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-- Discorsi e documenti del poeta-senatore (1945-1948)

Discorsi e documenti del poeta-senatore
(1945-1948)
Il poeta Ricardo Neftalí Reyes fu eletto senatore per Tarapacá ed Antofagasta nel marzo di 1945. Il presidente del Cile era allora il radicale Juan Antonio Ríos che si dimise dal suo carico nel gennaio del 1946 costretto da un cancro terminale, del quale morì nel giugno. Il radicale conservatore Alfredo Duhalde assunse la vicepresidenza con risultati disastrosi a causa della sua frenetica ambizione di succedere a Ríos a La Moneda. Il candidato eletto per i radicali fu invece Gabriel González Videla, considerato allora uomo dell'ala sinistra del partito che nell'elezione presidenziale del settembre di 1946 risultò trionfante con l'appoggio decisivo dei comunisti. Come sappiamo, Neruda fu un efficiente Capo Nazionale di Propaganda durante la campagna elettorale di González Videla (vedere sopra nota a "El pueblo te llama Gabriel"). Alcuni mesi più tardi i comunisti, con tre ministri nel governo, ottennero una votazione nazionale del 16,5 % nelle elezioni municipali del marzo 1947, colla quale passarono ad essere il terzo partito politico del paese, preceduto solo dai partiti radicale e conservatore. Preoccupato dall'avanzamento comunista in aperto sviluppo, e pressato dalla politica estera nord americana nel contesto della Guerra Fredda, il presidente González Videla iniziò allora la sua famosa virata verso la destra e chiese la rinuncia dei tre ministri comunisti (aprile 1947) col pretesto di una riorganizzazione del gabinetto. I discorsi pronunciati nel 1947 e 1948 dal senatore Pablo Neruda (già legalizzato il suo nuovo nome) sono sufficienti affinché il lettore possa seguire il resto della storia fino all'entrata del poeta nella clandestinità.

I
INTERVENTI DEL SENATORE REYES
(1945-1946)

[Il primo discorso]
[EL PRIMER DISCURSO.] (Pagine 613-627.) ... esos diarios tan «imparciales», tan «ilustrados» y tan «chilenos» que todos conocéis (... quei quotidiani tanto "imparziali", tanto "istruiti" e tanto "cileni" che tutti conoscete): allusioni ironiche ai giornali El Imparcial, El Diario Ilustrado ed El Chileno, tutti e tre di destra. - Il segno $ che appare in questo ed in successivi discorsi si riferisce normalmente alla moneta nazionale, i pesos cileni di allora.

(Sessione in mercoledì 30 maggio 1945)

IL SIGNOR ALESSANDRI PALMA (PRESIDENTE). Ha la parola il senatore di Antofagasta e Tarapacá, onorevole signor Reyes.
    IL SIGNOR REYES. Onorevole Senato della Repubblica:
    Arrivo a collaborare nei compiti comuni che la Costituzione politica ci ha assegnato in circostanze tanto straordinarie per l'interesse della nostra patria che le esigenze ideologiche, morali e legali, la cui pressione sentiamo tutti, o quasi tutti, sono, nel mio caso personale, molto maggiori.
    Questo Congresso Nazionale si vede rattristato con la macchia che ecceda la nostra attività futura lancia la sventurata e recente sentenza dal Tribunale Qualificatore delle Elezioni. Dico su tutta la nostra futura attività, perché nonostante quelli che non sono stati esclusi né posticipati da tante ingiuste decisioni, sentiamo nella benevolenza di quello tribunale anche un'ingiustizia, poiché per ragioni altrettanto capricciose potrebbe esserci negato, discusso e strappato il mandato a chiunque dei senatori presenti. Questa ignominiosa violenza imposta alla volontà popolare fece che il giovane e brillante ex parlamentare Manuel Carretón chiamasse, dalla Camera, nel suo ultimo discorso, quell'entità anteriormente rispettabile, "tribunale di prevaricatori". Con questo nome, autorizzato dall'opinione nazionale e da uomini riconosciutamente degni che appartengono a tutti i settori politici del nostro paese, passerà alla storia parlamentare un gruppo di uomini che hanno leso gravemente la tradizione di limpidezza giuridica del nostro paese.
    Ci sono qui rappresentanti di numerosi settori del capitale, del lavoro e delle professioni liberali. Io rappresento come scrittore, un'attività che poche volte arriva ad avere influenza sulle decisioni legislative.
    In effetti, gli scrittori, le cui statue servono dopo la loro morte per tanto eccellenti discorsi di inaugurazione e per tanto allegri pellegrinaggi, hanno vissuto e vivono vite difficili ed oscure, nonostante illustri condizioni e brillanti facoltà, per il solo fatto della loro opposizione disorganizzata all'ingiusto disordine del capitalismo. Salvo brillanti e meravigliosi esempi che ci trasmisero Baldomero Lillo e Carlos Pezoa Véliz in Cile, identificando la loro opera coi dolori e le aspirazioni del loro paese, ebbero, in generale, solo un atteggiamento di rassegnata miseria o di indisciplinata disubbidienza.
    Se cerchiamo tra quelli che lavorarono l'aureola della patria, in poesia, come Pedro Antonio González, o in pietra dura, come Nicanor Plaza, o in pittura immortale, come Juan Francisco González, vedremo vicino alle loro vite sordide lo splendore in cui visse ed in cui vuole perpetuarsi egoisticamente la parte privilegiata della società cilena, adornata e decorata dalla prosperità dei giacimento di salnitro, elevata nella nostra solitaria zona nord dagli illustri ed eroici operai della pampa.
    Sono quegli operai quelli che mi hanno inviato a questa Sala. Sono quei compatrioti sconosciuti, dimenticati, induriti dalla sofferenza, male alimentati e male vestiti, varie volte mitragliati, quelli che mi concedettero questo che è per me il vero premio Nazionale.
    Forse molti crederono inusitata la mia designazione come senatore per i lavoratori del salnitro, del rame, dell'oro ed delle città litoranee del Nord Grande della nostra patria, ma, lasciando espresso il mio legittimo orgoglio per tale designazione, rendo tributo al nostro popolo e alle nostre tradizioni storiche; al nostro popolo, perché accogliendo il mio nome di poeta come suo rappresentante con grave disciplina e generoso entusiasmo, mi unisce ad Elías Lafertte ed a tanti altri che rappresentano nel Senato e nella Camera, più direttamente di me, le forze spirituali, l'infrangibile tradizione morale ed il futuro delle aspirazioni delle classi lavoratrici.
    Questa responsabilità di scrittore indicato per rappresentare le aspirazioni ed i diritti materiali e culturali del paese mi fa vedere più chiaramente il ritardo in cui è stato mantenuto. Questo ritardo è un affronto per i nostri governanti dall'inizio della nostra indipendenza e per tutti i cileni da quando il Cile raggiunse la maturità politica che lo distingue tra tutte le nazioni americane, per i governanti per non avere cambiato in forma definitiva le condizioni inique che esistono fino ad oggi e per tutti i cileni per non lottare con la forza necessaria che li avrebbe potuti cambiare.
    Da tempo e ancora durante il governo originato dal Fronte Popolare, si inviavano ai maggiori conglomerati del lavoro cilene commissioni scelte tra gli elementi più reazionari che si trovavano nelle mani di chi, dopo essere stato soddisfatti squisitamente dalle grandi compagnie delle nostre zone minerarie e giacimenti di salnitri, ritornavano a raccontare un racconto di fate, racconto in cui i minatori vivevano in bei castelli di colore rosa, di dove erano distratti e sviati dalle attività di un lupo feroce chiamato "agitatore". Queste relazioni erano poi largamente celebrate da quei quotidiani tanto "imparziali", tanto "istruiti" e tanto "cileni" che tutti conoscete. Le relazioni erano fiorite, ma le condizioni hanno continuato essendo tanto tragiche come anticamente.
    Ho girato il mondo, ma né in India, millenariamente miserabile, ho visto l'orrore delle abitazioni di Puchoco Rojas in Coronel, né ho conosciuto qualcosa più deprimente delle vite dei nostri compatrioti che lavoravano in alcuni stabilimenti del desolato nord. Le stanze degli operai del carbone in Coronel, alzate con infinità di avanzi estratti dell'immondezzaio, giunti e latte, cartoni e ciottoli, aperte all'umido e glaciale inverno, e dove fino a quattordici persone vivono ammucchiate e dove si conosce il "letto caldo", perché è occupato dai successivi turni di minatori, senza che possa raffreddarsi durante tutto l'anno; le "navi" del nord, casupole per celibi con quattro brande di legno, senza materasso, in tre metri quadrati, senza aria, senza luce nella notte, perché le compagnie non concedono la corrente elettrica, a volte anche in posti dove le installazioni sono fatte; la mancanza di acqua, la mancanza di latte almeno confezionato, la scarse derrate alimentari trasportate dalle nostre barche nazionali che, tuttavia, vanno cariche di vino fino alla cima, la polvere che cade senza cessare sulla popolazione di "María Elena", e che è assorbita giorno e notte per tutta la vita, dagli uomini, dalle donne e dai bambini, tutto questo ed molte altre cose mi hanno lasciato un infinito sapore amaro nella coscienza. Due mesi fa gli operai marittimi di Antofagasta mi richiamarono a contemplare il lavoro manuale ed il riposo di quel gran porto. Mi toccò vederli pranzare. Dovevano mangiare con le mani, reclinati sulle banchine, in barattoli di conserve trovati per di la. I bagni ed i servizi igienici producevano orrore. Gli operai marittimi mi dissero: "Ci svergognamo ad essere visti dai marinai delle barche straniere, mangiare in questa forma, come se il Cile fosse popolato di selvaggi." Questi operai hanno, dunque, coscienza del decoro nazionale. In nome di quel decoro che è una forma del patriottismo, vengo a chiedere la solidarietà di tutti i patrioti del Senato affinché queste vergogne non possano perpetuarsi.
    L'eminente senatore dottore Cruz Coke, da questa stessa alta tribuna, ci ha richiamato l'attenzione sull'allarmante diminuzione di statura del nostro paese. È facile e doloroso comprovare questa asserzione di un uomo che tanto ha difeso la salute dei figli del Cile. D'altra parte, l'attuale ministro del Lavoro, in documento edito con data 3o gennaio 1945, ci dice: "ci sono fondi nei quali si sconta agli inquilini 2,50 pesos al giorno" ed continua, trascrivendo la relazione del segretario sociale di quello dipartimento: "che per quelle cause si produce un vero movimento migratorio dal campo verso la città". È l'autorità ministeriale quella che l'afferma e queste tristi verità si completano e perseguitano. Sono causa ed effetto: basso standard di vita, miseria fisiologica a cui è stato condannato il nostro paese per più di cento anni e che può arrivare ad annichilirlo.
    Queste condizioni non sono state create per una mentalità perversa, bensì per la sopravvivenza feudale di certe istituzioni e per una provocatoria separazione, anche feudale, tra le classi. Una lotta di classe dura e schiacciante è stata propagata dall’alto con tale forza e tale cecità che i transitori trionfi della classe dominante sono riusciti dividere al paese, anche razzialmente.
    Nel frattempo il popolo, ll supposto servo, fu considerato con scherno, fu nominato per suoi stracci, per l'abito che gli lasciarono. Ed il nome di quello popolo passò ad essere sinonimico di vergogna oscura o di funebre umorismo. Nessuno volle chiamarsi rotto. E, affinché cadesse come all'ultimo letamaio quella parola di disprezzo, non mancò in questi tempi la tolleranza delle nostre autorità affinché un libello miserabile, diretto per un traditore, porti questo soprannome del paese cileno come titolo, col proposito di disonorarlo definitivamente.
    A questa altezza della mia vita e nel mio primo intervento davanti a questo onorevole Senato, la mia coscienza di cileno mi impone il dovere di domandarmi e domandare se simile situazione di ingiustizia può continuare, se desiderate o no che tutti gli abitanti della nostra nación, senza esclusione alcuna, godano di tutti i vantaggi, benefici e privilegi delle nostre terre e delle nostre ricchezze.
    Non costituiamo forse una sola famiglia umana di collaboratori in una sola impresa che si chiama la patria?
    E se questa impresa esiste realmente, in modo che la tocchiamo tutti i giorni, in maniera più aspra o delicata, secondo le nostre vocazioni differenti, perché non rimediamo ai mali comuni e non affrontiamo in comunità i comuni problemi?
    Perché è un errore credere che un interesse particolare o di classe possa nutrirsi da sé stesso, indipendentemente da altri interessi particolari o di classe. Tutti sono legati di tale ma-nera che manca solo di mettere giustizia tra di loro affinché la nazione intera fiorisca in prosperità e grandezza.
    Ma non tutti comprendono né vogliono comprendere. Qualcosa si oppone alle strade patriottiche che un'immensa maggioranza vuole sentire.
    In effetti, in questi ultimi tempi assistiamo ad una campagna profonda di sconquassamento, di ignoranza e di disprezzo verso il nostro paese. Mentre alcuni tentano di esaltare la patria nella sua radice più essenziale, cioè, nel popolo, vediamo che altri, predicando da un giornalismo anacronistico, ci vogliono fare credere che in questo paese non c'è speranza, che gli uomini, e specialmente la classe operaio, sono viziosi e pigri e che non abbiamo niente da conservare, neanche la specie. Così si prepara da dentro dalla debilitazione interna che portò ai nazisti i suoi rapidi e sanguinanti e, per fortuna, passeggeri trionfi.
    Da quotidiani la cui carta fabbricano gli operai di Puente Alto, questi distruttori della fede civile, chiusi in confortevoli stanze, che vorremmo moltiplicare fino a che proteggessero tutti i cileni, e che furono costruite con cemento estratto col duro lavoro degli operai di El Melón, circondati da artefatto fabbricati o installati da mani cilene, dopo avere bevuto il vino che dai vigneti portarono fino al bicchiere di vetro fatto per gli operai del sindacato Yungay, innumerabili ed anonimi lavoratori della nostra propria stirpe, che anche tessono il tessuto dei nostri vestiti, maneggiano i nostri treni, muovono i nostri vascelli, conquistano il carbone, il salnitro, i metalli, irrigano e mietono, fino a darci dopo un duro lavoro notturno il pane di ogni giorno, da quei quotidiani le cui linotipie sono state appena mosse dai nostri operai, si denigra costantemente questo cuore attivo e gigantesco della nostra patria che spartisce la vita verso tutti i suoi membri.
    In questa maniera irritabile ed irresponsabile si stanno trasgredendo le leggi politiche non scritte, si pretende di portare un sentimento di indegnità nazionale a tutti i settori, che trasportato di bocca in bocca sta provocando un disfattismo velenoso che coinvolge la fede e la forza del nostro paese. Una campagna di odio e di agitazione implacabile è provocata dai settori retrogradi, egoisti ed avidi, dai rantoli del fascismo agonizzante. Se leggiamo ogni giorno certi giornali che si dicono portavoci dell'amore, del patriottismo e della nobile ideologia cristiana, corriamo il pericolo di avvelenarci inconsciamente, perché distillano l'odio più concentrado e deliberato, come antichi rettili di altre età geologice che fossero, per miracolo, sopravvissuti, accumulando ritardo, rancore e veleno per età incalcolabili.
    Quel settore minuscolo e privilegiato che predica odio, isolamento ed egoismo tenta di pressare tutti i cittadini ed esercita una pressione particolare sullo scrittore. Nessuno dice al medico di allontanarsi dalla malattia e dalla miseria e, al contrario, è stimolato affinché cerchi soluzioni sociali che ampliare il campo della medicina attacchi le radici della malattia nel posto in cui questa fermenta alla difesa della negligenza e della denutrizione.
    Ma allo scrittore gli viene detto da molto tempo: "Non ti preoccupare del tuo paese", "non scendere dalla luna",  " Neanche il tuo regno è di questo mondo."
    In questa maniera si pretende di stabilire l'idea che la conoscenza e direzione del Cile e del nostro paese compete solo ad un gruppo e non a tutti i cileni; che devono escludersi da questo compito individui e settori, invece di essere tutti chiamati imperativamente a compiere i più alti doveri ed obblighi in reciproca e leale collaborazione.
    Proseguiamo tanto separati? Dobbiamo combatterci, assediarci ed estirparci affinché siamo ancora meno e minori, affinché tra la cordigliera innevata e l'oceano turbolento che ci costringono all'unione di tutti sopravviva solo una generazione parziale che dette privilegi ad alcuni ed annichilì gli altri? Dobbiamo perpetuare le lotte fino a che esse costituiscano l'unico pane del nostro paese? Dobbiamo approfondire una divisione che esiste materialmente nella nostra patria, in forma straziante, contribuendo ancora più ad aggravare la lunga catena di fatti disgraziati che mantennero il nostro popolo solo coi suoi stracci?
    Credo che nessun rappresentante di questo corpo formuli né ambisca proposito simile.
    Crederci nella nostra patria, abbiamo fede nelle sue istituzioni, nella sua storia e nel suo popolo. Ma non crediamo che questo insieme di fatti e di esseri, di passato e di presente, si trasformi in entità immutabili. Al contrario, crediamo nella trasformazione e nel progresso di quanto ci circonda, dato che peppure il potere bestiale dei nazisti riuscì a paralizzare né a fermare il progresso umano, quel potere che sembrava invincibile e che è caduto sotto la forza dall'unità universale e sotto l'impulso formidabile di tutti i paesi della terra, dei soldati e degli operai di tutto il mondo libero.
    Sono stato durante questi ultimi anni testimone di tanti drammi nel mondo che non voglio vederne uno in più nella nostra propria patria, quando il trionfo dei paesi si sta unendo in Europa al trionfo delle armi e quando i nemici dell'umanità cadono sotto la giustizia di ambedue.
    Per quel motivo mi interessò la serenità del messaggio di S.E. il presidente della Repubblica e l'ottimismo che caratterizza le parole che sentiamo nel Congresso Plenario. Non potranno smettere di avere eco nel Senato le sue parole quando ci parla del progresso industriale ed agricolo del Cile, nella parte che diremmo attiva e creatrice del suo messaggio, quando segnala in lui che, grazie agli sforzi di impresari e lavoratori del carbone, si è aumentato la nostra produzione di quel minerale. Il presidente vuole mettere termine ad odiosi pregiudizi ed inaugurare, anche, innumerabili possibilità. Sono sicuro che le linee che consacra ad una futura elettrificazione, pianificate vastamente, allo sfruttamento più ampio, razionale e vantaggioso delle nostre ricchezze del legno e della pesca, alla meccanizzazione agricola che ci promette, all'aiuto al settore minerario medio e minore, potranno trovare nel Congresso solo una collaborazione unificatrice, democratica e progressista per bene del paese e della nación.
    Voglio lodare anche nel messaggio di S.E. le brevi ma determinate parole che formula quando esprime che solo un'irregolarità manteneva separata, ufficialmente, la nostra patria della gran potenza promotrice e dirigente della pace mondiale. Si sono già versati in questo recinto, per bocca del senatore Contreras Labarca, i sentimenti ed idee che sintetizzano il pensiero della maggioranza democratica della nostra patria. D'altra parte, le detrazioni che con futile persistenza hanno rovesciato i nemici del progresso umano su quel grande paese, toccano il suo termine, perché continuano ad essere superate dalla verità e dalla necessità con cui aspettiamo la contribuzione effettiva che l'Unione Sovietica sta dando al mondo del futuro, dopo avere annichilito la parte più formidabile del nemico comune dell'umanità.
    Sebbene queste discussioni sono state a mio capire sorpassate dagli avvenimenti e nonostante la lentezza che si nota nella designazione della nostra missione a Mosca, ho voluto cogliere questa occasione per rendere il mio tributo di scrittore cileno a quella grande nazione in cui si sono realizzati i più grandi sforzi della storia per l'estensione e penetrazione della cultura, affinché questa non sia, come tra noi, un privilegio raggiunto difficilmente dal popolo. Ho appena letto nelle statistiche ufficiali un dato che oltrepassa il mio cuore di scrittore come una sorgente di allegria invincibile. Il dato è il seguente: "Durante la guerra hanno pubblicato sull'Unione Sovieticao 1.000.000.000 di volumi che comprendono 57.000 titoli in 100 lingue distinte."
    Onorevoli senatori, mentre i soldati dell'odio avanzavano al cuore della Russia, mentre i nazisti organizzavano l'assassinio scientifico che conoscete tutti voi per gli incontestabili documenti cinematografici che si sono esibiti in Santiago, mentre era bombardata Leningrado e decimati e dispersi gli uomini delle diverse razze di quella grande nazione e mentre si organizzava la disciplinata la forza dell'Esercito Rosso, quel paese aveva forze spirituali e materiali per imprimere, signori, mille milioni di libri. È un miracolo!
    Sottolineando questo miracolo moderno che ci porta quell'inesperato sapore delle profezie, perché dà dimensioni illimitate alle possibilità culturali dell'umanità intera e, pertanto, del nostro proprio paese, io mi domando, onorevoli senatori, ricorrendo alla vostra coscienza personale, che vi ha dato in gran parte il diritto di sedervi in questo alto consesso, non è ora di finire con la calunnia antisovietica che pretende, da certi organi di stampa, condurre al fallimento delle relazioni diplomatiche con l'Unione Sovietica il cui stabilimento lascerà il nome dei signore Ríos registrato nella memoria del nostro paese? In effetti, la sua azione unica tra i mandatari moderni della nostra patria si superò una legge di ritardo che caratterizzò, sfortu- natamente, la politica estera della nostra cancelleria, la stessa che ci diede alcuni anni fa, nella Lega delle Nazioni, l'indimenticabile affronto nazionale che fosse il delegato di Cile che proponesse l'espulsione della legale ed immortale Repubblica spagnola del Consiglio della Lega.
    Per questo stesso rispettabile cambiamento di politica estera, segnalo con inquietudine un punto del suo messaggio in cui il tono di S.E. si abbassa fino a trasformarsi in un sussurro. Il mio dovere mi indica di raccogliere non solo le alte e belle parole del messaggio, che mostrano tanta ferma volontà nei sentieri del nostro progresso e della nostra democrazia; mi obbliga anche a non tralsciare un fatto grave che può avere sfortunate e prossime conseguenze per il nostro paese e che rivela fino a che punto la nostra cancelleria non riesca a staccarsi ancora dall'antica tradizione di complicità e di riappacificazione con le forze distruttrici della pace del mondo.
    Mi riferisco al problema argentino e l'iniziativa cilena di invitare un governo di facto, di ideologia fascista, a partecipare alla Conferenza di San Francisco come quinta colonna per avvelenare la pace americana.
    Un'offensiva speciale di riappacificazione in favore del regime dell'Argentina e dei tentativi di sopravvivenza del fascismo nella nostra America fu intentata dai nemici nordamericani di Roosevelt in San Francisco.
Mentre quello gran figura immortale potè difendere i veri e rifugi ideali di unità americana, i suoi nemici agirono in recesso; ma appena sepolti gli avanzi del gran presidente continentale, sono sorti col proposito da deviare quella gran politica.
    A questa piccola Monaco che anche, come la chiamava un pubblicista nordamericano, avrà a tempo debito la Cecoslovacchia sacrificata nella piccola e democratica nazione uruguaiana, gli corrisponde la carta di Chamberlain e dovrebbe ricevere l'ombrello del fatidico personaggio, il dubbioso e sospettoso intrallazzatore Avra Warren, ambasciatore viaggiante che scoprì democrazia nei regimi della Bolivia ed Argentina.
    Non può sorprenderci che la quinta colonna riappacificatrice si manifesti per la bocca di un messaggero dell'antica politica contraria agli ideali rooseveltiani nella propria Nordamerica e per effetto di quella gran assenza. Ma nello stesso momento in cui aprono le porte delle nostre frontiere e delle frontiere uruguaiane per ricevere l'innumerabile sfilata di esiliati democratici, quando vediamo la non scrupolosità dei governanti argentini che a costo delle nostre più urgenti necessità, come quella del caucciù, organizzano ufficialmente contrabbandi diretti da un'antica spia espulsa dal nostro paese, per forse attaccarci domani, ci sembra gravissimo il fatto che il nostro governo abbia aiutato o intestato, come si espresse il signore Quintana Burgos, la mozione che ammetteva nella Conferenza di San Francisco ad un regime allineato per Franco e per Hitler nella più vicina sorella della nostra Repubblica.
    Gli amici del Cile non sono, onorevoli senatori, quelli che con sospettosa frequenza depositano corone ai monumenti di San Martín ed O'Higgins, padri della nostra libertà e democrazia, obbedendo ad istruzioni che occultano come un pugnale dietro la corona di fiori. Gli amici del Cile stanno nel popolo argentino incatenato che, quando si riunisce per celebrare in immensa e spontanea manifestazione la liberazione di Parigi, è investito da una repressione selvaggia.
    Gli amici del Cile sono quelle migliaia di manifestanti e credenti nella libertà indivisibile della nostra America. Gli amici del Cile stanno, onorevoli senatori, tra i quindicimila uomini imprigionati dal governo argentino. Tra quei carcerati ci sono uomini dell'estrema destra della politica argentina, come il senatore Santamarina, ex presidente del Partito Conservatore, e ci sono anche socialisti e radicali, comunisti e gente senza partito. Perciò, la fascistizzazione dell’Argentina è una minaccia per tutto il continente. E qui devo ricordare le parole immortali dell'eroe comune dei nostri paesi, del generale San Martin: "La patria non fa il soldato affinché la disonori coi suoi crimini, né gli dà armi affinché commetta la bassezza di abusare di questi vantaggi offendendo i cittadini col cui sacrificio si mantiene". L'ombra di San Martin, come quella di Sarmineto, eroi comuni della nostra vita gemella, c'indicano che non possiamo soccorrere né stimolare i nemici del popolo argentino che transitoriamente maneggiano il suo governo.
    Perché anche possiamo segnalare con allarme che lontano da mostrarsi in questo istante una maggiore forza antifascista, dappertutto del nostro territorio spunta la vipera avvelenata che agonizzò in Europa. Nel sud del Cile continuano aperti i club e le scuole tedesche e giornali direttamente sostenuti dalla quinta colonna continuano ad apparire a Santiago. Di centinaia di spie catturate, solo alcuni rimangono nella prigione aspettando la libertà dietro cauzione.
    Le colonie tedesche del sud del Cile ed i nuclei tedeschi della capitale e del nord hanno contribuito ideologicamente, economicamente e militarmente con innumerabili apporti in denaro ed in uomini alle orde nemiche della civiltà che oggi, per fortuna, mordono la polvere di una sconfitta quasi tanto grande come i loro crimini.
    Queste colonie portate al Cile quando gli stessi venti di tirannia frustavano la Germania del secolo scorso, affinché qui trovassero asilo contro l'oppressione, hanno tradito la fiducia ed il destino che il nostro paese gli offrì. Sono diventati rei di reiterato tradimento; hanno portato nei paesi del sud un'intollerabile arroganza quando credettero che la vittoria del loro padrone insanguinato gli avrebbe dato l'opportunità attesa di ribellarsi contro il nostro governo ed esigere le sue proprie autonomie. Adesso continuano avvelenando l'ambiente per tutto il paese, senza che autorità alcuna li faccia stare in riga, con la durezza che corrisponde al trattamento che pensarono di darci nei loro sonni criminali di dominazione.
    Per quel motivo, quando S.E. il presidente della Repubblica si riferisce alla formazione di un Corpo Consultivo e Dirigente di Immigrazione, credo mio dovere alzare la mia voce senza ritardo in questa alta tribuna. Sono a favore convinto dell'immigrazione di elementi preziosi alla nostra patria, per i loro sforzi e per le loro idee, e di questo ho dato prova, stimolando nella misura delle mie forze l'immigrazione più rispettabile che ha ricevuto il Cile: mi riferisco ai repubblicani spagnoli che riuscimmo a proteggere dalla furia franchista.
    Le leggi di immigrazione sono conquiste democratiche ottenute per tutta l'America dai partiti di avamposto. Idee retrograde fecero rimanere statica la nostra popolazione, senza aprire le porte alle correnti vitalizzatrici dell'esterno. Ma sebbene stimoliamo un'ampia e selezionata immigrazione, d’accordo con le parole dei signore Ríos, staremo a montare la guardia davanti al pericolo che vogliano approfittare della nostra generosità i nazisti, fascisti e falangisti che fuggono come topi da una Europa che minaccia di bruciarli. Perciò, vediamo con profonda sfiducia articoli in tutta la stampa reazionaria che applaudono la creazione di questa commissione con frasi che già lasciano vedere il pericolo che denuncio. Usando il veleno antisemita, parlando di certe pretese preferenze razziali, questa stampa vuole falsare, per incarico della quinta colonna, i buoni propositi del presidente della Repubblica che se incorona effettivamente il suo progetto con un'immigrazione scelta, numerosa e democratica, avrà fatto al paese uno dei suoi più grandi e storici benefici.
    Onorevoli senatori:
    Non voglio finire senza lasciare traccia dell'orgoglio che sento, nella mia qualità di scrittore, rappresentando nel Senato alle grandi masse operaio del nord, portato per la tradizione di lotta, onestà e speranza che significa il Partito Comunista del Cile.
    Dai tempi in cui si alzava nella pampa la titanica figura da Luis Emilio Recabarren, non si è estinta la fede del popolo nei suoi prosecutori né si sono esauriti gli insegnamenti di quello maestro ed eroe nazionale della nostra democrazia. Al contrario, ha passato ad essere, per il suoi alleati politici ed i suoi innumerevoli simpatizzanti di tutti i settori sociali, una bandiera di nuovo, profondo e puro patriottismo.
    Dai tempi di Recabarren è passata molta acqua sotto i ponti ed anche molto sangue. Ahi a quelli che cercano di fermare il tempo in una vecchia ora politica che continua solo ad indicare il passato feudale!
    Mentre operai cattolici e anche sacerdoti, come ci dice oggi il telegrafo, entrano in Italia nel Partito Comunista, vediamo slegarsi in America forze che ancora pretendono di alzare la macchiata bandiera dell'anticomunismo, quella bandiera che si è sollevata sempre, in tanti posti, prima di una violenza o di un tradimento.
    I comunisti cileni hanno manifestato il loro programma nazionale di progresso, i loro desideri ferventi di elevare la nostra economia ritardata e di portare il benessere e la cultura a tutti gli angoli della patria. I comunisti non ignorano che molte altre forze condividono questo sforzo generale, perché non pretendono di monopolizzare il sentimento patrio, bensì togliere a questo un pò dell'aria retorica che è andato spendendola e riempirla di un contenuto di solidarietà e di giustizia per il nostro popolo.
    In questo sforzo nazionale stanno collaborando e continueranno a farlo tutti quelli che sperano nella nascita di un mondo migliore, senza sfruttamento e senza angoscia.
    Quando i padri di tutta la patria americana fecero germinare idee esotiche che venivano da una rivoluzione progressista europea, si volle annegare inutilmente la nostra indipendenza, tacciandola di liberale e forestiera, quando ella era il frutto storico di correnti universali che arrivavano ai bordi dall'America.
    Oggi, alcuni ritardati uomini di Stato pretendono di esautorare, anche parlando di esotismo, le nuove correnti di indipendenza e progresso che devono con maggiore ragione fruttificare nella nostra America per lo stesso ritardo in cui ci mantenevamo. Dimenticano che più che mai formiamo quello che Wendell Wilke qualificò come "un solo mondo."
    Davanti alle prospettive che arrivi fino al nostro paese l'ultima onda dell'offensiva anticomunista che si agita prima di attaccare a fondo tutte le istituzioni ed i partiti repubblicani, come nei casi della Spagna e l'Argentina, voglio portare alla severità di questa assemblea un'immagine terribile che è, anche, un insegnamento solenne.
    Esistè, fino a pochi giorni fa, un uomo pazzesco che, sotto lo stendardo dell'anticomunismo, massacrò e distrusse, disonorò e profanò, invase ed assassinò esseri e città, campi e villaggi, paesi e culture. Questo uomo riunì forze formidabili che addestrò per fare di esse il più immenso torrente di odio e di violenza che abbia visto la storia dell'uomo.
    Oggi, vicino alle rovine della sua nazione, tra i milioni di morti che trascinò alla tomba, giace come un rudere, bruciato, contorto ed anonimo, sotto i rottami del suo proprio cittadina che nel posto più alto ostenta ora una bandiera gloriosa che sopra uno fondo scarlatto porta una stella, una falce ed un martello.
    E questa bandiera, con gli altri emblemi vittoriosi, significa la pace e la ricostruzione dell'offesa dignità umana.

[La Conferenza di San Francisco]

(Sessione di mercoledi 12 settembre 1945)

IL SIGNOR MARTÍNEZ MONTT (PRESIDENTE). Ha la parola i signore Reyes.
    IL SIGNORE REYES. Signor presidente:
    Mi sia permesso, onorevoli colleghi, sottolineare il carattere di straordinario realismo dello Statuto delle Nazioni Unit approvato a San Francisco, nonostante la diversità di interessi e di strutture politiche lì rappresentate.
    Leggendo questi capitoli secchi e determinati, la gente della mia generazione vede nascere l'armonia disciplinata dai paesi e morire, per fortuna, il periodo utopico e sognatore che, dentro il verbalismo più ispirato, deluse a tutti i Paesi per la sua ripetuta impotenza davanti alle aggressioni internazionali.
    Precisamente in questa lettera magna e primordiale quello che più attrae è l'ampiezza di poteri del Consiglio di Sicurezza. Non concordo coi criteri espressi in questo stesso Senato di desiderare tante capacità all'Assemblea, perché quella goccia di energia vitale del mondo libero, tanto difficilmente elaborata, si sarebbe sciolta in un'eternità di frasi, come il bosco verbale della defunta Lega delle Nazioni, alla cui ombra si coltivarono tutti i funghi velenosi dello sterminio dell'Europa.
    Il fatto che il centro permanente di questa gran vigilanza organizzata sia il Consiglio di Sicurezza e dentro lui gli Stati Uniti, Gran Bretagna, l'URSS, la Cina e la Francia, cioè, la metà della popolazione del mondo e quasi tutto il potere economico e militare, non significa, come si è preteso, la liquidazione dei piccoli paesi, bensì la responsabilità generosa di colore che per l'unanimità delle sue decisioni mantengono in maniera effettiva la pace che guadagnarono con indicibili sofferenze ed eroismi.
    Molti avrebbero desiderato la resurrezione della Lega. Questa fu debilitata per l'intrigo, fallì in Abissina, consegnò alla Spagna repubblicana in mani del Quisling che fino ad ora la disonore. I piccoli paesi parlarono moltissimo e gli ambasciatori latinoamericani furono insigniti da Mussolini, da Hitler e da Franco. Quasi tutti essi aiutarono coscientemente o inconsciamente a perdere la metà della guerra che veniva. La paura al comunismo era saggiamente amministrata in eleganti riunioni che furono ridotte al silenzio dai primi tuoni dell'artiglieria nazista. Le lampade di Ginevra si spensero. Qualcosa morì lì per sempre.
    Col pretesto di difendere le piccole nazioni, queste vecchie lampade vollero accendersi un'altra volta in San Francisco e con esse i discorsi, le onorificenze e gli antichi valzer. Ma speriamo che di questa Carta di ristretti capitoli, basati sulla forza e sul sacrificio dei grandi paesi, una robusta luce mattutina, una luce naturale si sia accesa nella costa della California per illuminare tutti gli angoli del mondo ed in questa politica a tutta la luce e ad ogni aria escano guadagnando straordinariamente le piccoli nazioni e che non possano essere investite mai più alla luce del giorno, protette come mai prima dai giganti che montano la guardia intorno alla pace duramente guadagnata.
    L'episodio dell'Argentina è stato per noi un gran colpo. Abbiamo contribuito a dare palese di pulizia ad un governo che disturba la dignità e la libertà americane.
    Io non posso comprendere né accettare da molto nostro tempo la nostra politica estera. Questo viene da lontano. Riconoscemmo Franco troppo presto. Rompemmo con l'Asse troppo tardi. Riconoscemmo la Bolivia troppo presto. Ora tutto il mondo è molto pentito, allora gli mandammo un ambasciatore. Stabilimmo relazioni con l'Unione Sovietica troppo tardi. Riconoscemmo Ramírez e dopo Farrell-Perón troppo presto. Quindi il Cile li aiuta in San Francisco. E poche settimane prima che gli Stati Uniti ritirassero l'ambasciatore Braden che ha parlato tanto forte e tanto aspro, noi inviammo loro un ambasciatore affinché passasse inavvertito, affinché rimanga zitto.
    L'onorevole dottore Cruz Coke ci ha detto: "Siamo d’accordo tutti, sapevamo quello che era il governo argentino." Tuttavia si invitò quello governo con la degna opposizione dei senatori Contreras Labarca e Gabriel González. Qui anche il Senato era di accordo, in rara unanimità, a posticipare il viaggio del nostro ambasciatore in Argentina ed il signore Quintana Burgos andò a Buenos Aires, nonostante l'unanimità.
    Ci è detto: come potevamo sfidare l'America intera?, come andavamo a violentare il compromesso di Chapultepec?
    Ed io rispondo: Quando il Cile parla e si alza sulla sua tradizione di libertà e di diritto, è l'America intera. Il Cile potè essere lo spirito, il vero spirito dell'America intera. Ma se concediamo, se contrariamo il mandato del nostro popolo e della nostra tradizione, se entriamo nella riconciliazione, perdiamo il diritto alla parola che sempre dovette essere ascoltata, smettiamo di essere, e per sempre, il parola dell'America.
    In quanto al compromesso di Chapultepec, elaborato dagli Stati Uniti per il sinistro componendero Avra Warren, il legittimizaatore del governo fascista di Villarroel, appartiene già all’arredamento scartato, come lo fu Chamberlain, del salone degli avvenimenti. Il cancelliere Padilla l'ha seguito. I tempi cambiano e gli uomini devono cambiare.
    Esigiamo un'altra volta che il nostro governo che prenda in considerazione le aspirazioni ed i mandati del suo paese. Ratificando questo nobile documento vediamo le contraddizioni che c'avvolgono e che devono essere abolite. Vogliamo meno indecisione nella nostra politica governativa, vogliamo luce di pieno giorno all’interno e all’esterno del corpo della patria. Questa lettera sarà sterile ed un pezzo in più di carta se i governi di tutte le nazioni non gli danno contenuto di accordo coi suoi solenni compromessi.
    Il popolo del Cile vuole in questo momento la rottura con Franco e con Perón. Noi saremo sempre di più di accordo in ciò, ma non romperemo coi tiranni. Il nuovo governo della Repubblica spagnola è stato già riconosciuto dal Messico e dal Guatemala. Noi avremo già tempo di farlo, quando già tutti l'abbiano riconosciuto, quando non significhi né gagliardia né convenienza urgente farlo. Giungeremo, un'altra volta, tardi all'appuntamento della dignità americana ed avremo patrocinatori eloquenti che difenderanno il nostro ritardo. Ma i senatori di questi banchi, come molti altri onorevoli senatori, hanno mostrato al paese con insistenza ed allarme il pericolo che per il nostro prestigio significa questa strada.
    Espresse con sincerità assoluta queste obiezioni, reitero la mia fiducia nello Statuto delle Nazioni Unite che oggi discutiamo. In questo organismo pratico i cui decisioni ostacoleranno o respingeranno le aggressioni, prenderà parte e responsabilità attiva, vicino a tutte le nazioni, la gran nazione patrocinatrice della pace del mondo, l'Unione Sovietica. Con la partecipazione della sua giovane e generosa forza nei lavori della pace e della nuova economia mondiale, si apre una nuova epoca per tutti i paesi. Siamo orgogliosi che il nostro piccolo, libero ed amato paese assuma anche la sua responsabilità nella costruzione di questo mondo che nasce.

[Miglioramento economico del corpo docente]

(Sessione di mercoledì 31 ottobre 1945)

IL SIGNORE VIDELA (PRESIDENTE). Continua la discussione generale del progetto sul miglioramento economico del corpo docente.
    [...]
    IL SIGNOR ALESSANDRI PALMA (PRESIDENTE). Offro la parola.
    Offro la parola.
    Chiuso il dibattito.
    In votazione generale il progetto.
    IL SIGNOR SEGRETARIO. Gli onorevoli signori Contreras Labarca, Lafertte, Guevara e Reyes sollecitano che la votazione sia nominale.
    IL SIGNOR ALESSANDRI PALMA (PRESIDENTE). Si precederá in quella forma.
    IL SIGNOR SEGRETARIO. Il signore presidente mette ai voti il disegno di legge su miglioramento economico del corpo docente.
    Durante la votazione.
    [...]
    IL SIGNOR REYES. Ho sentito in questa Sala non solo critiche al finanziamiento del progetto che discutiamo ma anche parole gravi sull'attuazione del magistero cileno, parole che in questo momento non posso dimenticare basando il mio voto che è e voglio che sia un omaggio all'eroico magistero del Cile.
    Durante lunghi anni in altri paesi e specialmente in quelli in cui si parla spagnolo, ho visto migliaia di maestri normali del Cile arrivare ad occupare situazioni di privilegio tra gli stranieri. Ho visto università formate dai nostri maestri in paesi come Costarica ed altri dell'America Centrale; ho visto i nostri maestri posizionati in elevate posizioni in paesi che onorano la nostra America, come Colombia, per esempio. In Venezuela ho avuto occasione di vedere missioni di maestri cileni che hanno lasciato il nome del Cile scritto con vibranti lettere nella cultura venezuelana. Mi è toccato assistere al triste spettacolo che nell'onorevole Senato del Cile si sianono pronunciate le parole incapacità, disordine, rispetto ai maestri che onorano non solo la nostra patria, bensì l'America. In Messico ho visto, onorevoli colleghi, la statua, non ad un guerriero cileno, bensì ad una maestra rurale che dalla sua forma di bronzo illumina la coscienza messicana. Perciò, signore presidente, il mio voto è un omaggio al magistero cileno, è un omaggio al suo oscuro lavoro, che rappresenta il senso cileno per la sua modestia, per la sua pazienza, per la sua efficacia, per la sua cultura e, soprattutto, per lo sviluppo civico e di coscienza politica che ha acquisito negli ultimi anni e che onora al magistero di tutta nostra l'America.

[Omaggio a Gabriela Mistral]

(Sessione di martedì 20 novembre 1945)

IL SIGNOR ALESSANDRI PALMA (PRESIDENTE). Ha la parola l’onorevoli signor Reyes.
    IL SIGNORE REYES. Sig. presidente: Il Partito Comunista del Cile mi ha accordato una distinzione particolarmente rispettabile nella mia condizione di scrittore, chiedendomi di esprimere la nostra allegria e quella del paese intero per aver ricevuto questo anno la più importante ricompensa letteraria internazionale il nostro compatriota Gabriela Mistral.
    Il nostro piccolo paese, questo primo angolo del mondo, lontano ma primordiale in tanti sensi essenziali, inchioda una freccia purpurea nel firmamento universale delle idee e lascia lì una nuova stella di minerale grandezza. Quante volte stretti vicino ad una radio ascoltiamo nella notte pulita del nord o nella tumultuosa La Frontiera l'emozionante lotta dei nostri sportivi che disputavano in lontane città del mondo un premio per il nostro antartica bandiera. Mettiamo in quei minuti un'emozione intensa che univa dal deserto alla Terra del Fuoco tutti i cileni.
    Quel premio mondiale, quella finestra per guardare al mondo ed affinché per lei ci si rispetti, l'ha conquistato lo spirito. E la nostra capitana è una donna uscita delle viscere del paese.
    Gabriela Mistral - ieri lo disse María Teresa León, eroina spagnola -, "nome di arcangelo e cognome del vento", è nel suo trionfo la vendetta esemplare delle classi popolari della nostra nazionalità. Ella è una di quelle maestre rurali o campagnole, elevata per la maestà della sua opera e combattuta per tutti i problemi angosciosi che molestano il nostro paese. Senza smettere di vedere per un minuto l'eccezionalità della sua forza interiore, pensiamo quante piccole Gabrielas, in fondo del nostro duro territorio, soffocano i loro destini nella gran miseria che infama la nostra vita di paese civilizzato.
    Gabriella porta nella sua opera intera qualcosa di sotterraneo, come una venatura di profondo metallo indurito, come se le angosce di molti esseri parlassero per la sua bocca e ci raccontassero dolorose e sconosciute vite. Tutta la sua opera è inzuppata da una misericordia vitale che non riesce a trasformarsi in disubbidienza né in dottrina, ma che oltrepassa i limiti della carità caritatevole. In lei stanno i germi di una gran pietà verso il suo paese, verso i vilipesi ed offesi da altri grandi pietosi, Dostoyevski e Gorki, pietà della quale altri uomini di nuova sensibilità dedurranno strade, estrarranno insegnamenti politici, come nella patria di Gorki e Dostoyevski la tirarono fuori nuovi uomini che stabilirono un ordine umano ed una giustizia basata nella tenerezza.
    Devo celebrarla anche come patriota, come gran amatrice della nostra geografia e della nostra vita collettiva. Questa madre senza figli sembra esserlo di tutti i cileni; la sua parola ha interrogato e lodato per tutto il nostro luogo di origine, dalle sue estensioni fredde e forestali fino alla patria ardente del salnitro e del rame. Ha continuato a lodare ognuna delle sostanze del Cile, dal precipitoso mare Pacifico fino alle foglie degli ultimi alberi australi. I piccoli fatti e le piccole vite del Cile, le pietre e gli uomini, i pani ed i fiori, le nevi e la poesia hanno ricevuto la lode della sua voce profondissima. Lei stessa è come una parte della nostra geografia, lenta e terrestre, generosa e segreta.
    Qui c'eravamo abituati a male guardare la nostra patria per un falso concetto aristocratico ed europeizzante. Persiste ancora un'aria dubbiosa di paragone verso le grandi culture, un paragone sterile e pessimista. Ricordo avere sentito di un gran scrittore in Francia: "Quanto più locale un scrittore è, più universale si presenta al giudizio universale." Gabriella c'onora davanti al mondo perché comincia per onorare al Cile dentro sé stessa, perché, come Vicuña Mackenna, vive in preoccupazione di tutta la sua terra, senza paragonarla, senza sottovalutarla, bensì piantandola e fertilizzandola con quella mano creativa, popolandola con quello spirito oggi illuminato dalla gloria.
    Cerchiamo nel nostro paese tutte le piante ed i germi dell'intelligenza. Alziamo la dignità della nostra patria dando ogni giorno migliori condizioni al nostro popolo abbandonato e sforzato, affinché Gabriella possa ripetersi senza dolori, ed affinché l'orgoglio che oggi condividiamo tutti i cileni ci faccia, in questo giorno di festa nazionale, pulire la casa della patria, curare i tutti i suoi figli, poiché dall’alta e bella testa arauco-spagnola di Gabriela Mistral, gli occhi del mondo scenderanno a guardare tutti gli angoli del Cile.

["In memoriam" Domingo Amunátegui Solar]

(Sessione di martedì 28 maggio 1946)

IL SIGNORE REYES. Signor presidente: Il tempo che potè tagliare questa vita tanto lunga e tanto generosa, si incaricherà, sicuramente, di sgranare il più puro, il più valido ed il più permanente dell'opera di un storiografo di tanto vasto respiro. Ma, giudicando come contemporanei e come cileni, nessuno potrà negare a questa opera tanto estesa e determinata il suo impulso patriottico, la sua gran condizione di amore verso gli aspetti più oscuri ed originari della nostra nazionalità, la sua investigazione intorno alla nascita della nostra patria e la sua investigazione diretta verso la colonia e verso le correnti formatrici della nazionalità della nostra patria.
    Il suo titanico lavoro, maggiorato ancora col suo vasto sforzo diretto all'insegnamento nel nostro paese, fa il signor Amunátegui Solar degno meritevole del rispetto di tutti i nostri concittadini e dell'omaggio che, di tutte i banchi del Senato, gli rendono i miei onorevoli colleghi in questa ora.
    I senatori comunisti aderiamo di tutto cuore a questo omaggio che non fa altro che saggiare l'opera e vita di un gran cittadino della nostra patria.

["In memoriam" Mijaíl Ivánovich Kalinin]

(Sessione di mercoledì 5 giugno 1946)

IL SIGNOR ALESSANDRI PALMA (PRESIDENTE). Nell'ora degli incidenti, ha la parola gli onorevoli signor Reyes.
    IL SIGNORE REYES. Signor presidente: Alle dieci della mattina dell'altro ieri interruppe la sua trasmissione la stazione radio di Mosca per annunciare all'Unione Sovietica ed al mondo il decesso di Mijaíl Ivánovich Kalinin. Questa dolorosa notizia fu seguita dalla "Marcia funebre" della Sinfonia eroica di Beethoven.
    Forse la musica umana, sacra e solenne di Beethoven diede a milioni di uomini la sintesi più profonda di una vita tanto nobile ed il sentimento della sparizione dello scenario mondiale di un gran costruttore del futuro.
    Camerata di armi di Lenin e di Stalin, Kalinin fu presidente del Presidium del Soviet Supremo dell'URSS, per 27 anni, fino a che nel marzo passato il suo organismo, minato finalmente da grave malattia, non gli permise di continuare nella presidenza dell'Unione Sovietica.
    Ma la sua vita abbraccia e contribuisce alla nascita ed allo splendore del regime sovietico, che andava a tirare fuori la sua patria delle tenebre medievali per impiantarla in mezzo al concerto delle nazioni potenza gloriosa e rispettata e come speranza simbolica, realizzazione formidabile di vasti ed antichi sogni dell'umanità.
    Appena alcuni mesi fa, nel novembre del 1945, Kalinin lasciava sentire la sua voce per incanalare l'attività pacifica dell'URSS, dopo avere esaminato e denunciato le terribili stragi e l'immensa distruzione causate nel suo territorio per i banditi nazisti. "Per molto ardua che sia la rotta che dobbiamo percorrere per la nostra ricostruzione, sarà molto più facile dei quattro anni di guerra", espresse al suo popolo in quell'occasione.
    Con queste semplici parole consegnava il suo consiglio e direzione a tanti formidabili compiti, incoraggiando la nascita del nuovo piano quinquennale di sviluppo dell'economia, del trasporto e della ricostruzione che darà un nuovo e considerabile aumento del livello di vita al popolo russo.
    Potè dare così la sua parola iniziale in questa epoca di coinvolgimento pacifico della sua patria, l'uomo che l'accompagnò con la sua attività feconda in tutte le sue lotte, da quel giorno in cui confinato in Siberia, nel 1917, conoscendo la caduta dei Romanoff, si affrettò a prendere parte agli avvenimenti di quelli giorni che "scossero il mondo". Figlio di contadino povero, più tardi operaio di una fabbrica, la sua personalità conservò, durante i lunghi anni in cui fu leader dell'organismo supremo dello Stato sovietico, i suoi modi allegri, abnegato e semplice di autentico figlio del paese. Durante la guerra contro i crudeli sterminatori tedeschi, la sua parola piena di fede nella vittoria fu ascoltata con immenso rispetto ed amore in tutti gli angoli dell'URSS.
    Un gran capitano della causa popolare, un gran statista, un gran patriota di una nobile nación, un gran bolscevico è scomparso. Ma il suo ricordo rimarrà come un esempio di azione, di abnegazione, di purezza e di lotta per tutti i difensori del paese, in tutti i paesi della terra.

[Benvenuto alla Delegazione Culturale dell'Uruguay]

(Sessione di mercoledì 26 giugno 1946)

IL SIGNOR ALESSANDRI PALMA (PRESIDENTE). Ha la parola l’onorevole signor Reyes.
    IL SIGNOR REYES. Voglio dare un saluto di benvenuto, rispettoso e fraterno, all'eminente Delegazione Uruguaiana della Cultura. Viene in Cile alla ricerca di un fratello consanguineo, sostenitore, come lo è la sua patria, delle colonne del tempio della dignità e del decoro, in questo tormentoso lato del mondo. Io dovrei, forse, come Rodó lo scrisse nella sua prosa d’oro, dire il salmo della libertà, soprattutto in questa ora in cui sembra, tra noi, eclissarsi per un momento.
    In questa ambasciata dello spirito, del pensiero e della bellezza affettuosa, permettetemi scegliere il nome per me molto caro ed ammirato di colui che compose i poemi trascendenti "El halconero astral" e "La lámpara che anda" ed espresse la sua concezione sull'essenza dell'arte in Poética y plástica.
    Mi riferisco ad Emilio Oribe, artista e filosofo, il "uomo estetico" di cui parlava Platone.
    Questi plenipotenziari dell'anima uruguaiana c'offrono inoltre un dono poderoso e sottile, un regalo di luce e colore: l'esposizione straordinaria del pittore Figari, il cui genio pittorico rimonta le frontiere del suo podere natale per trasformarsi in patrimonio e tesoro plastico dell'America intera.
    Mi sia permesso, ugualmente, richiamare l'attenzione del Senato verso l'eccezionale dimostrazione di simpatia, deferenza e fraternità che ci offre l'Uruguay, dettando una legislazione di avvicinamento intellettuale orientata questa volta esclusivamente verso il Cile. Bisogna dire che questo atteggiamento tanto cordiale, significativo e straordinario non avvolge la minore ombra di sdegno verso altri paesi, ma è indice di affinità molto profonde e definitive tra entrambe le nazioni. Abbiamo coscienza di quella corrente che unisce le portate del nostro destino comune e per ciò, con l'onorevole senatore Domínguez, presenteremo a questo Corpo Legislativo un progetto avviato a stabilire la più giusta reciprocità di trattamento sulla materia con l'Uruguay.
    Preziosa iniziativa la sua che mette in alto rilievo nel cuore stesso della legge quanto radicata stia in quel paese di pensatori e di gran cultura la venerazione agli ideali che professò lo spirito fondatore ed indomito di Artigas e la sua devozione alla linea di amore al libero arbitrato nelle pagine della saggezza e dell'unità latinoamericana dell'insigne evocatore di Rubén Darío, del simbolista di Ariel e Calibán, del visionario degli Hombres de América, José Enrique Rodó, la cui evocazione si solleva con le ali in atteggiamento di volo in una delle passeggiate di Santiago. Terra di poeti precursori, tempestuosi ed indimenticabili come il conte di Lautréamont, Laforgue e Supervielle, Sabat ed Oribe. Culla di donne incendiate dalla fiamma di una divorante poesia, come Delmira Agustini, Juana de Ibarbourou e Sara di Ibáñez. Suolo dove cresce un paese vigoroso, combattente e democratico, meravigliosa linfa dei movimenti politici di avamposto e libertà. Panorama dinamico, ardente che riassume in somma un'atmosfera di mentalità laboriosa e conferisce all'Uruguay carattere di meridiano di idee e centro dell'indipendenza del pensiero e dell'uomo in queste latitudini della terra.
    Ma dobbiamo anche dire che l'Uruguay guarda verso il Cile cercando il profilo familiare, volendo abbracciarlo sul gran enigma inquietante che significa la resurrezione, in paesi vicini, di forze impure, di correnti strane che spiano, volendo attentare alla vita stessa della cultura e della sua necessaria e propizia aria aperta dove fiorire.
    Questa illustre delegazione accorre qui ad un appuntamento col destino della libertà, perché Uruguay e Cile, vicino a Colombia, Costa Rica e Messico, sono stati per lungo tempo la garanzia del rispetto ai diritti umani, tanto gravemente ed perfidamente precipitati nella nostra America. Ed in questa ora, quando ancora suona negli uditi del cuore umano l'ora della vittoria e della pace, potenze regressive che molti credettero per sempre zittite escono di nuovo dai quartieri di inverno della sconfitta, mettendo in pericolo i principi essenziali della nostra indipendenza, pretendendo di spezzare il cammino dei popoli verso il perfezionamento della loro democrazia.
    Per questo, non posso smettere di pensare che il gesto dell'Uruguay - imparentato ad una prolungata e raggiante tradizione civile - è presieduto nel profondo dal segno sublime e dal nobile proposito di cercare e trovare nella nostra democrazia e nella nostra cultura quella comunità di atteggiamento, quella forza fraterna - mai negata - che stia vicino alla sua e monti di sentinella dell'America in questa ora di prova delle libertà.
    Ma, per la nostra gran disgrazia, questa ambasciata ha dovuto presenziare a fatti indegni, vergognosi che sicuramente l'avranno mossa a meditare sui rischi e responsabilità della cultura, vedendo che in paesi tanto tradizionalmente democratici come il nostro si chiudono quotidiani e stazioni radio per dire la verità, da tutti conosciuta, da ogni parte; che riempiono di poliziotti le stamperie per ostacolare che il pensiero del paese si esprima, notando, denunciando ed allertando contro la cospirazione antidemocratica che era sul punto di esplodere; che si condannano i giornalisti che credono che la loro missione consiste nel raccontare quello che succede e non in vendersi a tanto al centimetro per pubblicare apocrife stupidità come "circolari segrete comuniste", grossolanamente ordite. Ora ombrosa in cui il paese cade mitragliato in una piena piazza pubblica, di fronte al palazzo di governo, per il "crimine nefando" di chiedere misure affinché scenda il costo dalla vita e si ristabiliscano le conquiste sociali. Ora ombrosa in cui lo svilimento è arrivato ad organi giornalistici prima rispettabili che hanno celebrato gli attentati contro la libertà di stampa.
    Ed a questa catena di indegnità se ne è unita all'ultimo minuto una che tocca direttamente il senso stesso di quello che rappresenta l'ambasciata uruguaiana. Nell'istante in cui pestava la nostra terra, il Ministero dell'Interno, senza processo giudiziale né ordine competente dei tribunali, ha fatto perseguire, in una vera battuta di caccia nazista, lo scrittore repubblicano spagnolo Antonio Aparicio. Questo giovane e distaccato poeta trovò rifugio, ai tempi di Don Pedro Aguirre Cerda, nell'ambasciata cilena a Madrid, vicino ad un pugno di eroi del regime legale della madre patria.
    Per diciotto mesi visse in questo pezzo di Cile che gli salvava la vita. Notte dopo notte il falangismo ululava vicino alle soglie di quella casa odiata dove ondeggiava la nostra bandiera, lottando per forzare quelle porte sacre e chiedendo la testa di quelli figli valorosi della vera Spagna. Il governo franchista si ostinava a riscuotere quel trofeo di sangue, con sete omicida mai sazia, deciso a rompere e violare il diritto di asilo. Allora Don Pedro Aguirre Cerda, interpretando con fedeltà il clamore del suo paese, rispose con energia e valore, rompendo le relazioni con Franco. E quei rifugiati, Aparicio tra essi, furono invitati dal governo cileno a vivere nel nostro paese, a condividere la nostra libertà e la nostra ospitalità. Oggi, un potere accidentale, che non nasce nella consultazione popolare, vuole non solo espellere dal Cile uno degli uomini che un governante con maggiori diritti invitò, ma pretende, nel fondo, consegnarlo a quegli stessi boia che batterono per un anno e mezzo alle porte della nostra ambasciata a Madrid, chiedendo sangue e più sangue.
    Io sono intimamente legato alla venuta dell'immigrazione repubblicana spagnola, formata di uomini laboriosi e spiriti liberi. Fui protagonista ed attivatore di questa. È uno degli orgogli più grandi della mia vita. Il fatto che abbia ricevuto migliaia di auguri per quello mi indica che fu un'immigrazione di prima classe che non necessitava, come altre che si preparano, di abbondanti denari del governo per portare dubbiosi stranieri di mentalità ed origine in aperta contraddizione con la nostra idiosincrasia ed interessi.
    Aparicio, che conosco fin da bambino, è un notabile poeta, poeta al di sopra di tutto, che non ha avuto mai nessun intervento nella politica cilena. Scrittore professionale, ha appena pubblicato due libri di prominente significato: un reportage scarno ed impressionante sul terrore nazista, denorminado Cuando Europa moría
ed un lirico e puro volume di poemi, El pez y la estrella.
    Mi rattrista anche questa assurda persecuzione perché, oltre a significare letteralmente un crimine contro la cultura, è un delitto di lesa patria, un attentato contro la struttura legale del paese, commesso per vestigia di inclinazioni fasciste che oggi, più che mai, hanno influenza poderosamente sul palazzo. L'ambasciatore di un governo che neanche è stato ammesso nel consesso delle Nazioni Unite, perché ha le mani sporche del sangue di milioni di spagnoli, ha influenza sul coraggio debole e sospettosamente compiacente dei nostri passeggeri ministri e trascina a commettere questo grave delitto contro la nostra Costituzione, contro le nostre leggi fondamentali, contro la santità del diritto di asilo, contro il midollo di una rispettabile tradizione repubblicana che si consustanzia con tutta la nostra storia di paese indipendente. Voglio ricordare, a proposito, a questi uomini solitari di La Moneta quello che imparano tutti i bambini cileni nel sillabario: Il Cile smise di essere colonia della Spagna in 1810. Siamo i padroni del nostro destino e per niente del mondo rinuncieremo alla nostra dignità. Farebbero bene questi cavalieri a ripassare le lezioni dimenticate di O'Higgins e Carrera, dei genitori della nostra libertà, ed in ascoltare con più patriottica attenzione la lettera di quella Canción Nazional che toccano tutti i giorni di fronte a La Moneta e che canta "l'asilo contro l'oppressione."
    Questo paese che sta disposto ad alzarsi intero in difesa e salvaguardia della sua legalità, non tollera in silenzio il crimine che si vuole perpetrare. Il governo è notificato di ciò. Un clamore di stupore comincia a crescere davanti alla coscienza attonita degli intellettuali dell'America e dell’Europa che fanno arrivare la loro espressione di protesta davanti al fatto per e|los quasi incredibile. Anch’io voglio formulare la mia riprovazione più energica verso questa condotta inaudita e chiedo si notifichi al Ministero dell'Interno affinché lasci di fatto senza effetto quel decreto che offende alla nostra carta fondamentale e è un insulto alla nostra dignità ed un'obbrobriosa offesa per il buon nome del Cile davanti al consenso internazionale.
    Non può sembrare strano che abbia legato questo avvenimento ombroso al mio saluto ed omaggio all'ambasciata della cultura uruguaiana. Non ho trasgredito nessun codice morale vincolandoli con questi problemi di radice e risonanza americane. Conosco l'Uruguay e so che per essi formiamo una stessa magione familiare, so che sente nel vivo la nostra unità di destino. E per tale motivo presenzia con dolore lo spettacolo inaspettato, medievale e vergognoso, che in un paese ammirato in tutta il lungo continente per la sua coscienza e maturità civiche, le libertà siano calpestate come in qualunque tirannia.
    Oltre ad una protesta, voglio formulare un voto: che la persecuzione spietata, allo stile della Gestapo, contro Antonio Aparicio, poeta e scrittore che onora al nostro paese col suo lavoro letterario, sia solo un atto fugace di dispotismo.
    Perché se così non fosse e l'ostilità verso i nostri invitati continuassero, il paese chiederà, implacabile, i colpevoli. Convocheremo allora le sue forze invincibili, che non accetteranno questi atti intollerabili, che non getteranno nell’oblio coloro che stanno eseguendoli e quelli che domani puniranno con la forza di giustizia come solo il paese sa farlo.
    E chiedo agli intellettuali, agli scrittori e storiografi di questa epoca che nelle loro opere di oggi e di domani collochino nel loro posto questi piccoli uomini che occupano situazioni grandi, dando loro la cosa unica che possono meritare: la dimenticanza ed il disprezzo che conquistarono nella loro breve attuazione e meritarono.

[Osservazione all'accordo culturale con l'Uruguay]

(Sessione di mercoledì 7 agosto 1946)

IL SIGNORE REYES. Chiedo la parola, signore presidente.
    Devo fare un'obiezione a questo progetto.
    Sono interamente d’accordo, in generale, con l'accordo che si tratta. La grande amicizia intellettuale tra Uruguay e Cile uscirà enormemente favorita con esso; ho, ciononostante, una obiezione da fargli. In effetti, vediamo qui un articolo che è straordinariamente sospettoso, specialmente in questi momenti in cui si stanno dando severi colpi ai precetti costituzionali e di morale politica in Cile.
    Dice l'articolo 4.°: "Saranno esclusi da queste agevolazioni i libri che tendano a realizzare propaganda che colpisca l'ordine politico, sociale o morale dei paesi firmatari."
    Questo odora di cosa retrograda, antiquata, del tempo dell'Inquisizione. Contro questa classe di disposizioni legali lottarono Camilo Henríquez e gli uomini della nostra Indipendenza e non è possibile che ora, in un accordo tra due democrazie orgoglio dell'America, si stabilisca una disposizione di tipo poliziesco, inquisitorio.
    L'accordo conterà sull'applauso dei senatori di queste banchi, ma protestiamo contro il contenuto dell'articolo 4.° e chiediamo la sua eliminazione.

[Su avvenimenti politici in Bolivia]

(Sessione di martedì 23 Luglio 1946)

IL SIGNORE OPASO (PRESIDENTE). Ha la parola l’onorevole signore Reyes.
    IL SIGNOR REYES. Signor presidente, onorevole Senato:
    Volevo aggiungere alcune parole a quelle già molto eloquenti del mio onorevole collega signor Ocampo, perché la mia voce di amico del popolo boliviano non può mancare in questi momenti in cui è sorto un episodio di carattere continentale, una gran epopea popolare dalla nostra America, nella quale sangue di coraggiosi e popolari uomini della democrazia boliviana si è versato per le strade di quel paese per liberarlo, in un'ora di agonia per la vita istituzionale della Bolivia.
    Qualche tempo fa, onorevoli colleghi, discutiamo in questo onorevole Senato la convenienza o meno di autorizzare l'ambasciatore del Cile affinché andasse a compiere la missione diplomatica che il governo gli incaricava nella capitale boliviana. E io uno di quelli che impugnarono, non la designazione dell'ambasciatore, bensì il fatto che apparissimo dando loro la mano, in un momento critico per la democrazia del paese fratello, a quelli che avevano calpestato e travolto la libertà, in forma sanguinaria, per le strade di quel paese. Perciò, voglio dedurre dai fatti attuali alcuni idee che illuminino la filosofia politica in cui è basata la libertà della nostra America.
    Negli ultimi tempi - e qui abbiamo come testimone all'onorevole Senato del Cile -, contro la volontà dei paesi dell'America, i governi e parlamenti dell'America, compresi i nostri, si sono affrettati a bollare amicizie di questa indole, mettendo il nome della democrazia in franca complicità coi peggiori e più torvi regimi antidemocratici dell'America. E questo si è fatto in nome di un "non intervento" che non nasconde altro che una pigrizia di routine per vedere i problemi del nostro tempo.
    Sono stato in questo recinto e fuori di esse, per le strade, nelle piazze, nei miei libri e nei miei articoli, contro questa errata politica che ha seguito e che affronta, particolarmente, il nostro paese, perché ho visto, durante i miei viaggi, come sempre sperarono i paesi dominati che il governo del Cile alzasse la sua voce per difendere l'indipendenza soffocata dentro quelle nazioni e, tuttavia, il nostro governo fu il primo che dette la mano ai boia della libertà americana degli ultimi tempi. Che questa politica, signori senatori, si rettifichi, fondando l'amicizia verso i paesi e non verso falsi e transitori despoti che possano usurpare per alcuni giorni i destini di qualcuna delle nazioni della nostra comunità americana.
    Richiamo anche l'attenzione verso il fatto che i tiranni caduti in Bolivia i cui cadaveri giustamente il paese ha appeso alle piazze, inalberarono la bandiera dell'anticomunismo per riappacificare o martirizzare il loro paese. Quando si intentano crimini contro la libertà, quando si vuole minacciare tutte le istituzioni vitali per la vita di un paese, gli usurpatori alzano la bandiera dell'anticomunismo, perché questo favorisce i loro propositi.
    In questa occasione, voglio anche salutare gli illustri rifugiati boliviani che con la sua presenza hanno onorato al nostro paese, specialmente il signore Alberto Ostria Gutiérrez che continuiamo a considerare ambasciatore della Bolivia, ed i grandi dirigenti dei partiti della sinistra boliviana, signori Acero, Anaya ed altri.
    Che questa sanguinosa giornata di liberazione in America serva da esempio agli avventurieri che, in Cile o in qualunque altro paese, vogliano approfittare delle sue transitorie situazioni attuali per rendersi eterni nel governo contro la volontà del paese. Questa è un'avvertenza terribile, una lezione che ci dà il paese boliviano per tutti gli apprendisti di despoti, affinché questi vedano la punizione che li aspetta, come comincino il loro cammino i tiranni con molta anticipazione, cambiando abusivamente intendenti e governatori, spartendosi un bottino preelettorale e mettendo a sacco l'integrità del tesoro nazionale.
    Ringrazio anche, a nome degli intellettuali del Cile, i maestri, studenti ed operai della Bolivia che hanno dato un esempio della collera popolare, giustiziera, mettendola al servizio della dignità americana.
    Ho detto.

Intervento elettorale

(Sessione di martedì 30 Luglio e 7 agosto 1946)

IL SIGNORE SEGRETARIO. Conformemente all'accordo adottato su indicazione degli onorevoli signori Ortega ed Alessandri Palma (Don Arturo), dobbiamo trattare il disegno di legge sull’inamobilità dei funzionari dell'Amministrazione Pubblica e delle istituzioni semifiscali durante i periodi elettorali.
    [...]
    IL SIGNORE REYES. Mi permette, signore presidente?
    Io sarei di accordo con le modifiche a cui si riferiscono alcuni signori senatori, ma si tratta nel presente caso di un vero S.O.S. che c'inviano gli impiegati ed i funzionari di tutto il paese.
    Se non dessimo loro ora questo soccorro morale si sentirebbero abbandonati, poiché sebbene le questioni esposte possono in realtà essere di importanza, non è meno certo che in questi istanti essi sono perseguitati dai controllori che esistono dentro gli uffici. In realtà, quella che in questi momenti si sviluppa nel nostro paese è una vera battuta di caccia negli uffici fiscali: denunce, delazioni, tutta la macchina dello Stato sta travolgendo le possibilità di vita dei funzionari! Essi leggono un accordo del Senato mediante il quale il progetto appare inviato di nuovo all'onorevole Camera di Deputati e questo produce grande scoraggiamento e contribuisce ad approfondire ancora più il caos morale che si sta creando in La Moneda.
Desideravo far presente questa situazione ai signori senatori di tutte i banchi affinché approvino il progetto come proviene dall'onorevole Camera di Deputati.
[...]
IL SIGNOR REYES. Mi permette, signore presidente?
IL SIGNOR MARTÍNEZ MONTT (PRESIDENTE). Col consenso della Sala, può fare uso della parola la sua signoria.
IL SIGNOR REYES. Il nostro morto presidente, Don Juan Antonio Ríos, in una delle sue ultime dichiarazioni alla stampa manifestò che questo paese entrava in una specie di disintegrazione morale. Io non fui mai d’accordo con un'asserzione tanto assoluta come questa, che uscì da labbra del primo mandatario, perché mi pareva che essa non contemplasse la vera realtà di quello che succedeva nella nostra patria. Ma, probabilmente, il signor Ríos, prima di morire, previde la strada che avrebbero seguito i suoi successori nella presidenza, la persecuzione tenace che incomincerebbe contro la classe operaia da La Moneda, il rialzo degli articoli di prima necessità, imposto dall’alto, i commerci scandalosi di questi ultimi tempi, l'intervento elettorale agitato come unica dottrina per il candidato signore Duhalde, candidato di non si sa chi.
    Sono episodi un tanto divertiti quelli che ci ha raccontato l'onorevole signore Jirón. Per esempio, quello di quel picaresco amministratore della Posta di Osorno, che si vuole annotare un trionfo comunicando che ha obbligato a suoi subalterni a proclamare la candidatura del signore Duhalde. Ma io desidero segnalare in questa occasione qualcosa di ancora più grave: lo svilimento sistematico della stampa di questo paese, propiziato come clima politico da La Moneda. Abbiamo visto negli ultimi tempi che i due quotidiani vincolati al governo si sono rifiutati di riconoscere le correnti dottrinarie della grande maggioranza del paese, per mezzo di editroriali e false informazioni ed affermazioni continuamente deformate per fomentare un clima di guerriglia e di discredito politico che mai avevamo conosciuto. E dobbiamo considerare che questi quotidiani non sono solo scritti dai capi, che ricevono dirette insinuazioni dal governo, ma sono scritti anche da giovani giornalisti che, nonostante le loro credenze ed opinioni, si vedono obbligati a deformare e falsificare i fatti, contro le loro proprie convinzioni. Succede anche questo con la Direzione Generale di Informazioni e Cultura, dove si è arrivato più lontano da quello che può pensare l'onorevole signore Jirón. Fino a fa poco vedevamo in strada Huérfanos come il vicedirettore di quell'organismo - che credo è un signore Durán - vigilava personalmente sulla collocazione di altoparlanti che andavano a servire in un comizio in favore dal signore Duhalde ed abbiamo visto un spettacolo grottesco in una delle piazze principali del paese: una specie di proclamazione del signore Duhalde, realizzata da alcuni artisti circensi e della quale si ritirarono alcuni degli artisti più degni del Cile.
    Terribile stato morale di un paese! Anticipazione di una serie di oltraggi che si preparano ed ai quali ci opponiamo da questo momento!
    I senatori comunisti aderiscono alle parole di protesta dell'onorevole signore Jirón ed annunciamo al paese che si porteranno a tutti i settori operai, a tutti i settori del popolo, questa protesta, affinché il paese prenda conoscenza di essa, conservi nella sua memoria questi oltraggi e giudichi domani i suoi nemici, imboscati dentro la propria casa di governo.
    [...]
    IL SIGNORE REYES. Poco dopo che il signore Duhalde convertisse la casa di O'Higgins e di Aguirre Cerda, la casa dei presidenti del Cile, in una sala riunioni elettorale ed in un'agenzia di impieghi e poco dopo quella cerimonia in cui si autoproclamara il signore Duhalde candidato alla presidenza della Repubblica, circondato dell'incenso della Direzione delle Informazioni e dei nuovi cortigiani del regime, calpestando in quella cerimonia una tradizione nobile ed antica di esclusione elettorale, il nuovo vicepresidente promise di difendere questa tradizione pubblica di decenza e di rispettare i diritti dei cittadini nella prossima contesa elettorale. Ma abbiamo visto, in pochi giorni, che queste promesse del vicepresidente rimangono incompiute come le promesse famose del signore Duhalde di ribassare la vita in questo paese.
    Ieri stesso abbiamo visto un vero oltraggio alla libertà di espressione, poiché in una delle radio più importanti di Santiago si presentò un censore ufficiale a nome della Direzione di Servizi Elettrici, ma, in realtà, inviato per il signore Moller. Quel censore tacciò e soppresse da un discorso di propaganda di uno dei candidati, del signor Gabriel González Videla, le parti che, secondo il suo criterio, non dovevano essere conosciute dal paese, ostacolò che si parlasse del massacro della piazza Bulnes e di altri temi che sono spiacevoli per il candidato signore Duhalde.
    Dobbiamo prendere anche in considerazione, signore presidente, la grave dichiarazione apparsa in uno dei giornali della mattina di ieri, per il quale si denuncia specialmente alla nazione intera l'enorme quantità di naturalizzazioni affrettate che si sono concesse nell'ultimo tempo, a beneficio di alcuni spie tedesche colpevoli e confesse di spionaggio, come il caso di José Leute Rathgeh, a cui fu concessa la nazionalità cilena per decreto supremo N.° 2.263, di data 11 aprile 1946, in circostanze che, secondo informazioni ufficiali che stanno nella Direzione di Investigazioni, fu uno dei fabbricanti delle bombe ed esplosivi che affondarono varie delle nostre barche mercantili durante il passato conflitto, attentati criminali che costarono la vita di gran quantità di marinai cileni e, possibilmente, tra le altre, quelle dei giovani cadetti che viaggiavano nella fregata Lautaro.
    Dobbiamo richiamare l'attenzione del paese verso questi fatti coi quali si pretende di continuare le insolenze alla libertà e la libera manifestazione delle idee, in complicità coi più torbidi negoziati, nei quali partecipano, come abbiamo visto, spie registrate dalla polizia nazionale ed internazionale.
    Subito possiamo manifestare all'onorevole Senato e l'opinione pubblica che in questi momenti si sta preparando un altro atto di intervento. Stanno facendo le loro valigie per eseguire atti di intervento diversi funzionari della Direzione di Investigazioni che faranno parte della comitiva che accompagnerà al signore Duhalde nella sua gita elettorale. Vanno in qualità di provocatori e spaventatori dal paese affinché questo candidato, chiamato popolare, possa presentarsi davanti ai popoli del sud del paese. I funzionari a cui mi riferisco sono i seguenti: della sezione "confidenziale", vanno i signori Alfredo Salvo Vardenas, Rodolfo Schmied Marambio, Renato Gajardo Bottaro e Luis Rodríguez Sagredo, alias el Macheteado, guardia del corpo del capo di quella sezione, Joaquín Vergara Honorato; della prefettura di Santiago vanno Carlos Díaz Rojas, Ramón Ramírez Muñoz, Osvaldo Huerta Herrera ed Amaro Vergara Pérez; e, come guardia del corpo dell'ex segretario della CTCH, Bernardo Ibáñez, vanno gli investigatori Andrés Piano Zúñiga e Roberto Alvarado Guerra. Tutti questi funzionari yiajan con passaggio fiscale e con viatici per quindici giorni.
    Signori senatori, mi sembra che sia arrivato il momento che il governo si faccia eco del clamore di tutti i cittadini di fronte a questi vergognosi fatti. Perciò, chiedo al Signor presidente si invii comunicazione ufficiale a mio nome al fiammante ministro dell'Interno, signor Moller, chiedendo di presentarsi davanti a questa alta corporazione a darci conto di queste trasgressioni della Costituzione politica dello Stato ed all'ordine morale e poetico della nostra nazione, affinché si mostri alla faccia di tutto il paese il criterio con cui il governo pensa di affrontare la prossima lotta elettorale.
    IL SIGNOR MARTÍNEZ MONTT (PRESIDENTE). Si invierà quella comunicazione ufficiale a nome della sua signoria, congiuntamente con le osservazioni che l'onorevole Senato ha appena ascoltato.

[Sui diritti politici della donna]

(Sessione di martedì 10 dicembre 1946)

IL SIGNOR ALESSANDRI PALMA (PRESIDENTE). Ha la parola i signore Reyer.
    IL SIGNOR REYES. Onorevole Senato:
    Mi spetta intervenire in questo dibattito, facendo uso della parola a nome del Partito Comunista, giustamente quando un'eminente educatrice, conosciuta nel paese come una personalità di brillante intelligenza e stimata in tutti i settori per la sua serietà e rettitudine, María Marchant, militante del nostro partito, è designata per l'intendenza della provincia di Santiago.
    Per la prima volta nel nostro paese e nel continente, una donna arriva ad un carico di questa natura ed il fatto ha una doppia importanza perché, oltre ad onorare per sé stesso la donna cilena, si produce precisamente quando esiste tra governanti e governati, tra autorità e popolo, il proposito di cooperare nella maniera più decisa ed energica, al fine di mettere in atto grandi trasformazioni economiche, politiche, sociali e culturali.
    Permettetemi, onorevoli colleghi, che nella persona di questa educatrice e lottatrice che arriva a tanto alta carica, renda fervoroso omaggio alla donna cilena che si dispone a partecipare alle grandi battaglie del paese per il futuro della nostra patria.
    Per la quarta volta negli ultimi trenta anni arriva al legislatore un'iniziativa avviata a correggere un'ingiusta disuguaglianza politica e tutto permette di supporre che in questa opportunità sarà approvata nel Parlamento la legge che concede diritto a voto alla donna.
    Compete l'onore di avere firmato la prima iniziativa nel 1917, al deputato conservatore, Don Luis Undurraga. Nel 1939, presentato un nuovo progetto alla Camera di Deputati, questo non riuscì ad essere discusso. Finalmente, nel 1941, il malriuscito presidente Don Pedro Aguirre Cerda presentò un terzo progetto.
    Ora abbiamo cominciato a discutere un progetto che è stato evidentemente migliorato dalla commissione rispettiva, quello che rivela l'eccellente disposizione dei membri di questa in favore del voto femminile. D'altra parte, mi hanno preceduto già nell'uso della parola vari onorevoli senatori di differenti partiti, che hanno approvato ampiamente il progetto.
    Questi fatti rivelano che è stato già lunga ed efficiente la lotta delle donne dentro il loro movimento per conquistare il diritto a voto e in più devo dire che in questa lotta hanno contato sull'appoggio deciso del Partito Comunista, di settori ed elementi di tutte le tendenze politiche e credi religiosi e, in maniera speciale, con l'appoggio franco e risoluto della classe operaia organizzata, dai gloriosi giorni in che Luis Emilio Recabarren gettava le fondamenta di questa forza che è arrivata ad essere il fattore fondamentale della nostra vigorosa democrazia.
    Il frutto di queste lotte viene ad ottenersi solamente ora, con enorme ritardo se teniamo in conto le iniziative a cui già allusi ed altri fatti di importanza.
    Nel 1877 il nostro paese fu la prima nazione ispano-americana che permise l'entrata della donna all'università, in uguaglianza di condizioni con l'uomo. I primi avvocati e medici donne che ci furono in America Latina furono, dunque, cilene.
    Nella V Conferenza Panamericana, celebrata in Santiago nel 1924, il nostro paese sottoscrisse una raccomandazione in favore del voto femminile. Il Cile fu, ugualmente, uno dei primi Paese dell'America Latina a levare le incapacità civili più notorie che collocavano la donna ad un livello inferiore rispetto all'uomo dentro la nostra legislazione e fu anche uno dei primi a concedere il diritto a voto alla donna nelle elezioni municipali.
    Più recentemente, firmando gli accordi di Chapultepec, il Chile si pronunciò in favore di varie rivendicazioni economiche, politiche e sociali della donna.
    Tuttavia, dobbiamo riconoscere che, nonostante questa linea progressista che ha seguito il nostro paese, ci hanno sorpassati di molto le repubbliche di Santo Domingo, Cuba, Panama, El Salvador, Colombia ed Uruguay.
    A Cuba ed in Uruguay la donna è arrivata già fino al Parlamento come rappresentante del popolo. Nel suo periodo di governo, il presidente Batista designò una donna come ministro senza portafoglio. Il progresso è stato molto più grande ancora negli Stati Uniti. Lì le donne godono dei diritti cittadini da 1869; più di 2.000 donne sono arrivati alle legislature degli Stati e vicino a 50 al Congresso Federale; altre sono state e sono attualmente ministri di Stato, statiste ed ambasciatrici.
    Dentro la storia della società borghese, fu nella propria Rivoluzione francese dove incominciò il movimento per l'uguaglianza di diritti per la donna e l'uomo. In effetti, quando la Convenzione fece conoscere la Dichiarazione di Diritti nel 1793, un gruppo di donne presentò, contemporaneamente, una dichiarazione di diritti della donna in un insieme di 17 articoli.
    Il diritto di voto in favore della donna è, dunque, uno dei grandi obiettivi che consegnò all'umanità la rivoluzione democratico-borghese che solamente ora, oltre ad un secolo e mezzo di distanza, sta spingendo vigorosamente il paese del Cile e, alla testa di lui, la classe operaio organizzata.
    Non ci può essere dubbio alcuna, dunque, che il diritto a voto della donna in questo periodo storico della nostra patria avrà un'enorme trascendenza per il corso progressivo del suo sviluppo economico, politico, sociale e culturale, e costituirà un esempio degno di seguire per gli altri paesi fratelli del continente.

II
INTERVENTI DEL SENATORE NERUDA
(gennaio-ottobre 1947)

[Sulle condizioni di lavoro degli operai del salnitro]

(Sessione di mercoledì 26 febbraio 1947)

IL SIGNOR ALESSANDRI PALMA (PRESIDENTE).
    [...]
    Nell'ora degli incidenti ha la parola l'onorevole signor Neruda.
    IL SIGNOR NERUDA. Signor presidente, ho appena realizzato un breve ma intenso giro per la pampa del salnitro e voglio sfruttare questi minuti dell'ora di incidenti per richiamare l'attenzione dell'Onorevole Senato sulla condizione di vita deplorevole che hanno gli operai del salnitro di Tarapacá.
    Ebbi opportunità di preoccuparmi di raccogliere i dati necessari: ho convissuto con gli operai, ho dormito nelle loro stanze ed in questi giorni ho visto il lavoro nella pampa, nelle macchine, lavori che potrebbero citarsi come esempi dei più duri realizzati sulla terra. Tuttavia, i salari appena consentono agli operai per coprire le spese della loro alimentazione e, naturalmente, non bastano per soddisfare nessuna necessità di indole culturale, che sono negate a quegli operai che vivono isolati dal resto del paese per l'immensa solitudine del deserto.
    Nella officina Alianza, della Compagnia Tarapacá ed Antofagasta, ci sono sei bagni di docce per due mille persone; le latrine praticamente non esistono; nelle stanze degli operai non è luce elettrica.
    Attualmente, in una officina indipendente, la officina Iris, si sta sviluppando un movimento di sciopero, che dura fino da più di 30 giorni, ed in questo momento una delegazione di operai inizia conversazioni nel Ministero del Lavoro. Perciò, il mio intervento è avviato a richiamare l'attenzione del signor ministro del Lavoro affinché, giudicando questa lite dell'officina Iris con gli operai, prenda in considerazione la situazione davvero infernale in cui quegli operai lavorano.
    Questo sciopero sarà giudicato dagli agitatori della destra come provocato dai comunisti, come comunemente si fa.
    Signori senatori, i salari degli operai di Iris sono come segue: si vantano 10 pesos ai celibi; 15 pesos agli sposati. Ci sono contratti di 7 pesos per ragazzi di 17 anni che, preferibilmente, stanno scegliendo molte officine del salnitro per il lavoro, perché possono farsi questi contratti abusivi, pagandoli fino a 5 pesos al giorno.
    Le condizioni di vita sono terribili in queste officine. Non c'è un solo servizio igienico in uso e la compagnia ha proceduto, mi sembra come rappresaglia per questo sciopero legale, a chiudere gli unici bagni che esistevano.
    Non c'è neanche la luce elettrica. Gli operai vivono stipati nelle poche stanze di cui dispongono. Ce ne sono alcune in cui dormono fino a dodici persone.
Come è possibile, signore presidente, tollerare che i nostri compatrioti siano dediti a questo sfruttamento ignominioso!
    Precisamente, in questi giorni, andai a parlar loro di problemi di interesse nazionale che essi reclamano conoscere; andai a parlar loro delle immense possibilità che aprirà al nostro paese il trattato di commercio con l'Argentina; parlai loro del piano di aumento della produzione presentato al supremo governo dal Partito Comunista.
    Essi hanno ascoltato con immenso interesse tutti questi problemi pubblici di vasta portata, ma non potevo parlare con calma di problemi tanto grandi, vedendo l'immensa miseria in che si dibattevano.
    L'oggetto di queste osservazioni che un'altra volta saranno più estese e con più dettagli, è richiamare l'attenzione del signor ministro del Lavoro, affinché conosca questi dati e risolva in giustizia le petizioni degli operai di Iris e, una volta per tutte, si regolamentino i servizi del lavoro e gli ispettori facciano rispettare, per lo meno, le leggi più elementari di igiene in questi accampamenti.
    [...]
    IL SIGNOR NERUDA. Mi permette una piccola interruzione, onorevole senatore?
    IL SIGNOR RODRÍGUEZ DE LA SOTA. Con ogni gusto, onorevole senatore.
    IL SIGNOR NERUDA. Crede il signore senatore che quello leader, se venisse a percorrere le nostre pampe, potrebbe parlar loro dalla sua coscienza agli operai dell'officina Iris, per esempio, che guadagnano 10, 15, 7 e perfino 5 pesos al giorno? Potrebbe il signor Lewis parlarloro di questa maniera? È possibile esigere di aumentare il loro rendimento giornaliero - malgrado il nostro partito sia ostinato nel conseguire un aumento della produzione nazionale e coincidiamo in ciò con la CTCH - quando non esistono nelle loro stanze né le più essenziali condizioni igieniche, quando non c'è luce elettrica per i lavoratori, non ci sono bagni, e per queste ragioni hanno dovuto andare ad un sciopero legale tutti gli operai di quell'impresa?

[Movimento di liberazione del Paraguay]

(Sessione di mercoledì 19 marzo 1947)
[MOVIMIENTO DE LIBERACIÓN DEL PARAGUAY.] [SOBRE LA SITUACIÓN POLÍTICA EN NICARAGUA.]  (Pagine 655-661.) Questi interventi di Neruda che oppongono le situazioni politiche del Paraguay e Nicaragua (ed Argentina, Bolivia ed Ecuador) alla linea di sinistra e democratica del governo in Guatemala, segnano il fondo della nuova visione epica dell’America che contemporaneamente comincia a farsi largo nella scrittura di Canto general.

IL SIGNOR NERUDA. Signor presidente:
    Credo non avere compiuto il mio dovere verso il paese paraguaiano non avendo elevato la mia voce prima d’ora per denunciare davanti all'opinione politica del nostro paese la grave e dolorosa condizione di sottomissione che sta sopportando quella nazione gemella da lunghi anni, davanti all'impassibilità di tutte le nazioni americane.
    Oggi voglio compiere questo dovere sacro, e rispondendo tardivamente a tanti lamenti di intellettuali ed operai perseguiti per la dittatura di Moríñigo, sia la mia prima parola per desiderare, come democratico e cittadino dell'America che l'esercito rivoluzionario di Concepción trionfi nel suo movimento, punisca il tiranno ed i suoi complici, instauri il regime costituzionale e legale che ha proclamato come oggettivo della sua lotta e che tutta questa crisi sia portata al suo punto finale col minore numero di sofferenze per il leggendariamente valoroso popolo del Paraguay.
    Niente di statista, di filosofo politico né di patriota ha il pittoresco e sanguinoso Moríñigo che, con forze barcollanti, aspetta in un angolo della suo satrapia l'ora della fine per lui ed i suoi boia. Queste dinastie di tiranni feudali, notabili e bulli sanguinari alzano ancora la frusta su paesi fratelli del Cile ed ancora, per vergogna della civiltà, le prigioni del Paraguay, dell'Ecuador, del Nicaragua, di Santo Domingo, dell’Honduras, si riempiono col più illustre del pensiero democratico di quelle nazioni, i cui padroni terribili sono sostenuti per l'imperialismo nordamericano come docili strumenti, come yes-men istigatori ed sostenitori del sistematico ladrocinio della nostra ricchezza continentale per i colonizzatori e conquistatori di Wall Street.
    Il bullo Moríñigo, come tanti altri, è stato ricevuto in trionfo negli Stati Uniti come rappresentante straordinario di un paese schiavizzato e ha accettato, in succulenta razione di dollari, il premio per mantenere al Paraguay in inaudito stato di miseria e ritardo, vendendo ai suoi padroni, per miserabile deneri, il meglio della sua patria, in cambio della sua permanenza sopra alla piramide delle sofferenze paraguaiane. Ma si avvicina l'ora della giustizia.
    Dietro Moríñigo, rospo di stagno petrolifero, ci sono grandi e complicati interessi, gli stessi che in un modo o nell'altro tessono la rete succhiatrice del gran capitale imperialista nel nostro America semicoloniale.
    Il golpe del 13 gennaio, in cui la combriccola militare, il Giuón Rojo, fa la "pulizia" del Paraguay, ammazzando, torturando, imprigionando comunisti e liberali, non fu solo un golpe creolo di caserma, bensì una cospirazione della Standard Oil Co. e l'eminenza grigia di queste tenebrose azioni è stato l'ambasciatore degli Stati Uniti in Paraguay, signore Beaulac. Questo rappresentante del signore Truman - non del paese nordamericano - ha gestito persistentemente l'illegalità del Partito Comunista paraguaiano.
    Questo ha una spiegazione.
    Il Partito Comunista paraguaiano è stato il più tenace nemico dell'arbitraria ed antipatriottica concessione petrolifera del Chaco, per la quale si concedè alla Standard Oil Co. 23.000.000 di ettari con diritto ad extraterritorialità per 50 anni. Il Partito Comunista si oppose a questa consegna di territorio e propiziò un'assemblea costituente che potesse revocare questo contratto o normalizzarlo fino a che significasse un contratto normale e non un attentato contro la sovranità di quel paese fratello.
    La pressione imperialista fece fallire la possibilità di un trattato commerciale tra Paraguay ed Argentina ed ottenne nuove concessioni petrolifere di Moríñigo. Ottenne, allora, l'ampliamento del termine di azione del STICA (Servizio Tecnico di Cooperazione Agricola, organismo nordamericano), e firmò un trattato di commercio e navigazione con gli Stati Uniti.
    Come ricompensa per questi servizi, l'ambasciatore nordamericano fece un rapido viaggio alla sua metropoli per ottenere un nuovo Prestito che sostenesse Moríñigo al potere.
Bisognava, dunque, zittire il Partito Comunista paraguaiano. Bisogna paralizzare la difesa di un popolo e per questo gli imperialisti ed i loro agenti, come fino a fa poco i nazisti ed i loro agenti, prima di dare il colpo alla sovranità, perseguono, rendono illegale e combattono il Partito Comunista e richiamano tutta la loro muta di cani da preda per attaccare i comunisti.
    Allora Moríñigo ed i suoi fascisti annullarono le promesse solenni dell’11 gennaio dell'anno in corso che tendevano a costituire, nell'anniversario di questo anno, il 15 di agosto, l'assemblea nazionale costituente.
    Il campo di concentrazione di Peña Hermosa si riempì di militanti democratici e di ogni tipo di carcerati politici. Rimasero fuori della vita legale tutti i partiti politici ad eccezione del Colorado. Allora Moríñigo chiuse i seguenti quotidiani e giornali: del Partito Febrerista El Pueblo, La Hora, La Antorcha e La Región; del Partito Liberale La Libertad; del Radicale, La Democracia; del Partito Comunista Adelante, Lucha y Patria Nueva. Per semplice decreto la Suprema Corte di Giustizia fu subordinata al Ministero dell'Interno. Si rimossero i suoi membri, nominando presidente, a carattere vitalizio, al presidente del Partito Colorado, dottore Mallorquín. Si annullò l’hábeas corpus. Al Guión Rojo, organizzazione fascista ufficiale, furono consegnate armi e, così equipaggiati, i sanguinari boia iniziarono la persecuzione, la tortura e l'assassinio in grande scala.
    È il logico cammino della tirannia. Primo si aizza alla guerra sacra contro i comunisti, che formano il baluardo puro e coraggioso della libertà, e dopo cadono tutti i democratici nel grande giro che seppellisce totalmente la libertà di un paese.
    Qui abbiamo già per le strade e nel Parlamento e nella stampa agli agenti della repressione contro il popolo, che costruiscono anche i suoi futuri sanguinari Moríñigos. Non è casuale - in nessun senso - il fatto che il quotidiano La Opinión, tanto strettamente legato al piccolo Partito Socialista del Cile, difenda i criminali illegali ed usurpatori del Paraguay. Non è strano che Moríñigo affretti le sue misure di repressione e che in Cile, come in altre parti, si riuniscano in fraudolente fronti anticomunisti i reazionari, giustamente dopo il discorso del minuscolo presidente Truman, successore del gran capitano della democrazia, Franklin Delano Roosevelt. Già ha dato l'ordine il capo del gran bastone, il capo tribù indiano tatuato nel petto con un dollaro sanguinante ha toccato il tam-tam e si raggruppano nella selva capitalista gli sfruttatori ed i traditori per fare una suprema battaglia contro la libertà nel mondo.
    Ma nel Paraguay, nella nostra piccola repubblica sorella, un gruppo di patrioti di tutti i partiti, civili e militari, ha dato una risposta straordinaria a queste manovre tenebrose. Per gli stessi territori dediti all'imperialismo, piccoli soldati della libertà paraguaiana si avvicinano alla liberazione della loro patria da un tiranno macchiato da tutti i crimini contro il suo popolo.
    Do il benvenuto a questo movimento di liberazione del Paraguay e, con tutta la fede americana e l'amore alla libertà, eterno e vivente nella nostra patria, desiderio la vittoria definitiva dei patrioti paraguaiani ribellati contro la tirannia e faccio voti affinchè questa vittoria e questa liberazione, una volta ottenute, non si snaturalizzino, non si deformino in nuovo caudillismo, ma si ingrandiscano e nobilitino l’onore del Paraguay e dell'America intera.

[Sulla situazione politica in Nicaragua]

(Sessione di martedì 3 giugno 1947)

IL SIGNOR ALESSANDRI PALMA (PRESIDENTE). Ha la parola il signor Neruda.
    IL SIGNOR NERUDA. Signor presidente:
    Alcuni anni fa, in Nicaragua, attratto in una trappola traditrice, cadeva abbattuto per sempre uno dei più eroici lottatori della nostra America, il generale Sandino. Il crimine causò stupore. Egli era considerato vittorioso nelle sue gaglilarde gesta di indipendenza, dopo anni di combattimenti contro le forze armate dell'imperialismo nordamericano, che inalberavano ieri come oggi la politica del big stick, minacciando brutalmente la nostra indipendenza di piccole nazioni.
    Tutto il mondo seppe in America Centrale che l'arma assassina che così falciava una gloriosa vita fu impugnata da un oscuro mercenario, chiamato Somoza, che ubbidiva le ordine degli inconciliabili nemici della sua patria, eliminando con qull’assassinio il gran ostacolo che trovavano i trusts della frutta ed i militaristi nordamericani per annichilire la libertà di quella repubblica e trasformarla in una sordida fabbrica coloniale.
    Si eseguirono gli ordini dei padroni e, vicino ai resti sanguinanti dell'eroe tradito, si alzarono i primi passi di un tipico capo di quello che magari arriverà ad essere la preistoria politica centroamericana. Somoza, cinico capo di un paese sventurato, imprigiona, deporta ed assassina i suoi nemici politici e, accettando il prezzo pagato per la morte di Sandino, si arrampica alla poltrona del comando perpetuo come Moríñigo nel Paraguay, come Trujillo in Santo Domingo, come il macellaio Tiburcio Carías in Honduras, sedendosi sul martirio del suo paese in un trono di dollari e di sangue.
    Ho potuto vedere, nei miei rapidi viaggi per l'America centrale, la disperazione di quei paesi e non porterei al Senato del Cile questa materia e questi avvenimenti, se non avessi visto e raccolto nella stessa fonte dolorosa di questi patimenti gli occhi dell'America Centrale proiettati in Cile, nella nostra democrazia.
    Malgrado che le elezioni fossero una commedia organizzata da Somoza, dopo dieci anni i nicaraguensi hanno avuto per la prima volta un uomo degno alla presidenza, S.E. il presidente di quella Repubblica, signore Argüello. Ma alle prime manifestazioni di dignità di questo anziano di quasi ottanta anni, i boia di Somoza hanno circondato Parlamento e palazzo governativo, imprigionato i militari simpatizzanti e le autorità, dovendo il presidente Argüello, come è di dominio pubblico, rifugiarsi nell'ambasciata del Messico.
    Il presidente Argüello fu scelto con l'assenso di Somoza per essere un presidente burattino, ma come tentò di paralizzare le case di gioco, delle quali Somoza e gli ufficiali della guardia nazionale tirano fuori pingui guadagni, e trattò al fine di evitare che i soldati di questa guardia lavorassero nelle tenute di Somoza, è stata in pericolo la sua vita e questa tenue parentesi di speranza democratica si è chiuso lasciando dentro l'onda dell’abuso, tirannia, corruzione e violenza che ha seppellito la patria di Rubén Darío per lunghi anni.
    Voglio chiedere al signore ministro di Relazioni Esterne, appoggiandomi sulle sue numerose decisioni democratiche che hanno elevato il prestigio del Cile in questi ultimi tempi, che ci manifesti la sua opinione sulla gendarmeria nicaraguense e faccia pubbliche le informazioni preziose che senza dubbio esistono in suo potere su questi vergognosi avvenimenti. Non metto in dubbio che il Cile, che recentemente inviò un ministro affinché il nostro paese fosse presente nella cerimonia della trasmissione del comando, dirà chiaramente che non riconoscerà un altro mandatario che l'eletto signor Argüello, nonostante tutti gli intrighi che in questo momento macchina il dittatore Somoza. Non c'è dubbio che i suoi padroni del Dipartimento di Stato nordamericano lo proteggeranno di nuovo e che le cancellerie degli altri paesi dell'America Centrale, oppressi da regimi simili, si affretteranno ad incoraggiare Somoza. Perciò stimo che non ci sono consultazioni da fare e, al contrario, compete ad un paese di profonda tradizione democratica anticipare tutti gli altri del continente e smascherare le pretese del satrapo nicaraguense.
    Questo porterà immenso riconoscimento di milioni di democratici centroamericani verso il Cile e così non si deluderanno quelli cileni che votando per il signor González Videla vollero contribuire all'ingrandimento democratico non solo della nostra patria, bensì alla resurrezione della libertà in tutto il mondo.

[Disegno di legge sull’iscrizione al sindacato dei contadini]

(Sessione di martedì 3 giugno 1947)

IL SIGNOR SEGRETARIO. Compete all'Onorevole Senato votare le osservazioni formulate da S.E. il presidente di a Repubblica al disegno di legge sull’iscrizione alla sindacato dei contadini.
    [...]
    IL SIGNOR NERUDA. Signor presidente, sta negli ultimi tramiti, e sicuramente sarà approvato, questo progetto, fatto con un criterio di inquisitori e di polizia e non con un criterio di legislatori e di esseri umanitari. Sta bene o, sarebbe meglio dire, sta male.
    Disgraziatamente, le osservazioni, il veto del signore presidente della Repubblica, non distruggono la malevolenza fondamentale, la malignità con che si è elaborato questa legge mostruosa, nella quale noi non collaboriamo.
    Sarebbe lungo ridondare in ragioni che sono stati già esposte da queste stesse banchi.
    Alcune settimane fa, l'Alianza de Intelectuales de Chile, della quale sono presidente onorario, si rivolse ad un gruppo di avvocati che conoscono in tutta la sua profondità il nostro sistema giuridico e chiese loro una relazione; l'ho nelle mie mani e non desidero leggerla, perché è troppo lunga, ma chiedo al signor presidente che richiami l'assenso della Sala affinché sia pubblicata facendo parte delle considerazioni che faccio questo pomeriggio per spiegare il mio voto.
    Stiamo, forse, nel secondo atto di questo dramma dei contadini cileni. Il primo atto è stato lungo e terribile: sono stati cento anni, o più, di miseria, di fame e di schiavitú. Il secondo atto è questa legge iniqua. Io dico ai signori legislatori della destra, responsabili di questo progetto, affinché ascoltino i contadini di tutta la mia patria, che conoscono chi sono i responsabili delle innumerabili difficoltà e tragedie che comporterà l'approvazione di questa legge, dico loro, con speranza, che il terzo atto di questo dramma dei contadini lo scriveranno, possibilmente, loro stessi, quando potranno abolire queste leggi criminali che si vogliono dettare.

["In memoriam" di Rafael Luis Gumucio]

(Sessione di martedì 17 giugno 1947)

IL SIGNOR NERUDA. Con profondo rispetto aderiscono a questo omaggio i senatori comunisti.
    Con l'aiuto del popolo alcuni capitani eroici fondarono la nostra patria ed in lei germinò, da allora, uno spirito, un senso nazionale.
    Ma la patria non è solo territorio ed estensione; è profondità ed altezza. Elevata e profonda è la figura di Don Rafael Luis Gumucio.
    Nella nostra vita politica c'è gente effimera che brilla e sparisce. Gente biricchina e roteante che gioca coi principi e si veste con essi fino a che la prima raffica della tempesta gli strappa la tunica e li lascia nella loro meschina nudità, davanti agli occhi del popolo. In Don Rafael Luis Gumucio i principi erano tessuti nei fondamenti della sua personalità, avevano un solo contesto le sue idee e la sua vita. Per mantenere queste idee ricevè innumerevoli ferite morali, dentro e fuori della sua propria collettività politica. Patriota vero, antifascista, antifranquista, antimperialista, il suo elevato atteggiamento, la sua vita incorruttibile dettero prestigio agli ideali politici cristiani.
    Lasciò per sempre stigmatizzata un certa stampa cavernicola. Non possiamo dimenticare noi comunisti le sue parole che in questa ora, ripetute vicino alla sua fresca tomba e nelle circostanze attuali, riscuotono un valore di avvertenza per la nostra nazione. Disse il signor Gumucio, il 16 gennaio 1945: "Al comunismo non si combatte con prigioni e persecuzioni; non si combatte con insulti; non si combatte con bugie."
    Disse in quella stessa occasione: "Applaudo con tutta l'anima che i cattolici della Falange Nazionale si distacchino come partito. Applaudo che vadano contro il capitalismo individualista. Celebro Applaudo che con sincerità vogliano giustizia sociale. Applaudo ai loro sforzi per i giusti prezzi ed i giusti salari. Applaudo, finalmente, che non siano reazionari."
    È degna di essere ascoltata questa voce di una gran coscienza del Cile, quando una campagna di viltà inaudita contro i comunisti vuole oscurare l'ambiente per occultare indecorosi propositi.
    Noi, comunisti, separati dei suoi ideali per filosofie differenti, segnaliamo in questo gran democratico come è possibile coincidere, da posizioni diverse, in punti comuni per la difesa del nostro paese e della libertà.
    Qui si parla molto di un vecchio Cile che molti pretendono pieni di virtù e santità, di serietà e sincerità. Qualcosa di quelle virtù, in realtà, formò il patrimonio della nostra patria. Ma esse formano solo il panorama dell'altezza, i grandi alberi che non lasciano vedere il bosco. Vicino a tali innegabili virtù si mantennero l'analfabetismo, la miseria fisiologica, le abitazioni inumane, lo schiavitú dei servi.
    Don Rafael Luis Gumucio non appartiene a quel passato, non calza in quel vecchio Cile patriarcale e feudale.
    È un precursore di nuove età, di un'epoca nuova per la nostra patria, appartiene ad un nuovo Cile. Le sue idee religiose che rispettiamo e che non condividiamo, non lo fecero difensore dello sfruttamento, bensì degli sfruttati.
    I comunisti vogliamo molti avversari come lui. Siamo obbligati a rivelare l'esempio di tali avversari politici, lodando le sue preoccupazioni per la salute ed il futuro del paese. Ugualmente, siamo obbligati a segnalare nei nostri più prossimi alleati le debolezze e le concessioni che ostacolano il progresso che desideriamo in comune per il Cile. Non siamo né avversari né amici incondizionati. La nostra inimicizia come la nostra amicizia stanno subordinate ai supremi interessi del paese.
    Gli ultimi anni di Don Rafael Luis Gumucio furono di grave e pensosa solitudine. I farisei lo perseguirono ed egli mantenne dal suo ritiro la rettitudine di un pensiero sociale cristiano rinnovatore e prezioso.
    La sua vita pulita, la sua vecchiaia solitaria, sarebbero stati degni temi per una delle vite di Plutarco. Ma dove trovare una vita parallela? Forse in Luis Emilio Recabarren. Recabarren venne dal popolo, della marea dello scontento popolare che reclamava giustizia sociale, ed elevò queste correnti impetuose, fondando il Partito Comunista del Cile, all'altezza della morale politica universale e portò la palpitazione della massa alla conoscenza e alla maturità della sua coscienza. Gumucio, partendo di alti ideali, arrivò per le strade della sua dignità intellettuale a condividere e difendere le speranze del paese.
    Il Partito Comunista del Cile inchina le sue bandiere di lotta davanti a questa nobile figura che scompare dalla nostra attiva democrazia.

[Posizione ed azione del Partito Comunista del Cile]

(Sessione di mercoledì 18 giugno 1947)
[POSICIÓN Y ACCIÓN DEL PARTIDO COMUNISTA DE CHILE.] (Pagine 665-670.) Testo di molto interesse per chi voglia addentrarsi nella dimensione politica della poesia di Neruda, nella sua ambizione di alta dignità letteraria per l'ideologia dei suoi testi di trincea. Compito molto difficile che Neruda affrontò in piena coscienza e sincerità, e soprattutto con coerenza. Notare per esempio in questo testo l'elenco di modesti militanti del partito, rispettabilmente chiamati coi loro nomi individuali (operazione sempre significativa in Neruda) in uno dei recinti di più alto prestigio nel paese. Egli va nella stessa direzione dell'elenco di figure umili elevate alla dignità epica nel capitolo "La terra si chiama Juan" di Canto general.

IL SIGNOR NERUDA. Il presidente della Repubblica ha formulato dichiarazioni contro il Partito Comunista in relazione con gli incidenti recenti nello sciopero di autisti ed esattori di autobus e minibus.
    Ho la missione di riferirmi a queste espressioni e lo faccio a nome della Commissione Politica del mio partito.
    Tenterò di farlo con l'elevazione che corrisponde ad un Partito che si distingue per la sua dignità politica e morale e per il rispetto che meritano gli impegni presi con la nazione. Al paese non interessa una polemica tra il Partito Comunista ed il presidente. Interessa la soluzione dei suoi gravi problemi.
    Sullo sciopero di questo personale, lasciatemi dire che la sua soluzione si sta trovando in questo giorno odierno sulle basi impostate dal primo momento dagli operai, cioè, il compimento degli atti di accordo firmati nel dicembre dell'anno scorso e che i proprietari hanno deriso durante più di 6 mesi.
    Voglio precisare che fra questo personale di 3.000 lavoratori, ci sono solo 70 militanti comunisti e che nella direzione del sindacato, tra 11 dirigenti, ci sono 4 comunisti, scelti per l'abnegazione ed il sacrificio che hanno dimostrato nella difesa della corporazione.
    Lo spionaggio poliziesco che il signor presidente promise di sopprimere perchè inutile e corrotto, ha tergiversato le informazioni su queste incidenti e ha alimentato, occultando le sue criminali provocazioni, l'organizzazione fascista chiamato ACHA, rispetto alla quale si mantiene un rigoroso silenzio.
    Queste organizzazioni forgiarono il clima necessario per questa prima azione e fabbricarono una relazione falsa per ingannare al governo e dopo questi fatti servirono per mettere la capitale del paese in un clima di inquietudine grave ed in stato di emergenza, in lotta con la legge e la Costituzione e che feriscono gravemente alle istituzioni democratiche.
    Quale è la risposta dei comunisti alle commentate dichiarazioni di un mandatario il cui arrivo al seggio dei presidenti del Cile fu il frutto di una gloriosa, eroica e speranzosa lotta delle forze democratiche, specialmente dei militanti operai ed intellettuali comunisti?
    La nostra risposta al presidente consta solamente di tre parole e vogliamo che li sentano con attenzione il Senato e tutto il Cile: compia il programma.
    Voglio ricordare alcuni circostanze della recente lotta presidenziale: i tre candidati appartenevano alla classe media professionale ed intellettuale; i tre furono considerati come persone di solvibilità morale; i tre erano senatori della Repubblica, ed i tre furono trattati in accordo con questi concetti rispettosi dalla maggioranza della popolazione. A me, come capo della propaganda della campagna dell'attuale presidente, toccò fissare le linee decorose che permettessero l'esposizione delle nostre idee senza arrivare mai all'attacco personale a nessuno degli altri candidati alla presidenza della Repubblica, altrettanto stimati da grandi settori della cittadinanza.
    Che cosa distingueva, dunque, questi candidati? Quale fu la chiave vera del trionfo?
    Il programma di azione, elaborato dalle forze popolari alla cui testa agivano strettamente uniti i Partiti Radicale e Comunista.
    Così la lotta democratica in quelle elezioni straordinarie deviò ad una lotta di principi ed il risultato fu la vittoria di quel programma.
    Quel programma sta in La Moneta, fu portato lì per l'immensa aspirazione del popolo organizzato. Quel programma è capo di governo e il popolo del Cile, quando guarda il palazzo, non vede persone ma lettere, lettere di un programma che furono allineate a centinaia di migliaia di esemplari e che continuano a trattenere il senso dalla lotta democratica.
    Di quello programma il mio partito non ha ricevuto osservazione alcuna. Non può avere obiezioni da quelli che gli dettero vita, dalle forze che l'elevarono al seggio delle realizzazioni e che rimangono irremovibilmente leali a esso.
    Nella sua dichiarazione, il presidente della Repubblica promette un'altra volta di compiere il programma prima giurato da lui. Questa è la parte positiva della sua dichiarazione. È, pertanto, per noi i comunisti, la sua frase più importante. Altri cercheranno la polemica artificiale, alla quale noi non ci presteremo. Le orde di Olavarría si preparano per lanciare la loro gente armata a seminare il terrore, che buon risultato dette loro con l'assassinio perpetrato negli incidenti dello sciopero degli autobus, e dopo tratteranno, come la criminale Caldera, di squartare la nostra democrazia e seppellirla in pezzi.
    Ma questi elementi non solo esistono. Esiste una coscienza popolare, quella che scelse un programma, quella che trionfò il 4 settembre.
    Anche questa coscienza popolare vigila e spera. Non vigila come la forza retrograda per ostacolare che il presidente mantenga le sue promesse, bensì per spingerla e dargli il suo appoggio, nonostante tutta la virulenta campagna sviluppata da stampa e radio contro il gran partito del paese, il Partito Comunista.
    Le forze reazionarie esigono in questi momenti il capitolazione del governo e l'abbandono totale del programma del 4 settembre.
    [...]
    Trecento cileni, membri del Partito Comunista del Chile, si riunirono in una conferenza nazionale tra il giorno 22 e 27 del mese scorso.
    La stampa reazionaria, gli agitatori interessati, tutta quella fauna velenosa che vive succulentamente come in un gigantesco brodo di coltivazione, aderita alla preistoria sociale del Cile, i campionii antisindicali, i mercenari della stampa "seria", gli schiavizzatori del contadino cileno, si misero a diffondere, un'altra volta, le consegne straniere sul partito del paese cileno.
    Credo che la ripetizione di una calunnia faccia che incorrano in essa non solo i malvagi, ma anche la gente onesta, a cui precisamente si tratta di aggroviglicare nella miserabile causa dell'estremismo anticomunista, l’incarto trasparente della persecuzione antidemocratica.
    Si insistè, dunque, su questo partito che, da un lato, andava a mostrare le sue divisioni interne, divisioni in cui sperano da molto tempo inutilmente molti settori che vogliono debilitare la maggiore forza democratica del nostro paese e si disse che i comunisti riceverebbero istruzioni di una lontana città europea e, malevoli alcuni ed ignoranti ed ingannati gli altri, propinarono insensatezze e falsità ben conosciute che mi annoia e ripugna enumerare.
    Che cosa ha questo partito di straordinario che suscita tante violenze e cospirazioni contro di lui?
    Perché tanto rancore aizzato contro un raggruppamento umano?
    Perché è scelta questa, tra le forze democratiche, come banco di attacchi senza quartiere di tutte le forze tenebrose del passato?
    Perché si destinano milioni di dollari nella persecuzione di questi ideali politici?
    Perché in questa campagna anticomunista si conta colla corruzione e colla falsificazione quasi giornaliera di documenti pagati a buon prezzo da certi settori?
    Per quale virtù si uniscono i più poderosi interessi, i monopoli di importanza internazionale, fino ai rapaci e avidi rappresentanti creoli delle forze del denaro contro un partito che in un principio non ebbe più forza che quella di cento operai della pampa, spesso martirizzati, imprigionati o assassinati?
    A tutto questo risponde questo esame della Conferenza del Partito Comunista che voglio fare rapidamente per non affaticare all'Onorevole Senato.
    Prima di tutto, esprimo la mia illimitata ammirazione per l'immenso progresso del nostro paese, qui politicamente rappresentato.
    Non si diressero quelli delegati usciti dalle viscere del popolo a recriminare ad altri gruppi politici popolari, non ascoltai in quei lunghi dibatti un intervento che trasluceva personalismi, divisionismi o ambizione. Questa conferenza, questa discussione collettiva, trattò con spossante insistenza i grandi e piccoli problemi della nostra patria.
    Non dimenticherò mai le parole di María Ramírez, operaia tessile, sui diritti della donna nella legislazione del lavoro, su sale per neonati, su riposo materno, sulle lotte e preoccupazioni delle donne.
    Non dimenticherò neanche Hugo Vivanco, contadino di Aconcagua, che parlando dei problemi agricoli della sua provincia, denunciando la politica della Banca di Credito Agrario, fautrice dei proprietari terrieri e mai diretta a prestare aiuto economico ai piccoli e medi agricoltori.
    Né Juan Yáñez, dirigente operaio del sud che chiedeva una politica di maggiore energia per fermare gli incendi ed esprimeva la sua preoccupazione per la perdita di questa ricchezza e desiderava pianificare e praticare una politica di rimboschimento.
    Né il giovane operaio ferroviario Rene Corbalán che ci dettagliò gli sforzi della corporazione per aumentare la produzione e come, con idee uscite degli stessi, si sia decongestionto il carico, facendo lavorare le locomotive in pool.
    Né quando Cipriano Pontigo esaminava, come tecnico e politico contemporaneamente, le conseguenze della siccità nel Nord Chico ed indicava fino ai suoi dettagli più piccoli un aiuto effettivo per i piccoli agricoltori di quella zona, spingendo con una chiaroveggenza straordinaria le misure di afforestamento che intercetterebbero la marcia del deserto.
    Né l'analisi che fece Luis Valenzuela sull'intensificazione della produzione, sulla Corporación de Ventas de Cobre e su una migliore politica di cambiamenti.
    I delegati contadini delle lontane isole del sud portavano puntuale racconto della loro vita nel duro clima di quelle latitudini ed idee pratiche per migliorare i trasporti e portare i prodotti senza speculazione né accaparramento verso i consumatori più bisognosi del centro e del nord. I minatori del nord, preoccupati già da problemi colossali per la loro ripercussione nelle finanze della patria, e la voce dei contadini toccavano, per la prima volta magari, alle porte della patria affinché si aprissero e passasserp ad incrementare la coscienza organizzata che spingerebbe il nostro sviluppo.
    Ebbi la sensazione, in questa Conferenza tanto sprovvista di politica, tanto chiaramente patriottica e sensata, di vedere il corpo del Cile, arrivando, finalmente, alla sua maturità.
    Le parti più vitali, più intime e preziose dell'organismo della nazione erano lì rappresentate. Da ognuno dei climi, da ogni angolo delle province, da ogni piega del nostro vasto ed aspro territorio era arrivato lì un meccanico o un marinaio, un pescatore o un impiegato, un minatore o un falegname, uno scrittore o un inquilino, un ingegnere o un ferroviere, cioè, quelli che ogni giorno affrontano la battaglia colossale del lavoro, quelli che ogni giorno portano avanti il processo della creazione economica. Tutti quei rappresentanti dei settori operai parlavano lì con l'autorità unica di un popolo che è disposto a conquistare il suo proprio benessere e la grandezza della nazione.
    Tutto questo rivela che, grazie all'insegnamento ed alla direzione del Partito Comunista del Cile, il paese è arrivato ad essere maggiore di età. Quella riunione mostrava le necessità più urgenti e le strade che deve percorrere il nostro paese per risolverli.

[Una Casa della Cultura per Santiago]

(Sessione di martedì 2 settembre 1947)

[...]
    IL SIGNOR NERUDA. Il signore ministro dell’Educazione ha usato per contestare l'indicazione [fondare a Santiago una Casa della Cultura] la stessa formula che i nemici dell'Università di Concepión usarono per anni per ostacolare la sua creazione. Non stabiliamo più cose che non funzionano bene! ha detto il signor ministro. Come sa il signor ministro, quale intuizione divina gli indica che questa istituzione non funzionerà bene? Che tipo di burocrazia potrebbe importare allo Stato una Casa della Cultura che sarebbe il rifugio per gli artisti e scrittori che sono erranti per il nostro paese in questi momenti e che non hanno un locale adeguato dove riunirsi? È davvero denigratorio per il nostro paese e per tutte le sue istituzioni culturali che la patria dell'unico premio Nobel americano non abbia nel suo capitale un luogo dove possano riunirsi gli scrittori. La Società degli Scrittori del Cile, per anni, ha vissuto della carità pubblica, ospitata per lunghi anni, grazie alla generosità degli antichi direttori di El Mercurio, non degli attuali che gli dedicarono una piccola sezione dove riunirsi. Adesso funziona grazie alla carità di una compagnia commerciale, in un piccolo locale che gli fornisce, dove non può ricevere né riunirsi in forma adeguata. Per non parlare, onorevoli colleghi, delle necessità degli artisti plastici che non hanno in realtà un locale dove esporre le loro opere.
    In una capitale di più di un milione di abitanti abbiamo solo una sala grande, la sala commerciale della Banca del Cile, che riscuote prezzi davvero usurari agli artisti per esporrli i loro quadri e benché ne abbiamo altre, esse sono inadeguate, piccole, come la sala dell’Università del Cile e quella del Ministero dell’Educazione che creó uno dei precedenti ministri dell’Educazione, il signor Benjamín Claro.
    Signor presidente, ho appena fatto una visita alla Repubblica Argentina. Mi ha ricevuto la Società degli Scrittori Argentini che ha un bel locale, con giardini, con stanze per gli scrittori visitatori, con club, con sala delle riunioni e piccoli locali di riunioni, con sale per scrivere e biblioteca in cui fare consultazioni.
    Voglio domandare al signore ministro se conosce l'esistenza di un locale così tra noi e perché pretende di schiacciare questa indicazione che rivela solamente la necessità assoluta di avere queste comodità per gli scrittori, per i musicisti, per i pittori, per la gente di teatro e per la Federazione degli Artisti Plastici ed la cui amministrazione starebbe garantita, d'altra parte, dai tre organismi fondamentali dell'educazione: l'Università di Concepción che avrebbe un delegato in questa casa, l'Università del Cile ed il Ministero dell’Educazione.
    In quanto al fatto che si spoglierebbe quella Università di pesos 5.000.000, abbiamo preso conoscenza, per la parola del signor ministro dell’Educazione, che i pesos 10.000.000 sono per l'acquisizione di proprietà rurali.
    Ebbene, come si destinano pesos 10.000.000 per proprietà rurali - che sicuramente necessitano e che non discutiamo, poiché il signore ministro ha difeso tanto drammaticamente questa necessità - bene può accogliersi la nostra indicazione e ci rifiutiamo un po' di credere il signor ministro, nonostante la sua veracità e della sua solvenza, che l'Università di Concepción stesse in tanto grave pericolo di cadere se si approvasse quello che ho proposto.
    Voglio dire che il capitale che si sta creando non diminuirà le riserve che vuole avere l'Università di Concepción per compiere bene i suoi obiettivi né ritarderebbero in assoluto i piani dell'università, se gli sottraessimo solo per tre anni i denari necessari per la creazione di un'istituzione dove possono riunirsi questi gruppi di artisti, musicisti e scrittori o intellettuali e tutti quelli che si vedono obbligati a chiedere di prestare sale per esporre le loro opere.
    A questo deve unirsi che quello che ora costa pesos 15.000.000, entro alcuni anni, quando il Senato debba riconsiderare un rifiuto di questa specie o quando ci sia un ministro dell’Educazione che, invece di schiacciare questa indicazione, voglia stimolarla, sarà tardi, perché costerà pesos 50.000.000 o 100.000.000. Per queste ragioni, voglio chiedere all'Onorevole Senato che facciamo questa opera di cultura che ringrazieranno tutti gli intellettuali, maestri, scrittori, artisti e giornalisti del nostro paese.

[Sul rovesciamento di Velasco Ibarra in Ecuador]

(Sessione di martedì 26 agosto 1947)

[...]
    IL SIGNOR NERUDA. Signor presidente:
    Già qualche tempo ha, in un altro paese, un uomo fu ricevuto dal suo paese come poche volte nella nostra America e portato alla prima magistratura della sua patria in virtù di principi e di un programma che incarnavano il popolare ed il nazionale, le aspirazioni e gli ideali di quell'ora. Egli si impegnò con impegno solenne a realizzare, con l'aiuto dei partiti che conquistarono per lui il potere, un vasto programma di benessere collettivo, di sviluppo economico, di giustizia e di progresso.
    Il mandatario si trasformò nel potere. Cedette davanti alla pressione dei nemici del suo paese, cedette davanti alla minaccia ed il ricatto imperialista, convertì i suoi amici in favoriti servili e sollecitò ed ottenne, inventando il pericolo comunista, a cui ricorrono sempre i democratici incoerenti, facoltà per perseguire e spezzare le ideologie che lo portarono al potere nel suo movimento storico. Fu amato come pochi mandatari prima di lui e sdegnato quando tradì al suo paese, come nessuno.
    Mi riferisco al presidente fuggitivo dell'Ecuador, José María Velasco Ibarra. Gli stessi militari che egli chiamò al potere per appoggiare con la forza la sua megalomania, l'hanno sloggiato da quyello, quando la sua presenza era un ostacolo, per la sua impopolarità, per quelli stessi che portasse al governo per fortificarsi.
    Il popolo ecuadoriano ha saputo mantenere in questa occasione una profonda indifferenza davanti al golpe del palazzo; né un solo uomo è uscito in strada a difendere il suo antico leader e né una sola voce di protesta popolare si è lasciata sentire nelle città ecuadoriane, essendosi dimostrato con questo, una volta per tutte, l'atteggiamento che prende il popolo di fronte ai traditori ed a quelli che soffocano le sue speranze in pozzanghere di sangue.
    Iniziando il suo governo, Velasco fu sincero col paese e con sé stesso. Il suo primo gabinetto fu di unità nazionale, nel quale la classe lavoratrice fu rappresentata per mezzo dei partiti comunista e socialista; ma tutti quelli buoni propositi si videro intempestivamente interrotti e Velasco Ibarra incominciò a dare le spalle al paese. Il suo primo passo fu di cacciare dal gabinetto ai rappresentanti delle forze popolari, formando il nuovo governo basato sui partiti oligarchici. Le conseguenze non si fecero attendere. La reazione dominante fece prevalere i suoi interessi su quelli del paese. Le sussistenze salirono notoriamente in pochi mesi. La libertà politica fu ristretta al massimo e le garanzie cittadine furono annullate. Lo scontento cresceva progressivamente fino a che la situazione fu impossibile da sostenere per le vie legali. Il popolo chiedeva pane e, siccome non c'era, era necessario dargli pallottole affinché tacesse il suo stomaco. Con un'abilità senza precedenti Velasco Ibarra ingannò astutamente l'esercito, che compromise per fare il golpe di dittatura del 30 marzo dell'anno passato. Velasco disse all'esercito che bisognava difendere la stabilità delle istituzioni minacciate dai comunisti che preparavano una rivoluzione di tipo "terroristica", finanziata e diretta dalla Russia. E l'esercito ecuadoriano si sbagliò e prestò il suo contingente per il golpe. Quindi questo stesso esercito si è visto vilipeso e sottovalutato. I più validi militari e degni ufficiali sono stati imprigionati o degradati ed è l'esercito che ha sofferto con più crudezza l'equivoco che ebbe collaborando in una manovra simile. L'esercito ecuadoriano rimase macchiato nel suo onore con tutti i fatti vergognosi che Velasco lo obbligò ad eseguire, tali come l'incendio e distruzione delle officine del quotidiano La Tierra; flagellamento di più di centosessanta studenti universitari che protestavano contro il dittatore nei chiostri dell'università; massacri degli operai delle fabbriche di Quito che non solidarizzavano coi fatti sanguinari che Velasco metteva in pratica per mantenersi nel potere; confino e persecuzione dei capi dei partiti politici e dirigenti dei lavoratori; dissoluzione dell'Assemblea Nazionale; ignoranza della Carta Politica Fondamentale: fatti che sono a conoscenza di tutti. E tutto questo lo fece Velasco Ibarra dimenticando la sua tradizione, i suoi anni di lotta e sacrificio, i suoi giuramenti e le sue promesse. Velasco Ibarra, l'idolo del popolo, "il maestro della democrazia americana", come si faceva chiamare, claudicava miserabilmente davanti alla pressione reazionaria ed imperialista. Fino a che queste stesse forze che l'appoggiavano, mentre continuava a divorziare dal popolo, quando non fu necessario per i suoi fini, l'abbandonarono e lo deposero, allontanandolo dal potere e delle frontiere patrie.
    Signor presidente: dall'Ecuador, paese fratello che tanto ammirò la nostra democrazia popolare e le nostre istituzioni, c'arriva questa lezione politica, profetica e profonda.
    Siamo minacciati da processi simili e ci va cercando una graduale distruzione dei diritti conquistati con la lotta del nostro popolo. Lo stordimento che precede il servilismo si manifesta già nei punti nervosi del nostro sistema. Il Circolo dei Giornalisti di Santiago ha appena sospeso il signor Ramón Cortés, presidente del consiglio di La Nación, perché questo funzionario, prima campione della libertà di stampa, per ordini del governo ostacolò l'apparizione di un quotidiano indipendente che si imprimeva nelle sue officine. Il ministro dell'Interno ha appena minacciato uno dei 5 grandi quotidiani della capitale di chiusura, perché pubblicò la verità sul prezzo del pane su Lota, ribassato grazie alla lotta degli operai del carbone che obbligarono un governo inattivo a prendere misure contro gli speculatori, richieste da tutto il paese del Cile e che ora cominciano ad abbozzarsi, quando per esse non c'era necessità alcuna delle facoltà, ma dell'applicazione delle nostre leggi, appoggiate dalla decisione di compiere le promesse dal lontano 4 settembre 1946.
    La fine della dittatura di Velasco Ibarra, come le forche nella piazza di La Paz, provano che in fondo dei nostri paesi americani, nell'amalgama stessa della sua esistenza cittadina, vivono principi indistruttibili di libertà, che nessuna facoltà straordinaria né nessuna minaccia né persecuzione né martirio riescono ad estirpare. Si è visto nell'Ecuador che gli apprendisti tiranni che entrarono dalle larghe porte della volontà popolare, escono dalle finestre affrettatamente aperte dall'ignominia e dal disprezzo.
    Non posso fare gli auguri al nuovo governo ecuadoriano. Già conosceremo la sua azione, già esamineremo se rispondono i nuovi governanti alla marea di indignazione che li impose due giorni fa ed all'ansietà liberatrice del paese fratello. A questo paese, duramente sacrificato dagli oligarchi feudali, imperialisti, reazionari, a questo paese ecuadoriano, che ancora nella miseria desolante dei suoi operai e contadini ebbe forze per lottare contro quelli che lo ingannarono e schiavizzarono, invio attraverso i suoi coraggiosi partiti popolari il mio messaggio più fervente affinché progredisca materialmente e culturalmente, affinché la sua dignità civica sia restaurata, affinché la sua sovranità di piccola nazione sia mantenuta, affinché nella portata di questi ideali non claudichino né vacillino i suoi nuovi governanti.

[Sul conflitto operaio nella zona del carbone]

(Sessione di martedì 14 ottobre 1947)

[...]
    IL SIGNOR NERUDA. Signor presidente:
    Il nostro paese è stato trascinato in una situazione eccessivamente delicata, dovuto alla mancanza di una politica realistica, costruttiva, efficace, da parte del governo. Diversi problemi che colpiscono tutti i settori della popolazione non hanno fatto che aggravarsi di più giorno per giorno e neanche si cerca di abbordare la soluzione di problemi fondamentali della nazione, enunciati particolarmente nel programma sanzionato dal popolo il 4 settembre dell'anno scorso.
    Lo scontento si è generalizzato a tutti i settori politici e sociali e sono arrivati a sorgere l'inquietudine e l'allarme.
Di fronte alla gravità di questo momento, il governo, pretendendo di deviare l’attenzione pubblica delle vere cause della situazione, si sforza e si ostina a dare un carattere sedizioso ad un conflitto provocato per l'intransigenza delle compagnie e soltanto prolungato artificialmente per il capriccio di un uomo, attribuisce finalità politiche a petizioni strettamente economiche e cerca, con maligno proposito, di fare credere che ha estensione nazionale, continentale e mondiale un movimento locale, circoscritto alla zona carbonifera.
    Lo sciopero dei minatori del carbone è il culmine di un conflitto che veniva sviluppandosi da mesi nel cui processo si osservò strettamente tutte le disposizioni legali del lavoro. La sua origine è, unica, esclusiva ed intrinsecamente, economica. Il dislivello tra i salari ed il costo della v¡da è arrivato ad estremi mai visti fino ad oggi, a parte che era già conosciuto il fatto che i salari del carbone erano i più bassi che si vantavano in tutte le industrie. Questo fatto è conosciuto oltre le nostre frontiere.
    [...]

Perché non si risolve lo sciopero?
    Ieri, sintonizzando la radio del Partito Radicale, Radio Corporación, ascoltai qualcosa che tutto il paese deve conoscere. Rispondendo l'annunciatore alla domanda formulata da molti ascoltatori nel senso che gli fossero chiariti coloro che si oppongono alla soluzione del conflitto carbonifero, risponde: «Los operai hanno insistito nella necessità immediata della pacificazione."
    Il senatore che parla conversò con una delegazione di Partiti di Izquierda di Concepción, presieduto da un radicale che sollecitò essere ricevuta dal presidente della Repubblica. Questo respinse bruscamente tale petizione. Sono intervenuti distaccati politici di destra in identico senso e è stato risposto loro con la stessa ostinata negatizione. Gli stessi dirigenti dell'industria citata hanno offerto appianare la strada ad una soluzione, ma il signore González Videla gli ha manifestato che non accetta nessuna sistemazione, che lo sciopero non è un problema economico ma di politica internazionale, una prima battaglia nella terza guerra mondiale.
    Cioè, l'unica persona che si oppone a risolvere lo sciopero è il presidente della Repubblica.
    [...]
    Non solo le spalle ha dato al paese l'attuale mandatario. Ha fatto qualcosa di più grave, ha dato giri il suo cuore e la sua testa. Ha rivoltato il suo cuore a quelli che lo scelsero, a quelli che si ruppero le unghie scrivendo il suo nome per le vie e le strade della patria. La sua testa ha dimenticato il senso dell'equilibrio e della giustizia.
Si lamenta il governo della divisione della sinistra. Che si cerchi l'autore, l'unico divisionista della sinistra, tra le pareti di pietra del palazzo.
    Lì sta colui che ostacola l'unità dei partiti e che, con la sua azione, sta distruggendo il suo proprio partito.
    [...]
    Il Partito Comunista ha aiutato nella corsa politica dell'attuale presidente della Repubblica con più sacrificio che nessuna altra collettività. Nelle elezioni senatoriali il mio partito gli cedette il primo posto che ci spettava, posponendo nella lista elettorale ad un uomo tanto amato dal nostro paese come Elías Lafertte e facendo rischiare la mia propria candidatura. Nelle elezioni presidenziali, in cui mi toccò fare da capo di tutta la propaganda nazionale della candidatura, furono i comunisti quelli che dettero fuoco sacro ed impulso travolgente alla campagna. Tre dei nostri migliori camerata occuparono con lealtà ed onestà portafogli ministeriali in cui trovarono ostacoli premeditati per compiere il programma del 4 settembre.
    Da tempo, dallo sciopero dei conducenti di autobus e l'ingiustificato massacro di gente pacifica che lì si realizzò, il presidente della Repubblica ha voluto fare dei comunisti che così l'aiutarono, l’oggetto principale di attacchi insultanti, cui non rispondemmo, usando un linguaggio sconosciuto nella lingua dei presidenti del Cile. Ci appelliamo un'altra volta a tutti i partiti, specialmente al Partito Radicale, per esigere il compimento delle promesse giurate al paese. Questo sembrò portare al parossismo al primo mandatario.
    Oggi che sembra avere trascinato il direttivo di questo grande e fraterno partito ad una prossima catastrofe amministrativa, politica ed elettorale, hanno i comunisti il dovere di mostrare a nudo, agli occhi del paese chi, seguendo la sua traiettoria, si prepara per ingannare domani i suoi nuovi alleati.
    [...]
    Questo sciopero del carbone, legale e locale, deve avere anche la sua soluzione legale. La CTCH [Confederazione di Lavoratori del Cile], coi documenti che ho letto e che il governo impedisce di pubblicare, desidera e cerca questa soluzione che conviene agli interessi della nostra patria nella sua integrità.
    Ma conviene anche alla nostra patria che i suoi figli non siano trattati come schiavi. Devono deliberare e discutere la soluzione proposta e deve aprirsi la strada per l'arbitraggio dei punti che non siano essenziali.
    Nel frattempo, segnalo dall'unica tribuna che mi è stato possibile occupare dovuta alla persecuzione poliziesca, dall'alta tribuna del Cile, da questo Senato, che lo sciopero carbone ha trovato fino ad ora un solo ostacolo: il proprio governo, che propizia solo la soluzione o dissoluzione violenta di un movimento tanto giustificato che ha richiamato l’attenzione del mondo intero quando si sono rivelati i miserabili salari degli operai del carbone.
    Ad essi vada il mio saluto, la mia completa solidarietà e quella del mio partito, affinché il suo nobile esempio di forza nei suoi doveri e nei suoi diritti, nonostante la calunnia e dell'imposizione, serva in questa ora di confusione e scontento per guidare tutti i cileni nella difesa dei principi fondamentali e costituzionali della nostra Repubblica.

III
DISCORSI E DOCUMENTI SULLA CRISI DEMOCRATICA IN CILE
(1947-1948)

Lettera intima per milioni di uomini

Pezzo già pubblicato, vds. “Per nascere sono nato - Quaderno 6”

IO ACCUSO

(Sessione di martedì 6 gennaio 1948)

Pezzo già pubblicato, vds. “Per nascere sono nato - Quaderno 6”

[L'ultimo intervento nel Senato]

(Sessione di martedì 13 gennaio 1948)

IL SIGNOR MARTÍNEZ MONTT (PRESIDENTE). Ha la parola l'onorevole signor Neruda.
    IL SIGNOR NERUDA. Non potrei lasciare passare senza dare risposta e rendere omaggio alle elevate espressioni ascoltate in questa Corporazione al più eminente dei senatori che qui si sentono.
    Si sarà stupito l'Onorevole Senato che non mi sia preoccupato dell'incidente di quella mattina in che non potei far uso della parola. In realtà, mi sembrò infimo di fianco alla gigantesca statura del presidente del Senato, elevare, col suo gesto, questa Onorevole Corporazione all'altezza dei più nobili e più sostenuti Parlamenti del mondo, in difesa della dignità e della libertà di opinione.
    Sono un perseguitato, onorevole senatore Alessandri, e mi si perseguita giustamente. Una tirannia che comincia deve perseguitare quelli che difendono la libertà. Molte storie si lanceranno allo spazio, molte parole si negheranno, molte cartelloni immensi e neri farà la polizia contro la voce di un patriota che ha osato rivelare procedimenti disgraziati, contrari alla nostra cittadinanza ed alla nostra tradizione democratica. Ma non rimarrà dopo, nell'andare e venire dalla storia, quello che ci rivelava l'onorevole senatore Don Arturo Alessandri, quello che hanno fatto i partiti, non le insidie, persecuzioni né tirannie, che in loro stesse si vanno deperendo.
    Come l'onorevole senatore Alessandri ci rivelò, con nobili parole, il posto ed il lavoro di alcuni partiti nello sviluppo del Cile, posto che possiamo criticare, ma in nessun modo negare, io reclamo anche il posto del Partito Comunista tra quelli che hanno fatto storia, per il fatto di combattere valorosamente, coraggiosamente, nazionalmente, per idee che sono patrimonio del paese del Cile e che non sono state raccolte da sette internazionali, bensì dalla sorgente sacra delle idee universali della nostra epoca. Così, anche, altre idee si tirarono fuori da altre correnti grandi e generose, come quelle della Francia della libertà.
    Niente può la persecuzione, perché in questi momenti il Partito Comunista sta facendo storia. Saremo isolati apparentemente, ma da tutte parti, come fili invisibili, vengono la fraternità e la solidarietà dal paese e degli uomini liberi. Non potranno essere zittite, né con la censura né con la prepotenza, le verità che ho alzato alla categoria di monumenti affinché siano viste da tutti i cittadini.
    Neanche le mani criminali della censura ordinata dal governo che cancellarono la nostra Canzone Nazionale, con viltà incredibile, delle pagine di un giornale affinché non si leggesse il nostro Inno Patrio, potranno distruggere la libertà difesa dal mio partito né potranno neanche cancellare l'atteggiamento dell'onorevole senatore Don Arturo Alessandri.
    Reclamo per il Partito Comunista, in questo momento critico, la prima carta tra i difensori del nostro paese e quello di mettere in guardia il paese che comincia una tirannia che domani cadrà sul Parlamento e soprattutto sul Cile.
    Per salvaguardare queste libertà del Cile ho alzato la mia voce, quella che non sarà zittita né dalla calunnia né dalla persecuzione.


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