delle famiglie regnanti. Erano il catalogo della fiera della vanità.
    Lo tengo perché c'è una riga persa nella sua minuscola grafia che dice la cosa seguente: "Giorno 12 febbraio, muore in conseguenza di un duello il poeta russo Alexandr Puskin."
    Questa riga è per me una pugnalata. Sanguina ancora la poesia universale per questa ferita.
    Qui c'è il Romancero gitano dedicato per un altro poeta assassinato. Federico scrisse davanti a me quella magnanima dedica e Paul Éluard, anche lui se ne è andato, anche nella prima pagina del suo libro mi lasciò la sua firma.
    Mi sembravano eterni. Mi sembrano eterni. Ma già andarono via.
    Una notte a Parigi mi festeggiavano i miei amici. Arrivò il gran poeta dalla Francia al festeggiamento portandomi un pugno di tesori. Era un'edizione clandestina di Víctor Hugo, perseguitato nel suo tempo da un piccolo tiranno. Mi portò un'altra cosa, forse il più apprezzato di tutto quello che ho. Sono le due lettere in cui Isabelle Rimbaud, dall'ospedale di Marsiglia, racconta a sua madre l'agonia di suo fratello.
    Sono l'attestazione più straziante che si conosca. Mi diceva Paul regalandomi queste lettere: "Fissati come si interrompe alla fine, arriva a dire: "Quello che Arthur vuole... " ed il frammento che segue non si è trovato mai. E quello fu Rimbaud. Nessuno saprà mai quello che voleva."
    Qui stanno le due lettere.
    Qui c'è anche il mio primo Garcilaso che comprai per cinque pesetas con un'emozione che ricordo ancora. È dell'anno 1549. Qui c'è la magnifica edizione di Góngora dell'edirore flamenco Foppens, stampata nel secolo XVII quando i libri dei poeti avevano un'ineguagliata maestà. Benché costasse solo cento pesetas nella Libreria di García Rico, a Madrid, io riuscii a pagarlo a rate mensili. Pagavo dieci pesetas mensili. Ricordo ancora il viso di stupore di García Rico, quello prodigioso libraio che sembrava un commerciante della Castiglia, quando gli chiesi che me lo vendesse a rate.
    Anche due dei miei poeti favoriti del Siglo de Oro sono qui nelle sue edizioni originali. Sono El desengaño de amor en rimas di Pedro Soto de Rojas e le notturne poesie di Francisco de la Torre:

[...]
Chiari fuochi del cielo, ed occhi chiari
dello spaventoso volto della notte,
corona chiara e chiara Cassiopea,
Andromeda y Perseo...
[...]

    Tanti libri! Tante cose! Qui il tempo proseguirà vivo.
    Ricordo quando, a Parigi, vivevamo vicino alla Senna con Rafael Alberti. Sostenevamo con Rafael che la nostra epoca è quella del realismo, quella dei poeti grassi.
    - Basta con i poeti magri! - mi diceva Rafael, con la sua allegra voce di Cadice -. Già abbastanza magri si ebbero nel Romanticismo!
    Volevamo essere grassi come Balzac e non magri come Bécquer. Nel pianterreno della nostra casa c'era una libreria e lì, incollate alla vetrina, stavano tutte le opere di Víctor Hugo. Uscendo ci trattenevamo alla vetrina e misuravamo:
    - Fino a dove misuri in larghezza?
    - Fino ad Los trabajadores del mar. E tu?
    - Io solo fino a Notre Dame de Paris.
    Vi domandete anche qualche volta perché ci sono tanti libri su animali e piante. La risposta sta nella mia poesia.
    Ma, inoltre, questi libri zoologici e botanici mi appassionarono sempre. Continuavano la mia infanzia. Mi portavano il mondo infinito, il labirinto interminabile della natura. Questi libri di esplorazione terrestre sono stati i miei favoriti e raramente mi addormento senza guardare le effigie di uccelli adorabili o insetti abbaglianti e complicati come orologi.
    Infine, è poco quello che do, quello che devolvo, quello che metto nelle mani del Rettore ed attraverso di lui nel patrimonio della patria. Sono, in ultimo termine, frammenti intimi ed universali della conoscenza acchiappati nel viaggio del mondo. Qui stanno. Non appartengo a quelle famiglie che predicarono l'orgoglio di casta ai quattro lati e dopo vendono il loro passato in una liquidazione.
    Lo splendore di questi libri, la flora oceanica di queste conchiglie, quanto ottenni durante la vita, nonostante la povertà e nell'esercizio costante del lavoro, lo consegno all'università, cioè, lo do a tutti.
    Una parola ancora.
    La mia generazione fu antilibresca ed antiliteraria per reazione contro la squisitezza decadente del momento. Eravamo nemiche giurie del vampirismo, dell'oscurità, dell'alcaloide spirituale. Fummo figli naturali della vita.
    Tuttavia, l'unità della conoscenza continua la natura, l'intelligenza rivela le relazioni più remote o più semplici tra le cose, ed allora unità e relazione, natura ed uomo si tradursi in libri.
    Io non sono un pensatore, e questi libri riuniti sono più reverenziali che investigatori. Qui è riunita la bellezza che mi accecò ed il lavoro sotterraneo della coscienza che mi condusse alla ragione, ma ho amato anche questi libri come oggetti preziosi, schiuma sacra del tempo nel suo cammino, frutti essenziali dell'uomo. Appartengono d'ora in poi ad innumerabili occhi nuovi.
    Così compiono il loto destino di dare e ricevere la luce.

Discorso di Neruda nella donazione della sua biblioteca
personale all'Università del Cile il 20.6.1954.
Edito in
Discursos del Rettore de la Universitad de Chile,
Don Juan Gómez Millas, y de Pablo Neruda...,
Santiago, Stampe dell'Editoriale Universitaria, 1954.


Saluto i cileni
SALUDO A LOS CHILENOS. (Pagine 949-950.)  A estas alturas de mi vida, es posible que el presidente [Ibáñez del Campo] y los ministros me reciban, pero no tengo derecho a votar en las elecciones. (A queste altezze della mia vita, è possibile che il presidente [Ibáñez del Campo] ed i ministri mi ricevano, ma non ho diritto a votare nelle elezioni) In effetti, la Legge di Difesa della Democrazia (che imposta da González Videla nel 1948 mise fuori legge i comunisti) rimarrà vigente fino al 1958.

Toccando i cinquanta anni saluto da El Siglo i cileni.
    Come tutti gli uomini non li ho compiuti come volevo farlo, con quanto mi proporsi.
    Ho ancora tempo per ciò e mi sento più fertile ogni giorno.
    Continuerò a lavorare.
    Ebbi l'onore, poche volte raggiunto da un poeta, di essere compreso ed amato dal mio paese.
    La mia poesia è passata ad essere suo patrimonio.
    Sono contento ed orgoglioso che così sia.
    Tra tanti popoli amici ed amici cari vada il mio ricordo di oggi dagli uomini dell'Unione Sovietica.
    Nelle loro mani, nelle loro ferme mani sta la forza del futuro di tutti gli uomini. Il suo potere imponente, le sue realizzazioni feconde, il suo senso vasto e bello della costruzione collettiva irritano e spaventano i tenebrosi feudali ed i lupi imperialisti. Goebbels si chiama ora Foster Dulles, ed ulula vittorioso nel piccolo Guatemala.
    Ma si rompe i denti davanti alle serene torri del Cremlino.
    Io saluto gli uomini e le donne del Cile e tra tutti loro i comunisti cileni.
    Cioè i cileni tra i cileni, i patrioti tra i patrioti.
    Se il mio lavoro e la mia lotta dettero qualcosa al mio popolo, quel dono lo ricevei dall'insegnamento multiplo e creatore del partito.
    A queste altezze della mia vita è possibile che il presidente o i ministri mi ricevano, ma non ho diritto a votare nelle elezioni.
    Sono orgoglioso di non potere votare come migliaia di cileni, per essere ben chiaro il nostro pensiero e la nostra condizione di patrioti.
    La vergogna di tali fatti ricade sui governanti. Per tali peccati non c'è l'assoluzione del popolo.
    Sono contento di questo limite raggiunto. Mi sento allegro e forte. Questa allegria e questa pienezza proseguiranno al servizio del mio paese, del mio partito e della mia poesia.

Luglio 1954

El Siglo, Santiago, 11.7.1954.


[Camminando molti anni fa per il lago Ranco verso l'interno...]

Camminando molti anni fa per il lago Ranco verso l'interno mi sembrò di trovare la fonte della patria o la culla silvestre della poesia, attaccata e difesa da tutta la natura.
    Il cielo si ritagliava tra gli arroganti coppe dei cipressi, l'aria rimuoveva le sostanze balsamiche dello spessore, tutto aveva voce ed era silenzio, il sussurro degli uccelli nascosti, i frutti e legni che cadendo sfioravano il fogliame, tutto era raccciuso in un istante di solennità segreta, tutto nella selva sembrava aspettare. Era imminente una nascita e quello che nasceva era un fiume. Non so come si chiama, ma le sue prime acque, vergini ed oscure, erano quasi invisibili, deboli e silenziose, cercando un'uscita tra i grandi tronchi morti e le pietre colossali.
    Mille anni di foglie cadute nella sua fonte, tutto il passato voleva fermarlo, ma imbalsamava solo il suo cammino. Il giovane fiume distruggeva le vecchie foglie morte e si impregnava di freschezza nutrice che avrebbe continuato a ripartire nella sua strada.
    Io pensai: è così come nasce la poesia. Viene da altezze invisibili, è segreta ed oscura nelle sue origini, solitaria e fragrante, e, come il fiume, dissolverà quanto cade nella sua corrente, cercherà la rotta tra i monti e scuoterà il suo canto cristallino nelle praterie.
    Irrigherà i campi e darà pane all'affamato. Camminerà tra le spighe. Sazieranno in lei la sua sete i viandanti e canterà quando lottano o riposano gli uomini.
    E allora li unirà e tra essi passerà fondando paesi. Taglierà le valli portando alle radici la moltiplicazione della vita.
    Canto e fecondazione è la poesia.
    Lascia le sue viscere segrete e corre fecondando e cantando. Infiamma l'energia col suo movimento accresciuto, lavora facendo farina, conciando il cuoio, tagliando il legno, dando luce alle città. È utile ed albeggia con bandiere nei suoi margini. Le feste si celebrano vicino all'acqua che canta.
    Io ricordo a Firenze un giorno in cui andai a visitare una fabbrica. Lì io lessi i miei poemi agli operai riuniti, li lessi con tutto il pudore che un uomo del giovane continente può sentire parlando vicino alla sacra ombra che lì sopravvive. Gli operai della fabbrica mi fecero dopo un presente. Lo conservo ancora. È un'edizione di Petrarca dell'anno 1484.
    La poesia era passata con le sue acque, aveva cantato in quella fabbrica ed aveva convissuto per secoli coi lavoratori. Quel Petrarca che vidi sempre infagottato sotto un cappuccio di monaco, era uno di quei semplici italiani e quel libro che presi nelle mie mani con adorazione, ebbe un nuovo prestigio per me, era solo un attrezzo divino nelle mani dell'uomo.
    Io penso che se molti dei miei compatrioti ed alcuni illustri uomini e donne di altre nazioni sono accorse a queste celebrazioni, non vengono a celebrare la mia persona bensì la responsabilità dei poeti e la crescita universale della poesia.
     Se siamo qui riuniti sono contento. Penso con allegria che quanto ho vissuto e scritto è servito per avvicinarci. È il primo a dovere dell'umanista ed il fondamentale compito dell'intelligenza assicurare la conoscenza e la comprensione tra tutti gli uomini. Val bene avere lottato e cantato, val bene avere vissuto se l'amore mi accompagna.

Io so che qui in questa patria isolata dall'immenso mare e dalle nevi immense non state celebrando me, bensì una vittoria dell'uomo. Perché se queste montagne, le più alte, se queste onde del Pacifico, le più accanite, [qualche volta] vollero ostacolare che la mia patria parlasse nel mondo, si opposero alla lotta dei paesi ed all'unità universale della cultura, furono vinte queste montagne e quello gran oceano fu vinto.
    In questo remoto paese, il mio paese ed il mio canto lottarono per la comunicazione e l'amicizia.
    E questa università che ci riceve compiendo i suoi compiti intellettuali consacra una vittoria della comunità umana e riafferma l'onore della stella del Cile.
    Sotto la nostra stella antartica visse Rubén Darío. Veniva dal meraviglioso tropico delle nostre Americhe. Arrivò forse in un inverno bianco e celeste come quello di oggi, a Valparaíso, a fondare di nuovo la poesia ispanofona.
In questo giorno il mio pensiero e la mia riverenza vanno alla sua stellata grandezza, al sortilegio cristallino che continua ad abbagliarci.
    Ieri sera, coi primi regali, mi portò Laura Rodig un tesoro che svolsi con l'emozione più intensa. Sono le prime brutte copie scritte con matita e pieni di correzioni dei Soneosi de la muerte, di Gabriela Mistral. Sono scritti nel 1914. Il manoscritto ha ancora le caratteristiche della sua poderosa calligrafia.
    Penso che questi sonetti raggiunsero un'altezza di nevi eterne ed una trepidazione sotterranea quevedesca.
Io ricordo Gabriela Mistral e Rubén Darío come poeti cileni e compiendo cinquanta anni da poeta, voglio riconoscere ad essi l'età eterna della vera poesia.
     Devo a loro, come a tutti quelli che scrissero prima di me, in tutte le lingue. Enumerarli è troppo lungo, la loro costellazione abbraccia tutto il cielo.

Discorso letto nel Salone di Onore dell'Università di
Cile, il giorno 12.7.1954, atto di omaggio a 50 anni di quel
Poeta. Edito in
El Siglo, Santiago, 13.7.1954.


[Quando, tempo fa, uscii dal Cile...]

Amici carissimi:
    Quando, tempo fa, uscii dal Cile, potei albergare la mia fatica, rinnovare le mie lotte, in molti, distinti paesi.
   Mi ricevè e mi curò la vasta Unione Sovietica, con le sue generose braccia, il suo largo petto, la sua respirazione poderosa. Praga, la bella, mi lasciò dormire le notti, ed il vecchio fiume, tra le statue di pietra sacra, vegliava il mio sonno. Nella Cina antica, rinnovata all'improvviso come un favo, come un alveare dorato ed attivo, potei riposare la mia fronte. Nell'Italia, i poeti, i pittori e gli operai delle fabbriche ascoltarono i miei poemi.
    Ma, amando tutti quelli posti, il paese in cui i miei passi erranti avrebbero voluto trattenersi mi negava l'entrata, perché io ebbi, come voi, il dolore e l'onore di essere dei primi esiliati dalla Spagna. (Applausi.)
    Non è solamente politica. Se fosse solamente politica, come potrebbe mantenersi, per giorni e per mesi, che sono sembrati secoli, questa ansietà, questo desiderio vivo, questo alto fuoco che arde senza consumarsi nei quattro punti del pianeta? L'amore muove ancora, come un fiume profondo, la causa della Spagna, la causa del paese spagnolo, nella sua lotta, che, bene sanno i popoli, e lo riconoscerà la storia, non si è perso ancora.
    Ed in questo voi, erranti spagnoli, dolorosi ed allegri in un mondo di precipitazione, di angosce, di catastrofi, di minacce e di speranze, meritate non solo il rispetto di quelli che portano dentro il sangue ed il canto della Spagna, bensì di tutti gli uomini, perché avete mantenuto con rettitudine, con sacrificio, con tensione profonda, con energia, la difesa dei vostri principi e non vi ha intimoriti niente. E dove stetti, nella Mongolia lontana, in India, in Cina, tra i russi del lago Baikal in Siberia, in Francia, in Cecoslovacchia ed in Italia, da tutte le parti continua ad essere il nome della Spagna repubblicana una causa immortale di tutti gli umani.
    Non solo a quella causa ho destinato i miei versi molte volte, il mio costante ricordo ed il profondo affetto del mio cuore, ma anche all'odore della Spagna, ai suoi garofani, ai suoi mercati, alle sue strade, alla sua gente: modesta, pulita, orgogliosa e ferma; alle sue cantine ombrose, ai suoi vecchi castelli, alle sue acque precipitate; alle sue mele, al suo merluzzo, al suo olio, alle sue stelle, alla stella inesauribile di luce che è stata la Spagna per quelli che poterono conoscerla ed amarla, come io potei farlo.
    Penso già alla mia lunga vita, quante strade, quanti esseri, quanti porti, e città, e libri e viaggi, ed amori ed amicizie! Ma indelebile è rimasto nel mio petto questo amore. Indelebile è rimasto questo segno nel mio cuore. Ed è che Spagna, per un poeta di questo continente, è una vecchia mano del passato che l'accoglie. Ma se entrando nelle severe porte della madre patria, si trovano anche la fraternità, e lo spirito di rinnovamento, e si trovano il miele ed il vino ed il pane dell'amicizia; e, inoltre, in quella stessa casa e da quella stessa porta esce il vento generoso che illumina dappertutto al pianeta, allora, unite tante essenze, tanti ricordi, tanto passato, tanto futuro, allora quel ricordo non possono cancellarlo né il tempo né nessuna lotta né nessuna passione umana.
    È, dunque, una Spagna totale, senza bandiere, quella che io amo; è, dunque, una Spagna grande, con la tragica grandezza della sua storia, coi suoi terribili errori e le sue immense illuminazioni, è una Spagna totale, che incominciava il mondo a conoscere quando la sua fioritura fu schiacciata, quella che ricordiamo ed amiamo.
Mi sia permesso, in questa ora, invocare, per amore, un altro paese che anche, quando incominciava a fiorire, è stato temporaneamente schiacciato ed è la nobile e piccola Repubblica della Guatemala. (Applausi.)
    Sento troppa emozione, durante questa settimana in cui ho visto e ho abbracciato tanti amici, per dirvi parole di analisi politica. Ma c'è una riflessione politica che mi reclama: quando incominciò la guerra in Spagna io scrissi un manifesto per spiegare agli americani le cause e gli infortuni della guerra, ed attribuii il sollevamento franchista ad una delle insurrezioni militari spagnole ed americane, ad un pronunciamento. Ma non mancò un uomo, un spagnolo, che si alzasse - non lo dimenticherò mai -; non lo conoscevo: da allora è mio fratello. E si chiama Wenceslao Roces che mi disse: Ti sbagli. Non è questo un pronunciamento. Questo è il fascismo internazionale."
    Io voglio che questo esempio, portato di quelli primi giorni di lotta agli spagnoli che ancora in questo momento non l'avrebbero pensato, avvertirli di  un pericolo che ora ci riguarda noi spagnoli ed americani, quando non il mondo intero: il pericolo di un imperialismo aggressivo che si è inaugurato con sangue e distruzione e morte nel valoroso Guatemala. Così, dunque, gemellati non solo nelle speranze comuni di un'umanità felice, bensì nel pericolo evidente che quelli che sostegono Franco attacchino la pace del mondo e l'integrità delle repubbliche americane, minaccino tutti, Spagna ed America, io ringrazio per questa riunione di tanto insigni e generosi amici.

Discorso pronunciato il 18.7.1954, durante il pranzo
di omaggio che gli spagnoli repubblicani residenti
in Cile offrirono al poeta per avere compiuto 50 anni
pochi giorni prima. Edito nel periodico
Voz de Epaña,
núm. 16, Santiago, 29.7.1954.


V
La Verità di Domani (1954-1955)

Ricevendo da Ehrenburg il premio Stalin della Pace

Cari amici:
    Ilyá Ehrenburg ha dovuto attraversare la terra per portarmi il "premio Stalin per il rinvigorimento della pace tra i popoli." Quando gli chiesi che lo facesse conoscevo la sua esistenza piena di lavori, la sua laboriosa ed illustre vita di scrittore, ma pensai che onorerebbe doppiamente il mio paese e la mia patria se io ricevessi delle sue mani questa distinzione fino ad ora concessa solo ad alcuni uomini del nostro continente, tra essi il grandioso cantante Paul Robeson ed il gran romanziere Jorge Amado.
    In effetti, il tuo nome, Ehrenburg, è conosciuto e amato nel mio paese. Scrittori ed operai, contadini e musicisti, medici e minatori, centinaia di migliaia di persone semplici avrebbero voluto stringere la tua mano, guardando affettuosamente la tua testa che il tempo ha coperto di neve e gloria.
    Tutto questo popolo, vicino ai suoi fratelli dell'America Latina, sa che la tua visita è un episodio storico. Ricevono spesso i nostri paesi con onori ufficiali i sostenitori della guerra, i predicatori della distruzione atomica, i nemici accaniti della pace e della vita. Tu attraversasti continenti ed oceani per lasciare sul mio cuore una dignità appena creata che parte tuttavia dalla più pura profondità umana, un premio della pace che, per il suo nome ed il suo significato danno alla mia patria un onore che la mia sola poesia non potrebbe meritare se non fosse accompagnata per gli infaticabili aneliti del paese cileno.

L'UOMO AMERICANO E LA PACE

La lotta per l'indipendenza nazionale nei paesi americani non si è fermata. Hai pronunciato i nomi di O'Higgins e di San Martín, di quelli quali fondarono tra il mare e la cordigliera le nostre patrie pacifiche. Essi vollero che le nostre genti e le nostre culture, le nostre abitudini e le nostre bandiere fossero rispettate da tutte le nazioni. I popoli latinoamericani continuano questa lotta e sono innumerevoli gli anonimi eroi che caddero fino ad ieri stesso difendendo la dignità americana.
    Per elevare questa dignità, l'uomo americano fa sua la causa della pace ed odia i trafficanti dell'odio e del sangue.
    Se la mia poesia ha riflesso questo sentimento, se il bicchiere del mio canto ha contenuto la chiarezza ed amore, è perché io sono solo minima espressione della mia terra, piccolo battito della mia patria.

CHE IL MIO CANTO COMPIA IL DOVERE DI QUESTO TEMPO

Nella tua patria, Ehrenburg, fui ricevuto col maggiore decoro e con l'amicizia, la franchezza, l'ospitalità e l'affetto della nobile nazione sovietica. Tutte le case mi aprirono le loro porte, conobbi le sue costruzioni portentose e la sua ammirevole poesia. Posso dire che insieme ai poeti della mia età, Pushkin e Mayakovski mi aspettavano per mostrarmi tutta la grandezza sovietica.
    Io non posso dimenticarlo. E se non abbiamo potuto corrispondere nella stessa misura, il paese e la cultura del Cile ti hanno testimoniato, in molte forme, la loro stima ardente.
    Arriverà un giorno in cui riceveremo i messaggi dell'amicizia con la dignità che si meritano, allora non si intrometteranno oscuros mercenari, bestie bugiarde a diminuire la fraternità tra le nazioni.
     Ricevendo il "premio Stalin per il rinvigorimento della pace tra i paesi", ringraziando un'altra volta per l'ultima distinzione che ricevo, impegno una volta di più la mia vita, la mia parola ed il mio canto affinché continui a compiere nella misura delle mie forze, i doveri di luce, di allegria, di lotta e di amore che costituiscono nel nostro tempo l'onore dei poeti.

El Siglo, Santiago, 11.8.1954.


Il mio saluto a Gabriela

Gabriela Mistral.
    In questo mese di settembre fioriscono gli yuyos, il campo è un tappeto tremulo e giallo. Qui nella costa da quattro giorni batte con magnifica furia il Vento Meridionale. La notte è piena del suo movimento sonoro. L'oceano è aperto vetro verde, titanica bianchezza.
    Arrivi, Gabriela, amata figlia di questi yuyo, di queste onde, di questo vento gigante.
    Tutti ti riceviamo con allegria.
    Nessuno dimenticherà i tuoi canti a cactus spinosi, alle nevi del Cile. Sei cilena.
    Nessuno dimenticherà le tue strofe ai piedi scalzi dei nostri bambini. Appartieni al popolo.
    Nessuno ha dimenticato la tua "parola maledetta." Sei una decisa sostenitrice della pace.
    Per queste ragioni, e per altre, ti amiamo.
    Orbene, molti di quelli che dicono amarti lo dicono per sommarsi al tuo regno, al vasto e tragico ambito della tua poesia, ma sono in fondo i tuoi nemici, avversari di ogni poesia.
    Oggi lessi a Isla Negra un articolo di El Mercurio, pieno di melliflue lodi alla tua illustre figura. Farisei audaci! Ipocriti serpenti! Tempo fa, a causa delle tue parole in favore della pace mondiale, ti licenziavano ed era così, rispettabilmente, dopo trenta anni di lavoro in quel quotiduano nordamericano, trattata come i padroni di El Mercurio trattano Paul Robeson.
    È una tua gloria, ed la ricordo con emozione unendo il tuo nome alla voce del Mississippi nero.
    Trovi oggi, in settembre, i petali passeggeri del mandorlo e del ciliegio caduti sulla terra e le prime foglie che lottano un'altra volta, che nascono un'altra volta, chiamate dalla nostra fredda primavera.
    Così, anche, il nostro popolo. Un'altra volta lo riunirono, gli promisero maggiore pane, vestiti, caldo, giustizia, e ritornò al suo tragico inverno, alla sua abbandonata miseria. Lo lusingarono senza freno, lo ricevono oggi con pietrificata arroganza.
    Invece del maggiore pane che gli fu promesso e giurato, gli comandano una nuova legge di pali e torture.
    Ma il tuo popolo, Gabriela, è invincibile. Egli è orgoglioso di te. Anche tu puoi essere orgogliosa, pensatrice, dei semplici uomini e donne del Cile. Non accetteranno lo schiavitú. Imporranno la libertà. Non parteciperanno alla guerra, ed in tutto questo saranno come le speranzose foglie invincibili. Cercheranno la luce. Consacreranno la primavera. Acclameranno la pace.
    Sappiamo che grandi pericoli per il Cile si preparano nella terra straniera da dove vieni. Tu hai appena vissuto sconsolata, sono sicuro, Gabriella, l'atto di rapina che annichilì il Guatemala. Governa già lì la cinica e buffonesca tirannia, comandano lì i favoriti di Eisenhower, i Trujillos, Ubicos, i Batista, le Somozas sanguinanti. Già è soddisfatto il dollaro assassino.
    Nella bella terra di nostro fratello Walt Whitman un pugno di avventurieri brutali prepara il dissanguamento dell'umanità.
    Hanno ordinato al Cile che non commerci con l'Asia, che non parli con Praga né con Cracovia, luoghi della più antica saggezza, né che conoscano Polonia né Ungheria, né Bulgaria né Albania che non guardino le stelle dell'augusta Leningrado.
    I pirati del rame, sazi d'oro, negano il pane a quelli che estraggono il minerale dalla crudele cordigliera.
    Hanno deciso che nella culla di Pérez Rosales e di Vicuña Mackenna, nella tua terra e nella mia, anonimi, vigliacci topi al soldo oltraggino e rubino ai più grandi scrittori del mondo contemporaneo, che visitano la nostra patria, perché credono che la nostra patria, tua e mia, continua ad essere patria di amore e pace, terra di intelligenza.
    Arrivi, Gabriela, agli yuyo e ai cactus spinosi del Cile. Orbene occore che ti dia il benvenuto vero, fiorito ed aspro, in conformità alla tua grandezza ed al la nostra amicizia infrangibile.
    Le porte di pietra e primavera di settembre si aprono per te e nient'altro è più gradito per il mio cuore che vedere il tuo largo sorriso entrare nella sacra terra che il popolo del Cile fa fiorire e cantare.
    Perdonami perché non mi spetta solo darti il benvenuto, bensì condividere con te l'essenza e la verità che per grazia della nostra voce e dei nostri atti saranno rispettati.
    Che il tuo cuore meraviglioso poggi, viva, lotti, canti e creda nell'oceanica ed andina solitudine della patria.
    Bacio la tua nobile davanti e riverisco la tua estesa poesia.

Isla Negra, 8 settembre 1954

El Siglo, Santiago, 12.9.1954.


La verità di domani

È curioso vedere una collezione di quotidiani antichi. L'epoca appare più viva leggendo i fatti diversi di ogni giorno, le calamità, commemorazioni, trionfi, imbastiti per il caso del tempo che corre. È quello un giornale.
    Quando uno legge El Mercurio di 100 anni fa, osserva che era migliore di quello di oggi, più libero, meno dipendente del capitale straniero, più veritiero. Uno si domanda che impressione nauseabonda avrebbe del nostro paese fra 100 anni i lettori del futuro, se leggessero quella stampa, grossa di spirito e di pagine.
    Le pagine dei nostri giornali americani sono state invase dalle bugie preparate dai laboratori disintegranti del Dipartimento di Stato.
    Quando il lettore di domani cercherà la verità gli sarà difficile trovarla in questi quotidiani rarefatti, soffocati sotto il peso della menzogna interessata.
    Quando il quotidiano El Mercurio chiamò nei suoi titolari patrioti i mercenari dell'United Fruit che entravano in Guatemala protetti da aeroplani nordamericani, lasciò stampata nella nostra storia di ogni giorno, una falsità, evidente per tutto il mondo di oggi. Ma, chi disse il contrario? Dovranno leggere El Siglo, il quotidiano del popolo e della verità. Dovranno paragonare la pagina editoriale di quei quotidiani dediti a difendere integralmente l'ingiustizia, l'oppressione e la sottomissione, con le chiare pagine nelle quali El Siglo difende con irremovibile valore, il decoro della nostra vita nazionale e le aspirazioni storiche dei cileni.
    Perciò siamo orgogliosi di El Siglo. El Siglo è esempio di patrioti in cui si guarderà la storia quando la cercheranno gli uomini onesti di domani.
    Io saluto l'unico quotidiano nazionale e popolare, quotidiano di operai e di poeti, quotidiano della lotta e della verità. In lui vive, in lui continua vivente la parola di Ricardo Fonseca, ed il suo cuore fresco e fermo continua a battere in queste pagine.
    Se El Siglo non esistesse, le tenebre starebbero coprendo la fronte della nostra patria. Gran parte della luce che irradia il nostro paese la devono i cileni all'instancabile e combattente periodico del popolo.

El Siglo, Santiago, 24.10.1954.


Prologo per Efraín Barquero

Le parole si consumano nell'uso, il senso fugge delle forme, la poesia - troppo usata - si demolisce da sé stessa. Il poeta d'epoca si complica nelle frasi come il pesce nella rete, agonizza fuori dell'acqua, l'aria l'annichilisce. Così escono poemi di carta, interminabilmente arrotolati e rarefatti, di moda oscura, poemi senza pelle, senza mani, senza oggetto.
    La poesia di Efraín Barquero ha corpo. È un materiale ricco, una ricostruzione secondo le leggi della vita, con parole, con frasi che sembravano inutili e che al suo richiamo tornano a brillare come spade, rilucono come il vino, si trasformano in pietra, elevano un'altra volta la dignità del canto.
    Questo poeta portabandiera puteva insegnare poesia pura ad un reggimento di oscurantisti, ma preferì la trasparenza e con lei qualcosa di più: la poesia.
    Nessuno può dubitarlo, questo tono non inganna, chi tocca questo libro lo sentirà respirare come un essere vivo, e dopo se lo porterà questo vento della poesia, sopra e sotto, verso il mare ed i boschi, verso le vite dell'uomo.
    La natura ed il popolo si mescolano nella poesia del giovane Efraín formando un'unità spesso vittoriosa.
Poeta di classe, popolare, campestre e campagnolo, mette la sua devozione nei mestieri, nelle lotte, negli abbandoni del popolo, con la semplicità e l'orgoglio della sua origine.
    Perciò questo libro è luminoso e predice un nuovo splendore alla poesia delle no-stre terre americane. Attraversa i poeti davvero giovani, senza tenebre né tiritera soggettiva. Efraín Barquero è un poeta della verità.
Il suo canto di oggi, mattutino, si imporrà con sonora certezza. Nel suo destino ci sono acqua e foglie, fulgore ed amore, combattimento.
    In questo momento in cui gli scuri si oscurano fino a sparire a noi arriva Efraín Barquero ricevendo nel suo fine viso e restituendola nel suo canto, la chiarezza del popolo.

Los Guindos, 10 novembre 1954

Prologo ad Efraín Barquero,
La piedra del pueblo,
Santiago, Editoriale Alfa, 1954.


Ehrenburg in Cile

Se per tutto il mondo significò un avvenimento il viaggio di Ilyá Ehrenburg nell'America del Sud, per me questa visita aveva un concentrato elemento personale. Ehrenburg è uno dei pochi scrittori europei che si è sempre interessato su noi, i latinoamericani. Il suo interesse viene dalla Spagna. Già molti anni fa tradusse alla lingua russa la Coplas di Jorge Manrique. Io non conosco il russo, ma ho sentito a volte recitarlo dallo stesso Ehrenhurg, e la sua sonorità mi sembrò la stessa. Non c'è dubbio che come un rintocco risponde ad un altro, con la stessa pienezza trasportò il nostro gran amico nella sua lingua quelle strofe essenziali, fondamento di tutta la poesia della lingua spagnola.
    Perduta la Spagna, dominata dai fascisti tedeschi, italiani e nordamericani, Ehrenburg diresse la sua curiosità alla nostra America. La poesia dei nostri poeti lo interessò moltissimo, ma gli interessò anche la vita delle nostre povere genti, i monumenti antichi, la fauna e la flora di questi paesi.
    Prima di uscire da Mosca, con quell'interesse esaustivo ed ardente che mette in tutte le cose, riassunse dai manuali e dai consigli accademici una lista di piante del Cile.
    Io non potrei richiamare ad Ehrenburg un uomo politico. È vero che i suoi articoli durante la passata guerra mondiale furono tanto decisivi per la vittoria contro il fascismo come molti carri armati e numerose divisioni; ma credo che Ehrenburg combattè specialmente la guerra, l'oppressione, la mancanza di cultura. Ama le arti più popolari o più raffinate con un sentimento possessivo; fanno parte del suo territorio passionale. Quando viene chiamato "portabandiera della pace", questo, che sembrerebbe un luogo comune per molti, si applica correttamente ad Ehrenburg. Ci sono una bandiera o una mano di Ehrenburg che in qualunque parte, già si tratti di un monumento primitivo dell'Isola di Pasqua o della poesia fragrante e galante di Ronsard, si alza sulla pietra, sulle strofe o sui colori per proteggerli dalla regressione o della distruzione.
    Abbiamo in Cile un ambasciatore nordamericano che in questo punto differisce considerevolmente da Ehrenburg. Per certe ragioni di ubiquità sempre mister Beaulac si trova nel posto dei disastri. Se gli domandassimo che relazione ebbe questo corretto cava-liere con la morte tragica di Gaitán e gli ammutinamenti di Bogotà, il signore Beaulac mostrerebbe un sorriso più innocente della Gioconda. Ma lì stava il signore Beaulac quando fu assassinato quell'uomo che difendeva i diritti del popolo colombiano e da allora la morte, la distruzione, e la sottomissione agli interessi nordamericani sono passati ad essere normalità nella sfortunata Repubblica della Colombia.
    Cose simili accaddero in Grecia e Yugoslavia, dove, per coincidenza, stava rappresentando agli sfrenati militaristi yankee mister Beaulac. In quei paesi si estinse la libertà, e la fucilazione di patrioti greci è stata un avvenimento angoscioso nella nostra epoca.
    L'arrivo di Ehrenburg coincise con una grande offensiva del fascismo nordamericano contro il Cile. Un emulo, collega ed anima gemella di mister Beaulac aveva terminato in America Centrale la "operazione Guatemala" che consistè in bombardare le città indifese per installare il monopolio della frutta nel governo. Il signore Beaulac aveva la gloriosa opportunità di dirigere la conquista del Cile.
    Gli agenti nordamericani si diressero frettolosamente all'aeroporto della capitale cilena. Tutti sanno già quello che accadde. Vessarono l'illustre scrittore, saccheggiarono il suo bagaglio, oltraggiarono la legalità ed il prestigio del Cile e cercarono di tessere un grossolano racconto, stupidamente bugiardo, sul suo arrivo.
    Questi funzionari confusero la parola Genéve con Genova ed equivocarono la riunione dei quattro grandi con un congresso comunista che non esistè.
    Ehrenburg mi portava il primo esemplare del Canto general, in bozza ancora, tradotto al russo laboriosamente in anni di lavoro da dieci [o undici] poeti sovietici. Gli istruiti funzionari li mostrarono in trionfo ai giornalisti:  "Istruzioni di Mosca!", "saranno tradotte!." Perciò il Canto general andava ad essere tradotto un'altra volta, dagli sbirri, al castigliano. L'indignazione nazionale mi liberò di questa traduzione che incominciò a farsi nell'ambasciata nordamericana.
    Le altre carte di Ehrenburg erano una lista di piante cilene coi loro nomi latini ed un prospetto della compagnia scandinava di aviazione. Gli impiegati nordamericani non co-noscono il latino e credettero si trattasse di una lingua segreta. Le parole araucaria imbricata causò mal di testa a mister Beaulac.
    Il diploma secondo cui mi era concesso il premio Stalin, in spagnolo, causò una sbavante aspettativa nei circoli polizieschi. Lo fotografarono, che è come fotografare la Torre Eiffel, come documento segreto.
    Finita la stupidità, processati severamente per la protesta nazionale davanti agli oltraggi, i funzionari nordamericani propagarono leggende di sapore ridicolo. Il signor Ehrenburg portava dischi con istruzioni. Il signore Ehrenburg era portatore di consegne. Il signore Ehrenburg portava milioni nella valigia.
    Tutto passò. Davanti ad un intervento che si conoscerà qualche giorno dopo la polizia dovette consegnare il diploma e l'opuscolo della linea aerea, il mio libro e la lista di piante.
    Il presidente parlò da La Moneda: "Restituiscano tutto entro dieci minuti." E entro dieci minuti, Ehrenburg ed io riceviamo le carte rubate.
    Da quel momento la polizia smise di parlare dei dischi e dei milioni.
    Ehrenburg mi consegnò il premio Stalin della pace, in una cerimonia commovente, circondato per il rispetto e la venerazione che gli dimostrò il popolo cileno in ogni momento.
    Non finirono così le provocazioni. Sconfitti, i facinorosi ricorsero a camioncini con altoparlanti, a dischi stampati nella Radio Sociedad Nacional de Agricoltura, a pubblicazioni bugiarde sulla partenza di Ehrenburg. Queste appendici, col potere che dà loro il monopolio delle notizie, le trasmisero a tutto il mondo. Ehrenburg, tuttavia, conservò un gradito ricordo del Cile. Potè vedere per le strade, nei circoli popolari, studenteschi, intellettuali, l'intenso amore che sentono i paesi dell'America Latina per la pace, l'amicizia, l'affetto che li unisce alla gran nazione sovietica, e l'odio che si sta svegliando in ognuna delle nostre nazioni dagli invasori di paesi pacifici come Corea e Guatemala.
    Dalla partenza di Ehrenburg, si è fatto più evidente per i cileni che quelle provocazioni all'illustre scrittore erano il principio di un piano. Nuovi oltraggi si registrarono più tardi contro visitatori, parlamentari nazionali, impiegati ed operai. Le stesse forze che cercarono in forma molto villana, ed a volte grottesca, di fare della visita di Ehrenburg un incidente internazionale, continuano la cospirazione contro i diritti e le libertà pubbliche del Cile.
    Il piano nordamericano di repressione è in funzione. Ha docili esecutori che lo muovono ogni giorno. Emarginazioni, proibizioni, attentati contro la Costituzione, una rete di fili avvelenati pretende di trattenere i muscoli e l'azione del nostro paese, preparando un regime di completo arbitrio e obbligazioni, come quelli che esistono già in altri posti in America Latina.
    Il paese cileno, le sue organizzazioni, i suoi partiti politici, senza che li divida nessun stretto concetto davanti al pericolo maggiore, i suoi intellettuali, i suoi studenti, contadini, impiegati, industriali e sicuramente lavoratori faranno polvere e fumo dei tentativi di sangue di quelli quale vollero offendere Ilyá Ehrenburg e dovettero battersi in ritirata con la coda tra le gambe.
    Il grande scrittore dai capelli aggrovigliati passò per il Cile con la rapidità di un raggio; ma chi potrà dimenticare quei giorni, la sua presenza, la sua gagliardia indomita in difesa dei valori più belli dell'uomo e della terra?

Aurora, num. 2, Santiago, dicembre  1954.


Le lampade del Congresso
LAS LÁMPARAS DEL CONGRESO. (Pagine 967-992.) Conferenza-relazione sul Secondo Con-gresso degli Scrittori Sovietici (Mosca, dicembre 1954), letta nel Teatro Dieciocho, Santiago, ed e-dita in Aurora, num. 3, Santiago, aprile 1955.

Il cielo è bianco. Alle quattro del pomeriggio è già nero. La notte da quell'ora ha chiuso la città.
    Mosca è una città d'inverno. È una bella città d'inverno. Sui tetti infinitamente ripetuti si è stabilita la neve. Brillano sempre i pavimenti puliti. L'aria è un vetro duro e trasparente. Un colore soave di acciaio ed i piumini da neve che si affollano, l'andare e venire di migliaia di passanti come se non facesse freddo, tutto mostra che Mosca è un gran palazzo d'inverno con straordinari arredamenti spettrali e viventi.
    Trenta gradi sotto zero. Un'altra volta in questa città tante volte amata, questa Mosca che come stella di fuoco e neve, come acceso cuore, è situata in mezzo al petto della terra.
    Guardo dalla finestra. Ci sono guardie di soldati per strade. Che cosa accade? Perfino alla neve si è trattenuta dal cadere. Seppelliscono al gran Vishinski. Le strade si aprono solamente affinché passi il corteo. Questo gran silenzio, questo riposo nel cuore dell'inverno per il gran combattente. Avanza l'imponente accompagnamento ed il fuoco di Vishinski si reintegra colle fondamenta della patria sovietica.
    I soldati che presentarono armi al passaggio del corteo rimangono ancora in formazione. Di quando in quando qualcuno di essi fa un piccolo ballo, alzando le mani inguantate e battendo un po' coi suoi alti stivali. Per il resto, sembrano immobili.
    Dopo la Grande Guerra mi raccontava un amico spagnolo che vive da lunghi anni a Mosca, nei giorni di più intenso freddo, di più di quaranta o cinquanta gradi Fahrenheit, e giostro dopo un bombardamento, si vedeva i moscovita che mangiavano gelati per strada. "Allora seppi che i sovietici avrebbero vinto la guerra - mi diceva il mio amico -, quando li vidi mangiare gelati con tanta tranquillità in mezzo alla guerra ed il freddo."
    Gli alberi dei parchi, bianchi di neve, si sono brinati. Niente può dare idea di questi petali cristallizzati dei parchi nell'inverno di Mosca. Il sole li rende semitrasparenti, strappa loro fiamme bianche senza che si strugga una goccia della floreale struttura. È un universo arborescente che lascia passare attraverso la sua primavera di neve le antiche torri del Cremlino, le snelle frecce millenarie, le cupole dorate di San Basilio.
    Appena lontano di Mosca vedo alcune larghe rotte bianche. Sono i fiumi gelati. E nell'alveo dei fiumi immobili di quando in quando vedo, come una mosca su una tovaglia abbagliante, ad un pescatore assorto. Domando e mi raccontano tutta la tecnica della pesca d'inverno. Il pescatore si trattiene nel vasto lenzuolo gelato, sceglie un punto e rompe il ghiaccio, lo perfora fino a lasciare visibile la corrente sepolta. Allora non può pescare perché lì i pesci si sono spaventati con il picchiettare. Allora il pescatore sparge nel buco alcuni alimenti per attrarre i pesci. E va via e a qualche distanza di lì dove fa un altro buco e dopo un altro più in là. Poi ritorna al primo, getta il suo amo ed attende. Attende per ore ed ore in quel freddo da diavoli.

A tutto questo, voi siete venuti per ascoltare quello che io vi racconto del Congresso degli Scrittori e mi direte: che cosa ha a vedere questo col congresso?
    Per prima cosa vi dirò che volevo raccontarvi questo, avevo voglia di parlarvi di quei pescatori, neri su fondo bianco; per seconda cosa che non posso separare la natura dagli uomini; per terza cosa che mi costa molto incominciare a raccontare un racconto, e per quarta cosa, molto più importante, attenzione, che il lavoro degli scrittori e quello di quei pescatori artici ha molto in comune.
    Lo scrittore deve cercare il fiume e se lo trova gelato deve rompere il ghiaccio. Deve avere pazienza, deve sopportare la temperatura, la critica avversa, deve sfidare il ridicolo, deve cercare la corrente profonda, lanciare l'amo giusto, e dopo tanti e tanti lavori tirare fuori un pesce piccolino. Poi tornare a pescare contro il freddo, contro il ghiaccio, contro l'acqua, contro il critico, fino a raccogliere ogni volta una pesce maggiore.
    Lì stavano, seduti nella presidenza, i grandi pescatori, i grandi scrittori dell'Unione Sovietica. Fadéiev col suo sorriso bianco ed i suoi capelli argentati, Fedin con viso di pescatore inglese, magro ed acuto, Ehrenburg coi suoi ciuffi turbolenti ed il suo abito che benché sia nuovo dà l'impressione che ha dormito vestito, Símonov col suo viso di turco, Tíjonov.
    Lì stavano anche quelli che rappresentavano le letterature delle lontane repubbliche, popoli che prima non conoscevamo neppure di nome, popoli nomadi che non avevano alfabeto, erano rappresentati anche nella presidenza coi loro visi mongolici ed i loro libri da poco stampati.
    In due grandi medaglioni, Lenin e Gorki presiedevano dalla storia questo congresso.
    All'improvviso, la sala si alza in piedi. Hanno preso posto nella presidenza il partito ed il governo. Jruschov, Málenkov, Mólotov, Bulganin, tutti hanno avuto tempo per ascoltare le prime deliberazioni.
    In quell'atmosfera di solennità e di semplicità, che è difficile da trasportarsi a migliaia di chilometri, e vedere come nella notte seguente i quotidiani occidentali deformeranno questa semplicità solenne. Non preoccuperà El Mercurio il fatto che vicino ai lavori dell'intelligenza si situino gli uomini di maggiore responsabilità storica del nostro tempo, ma, previa una succulenta conversazione con Mr. Beaulac, consacreranno colonne della loro pesante pagina editoriale a commentare chi entrò per primo, se Málenkov, o Kagánovich, se Mólotov si sedette vicino a Bulganin, se Jruschov guardò a sinistra o a destra. Nessuno guardò a sinistra né a destra, perché il partito ed il governo sovietico e tutto il Congresso guardavano in avanti, verso la vita, verso il comunismo, e non entrò nessuno prima di un altro, tutti entrarono con la storia, tutti entrarono nello stesso momento con la volontà di lavoro, di pace e di bellezza che sta trasformando al mondo.

Molti scrittori stranieri erano accorsi e tra essi alcuni dell'America del Sud. Ma di tutti essi videnzierò un vecchio amico mio di cui vi ho parlato molte volte.

Trovai sempre Nazim Hikmet risoluto e vibrante, un'intensa preoccupazione velava i suoi occhi chiari. Da anni nell'esilio, scappato delle prigioni della Turchia, accolto dall'amore e dall'ammirazione della cultura sovietica, divora il gran poeta un'inquietudine terribile. Dopo quindici anni di detenzione nelle inumane prigioni turche visse l'idillio tessuto nella prigione, riuscì a sposarsi ed a vedere nascere a suo figlio prima di scappare miracolosamente dai boia che lo cercavano di nuovo, questa volta per condannarlo a morte. Ma non lasciano uscire sua moglie e suo figlio dalla Turchia. Si sono fatte molte pratiche burocratiche, ma fino ad ora tutto è stato vano. Fa poco seppe l'ultima notizia. Sua propria moglie ha chiesto la sua uscita al ministro dell'Interno e questo gli aveva risposto in questa forma: "Non uscirai dalla Turchia, e neppure tuo figlio. Vogliamo che egli soffra e muoia per non stare con voi. Tu lo seguirai poco dopo alla tomba e questo bambino rimarrà nelle nostre mani affinché gli insegniamo ad odiare suo padre."
    Queste parole testuali riflettono il vero viso dei nostri comuni nemici. Ma davanti a tanta inquietudine, che cosa facciamo noi? Dove sta la nostra azione solidale?
    Paul Robeson, molestato dai mastini del Dipartimento di Stato, non può uscire dagli Stati Uniti, né lo lasciano lavorare lì, nella sua patria, alla quale ha dato onore. Si sa già che Chaplin scappò per poco alla persecuzione ed alla prigione dal fascismo ufficiale nordamericano. Howard Fast, il più grande romanziere del Nordamerica, lavora sotto le stesse dolorose condizioni, come Walter Lowenfels, appena uscito della prigione, è un'altra volta perseguito e minacciato. Io chiamo qui gli intellettuali presenti a lottare contro queste persecuzioni. Che orgogliosi ci sentiremo se la piccola voce del Cile può alleviare questi dolori, può aiutare alla concordia, può riscattare le illustri vittime della crudeltà sistematica!

Con la relazione di Súrkov cominciarono i dibattiti del congresso, dibattiti appassionati ed orgogliosi. La letteratura sovietica da Gorki fino a questi giorni ha conquistato il suo posto nel mondo. Ha conquistato questo posto nonostante il boicottaggio, del silenzio e dell'ostilità dei nemici aperti o coperti dell'avanzamento della società.
     Lì vidi nel congresso le grandi difficoltà dello scrittore sovietico e lì tutte le idee furono esposte in forma appassionata ed appassionante. Il socialismo cambiò la vita di centinaia di milioni di uomini. Cambiò la terra che si vide fecondata ed estesa, l'uomo ascese fino a possibilità non sognate. Si vinse il deserto, si crearono mari, tutto il mondo ebbe pane, vestiti, libri, dignità. Allora milioni di uomini reclamarono quelli libri, ascesero alla digni-tà della musica, reclamarono la loro integrazione alla cultura.
    Si tratta, dunque, che i libri mostrino questa trasformazione, questa conquista della natura, questa salita dell'uomo. Lo scrittore sovietico non vive minacciato dalla fame. Ha tutta la libertà creativa che necessita ed il suo popolo gli esige una visione profonda e penetrante della sua esistenza.
    La scrittrice di sessantasei anni, Marietta Shaguinián, era seduta di fronte a me. Molto inquieta ed un po' sorda, mi toccò a volte aiutarlo a trovare gli auricolari perduti. Ella ci racconta che dei suoi quarantacinque anni di lavoro come scrittrice, vari di essi si svilupparono nell'antica Russia zarista. Daregli la parola per apprezzare la differenza di convinzioni:

         
Primo e più importante, la dimensione ed i tratti specifici del pubblico lettore. Noi, scrittori, non avevamo davanti a noi la gran massa della popolazione della vecchia Russia. La massa della popolazione non comprava libri, né poteva farlo. Non andava al teatro, né poteva andare, benché fosse solo per la ragione che il vasto numero di città provinciali, senza contare i villaggi, non aveva teatri in quei giorni. Non andava alle gallerie di pittura perché non c'era nessuna. Non ascoltava concerti, perché non c'erano concerti da ascoltare. Le masse del paese potevano soddisfare le sue necessità artistiche solo con i suoi propri mezzi, mezzi folcloristici - versi non scritti, racconti e canzoni e suonando strumenti folcloristici -. L' "arte" che i villaggi ricevevano della città consisteva in stampe economiche e stridenti e calendari.

Quindi ci racconta quello che accadeva agli scrittori:

    
Tutto il mondo conosce la vita di Massimo Gorki. Alla cima della sua fama fu arrestato, imprigionato ed esiliato della capitale dal governo zarista e questo accadde più di una volta.
    Ricordate la vita di Lev Tolstói. Quando ammiratori del suo genio venivano a visitarlo di tutte parti del globo, mentre i suoi romanzi erano tradotti a tutte le lingue del mondo, la Chiesa russa lo scomunicava, i sacerdoti gli lanciavano anatemi nelle chiese, i maestri nelle scuole non potevano menzionare il suo nome ed i censori proibivano romanzi come Resurrezione.
    Questa era la vita dei geni creativi. Non è necessario dire che con autori di minore talento le autorità zariste non si fermavano in nessuna considerazione.

E finisce Marietta Shaguinián:

    
Abbiamo libertà creatrice noi scrittori sovietici? Questo posso dirloro: Solo dalla Rivoluzione, solo nella terra sovietica, solo attraverso andando per il paese e sentendo la no-stra connessione col paese, siamo arrivati ad essere genuinamente liberi come artisti creativi. Sono arrivata a comprendere gli elevati propositi dello scrittore ed a lavorare per raggiungerli con quella piena libertà di scegliere, con quel solido stimolo del paese, con quel sentimento di profonda soddisfazione di essere utili che dà ad ogni artista creativo, ad ogni persona che lavora, il diritto ad una coscienza chiara ed il rispetto del suo paese.

    Queste parole della scrittrice sovietica ci avviano al centro del dibattito. Lì stanno i protagonisti della cultura, della nuova cultura, domandandosi nell'intimità: Fino a dove ab-biamo adempiuto?
    In effetti, è molto più difficile l'arte letteraria con una responsabilità diretta. Questa responsabilità non può essere evitata dagli scrittori della nostra epoca e, specialmente, dagli scrittori liberati dal capitalismo. Il problema si pone non solo nell'intenzione, bensì nei risultati.
    A me sembra più facile scrivere un gran libro nei paesi martirizzati dall'oppressione economica, che nella piena e raggiante elevazione di vita dei paesi. Questo nuovo libro ha nuove condizioni di nascita e di ambiente. Nuovi problemi per lo scrittore.
    Deve incominciare per lottare con sé stesso e questa lotta può essere mortale. Constantino Fedin è considerato uno dei più grandi valori della letteratura sovietica e fu uno dei pochi per cui il Congresso si alzò in piedi quando salì alla tribuna. Tuttavia, è stimato piuttosto per i suoi ultimi libri e dopo un lungo silenzio, silenzio pieno di lavoro.
    Prendo i due libri che stimo straordinariamente. Si tratta del romanzo che io ammiro oltremodo, Mamita Yunái, di Carlos Luis Fallas. Questo libro lo raccomando sempre. È il libro che io darei al mio amico che fa un viaggio, nello sportello del treno, sicuro di fargli un servizio. Descrive con intensità, con drammaticità ed umorismo la vita dei lavoratori bananieri dell'America centrale. Ora abbiamo un libro irreprensibile che tutti amiamo, come Un hombre de verdad, di Borís Polevói. Fallas prende un lavoro senza uscita sociale, descrive i più dolorosi stati di oppressione, di miseria, di abiezione, nell'inferno bananiero. Ma i suoi eroi non leggeranno mai il suo libro. Questo si nota nel libro di Fallas. È un'assenza generale in quasi tutti i libri della nostra America disperata.
    Orbene, il libro di Polevói sarà letto dal protagonista, da centinaia di protagonisti, dagli eroici difensori di Stalingrado, da tutti quelli che presero parte alla gran guerra patria, e tutti essi paragonano, deducono, stimano, e soprattutto aspettano profondità e precisione, nello stile, semplicità di mezzi espressivi e vicino al bruciante splendore della guerra l'eco di ognuna delle loro vite, l'indomabile energia, la costruttrice speranza degli uomini sovietici.
    Tutto quello è specchiato in quello piccolo libro semplice che si chiama in realtà Un hombre de verdad .
    Perciò la necessità vitale, permanente di illuminare la vita e la coscienza dei cambiamenti nella vita sovietica hanno fatto anche più difficile e più importante le opere dei nuovi periodi postrevolucionarios. Per il mio gusto, libri come El tren blindado, Cemento, di Gládkov, i libri che leggevamo 25 anni fa, hanno una rapidità ignea, un fulgore ed una velocità seducenti, ma non si confrontano alle opere piene di questa epoca della letteratura sovietica, ad Un verano extraordinario di Fedin, Tempestad di Ehrenburg, La cosecha di Galina Nikoláieva. Quelle opere sono come bicchieri pieni che raccolgono con generosità la grandezza della vita sovietica.

Lasciamo parlare i congressisti. Non posso imprigionare in questa conversazione con voi gli attacchi e contrattacchi, le repliche e controrepliche, ma citiamo alcuni frasi.
Dice Shólojov:

Le realizzazioni della letteratura sovietica multinazionale durante queste due decadi sono grandi, senza nessun dubbio. Numerosi scrittori di talento sono sorti dalle nostre scuole. Ma, nonostante tutto questo, continua ad affliggerci un'onda grigia ed incolore di let-teratura mediocre che, in questi ultimi anni, supera le pagine delle riviste ed inonda il mer-cato del libro.

    Dice Fadéiev:

    
Esaminando le ragioni che entravano in un sviluppo più rapido e più completo della nostra letteratura, non può sottovalutarsi il fatto della lotta del nostro ideologia umanista contro l'ideologia imperialista di odio all'umanità.
    [...] L'assimilazione critica della ricchezza della forma di letteratura classica facilita l'arricchimento e la diversità delle forme del realismo socialista.

Dice Ehrenburg:

    
Conosciamo autori contemporanei che comprendono insufficientemente i suoi contemporanei. Altri, perché nella diversità del mondo si sono abituati a non distinguere che due colori: il bianco ed il nero. [...] Il loro mondo di candido zucchero è popolato da esseri primitivi, da bambini modelli fatti di cera che non hanno niente a che vedere con gli uomini sovietici, con la loro vita interna tanto profonda e completa. Una letteratura che si sviluppa e si fortifica non deve temere una rappresentazione veritiera. Nella nostra letteratura, la veridicità non si allontana dallo spirito di partito: al contrario, è intimamente legata ad esso. Sappiamo che la gran arte fu sempre sostenitrice, cioè, appassionata [...] Descrivendo il mondo interno dell'uomo, lo scrittore lo trasforma per quell'azione [...] Lo scrittore non è un osservatore della vita: è un creatore.

Dice Símonov:

    
Lo scrittore sovietico, creando la sua opera col realismo socialista per base, osserva l'essere umano nella sua totalità, ma ama quello che in lui conduce verso il futuro. Non chiude gli occhi davanti a quello che c'è sotto, ma considera quello che è elevato come proprio dell'uomo. Comprende le debolezze dell'essere umano, ma vuole educare e fortificare in lui quello che è più forte.

Uno dei pericoli è, dunque, l'impoverimento dei fatti e delle vite attraverso una letteratura che abbia solo come obiettivo la lusinga politica o l'opportunismo. Ed un altro pericolo è quello di fare della letteratura un specchio viziato in cui il negativo domina il vittorioso e il meglio della vita. È in questo senso che ricevono critiche Vera Pánova ed Ehrenburg per il suo Dishielo. Ehrenburg replica con il suo contundente fioretto d'acciaio:

    
Decine di milioni di sovietici sanno come si fonde l'acciaio, come i selezionatori col-tivano nuove specie di meli, come lavorano i costruttori di edifici monumentali, ma molti lettori sono lontani da immaginare come si creda un romanzo. La psicologia della creazione artistica è poco conosciuta.
    Per caso i nostri critichi, analizzando il successo o il fallimento di un scrittore, mettono in chiaro i problemi legati all'origine di un'opera artistica?
    No. Disgraziatamente abbiamo ancora ben poco critici e storiografi seri della letteratura. Per certi critichi i libri si dividono in due categorie: i degni di essere applauditi e quelli che non meritano altro che la riprovazione. Quando analizzano i libri della prima categoria, espongono abitualmente l'argomento come lo fanno gli alunni della settima classe e, alla fine dei conti, per mettere di rilievo la sua indipendenza ed evitare i rimproveri che possano essergli fatti dalla sua "mania" di gettare incenso, alzano un inventario di quello che non sta nel libro in questione e si lamentano dell'autore. Quando analizzano un libro che secondo i loro punti di vista merita riprovazione, questi critichi si trasformano in pubblici ministeri accusatori... È possibile che il romanzo sia frustrato, benché sia stato scritto con una fine lodevole, da un autore il cui probità civica nessuno può mettere in dubbio; ma il suo romanzo è considerato da loro come qualcosa di criminale. Quando parlano di un certo libro, i critichi non espongono l'argomento, bensì citazioni isolate dal contesto e si servono da esse come prove a carico.
    Sia che i critichi mettano nelle nuvole un romanzo o lo critichino lapidariamente, non si trattengono molto nei legami che unisce un'opera con le altra dello stesso autore. Concedono note, come esaminatori, ma non tentano di spiegare il successo o il fallimento di un scrittore, di mostrare come nascono le opere artistiche, quali sono i lacci stretti che unisco-no tutta l'opera al carattere dello scrittore.
    Mai e da nessuna parte è esistito come nell'Unione Sovietica un interesse tanto vivo per la letteratura come per gli scrittori. Non esiste tra noi, credo, un scrittore che non abbia ricevuto centinaia di lettere dai lettori. Forse gli scrittori, senza paura di esser tacciati di immodestia, raccontano ai lettori come hanno concepito le loro opere? Scrivono sui libri degli altri autori? Perché, sapendo per esperienza propria come maturano e vengono al mondo le opere artistiche, possono abbordare i libri dei loro colleghi con qualcosa più che discorsi di giubileo o conclusioni accusatorie; possono fare chiarezza sulle fonti della creazione. No, raramente rendiamo conto ai nostri lettori tanto della nostra esperienza creativa come della nostra opinione sui libri di altri.
    Negli articoli di certi critichi il lettore trova invariabilmente rimproveri. Si rimprovera ad un autore di essere stato in silenzio troppo tempo; ad un altro il non avere mostrato nel suo romanzo sulla guerra, l'eroismo della retroguardia; ad un terzo, il fatto che il suo eroe non è sufficientemente ottimista o che è troppo presuntuoso. Al lato di questi articoli il letto-re può leggere l'informazione che certi letterati hanno "pianificato" i romanzi devoti a tali o quale costruzione o ramo dell'industria e che le redazioni di riviste hanno inviato autori in missioni creative affinché scrivano romanzi sui differenti rami dell'economia nazionale!

Sentiamo ora la voce di Foschia Nikoláieva, in alcune delle più belle definizioni dell'umanesimo che mi ha toccato ascoltare:

    
Il contenuto dell'arte è sempre la realtà obiettiva che costituisce anche il contenuto della scienza, ma l'arte a differenza della scienza concentra principalmente della sua attenzione sulla lotta per la bellezza. Le opere d'arte che riflettono gli aspetti mostruosi ed insignificanti della realtà non si trasformano in opere di un'arte vera se non quando stigmatizzano questi aspetti mostruosi e per questo stesso combattono contemporaneamente per il bello. Le opere che non rappresentano il mostruoso per richiamare alla lotta per il bello, ma si dilettano e si compiacciono in lui, tali opere escono dai limiti dell'arte e è quello che caratterizza l'arte borghese reazionaria attuale.
    L'opera più bella e perfetta della natura è l'uomo e è naturale che l'oggetto principale dell'arte sia precisamente l'uomo, non tanto quanto individuo biologico (la biologia, l'anatomia, etc., si occupano di questo aspetto), bensì come essere sociale, in tutta la ricchezza e l'insieme dei suoi atti, pensieri, sentimenti. Questo emerge con un'evidenza particolare quando studiamo il carattere specifico della letteratura. La letteratura ha la particolarità di essere inseparabile del linguaggio. Il linguaggio è "la realtà del pensiero" (Marx), tutto quello che è accessibile al pensiero, è accessibile al linguaggio, è per questo che col suo aiuto si può ottenere tutta la ricchezza dello spirito umano nel suo movimento e nel suo svolgimento È proprio per questo che Stalin ha chiamato gli scrittori gli ingegneri delle anime "umane."

Il rifugio destro della critica si esercita a viva voce e neanche l'autocritica spaventa gli scrittori. Il poeta Alexis Surkov, segretario dell'Unione di Scrittori, parla con ogni chiarezza:

    L'opinione pubblica sovietica ed i propri scrittori manifestano spesso il suo scontento con relazioni all'Unione di Scrittori. Frequenti casi di pubblicazione, nelle riviste dell'Unione di Scrittori, di opere non elaborate, di articoli erronei; la mancanza di omogeneità nell'attività delle redazioni; la mancanza di partecipazione della Literatúrnaia Gazeta nel processo vivo dello sviluppo della letteratura; la pubblicazione sotto il sigillo delle Edizioni degli Scrittori di libri superficiali e mediocri; la passività delle forme sociali della vita letteraria; tutto questo indica che gli organi di direzione dell'Unione degli Scrittori lavorano ancora di un modo insufficiente, che le relazioni vive tra gli scrittori, nella cornice del loro mestiere sono rimpiazzate spesso dall'agitazione dell'apparato burocratico e da una vera furia di riunioni.

Spesso passa per il congresso lo spettro della critico occidentalista contro la letteratura "diretta", etc. Al volo Shólojov risponde:

    
Oltre le nostre frontiere, i nostri nemici pieni di rabbia, pretendono che noi, scrittori sovietici, scriviamo secondo le direttive del partito. In realtà, la cosa è qualcosa di differente: ognuno di noi scrive secondo le direttive del suo cuore. In quanto ai nostri cuori, essi appartengono, in effetti, al nostro partito ed il nostro paese, al servizio di cui abbiamo messo la nostra arte.

Questo dibattito dell'arte diretta mi fa pensare a quella risposta di Mayakovski quando a New York gli domandarono, per provocarlo: È verità che lei ha fatto, a domanda del governo, versi sugli agnelli? Mayakovski rispose: "È maglio scrivere sugli agnelli per un governo intelligente, che per gli agnelli su un governo idiota."

    Polevói viene a mangiare con me. Pochi scrittori danno una sensazione di tanto fresca vi-talità. Mentre si toglie la gran pelliccia e deposita sul mio tavolo mezza bottiglia di cognac, dicendomi che "questo sì che è buono" che lo trovò "nel Caucaso", già è imbarcato in una nuova storia, mentre un ciuffo ribelle è agitato ogni minuto sulla sua fronte. Ha cambiato già tema e mi parla del posto di Stalingrado, in cui prese parte (il suo petto è coperto di onorificenze). Mi fa un ritratto indimenticabile dal maresciallo Rokossovski, mi conta come nel polo Nord, nella stazione scientifica sovietica, una notte i marinai lessero "El fugitivo" del mio Canto general. Rapidamente mi racconta come un russo bianco, capitano dello zar, lottò in Ucraina in forma eroica contro i nazisti, al suo fianco, come guerrigliero, e come nel proporglisi una promozione il capitano Ivanov rispondeva: Solo lo zar può promuo-vermi"." Morto nella lotta, Polevói mi dice, c'è una strada in Ucraina che porta il nome del capitano. Io gli dico: "C'è un scrittore in Cile che ti piacerebbe conoscere. Va sempre cacciando balene e non è raro che in questo momento stia nel Polo Sud. Si chiama Coloane, Pancho Coloane. Quando sarai un'altra volta al Polo Nord, mi piacerebbe che parlassi con Coloane da Polo a Polo" ed ogni volta che me lo trovo nel congresso, nei corridoi, Polevói che passa rapido e col ciuffo verso un lato ed un altro sulla sua frnote, mi grida: Sarà già arrivato Pancho al Polo Sud?."
    Con Galina Nikoláieva mi trovo spesso. La famosa autrice di La cosecha è bella e matura. Conversiamo lungamente.
    - Su cosa sta scrivendo ora, Pablo? - mi domanda.
    - Sui pomodori, gli rispondo.
    - Sui pomodori? E perché non sopra un'altra cosa?
    - Su quale altra cosa, Galina?
    - Sull'amore, per esempio.
    - È una buona idea - gli dico.
    Mi sembra ricordare che fosse il poeta Antokolski quello che lesse la relazione sulle traduzioni. Questo compito letterario è intimamente legato allo sviluppo culturale dell'Unione Sovietica. Basti dire che negli anni del potere sovietico, secondo dati della Camera del Libro in tutta l'Unione Sovietica, si sono pubblicati 279 milioni duecentomila esemplari di libri stranieri. La letteratura straniera si presenta in 63 lingue di quel paese multinazionale. Così, dunque, ogni popolazione sovietica legge nella sua propria lingua le opere degli americani, inglesi, francesi, tedeschi, italiani, cinesi ed altri scrittori stranieri.
    Chi ha sentito parlare della lingua karapalka o dell'ocielino? A queste e all'ebraico sono stati tradotti libri di venti paesi.
    Nelle librerie si formano code quando si annunciano la pubblicazione di opere complete di Jack London, Romain Rolland, Jules Verne, Víctor Hugo, etc. La pubblicazione delle opere di Shakespeare sorpassa i due milioni e mezzo di esemplari. Solamente Amleto si pubblicò circa a quaranta volte in 19 lingue. In totale, si pubblicarono 223 edizioni di Shakespeare su 25 lingue. Shakespeare che tanto difficilmente si presta a traduzioni.
Possono essere faticosi questi numeri statistici. Ma credo che parlino in forma im-pressionante della relazione integrale della cultura con la massa sovietica, dell'intensità dello sforzo culturale.
    A quell'instancabile persecutore di comunisti, l'anonimo signor Herrera, ministro del-la Educazione del Cile che ha perfezionato il suo analfabetismo nella Spagna franchista, gli dedico questi altri numeri:
    Jack London. La tiratura corrente delle opere di questo scrittore è superiore ai 13 milioni di esemplari. 632 edizioni in 31 lingue.
    Víctor Hugo. Vicino a 9 milioni di esemplari. 317 edizioni in 44 lingue.
    Ch. Perrault. Più di 7 milioni e 700 mila esemplari. 101 edizioni in 34 lingue.
    Balzac. Più di 6 milioni di esemplari. 161 edizioni in 16 lingue.
    Jules Verne. Vicino a 6 milioni di esemplari. 237 edizioni in 16 lingue.
    Guy di Maupassant. Vicino a 6 milioni di esemplari. 264 edizioni in 16 lingue.
    Mark Twain. Vicino a 6 milioni di esemplari. 198 edizioni in 24 lingue.
    Ch. Dickens. Quasi 4 milioni e mezzo di esemplari. 157 edizioni in 16 lingue.
    Émile Zola. Più di 3 milioni e mezzo di esemplari. 164 edizioni in 15 lingue.
    Soprattutto si presenta ampiamente la letteratura francese. Negli anni del potere sovietico, si sono emesse 3683 opere di 418 autori, nella quantità di 76.882.000 esemplari. Libri di Rolland se ne pubblicarono quasi due milioni e mezzo. Sono tradotti a venti lingue dei paesi dell'URSS.
    Approssimativamente, la tiratura di opere di H. Barbusse è tradotta in 22 lingue, come quello di A. France ed altri.
    A. Fadéiev intervenne in 1949 nel Congresso di Uomini di Scienza e Cultura S. Sh. A. in difesa della pace del mondo, dimostrando l'interesse dei sovietici per il paese americano, con le cifre delle pubblicazioni degli scrittori americani che provocarono grande im-pressione.
    Ora esse rimangono antiquate, l'ampia tiratura di 39709 si alza a 51552.
    La letteratura inglese presenta 219 autori. Solamente dal 1952 al 1953 si emisero più di cinquanta opere in dodici lingue. Undici delle quali sono opere di Dickens.
    Durante gli anni del governo sovietico le opere di Swift furono tradotte in 40 lingue; quelle di Defoe, in 36. In generale, la pubblicazione di opere di letteratura inglese nell'URSS sorpassa i 38 milioni.
    I nomi dei grandi classici della letteratura tedesca, W. Goethe, Heine, F. Schiller, sono conosciuti nell'URSS quasi da tutti, dagli scolari fino ai vecchi.
    23 edizioni di Intrighi ed amore, 22 di Guglielmo Tell, 20 di Il corsaro. Faust si pubblicò 19 volte in otto lingue.
Con gran interesse stanno conoscendo i lettori sovietici il folclore del paese cinese per l'ispirazione di ciascuno dei suoi scrittori.
    Solamente le opere di Li Sin, sono pubblicate 27 volte. Cinque volte si pubblicò l'insieme delle sue opere scelte.

Non hanno dimenticato, gli americani, questo impulso, questo potere culturale. Traduzioni dei poemi di Guillén, dei romanzi di Fallas, di Gravina, di Jorge Amado, i miei propri libri, includendo le Odas elemenles che, per il mio piacere, hanno già numeroso pubblico di letto-ri, ed altri libri sudamericani sono rapidamente divorati dal lettore sovietico. Poemi e racconti di scrittori di tutti i paesi americani appaiono frequentemente nelle riviste letterarie. Durante il congresso venni a sapere di un fatto emozionante. Nella rivista Lef, la famosa rivista diretta da Mayakovski, ed in occasione della visita all'Unione Sovietica del nostro maestro Luis Emilio Recabarren, si pubblicò una nota su lui, sottolineando il suo sforzo nella creazione di un teatro operaio in Cile.
    In corso di traduzione stavano i romanzi di Volodia Teitelboim e di Diego Muñoz, come un'antologia del pensiero di Martí, un'antologia di pettegoli americani ed un'altra di poeti della nostra America.
    Nel frattempo, che cosa facciamo noi? La Guerra Fredda raggiunge la vita culturale dei nostri paesi, e produce il suo impatto nelle nostre relazioni. Il governo del Cile, contnuando fedelmente la politica servile di González Videla, ha mantenuto l'isolamento diplomatico e commerciale che ci trasmise quel governante irresponsabile, ma, nel terreno della cultura, non ci rendiamo partecipi abbastanza per rompere questo blocco. Io ricordo che nell'anno 1921 io ero un giovane scrittore che, tuttavia, come molti della mia generazione, potemmo leggere rapidamente e tradurre dal francese, dell'inglese o del tedesco, lingue importanti di quell'epoca di dopoguerra. Se si rivedono le collezioni di Claridad, la combattente rivista di quegli anni, si vedranno le mie multiple traduzioni, pagine intere di Rilke, di Jean Grave e di altri ideologi e scrittori. La generazione attuale deve imparare il russo e tradurlo. Non è possibile questa inerzia mentale e culturale. Dobbiamo leggere la poesia russa tradotta dai nostri poeti ed i nostri poeti devono comprendere che il mondo già ha smesso di essere solo Parigi e solo Londra. Che Mosca, Praga, Varsavia, sono capitali del pensiero contemporaneo, e quella luce generosa devono apprendere per insegnare al nostro paese. Dobbiamo dire che i poeti sovietici sono stati male tradotti fino ad ora, travisati ed infantilizzati da traduttori di buona volontà, ma che non navigavano nel veliero della lirica. Ai miei amici sovietici dissi che più che traduttori, questi erano stati cacciatori di poeti. Questi armaioli per molti anni, credendo di essere fedeli traduttori, stanno gettando al vento una ad una tutte le figure della poesia sovietica.
    Dobbiamo riparare a questo danno grave, e prendere questi compiti della cultura mondiale con le nostre piccole mani. Già mi hanno udito numeri statistici. Nella relazione di Antokolski sulle traduzioni si incitò ancora ad un maggiore numero di esse, a maggiore qualità e più sforzo. Si disse che Pushkin tradusse Byron che Lérmontov lasciò versioni abbaglianti dei romantici tedeschi. Cioè, che la grande nazione, la più poderosa della terra, non basa la sua felicità solo nei suoi luminosi risultati organici e materiali, nelle sue fabbriche e nella sua produzione, ma anche nella sua relazione spirituale con le più distanti, remote e piccole culture. Noi, piccoli scrittori di un moderato semicoloniale, maneggiato in generale da tirchi governanti che si rifiutano anche di tender loro la mano, siamo ascoltati, interpretati, studiati e amati dal paese sovietico. E che cosa diamo in ricompensa? Dove stanno i nostri giovani scrittori? Sono preparati per farci conoscere la lirica ed il teatro della Russia rinnovata? Perché non prendono contatto con quel vasto mondo?
    Se non credono nella "Cortina di ferro", frase che coniò l'ultimo pirata inglese prima di consegnare l'Inghilterra ai nuovi ami nordamericani del mondo capitalista, se credono che dovremmo rompere l'isolamento imposto alla nostra patria ed alla nostra America, da dove incominciare, se non per la porta luminosa che si apre ad un nuovo splendore e per una lingua nobilitata, non solo da Pushkin, da Tolstói e da Gorki, anche da Lenin, da Stalin e dai marinai che puntarono i cannoni dell'incrociatore Aurora verso il Palazzo di Inverno in una mattina di ottobre.

Una delle presenze invisibili del congresso fu Mayakovski. Alcuni critichi ed un clan pertinace fecero ben amari la vita di Mayakovski e contribuirono alla sua morte. Questi critichi negativi che penetravano lo sviluppo della creazione furono fustigati molte volte nel congresso. Critici "liquidazionisti" li chiamano gli scrittori sovietici. Godevano nello sterminio di un poeta, nello squartamento di un romanziere. Grandi acclamazioni dei delegati salutarono le allusioni a questi irresponsabili. Fu elevata la critica costruttiva, senza capriccio amichevole, generatrice di valori, specialmente dei valori giovanili.
    Questi gruppi di bulli intellettuali, nemici di Mayakovski, continuarono la loro inimicizia verso il gran poeta ancora dopo morto, fino a che Stalin pronunciò la sua famosa frase:
    "Mayakovski era e continua ad essere il meglio, il più dotato poeta della nostra epoca sovietica."
    Ed ora, Mayakovski era presente in ogni deliberazione perché chi se non lui fu il nemico del formalismo vuoto e del sinistrismo senza bellezza? E questi furono i problemi della poesia che lì si dibatterono. Ea nuova poesia sovietica cerca liberamente i temi più umani. Dopo anni di lotta, fiorisce la poesia amorosa, senza perdere di vista la carta esemplare del canto, la sua responsabilità civile.
    Domandai a vari scrittori, nell'intimità, come avrebbero formato un'antologia di poesia sovietica, e raccogliendo opinioni cito qui quello che sembrava essere un elemento di apprezzamento.
    Mayakovski, Essenin, Bagritski, Tíjonov, Selvinski, Asseséiev, Svetlov, Martínov, Tvardovski, Pasternak.
A questi bisognerebbe aggiungere Símonov, Kirsánov, Surkov, Vera Inber, Chtchipatchev. Cominciamo tra noi questa antologia.
    Traduco loro così correndo i versi di Mayakovski sopra il passaporto sovietico, scritti dopo l'ultimo viaggio che fece il gran poeta all'estero:

Divorerei
la burocrazia
come un lupo.
Non ho rispetto
per le disposizioni
ed invito
"tutti i documenti"
a passeggiare
col diavolo,
ma questo...
Passando ai compartimenti e le cabine
un funzionario molto educadito avanza.
Ognuno passa il suo passaporto
ed io gli tendo
il mio
piccolo libretto scarlatto.
Per certi passaporti hanno un sorriso
ed ad altri gli sputerebbero.
Al rispetto
hanno diritto, per esempio,
i passaporti con leone inglese
dai due sedili.
Divorandosi con gli occhi al buon signore
facendogli saluti ed inchini
prendono
come si riceve una mancia
il passaporto
di un nordamericano.
Per il polacco
hanno un sguardo
di capra di fronte ad un poster.
Ma, senza muovere
per niente la testa,
questo è senza esprimere nessuna
emozione forte,
ricevono senza battere ciglio
i passaporti danesi
e gli svedesi.
All'improvviso,
come punta per il fuoco,
la bocca
del buon signore si torce.
Il signore
funzionario
ha toccato
la porpora del mio passaporto.
Lo tocca
come una bomba,
lo tocca
come un riccio,
come un coltello a doppia lama,
lo tocca
come un serpente a sonagli
di venti punte,
e di due metri o più di lunghezza.
Complice,
ha chiuso un occhio
al facchino che è pronto
per portare il bagaglio.
Il gendarme
contempla il poliziotto,
il poliziotto
al gendarme.
Con che voluttuosità
la casta poliziesca
ci avrebbe
frustato, crocifisso,
perché ho nelle mie mani,
alzando la falce,
alzando il martello,
il passaporto sovietico.
Io divorerei
la burocrazia
come un lupo.
Non ho nessun rispetto per i
disposizioni
ed invito "tutti i documenti"
a passeggiare col diavolo,
ma questo...
Tirerò fuori
delle mie tasche profonde
l'attestazione
di un gran itinerario.
Leggano bene,
e mi invidiano:
io sono
un cittadino
dell'Unione di Repubbliche Socialiste Sovietiche.

    Chi ascoltando questi versi scritti nell'anno 1929 non si mette immediatamente di fronte ad una scena che svergogna ancora tutti i cileni? Ilyá Ehrenburg in Cile... Passano i passaporti argentini, senza causare "emozioni forti", i nordamericani sono ricevuti come se fossero una "mancia" ed all'improvviso i gendarmi guardano il poliziotto e questi si sentono punti come da un serpente sonaglio. "Mi invidi, sono un cittadino dell'Unione Sovietica." Senza ricordare forse il verso di Mayakovski quella fu l'atteggiamento che mantenne il nobile Ehrenburg di fronte a quelli che pretesero di oltraggiarlo.
    Chi conosce Svetlov? Andiamo a tradurrlo: nel 1926 scrisse questo meraviglioso poema:

Granada

Sfilando passo a passo
o montando all'assalto
portavamo tra i denti
la canzone di Yablotchko.
Ahi, è la nostra canzone
e ha dormito fino ad ora
sotto l'erba verde,
malachite della steppa.
Ma è un'altra canzone
che di un'altra terra parlava
quella che andava col mio amico
con lui ed il suo cavallo.
Cantava contemplando
le sue praterie natali:
"Oh Granada, Granada,
oh mia Granada amata."
Ripeteva questo canto,
cantava a memoria,
da dove tirerebbe fuori
la sua tristezza spagnola?
Rispondi, Alexándrovsk,
e tu, Jarkov, rispondi:
Da quando sapete
cantare in castigliano?
E dimmi la mia Ucraina
non è sotto questo orzo
dove da tempo riposa
il berretto di Chevchenko?
Da dove viene, amico,
questo canto alla tua bocca?
"Oh Granada, Granada,
oh mia Granada amata."
Sognatore ucraino
Tardi a rispondermi:
"Fratello, questa Granada
io la lessi in un libro
ed il nome è tanto bello...."
E che onore più insigne!
L'angolo di Granada
che trovati in Spagna!
Io lasciai la mia capanna,
partirò a combattere
perché dìano a Granada
la terra ai contadini.
Addio, genitori cari,
addio famiglia, addio,
"Oh Granada, Granada,
oh mia Granada amata."
E ci affrettiamo
per sapere immediatamente
le sue pallottole, il suo alfabeto,
la sua lingua, i suoi combattimenti.
L'aurora si alza,
la notte è ritornata,
si affaticò il cavallo
a saltare nella steppa,
più la truppa cantava
il canto di Yablotchko,
arco dei dolori
nel violino del tempo.
Di a cosa serve, mio amico,
questa canzone:
"Oh Granada, Granada,
oh mia Granada amata."
Oltrepassato da pallottole
cadde a terra il suo corpo,
fu il mio amico il primo
in cadere dal cavallo.
Vidi sui suoi resti
inclinarsi la luna,
e le sue labbra inerti
mormorare "Oh Granada."
Sì. Verso altri luoghi lontani
oltre le nuvole,
portando la sua canzone
partì il mio compagno.
Oramai non lo sentiranno più
le praterie natali:
"Oh Granada, Granada,
oh mia Granada amata."
Il battaglione non seppe
la morte del soldato
e cantò fino alla fine
il canto di Yablotchko.
Fragile pianse la pioggia
lasciando cadere la sua lacrima
sulla notte nera.
La vita ha concepito
altre canzoni nuove.
Ragazzi, non bisogna farlo
piangere, questo ritornello.
Non piangete, compagni,
"Oh Granada, Granada,
oh mia Granada amata."

    Credo che a tutti sia arrivato al cuore questo poema. Io continuerei a completare questa antologia. Così me lo indicano i miei doveri di poeta. Ma voglio invitare i più giovani poeti cileni a lavorare con fraternità e coscienza affinché in questo posto, o nell'università che sono sicuro aprirà le sue porte per una festa tanto illustre, continuino questa antologia del fiore e del frutto della poesia sovietica.

Perdonate la mia sconclusionata chiacchierata su un congresso che neanche fu molto imbastito. Nessuno guadagnò lì, in quella competenza, nessun scrittore, se non il paese sovietico. Magari i nostri paesi guadagnassero ogni giorno qualcosa coi nostri lavori di scrittore.
    Io non credo che i congressi trasformino la materia intima essenziale della letteratura. Credo che dei successi e dei fallimenti implacabilmente enumerati in questa gran riunione da tutti gli scrittori della più grande nazione contemporanea, tiriamo fuori in bella copia che le consegne rivoluzionarie non aggiungono nessun talento a chi non lo possiede, che neanche la creazione letteraria è un mistero, ma che, senza il vincolo col popolo, senza la trasformazione della realtà vivente, della conoscenza profonda di questa realtà, noi, gli scrittori, non possiamo rimanere soli di fronte alla carta, non possiamo incitare la creazione.
    Per affrontarci con quello pezzo bianco di ogni giorno, di ogni giorno e non di ogni mese, di ogni giorno e di ogni ora, dobbiamo arricchire il nostro cuore, avvicinarci fraternamente all'opera degli altri, strappare i segreti al passato, vigilare la coscienza del futuro. Il realismo socialista non è una formula magica che può fare di punto in bianco miracoli di senso e di forma.
    Io ho lavorato per molti anni andando dalla solitudine verso il popolo, mi sono trovato ad ogni passo con l'insulto, con l'ingiuria, coi piccoli clan formati dall'amarezza della sterilità che non crea. Nella mia piccola esperienza di poeta del mio paese, fedele al mio partito ed alla mia patria, posso assicurarvi che ho mantenuto il lavoro costante come arma inesorabile contro le cariche dell'invidia e dei nemici del popolo.
    Questa lezione della mia modesta poesia la vidi corroborata dal gigantesco lavoro dei miei compagni sovietici nel loro vittorioso congresso.
    Poco prima di partire mi cercavano alcuni scrittori sovietici che attraverso vari interpreti mi dissero il loro desiderio di mettere nelle mie mani un'antologia, nel suo lingua shia, in cui figuravano i miei poemi.
    Erano della repubblica autonoma di Chuvashia. Erano piccolini e somiglianti ai no-stri indi di Chiloé o agli aymara del nord. Qui ho il libro graziosamente stampato.
    Per me nel congresso, se volessi riassumerlo in qualcosa di fondamentale, non furono tanto impressionanti i dibattiti come la presenza multipla di scrittori come quegli uomini piccolini e bruni.
    Per millenni vicino al circolo artico pieni di terrore di ombra e di patimenti, lontano da ogni corrente della cultura umana, vicino ai fiumi il cui solo nome fu per noi un brivido, l'Ob, lo Jenisej, l'Indigirka, l'Alazeja, abitarono tribù frustate dalla peggiore ignoranza e dai climi più duri.
    Qui venivano con un libro nella mano, appena arrivati da università recenti, da biblioteche, da biblioteche ed edizioni di riviste di scienza ed arte. Pensai ai nostri alacalufe scomparsi, nei nostri araucani decimati e perseguitati.
    Le lampade colossali della Sala di San Jorge, ognuna di tre tonnellate di peso e di fulgore brillarono prima sulle parrucche ed i decolletés dell'aristocrazia... Oggi illuminarono una festa di tutta la cultura in cui noi ed i popoli russi avevamo la nostra parte di splendore.
    Questa luce fu conquistata dal partito, difesa dalla grande Unione Sovietica e non la estinguerà sulla terra né la bugia né il sangue.
    Agli scrittori di tutti i paesi, e agli intellettuali del partito in tutti i paesi spetta il grande compito che ci lasciò esposto il congresso, la fedeltà del destino della cultura spinta dalle notizie ed invincibili forze della storia.

Aurora, num, 3, Santiago, aprile 1955.


Salve e che cominci il ballo!

Cari giovani di tutti i paesi:
    Permettetemi che vi presenti i giochi, i balli, le canzoni tristi ed allegre, le birichinate e l'essenza dei popoli americani.
    Ci lasciarono gli aztechi il loro seme, i looro canti dei raccolti, i loro inni di guerra, i loro riti di pace. I maya stabilirono il loro fuoco fiorito nella scarna vita dell'America centrale.
    Gli araucani ballarono sotto i loro alberi tutelari.
    Gli spagnoli lasciarono un nastro di sospiri, l'aria allegra delle regioni montanare ed il linguaggio in cui per secoli si sgranarono lotte, illusioni, oscuri drammi del popolo, storie incredibili.
    Nel Brasile tremarono i fiumi più poderosi della terra, raccontando e raccantando storie. Gli uomini e le donne si cullarono e ballarono sotto le palme. Dal Portogallo arrivarono i più dolci suoni, e la voce dal Brasile si penetrò delle sue profondità selvatiche e di zagare marine.
    Queste sono le canzoni ed i balli dell'America.
    In questo continente, il sangue e l'ombra sommersero molte volte la speranza, sembravano dissanguati i popoli, un'onda di terrore annichilì i cuori: tuttavia, cantiamo.
    Lincoln fu assassinato, sembrò morire anche la liberazione, tuttavia, per le rive del Mississippi cantarono i neri. Era un canto di dolore che ancora non finisce, era un canto profondo, un canto con radici.
    Nel Sud, nelle grandi pampe, solo la luna illuminò la solitudine delle praterie, la luna e le chitarre.
    Nell'alto Perù cantarono gli indio come le sorgenti nella cordigliera.
    In tutto il continente l'uomo ha conservato le sue canzoni, ha protetto, con le sue braccia e la sua forza, la pace dei suoi piaceri, ha sviluppato la sua antica tradizione, il fulgore e la dolcezza dalle sue feste, la tstimonianza dei suoi dolori.
    Vi presento il tesoro dei nostri paesi, la loro grazia, quello che preservarono attraverso avvenimenti terribili, abbandonati e martirizzati.
    Che l'allegria, le canzoni ed i balli delle terre americane brillino in questa festa della gioventù e della pace, vicino ad altre allegrie, altre canzoni ed altre danze.
    Dal più lontano dei paesi dell'America, dal Cile, separato del mondo dalla cordigliera andina ed unito a tutti i paesi dal suo oceano e dalla sua storia di lotte, io saluto i giovani del festival e dico loro:
    Più alte delle nostre montagne furono le nostre canzoni, dato che qui possono ascoltarsi, più insistenti delle onde dell'oceano furono le nostre danze, dato che qui mostreranno la loro allegria. Difendiamo tutta questa forza delicata, difendiamo uniti l'amore e la pace che li sostenne. Questo è il compito di tutti gli uomini, il tesoro centrale dei paesi e la luce di questo festival.
    Salve e che cominci il ballo.

Isla Negra, il 22 Luglio 1955

Per il Festival della Gioventù a Varsavia. Edito in
PNN, pp. 375-376.


Prologo per Práxedes Urrutia

Práxedes Urrutia, diafana nel suo canto, plurale come l'invisibile volo di mille uccelli, raccoglie in questo poema una commozione universale.
    La sua voce deve essere ascoltata. È come il coro antico, la sua radice viene dalle tenebre e ci porta ad una abbagliante chiarezza.
    Práxedes Urrutia assume nella sua passione una responsabilità che molti poeti non capirono o non osarono prendere: che la dolce ed alta lira canti dalla morte l'eternità di un tormento ed il volo inesauribile della speranza umana.

1955, agosto

Nota-prologo a Práxedes Urrutia,
Canciòn de amor por
tu sueño de paz, Santiago, Austral, 1955. Raccolta in
Prólogos, p. 38.


Venturelli

Venturelli è il mio amico di molti anni, benché io abbia passato i cinquanta ed egli appena i trenta.    Personalmente è un gigantesco ragazzo. Non parla molto. Sorride con gli occhi e le mani: così hanno fatto sempre i pittori. Noi, i poeti, non sappiamo muovere le mani. Essi lasciano la frase senza finirla, la prendono nell'aria, la modellano, la portano contro la parete, la dipingono.
    Venturelli fu malato molto tempo al polmone, lassù, in un sanatorio dell'alta cordigliera cilena. Quella era un'epoca piena di mistero. Il pittore morì, e quando già andavamo a seppellirlo non c'ero. C'arrivavano dozzine di meravigliose pitture, bozzetti illuminati pazientemente coi colori drammatici che solo Venturelli possiede: gialli insanguinati, ocre verdi.
    Io camminavo là per le strade, per le miniere, per i fiumi, armando la guerra ad un tirannello che disturbava come una mosca il mio paese. Di quando in quando si incrociavano i suoi disegni ed i miei poemi, quando venivamo scendendo dai monti innevati o salendo dagli arcipelaghi botanici. Ed in questo incrocio di lampi io sentii che si illuminavano i miei poemi e che contemporaneamente la mia poesia trasmigrava alla sua pittura.
    Erano incontri di viaggiatori, di guerriglie. Tutti siamo viaggiatori e guerriglieri in questo territorio che ci diede la vita. Il Cile, affilato come una spada, con neve, sabbia, con squarci mortali di oceano e montagne, ha una primavera marina estesa e dorata e la miseria che abbaia di giorno e di notte vicino alle case dei poveri.
    Così, dunque, si scambiavano di passaggio le nostre ansietà, le nostre singolari lampade, e di lì nacque la nostra amicizia lavoratrice.
    Quindi io diventai più misterioso di Venturelli. Mi ripiegai nelle viscere del mio paese: la polizia mi cercava. Era la polizia di quella mosca, ma, siccome non doveva trovarmi, cambiai di casa, di strada, di città. Cambiai fumo.      Cambiai ombra.
   Io scrivevo il Canto general. Ma i fogli appena fatti potevano cadere nelle mani degli inseguitori e per quel motivo, appena essi lasciavano le mie mani, correvano per misteriosi canali a copiarsi, a stamparsi.
    Venturelli, risuscitato ed attivo, diresse l'edizione clandestina e nei segreti "sotterranei della libertà", come direbbe Jorge Amado, si accumulavano migliaia di fogli che stavano formando il libro. Tutto stava a volte per cadere nelle mani dalla mosca, i poliziotti interrogavano tutto il mondo, molte volte lo fecero seduti su mucchi di fascicoli del mio libro. Venturelli continuava a portare e portando pagine, correggendo le prove, ordinando i dispersi settori del libro, depositati in posti nascosti, come chi ricompone lo scheletro di un animale preistorico.
    Ma durante queste andate e venute di viandante e guerrigliero, Venturelli aggiunse ai miei poemi le sue stampe commoventi. Ritrasse il conquistatore con la croce ed il coltello, il piccolo indio andino, l'ussaro eroico, gli scioperanti mitragliati. E disegnò anche le effigie pazze della mia poesia, l'anfora di creta con una farfalla, la statua nuda che volò in una prua.
    Venturelli è grande, è infantile e drammatico come l'America. È terribile all'improvviso. Non vede nient'altro che il lutto ed i corvi. È abbandonato. Guarda l'abisso e muore. Stanno morendo i paesi, cadiamo sotto il peso di tante crudeltà, non possiamo già sussistere. Ma, all'improvviso, Venturelli sorride. Tutto è cambiato. Le sue torturate figure sono state cancellate dalla maturità: l'azione è la madre della speranza.
    Cari tedeschi:
    In questo libro sta tutto Venturelli straziante e sorridente, viaggiatore e guerrigliero. È difficile forse per gli uomini biondi, che ricostruiscono di nuovo la sua patria ammirabile dalle ceneri, penetrare così di colpo il mondo americano di Venturelli. Ma, la sua forza di espressione vi farà scuotere: è il linguaggio dei nostri vulcani.
Negli ultimi anni, José Venturelli, più vivo che mai, più viaggiatore che mai, attraversò la planetaria Unione Sovietica, si stabilì nella Cina Popolare.
    La sua visione del mondo è cambiata. Oramai non guarda l'abisso. Diventò sorprendemente puro nella sua linea, sorridente e sicuro nella sua descrizione del mondo.
    Il gran ragazzone, l'inclinato della cordigliera andina, è resuscitato un'altra volta e ci insegna le esposizioni magnifiche del suo rinascimento: l'ordine, l'intelligenza, la bontà, l'allegria ed il lavoro.
    Il giovane maestro oramai non deve trovarsi con me in mezzo alla strada, tra la neve e la schiuma marina, nel soprassalto delle cordigliere. Andiamo per la stessa strada, prendendoci per la mano.

Prologo al volume dedicato all'opera pittorica di José
Venturelli (Leipzig, RDA, 1955). Raccolto in
La Gaceta
de Chile, núm. 1, Santiago, settembre 1955.


Uniti al popolo
UNIDOS AL PUEBLO. (Pagine 997-1001.) Questo articolo fu pubblicato il 3.10.1955 da El Diario Ilustrado di Santiago, organo dell'ultradestra conservatrice, col seguente preambolo: "Por una Paz Duradera è il titolo di un giornale pubblicato dall'Ufficio di Informazione del Partito Comunista di Bucarest. In lui troviamo, sopra la firma di Pablo Neruda, l'articolo che riproduciamo per il curioso elenco di nomi che il suo autore evidenzia". Non si indicano né il numero né la data della pubblicazione menzionata, ma senza dubbio il testo è autentico. La questione è: perché El Diario Ilustrado riprodusse nella sua pagina editoriale questo articolo di Neruda? Che cosa aveva di "curioso" l'elenco di persone menzionate dal poeta, non tutte di militanza comunista ma tutte di notoria e dichiarata posizione di sinistra? La chiave potrebbe stare nel quarto paragrafo, dove Neruda accusa Sergio Fernández Larraín di dedicarsi alla delazione poliziesca e di avere pubblicato "un libro intero coi nomi di quelle persone che hanno assistito a qualche congresso di pace", etc. Non è improbabile che lo stesso Fernández Larraín abbia imposto la pubblicazione dell'articolo per "dimostrare" che Neruda incorrerebbe anche in uguale delitto di delazione col suo elenco di sostenitori della pace. Così si spiega il "sibillino" preambolo redazionale che suggerisce un volere scagionarsi dalla colpa. Al proposito, è opportuno tirare qui in ballo un fatto di quasi 20 anni posteriore all'articolo. In 1974 l'editore Rodas di Madrid pubblicò le volume Cartas de amor de Pablo Neruda. Recopilación, introducción, notas y epílogo de Sergio Fernández Larraín, che portava a pagina 9 la seguente dedica: "All'ispiratrice / di alcuni dei / Veinte poemas de amor y una canción desesperada / e molti più / con occasione di realizzarsi il cinquantenario della sua / prima edizione." L'ispiratrice allusa era Albertina Azócar che riuscì giudizialmente a recuperare dopo le lettere e poemi di Neruda che Fernández Larraín avrebbe pubblicato su modo abusivo. Non interessano qui i dettagli della causa. Ho voluto solo rilevare le singolari contorsioni intime di un personaggio che nel 1955 fece pubblicare questo articolo di Neruda e che nel 1974 commemorò (per via dubbiosamente legittima) i cinquanta anni dei Veinte poemas senza dire una parola sui pochi mesi trascorsi dalla morte di Neruda nel settembre del 1973. La ragione evidente: ciò l'avrebbe obbligato a riferirsi alle circostanze pubbliche in cui si produsse il decesso, dodici giorni dopo il colpo di stato di Pinochet e del bombardamento di La Moneda, dove morì anche Salvatore Allende.

Negli ultimi anni, la gran borghesia dell'America Latina ha dovuto lasciare molto a malincuore il suo orgoglio castigliano e si è sminuita al ruolo di intermediaria dei commerci yankee. Prodotto di questa subordinazione alla volontà dei monopoli nordamericani sono i governi di Odría nel Perù, di Pérez Jiménez nel Venezuela, il governo sanguinario della Colombia ed il dispotico comando militare nel Paraguay.
    In Cile fu González Videla l'iniziatore di questa sottomissione, ed il generale Ibáñez ha continuato fino ad ora la politica di quel detestabile traditore.
    A tutti essi cade loro come un acido bruciante sui vestiti, qualunque menzione alla causa universale della pace. Immediatamente si infuriano. Nella loro furia eseguono atti che molte volte li mettono allo scoperto. Il caso del signore Fernández Larraín è tipico.
    Questo signore è un latifondista di Melipilla. Le sue proprietà sono celebri per le grandi estensioni dei suoi seminati e per la miserabile condizione dei contadini che lavorano le sue terre. Il signore Fernández Larraín è un entusiasta sostenitore della dominazione nordamericana ed un fervente nemico della pace. Orbene, come si è manifestato questo cavaliere feudale nelle sue attività bellicose? Credete che abbia invocato forse la sua ascendenza di pretesa nobiltà nella quale senza dubbio figurano curati carlisti con trombone e catechismo? No. Con inaudita pazienza questo oscurantista della pergamena si dedica alla delazione poliziesca e ha pubblicato un libro intero coi nomi di quelle persone che hanno assistito a qualche congresso di pace, a qualche riunione di scrittori a Vienna, alle celebrazioni di Schiller in Germania, a qualche concorso musicale a Varsavia. È un minuzioso elenco di nomi che riempiono centinaia di pagine. Per tutte quelle persone chiede la scomunica civile e gli anatemi celestiali, quando non semplicemente la prigione di Santiago del Cile.
    Fortunatamente, non tutto il Cile pensa come Fernández Larraín. Gabriela Mistral, per esempio, questa scrittrice che ottenne il premio Nobel alcuni anni fa è stata lusingata in forma straordinaria dai nemici della pace e del paese cileno. Tuttavia, ad un'età avanzata e nonostante occupasse un carico ufficiale, ella ha manifestato varie volte la sua adesione alla causa più nobile della nostra epoca. Forse il paese cileno dimentica i suoi famosi Sonetos de la muerte. Ma non dimenticherà la sua "Parola maledetta." In questo famoso articolo, la gran poetessa racconta con parole semplici il suo allarme di fronte alla persecuzione delle idee di pace e di amore che hanno diretto la sua vita di maestra rurale e di umanista.
    Un'altra delusione si sono presa i sostenitori della guerra in Cile con Francisco Coloane. È questo, senza dubbio, una delle figure più popolari della nostra cultura. Molto popolare, fisicamente, è anche per il paese cileno lo scrittore Coloane che lo riconosce tra l'equipaggio di un barca baleniera o tra il concorso di un meeting popolare. Tra viaggio e viaggio ha meritato l'augurio degli organismi della pace perché raccolse le più prestigiose firme per l'appello mondiale per la proibizione delle armi nucleari.
    Ma non solo gli scrittori in questo lontano paese si distinguono nella causa della pace. In prima fila delle chiamate e riunioni vediamo il musicista Armando Carvajal, creatore dell'Orchestra Sinfonica Nazionale del Cile, e Blanca Hauser, sua moglie, cantante distinta, il pianista Óscar Gacitúa, premiato recentemente a Varsavia nel concorso Chopin. Le prime figure del balletto nazionale, come Patricio Bunster ed altri ballerini, hanno aderito o lavorano attivamente per la pace e l'amicizia tra i popoli.
    Uguale cosa accade coi migliori pittori. L'officina di Nemesio Antúnez, considerato dalla critica come il migliore esponente della pittura giovane, pittore delicato dell'intimità umana e l'allegria nella natura, è una distaccata militante della causa della pace. Per i Fernández Larraín è stato un colpo demolitore vedere che le tribune dei comizi del Movimento della Pace furono decorate con immensi murali di questo pittore squisito. Ma più dispiaciuti furono ancora questi signori quando videro Camilo Mori, artista devoto, dai capelli bianchi, premio Nazionale dell'Arte, dare tutti i suoi sforzi in difesa della vita, collaborando con bellissimi poster e cartelli al Movimento della Pace.
    Baltazar [sic] Castro, Olga Poblete, entrambi scrittori, percorrono il paese nella campagna di firme. Non è difficile trovarli nei posti più lontani del territorio, a Punta Arenas, capitale dello stretto di Magellano, che parlano alle popolazioni di pastori, di operai del petrolio e di navigatori sul pericolo che rappresentano le prove atomiche.
Giornalmente lavorano nell'organizzazione del Movimento dei Pace scrittori come l'autore del libro famoso Hijo del salitre: Volodia Teitelboim, o Francisco Pezoa che ha appena pubblicato un eccellente libro lirico: Nada parece. Il dottor Gustavo Mujica, anche lavoratore assiduo del Movimento Nazionale della Pace, ha pubblicato una collezione di racconti: Coral blanco sugli effetti degli scarichi nucleari tra i pescatori giapponesi.
   Tanto Pedro de la Barra come Domingo Piga, fondatori e direttori del Teatro Sperimentale dell'Università del Cile, sono ferventi e decisi sostenitori della pace. Il Teatro Sperimentale viene ad essere come il teatro ufficiale del Cile e la sua sala è piena ogni giorno. L'ultima opera che si è rappresentata in questo teatro è Todos son nuestros hijos di Arthur Miller. L'opera di questo scrittore nordamericano è drammaticamente pacifista e ha suscitato interesse ed appassionate polemiche. Ma quasi tutti gli attori ed attrici del Teatro Sperimentale che è orgoglio del paese sono attivi nei tavoli che spingono la lotta contro la guerra. Basterebbe citare due nomi straordinariamente cari per il paese del Cile, gli sposi Roberto Parada e María Maluenda. È raro trovare un atto del Movimento della Pace in cui non raffigurino questi intelligenti e prestigiosi attori.
    Il poeta Ángel Cruchaga Santa María, premio Nazionale di Letteratura ed uno dei moderni classici della poesia cilena, nonostante la sua indisposizione perché lo angoscia una grave malattia alla vista, partecipa agli atti della pace e è ricevuta sempre con ardenti applausi la sua emozionante parola. Il primo dei poeti tra le generazioni più giovani, Juvencio Valle, è un devoto lavoratore pacifista. Il gran romanziere e professore Rubén Azócar è appena ritornato dal sud del paese. In quella vasta regione ha fatto conferenze ed interviste difendendo la causa della pace. I giovani poeti che hanno appena pubblicano i loro primi libri, come Jorge Soza ed Efraín Barquero, impiegano gran parte del loro tempo e della loro giovanile energia al lavoro organizzato della pace.
    Poco tempo fa, la polizia cilena, la stessa che tentò di ostacolare la visita di Ilyá Ehrenburg, trattenne i passaporti di una dozzina di persone che si trasferivano al festival di Varsavia o al Congresso della Pace di Helsinki. Il governo spiegò che poteva negare questi passaporti. Queste misure di coercizione sono state impiegate già in altri paesi: Cuba, Nicaragua, Venezuela, etc. Per farlo, in tutti quei paesi ed in Cile, si sono invocati gli ac-cordi anticomunisti ed antipopulari di Rio de Janeiro.
    Ebbene, in Cile è fallita tale misura ed il governo si è visto obbligato a concedere i passaporti a tutti i viaggiatori della pace.
    Irritato, il presidente Ibáñez ha inviato al Congresso un disegno di legge chiedendo l'autorizzazione parlamentare e legale per negare passaporti ed ostacolare l'assistenza a qualunque riunione o congresso della pace ed ai viaggi il cui oggetto sia vedere le grandi realizzazioni dell'URSS e dei paesi di democrazia popolare.
    Senza dubbio, questo grottesco e mostruoso progetto sarà respinto nel Parlamento del Cile. Ci sono già evidenti segni che così succederà. Il quotidiano di estrema destra, or-gano dell'alta banca, El Mercurio, di Santiago del Cile, nella sua edizione del 16 di Luglio consiglia alle Camere di respingere questo disegno di legge con queste parole: "È di sperare che... la maggioranza del Congresso Nazionale desapprovi questo progetto come una modo di indicare al potere esecutivo lo scarso spazio che nel paese ricevono le iniziative chiamate a restringere le libertà definite e garantite dalla Costituzione politica vigente."
     L'inflazione e la miseria hanno frustato implacabilmente al Cile negli ultimi tempi. I governanti hanno continuato la politica cieca ed impopolare di González Videla: maggiori tributi e nuove concessioni alle compagnie yankee del rame e del salnitro. La situazione delle masse è disperata.
    Benché la popolazione del Cile non raggiunga sei milioni, l'ultimo sciopero paralizzò l'attività di un milione e trecentomila operai ed impiegati. Questo sciopero fu un'avvertimento ed un reclamo collettivo contro l'impoverimento del paese, prodotto in gran parte dalla politica di guerra. La parola pace fu molte volte pronunciata nel gran meeting che precedè lo sciopero.
    Il popolo del Cile si sente unito ed orgoglioso della sua poderosa unità. Nella sua gran maggioranza gli artisti, gli scrittori, i professionisti, i professori, gli intellettuali cileni, sono uniti al nostro eroico paese nella sua lotta comune per la libertà e per la pace.

El Diario Ilistrado, Santiago, 3.10.1955.


Addio a Mariano Latorre

Questo giorno freddo in mezzo all'estate è come la sua partenza, come la sua sparizione repentina in mezzo alla gioia moltiplicata della sua opera.
    Non faccio un discorso funerario per Mariano Latorre.
    Voglio dedicargli un volo di queltehues vicino all'acqua, le sue grida nefaste ed il suo piumaggio bianco e nero che si alzano all'improvviso come un ventaglio a lutto.
    Gli dedico un lamento di pidenes e la macchia bagnata, come sangue nel petto, di tutte le loicas del Cile.
    Gli dedico un sperone di contadino cileno, con rugiada mattutina, di qualche fantino che si mette in viaggio nell'alba per le rive del Maule e la sua fragranza.
    Gli dedico, alzandola nel suo onore, il bicchiere di vino della patria, colmo per le essenze che egli descrisse e godè.
    Vengo a lasciargli un rosario giallo di topa-topa, fiori irregolari, fiori selvaggi e puri.
    Ma egli merita anche il sussurro segreto delle maitenes tutelari e la fronda dell'araucaria. Egli, più che nessuno, è degno della nostra flora, e la sua vera corona sta da og-gi nei monti dell'Araucania, tessuta con boldi, mirti, copihue ed allori.
    Una canzonetta di vendemmie l'accompagna, e molte trecce delle nostre ragazze silvestri, nei corridori e sotto le gronde, alla luce della stagione estiva o della pioggia.
    E quel nastro tricolore che si annoda al collo delle chitarre, al filo delle canzonette, sta qui, cinge il suo corpo come una ghirlanda e lo accompagna.
    Sentiamo vicino a lui i passi di contadini e di lavoratori della pampa, di minatori e di pescatori, di quelli che lavorano, inseguono, scavano la nostra terra dura.
    In queste ore sta crescendo il cereale ed fra qualche tempo i campi di grani maturi muoveranno le loro onde gialle ricordando all'assente.
    Da Victoria al sud fino alle isole verdi, in campi e casali, in capanne e strade, non starà con noi, gli daremo di meno. Le golette voleranno sulle acque cariche coi suoi frutti marini, ma già Mariano non navigerà tra le isole.
Egli amò le terre e le acque del Cile, li conquistò con pazienza, con saggezza e con amore, le marcò con le sue parole e coi suoi occhi azzurri.
    Nelle nostre Americhe il governante, da un clima ad un altro, non fa altro che consegnare le ricchezze originali. Lo scrittore, accompagnando la lotta dei popoli, difende e preserva le eredità. Si indagherà più tardi, se sono state sacrificate le nostre abitudini ed i nostri abiti, le nostre canzoni e le nostre chitarre, il tesoro che protessero uomini come Mariano Latorre, irriducibili nel loro canto nazionale.
    Andremo a cercare nella frasca dei suoi libri, accorreremo alle sue pagine preziose a conoscere e difendere il nostro.
    I classici li produce la terra o, piuttosto, l'alleanza tra i suoi libri e la terra, e forse abbiamo vissuto vicino a nostro primo classico, Mariano Latorre, senza stimare quello che avrà di permanente la sua fedeltà al mandato della terra.
    Gli uomini dimenticati, gli attrezzi e gli uccelli, il linguaggio e le fatiche, gli animali e le feste, continueranno a vivere nella freschezza dei suoi libri.
    Il suo cuore fu un'imbarcazione di legno odoroso, uscita dei boschi del Maule, ben costruita e martellata nei cantieri navale della foce, e nel suo viaggio per l'oceano continuerà a portare la forza, il fiore e la poesia della patria.

Testo letto nelle funzioni funebri del
narratore cileno il 12.11.1955. Edito
in
La Nación, Santiago, il 13.11.1955.



Torna ai contenuti | Torna al menu