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Anni critici (1966-1968)

I.
OMAGGIO ALL'URSS

Tutti ti dobbiamo qualcosa e molti ti devono tutto

Cari compagni della delegazione del Partito Socialista del Cile. Cari compagni ed amici:
Questo è solo un saluto, compagni. Al primo marinaio che sparò la prima batteria diretta al Palazzo di Inverno, da quella barca che inaugurò l'aurora e che si chiamava Aurora. Un saluto ai soldati, ai contadini insorti, un saluto alla mano di Lenin che firmò il primo decreto, la prima legge dei popoli per i popoli. Erano giorni terribili e confusi. La fame, vestita con stracci e fiocchi di neve, percorreva le strade di San Pietroburgo. Il fumo della guerra sfigurava le statue degli zar. Le esplosioni tormentavano l'imbrunire vicino al fiume. Le cupole dorate brillavano sulle cattedrali vuote. L'uomo si era impadronito per la prima volta nella storia di una macchina per fare miracoli. Un fantasma smise di percorrere il mondo: era nato un bambino robusto. Si chiamava Comunismo.
Nessuno voleva riconoscere questo intruso. Era un figlio naturale che minacciava coi suoi primi vagiti. Minacciava la pace dei privilegiata. Minacciava di finire lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Bisognava ammazzare quello bambino, o bisognava nasconderlo, o bisognava distruggerlo da dentro. Si riunirono a Londra, a Parigi, in New York, cavalieri dai guanti e finanziera. Sotto ai guanti avevano mani di ferro. Sotto la finanziera avevano bombe e pugnali. Si riunirono in tutte le banche del mondo, in tutti gli Stati Maggiori, in tutte le borse di commercio, in tutte le chiese. E decretarono: la Rivoluzione deve morire. Di questo c'incaricheremo noi. Questo lo dissero in inglese, in francese, in polacco, in finlandese. La Rivoluzione deve morire: lo pubblicarono in italiano, in spagnolo, in giapponese ed in tedesco. Ed andarono via coi loro soldati che parlavano tutte le lingue, si diressero con le loro mani di ferro, coi loro pugnali e le loro pallottole ad ammazzare la Rivoluzione. A finire con questo bambino naturale chiamato Comunismo che era nato quel 7 di novembre nel più distante e nel più oscuro e nel più bianco e nel più affamato degli inverni della terra. Attaccarono dall'ovest e dal nord, dal sud e dall'est. Ma il bambino sembrò difendersi. Il bambino Comunismo appena aveva mani, appena era nato, ma diede tali manate che rimasero impauriti. I suoi piedi erano piccoli perché era appena nato, ma aveva molti piedi, erano i piedi del popolo. Ma diede tali calci agli invasori che questi cominciarono a sentirsi ingannati. Erano venuti a strangolare la Rivoluzione nella culla e questa stava atterrandoli con una forza sconosciuta. Tremavano le steppe al passo dell'Esercito Rosso. Il bambino era cresciuto e sugli immensi spazi si sentì un grido immenso, come se le montagne gridassero, come se i fiumi cantassero, come se il vento di tutto il cielo risuonasse. Era il grido della vittoria. Aveva trionfato la Rivoluzione, aveva espulso i capitalisti invasori. Quello grido scosse al mondo ed è quella vittoria quella che celebriamo. Passò il tempo e sappiamo già la storia. Su quelle lotte e su quelli dolori crebbe il grano, si alzarono scuole, si costruirono macchine, si moltiplicarono le fabbriche. Una società nuova iniziava la trasformazione dell'umanità. Era una rivoluzione gigantesca fatta per la prima volta nella storia. Era l'esperimento collettivo più sorprendente di tutti i secoli: non c'erano precedenti. E questa nuova società si resse contro l'ostilità, contro il blocco, contro lo scetticismo. Non ebbe solo forze per difendersi, bensì per creare. Non solo creò le sue proprie leggi, non fece solo le sue proprie strade, ma insegnò ai paesi sistemi e rotte. Non solo illuminò il suo proprio ed esteso territorio, ma illuminò l'umanità intera. Perché insegnò in maniera definitiva ai lavoratori di tutti i paesi che possono con le loro proprie mani raggiungere la liberazione e stabilire la giustizia. Altri anni vennero. All'improvviso arrivò dell'ovest la maggiore minaccia, Franco, Mussolini, Hitler. Insanguinavano le terre dell'Europa. L'onda dell'incendio crebbe bruciando e spianando tutte le bandiere al suo passo. Tutte le nazioni caddero ed il conquistatore impazzito diresse le sue armi contro la primavera sovietica. Entrò profondamente, distrusse le città, spianò venti mila villaggi, ammazzò venti milioni del fiore della gioventù sovietica, impiccò ragazzi e ragazze, comandò ad altri ai suoi campi di sterminio, accerchiò Mosca, Stalingrado, Leningrado. Non c'era pane in quelle città. Arrivarono a mangiarsi perfino il cuoio delle scarpe. I morti non potevano essere seppelliti e conservati per il freddo continuavano a stare nei letti dove morirono di fame, vicino ai loro figli, fratelli, mogli.

Ma la Rivoluzione era cresciuta molto. Era una gran forza proletaria ed aveva il dovere di  dovere di salvare la maggiore speranza dell'uomo. E come prima accadde con gli invasori imperialisti, ora, all'improvviso, il giovane Comunismo soffiò ai boia hitleriani. Sangue e polvere da sparo macchiarono la neve della steppa e sorsero i vittoriosi eroi che espulsero i nuovi invasori e difesero con valore mai prima raggiunto le terre sacre della Rivoluzione socialista. E da allora di nuovo la fertilità, di nuovo l'invenzione, di nuovo il lavoro vittorioso e pacifico. Il mondo trema: l'uomo ha conquistato lo spazio. Un astronauta guarda il mondo dal vuoto interplanetario. È un ragazzo sovietico. Un'altra notizia: per la prima volta esce dalla capsula spaziale un uomo e flotta, nuota o cammina oltre l'atmosfera: è un giovane sovietico. Silenzio. Ascoltate! La radio, la televisione l'annunciano: un donna cosmonauta, una donna ascende più alto di tutte le donne della terra: è una ragazza bella e sorridente: è una donna sovietica. Attenzione! Attenzione! Per la prima volta un oggetto fatto dall'uomo è depositato sulla luna. E quello primo ricordo dell'uomo fu un emblema sovietico, un simbolo dei popoli: una falce ed un martello. E per l'orgoglio e la speranza di tutti i lavoratori della terra, fu il primo Stato proletario quello che lasciò in un altro pianeta la gloriosa insegna della classe operaia. Perché l'URSS è stata ispirazione ed appoggio per tutte le lotte liberatrici. La crescita del socialismo nel mondo, come la sua ascensione alla sua forza creativa hanno contato sul suo energico appoggio. Gli devono molto perfino a quelli corvi che ora vogliono estirparle gli occhi. Ci sono tonti che credono essere di sinistra perché parlano come persone di sinistra. Come la terra è rotonda, spostandosi verso la sinistra fa tutto il giro fino a che arrivano alla destra. Da lì sparano le stesse raffiche che i vecchi reazionari o i nuovi imperialisti. Fanno parte dello stesso insieme. Dicono, per esempio, che l'Unione Sovietica non aiuta il Vietnam. Ma quando cade un aeroplano delle eroiche forze del Vietnam del Nord, è sempre un aeroplano Mig fatto nell'Unione Sovietica ed ogni bomba ed ogni granata che distrugge un invasore nordamericano non dobbiamo dire la marca, perché il mondo sa da dove viene. E questo aiuto dell'Unione Sovietica permette che si difenda in Vietnam l'onore dai paesi deboli, dando così una lezione all'iniqua e distruttiva superbia imperialista. Ho lì molti amici. Quello che mi piace di essi ed in generale della gente sovietica è la sua semplicità e la sua franchezza. Anche la vita mi sembra lì semplice. Il cambiamento grande tra il capitalismo ed il socialismo si nota nella spensieratezza per un certo tipo di cose che qui ci angosciano. Che cosa farò quando vecchio? O che cosa faranno di me? Che cosa sarà dei miei figli? Che cosa accadrà se mi licenziano al lavoro? Queste sono le domande del mondo che si chiama da sé stesso libero. Il futuro ha tra noi un peso di angoscia che perfora le anime. Nei miei anni da studente, mi ricordo di un mio amico, fotografo, poveraccio di solennità che visse i suoi ultimi anni pensando che non avrebbe né una bara né la carrozza. Fino a che andò in un'impresa di funzioni funebri e tanto eloquentemente parlò loro che alla fine gli diedero un buono per un funerale di terza classe. Allora rimase contento. No! Quello non accade lì. Finì l'incertezza sulla morte e sulla vita. La gente è sicura di sé stessa. La loro patria l'hanno formata con le loro proprie mani, quello lo sanno, Caucaso. Un saluto per il mio vecchio amico Ehrenburg, quello brontolone magnifico che sta sempre nella prima linea di difesa della pace e nella prima linea di attacco dell’avanguardia dell'arte e della poesia. Un saluto per la neve sui soffitti del vecchio quartiere di Arbat che mi sembrò sempre romanzesco, intriso ancora dalle fantasmagorie di Dostoyevski e Gógol. Un saluto alle betulle che mostrano solo il loro scheletro bianco e brillante in questo mese di novembre. Un saluto al marinaio della barca Aurora che continua ad essere lì come una reliquia, pulito e bello come un orologio. Un saluto al poeta che giovane o vecchio, difese il suo paese con corpo ed anima. Un saluto per il bambino di Mosca, il bambino migliore vestito del mondo, che gioca al sole di inverno in un parco infantile. Un saluto per l'astronauta che si prepara forse per una nuova e colossale avventura e per il saggio che sulla carta traccia il cammino dell'astronauta con infinita saggezza socialista. Un saluto per il kolcoz dell'Uzbekistan, vicino a Samarcanda, dove di fianco ai templi di colore celeste, mi diedero di mangiare un arrosto di agnello che mi sembrò e mi sembra ancora memorabile. Ma soprattutto è questo un saluto per te, Partito Comunista sovietico. Un saluto per questo nuovo anniversario e per il tuo costante, elevato ed umano lavoro rivoluzionario. Ti do questo saluto, camerata Partito, non solo per convinzione, bensì per riconoscimento. Hai dato tanto al mondo che tutti ti devono qualcosa e molti ti devono tutto. Perciò, un poeta comunista, orgoglioso del suo paese e della sua patria, si saluta in questi quarantanove anni di lotta, di difesa, di creazione, di costruzione e di gloria.

Discorso nello Stadio Nataniel, Santiago, durante
l’atto di omaggio al 49° annuale dell'URSS.
Il Secolo, Santiago, 6.11.1966.

II
DI NICANOR PARRA, TRUMAN CAPOTE ED ALTRI

Prologo per Waldo Vila

Waldo Vila ci mostra in questo libro le tormentate vite della più importante generazione di pittori cileni.
Si comincia a fare giustizia, luce ed istoria sulle loro teste sgranate dalla vita dura e la solitaria morte.
Waldo Vila merita una medaglia per la sua impresa di verità e tenerezza. Una medaglia di oro vegetale, come le foglie dei parchi gialli che i nostri pittori amarono.
Perché questa esplorazione di Waldo, è più che un cammino tra quadri e povertà, è più che quattro pareti di pittura: è la scoperta di un mondo sotterraneo che ci appartiene, come se battendo lo spazio pungessimo una zona minerale abbagliante, un strato di tesoro accumulato.
Viviamo tra questi pittori in forma cieca, come se fossero alberi impalati dall'amministrazione e dalla natura, alberi castigati senza pietà dal grande temporale della vita e che obbligatoriamente darebbero foglie, fiori, ombre, trilli.
Oggi vicino al silenzio di alcuni, alla perdita più profonda di altri, all'insicurezza o il naufragio di quello, o di quelli, vediamo all'improvviso l'abisso di quello che ci manca.
Un'eroica capitaneria di pittori, in vitalità e creazione permanente, in lotta solitaria ed in accantonato silenzio, ci lasciarono questa duratura eredità di pittura, di devozione intransigente ai loro doveri creativi, di luminosa e travolgente poesia. Questa pittura è uno spazioso e fragrante viale di colonne parallele: fermezza fiorita, forza e fogliame.
Commovente bellezza hanno aggregato questi pittori, con questa opera pura, alta ed eroica, un capitolo esteso e dorato all'arte della patria. E questa, in questo giorno, raccoglie queste teste insorte e valorose, raggruppando per la nostra eternità nazionale il tesoro comune decantato dalla sofferenza e dall’oblio.
Per vedere questi quadri in gioventù, dovetti passare molte volte per il parco in autunno o in primavera, o in estate o in inverno, impavesato d’oro, superpopolato di turgidezza verde e trilli acuti, ripopolato per giovani conquistatore o ninfe in bicicletta, o gelato e bagnato come una gran lampada di lacrime australi. Vicino a questo fiume brusco ed a questi alberi alimentati con sogni, tra labirinti di viuzze storte, crebbero molti di questa generazione forestale di pittori.
Perciò ci sono in essi una turbolenza fiorita, un'atmosfera filtrata dalle foglie, un viavai della natura, un'espansione spirituale. Fermezza di alberi ha questa pittura.
Sono l'alto scalino, il passo più firmi della nostra forma plastica. C'è qui a volte un'esplorazione piena di piacere, a volte torturata e dolorosa, ma intimamente contenuta dentro un mondo proprio, proprio ed universale, il mondo poetica centrale di tutte le arti.
Tuttavia, pochi pittori tanto sprovvisti di letteratura, tanto fedeli all'essenzialità della pittura, tanto collocati nei brividi del colore, tanto sommersi nei matracci dell'ocra e l'azzurro.
Qui stanno Ulises Vásquez e Fernando Meza, che dalle loro vite tormentate fabbricarono questo materiale tra nebbia, sogno ed antica poesia, queste note di lirico permanenza di malinconia ed amore.
Gordon, Lobos, Moissan, Millán, Madariaga, Costa, Izquierdo, Moya, Vergara, Alpi, Isamitt, Bertrix, ci consegnano le loro forze definitive, la tranquillità del permanente nella nostra pittura.
Qui sta Exequiel Plaza, questo grande ragazzone che vidi attraversare nella mia adolescenza con tutta la grandezza del suo sangue creolo, specie di gigante di creta che indagò nel più autentico ed autoctono che abbracciò le frontiere della vita popolare. Il suo ritratto di artista è un classico illustre della nostra pittura.
Quando entrava ed usciva dai laboratori dal Parco Forestale, Pedro Luna era perduto nella solitudine dei paesi, stava in un solitario Renaico, nella sua torre granaria, da dove dipingeva con furia senza pari. Da allora, benché conosciuto per me solamente nella collezione Vásquez Cortés, gli consacrai un'ammirazione adolescente che non è finita mai. Credo che non sia esistito nella storia della nostra pittura un altro caso di temperamento straripante, di forza ed audacia, di passionale, violenta e straordinaria espressione. In questo Van Gogh cileno, il colorito e la forma si raggruppano torrenzialmente come in un uragano del sud, ed oltre il colore e della forma, come un'orma di creazione e mistero, si sente nella sua opera, in ogni centimetro della sua opera, il vento uraganato del suo gran cuore.
Paschín Bustamante, fratello scomparso, fratello di inverno e luna, fratello di zuppa e pane. Qui sta la tua opera pura e formidabile, aureolata per questo scarso tempo da quando andasti via e già piena di una luce immortale. Ti porto inciso nel più profondo della vita, perché condividiamo vita e poesia, terra e dolori. Ti vedo nel tuo piccolo convento della strada Bellavista, circondato di povertà, correndo a vendere qualcosa, nella difficile vita di quegli anni del Cile. Da quella povertà uscì questa fiamma serena dalla tua pittura che ha, come Vermeer de Delft, tale ricchezza dorata, tale trionfo sull'angoscia, che guardarla è riempirsi di profondità, è come bere in un'alta montagna l'acqua pura e segreta.
In questa visione piena di temperamento e decoro, nella costruzione di una patria, che viene a distinguere questa pittura, separo per me, per il mio gusto, Paschín, la tua qualità, la tua delicatezza ed il tuo ritmo di pittore di tutti i tempi. Guardando i tuoi visi di donna, vediamo la saggezza del Rinascimento, ma setacciata dai lampi dell'impressionismo, arrivata alla nostra epoca per un temperamento attuale e futuro; cioè, tutto il tempo, tutta la pittura.
Tutta la pittura di un'epoca recente e stranamente lontana. Tutta un'eredità culturale che i nuovi pittori cileni devono superare sulle stesse basi che questa generazione lasciò: prima di tutto pittura e, inoltre, forza e tenerezza, prodezza, onestà, poesia, conoscenza ed umanità.

Prologo a Waldo Vila, Una capitanía de pintores,
Santiago, Editorial del Pacifico, 1966.

Ricevendo il premio Atenea in Concezione

Non seppi mai, signore rettore, ringraziare con eloquenza. La cosa più larga del mondo, la conoscenza, il riconoscimento, l'allegria che lascia un regalo, come una soave cometa, tutto questo e più stanno nell'estensione di una sola parola. Quando si dice grazie, si dicono molte cose più che vengono da molto lontano e da molto vicino, da tanto lontano come l'origine dell'individuo umano, da tanto vicino come il segreto battito del cuore.
Così, dunque, con questi grazie voglio esprimere ed abbracciare movimento, circostanze, strade indefinibili, forse l’inevitabile che mi fa tornare senza cessare nella mia vita e nella mia poesia fino a queste frontiere del sud piovoso, a questi grandi fiumi natali, al generoso silenzio di queste terre e di questi uomini.
Se imparai una poetica, se studiai una retorica, i miei testi furono le solitudini montagnose, l'acro aroma delle stoppie, la pullulante vita degli scarabei dorati sotto i tronchi abbattuti nella selva, lo spessore dove si appende la capsula di giada dei frutti del copihue, il colpo dell'ascia nei raulí, le infiltrazioni che caddero sulla mia povera infanzia, l'amore pieno di luna, di lacrime e gelsomini dell'adolescenza stellata.
Ma la vita ed i libri, i viaggi e la guerra, la bontà e la crudeltà, l'amicizia e la minaccia, fecero cambiare cento volte l'abito la mia poesia. Mi toccò vivere in tutte le distanze ed in tutti i climi, mi toccò soffrire ed amare come un uomo qualunque del nostro tempo, amare e difendere cause profonde, soffrire i miei dolori e la condizione vilipesa dei popoli.
I doveri del poeta furono forse sempre gli stessi nella storia. L'onore della poesia fu uscire nella strada, fu prendere parte a quel combattimento ed in quello. Non si spaventò il poeta quando gli dissero insorto. La poesia è un'insurrezione. Non si offende il poeta perché lo chiamano sovversivo. La vita oltrepassa le strutture e ci sono nuovi codici per l'anima. Da tutte le parti salta il seme, tutte le idee sono esotiche, aspettiamo ogni giorno cambiamenti immensi, viviamo con entusiasmo la mutazione dell'ordine umano: la primavera è insurrezionale.
Noi poeti odiamo l'odio e facciamo guerra alla guerra.
Solo alcune settimane fa incominciai il mio recital nel cuore di New York con alcuni versi di Walt Whitman. Solo quella mattina aveva comprato, un'altra volta, un esemplare delle Foglie d’erba. Quando lo aprii nella mia stanza dell’hotel, nel Quinta Strada, la prima cosa che lessi furono queste righe sulle quali prima non avevo mai posato l’attenzione:

Away with themes of war! Away with war itself!
Hence from my shuddering sight to never more return that show of blacken'd, mutilated corpses!
That hell unpent and raid of blood, fit for wild tigers or for lop-tongued wolves, not reasoning men.
[…] *

Questi versi ebbero una risposta istantanea. Il pubblico che riempiva le sale si alzò in un applauso acceso. Senza saperlo, con le parole del bardo Walt Whitman, io avevo toccato il cuore angosciato del paese nordamericano. La distruzione dei villaggi indifesi, il napalm che brucia popolazioni vietnamite, tutto questo per la virtù di un poeta che visse cento anni fa, maledicendo con la sua poesia l'ingiustizia, fu palpabile e visibile per quelli che mi ascoltavano. Magari siano così durevoli i miei versi, i nostri versi, la poesia che esiste e quella che aspettiamo.
Non ricordo quale il titolo fu dei primi i miei versi che pubblicò questa nobile riveda Atenea. Ma sì ricordo, nonostante gli anni, l'emozione di vedere le mie strofe nere che occupavasno le pagine bianche di Atenea. Ricordo lo spessore e l'aroma della carta, e come mi portai quel quaderno sotto il braccio, per mostrarlo orgoglioso a tutti i miei amici. Mi sembrava che la fragranza dei boschi del Sud si dispiegasse da quelle foglie, era la mia origine australe che mi riconosceva come figlio e mi dava, come oggi, la parola.
Signor rettore, quell'orgoglioso adolescente mi accompagna ancora, ed il mio riconoscimento mi portò di nuovo a queste rive, dove il gran fiume sereno porta nel suo specchio che cammina l'immagine creativa della storia e dell'intelligenza.
E per questi onori che l'università mi concede, l'onore di nominarmi e l'onore di ricordarmi, signor rettore, compagni professori e studenti, compagni poeti, compagno Bío Bío, una sola parola, non per ripetuta non meno estesa,non meno vera. Una sola parola consumata ma rilucente come una vecchia moneta: Grazie!

Isla Negra, 12 agosto di 1966

Parole di gratitudine ricevendo il premio Atenea
dell'Università di Concezione (Cile), in El Siglo,
Santiago, 28.8.1966, ed in Atenea, núm. 413,
Concepción, Luglio-settembre 1966.

* Fuori i temi della guerra! fuori la guerra stessa!
Fuori dalla mia vista tremante [di orrore], per mai più ritornare, quello spettacolo di anneriti, mutilati corpi!
Quell'inferno inenarrabile, quelle incursioni sanguinanti, proprie di feroci tigri o di lupi con la lingua pendente, non di uomini dotati di ragione.
[…]
("Song of the Exposition", frammento 7, in Leaves of Grass)

Una cravatta per Nicanor

Non solo
ha
uve
questa vite
di Parra,
bensì
frutti mentali:
fichi
rugosi
come
riflessioni,
spighe
spinose
o noci
encefaliche:
così è il vite
del poeta
Parra.

Egli
fa
venne
di
questi
frutti
brutali
che
germogliano
dalla
sua
propria
vita rampicante,
o dallo
scherzo
che
si fa
grappolo
o

dallo
schiaffo
che
è
un
subitaneo
frutto
della
grande vite
o pergolato.

E se per caso puro
o per predilezione
rimane qualche occhio
nell’inchiostro,
Nicanor
Parra
scrive
con inchiostro
di occhio nell’inchiostro.

Questo è l'uomo
che sconfisse
al sospiro
e è molto capace
di incominciare
la decapitazione
del sospirante.

Criminale tentativo!
Ma
dopo
e senza rimorso
con grande attenzione
attacca
a testa
caduta
al corpo
separato,
e si dirige
al fiume
con un sacco
dei suoi
propri
sospiri
che tira
sospirando
alla corrente.

Questo è il caso
del poeta
Parra
e del
la
misteriosa
formula
della
sua
vite
segreta.

Isla Negra, novembre del 1966

Portal, núm. 5, Santiago, Luglio del 1967. Raccolto in FDV, pp. 37-40.

Un libro con molti morti

A sangue freddo si chiama questo libro di Truman Capote, e bisogna leggerlo a sangue freddo, per i suoi temi terribili e le oscure conseguenze che si deducono dalle sue pagine.
Si tratta di un assassinio collettivo. Due ragazzi di un villaggio del Kansas, negli Stati Uniti, percorrono cinquecento chilometri per entrare di notte in una casa fino a quello momento sconosciuta per loro, svegliare le quattro persone che lì abitavano e che non avevano visto mai prima ed ammazzarle tutte, padre, madre e figli, prendendosi varie ore per la sanguinante operazione. I dettagli sono troppo orribili per riviverli. Il fondale della tragedia è una regione di grande intolleranza religiosa. I ragazzi delinquenti soffrirono nel seno delle loro famiglie miseria, incomprensione ed abbandono.
Uno di essi aveva partecipato alla guerra della Corea.
Truman Capote rivive tutte le circostanze della vita di quanti partecipano al dramma, vittime e carnefici. È un narratore impassibile, o piuttosto un narratore appassionato che omette ragionamenti e denunce affinché i lettori li formulino. Accade un po' come con l'opera teatrale Marat-Sade, di Peter Weiss. Ognuno deve sviluppare la sua propria tesi. Ma mentre Marat-Sade si sviluppa in un manicomio, i fatti reali investigati da Capote appartengono stranamente ad un mondo razionale e pianificato. In questo mondo di pianificazione e di volontà distruttrice ragionano tutti, assassini ed assassinati, giudici e poliziotti, senza contare i milioni di curiosi.
Tuttavia, le soluzioni non sono chiare. Cioè, alcune conclusioni non si rischiarano, rimanendo nella sanguinante oscurità.

ALTRI CASI

Dalla pubblicazione di quello libro abbiamo saputo anche di alcuni altri casi di massacro a freddo. Commosse il mondo quello ragazzo, anche ex soldato, che rinchiuse sette od otto infermiere in una stanza di ospedale e dopo sistematicamente le ammazzò senza ragione apparente. Quindi ricordiamo tutti quell'uomo che dall’alto di un edificio si intrattenne per varie ore sparando sui passanti.
Quando i giovani delinquenti studiati da Truman Capote aspettano la loro esecuzione nelle celle dei condannati a morte, lo scrittore ci racconta di altri che lì aspettano la stessa punizione.
In altre prigioni nordamericane, in quel momento (aprile del 1960), aspettavano l’esecuzione cento novanta persone e più.
Ma tra i condannati, vicini di cella dei due giovani assassini del Kansas, c'erano alcuni che richiamarono l'attenzione di Truman Capote.
Uno di essi era Lowell Lee.
Brillante studente di biologia dell'Università del Kansas, questo ragazzo di 18 anni nella notte del 28 di novembre di quell'anno 1962, mentre la sua famiglia intera contemplava la televisione, si decise a portare a termine un piano pensato e pianificato previamente. Cediamo la parola a Truman Capote.

Allora si rase, si mise il suo abito migliore e procedette a caricare una carabina semiautomatica calibro 22 ed una rivoltella Luger, dello stesso calibro. Mise la rivoltella nella cartucciera, si gettò la carabina alla spalla e scese in sala. Questa era oscura, solo illuminata dallo schermo della televisione. Lee accese una luce, mirò con la carabina, sparò e ferì sua sorella tra gli occhi, ammazzandola istantaneamente. Sparò tre volte contro sua madre e contro suo padre, due. La madre, trai rantoli, si scagliò verso lui con le braccia aperte; tentò di parlare, aprì la bocca e la girò a chiudere, ma Lowell Lee le disse: "Taci." Per essere sicuro che gli ubbidisse, le sparò altre tre volte. Mr. Andrews, tuttavia, ancora era vivo; singhiozzando, gemendo strisciò lungo il suolo verso la cucina. Ma arrivando alla soglia il figlio sfoderò la rivoltella e vuotò tutto il caricatore nel corpo di suo padre; dopo tornò a caricare l'arma e la vuotò un'altra volta. In totale, il padre ricevette diciassette colpi.

MONDO SPORCO

Tentiamo di conservare la serenità che senza dubbio conserva Truman Capote e vediamo anche un altro caso raccontato nel suo grande reportage.
Nelle stesse celle, due soldati della Corea, George Ronald York, di 18 anni; e James Douglas Latham, di 19, aspettavano il loro turno mortale. Due anni prima, incarcerati per reati minori, avevano fatto amicizia in una prigione militare di Texas.
"È uno sporco mondo - disse Latham -. Non c'è nessuna risposta in lui, bensì meschinità. Quella è la cosa unica che tutti comprendono, meschinità. Brucia la fattoria di un uomo, egli capirà quello. Avvelena il suo cane. Ammazzalo." Ronnie disse che Latham stava "cento percento nella ragione", aggiungendo: "In ogni modo,  chiunque ammazzi, stai facendogli un favore." Le prime persone elette per ricevere tale favore furono due donne della Georgia che ebbero la disgrazia di incontrovarsi con York e Latham poco dopo che la coppia di assassini scappò dalla palizzata di Fort Hood, rubò una camioncino pick-up e si diresse a Jacksonville, in Florida, la città natale di York. La scena dell'incontro fu una stazione di servizio nella periferia di Jacksonville. La data, la notte del 29 di maggio del 1961. Originalmente i soldati erano arrivati in quella città con l'intenzione di far visita ai parenti di York; una volta lì, tuttavia, questo decise che non era una buona idea, poiché suo padre aveva a volte un carattere violento. New Orleáns era alloro destinazione quando si fermarono nella stazione di servizio a fare benzina. Vicino ad essi si fermò un'altra automobile; in essa viaggiavano le due future vittime. Dopo di un giorno di acquisti e di permanenza in Jacksonville, ritornavano alle loro case in un tranquillo paese vicino ed avevano sbagliato strada. Chiedendo a Ronald York della direzione corretta, questo si mostrò molto attento. "Ci segua, mostreremo loro la strada." Ma la strada alla quale li condussero era abbastanza pericolosa: conduceva verso alcuni pantani. Le dame, tuttavia, li seguirono fiduciosamente. Davanti il veicolo che andava si fermò all'improvviso. E le donne videro, alla luce dei fari della loro automobile che i giovani si avvicinavano, camminando; e videro, benché troppo tardi che ognuno era armato di un'enorme frusta nera. Era idea di Latham usarle per strangolare le donne, dopo averle derubate. In New Orleáns i ragazzi comprarono una pistola ed intagliarono due scanalature. La notte seguente, una prossima vittima, Otto Ziegler, di 62 anni, vide una convertibile rossa stazionata ad un lato della strada. La suo capot era aperta, ed un paio di ragazzini sistemavano il motore. Come faceva a sapere il buon signor Ziegler che niente accadeva all'auto e che era un'arguzia dei due delinquenti per ammazzare e rubare ai buoni samaritani? Le sue ultime parole furono: “Posso aiutarli in qualcosa?." York, ad una distanza di venti piedi, sparò, e la pallottola, ronzando, attraversò il cranio dell'anziano. Quindi si voltò verso Latham e gli disse: "Bello sparo, eh?." La loro ultima vittima fu la più patetica. Era una ragazza di solo diciotto anni, impiegata di un motel del Colorado dove i pistoleri passarono una notte, nella quale la giovane si lasciò fare l'amore. Allora essi le raccontarono che andavano verso la California e la invitarono ad accompagnarli. "Andiamo – le impose Latham -, può essere che tutti finiamo trasformati in stelle di cinema." La ragazza, così come la sua valigia, imballata precipitosamente, finirono in resti inzuppati di sangue in fondo ad un burrone, vicino a Craig, Colorado.

DOTTRINA DI STATO

La dottrina della violenza vuole creare mostri. Dopo avere invaso la Corea, Cuba, Santo Domingo ed ora il Vietnam, desidera propagare un matrimonio sostenuto tra l'avidità e la crudeltà, tra la bugia ed il terrorismo. E questa dottrina si organizza ufficialmente con l'appoggio dei governi burattini dell'America Latina a Panama, a Lima o a Buenos Aires, questa volta sotto la tutela di quel piedistallo della democrazia, chiamato generale Onganía.
Io non sono uno di quegli uomini che credono che i nordamericani sono intrattabili. Continuerò a frequentare quei nordamericani che mi rivelino la continuità della grande tradizione di Lincoln e di Whitman. Mi propongo di visitare molte volte gli USA, se lì sono accettato e se lì le mie opinioni sono rispettate. Non sono uno degli uomini di sinistra che hanno paura, e con ragione, al contatto con uomini di opinioni differenti, e nonostante dei nemici della ragione. Mi sento abbastanza invulnerabile per non tollerare i furiosi dell’uno e dell’altro lato, credendo nell'uomo, nel suo sviluppo, nonostante il delirio.
Gli intellettuali nordamericani, in una maniera onesta che ci onora, hanno mostrato con molti esempi la loro opposizione alla crudeltà, hanno negato i diritti all'imperialismo invasore ed i suoi poteri distruttivi.
Il libro di Truman Capote non è una protesta, ma ci mostra in forma commovente i risultati di un'epoca aggressiva in un paese che può dare ancora un esempio di pace e di vera libertà, libertà senza aggressioni né minacce ai paesi deboli che non devono accettare il loro modo di vivere o il loro modo di morire.
Cinquemila nordamericani muoiono in Vietnam ogni anno.
Questo non ha importanza per il presidente Johnson né per gli efficaci fabbricanti di gas napalm.
Per noi è questo molto importante. Deploriamo la loro morte senza gloria per una causa bugiarda. E deploriamo i loro sopravvissuti, perché tra essi, molti si dedicheranno a praticare l'assassinio che fu insegnato loro come dottrina di Stato.

Isla Negra, fine del 1966

El Siglo, Santiago, 5.1.1967.

Cario Levi era un gufo?
CARLO LEVI ERA UN BUHO? (Pagine 117-128.) Questo testo fu scritto nel 1966 per un numero speciale (1967) di omaggio a Cario Levi nella rivista Galleria, edita sotto la direzione di Leonardo Sciascia in Caltanisserta (Sicilia). Alla realizzazione di quel numero contribuirono anche Dominique Fernández, Italo Calvino, Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Renato Guttuso, Ilyá Ehrenburg e lo stesso Leonardo Sciascia, tra gli altri. Il testo originale di Neruda si pubblicò su Gallería col titolo "En su estudio no se pone el sol" (ed nella traduzione italiana: "Nel suo studio il sole non tramonta". Ho preferito il titolo della versione edita per PNN*, pp. 92-93, datata per sbaglio 1949. - Il ritratto di Neruda, al quale questa nota rimette, fu datato dal suo autore, Cario Levi, a Roma il 9.1.1951. "Neruda stette qui per la prima volta nel 1951, in occasione di un Congresso per la Pace [che ebbe precisamente luogo nel Teatro Brancaccio di Roma nel gennaio del 1951, includendo un atto per la libertà della Spagna nella quale Neruda pronunciò parole contro Franco, "nemico dei poeti"], riunendo così la bianca colomba ed il gufo di Atenea ed un antico viso di cavallo del secolo XVIII spagnolo, illuminato dalla Grazia. Questo ritratto fu riprodotto nella copertina di una raccolta nordamericana delle poesie di Neruda" (traduco il commento di Cario Levi al suo proprio ritratto di Neruda che accompagnò la riproduzione dei ritratto nel catalogo dell'esposizione Cario Levi se ferma a Firenze, Firenze, Orsanmichele, 1977. Il titolo dell'esposizione faceva eco al celebre titolo del libro “Cristo se é fermato ad Eboli”, "Cristo se detuvo en Eboli", dello stesso Levi].

Mentre mi dipingeva nell'antico studio, discendeva lentamente il crepuscolo romano, si attenuavano i colori come se li consumasse all'improvviso il tempo impaziente, si sentivano i clacson delle automobili che correvano verso le strade della campagna, verso il silenzio, verso la notte stellata. Io affondai nell'oscurità ma egli continuava a dipingermi. Il silenzio finì per divorarmi, ma egli continuava a dipingere forse il mio scheletro. Perché l'alternativa fu: o le mie ossa erano fosforescenti o Cario Levi era un gufo, con gli occhi scrutatori dell'uccello della notte.
Siccome oramai non vedevo niente né egli poteva distinguere il mio naso né le mie braccia né io scorgevo i suoi pennelli, mi dedicai a pensarlo ed a vestirlo nell'immaginazione. Era sicuro che si copriva di piume e che mi dipingeva con la punta di una delle sue ali. Perché io sentivo, più che un lambire di pennello che oliava il tessuto, un graffio di ali che volavano nella notte e che sicuramente mi andavano disegnando in quello quadro sommerso. In vano io protestavo: egli coi suoi immensi occhi paralizzava le mie parole nell'oscurità dello studio.
Di nuovo io mi riconcentravo e lo vedevo nella mia immaginazione convertito in un gran crisantemo i cui immensi petali cadevano sul quadro, comunicandogli freschi o cenerini gialli. All'improvviso e nell'ombra compresi che sorrideva con sorriso di crisantemo, e che non mi avrebbe lasciato partire dallo studio senza che la pittura fosse finita. Ma tornato di nuovo alla quiete compresi che Cario Levi era anche un sole che pensava e dipingeva come il sole, con molta fermezza e chiarezza, perché sempre dipese la sua forza luminosa dallo spazio. Io compresi che questo uomo spazioso mi avrebbe salvato coi suoi raggi, alzandomi, finalmente di mio poltrone, dandomi luce nella scala dell'antico palazzo per uscire nella strada, verso il cinema, faceva la notte stellata, verso l'oceano che mi appartiene.
Ma seppi che io sarei rimasto sempre lì, nel suo tessuto e nel suo pensiero, e che non avrei potuto uscire mai più da Cario Levi, dalla sua chiaroveggenza, dal suo sole, dal suo crisantemo, dai suoi serenissimi occhi che scrutano le cose e la vita.
Tale è il potere di questo mago. Dopo molti anni qui, scrivendo in ora crepuscolare, nella mia casa di fronte alle onde del mare del Sud, mi sento unito a lui per quello stesso crepuscolo romano, per il suo pensiero indimenticabile, per la sua arte consumata e la sua saggezza di grande uccello notturno che ha attraversato tutto lo spazio senza abbandonarci mai.

Testo scritto molto probabilmente alla fine del 1966 in Isla
Negra, edito (unito con la traduzione italiana) nella rivista
Gallería, núm. 3-6, Caltanissetla-Roma, maggio-dicembre
del 1967, pp. 265-266. Raccolto in PNN, pp. 92-93.

Jorge Sanhueza
JORGE SANHUEZA. (Pagina 129.) A questo amico e singolare studioso della sua opera, prematuramente morto nel 1967, Neruda dedicò anche il poema "J.S" compreso in “Los manos del día” (cfr. OCGC, vol. III, p. 373).

In un aeroporto durante il tragitto mi trovai con la Morte. “Andai da Jorge Sanhueza - mi disse all'orecchio". "Perché? - gli domandai senza crederlo -, perché?"
"Avevamo bisogno di lui - mi rispose la Morte -, perché benché fragile volava come pochi. Si era messo le ali dentro alla sua piccola giacca, ma non era mistero per nessuno la sua autonomia segreta di volo alto e profondo. Sorvolava la corrente dei libri pescando qua e là invenzioni d’oro, agitando la luce".
Oh, giovane saggio di distratta saggezza, volontario della generosità, soldato delle isole della conoscenza, ape del miele vero!
Grazie per la scoperta, l'esplorazione e l'adesione ai miei oscuri lavori. Grazie per la tua intelligenza a bruciapelo, per il tuo diabolico ed innocente ingegno, per la tua erudizione svenduta, per l'intensità dei tuoi sogni che ti separarono - per miracolo - dai perversi e dagli amari.
Arrivai troppo tardi per trovare, Jorge Sanhueza, la tua assenza tanto lieve, tanto confusa con l'aria come la tua persona, come la tua volontà di non essere, come tu a-dispacere-di-te stesso, con quello che c'ingannavi per occultare le tue ali. Addio.

Come sempre, in Isla Negra, questa volta il 6 agosto di 1967

El Siglo, Santiago, 9.8.1967.

Prologo per Rodolfo Aráoz Alfaro

Qui a Isla Negra o in case di Buenos Aires e Totoral di Cordova, camminammo insieme molte volte, come si vedrà, con l'autore di questo libro. Di fronte al Gran Oceano o tra le boscaglie argentine, la sua presenza ha significato per me una continua e stimolante allegria. La mia compiacenza per il suo umore selvaggio mutò in amicizia profonda ed ammirazione per le sue virtù. Umore e virtù si vedranno in queste pagine memorabili. Perché questo libro è il processo alla nostra epoca ed una società al cui attivo disordine partecipa con le buone o con le cattive. "Non è un paese serio, il tuo paese", mi diceva Ehrenburg quando arrivando all'aeroporto di Santiago del Cile la polizia gli strappò le sue carte: un rebus di parole incrociate che aveva risolto sull'aeroplano ed una lista di piante cilene che pretese di portare al Giardino Botanico della sua patria. "Questo nome è, senza dubbio, quello di un agente bolscevico", dicevano gli sbirri pavoneggiandosi. Si trattava delle parole Lapageria rosea, nome con cui un botanico francese battezzò il copihue, in onore dell'imperatrice Joséphine de Lapagerie. La polizia - e questo è molto gradevole - ignora i migliori misteri e, tra le altre cose, il bel nome scientifico del fiore nazionale del Cile.
Si vedrà in queste pagine la mancanza di serietà di un lungo periodo civile argentino che poté molto bene essere brasiliano, ecuadoriano o panamense. La narrazione non dà tregua, e nel racconto vediamo del braccio l'eleganza e della crudeltà, la tenerezza dei solidali, lo stupore davanti a tanti ed inutili eccessi. Il libro di Aráoz è anche la storia vitalizia dell'onore. Perché, come il suo antenato dell'ultima pagina, non lo resero prigioniero, né lo comandarono le minacce.
Attraversano per queste memorie le raffiche fragranti dell'infanzia, le eresie della gioventù, le sue scorrerie di argentino disinvolto per l'Europa che palpita in due diluvi di sangue, e dopo le battute di caccia di maiali silvestri tra Ongamira de la Sierra e Tulumba, i pisolini di Totoral accompagnati per un coro di giganteschi rospi.
Ma fuori di incidenze ed accidenti l’elevato di questo libro è il suo sovrano incantesimo, incantesimo che non si interrompe, acqua magica che corre cantando, filo che ci tesse la sua storia e la sua memoria. Io incitai sempre Rodolfo a scrivere da quando ricevetti le sue prime lettere, vive e sarcastiche, di quelle lettere che già nessuno invia perché lo stile epistolare andò via col riposo che ci davano quelli mobili di allora, meditativi.
La cosa certa è che questi ricordi sono come lettere dirette al tempo. Ed il tempo, sono sicuro, accuserà ricevuta. Ha il grappolo delle sue uve un sapore acido ed elettrico che persisterà. E saranno lette, qualche volta e più tardi, come leggiamo ai nostri classico saporiti, Sarmineto, Mansilla, Pérez Rosales, con malinconia e diletto, invidiando perfino i suoi patimenti.

Isla Negra, agosto del 1967

Prologo a Rodolfo Aráoz Alfaro El recuerdo y las cárceles
(memorias amables), Buenos Aires, Ediciones de la Flor,
1967. Raccolto in PLG, pp. 83-84.

Poeti della Romania fiorita

Appena arrivai in Transilvania chiesi loro di Dracula.
Non mi capirono. Che pena!
Quel vampiro sempre vestito di frac che si stacca dai merli del suo castello di pietra nera! Quel terrorista superattivo e volatore come un pipistrello!
Che pena!
Tutti i miei sogni caddero, lì aveva vissuto quello tra questi boschi di abeti, terrorizzato egli stesso dalla luce del giorno, entusiasmandosi e coinvolgendosi secondo l'attrazione ed il potere delle tenebre che incitavano il volo della sua cappa tenebrosa.
Che pena!
Perché, in realtà, i poeti rumeni che mi accompagnavano non lo conoscevano. Se io fossi nato in Romania non avrei desistito dalla sua ricerca, l'avrebbe spiato da bambino, mi avrebbero sfiorato il suo ali metamorfosiche e membranose, avrei aspettato nell'ombra transilvana che cadesse dalle tasche del frac una delle sue chiavi d’oro. Aprendo allora furtivamente i grandi portali, avrei percorso i soggiorni, avrei conosciuto i mortali segreti di quel poderoso satanico. Niente di quello fu possibile! Dracula non abitava oramai nella selvatica Transilvania.
I poeti che mi circondavano avevano l'anima chiara dell'acqua montagnosa, mi celebrarono con grandi risate. Ma, devo confessarlo, i miei compagni poeti della Romania fiorita non sono esperti in tenebre.
Le tenebre della Romania... il canto dell'acqua rumena. Quanti cose da dimenticare, quanti cose da cantare!
La verità è che le tenebre non furono solamente pagine di carta, bensì fatti duri, capitoli crudeli, interminabili agonie.
La verità è che le acque cantarono nonostante tutto, cantano, continueranno a cantare.
Secoli di servitù, epoche di martirio, invasioni, abbandono, miseria, morte, rivolte, soldatesca, ribellioni, incendi. E su questa antica Romania impastata dalle migliori mani del dolore, dietro questa Romania mille volte crocifissa in ognuno degli uomini rumeni, sotto questa Romania povera e medievale, folcloristica e singhiozzante, la poesia cantò senza mascherare la sua eminenza, cantò sempre nella sua campana cristallina.
Molto di questo si vedrà in queste pagine.
La pressione espressiva di un'antica e poderosa letteratura che sempre si espresse in forma critica e creativa, non fece altro che continuare nella Romania di oggi.
Nessuna interruzione di silenzio o di violenza tra le epoche separate con la rivoluzione. Con la morte del feudalesimo non sparì sotto i rottami la poesia, perché la gran poesia rumena non accompagnò mai il crepuscolo delle campagne che occultavano miseria e patimento.
La poesia entrò con facili passi ad un'età di costruzioni. Ed i semi camminavano sotto la terra ed i fiori nacquero copiosamente con la fioritura generale di un popolo.
La poesia non lasciò il suo canto di acqua ferita che scende dalle montagne, ma entrò col suo alveo nell'attivo umanesimo della nuova Romania. Quello, senza lasciare dietro la riflessione né la malinconia. Cantò come prima la vita e la morte, ma anche la realtà e la speranza. Il simbolista Bacovia tinse col fumo della città ed il sangue dei mattatoi la sua tristezza, che lo vvolse come una cappa. Nuovi poeti di oggi riflettono come statue di gladiatori nudi il colore del sole e del grano. Ma in fondo, questa poesia seguì la sua strada tra le radici nazionali e non ci sarà un verso, una riga, una sillaba che non sia inzuppata dalla chiarezza e dalla sera rumena, da un selvaggio e tenero sentimento d’amore verso la sua terra, verso l'anima più antica e più moderna dell'Europa.
Vicino a Constanza vidi un blocco greco appena estratto delle acque del mare Nero. Qualche uomo rana si imbatté in quegli dei bianchi che continuavano ad ascoltare il canto delle antiche sirene. Vicino a Ploesti i contadini trovarono nella strada un tesoro: dozzine di anfore e bicchieri d’oro, lavorate forse per monarchi molto antichi. Lì stanno in una vetrina. Non vidi mai tale splendore.
Tirnave, Dragasani, Legarcea, Murfatlar sono nomi di vigneti antichi che arrivarono al cuore degli uomini più distanti, ma il cui aroma nacque tra i Carpazi ed il Danubio.
Tutta la terra ed il fango rumeno conservano la palpitazione di una cultura generosa che assorbì e ripartì il suo tesoro. La poesia si nutrì coi chiari alimenti della terra, dell'acqua e dell'aria, si vestì con l'oro antico, sognò i sogni greci. E maturò nella ragione della nostra epoca continuando sempre con solennità il cammino di un canto sempre grave, sempre sonoro ed alto. Le fabbriche, le scuole, le canzoni fanno vibrare ora la vecchia terra rumena. La poesia canta nella rivoluzione del grano, nella trepidazione dei telai, nella nuova fecondità della vita, nella sicurezza del popolo , nelle dimensioni appena scoperte. Canta nell'antico e nel nuovo vino. In quanto alla creazione stessa, è difficile dire, è difficile scrivere. E perché? Perché ha bisogno della poesia quell'impertinente interpretazione, adesione o diffidenza? Viviamo circondati da libri che commentano i versi che volevano solo camminare per le strade con scarpe più fragili o più dure. E ci accade che ci porteremo in quello, in leggere quello che si scrive su quello che si è scritto.
In questa Età di Carta presento naturalmente questi poeti rumeni tanto tradizionali come i canti e le abitudini silvestri della patria ereditaria, tanto rivoluzionari come le sue audaci fabbriche e la trasformazione evidente del mondo a cui partecipano.
Parlerò dell'anziano poeta Tudor Arghezi.
Con più di ottanta anni di vita, Arghezi è il grande incoronato, e sopporta con bontà ed una certa leggera ironia gli allori chiaroscuri che premiano un'opera serena e frenetica, purissima e demoniaca, cosmica e popolare.
Io lo conobbi a Bucarest, onorato, questo vecchio ribelle, da ministri e da operai, amato e rispettato da una repubblica che cura la sua libertà e la sua tranquillità.
È raro che questo gran poeta europeo sia sconosciuto da tanti, così come lo è il caso del grande italiano Saba.
Saba fu rumoroso come un gran fiume che si va facendo sotterraneo e seppellisce il suo favoloso alveo prima di arrivare all'oceano.
Arghezi è increspato ed eretico, ammutinato e poderoso. La meditazione scura dei suoi lunghi primi tempi ha lasciato il passo nei suoi ultimi libri all'allegria dell'anima impetuosa. Smise di sostentarsi della sua propria solitudine: partecipa, ai suoi anni, alla primavera della sua patria.
Ma nominerò alcuni in più, per ringraziare tutti quelli che abbiano lasciato, tutto il lungo inverno di Isla Negra, qui nella costa del Pacifico meridionale, che la loro poesia vivesse con me e mi avvolgesse la forza e la freschezza della Romania, per molti mesi, nella veglia e nel sonno.
Grazie, Maria Banus!
Per la palpitazione costante del tuo amore ed i tuoi sogni, per la rete magica i cui fili di fumo e d’oro ti permettono di tirare fuori della profondità ricordi oscuri come pesci dell'abisso, o acchiappare nell'aria la farfalla selvaggia di Baragan.
Ed a te, Jebeleanu, viaggiatore di Hiroshima, tu che raccogliesti in quel cuore di cenere un fiore puro trasfigurato nel tuo canto: magari trovi qualche scintillio della tua generosa poesia in questo libro. Ed a Mihail Beniuc: grazie per la tua forza pensosa, per le tue canzoni combattenti.
A Maria Porumbacu, a Demostene Botez, a Radu Boureanu, ad Ion Brand, chiedo perdono per quanto i loro poemi abbiano perso forza essenziale o gocce di ambra cambiando loro di bicchiere. Ma sapranno, lo credo, che misi molto amore nel lavoro, sempre incompiuto, di tradurre la loro poesia.
La lingua rumena, parente sanguinea della nostra, trattiene un'abbondanza dalla quale non godiamo: i suoi angoli slavi. In questi angoli perdiamo il passo, guardiamo verso l'alto, verso il basso, e finalmente ci aggrappiamo al francese per non rimanere all’oscuro. Ma la lingua rumena, lontano da essere un castigliano obliquo, tira fuori il suo elettrico lirismo dalle alluvioni idiomatiche che sboccarono in Romania. Fermo e splendente è il linguaggio rumeno e poetico per eccellenza. Con Tristán Tzara, Ilarie Voronka ed altri che scrissero la loro opera in francese, la Romania contribuì caratteristicamente alla sua passione universale. Sappiamo già che Eminescu o Caragiale attraversano le barriere della lingua e sono tesoreggiati e discussi da tutte le parti. Ma la Romania ebbe sempre una voce che raggiunse il concerto del mondo dalle sue strade o dalle sue montagne. È stata l'aspirazione universalista e soprattutto la semplicità e la crescita culturale come lo è ora l'orgoglio di una profonda rivoluzione umanista. Ma i poeti che emigrarono nel passato fino a cambiare lingua, lo fecero forzati dalla crudeltà di un'epoca. Non succedette così con gli europeizzanti della nostra America. I rumeni non andarono in Francia ad imitare, bensì ad insegnare. Furono partecipazione rumena della creazione universale.
Durante più di un inverno nella mia casa, di fronte all'oceano freddo ed alle immense migrazioni di uccelli, mi accompagnarono assiduamente nella traduzione della poesia rumena i poeti Homero Arce ed Ennio Moltedo.
Ringrazio i miei due amici. Molto mi servì la saggezza e l'impegno di ognuno. Anche loro goderono come me, mentre lavoravamo, di fogliame fiorito, dell'acqua e del fuoco, che in queste multiple voci si moltiplicano incitandoci ad ascoltare con raccoglimento il canto corallo di un paopolo lontano e fratello.

Prologo a 44 poetas rumanos traducidos por
Pablo Neruda, Buenos Aires, Losada, 1967.

Prologo per Joaquín Gutiérrez

Benché Joaquín Gutiérrez sia una costaricano generale che si naturalizzò nel continente da giovane, concedendosi la più spaziosa cittadinanza, bisogna cercare in questo magico racconto il sapore centrale dell'America magrissima che essenzialmente rappresenta. C'è un'iniziativa nelle sue parole, un'urgenza senza fretta, un filo sotterraneo che viene da lì, e non da un'altra parte. Lo riconosciamo noi riconoscitori, imparentando il suo sortilegio alla piantagione di caffè ed ai suoi aromi, agli antichi gioielli sottili che si dissotterrano, ai giochi celesti di Salarrué. A quella rete dell'eredità Joaquín Gutiérrez aggrega una foglia di aria che si sostiene nella trasparenza, come un miracolo nella memoria, ed una vita più delle nostre vite, quella di un povero essere sgangherato ed errante.
Nelle mie letture disordinate ed acritiche ho letto pochi racconti come questo, con tanta capacità di legarci nel filo del sogno e della sventura.

La Raíz, Punta del Este, 1968

Prologo a Joaquín Gutiérrez, La hoja de aire, Santiago, Nascimento, 1968.

Il nome di questa medaglia è più largo del mio petto
EL NOMBRE DE ESTA MEDALLA ES MÁS ANCHO QUE MI PECHO. (Pagine 136-144.) Alla fine di questo discorso c'è un paragrafo (“Crediamo nella pace e busseremo a tutte le porte […]", con allusione evidente benché indiretta alla "Carta abierta" degli intellettuali cubani, specialmente dove leggiamo: "Da parte mia, entrai in tutte le case se mi aprivano la porta. Volli conversare con tutto il mondo. Non temei il contagio degli avversari, dei nemici. E continuerò a farlo."

Il mio primo pensiero in questo giorno sia per Frédéric Joliot-Curie. Il nome di questa medaglia è più largo del mio petto, così come è grande l'onore conferito da voi consegnandomela.
Precisamente, non si unirono mai tanto elevatamente come in Joliot-Curie l'energia creativa e la dignità dell'intelligenza. Si trasformò così nell'esempio centrale della nostra epoca, perché sappiamo che egli si manteneva nel labirinto della scienza con la semplicità di chi sapeva entrare ed uscire per le strade inesplorate. E quando questo scopritore raccolse i frutti dell'albero del bene e del male nel suo lavoro di laboratorio, uscì da questo per avvertire l'umanità che il frutto filosofale appena scoperto tratteneva il seme di un nuovo inferno e della morte totale.
Il maestro Joliot-Curie non era solo un eroe maiuscolo del pensiero, ma anche è per me un ricordo che solo la tenerezza può disegnare. Si vedeva tanto fragile questo uomo irremovibile. Il suo viso, lavorato dalle più intense discipline della saggezza, i suoi occhi carichi del fulgore sotterraneo della conoscenza totale, ci indicava che in questa lotta incredibile contro il terrore e per l'esistenza dell'uomo sulla terra, egli cadrebbe, logorato dalla sua divorante energia. Andò via, dunque, lasciandoci la doppio eredità della sua grandezza scientifica e della sua responsabilità umana. Joliot-Curie fu onore, contemporaneamente, della scienza e della coscienza. Quindi il suo esempio si è trasformato in una norma ed in un movimento.
Anche noi, ed i nostri popoli, dobbiamo scegliere tra strade opposte. Dobbiamo inchinarci per salutare e dopo per combattere. Dobbiamo scegliere tra la creazione e la distruzione, tra l'amore ed il vuoto, tra la pace e la guerra, tra la vita e la morte. Non fu mai più grande il potere della morte e non ebbe mai l'essere umano maggiore conoscenza del pericolo. Pertanto, nostro dovere non fu mai più perentorio: nessuno può evaderlo, è il mandato del nostro tempo.
Ci sono qui amici dell'America Latina come Alfredo Varela, ed altri, che hanno voluto riunirsi intorno al ritratto di quel maestro della pace per riaffermare, un'altra volta, i vincoli che c'uniscono. Conosco quasi tanto quanto ognuno di voi, le sventure, il ritardo e la miseria di ognuna delle nostre nazioni. Conosco anche le lotte, l'allegria e le canzoni, la capacità di resistenza e di eroismo di ognuno dei nostri popoli. Saluto tutti voi in un unico abbraccio, nella fraternità che non fa differenza delle nostre origini né del nostro futuro.

Il signor Votshinin si è preso il compito di venire dalla lontana Unione dalle Repubbliche Socialiste Sovietiche, facendoci una grande onore portandoci col suo viaggio il maggiore stimolo che può conoscere l'uomo contemporaneo. Quello stimolo è l'esistenza e la persistenza, i trionfi ineguagliati del paese sovietico e della sua grande Rivoluzione. La sua presenza in questa sala è un'attestazione in più di come quel vasto paese, governato da una società senza classi, si fa in ogni momento solidale di tutti i movimenti di pace e di liberazione che si manifestano in qualunque posto del nostro pianeta.
Salutandolo, voglio fermarmi per fare due pause dolorose:
Compagno Votshinin: sappiamo che non si asciughino ancora le lacrime del paese sovietico davanti ad un'atroce disgrazia: la morte del glorioso eroe della terra e del cielo: Yuri Gagarin.
Il suo nome era contemporaneamente leggendario e familiare a tutti i cileni. La sua prodezza non unì solo come nessun’altra la realtà con la fantasia, il nostro pianeta con gli altri, l'uomo con l'universo misterioso. Il giovane eroe ebbe altre virtù: unì i popoli più separati, perché il suo incontro col cosmo fu un atto di riconciliazione tra tutti i popoli. Egli rappresentò nel suo volo il cuore stesso dell'umanità, l'inquietudine di tutti gli uomini, l'audacia di tutte le razze, il miracolo totale dell'essere umano.
Tutti i paesi lo considerano suo, rappresentò l'umanità intera dai suoi più antichi progressi, dall'oscurità della nascita e dalla sua penosa marcia verso il progresso fino alla scoperta di tutte le possibilità.
Sappiamo che l'Unione Sovietica è un formidabile semenzaio di eroi modesti ed eminenti. Ancora trema il mondo col ricordo della sua gloriosa difesa della pace e della libertà, quando schiacciò la minaccia hitleriana. Furono giorni ombrosi e sanguinosi per i quali l'umanità intera riconosce all'uomo sovietico una debito inestinguibile.
Ma Gagarin fu figlio della luce. Fu l'arcangelo luminoso dei nostri giorni: sta vicino a tutto quello che sta nascendo. Il suo cuore si è fermato, ma il suo ricordo fiorirà in ogni primavera, in ogni sguardo, in ogni bambino che per la prima volta contempli le stelle.
Un altro dolore, più personale, mi accompagna questa notte, perché credo che il mio amato amico Ilyá Ehrenburg sarebbe forse stato con noi in questi momenti.
Tutti sappiamo che il Consiglio Mondiale della Pace l'ebbe tra i suoi più attivi creatori. In questo senso lo ricorderò sempre, coi suoi ciuffi grigi, con gli occhi tanto antichi che aveva, e quella sorriso sottilissimo nelle spossanti riunioni, conferenze e congressi della Pace.
Quell'uomo che sembrava sempre stanco ed il cui implacabile intelligenza lo faceva apparire tanto vecchio come il mondo, ci diede sempre la lezione della sua attiva intelligenza e della sua resistenza inaudita.
Perché questo gran maestro della letteratura universale accettò gli umili ed eminenti compiti di relatore supremo del Movimento della Pace. E coi suoi indimenticabili passi brevi attraversava i corridoi, entrava nelle commissioni, saliva ed abbassava scenari, convincendo, sviluppando, chiarendo, redigendo, prestando alla causa della Pace e l'Amicizia tra i paesi tutta la capacità della sua smisurata intelligenza. Un giorno stava nel palazzo della regina madre del Belgio, quella gran signora patrocinatrice della musica e della verità. Un altro pomeriggio apriva la torre difficile di Pablo Picasso, ed usciva verso l'aeroporto con una nuova colomba che cominciava a volare dalle sue mani. O in Finlandia, o in Italia, o nella sua adorata Parigi, o nel Giappone, o in Cile, tutte le nazioni, tutti gli aeroporti videro questo uomo dai capelli grigi e pantaloni rugosi spendere le sue forze ed il suo pensiero in lottare contro il terrore e la guerra.
Da parte mia, persi con la sua scomparsa ad uno degli uomini che più ho ammirato e rispettato. Egli mi fece l'onore di considerarmi il suo amico ed insieme viaggiammo e lavorammo, condividendo sogni e speranze. Perché nonostante la morte di questi due eroi sovietici della Pace, nonostante la dolorosa ombra che la loro assenza significa, la nostra lotta per la fraternità, la pace e la verità, continuerà viva e crescente all'assolvimento del nostro dovere e fortificata dal loro ricordo.

Romesh Chandra: Lei ha fatto questo viaggio tanto lungo, fino al Cile, questo paese che sta nel fine del mondo, per portare questa medaglia. Quando io ero molto giovane conobbi il suo paese, l'India. Vissi nel labirinto delle sue grandi città, entrai nei templi, convissi con gli antichi sonni sacri, con la sofferenza millenaria del suo popolo e col risveglio della sua indipendenza. Io ero un insorto ragazzo che arrivava delle lotte studentesche del 1921 e sboccava con tutta la semplicità nella fraternità dei rivoluzionari indù. Tutto il risveglio dell'Asia nasceva nella sua patria ed il vento che doveva abbattere poi i muri dell'Impero, stava nascendo lì, all'ombra dei più antichi dei del mondo. Quanto lenta mi sembrò la strada. Sembrava interminabile il ciclo della servitù colonialista in quelle regioni tanto immense, in cui stavano grandiosi continenti e migliaia di isole disperse. Tuttavia, il nostro secolo ha presenziato al crollo di quegli imperi che sembravano indistruttibili perché erano ricoperti di acciaio, pietra e fango. Si alzò contro di essi l'arma più poderosa: il pensiero, l'azione umana che fa marciare le ruote della storia. A nome di questo pensiero, quella fede nel destino sempre di più alto, più libero e più indipendente dell'uomo, lei ha utilizzato per venire da tanto lontano. Molte grazie.
Poi abbiamo vissuto l'agonia del secondo conflitto mondiale. Vedemmo cadere la maschera messianica dei guerrieri. Potemmo vedere il vero viso della guerra: le forche e le camere a gas cancellarono per sempre la leggenda dei cavalieri che combattevano per il loro Dio, per il loro Re o per la loro Dama. Dopo la resa, migliaia di spettri sopravvissuti diedero la testimonianza straziante che mostrava il limite della crudeltà umana. I mostri furono in parte puniti. Ma ci domandiamo atterriti se quell'inconcepibile spavento ritornerà qualche volta nella storia.
Quindi abbiamo visto come la pace, quella pace tanto tragicamente ottenuta, è stata tradita. Un Stato più forte che gli altri, ha portato la morte e la distruzione nelle terre più lontane del suo territorio.
Con violenta ferocia si sono distrutte le città, i campi coltivati, le costruzioni e le vite di un piccolo paese, il cui popolo, orgoglioso della sua antica cultura, aveva appena rotto le catene coloniali.
Il genocidio si è praticato in forma terrificante. Il napalm ha bruciato con orrenda efficacia le vite, le semenze ed i libri. Ma una nuova epopea, degna dei più grandi della storia, ha commosso l'umanità intera.
Perché il Vietnam è resuscitato mille volte dalle sue ceneri: sembrava morto e si sollevava con una granata nella mano. Sembrava sconfitta la ragione sotto la demenza fredda degli invasori e il Vietnam, in un'offensiva straordinaria, sta sempre di più vicino ad una vittoria immortale.
Ed i paesi dell'America Latina sanno che questa vittoria è legata in forma profonda al nostro destino. Le forze aggressive che dominano in questo istante nel governo degli Stati Uniti non hanno il proposito di rispettare l'indipendenza delle nostre nazioni e dei nostri diritti inalienabili a propugnare sistemi di governo più giusti e migliori.
Le ultime aggressioni nei Caraibi e l'isolamento imposto a Cuba dai nordamericani e dalle forze reazionarie dell'America Latina, sono la prova dell'intolleranza e dell'errore di questa politica aggressiva.

Ma gli anni sono cambiati. Nella propria culla dell'aggressore si sono alzati le voci dai suoi più illustri intellettuali. Studenti e cittadini di tutti gli strati della vita nordamericana hanno ripudiato con energia e coraggio l'invasione nordamericana in Vietnam. Sono stati migliaia di ragazzi che hanno gettato via il loro foglio di arruolamento militare ed ogni giorno aumenta il numero dei disertori.
La morte di Martín Luther King, orrenda e freddamente assassinato, ha riempito di lutto al mondo e di vergogna gli U.S.A.. Ci commosse sempre la sua figura straordinaria di difensore della sua razza, di capo del suo popolo. È stato assassinato ada forze abominevoli che sembrano essere poderose. Dalla ingiusta guerra della Corea fino all'obbrobrioso assalto contro l'indipendenza del Vietnam, queste forze si sono scatenate nella nazione nordamericana come velenoso sottoprodotto della guerra. Cerchiamo nella violenza ufficiale l'origine di questi crimini. Queste due guerre hanno insegnato a migliaia di adolescenti l'esercizio dell'assassinio, dell'incendio, dell'assoluto disprezzo per la condizione umana. Il razzismo, la delinquenza, la perversione e la crudeltà, si sono esasperati in tale maniera tra i nordamericani, che l'umanità sembra caduta in una retrocessione verticale verso le primitive leggi della selva, della brutalità e della forza. Mettere a mezz’asta la bandiera nazionale nella Casa Bianca è una piccola e triste misura, perché sappiamo che quella stessa bandiera si sta alzando in Vietnam su tutte le atrocità che il mondo conosce. È nella guerra, in quella guerra, dove sta fermentando il lievito di molti altri orrori che cadranno sul viso dall'America del Nord.
L'eroismo vietnamita, il ripudio mondiale e l'ardente protesta dei suoi stessi compatrioti, hanno portato il presidente Johnson a rinunciare prossimamente alla continuazione della sua triste politica.
Magari diventi effettiva questa rinuncia, senza aspettare le nuove elezioni. Questo uomo ha perso già l'elezione davanti all'inappellabile tribunale della storia.

Le repubbliche americane sono figlie della lotta anticoloniale e dell'internazionalismo solidale. Fantini della gran Colombia verde galoppavano portando le bandiere della liberazione per gli arenili del Perù. Gli argentini attraversarono le più alte nevi e 150 anni fa si coprirono di sangue e di allori, qui, in Maipú, a pochi chilometri di questo teatro. I cileni si imbarcarono comandati da un ammiraglio scozzese per liberare l'oceano Pacifico. Combattenti napoleonici e battaglioni di negri africani combatterono per l'indipendenza del Cile. Questa volta il nostra America non poté mandare uomini in Vietnam, ma ha fatto sentire al mondo, da L’Avana e Messico fino alla Patagonia polare, i suoi sentimenti unanimi di solidarietà e la sua speranza nella vittoria degli aggrediti.
Ma dobbiamo dire una verità amara. Non abbiamo fatto abbastanza. Potremmo fare molto di più, faremo molto di più. Perché i governi delle nostre repubbliche stanno in silenzio sulla guerra del Vietnam? È tollerabile, dentro il consesso mondiale, questa silenziosa timidezza che sembra complicità?
La poderosa Unione Sovietica ha detto ogni giorno la sua parola. Il generale De Gaulle, personalità orgogliosa ed indipendente, ha messo varie volte i punti francesi sui si nordamericani.
I nostri governi latinoamericani hanno sfumature, colori, prospettive, origini differenti. Alcuni sono impetuosi nella reazioni, altri sono pacati davanti al futuro, alcuni coltivano la paura verso i popoli, altri manifestano i loro desideri di far progredire la nostra povera e sventurata America.
Non discutiamo le sue tendenze per adesso. Ma abbiamo il diritto di esigere che si definiscano davanti al problema più importante della nostra epoca. Quello della pace o della guerra, quello della vita o della morte.

Il governo degli Stati Uniti dell'America del Nord, con le sue sanguinanti cattive azioni in Vietnam, ha perso ogni prestigio davanti alla civiltà del nostro tempo. In questo momento tenta di negoziare la sua sconfitta materiale e morale. Ma la ripetizione periodica delle loro avventure è stata la tragica caratteristica del nostro poderoso vicino.
I governi nordamericani devono sentire la voce dei nostri paesi e muovere la bilancia in favore della pace e dell'indipendenza. È l'ora di provare che se nascemmo dal fervore anticoloniale, le nostre nazioni respingono questo nuovo colonialismo che si vuole impiantare accompagnato da inumane crudeltà.
Io so che sorrideranno molti davanti all'idea di chiedere a certi governi che partecipano a questo appello alla pace, poiché molte volte hanno violato nei suoi propri paesi le norme della libertà e della giustizia. Tuttavia, reclamo in questa ora critica la somma di tutti gli sforzi, la somma dei buoni e dei cattivi, di quelli governati e dei governanti, la somma dei giusti e degli ingiusti, affinché termini la più grande iniquità della nostra epoca: l'invasione e la distruzione del Vietnam.
È il momento critico in cui le nazioni latinoamericane che necessitano del diritto per difendersi, sostengano davanti al mondo la causa del diritto.
Crediamo nella pace e busseremo a tutte le porte per raggiungere il suo regno. Vogliamo la pace tra gli uomini come i viandanti aspettano l'acqua durante il tragitto  per ristabilire la forza perduta. Da parte mia, entrai in tutte le case se mi aprivano la porta. Volli conversare con tutto il mondo. Non temetti il contagio degli avversari, dei nemici. E continuerò a farlo. Penso che il dialogo non può esaurirsi, che nessun conflitto è un tunnel chiuso e che può mettere la luce dell'intendimento dai due estremi.
Accettando questa generosa distinzione, voglio staccarmi da ogni sentimento personale. Penso che alcune persone di paesi vicini o lontani si unirono qui, in questa occasione, per dare attestazione della loro ardente fede nell'uomo, nella vita, nella verità, nella libertà, cioè, nella pace. È abbastanza e li ringrazio non come un omaggio bensì come una nuova espressione di una fraternità che non solo mi onora ma distingue la mia patria ed il mio paese.

Parole ricevendo il premio Joliot-Curie, pronunciate
nel Teatro Municipale di Santiago del Cile l’8 aprile
del 1968. Testo edito in El Siglo, Santiago, 10.4.1968.


Paladino per Miguel

C’era una volta un uomo che non si rinchiuse in sé stesso
ma si sgranò come le uve o il grano.

Era difficile passare accanto a lui senza leggerlo:
nella sua condotta aveva più parole che i libri.

Se gli veniva negli occhi la coscienza luminosa,
con un'illuminazione che hanno solo i bambini

e più di una volta cambiamo giocattoli per strada
perché perfino al suo cuore lo portava nella tasca,
per non perdere il tempo se qualcuno aveva bisogno di lui.

Così trapiantò la fortuna tra tutti i suoi amici.

Sessanta anni passò in questo estraneo commercio
di spendere e non consumarsi, di volere ed essere voluto.

Quando si legge questa prosa qualcuno, forse, crederà
che sto facendo il ritratto da qualche cavaliere antico.

Ed è verità: giovane poeta, antico e tenero guerriero
è quello che io descrissi: si chiama Miguel Otero.

Scritto per il sessantesimo compleanno di Miguel Otero
Silva (26 di ottobre del 1968). Raccolto in FDV, pp. 45-46.

Per "I celestiali"
PARA «LAS CELESTIALES». (Pagine 145-146.) Las celestiales (opera satirica). Caracas, s.p.i., 1965: raccolta, prefazione e note di frate Iñaki de Errandonea, S.J. (pseudonimo di Miguel Otero Silva) ed illustrazioni di frate Joseba Escucarreta, S.J. (pseudonimo di Pedro León Zapata). Altre edizioni: Caracas, Editorial Avilarte, 1974; Bogotà, Editorial Guadalupe, 1974, con presentazione di Miguel Otero Silva.

Quando discesi all'inferno
lo trovai pieno di santi,
studiavano un quaderno
che leggevano con spavento.

Domandai a Satana
perché c'era tanta gente
ed il Diavolo si sorrise:
ahi, che cileno innocente!

Questi santi che tu vedi
sono peccatore mortali
e qui stanno perché lessero
le famose Celestiali.

Aspettiamo l'autore,
lesse il Diavolo nella sua carta,
e se non lo troviamo
bruceremo Miguel.

[1968]

Raccolto in FDV, p. 47.

Prologo per Olga Acevedo

Olga Acevedo, chiara oscura,
scrisse questa carta ed altri vetri,
rovesciò questa verità ed altre radici.
Nessuno poté amarla in vano.

Olga Acevedo si chiama la sua fiamma.
Anche Olga Zafiro.
Quando arrivò dalle praterie
portò con lei la distanza.

Calice migratorio, bacio di acqua,
la sua poesia vive sola
come se in una casa senza luce
morisse ardendo una rosa.

Prologo ad Olga Acevedo, La vispera irresistible,
Santiago, Nascimento, 1968.

Prologo per Alicia Enríquez

Fui trovandomi a caso con questi racconti crudeli di Alicia Enríquez. Compresi che avevamo i cileni la rivelazione di una scrittrice essenziale. Mi sembrò sempre che quanto si racconta o si canta deve essere essenziale, non per trascendente, non per solennità generica, bensì perché deve prendere in considerazione le essenze, le implicite o misteriose partecipazioni dell’essenziale.
Questi racconti, di origine sconosciuta, dato che non conoscevo né conosco la persona straordinaria che li scrisse, mi diedero quel tocco di campana o tatto minerale che ci indica la cosa vera. La cosa vera della verità ed anche della verità immaginaria. La cosa vera del vicolo tormentato di anime e porte ostili e la cosa vera della nebbia che li sostenta sulle colline di Valparaíso che è come dire nell'anfiteatro del mondo.
Perché in questa abbondanza in cui la fedeltà e l'agonia concordano con le sue dimensioni nemiche, possiamo scegliere molti strani avvenimenti, molte differenti latitudini dell'anima, ombra e pioggia, solitudine, speranza, malevolenza e tenerezza, ma come se nascessero in una sola profondità, troveremo sempre la presenza di un porto in cui le vite ed il fumo si accumularono. Questa presenza totalitaria dell'ambiente straziante aggrega radici ad Alicia Enríquez, la mpone davanti a noi come una conseguenza della grandezza della vita.
Ha, dunque, la prosa di Alicia Enríquez il nimbo atmosferico della vita vivente, e le sue strane creature sono tanto naturali perché escono dalla notte e dalla sua incalcolabile densità come il riverbero di un angolo o come il grido di un crimine soffocato.
Ma negli angoli della narrazione escono dall'oscurità pallidi visi che rimproverano o soffrono. Alicia Enríquez ci guida ad una galleria di esseri che stanno in flagrante sviluppo: continueranno le loro esistenze quando lasceremo questo libro.
Tuttavia, non credo che lasceremo questo libro, che questo libro ci lasci. Ci seguirà con la sua chiaroveggenza, con le sue curve, col suo linguaggio interrotto, con lo spazio sconosciuto che aprì per sempre tra noi.
Continueremo ad ascoltare questa cantata implacabile.

Isla Negra, 1968

Prologo ad Alicia Enríquez, Extraños visitantes,
Valparaíso, Ediciones Océano, 1971.

La visita di Margarita Aligher

Io stavo a Concepción, nel sud del mio paese, quando lessi nel giornale che Margarita Aligher era arrivata in Cile.
Benché tra Santiago del Cile e Concepción ci siano centinaia di chilometri di vigne, bestiame, uve che si trasformeranno in vino nel mese di marzo, presto arrivò al sud, Margarita.
È piena estate in Cile, il cielo del sud era azzurro nella sua integrità, come una bandiera azzurra, come un bicchiere. Né una sola piccola nuvola bianca. Margarita Aligher era necessaria al cielo del sud del Cile perché è corno una piccola nuvola bianca. È tanto silenziosa, che sembra che viaggiasse con la sua nuvola e la mettesse attorno a lei. Normalmente siede anche nella piccola nuvola che, quando si ritira di una riunione, la trasporta soavemente verso un'altra parte. Fummo insieme per lo smisurato paesaggio, io nel mio cavallo e lei nella sua nuvola. Entrambe le maniere di mobilitarsi si devono usare in questi territori, dato che le strade sono spesso aspre ed alle montagne succedono insolite praterie che finiscono nella sabbia del mare.
Margarita lo vede tutto con un penetrante sguardo che non riposa. È vero che Margarita Aligher può stare ore senza parlare una parola, ma sta guardando tutto. Non ho mai visto una persona che guardi tanto e tanto bene come Margarita.
A cento chilometri all’ora o semplicemente immobile, guarda come nessuno guarda. Non è un sguardo mistico o sensuale come quello degli antichi poeti romantici, è un sguardo ampio e diretto, un sguardo che cerca il sottosuolo, il frutto tra le foglie, il lavoro tra le radici. Guarda anche con decisione i visi ed i problemi umani. Entriamo in mercati ed in piazze piene di gente del popolo. I cileni si abituarono a vedere i penetranti occhi di Margarita, sommando e sottraendo le cose e gli esseri, ed i giorni che passavano con la sua bandiera azzurra in alto.
Andammo anche a vedere le opere dei pittori e, specialmente, l'immenso murale di González Camarena nella Casa dell'Arte.
Il murale è grandissimo, ha quaranta metri di lunghezza per otto metri di altezza. Mi dice il pittore che leggendo il mio libro Canto general trovò il tema della sua opera. Mi piacque che me lo dicesse.
In un angolo, ad cactus messicano si aggrovigliano i fiori selvaggi del copihue cileno. Queste piante sono simboli delle nostre nazionalità.
Il cactus è conficcato da dozzine di pugnali e ha a volte le sue grosse foglie amputate o ferite. Con questo, il pittore raffigura gli attacchi nordamericani e le conseguenti perdite di territorio.
Da un lato si estendono i visi giganteschi di vari metri di altezza delle differenti razze americane, verso il basso come in un tunnel giacciono gli scheletri dei conquistatori ed il sottosuolo minerale, le cavità delle miniere. Tutto questo fiorisce verso l'alto in dei e raccolti, spighe e segni di splendore.
Questa descrizione è molto sommaria. Il muro con la sua figura di colore verde e violetta, i suoi ricchissimi grigi, le sue ocre meravigliose, la sua costruzione figurativa ed astratta, cubista e umanista, è un grande insegnamento di come tutte le scuole apportano come alla luce un colore, un elemento che si trasformano nel permanente, nell’iride della verità.
Tra quelle figure monumentali e sotterranee si muoveva la fragile figura di Margarita con la sua aerea soavità, volando tra le spighe fosforescenti dell’affresco, prendendo parte come un personaggio dipinto anche lì dal pittore.
Probabilmente con ogni diritto, dato che, la sua poesia, tanto lieve e tanto profonda contemporaneamente, fa parte della flora, dei sogni e della vita, della realtà che lì avevano i colori raggianti del Messico ancestrale.
Venendo da tanto lontano, della Georgia, dagli Urali, da Mosca, Margarita Aligher fece parte del nostro mondo.
È celeste e sotterranea, costruisce sogni e guarda con gli occhi aperti ed eterni della poesia.

Testo del 1968, raccolto in PNN, pp. 99-101.

Un monumento a Federico
UN MONUMENTO A FEDERICO. (Pagine 150-151.) Era un libro entero que nadie conoce aún. (Era un libro intero che nessuno conosce ancora).  In effetti, i Sonetos del amor oscuro (Sonetti dell'amore oscuro) saranno pubblicati per la prima volta 16 anni più tardi, nel supplemento letterario del periodico ABC di Madrid, il 17.3.1984, secondo i testi stabiliti da Miguel García-Posada.

Si è già considerata qui con saggezza la sua trascendenza poetica.
Io comincio a proclamare e predicare che questo è il primo monumento alla sua memoria. E come questo omaggio è un dovere per tutte le nazioni dell'America, onore ed amore a questa terra che lo fa prima che tutte gli altre. Proclamo San Paolo del Brasile città benemerita a nome della poesia universale.
Federico García Lorca fu l'uomo più allegro che ho conosciuto nella mia già lunga vita. Irradiava la fortuna di vedere, di sentire, di cantare, di vivere. Perciò, attenzione alla nostra cerimonia! Niente riti primari. Stiamo celebrando l'immortalità dell'allegria.
Guardando malinconicamente le fotografie di quel tempo, mi meraviglio della sua gioventù, del suo viso quasi infantile. Era un bambino abbondante, la giovane portata di un fiume poderoso. Sprizzava immaginazione, conversava con illuminazioni, regalava la musica, elargiva i suoi magici disegni, rompeva le pareti con la sua risata, improvvisava l’impossibile, faceva della marachella un'opera d'arte. Non ho visto mai tanta attrazione e tanta costruzione in un essere umano. Questo gran giocherellone scrisse con la maggiore coscienza e se tolse i freni alla sua poesia con follia e con tenerezza, io so che era un saggio ancestrale, un erede della grazia e della grandezza della lingua spagnola. Ma quello che mi spaventa è pensare che stava cominciando, che non sappiamo dove sarebbe arrivato se il crimine non avesse schiacciato il suo magico destino. L'ultima volta che lo vidi, mi portò in un angolo e, come in gran segreto, mi disse a memoria sei o sette sonetti che persistono ancora nel mio ricordo come sonetti esemplari, di un'incredibile bellezza. Era un libro intero che nessuno conosce ancora. L'intitolò Sonetos del amor oscuro. Era infaticabile nella creazione, nella sperimentazione, nell'elaborazione. Cioè, aveva nelle sue mani la sostanza e gli attrezzi: era preparato per le maggiori invenzioni, per tutte le distanze. Così, dunque, vedendo la bellezza che ci lasciò, pensando alla sua gioventù assassinata, penso con dolore alla bellezza che non riuscì a consegnarci.
Ci sono due Federico: quello della verità e quello della leggenda. Ed i due sono uno solo. Ci sono tre Federico, quello della poesia, quello della vita e quello della morte. Ed i tre sono un solo essere. Ci sono cento Federico e cantano tutti. Ci sono Federico per tutto il mondo. La poesia, la sua vita e la sua morte si sono ripartite per la terra. Il suo canto ed il suo sangue si moltiplicano in ogni essere umano. La sua breve vita cresce e cresce. Il suo cuore sconquassato era strapieno di semi: non sapranno quelli che lo assassinarono che stavano seminandolo, che avrebbe fatto radici che continuerà a cantare ed a fiorire da tutte le parti, ed in tutte le lingue, sempre più sonoro, sempre più vivente. Gli usurpatori che governano ancora la Spagna vogliono mascherare la sua morte terribile. La cronaca ufficiale la descrive come un fait divers, come una fatalità dei primi giorni sanguinanti. Ma non è così. Lo prova il fatto che un altro meraviglioso poeta, il giovane Miguel Hernández, fu trattenuto fino a morire nelle prigioni fasciste. Si trattò di un'aggressione contro l'intelligenza, diretta e realizzata con premeditazione spaventosa. Un milione di morti, mezzo milione di esiliati. Il martirio del poeta fu un assalto dell'oscurità: volevano ammazzare la luce della Spagna.
Il monumento di Flavio di Carvalho, bello, misterioso e trasparente è un avvenimento nelle nostre vite. Speriamo, tuttavia, il migliore monumento alla gloria di Federico García Lorca: la liberazione della Spagna.

Discorso fatto all'inaugurazione del monumento a
Federico García Lorca in San Paolo, Brasile, 1968.
Raccolto in PNN, pp. 107-108.

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