-- Da candidato alla presidenza del Cile ad ambasciatore in Francia (1969-1971) - Pablo Neruda - Popol Vuh - Insetti

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-- Da candidato alla presidenza del Cile ad ambasciatore in Francia (1969-1971)

Da candidato alla presidenza del Cile ad ambasciatore in Francia
(1969-1971)

I
I TESTI DEL CANDIDATO

[Oggi il Partito Comunista mette nelle mie mani la sua bandiera]
[HOY DÍA EL PARTIDO COMUNISTA PONE EN MIS MANOS SU BANDERA.] (Pagine 285-291.) La candidatura di Neruda alla presidenza del Cile fu una grande giocata del Partito Comunista per risolvere il conflitto delle diverse pre-candidature dentro la sinistra e raggiungere l'unità intorno ad un candidato comune. Non era immaginabile che quel candidato comune fosse un comunista, ma il partito e Neruda erano decisi ad arrivare fino alla fine se gli altri partiti della coalizione non si mettevano d’accordo. Quando si vide che la campagna di Neruda andava seriamente e che stava generando crescente entusiasmo e massiccia adesione popolare in tutto il paese, caddero solo allora gli interessi parziali e tutti accettarono la formula che condusse all'elezione del candidato unico: Salvatore Allende. Solo allora Neruda rinunciò alla sua candidatura. Cfr. il capitolo "Candidado presidencial", in CHV*, sezione 12.

Compagni del partito, compatrioti di tutto il paese:
Si sa già, dunque, che il Partito Comunista ha proclamato il suo candidato presidenziale. Sono uno dei suoi militanti ed a me ha affidato questa missione. La accetto col più assoluto disinteresse, come comunista, come cileno, come uomo.
Grazie per l'onore, compagno Partito. Tenterò di adempiere nella misura delle mie forze. Ma che comprendano tutti. Sarà con la forza poderosa del partito e con quella di molti altri di più che forgeremo l'unità necessaria e la possibilità di un comunista alla presidenza della Repubblica del Cile.
Non ho concepito mai la mia vita come divisa tra la poesia e la politica. Il mio pensiero e la mia azione si sono risolte per quello che sono che è la stessa cosa, in essenza, di quello che è il popolo nella nostra patria.
Sono un cileno che durante tutto il secolo ha conosciuto le sventure e le difficoltà della nostra esistenza nazionale e che ha partecipato ad ognuno dei dolori ed allegrie del paese. Non sono estraneo a lui, vengo da lui, sono parte del paese. Sono membro di una famiglia di lavoratori che ripartirono le loro aspre giornate tra il centro ed il sud del territorio. Non fui mai coi poderosi e sentii sempre che la mia vocazione ed il mio compito era di servire al paese dal Cile con la mia azione e con la mia poesia. Ho vissuto cantandolo e difendendolo.

Dalla mia gioventù stetti con gli studenti ribelli e con gli operai che cominciavano ad organizzarsi, seguendo i passi e gli insegnamenti del gigantesco Luis Emilio Recabarren.
Sono stati miei tutti i combattimenti del popolo cileno, includendo quelli che sostennero prima della mia nascita, e perciò ho detto attraverso la mia opera la mia ammirazione per i primi padri della patria, Caupolicán, Lautaro, O'Higgins, Carrera, Manuel Rodríguez ed anche per gli oscuri eroi silenziosi caduti nella battaglia dei nostri giorni.

HO UNA SOLA PASSIONE

Ho una sola passione nella mia vita ed è la mia patria. Voi siete testimoni che in paesi lontani mi onorarono e festeggiarono. Ma io ritornai da tutte le parti. Ritornai perché sono cileno, non solo per nascita, bensì per amore e per dovere.
Porto nel mio cuore la dualità terribile della nostra patria. Ho l'orgoglio della sua bellezza incomparabile e sopporto la sfortuna di minatori maltrattati e dei bambini senza latte né scarpe.
Ho l'orgoglio della lotta vulcanica ed eroica dell'Araucanía in difesa del territorio e sopporto l'umiliazione che Chuquicamata, Sewell o la Exótica, continuino a dare dollari ai filibustieri nordamericani.
Sì, amai e cantai al Cile nella sua grandezza naturale o nei suoi destini, nell'epopea dell'esercito che fondò Bernardo O'Higgins, nella nostra squadra liberatrice, nei nostri aviatori militari e civili, i primi a sorvolare la cordigliera ed arrivare all'Antartide, nelle loro nevi andine e nelle canzoni di Violeta Parra. Celebrai il nostro litorale infinito, il nostro oceano spietato e splendido, e contemporaneamente celebrai i nostri panzerotti fritti, senza rivali tra i panzerotti. Celebrai gli alberi, i fiori, gli uccelli, i frutti di mare ed i pesci argentati dell'oceano cileno, ed anche i celeberrimi pugni di Arturo Godoy e del nostro piccolo colosso Stevens. Niente del Cile è estraneo per me, ma il mio amore vuole elevare quello che ama, perciò voglio rispetto e dignità per il meglio del Cile: la nostra gente che lavora, soffre e soffoca. Io voglio, con l'aiuto di tutti i patrioti pulire la repubblica, paralizzare quelli che la macchiano o la vendono: voglio essere orgoglioso di una patria tanto bella come è stata sempre e continuerà ad essere, ma una patria, Cile, senza stracci, senza sfruttamento, senza capitolazioni e senza ingiustizia.
Per questo motivo accetto questa candidatura. E voglio che il mio amore appassionato si veda fortificato dall'unità del paese.


UN FRAMMENTO DELLA STORIA

Insieme alla consacrazione al mio paese, ho compreso la nostra storia, non come un'isola separata ed appartata, bensì come un frammento della storia dei paesi del mondo. Per quel motivo ho espresso anche l'epopea e la penuria indivisibile ed unita dei poveri dell'America, di quelli di ieri e di quelli di oggi, nella loro permanente battaglia per la loro libertà ed emancipazione, per il libro, il pane e la bellezza. Perciò la mia poesia ha descritto ugualmente la luce e l'ombra degli altri continenti, l'avventura maestosa e difficile dei popoli figli di Lenin che si liberarono per sempre dal capitalismo e cominciarono a costruire nella più larga parte del mondo una nuova società senza sfruttamento né sfruttatori. E come ieri la lotta ammevole degli spagnoli contro il fascismo prese il posto d’onore nella mia poesia e scosse il cuore di tutti gli uomini, ora Vietnam e Cuba brillano in essa con lo splendore di nuovo eroismo.


LA BANDIERA DEL PC

Oggi il Partito Comunista mette nelle mie mani la sua bandiera. È una bandiera non solo dei suoi militanti, ma cerca l'unità di tutto il paese per assicurare una vittoria di cui il paese ha bisogno senza ritardo. Dobbiamo ostacolare la continuazione dell'ingiustizia e la via crucis che significherebbe il ritorno della destra al potere. Ed abbiamo l'obbligo di evitare la permanenza di un conservatorismo che ha defraudato tutte le speranze che svegliò cinque anni fa.
Vicino a tutti i miei compagni, ed a tutti quelli che oltre le nostre file vogliono la vittoria del paese, lavoreremo per raggiungerla attraverso l'unione e la somma delle forze popolari.
Il paese del Cile è la maggioranza definitiva della nazione e sarà invincibile se agisce come un solo essere. Il paese è cresciuto. La storia è cambiata.
Anni fa molti pensavano che un comunista non poteva essere candidato alla presidenza della Repubblica. Oggi questo partito è il primo della sinistra, perché il paese è diventato più largo e la sua coscienza più chiara. La classe operaia cilena offre un esempio a tutto il mondo di un'unità ferrea che raggruppa i lavoratori dal pensiero più differente. In pochi paesi le donne hanno preso parte durante tanto decisa ed ardente nel tragitto della liberazione, come la donna cilena. In Cile ha cominciato ad agire come protagonista dalla storia un personaggio che pochi anni fa non esisteva se non come vittima oppressa e silenziosa di quattro secoli di colonianismo e latifondo: il contadino ha messo fine ad una lunga notte di ignominia e si è alzato assumendo una carta annunciatrice nel processo della rivoluzione cilena.
La gioventù lavoratrice conosce nuove privazioni, ma assume anche sempre responsabilità combattenti sempre più ampie e poderose.


LE MIE PRIME ARMI

Come se parlassi della mia propria adolescenza tocco questa notte il tema della vigorosa insorgenza studentesca.
Vicino a questa ribellione giovanile, nella generazione dell'anno 20, feci le mie prime armi ed elevai i miei primi canti che furono incorporati nelle battaglie di quel tempo. Oggigiorno la gioventù non vuole più accettare il vecchio mondo caduco e mediocre del capitalismo. Neanche vuole tollerare l'accettazione servile al dettato imperialista, né la politica oscura che favorisce ai grandi monopoli. Insomma, non accetta questo vivere di spalle al secolo XX, né alla grandiosa apertura del secolo che si annuncia coi più audaci voli dell'uomo. Questi ragazzi vogliono una nuova vita. L'incontrarán senza dubbio se coniugano la loro ansia di lotta con la forza rivoluzionaria organizzata della classe operaia, di tutto il popolo del Partito Comunista, del movimento popolare.
Perché il più alto dovere del rivoluzionario è riunire, organizzare e combattere fino a che i popoli sconfiggano per sempre ai loro nemici, stabilendo una nuova società.


PROGRAMMA DI UNITÀ

Il mio programma sarà il programma dell'Unità Popolare. La mia concezione di governo non accetta un presidente come un monarca senza corona irresponsabile davanti a quelli che lo scelsero. L'azione del presidente deve ispirarla il paese in tutte le sue istanze. Solo così si potrà realizzare in realtà la rivoluzione.
Si sbagliano chi ci credono nemici dell'industria, perché appoggiamo tutti i movimenti rivendicativi dei lavoratori. E perché siamo nemici dei monopoli, dello sfruttamento, maltrattamento e brutti salari della nostra gente proletaria.
Ma concepiamo il Cile con maggiore e maggiore potere industriale, con un'economia pienamente sviluppata, libera di tutti gli ormeggi imposti da fuori e da dentro che soffocano la sua crescita.
Al contrario, abbiamo tanta forza creatrice nel nostro paese, tanti tecnici e manodopera eccellente, che desideriamo ardentemente l'espansione della nostra industria oltre le nostre frontiere.
Il gioco dei forti è stato anche spaventare a quell'immenso numero di lavoratori del piccolo commercio, delle piccole industrie, piccoli proprietari, delle corporazioni alberghiere, dei garagisti, elettricisti, autisti, facendo loro credere che i comunisti gli tolgono tutto. Benché continuino a raccontarlo, ora queste storie di paura appartengono al passato. Il mio partito lo dimostra nella sua difesa continua e valorosa dei suoi diritti e del suo lavoro. Così come di quelli che lavorarono tutta la vita e non ricevono niente o quasi niente. Parlo dei pensionati.

LE PIÙ ELEVATE CONSEGNE

Siamo stati noi comunisti i primi a porre vicino all'accanita difesa dei diritti dei lavoratori le più elevate consegne dedicate alla riforma agraria, alla nazionalizzazione del rame e di tutte le nostre ricchezze minerarie. Per la nostra azione costante durante il tragitto della dignità del Cile, per la nostra denuncia permanente di tutti gli abusi e privilegi, fummo accusati e perseguitati, le nostre stampe furono capestrate, i nostri compagni imprigionati, esiliati o assassinati. Tutto è stato in vano. La reazione è retrocessa e noi comunisti abbiamo avanzato. Ma ancora più dando coscienza di lotta al nostro popolo, siamo riusciti a che nuovi e nuovi settori progressisti adottino molti dei nostri postulati e che perfino certi reazionari vogliano tingersi e vestirsi con frammenti della nostra ideologia.
Perfino la parola rivoluzione che noi comunisti avanziamo ed incarniamo in tutti i paesi, è stato palpata e sfruttata dai falsi rivoluzionari. Non c'è movimento verso la rivoluzione senza la classe operaia, né c'è governo rivoluzionario se questo non lo dirigono i lavoratori. Siamo stufi in Cile ed America di sotterfugi e bugie: la rivoluzione la farà il popolo organizzato e non quelli che si risciacquano la bocca ciascuno giorno con la parola rivoluzione.
Non neghiamo il diritto a nessuno a coincidere con noi nella difesa degli interessi del paese. Ma questo deve distinguere tra quelli che dettero la loro vita per difenderlo e gli opportunisti che praticano come sistema l'inganno, affinché non cambi niente nella nostra patria né da nessuna parte.

Le proposte teoriche dei comunisti non poggiano per niente nelle idee né nei principi forgiati o scoperti da nessun redentore dell'umanità, sono tutte espressione generalizzata delle condizioni materiali di una lotta di classe reale e vissuta da un movimento storico che si sta sviluppando alla vista di tutti.

Questo lo scrisse Karl Marx nel Manifesto Comunista 121 anni fa. Continua ad essere la nostra riflessione e la nostra posizione.

UNA CANDIDATURA ATTIVA

Perciò questa candidatura non è conservata come un gioiello in una scatola di vetro, ma sarà eminentemente attiva, si muoverà per tutto il territorio e si trasformerà in un mandato quando la prenda tutto il paese nelle sue mani per imporre l'unità popolare in ogni provincia, in ogni villaggio, miniera o campo. Appartiene ad ogni uomo ed ogni donna che sono stanchi di disoccupazione, carestia, bassi salari, e per quelli per cui sopravvivere è un miracolo di ogni giorno.
È anche una bandiera nelle mani del colonizzatore della classe media dimenticata, del creatore, del maestro, dell'artista, dell'universitario, del professionista.
Che nessuno si sbagli. Questa candidatura non è un saluto alla bandiera di un partito, benché questo sia il mio partito glorioso e luminoso. Rappresenta una causa che porteremo al trionfo attraverso l'Unità Popolare e questa vittoria sarà il vero, il grandioso saluto alla bandiera del Cile e della rivoluzione.

Discorso di proclamazione della candidatura
presidenziale, edito in El Siglo, 1.10.1969.


[Il candidato Neruda richiama all'Unità Popolare]

Ho il dovere di esprimere pubblicamente i miei sentimenti davanti al fatto che arrivato nell'anno 1970 non abbiamo ancora un accordo unitario sulla candidatura presidenziale unica. Nelle mie gite da nord a sud vidi la preoccupazione del popolo in relazione con questo punto cruciale della nostra vita politica.
Condivido i propositi del Comitato di Unità Popolare e della Commissione Politica del mio partito, nel senso di continuare gli sforzi per arrivare ad una decisione.
I disaccordi presenti che portano al paese ad un stato di attesa più tardi avranno un carattere di ansietà di cui approfitteranno le forze reazionarie che pressano dentro e fuori del Cile.
L'Unità Popolare continua ad essere il massimo compito vigente.
Quando ricevei la mia nomina di candidato misi bene in chiaro il mio totale disinteresse e la mia volontà di servire la causa rivoluzionaria compiendo un dovere civico ed in nessun modo un'ambizione personalista.
Il mio partito ha lasciato in chiaro che la mia postulazione può essere il centro dell'Unità Popolare e può essere anche ritirata in qualunque momento per favorire questa unità.
Io reitero queste possibilità.
Invito solennemente gli altri candidati popolari a prendere questo stesso atteggiamento. Solo così risolveremo quello stato di cose ed imporremo la forza maggioritaria che deve darci il trionfo nel settembre di questo anno.

Isla Negra, 2 di gennaio di 1970.

El Siglo, Santiago, 4.1.1970.


[Discorso personale del poeta al candidato Salvatore Allende]

Caro candidato del popolo:
Ho fatto molti discorsi nel nord e nel sud, nell'est e nell'ovest del Cile per questa candidatura, per le idee e gli ideali che le danno significato, direzione ed altezza. Ho parlato per minatori, per contadini, per cittadini di tutti i tipi umani.
Oggi voglio fare il discorso dell'intimità, la conversazione di famiglia.
Per la prima volta noi scrittori ed artisti abbiamo un amico vero o, piuttosto, un parente prossimo in La Moned. Per di là circola, nella propaganda di un altro candidato alla presidenza, una poltrona vuota, una specie di trono che, secondo la sua propaganda, aspetta quel cavaliere. In generale, gli scrittori e gli artisti, quelli chiamati intellettuali, hanno vissuto lontano dalla presidenza della Repubblica, l'abbiamo sentita come un trono vuoto, come una poltrona senza uomo. A volte ci sembrava vedere un essere umano, un cileno con vere preoccupazioni profonde per la vita del Cile. Ma subito dopo non vedevamo altro che l'antico viso dell'indifferenza, della frivolezza e della crudeltà. Non voglio nominare nessuno. Non si tratta di nominare il vuoto, bensì di richiamare la speranza.
Questa speranza non è smisurata, non è cieca, né è minacciosa. Chiediamo appena che ci si prenda in considerazione, che ci riconosca il diritto all'esistenza, alla crescita e la creazione. I paesi piccoli, tirati dalla geografia alle più lontane pieghe del pianeta, hanno un solo destino per combattere con l'avversità ed est destino si riferisce con la loro creazione spirituale, col potere della loro cultura. Questo è il loro gran combattimento.
In questi giorni si sta smantellando un'immensa mole di ferro ed acciaio che non ebbe mai bisogno di sparare, né di sterminare nessuno in difesa della nostra bandiera. Ma l'arma più poderosa che ha avuto il Cile durante la sua esistenza non era tanto cara, né pesò tanto: era una piccola e fragile donna, spossata da tutte le preoccupazioni dell'intelligenza e dell'esistenza: si chiamava Gabriela Mistral.
Mi consta che Gabriella, anche dopo il premio Nobel, viveva tremando per il suo posto, terrorizzata dal ministero, aspettando in qualche modo l'unghiata, l'attacco, la rappresaglia. Questa sfiducia permanente lacerò molto il suo carattere, la trasformò, lasciandola scontrosa, come quei pini della Patagonia minacciati per il vento, pini che ella cantò,  facendo un po’ il suo autoritratto.
È chiaro che non pensiamo ad un trattamento di eccezione. Non si creda che contempliamo una corte di pensatori incoronati, favoriti per un dinamico potere intellettuale. In piena coscienza del sedimento che fanno gli artisti e scrittori allo sviluppo ed all'onore della nostra patria, esigiamo attenzione alle nostre vite ed i nostri problemi, sicurezza affinché i giovani continuino senza tormento il loro sviluppo creativo. Ma sappiamo, e perciò siamo qui, che innanzitutto deve elevarsi il nostro paese alla dignità umana che merita. Ed in questa lotta, in questa convinzione combattente, ci sentiamo rappresentati da Salvatore Allende.

Salvatore, ti accompagnai nella tua gita per tutti gli angoli del Nord Chico. Insieme mangiammo il migliore pane impastato per te dalle contadine di Paihuano. Poi stemmo insieme in Monte Grande. Lì le valli dell'Elqui si riuniscono. Sopra è pietra irsuta, pareti di roccia e spine. Sotto cantano le acque e cominciano a muoversi i germogli.
Ma più imponente della natura, più promettente delle valli verdi, silenziosa ed ardente, è la nostra gente, i nostri cileni e cilene, i nostri abbandonati contadini e minatori del Nord Chico. Non potrai mai dimenticare, Salvatore, né io potrò dimenticare quelli che scendevano dai monti con una bandiera a salutarti, alle migliaia di donne che riempivano la piazza di Vicuña quella notte, circondate dai loro bambini scalzi. Erano venuti da tutti gli angoli, e lì stavano, sicure, fermi, protagonisti dell'abbandono e della speranza del popolo. Erano solenni come statue che contemporaneamente rappresentassero, lì, sotto gli alberi della piazza di Vicuña, la forza e la tenerezza del Cile.
Ci domandiamo quella notte, guardando quelle bambine scalze nella loro propria terra natale, quante Gabrielas, quante, saranno scalzi per questa e per altre città, paesi, montagne e porti della patria?
Noi artisti e scrittori abbiamo molto da chiedere, abbiamo molto da parlare, abbiamo molto da lavorare col nuovo presidente del Cile. Non vogliamo lasciarlo solo, né che ci lasci soli. Ma ci sono problemi vitali per noi, problemi della coscienza ferita. Sono problemi totali del nostro paese e, pertanto, vengono prima dei nostri propri problemi professionali.
In primo luogo: basta analfabeti! Non vogliamo continuare ad essere scrittori di un popolo che non sa leggere. Non vogliamo sentire la vergogna, l'ignominia di un passato statico e lebbroso. Vogliamo più scuole, più maestri, più periodici, più libri, più riviste, più cultura.
Questo regime di signori circondati da servitori e colti e straccioni non può continuare. Già fece crisi, già terminò nel mondo. Comprendiamo che ci sia un partito che vogliano conservarlo e rerciò si chiamano, con cinismo, conservatori o, con inganno, liberali. Ma a noi non è vantaggiosa una battaglia a morte col passato, col passato illustre la cui continuità rappresentiamo, no: continueremo il meglio del passato, ma ammazzeremo il verme del passato, e quel verme si chiama ignoranza, ritardo, abbandono.
Noi crediamo, e dicendo noi voglio significare tutte le forze che accompagnano questa speranza, crediamo, con appassionata credenza, nelle possibilità creative del popolo del Cile. Crediamo nell'intelligenza del popolo, nella sua destrezza, nella sua rettitudine, nella sua prodezza. Il popolo del Cile costituisce un terreno inesauribile, la cui fecondità e fioritura ci compete affrettare.

Futuro presidente del Cile:
Spero che chiami molte volte gli scrittori e gli artisti, e che nel governo ci parli e ci ascolti. Troverai sempre in noi la maggiore fedeltà al destino della nostra patria ed anche il maggiore disinteresse.
Abbiamo un solo interesse che tu condividi: la dignificazione del nostro paese. In questo senso vogliamo dirti che questa lotta che tu sei leader oggi, è la più antica del Cile: è il glorioso combattimento dell'Araucanía contro i suoi invasori, è il pensiero che alzò le bandiere, i battaglioni ed i proclami dell'indipendenza, lo stesso contenuto di avanzamento popolare che ebbe il movimento di Francisco Bilbao. E già molto vicino a noi, Recabarren non solo produsse la sua condizione di più grande dirigente proletario delle Americhe, ma anche quella di scrittore di drammi e fogli popolari.
Il pensiero del Cile ha accompagnato drammaticamente tutte le ansietà, tutte le tragedie e le vittorie del nostro popolo.
Ti accompagniamo in questa occasione e ti proclamiamo candidato alla presidenza della Repubblica del Cile perché crediamo con fermezza e con allegria che non abbandonerai questa strada.
Nella vittoria ti accompagneranno tutti quelli che caddero, infiniti sacrifici e sangue versato, agonie e dolori che non riuscirono a fermare la nostra lotta. Ti accompagna anche il presente, una coscienza più ampia e più sicura della verità e della storia.
E, infine, ti accompagnano anche le immense vittorie raggiunte e la liberazione improrogabile di tutti i paesi.

Discorso alla chiusura della campagna presidenziale di
Salvatore Allende, durante l'inverno cileno del 1970.
Raccolto nel
PNN, pp. 360-364.


II
DA LIGEIA A VIOLETA, DA MELVILLE A PICASSO

Le ricamatrici di Isla Negra

In Isla Negra tutto fiorisce. Strisciano per l'inverno piccolissimi fiori gialli che dopo sono azzurri e più tardi, con la primavera, prendono un colore amaranto. Il mare fiorisce tutto l'anno. La sua rosa è bianca. I suoi petali sono stelle di sale.
In questo ultimo inverno cominciarono a fiorire le ricamatrici di Isla Negra. Ogni casa di quelle che conobbi da trenta anni, tirò fuori fuori un ricamo come un fiore. Queste case erano prima oscure e silenziose; all'improvviso, si riempirono di fili di colori, di innocenza celeste, di profondità violetta, di rossa chiarezza. Le ricamatrici erano popolo puro e perciò ricamarono col colore del cuore. Si chiamano Mercedes, la signora di José Luis, si chiamano Eufemia, si chiamano Edulia, Pura, Adela, Adelaida. Si chiamano come si chiama il popolo: come devono chiamarsi. Hanno nomi di fiori, se i fiori scegliessero i loro nomi. Ed esse ricamano coi loro nomi, coi colori puri della terra, col sole e l'acqua, con la primavera.
Nient è più bello di questi ricami, insigni nella loro purezza, raggianti di un'allegria che sorpassò molti patimenti.
Presento con orgoglio le ricamatrici di Isla Negra. Si spiega come la mia poesia abbia messo qui le sue radici.
Si vedrà per queste opere del popolo, dalle mani lavoratrici delle sue donne che qui tutto fiorisce.
Primavera di Isla Negra, salute!


Settembre, 1969

Raccolto in
PNN, p. 118.


Sonetto degli equivoci
SONETO DE LAS EQUIVOCACIONES. (Pagina 298.) Secondo Teitelboim 1996 (pp. 440-441) il sonetto fu scritto in Antofagasta nell’ottobre del 1969, durante uno dei giorni che seguirono il tentativo golpista del generale Roberto Viaux. La giornalista Ligeia Balladares chiese ed ottenne di intervistare l'ufficiale acquartierato, correndo un gran rischio perché rappresentava  El Siglo, il periodico dei comunisti. Di ritorno all’hotel in Antofagasta, Ligeia si riunì con Neruda e con Volodia Teitelboim. Mentre ella raccontava i dettagli della sua esperienza nel quartiere di Viaux, Neruda scriveva su alcuni buste con intestazione dell’hotel questo sonetto dedicato ai frequenti equivoci con cui si annunciava la presenza (e con cui si pronunciava il nome) di Ligeia durante i comizi elettorali. Ligeia Balladares vive attualmente in Messico.

Molte sono: Ligenturia, Ligentina,
Lihueya, Livia, Lidia, Ligeola,
Niveia, Lioja, Lina, Livelina,
Liguria, Ligia, Lila, Lola,

Gilia, Jolia, Ligenta, Ligería,
Legera, Lijolala, Lijolila,
Litigia, Galia, Lujuria, Legía,
Lijandra, Licoloca, Colalpila,

Licofanta, Licora, Licosesa,
Licosigla, Ligenta, Liprofesa,
Lichuga, Litemuca, Lilinares,

Ligistrofa, Liluz, Lillamarada,
Lilluvia, Licautín, Licamarada,
ed una sola: Ligeia Balladares.

Antofagasta, 1969

Scritto durante la campagna presidenziale per il
giornalista Ligeia Balladares, di
El Siglo. Il intitolo
allude con umore a che durante i comizi e incontri
erano frequenti gli equivoci annunciando il suo nome.
Raccolto in
FDV, p. 57,  ed in Varas, pp. 21-22.


Prologo per Rosa Cruchaga

La poesia interrogativa di Rosa Cruchaga si arrampica per i sensi facendosi domande trasparenti: è un rampicante di cristallo.
Innocenza ed esame, coscienza e contraddizione formano le sue essenze, tanto lo stupore infantile come l'esplorazione metafisica non si danno tregua nel suo canto.
Dove sia, si domanda uno: cammina Rosa per una strada rurale, tra pioppi e bestiame, o vuole salire al cielo, bussando alla porta sconosciuta con fervore angoscioso?
Certo è che dove mette la sua mano bianca brilla la rugiada, con tracce della notte ombrosa, con anche la fragranza della mattutina erba.
Contraddittoria e delicata, dolce ma mai sciropposa, il suo presentimento la dirige come una condotta. Canta tra vacillazioni, indecisa tra il più distante ed l’immediato, tra la verità reale ed il mistero desiderato: canta perché non ha più rimedio: nacque per cantare.

Isla Negra, dicembre del 1969

Prologo a Rosa Cruchaga di Walker,
Raudal, Santiago, Estremo Sud, 1970.


["Babo il Ribelle": inizio di un copione su un personaggio di Melville]
[«BABO  EL REBELDE»:  COMIENZO  DE UN  GUIÓN  SOBRE UN PERSONAJE DE MELVILLE.] (Pagine 299-303.) Nell'ambito del suo interesse per I testi dimenticati o curiosI relativi alla storia marginale del Cile, Neruda iniziò la scrittura di un copione per un film basato nell'episodio della ribellione degli schiavi neri che narrò Hermán Melville nel suo romanzo breve Benito Cereno (1855).

I
MELVILLE.
Forse sbagliato, amico, stai
o nemico, forse, credo che ti sbagli.
Perché
chiamarmi per ascoltare di nuovo
la storia fredda che raccontai
senza che nessuno la sentisse né leggesse.
Morti di ieri! Che carnevale di inverno
Quelli nelle quelle isole straccione del Cile!
Santa María! Così si chiamava l'isola!
Lì devono continuare ad agonizzare e morire
neri e bianchi. Quel viaggio si chiamava terrore.
Ebbene, è un errore, piccolo camerata,
poeta, vivo ancora, che ti diletti
nel vascello amaro e nel suo spento colera.
Se si interessa: per me la vita
fu molto più oscura della morte,
finalmente vivo in un viaggio rettilineo
senza ingannarmi nei dilemmi,
senza cadere nelle trappole dall'oceano
né toccare le ferite della terra.
Ma se ti diletti in quell'episodio,
piccolo poeta, non imparerai con me,
già dimenticai quell'amarezza ed altre dei miei ricordi
e benché io lo scriva su un specchio
guardando me stesso, perché così fu, senza dubbio,
oramai non rimangono vestigia di nessuno nello specchio:
io andai via: quelle ombre mi seguirono.
Le svegliai solo per un istante.
Del loro rancore feci una fiammata.
Non parliamo più. Il fuoco si spense.
NERUDA.
Buon compagno, penso che ancora è ora,
tempo della cenere, perché quelli
che si disintegrarono nel tempo
usciranno dalla polvere, esisteranno di nuovo
se soffi la cenere.
Dormono domande, forme, scheletri
nel fondo, nel fango di quell'atroce inverno.
E nessuno può giocare con spettri.
Solo tu puoi richiamare ai morti.
Solo le tue lampade tormentate.
Solo le tue grandi mani baleniere.
MELVILLE.
E con che oggetto? Se tu conoscessi
come conoscerai, come conosco
la stanza più grande ed il vascello
maggiore, rimarrai muto
senza interrogazione impertinente.
NERUDA.
Quale è la stanza, quale il vascello?
MELVILLE.
La morte.
NERUDA.
Sì, ma c'è un altro vascello che naviga
senza arrivare alla morte né i morti.
È il vascello di quelli perseguitati.
È la consumazione dell'ingiustizia.
È la verità condannata
ed la menzogna sopravvissuta.
Melville, qualche volta i tuoi occhi
si oscurarono tanto
che solo vestisti l'ombra.
Aiutami a cercare la luce.
Tu conosci il fuoco sepolto.
Mai copriranno le ceneri
il tormento di quelli che morirono
senza conoscere perché morivano.
Ancora esiste quel fuoco amaro
che voglio che tocchino i vascelli
affinché il ricordo li bruci.
MELVILLE.
Non sono colpevole dei miei sonni.
NERUDA.
I sonni nascono della notte
ed il dovere del giorno è nascere
e dare la luce
affinché cerchiamo le chiavi
che si nascosero nella notte.
MELVILLE.
Mi stanchi come quella pioggia
del tuo paese: smantellata;
sembrava, all'alba,
quel vascello doloroso,
sopravvissuto della furia.
NERUDA.
Racconta.
MELVILLE.
Meglio che lo raccontino gli altri.
NERUDA.
L'unica bocca di quello tempo
è la tua, l'unica voce
che persiste.
MELVILLE.
Allora?
Stai tanto solo come allora.
MELVILLE.
Sono un innocente del mare,
e non credere che fui ingannato.
Ebbi pietà da Don Benito.
NERUDA.
Don Benito? Chi è?
MELVILLE.
Guardalo ora. Si avvicina già.

II

Alle sette del secolo, senza che avesse
niente tra una parete ed un'altra parete
ho risolto questa storia senza vittoria,
qualcosa tra sangue ed ombra, vero.

Dammi la mano, endecasillabo
rosicchiato come ombra, abbandonato già
come le pietre
del Petrarca.
Io ho bisogno di te,
voglio allineare i tumuli
e dentro i sarcofaghi:
io li farò del mio proprio legno
anticlassico, ma
di quando in quando una voluta,
una curva formale come una sedia,
tutti i chiodi del mestiere. Bene.
Ma si tratta di qualcosa più e meno,
di qualcosa meno e tutto:
di allinearli
in queste linee.
Una volta disposte
queste scatole, in ordine di undici sillabe,
si apriranno tutte in un solo colpo:
una povera battaglia di ira nera
che finì sotto la pioggia fredda
del Sud del mio paese.
Questa è la storia
di Babo.
Chi è Babo?
Sei tu Babo?
Babo morì un secolo fa. Lo impiccarono
a Concezione de Chile.
Sì. Sono Babo.
Altrimenti non si spiegherebbe
che si aprano i cassetti dei morti
per mostrare queste ferite vecchie.
Silenzio.
Canto
con la bocca piena di sangue.

I due testi precedenti, del 1969, conservati da Matilde
ed editi in
FDV, pp. 22-28, iniziavano il copione del
film Babo, basato nel racconto
Benito Cereño di
Hermán Melville. Il copione non fu completato e
Quel progetto di film non fu realizzato.


Elegia per cantare
ELEGÍA PARA CANTAR. (Pagine 304-305.) Violeta Parra nacque in San Carlos, vicinanze di Chilaán, nel 1917. Cantante e poeta di fama internazionale, studiosa e divulgatrice del folclore musicale cileno. Sorella del poeta Nicanor e madre dei musicisti folcloristici Ángel e Isabel Parra. Molte delle sue canzoni, tra esse Casamiento de negros e Gracias a la vida, sono conosciute in tutto il mondo. Morì a Santiago il 5.2.1967. Neruda scrisse questa "Elegia per cantare" (che respinge associare la tristezza alla memoria di Violeta) a modo di prologo per una raccolta dei Décimas (Santiago, Ediciones Pomaire, 1970; un'altra edizione: La Habana, Casa de las Américas, collezione La Honda, 1971. )

I  

Ahi, che maniera di cadere verso l'alto
e di essere sempiterna, questa donna!

Di cielo in cielo corre o niente o canta
la violetta terrestre:
quella che fu, continua ad essere, ma questa donna sola
nella sua ascensione non sale solitaria:
l'accompagna la luce della melissa,
dell'oro arricciato
della cipolla fritta,
l'accompagnano gli uccelli migliori,
l'accompagna Chillán in movimento.

Santa di creta pura!

Ti lodo, mia amica, compagna:
di corda in corda arrivi
al fermo firmamento,
e, notturna, nel cielo, il tuo fulgore
è la costellazione di una chitarra.

Di cantare all’umana ed al divino,
volenterosa, facesti il tuo silenzio
senza un'altra malattia che la tristezza.

II

Ma prima, prima, prima,
ahi, signora, che amore a piene mani
raccoglievi per le strade:
tiravi fuori canti dalle fumate,
fuoco delle veglie funebri,
partecipavi alla stessa terra,
eri rurale come gli uccellini
ed a volte attaccavi con lampi.

Quando nascesti fosti battezzata
come Violeta Parra:
il sacerdote alzò le uve
sulla tua vita e disse:
"rampicante sei
ed in vino triste ti convertirai."

In vino allegro, in picara allegria,
in fango popolare, in canto piano,
Santa Violeta, tu ti convertisti,
in chitarra con foglie che rilucono
alla lucentezza della luna,
in prugna selvaggia
trasformata,
in paese vero,
in colomba del campo, in salvadanaio.

III

Bene, Violeta Parra, mi congedo,
vado ai miei doveri.

E che ora è? L'ora di cantare.
Canti.
Canto.
Cantiamo.

19Gennaio, in automobile, tra
Isla Negra e Casablanca

Poema-prologo a Violeta Parra,
Décimas, Santiago, Pomaire, 1970.


J. E.

Conobbi intimamente Juan Emar senza non conoscerlo mai. Egli ebbe grandi amici che non furono mai suoi amici. Donne che non passarono oltre la sua pelle. Affini che lo tollerarono come un lungo brivido.
Era un uomo silenzioso, beffardo, singolare. Fu un gran pigro che lavorò tutta la sua vita. Camminava di paese in paese, senza entusiasmo, senza orgoglio né ribellione, confinandosi per le sue proprie decisioni. Ora si tenta di scoprire il nostro apparente apolide e concedergli quello che non ebbe: la nazionalità dell'amore.
Questo paese disabitato ignorò questo silenzioso, prendendo il suo silenzio come premonitorio, come annuncio mortale. Il sud-americano della sua epoca, il letterario, era vociferante e egocentrico. L'uomo Juan Emar fu silenzioso ed eccentrico. Ora ci tocca decifrarlo quando i suoi contemporanei smisero di parlare e di essere, di vociferare e di rimanere. Ora egli comincia a parlarci ed a conquistare quello che non gli importò mai molto: la validità e la permanenza di un eroe dissimulato tra i fragili. La sua vanità, se l'ebbe, la nascose nelle radici del suo essere. Ed è oscura la terra per gli scopritori veri: nessuno guarda verso il basso: tutti vogliamo essere complici della moltitudine. E Juan Emar fu un solitario scopritore che visse tra le moltitudini senza che nessuno lo vedesse, forse senza che nessuno lo amasse. Non aveva paese proprio: si vestì fino al fine della sua vita di passante.
Ora che i crocchi si gargarizzano con Kafka qui abbiamo il nostro Kafka, dirigente dei sotterranei, interessato nel labirinto, prosecutore di un tunnel inesauribile vangato nella sua propria esistenza pur se semplice non meno misteriosa.
Io ebbi la fortuna di rispettarlo in queste repubbliche dell'irrespetto, della casualità e del tradimento letterario. Qui si cercano i letteralizzanti per dargli calci o morsi. Manca dignità all'alveare e le migliori api vanno a cercare miele ed a trasportarlo in un altro posto. Fanno bene, fanno male.
Al mio compagno Juan Emar sarà dato quello che qui non si lesina: il postumo.
E si sappia che questo predecessore di tutti, nel suo tranquillo delirio, ci lasciò come testimonio un mondo vivo e popolato sempre dall'irrealtà inseparabile del più duraturo.

Isla Negra, agosto del 1970

Prologo a Juan Emar,
Diez,
Santiago, Ed. Universitaria, 1971.


Prologo per Carlos Warter

"Il sonno della ragione produce..." ci dice Goya, goyescamente. È vero, ma questo sonno scatenato va dal fiume fino al delirio, dai sotterranei del monologo fino alla superbia dell'intelligenza.
Carlos Warter apre il suo torrente e pretende di ragionare fino alla morte: non arriva fino ad oltre sé stesso, di noi stessi: lo ferma l'AMORE.
Lo ferma l'ingiustizia immortale della tenerezza. Che l'accompagni per il mondo il suo proprio mistero. Nessuna ragione lo porterà più lontano.

lsla Nero, agosto del 1970

Prologo a Carlos Warter,
Viavén vivencial,
Santiago, Joaquín Almendros Editore, 1970.


Prologo per Hernán San Martin

Ci sono golosi della Francia, della Scandinavia, della Spagna, golosi di Borgoñas, di bionde, di feste valorose con tori ed arene. Così doveva essere: Non era difficile.
Ma San Martin, il dottore, è goloso del Cile. Che sorprendente golosità. Perché il Cile si presenta spinoso, ripido, indigerible.
Si alza il mantello di neve ed appaiono le punte, i massicci rocciosi, il terremoto. Si vede alla patria una testa di aspra sabbia ed alcuni piedi persi nel ghiaccio polare.
San Martin si mette dappertutto, scopre e rivela, e dopo ci presenta il suo regalo: un libro di divoratore in cui il buono ed il triste, al zona multipla, il plurale ed vil singolare del Cile si intesse e abbaglia.
Grazie per la tua rivelazione e la generosa lezione di un patriottismo esteso e profondo.
Che appetito e che saggezza!
Grazie.

Prologo a Hernán San Martin, Nosotros los cilenos,
Santiago, Editora Austral, 1970.


[A Nilda Núñez del Prato, orafa boliviana]
[A NILDA NÚÑEZ DEL PRATO, ORFEBRE BOLIVIANA.] (Pagine 308-309.) Nel settembre del 1970 le due sorelle Núñez del Prato, Nilda l'orafa e Marina la scultrice, fecero visita a Neruda in Isla Negra. Durante l'incontro Nilda regalò a Matilde un gioiello, da lei lavorato, e Pablo le scrisse queste righe di ringraziamento (che Marina raccolse dopo nelle sue memorie: Eternidad en los Andes, Santiago, Editorial Lord Cochrane, 1972).

Nilda lavora con metalli e pietre,
costruisce con rugiada, con fiori duri,
con materiali duri che cadono a volte dal cielo,
i suoi gioielli sono lussi della natura,
anelli del fuoco, piccole torri della luna.
Nacque Nilda, come la sua meravigliosa gemella Marina
nelle altezze della Bolivia, più vicino al cielo
che noi e più terrene; lì
il paesaggio è solo fulgore, durezza,
estensione del silenzio.
Lì cominciò Nilda a costruire stelle.
Grazie a lei possiamo toccarle, minuscole
e misteriose, affinché si accendano nella mia mano,
nella tua mano,
rubate all'ombra sovrana.
Incastonate nella luce di Nilda.

Isla Negra, settembre 1970

Testo raccolto in Marina Núñez del Prato,
Eternitad en los Andes, memorie, Santiago
del Cile, Editorial Lord Cocbrane, 1972.


Sono un poeta di utilità pubblica
SOY   UN   POETA   DE   UTILIDAD   PÚBLICA. (Pagine 309-314.) Trascrizione delle "Parole estemporanee del poeta Pablo Neruda nel Salone di Onore della Municipalità di Valparaíso, il 31 ottobre del 1970, ricevendo la menzione di Figlio Illustre di Valparaíso." Testo stampato in fascicolo, formato 35 x 25 cm, 12 pp., annesso al volume che raccolse i testi del poeta su quella città: Pablo Neruda, Valparaíso, edizione de la Universitad de Valparaíso, Cile, 1992.

Signor sindaco, signori consiglieri comunali, signori ufficiali delle Forze Armate, compagni scrittori ed amici.
Siamo qui riuniti per questo insolito atto che non comprendo bene, ma che voglio ringraziare dal fondo della mia vita e della mia poesia e della mia azione, e che è tanto significativo per me, perché mi uniscono molti lacci, molti segreti e pubblici vincoli a questa città straordinaria, tumultuosa, storica, tanto importante nella vita del Cile. A questa città, a questo porto, che anche, senza dubbio, è l'insieme - non dirò città né dirò porto - l'insieme strano di vite umane, variopinto e magnifico, più impressionante del nostro territorio: Valparaíso.
Io sono un artigiano della mia poesia, di quello che si chiama poesia, di quello che si iscrive, della scrittura letteraria. Non sono un profondo pensatore e, come lo vedete voi stessi, sono un deficiente oratore. Io sono uomo completamente abbandonato se non ho di fronte a me carta e penna. Non posso tirare fuori del vento, dell'aria le cose che stanno per me, per un scrittore come me, aspettandomi attraverso secoli di disciplina nella carta. Sono un uomo di carta.
Come tale, con queste mani presenti ho fatto i miei versi senza altra pretesa che quella di un artigiano, di un falegname, di un vasaio. Non ho neanche più pretese che quelle. Aver fatto qualcosa di utile, aver lavorato con le mani, in una possibile, probabile perentoria o interminabile utilità pubblica. Sono un poeta di utilità pubblica.
È importante essere poeta per tutta la gente, per tutti i ranghi. È importante essere poeta della vecchia storia del mondo e dell'informalità selvaggia dello sconosciuto, della selva, del mare, dell'oceano, della profondità. Ma ho voluto anche essere poeta delle cose più elementari, più piccole, più note, più rustiche, più sdegnate. È importante essere il poeta essenziale, nel suo compito, dei sentimenti nazionali. Forse per me è il profondo stimolo della mia opera, perché una nazione la costruiscono non solo le istituzioni fondamentali, e la costruiscono non solo quelli che la lavorano col loro pensiero e con le loro mani, bensì la costruisce un spirito di unità ed un sentimento di essere nazione, un sentimento che non è fatto solo di orgoglio, bensì dell'umiltà profonda che riconosce un fratello in ognuno dei nostri compatrioti e è disposto a condividere con quello fratello, sia dove sia, il destino comune di una patria che tentiamo di fare più grande, più giusta, più luminosa ogni giorno.

Io sono, come molti di voi, salvo i più giovani forse, un uomo di un'epoca intermedia, un'epoca che non sappiamo quando cominciò e che non finisce ancora. Io non comprendo un mondo statico. Ho aspirato tutta la mia vita ai grandi cambiamenti universali che ci corrispondono. Non voglio neanche avere per me, né per nessuno, quell'impazienza storica divoratrice che ora si sente come una scossa ed un'eco di altre grandi rivoluzioni.
Né lo statico, né il violento del futuro, bensì scegliere in questo tempo di riposo che ci dà la storia, la nostra strada più sicura. Non mi scaccia, non mi esaspera il passato, ma raccolgo del passato l'immensa lezione di apprendimento che ci diede ed anelo con tutte le mie forze i cambiamenti necessari affinché la nostra condizione umana di cileni si elevi ogni giorno alla più alta dignità. Quella è ragioni della mia poesia. Quando dico che sono un poeta di utilità pubblica, è perché in questo libro ed in altri ed in molti, ho insistito su questi messaggi, nei più complicati, nei più disperati, nei più oscuri e, anche, nei più raggianti, nei più semplici, nei quali si risolvano in qualcosa i nostri conflitti e che diano ogni giorno terreno alla speranza dell'uomo. Se i miei poemi, quelli che lavorai con le mie mani, andarono oltre quello che io pensai, e toccarono oscuri posti del cuore umano o svegliarono in popoli molto lontani dal posto dove io li scrissi nuove forme di speranza e di tenerezza, ho compiuto solo un dovere, il dovere dei poeti. E questo doverlo cominciai a compierlo già molti anni fa.
Questa medaglia ed questo riconoscimento che accetto con umiltà e con orgoglio comprovano che alcune delle mie parole non furono scritte invano.

A Valparaíso mi legano non solo i memorabili ricordi ed immagini della sua gloriosa storia, bensì i più intimi e segreti, che sono uniti al risveglio della mia propria gioventù.
Sempre, per un meridionale come me, un provinciale venuto nella città di Santiago al risveglio dell'adolescenza, Santiago fu un piatto troppo succulento o un sorso troppo amaro, in cui non entrano i momenti dedicati al sogno e l'illusione. E quello sogno e quell'illusione, gli scrittori della mia generazione, i matti della mia generazione, i miei compagni, molti di essi oggi scomparsi, quella materia insondabile di malinconia e di sogno, la trovavamo durante il cammino verso Valparaíso. E quel treno, quella corriera di terza classe in cui facevamo il viaggio cantando ai sedici, diciassette e diciotto anni e bevendo, tra Santiago e Valparaíso, studenti primaverili, quel viaggio è ancora memorabile nella storia della mia poesia.
E trovavamo qui questa gran ansa del mondo, questo che fu il porto maggiore della costa del Pacifico, con tutto il suo ambito leggendario, con le sue oscure stradine, coi suoi dossi straordinari in cui si mischiano ia miseria, l'allegria ed il lavoro come congiunzioni commoventi.
Trovavamo qui la porta del gran oceano, il luogo dei combattimenti marini, l'arrivo e la partenza delle antiche barche che attraversarono il mondo, dei velieri più famosi nella storia delle navigazioni. Tutto stava nelle porte magiche di Valparaíso. Potevamo toccare con le nostre mani un angolo della patria dei sogni.

Solo una città, andando nel tempo, mi diede questa sensazione incomparabile, di mistero e di sogno. Fu in Spagna, nella città di Toledo.
A Madrid, con Federico García Lorca con Rafael Alberti, coi miei compagni, pazzi, anche, ma spagnoli, la nostra escursione di buon mattino o di primavera, era verso Toledo. E lì stava la città monumentale vicino al serpeggiante fiume Tago, alzando i suoi merli ed i suoi castelli sull'immensa piana della Castiglia. Lì stava Toledo, piena di fantasmi che entravano ed uscivano da molti secoli e, noi, spettatori del vecchio, dell'antico, dell'impenetrabile mistero spagnolo, del mistero medievale, rinascimentale, oscuro ed addormentato.
Ma come Toledo era una città immobile, un'imbarcazione di pietra incagliata nelle lande castigliane, Valparaíso fu per noi un'imbarcazione con tutte le sue vele, un movimento della vita, una città piena di sussurri, piena dell'odore del mare, del canto antico dei mari, piena di imponderabili nostre voci, di antiche voci di equipaggi che passarono, di gente che passò un minuto, ma che lasciò sospesa nell'aria di Valparaíso una parola strana, un suono straniero, una canzone misteriosa che aveva solo aperto il suo mistero per noi, assetati di sogni e di ombra.
Valparaíso fu anche per noi il posto che grandi uomini della nostra patria, il posto che grandi sognatori del nostro destino scoprirono, vicino ai suoi cuori.
Qui, il più grandioso di tutti i nostri scrittori, il titano americano delle lettere, l'imponderabile, incredibile, montagnoso Vicuña Mackenna visse e scrisse parte della sua grandiosa opera. Qui, in un ospedale, molto vicino a questa casa, uno dei nostri più grandi poeti, Carlos Pezoa Véliz, terminava la sua breve e folgorante vita, la sua gloriosa e sfortunata esistenza. E qui, di fronte alla Dogana, passò molte volte il gran creatore e trasformatore della letteratura moderna, il genio che cambiò la lingua spagnola, il poeta indio chorotega del Nicaragua, Félix Rubén García Sarmiento, Rubén Darío, il nome d’oro che rivoluziona profondamente le basi della lingua. Qui, in questa città, si stabilirono i suoi sonni; qui prese lettera di cittadinanza nel mondo; qui pubblicò suo primo e meraviglioso libro Azul, nel secolo scorso.
Quanti cose per dire di Valparaíso!
Ed in questa epoca di transizione e avvenimenti, di addio del passato e di saluto ad una nuova epoca nella nostra patria e nel mondo, vediamo la trasformazione organica di Valparaíso, ricordando le vecchie case che cominciano ad andare via in camion di immondizia. L'antica Valparaíso che con una parte del cuore se ne va, e che dobbiamo accettare che sia rimpiazzato da un’altra Valparaíso più vigorosa, più grandiosa, più contemporanea e più futura, senza dimenticare niente della sua leggendaria grandezza, senza chiudere gli occhi alle sue nuove prospettive storiche.

Sono queste sconclusionate parole, signore sindaco, amici cari, quelle che mi suggeriscono questa onorificenza. Durante la vita uno si va abituando, quando ha fatto per tanti anni un mestiere, a ricevere riconoscimenti che devono essere presi all'inizio con molta sfiducia per un poeta, dato che se si immerge nella lusinga e si arrende all'orgoglio ed alla soddisfazione personale, ha perso la ragione della sua esistenza ed il segreto filo che fa si che gli scrittori attraverso la storia delle razze, delle nazioni, delle lingue, si conservino come puri testimoni delle epoche che passano, senza arrendersi se non alla verità, senza arrendersi se non ai suoi fondamentali doveri di scrittore e di cittadino. Ma, attraverso il tempo, questo che può essere esteriore, deve uno accettarlo con umiltà, perché non accettare un riconoscimento così significherebbe una forma di orgoglio che neanch’io potrei darmi il lusso di avere, sentendomi legato tanto profondamente al più semplice dei nostri cittadini, a tutti quelli che in questo paese, dall'alto verso il basso, lavorano affinché la nostra patria compia il suo destino e sia ogni volta il prodotto della nostra propria lotta, della nostra propria coscienza, del nostro proprio cammino.
Conoscendo tutte questi ragioni che mi legano a Valparaíso, a questo porto solitario nel Pacifico, solitario nell'immensità del Pacifico, in cui molte delle grandi pagine della storia del mare si scrissero - e si scrissero con sangue di cileni -, conoscendo ed esponendo questi motivi, dico e ripeto che accetto con gran emozione questa medaglia e queste parole scritte in una carta che sono, per me, titoli molto cari che conserverò, non solo per la mia soddisfazione intima, bensì perché mi danno o continueranno a darmi la lezione di continuare a lavorare, per la nostra unità, per la maggiore coscienza dei nostri doveri, per la maggiore allegria, per la maggiore felicità, per lo splendore vero e grande del nostro paese, della nostra cara patria, che vive nei miei libri come nel sangue di ognuno di noi.
Molte grazie.

Parole improvvisate dall poeta Pablo Neruda nel
Salone di Onore della Municipalità di Valparaíso,
il 31 ottobre del 1970, ricevendo la menzione di
Figlio Illustre di Valparaíso. Edito nel quaderno
Soy un poeta de utilitad publica, 12 pp., annesso
al volume: Pablo Neruda, Valparaíso, Edicionnes
de la Universitad, 1992.


["Una casa nella sabbia": altre statue in legno]
[«UNA CASA EN LA ARENA»: OTROS MASCARONES] (Pagine 315-316.)
Tre testi inediti, conservati e trascritti da Hugo Arévalo dal registro sonoro del suo film Istoria y geografía de Pablo Neruda, inciso nel 1970-1971 per il Canale 13 della televisione cilena.

LA GUILLERMINA

Questa Guillermina arrivò, non so da dove, al Perù. Mi raccontarono i miei amici che c'era in un angolo lontano, in un sobborgo di Lima, una figura. Senza precisare mi dissero: può essere una statua di prua, può essere una polena, forse è una santa.
Io lasciai ai miei amici nell'angolo di quella strada piena di angoli e mi avvicinai attratto dalla sua gran bellezza, dalla sua audacia. Allora, guardandola, quando mi si rivelò nella sua abbagliante nudità, gridai verso i miei amici, verso l'angolo della strada di Lima: per fortuna non è un santa!

MORGAN

Questa testa rude, straordinaria e poderosa, richiamò la mia attenzione in una vetrina, camminando per le strade di Parigi. Egli, l'uomo, il baffuto, il corsaro, mi restituì lo sguardo. Pensai: sarà Morgan? Senza dubbio era Morgan. Voleva uscire di lì, voleva ritornare al mare. Aspirava all'oceano che fu il suo grande scenario. Tuttavia, non è una statua di prua. È una statua di poppa, del castello di poppa. Anni dopo, camminando per il mondo, ne trovai uno uguale. Uno esattamente uguale. Erano i due come due immense gocce d’acqua, come due grandi gocce di legno, come due gocce di fermezza. E qui sta, nella sua dominante struttura, dominando e guardando all'oceano dalla muraglia della mia casa.

JENNY LIND

Questa soavissima creatura viaggiò in una nave nordamericana a metà del secolo. La nave si chiamava Jenny Lind. Molte imbarcazioni ebbero questo nome da quel giorno in cui il gran Barnum, il fondatore del circo nel mondo, osò portare questa cantante svedese ed a presentarla per tutta la vasta estensione degli Stati Uniti dell'America del Nord. Fu la prima pin-up, fu la prima glamour, fu la prima fidanzata dei nordamericani. E case e libri e barche, hotel, negozi, treni, si chiamarono Jenny Lind. Qui possiamo vederla tanto fresca come un fiore, come se volesse cantare.

Testo inedito, scritto nel 1970 per il capitolo "Una casa nella
sabbia" del telefilm
Istoria y geografía de Pablo Neruda, su
statue della casa di Isla Negra che non figurarono nel libro
Una casa en la arena (1966). Conservato e trascritto dal
sonoro del film - con la voce di Neruda - da Hugo Arévalo,
direttore di detto telefilm.


Qualcosa di più sopra i "Veinte poemas"
ALGO MÁS SOBRE LOS «VEINTE POEMAS». (PAginas 316-319.)
Tre testi inediti, conservati e trascritti da Hugo Arévalo dal registro sonoro del suo film Istoria y geografía de Pablo Neruda, inciso nel 1970-1971 per il Canale 13 della televisione cilena.
- Ya dije alguna vez, hablando de este libro [...] (Dissi già qualche volta, parlando di questo libro) Nel secondo testo, questa allusione rimette alla conferenza “Alcune riflessioni estemporanee sui miei "lavori" (1964), raccolta in fondo del volume IV di queste OCGC, pp. 1201-1207.

Per parlare di un libro di poesia, di un vecchio libro scritto migliaia di anni fa - perché ogni poeta ha per lo meno mille anni di età, e questo è uno dei miei primi libri, i miei Veinte poemas de amor y una canción desesperada -, devo incominciare, forse, da questa parola odiosa che si è messa nella vita dei libri e che si chiama la "tecnica". Per digerirla al più presto, questa parola futile, incominciamo da lei.
Dissi già qualche volta, parlando di questo libro, quanto erano grandi le mie ambizioni prima dei venti anni e quanto convinto ero che il mio lavoro di allora conteneva l'espressione vera. E come all'improvviso, per un processo autocritico, compresi che dovevo cambiare che dovevo ridurre la mia frondosità retorica, ed estetica. Il primo prodotto di questo cambiamento furono i Veinte poemas de amor.
Ma i Veinte poemas uscirono dal cambiamento, di quella mutazione della mia poesia per entrare in una maniera inaspettata dentro il mulinello della vita, e soprattutto per entrare per la porta del cuore giovanile di un'epoca. I miei Veinte poemas, in qualche modo estraneo per me, si trasformarono in una specie di breviario o dottrina o ideale o espressione di un amore che traboccava. Che arrivò in tutte parti ed in tutte le lingue. Che arrivò fino all'esperanto, come mi dicono. Sembra che ci sia una traduzione all'esperanto.
Il fatto è che dappertutto dove camminai c'erano lettori di questo libro che causò anche molti idilli e molti matrimoni, e forse molti dissensi e divorzi. Ricordo con quanta sorpresa ricevetti una coppia di giovani francesi che venne solamente a casa mia per ringraziarmi che il loro matrimonio, felice, l'aveva prodotto questo libro edito a tante migliaia di chilometri a Parigi, dove vivevano questi due innamorati. Ed anche dal Giappone ricevei una lettera con la stessa storia che si ripete sempre.
E questo è il libro che, per la mia felicità, si rubano delle biblioteche. Lo rubano soprattutto i giovani che non trovano sempre nelle loro tasche il denaro per comprarlo. Le edizioni si sono moltiplicate di tale maniera che ci sono quelle sontuose, quasi impossibili da sollevare, come questa meravigliosa edizione illustrata da Mario Toral, vedete già voi lo sforzo che mi costa alzarla. Questa edizione io credo che sia molto cara. Naturalmente non sono i poeti che mettono i prezzi ai libri. Ad ogni modo, dei Veinte poemas ci sono anche edizioni infinitamente modeste, delle quali molti sono edizioni pirata. Mi sono trovato con dozzine di edizioni non autorizzate o pirateggiate in Messico, in Brasile, perfino in Argentina.
Infine, la storia del libro è quella. Entrò per qualche finestra e si intrufolò verso tutta l'intimità della gente e si allontanò da me e passeggia per il mondo, ripartendo un'allegria della quale mi congratulo ed una tristezza incomprensibile.

Questo libro fu scritto in due città, Temuco e Santiago. La mia Temuco dell'infanzia e della mia prima gioventù, e Santiago, quella città mostruosa dall’odore strano, di tram con conduttrici, alla quale arrivai all'inizio del 1921. Una buona parte del libro fu scritta anche nella piccola Puerto Saavedra o Bajo Imperial. Ed il paesaggio del libro, le sue essenze, i suoi aromi, i suoi rumori di alberi, fogliami, campi di grano, sono i paesaggi del Sud. Il paesaggio marino - "Questo è un porto. / Qui ti amo» - è di Puerto Saavedra. E quel fiume che "annoda al mare il suo lamento ostinato" era lo sbocco del fiume Cautín che si chiama da quel lato fiume Imperial e si trasforma in un largo estuario che attraversai in barca molte volte. Ed in una di quelle barche, depositato dall'oceano nel giardino dei papaveri, scrissi anche i miei versi, viso al cielo e sentendo il tremendo ruggito del mare che frustava la barra con forza scatenata.
E le ragazze che furono, senza saperlo forse, protagoniste di questi poemi appassionati e disperati, qualcuna era di lì, forse rimase in Temuco, un'altra era di Puerto Saavedra, ed qualche altra o altre di Santiago. Perché il cuore di un giovane poeta si spartisce moltissimo a quell'età, come carciofo volgare ed escono dappertutto le foglie, perché il poeta comincia ad amare tutte le cose del mondo, ma soprattutto incomincia per amare tutte le donne.
Questo libro continua ad essere per me un gran mistero. È tanto disperatamente triste. È un libro amoroso, pieno di dolore tuttavia, e come è che continua ad inviare il suo strano e contraddittorio messaggio, interminabile, dato che le ultime edizioni sono di 60 o 70 mila esemplari, e l'editore mi dice che si esauriscono molto presto. E sempre è il pubblico giovanile, e questo significa che nonostante la sua malinconia è sempre un libro primaverile. Forse la tristezza è solo un acquazzone di primavera e continuano a vivere i fiori di quella primavera australe.

Finisco con un aneddoto. Arrivai per caso una volta alla città da Cali, in Colombia. Casualità perché mi dirigevo a Bogotà ma l'aeroplano dovette trattenersi a Cali fino al giorno dopo. Quando arrivai mi riconobbero, mi portarono a conoscere gli scrittori e mi chiesero un recital per quel pomeriggio. Malgrado ci fosse solo un annuncio dell’ultima ora, il pubblico riempiva il teatro ed io avevo chiesto che mi portassero i miei libri per potere leggere i miei poemi, e così fu che coprirono un tavolo grande con una piccola montagna dei miei libri (che dopo dovetti firmare).
Incoraggiato dal successo di pubblico cominciai a leggere i miei versi, ed ad un certo punto cominciai a leggere il poema 20 in un libro che, appena cominciando, lo lasciai un'altra volta sul tavolo per continuare recitando a memoria, ma arrivai solo fino al verso «scrivere per esempio "la notte è stellata"...» e lì rimasi. La mia memoria mi tradiva un'altra volta. Ma contemporaneamente il libro si ero perso tra gli altri. E la gente vedendo che io cercavo il libro, uno disse il verso che seguiva e dopo quasi tutto il teatro, almeno una gran maggioranza del pubblico, disse a memoria tutto il poema 20.
E quello mi accadde in quello posto in cui non si sapeva ed io stesso ignoravo che ci sarebbe un recital dei miei versi. Mi toccò vivere lì questa esperienza curiosa: di tutti quelli che riempivamo la sala in quella città colombiana, l'unico che non sapeva a memoria il poema 20 ero io.

Testo inedito, scritto e letto per il poeta stesso
durante la seconda metà del 1970. Trascritto
da Hugo Arévalo dalla colonna sonora del film
che dirigeva per il Canale 13 della TV cilena.


«Oceana» e José Caballero

Ho confidato a José Caballero la designazione del mio Oceana per ragioni infinitesimali che ci riguardano: siamo in qualche modo contradittori sistematici, organici, della nostra epoca: in poesia o pittura, inchiostro o tintura ci opponiamo al nucleo meccanico del mondo e vorremo anticipare il regno del sole. La sua camera di pittore antepose dischi di argilla, di arance, sulla creazione dell'universo: io gli anteposi pioggia ed oceano, atmosfera araucana, taciturni lampi. Il fatto è che qui ci realizziamo, in questo mia barcarola dove cantano fianchi e chiome per allontanarci dall'asfalto ed circondarci di profondità marina e femminile. A tutti chiedo perdono, perché volemmo andare una volta coi nostri soli e le nostre donne a dove ci trattano meglio: a strade senza numerazioni, senza malattie né piedistalli, senza ceneri né aeroporti. Oceana è il ritmo del mare fondamentale (che non esiste), la bandiera di più in là (che non toccheremo) e la mia propria camicia che volli dare come veste alle mie immagini nude. Vedano e leggano senza rispetto quelli che acquisirono queste linee lineari: José Caballero ed io ci cerchiamo qui come deve essere: separandoci, alimentando l’inaccessibile con il più sonoro, con il più fragrante dei nostri sogni.

Prologo di Neruda al suo Oceana, Madrid, Ediciones
De Arte y Bibliofilia, 1971, 68 pp. in libretti sciolti più
14 litografie di José Caballero, numerate e firmate.
Il poema "Oceana", di
Cantos cerimoniales (1961),
in OCGC, vol. II, pp. 1075-1079.


Rapa Nui: Dichiarazione solenne
RAPA NUI: DECLARACIÓN SOLEMNE. (PAginas 320-321.)
Tre testi inediti, conservati e trascritti da Hugo Arévalo dal registro sonoro del suo film Istoria y geografía de Pablo Neruda, inciso nel 1970-1971 per il Canale 13 della televisione cilena.


Rapa Nui, Isola di Pasqua, Tepito-tu-Henúa, costò molto arrivare, per secoli, da queste parti. Costò arrivare ed ora è difficile uscire. Il gran silenzio dell'isola è su noi. Ci circonda lo spazio azzurro dell'oceano. Tuttavia, l'antico mistero che sembrava sussistere deve finalmente essere chiarito. Deve avere, quell'interrogazione, una risposta. Perciò ho preparato questa Dichiarazione solenne.
Oggi, 16 gennaio del 1971, do per decifrato il mistero dell'Isola di Pasqua. Prima che Hotu Matúa, qui si stabilì il vento. Questa isola era, in realtà, il cuore del vento. Il vero ombelico del mondo. Il vento arrivava da lontano, dall'Oceania, dalla Micronesia e Melanesia, da Tonga e da Samoa, da Tuamotu e Mangareva.
Il vento creatore si trattenne a riposare in questa isola. Era ozioso. Il cielo ed il mare vivevano in pace. Allora il vento raccolse con furia le pietre vulcaniche. Le ammucchiò, le seminò, giocò con esse, le disseminò per l'isola. Ma non rimase contento. Qui doveva vivere. E così fu la storia. Esisterono le culture del grano, dei metalli. Esistè l'età della pietra, la cultura del mais. Questa fu la cultura del vento. Molto prima che i navigatori della Polinesiana. Prima dei re. Prima degli scopritori. Prima degli dei. Prima del fondatore: Hotu Matúa. Prima di tutti essi ci fu il vento.
Egli raccolse i grandi blocchi di lava. Stette mille anni a levigarli. Egli scolpì le immense statue a colpi di forza pura, a morsi d’aria. In altre parti, in altre culture, per mano di uomo, per mano umana, i monumenti si alzarono e diventarono complicati, gotici, sdruccioli, sovraccarichi. Qui in questa isola, in questa isola dell'aria, le statue conservano ancora la purezza del vento.
Guardate gli aspetti rettilinei, i cubici nasi, le orecchie lineari. Tutto uscì dal triangolo, dal rettangolo, dalla freccia, dall'ossidiana trasparente che veniva dal cielo.
Perciò si perpetuò l'uccello-uomo, il Manu Tara, l'uccello-vento, l'uccello-dio. Da Hanga Roa fino ad Anakena, da Vaitea fino a Ranu Raraku, il vento polinesiano alzò la sua eredità: piattaforme, obelischi, statue, aghi, visi che riceverono l'impatto della sua grandezza oceanica. Quindi portò i germi della vita, l'acqua della pioggia, la polvere della terra, il germe delle piante e degli esseri, la fertilità errante.
Qui sta dunque, in questa isola, l'opera maestra del tempo e del vento.
Signore e signori, do per finito il grande enigma.
Ed ora, col vostro permesso, vado via. Vado da un'altra parte. Vado da un'altra parte, col vento.

Testo inedito, scritto, e letto dal poeta stesso,
il 16.1.1971 nell'isola di Pasqua per la serie
televisiva
Historia y geografía de Pablo Neruda.
Conservato e trascritto dalla colonna sonora
del film da Hugo Arévalo.


Messaggio di celebrazione del Giorno Internazionale del Teatro (1971)

Il 27 marzo di ogni anno è la data indicata per l'Istituto Internazionale di Teatro per celebrare in tutti i paesi della terra il Giorno Internazionale del Teatro. Con tale motivo il direttivo dell'IIT, come stabilito da 1961, ha designato per la redazione del messaggio internazionale corrispondente a questo anno, 1971, una delle più rilevanti figure delle lettere contemporanee: al poeta Pablo Neruda.

Vidi da qualche parte, a Montevideo o a Caracas, The Price di Arthur Miller. Mi piacque dolorosamente, Era un Chekov duro, implacabile, senza sorriso.
Uscii dal teatro e lo lasciai dietro di me, volli dimenticare quell'esattezza amara.
Nello stesso anno vidi a Parigi un pezzo peloso, cinico e sfrenato. Mi piacque il suo straripamento, la sua elettricità erotica, le sue possibilità di rottura.
Uscii dal teatro e vidi con tenerezza le strade di inverno, gli alberi immobili, le faccende umane.
Lasciai dietro quella violenza del teatro, dimenticai il parossismo premeditato.
Penso che tra queste fluttuazioni gira la nostra epoca: tra la verità che non ci soddisfa ed una speranza che ancora non si concreta.
Il teatro ha rotto il guscio di un uovo di struzzo immenso: aspettiamo seduti, noi uomini, dalla prima fino all'ultima fila che l'uccello nuovo si getti a correre, a volare.
Ci annoia l'assurdo come gli antichi romanzi d’appendice ed il realismo morì da vecchio (attenzione! che non esca dalla sua tomba!).
Si vede che le muraglie precipitarono e che le sette isole dei sette mari che compongono il mondo... tutti vogliono costruire, tutti vogliono conoscere e riconoscere... tutti vogliamo vederci nel teatro come fummo e come saremo.
La poesia è il mio pane di ogni giorno: sono solo un poeta del Cile, vicino e distante da ognuno di voi, uomini e donne del teatro mondiale. Oso, tuttavia, pensare a quello che condivideremo tutti: un teatro semplice ma non semplicista, critico ma non inumano, un teatro senza limitazioni che avanzi come un fiume delle Ande, imponendo i suoi propri limiti.

Questo testo si pubblicò sulla rivista del
Istituto Internacional de Teatro, 1971.


Vola
VUELA. (Pagine 323-324.) Sulla carta il testo viene preceduto per le iniziali P.N. Non è chiaro se queste iniziali fanno parte del titolo - "P.N. vuela", alludendo all'imminente volo a Parigi del fiammante ambasciatore - o se furono utilizzate per evitare la ripetizione del nome completo (che appariva nella pagina precedente). La cosa più probabile è che il poeta abbia perseguito un deliberato effetto di ambiguità.

Cadeva da un uccello ad un altro
tutto quello che il giorno porta:
andava di flauto in flauto il giorno,
andava vestito di verdura
con voli che aprivano un tunnel,
e per di lì passava il vento
per dove gli uccelli aprivano
l'aria compatta ed azzurra:
per di lì entrava la notte.

Quando ritornai da tanti viaggi
rimasi sospeso e verde
tra il sole e la geografia:
vidi come lavoravano le ali,
come si trasmette il profumo
da un telegrafo piumato,
e da sopra vidi la strada,
le sorgenti, le tegole,
i pescatori a pescare,
i pantaloni della schiuma,
tutto dal mio cielo verde.

Non avevo più alfabeto
che il viaggio delle rondini,
l'acqua pura e piccolina
del piccolo uccello ardente
che balla uscendo dal polline.

Biglietto stampato, così datato: Un recuerdo de
Pablo Neruda. Hotel Crillón, noche del 23 de
febrero de 1971. Testo allora inedito, regalo del
poeta ai 250 artisti e scrittori del Unidad Popular
che lo festeggiarono con una grande cena di
addio per il suo imminente viaggio a Parigi come
ambasciatore del Cile. Cronaca di questo omaggio
nel salone-sala da pranzo del Hotel Crillón di Santiago,
e riproduzione del poema, in
El Siglo, 26.1.1971.


Sonetto fiorentino
SONETO FLORENTINO. (Pagine 324-325.) Neruda, Matilde e Otero Silva erano arrivati da Siena la vigilia del Palio di Mezz’agosto (con la sua spettacolare corsa di cavalli). L'estate del 1971 fu particolarmente calda nella regione toscana. Neruda risentì male durante lo sviluppo del Palio, con perdita della conoscenza ed un stato di pre-coma che consigliò il suo immediato trasferimento a Firenze in ambulanza. Fino alla clinica arrivarono da Roma l'ambasciatore Carlos Vassallo e Carmen, sua moglie. Le giornate di convalescenza le passò nel Hotel Baglioni di Firenze, in compagnia degli amici a cui dedicò questo sonetto: Carlos Vassallo e Miguel Otero Silva.

Quello che sento dicendo il mio sentimento
è qualcosa a cui siete stati sottomessi
e l'equivoco in cui un momento
di luce in un orrore fu convertito.

Arriviamo al dorato movimento
di Firenze, al suo estatico battito,
ed invece di tali puri monumenti
foste due sentinelle di un ferito.

Io non ricordo già la mia sofferenza,
fedeli amici: il mio predicamento
è la perfidia di avervi portato

con falsità al fiorentino stato
e vedere ed annusare e sentire, imprigionati,
termometri, terzine e russamenti.

Sonetto scritto a Firenze il 18.8.1971;
raccolto in
FDV, p. 52, ed in Nerudiana, p. 26.


Picasso è una razza

Nelle nostre Americhe ci sono ritrovamenti: in isole disabitate o nelle selve irascibili sotto la terra si trovano all'improvviso statue d’oro, pitture sulla pietra, collane di turchese, teste immense, vestigia di innumerabili esseri sconosciuti che bisogna scoprire e nominare affinché rispondano dal loro silenzio secolare.
Se in un nostra isola si trovassero i matelli successivi di Picasso, la sua monumentale astrazione, la sua creazione rupestre, i suoi gioielli esatti, i suoi quadri di felicità e di terrore, gli archeologi attoniti cercherebbero gli abitanti, le culture che tanto fecero accumulando favolosi giochi e miracoli.
Picasso è un'isola. Un moderato popolato per argonauti, caraibici, tori ed arance. Picasso è una razza. Nel suo cuore il sole non si mette.

Parigi, ottobre del 1971. Saluto al 90.° compleanno
di Picasso, raccolto in PNN, P. 86.


Per Bernal
PARA BERNAL. (Pagine 325-327.) Neruda manifestò sempre particolare simpatia ed ammirazione verso gli scienziati marxisti che conobbe (Alejandro Lipschütz, Frédéric Joliot-Curie, Paul Langevin, John Bernal) sentendoli vicini alla sua propria attività di poeta, perfino più prossimi di certi scrittori di professione. John Desmond Bernal era nato il 10.5.1901 in Nenagh, County Tipperary, e morì a Londra il 15.9.1971. Fu professore di fisica (1938-1963) e di cristallografia (1963-1968) nell'Università di Londra. Realizzò anche importanti investigazioni nel campo della biologia molecolare. Fece parte, come Neruda, del comitato di giurie del premio Lenin.

Bernal, questa parola
ha fuoco e suono.

Se la gridiamo da un campanile
succede un volo bianco di colombe,
si spiegano le onde della luce.

Bernal! Bernal!

Un uomo
silenzioso.
Venne da un labirinto
verso noi.
Sono terribili i libri,
le montagne,
i sotterranei della conoscenza:

la materia
fatta numero,
l'esattezza
dell'infinito,
la formula della paura,
le chiavi della pietra,
gli occhi
dall'energia immobile
elenco per saltare e distruggere,

nel labirinto
tutta è numero e linea.
Attenzione!
Tutto è vivo ed arde!
Questo numero quattro è un vulcano.
Questo numero sette è un leone.

Il Maestro scese dal labirinto,
semplice come un vecchio domatore
che sfidò il mistero tante volte
e si dispose a camminare tra noi,
a darci
la sua semplicità e la sua saggezza.

Lavorò troppo con noi.
Non sapemmo fare attenzione.

È duro il labirinto della pace.

Le fiere ci spiano
dietro quelli mari.

Il fuoco aspetta
una parola per distruggerci.

Professore, compagno,
molte grazie per tutto,
per il tuo valore, per la tua saggezza,
per il tuo nome.

Continueremo a cantare
Dall’alto.

Bernal!
Bernal!

E voleranno colombe.

Testo scritto in memoria del fisico inglese John
Desmond Bernal, morto a Londra il 15.9.1971.
Raccolto senza data in
FDV, pp. 34-36.


Eri una foglia
ERAS UNA HOJA. (Pagine 327-328.) Altri due testi su Sara de Ibáñez, scritti nel 1939 e 1941, nel volume IV di queste OCGC, pp. 439 e 470.

Sara de Ibáñez: Quando
io per la prima volta
ti vidi,
confesso
che non ti vidi: era la primavera
prima, delle foglie,
Montevideo verde
ti avvolgeva,
eri
una foglia.
Una foglia.
Più tardi, facendo
un grande sforzo, potei
distinguere
gli occhi grandi
del tuo sguardo verde,
li scorsi sotto
della profondità, dell'acqua verde,
dell'oceano.
Più tardi,
la tua poesia
dimostrò lo smeraldo
che conservavi:
lampi, rettangoli
che ardevano
dal tuo fuoco verde.
Sara de Ibáñez verde,
questa è la mia lettera verde.

Poema raccolto da Matilde, senza data né altri dati,
in FDV, pp. 29-30. Probabile omaggio alla poetessa
uruguaiana nella sua morte (1971). Scritto a Parigi.




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